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Stop alle ONG dei cieli

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 10:42

L’Italia tarpa le ali alle vedette volanti. Da quasi un mese, Moonbird e Colibrì, i due aerei leggeri delle ong che sorvolano il Mediterraneo per avvistare i gommoni dei migranti, non possono decollare da Lampedusa né da altri scali del nostro Paese. “Le norme nazionali impongono che quei velivoli possano essere usati solo per attività ricreative e non professionali“, sostiene infatti l’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile. Qualche sorvolo riescono ancora a farlo, ma con grande difficoltà, e partendo da aeroporti più lontani, in altri Stati. Dopo la desertificazione di un pezzo di mare davanti alla Libia a colpi di decreti sicurezza, si rischia dunque la desertificazione del cielo.

Chiunque abbia partecipato a missioni di Search and Rescue sulle navi delle ong (ieri la tedesca Lifeline ha soccorso un centinaio di migranti a 31 miglia dalla costa libica, sa  quanto sia importante avere due occhi che scrutano dall’alto. È il modo più efficace, talvolta l’unico, per individuare i gommoni e segnalarne tempestivamente la posizione ai soccorritori. Le coordinate sono trasmesse via radio dall’equipaggio di Moobird (un Cirrus Sr22 che vola per la no profit svizzera Humanitarian Pilote Initiative, in collaborazione con la ong tedesca Sea-Watch) e di Colibrì (un Mcr-4S a elica costato 130.000 euro ai francesi di Pilotes Volontaires). Secondo un’inchiesta del Giornale, dal primo gennaio agli inizi di giugno Colibrì e Moonbird hanno accumulato 78 missioni, 54 delle quali partite dallo scalo di Lampedusa. L’aeroporto a loro interdetto. Continua a leggere (Fonte: Stop alle ong dei cieli, l’Italia blocca gli aerei che avvistano i migranti da REPUBBLICA.IT di Marco Mensurati (A Bordo Della Mare Jonio) E Fabio Tonacci)

Dalla stampa nazionale:

MIGRANTI, STOP AGLI AEREI DI SEA WATCH. “ENNESIMO OSTACOLO AL SOCCORSO” – Per Sea Watch il blocco dei velivoli per “complicazioni burocratiche” è l’ennesimo tentativo di ostacolare l’attività di soccorso in mare delle ong. “Le nostre operazioni aeree sono attenzionate perché gli occhi della società civile danno fastidio, sia in cielo che in mare”, sottolinea la portavoce Giorgia Linardi. 

Intanto, secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico The Guardian a inizio agosto, proprio il controllo aereo delle frontiere marittime sta diventando uno dei tasselli fondamentali della presente e futura strategia messa in campo dall’Europa per il controllo dei flussi migratori. L’agenzia europea di sorveglianza delle frontiere esterne Frontex oltre a gestire le politiche di rimpatrio degli stati membri dell’Ue è parte anche di un investimento da 103 miliardi di euro in aeromobili a pilotaggio remoto. Droni, telecamere aeree sul Mediterraneo, per controllare i confini e in teoria anche i naufragi che lì avvengono. Tuttavia alla richiesta di inviare copia delle istruzioni che gli operatori dei droni dovrebbero seguire qualora “intercettassero” un’imbarcazione in stato di pericolo, Frontex ha risposto di non poter inviare quei materiali. Continua a leggere (Fonte DIFESAPOPOLO.IT di Eleonora Camilli e Francesco Floris)

  • TUTTI I NUMERI DEGLI SBARCHI 2019 (1 GENNAIO – 19 AGOSTO) – Sono almeno 683 migranti e rifugiati sono morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno al 19 agosto mentre tentavano di giungere in Europa via mare (di queste quasi 600 persone hanno perso la vita o risultano disperse nel Mediterraneo centrale). Anche se poco fa è arrivata la notizia di un nuovo possibile naufragio che coinvolge oltre cento persone davanti alle coste della Libia.

A lanciare l’allarme è stato il servizio di supporto a coloro che si trovano in difficoltà nel Mediterraneo nel tentativo di arrivare in Europa, Alarm Phone, che su Twitter parla di un’imbarcazione capovolta a largo delle coste libiche. Come si evince dall’infografica che pubblichiamo e in cui abbiamo usati le elaborazioni di Matteo Villa ricercatore Ispi che ormai da anni svolge un lavoro attento e insostituibile, sui dati dell’Unhcr e Ministero dell’Interno, il ruolo delle barche (ormai non più di tre) delle ong è risibile, eppure metre i migranti in arrivo grazie a scafisti doc sbarcano tranquillamente sulle nostre coste, il nostro Ministro della paura continua a concentrasi solo sull’inezia rappresentata dalle Ong. E non se ne vede la ragione Continua a leggere e guarda lìinfografica (Fonte: VITA.IT)

  • MIGRANTI IN CALO MA “SBARCHI FANTASMA” IN AUMENTO, ECCO IL VERO PROBLEMA – Lontano dai riflettori, in Sicilia e in Calabria gommoni e piccole barche continuano ad arrivare sulle coste italiane. Ma il Governo non ne parla. Fonti ufficiali del Ministero degli Interni riportano i seguenti dati a proposito dei migranti sbarcati in Italia: 85.207 sbarchi nel 2017, 16.935 nel 2018, e 3.073 nel 2019.

A scanso di equivoci, al di là delle strumentalizzazioni politiche e della distanza, legittima, tra la realtà dei fatti e la percezione dei cittadini, il calo degli sbarchi in Italia è incontestabile. In particolare a Lampedusa, si è passati dagli 11000 del 2017 ai 3900 del 2018 ma oggi, a inizio estate, nel 2019 sono già 1084, segno evidente che “i porti chiusi” pubblicizzati dall’attuale governo non sono affatto chiusi. L’audizione in commissione antimafia portata dal procuratore della Repubblica di Agrigento dott. Patronaggio mette sul banco fatti molto distanti dalla narrazione della propaganda di Salvini. Se è vero che gli sbarchi registrati nella provincia di Agrigento, in particolare a Lampedusa, sono crollati, il procuratore mostra preoccupazione per i cosiddetti sbarchi fantasma: imbarcazioni di piccole dimensioni, che giungono soprattutto dalla Tunisia, non dalla Libia, con a bordo poche decine di persone, delle quali si sa poco o nulla. Sugli “sbarchi fantasma” a inizio anno il Sole 24 Ore scriveva che ogni anno arrivano in Italia fra le 3.500 e le 5.000 persone, ma in realtà quanti siano nessuno lo sa esattamente, i dati in possesso non sono certi. Continua a leggere (Fonte: PEOPLE FOR Planet di Stela Xhunga)

Fonte immagine VITA.IT

Incendi in Amazzonia: 7 piccoli gesti quotidiani per aiutare la foresta in fiamme

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 10:00

La foresta pluviale più grande al mondo sta bruciando. Sotto la pressione e l’allarme internazionale, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro si è deciso a inviare l’esercito in Amazzonia per cercare di domare gli incendi.

(…) Gli incendi in Amazzonia sono una vera e propria emergenza. Ma noi cosa possiamo fare? Come possiamo intervenire? Non possiamo di certo spegnere le fiamme, ma con alcuni piccoli gesti possiamo renderci utili.

  1. Eliminare o almeno ridurre il consumo di manzo importato dal Brasile. Gli allevamenti di bovini sono una delle prime cause di deforestazione dell’Amazzonia;
  2. Ridurre il consumo di carta e legno che provengono dalla foresta amazzonica, o acquistare prodotti certificati;
  3. Condividere notizie e parlare di quello che sta succedendo nella foresta amazzonica usando l’hashtag #PrayforAmazonia;

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‘Marte grande come la Luna’

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 09:21

Arriva il 27 agosto e, puntuale, torna la bufala secondo cui Marte apparirà grande come la Luna. E’ ormai dal 2003 che il messaggio relativo al pianeta rosso salta fuori, complice l’annuncio di un evento epocale che tornerebbe a verificarsi solo nel 2287. Inutile, in realtà, trascorrere ore con il naso all’insù. Marte non apparirà assolutamente grande come la Luna. La storia si basa sull’evento che si verificò il 27 agosto di 16 anni fa, quando Marte raggiunse il punto più vicino alla Terra negli ultimi 60.000 anni. La distanza, in ogni caso, non scese al di sotto dei 56 milioni di km. Il pianeta rosso, a chi utilizzò un telescopio, si presentò più grande.

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Il calcio sta virando verso l’ottusità

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 07:36

Chi siete? Cosa fate? Cosa portate? Un fiorino.
Gli arbitri, e di conseguenza il calcio, stanno assomigliando sempre più ai doganieri di “Non ci resta che piangere”, il film con Massimo Troisi e Roberto Benigni. Il gioco sta virando, si spera non irrimediabilmente, verso l’ottusità. È quel che sta accadendo con la nuova norma relativi ai falli di mano in area di rigore. Una regola del tutto priva di buon senso, che ha eliminato il fattore volontarietà: fattore fino ad oggi fondamentale nell’assegnazione di un calcio di rigore. Oggi può bastare un tocco fortuito per arrivare a un calcio di rigore oppure a discussioni interminabili come accaduto in Udinese-Milan. Discussioni interminabili per episodi su cui prima non ci si sarebbe soffermati nemmeno un secondo. Addirittura a Cagliari viene fischiato a un calciatore che era di spalle.

Stiamo arrivando a uno snaturamento del gioco. Il calcio non può essere la scherma, con tutto il rispetto di una nobile arte come quella della scherma. Ma i principi alla base dei due sport sono completamente diversi. Non basta toccare il pallone col braccio per vedersi assegnata una punizione contro, altrimenti gli attaccanti cominceranno a mirare alle braccia degli avversari.

Su Repubblica, Gianni Mura ha sintetizzato perfettamente il concetto: “Le nuove regole, sul mani specialmente, sono un’idiozia totale. Quelli che in teoria dovrebbero migliorare il calcio, ne hanno snaturato lo spirito e lo stanno ammazzando. Scriviamolo, diciamolo, gridiamolo”.

Domenica scorsa, dichiarazioni improntate alla ragionevolezza sono arrivate da Marco Giampaolo allenatore del Milan: «Sui falli di mano in area, credo che ci si debba affidare al buon senso dell’arbitro. È lui che deve decidere di quale fallo di mano si tratta. Anche con l’aiuto del Var. È da questi particolari che si valuta la bravura di un arbitro, vale per i tocchi di mani e per i fuorigioco».

Non si può meccanizzare tutto, non nel calcio. Chi scrive, è favorevole al Var, è favorevole alla gol line technology, fondamentale domenica per il gol di Kolarov. Ovviamente di tutto dev’essere fatto un uso intelligente. Altrimenti presto bisognerà dare ragione a chi si opponeva all’introduzione del Var, al concetto – ovviamente banalotto – di verità affidato a una telecamera. Il fallo di mano torni a essere fallo di mano quando è volontario, quando il braccio è evidentemente lontano dal corpo, non quando soltanto un’amputazione avrebbe impedito di toccare il pallone.

Il calcio non potrà mai avere regole certe, chiare. È nella natura di questo sport. Bisogna affidarsi all’uomo. Che può avvalersi di una o più telecamere per evitare di commettere errori. Ma non può, poi, spegnere il cervello. Una partita di calcio non può essere diretta da un robot. Per quanto intelligente e sofisticato possa essere.

Sardegna, il mare ripulito da cinque ragazzini

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 19:00

Hanno dagli 11 ai 14 anni, vengono da Torino e Avellino, per due giorni hanno raccolto rifiuti in acqua a Golfo Aranci: bottiglie, lattine, occhiali e vecchie cime

È nato come il gioco della bottiglia. Che non è quello in cui ci si dà un bacio, ma è quello, reinventato da loro, in cui si pesca una bottiglia dai fondali. «All’inizio, quando abbiamo trovato la prima, la lanciavamo e la andavamo a riprendere a nuoto. Poi ci siamo accorti che nel mare ce n’erano altre e allora abbiamo cominciato a raccoglierle una per una e a metterle sul nostro sup, il surf con la pagaia. Ma non c’erano solo le bottiglie: c’erano lattine, occhiali, tubi, barattoli, cime consumate dal sale, pezzi di legno rovinati con la vernice, diversi oggetti di plastica. Così abbiamo preso pure quelli e con un po’ di pazienza, sempre divertendoci, abbiamo riportato tutto sul pontile, dove abbiamo smistato i rifiuti nei bidoni della differenziata».

racconto è di Giorgia Cavallo, torinese di quattordici anni, la più grande della banda ambientalista di cui fanno parte sua sorella Flavia, dodicenne, Eva e Nicola Camoirano, anche loro di Torino, quasi tredici e undici anni, e Nicolò Uda, undicenne mezzo sardo e mezzo avellinese.

Sono amici da sempre, le loro famiglie trascorrono insieme le vacanze in montagna e anche al mare, e questa volta si sono dati appuntamento nel mare di Golfo Aranci, dove si trova la statua della Sirena realizzata dallo scultore Pietro Longu.

Continua a leggere su CORRIERI.IT di Elvira Serra

Da “risparmiatore” a “investitore”: un passo necessario

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 15:00

Qualche settimana fa abbiamo affrontato il tema dei “soldi sotto al materasso”, immagine iconica del rapporto con le finanze dell’italiano, da sempre grande risparmiatore ma pessimo investitore.

Una relazione anacronistica se si pensa all’enorme trasformazione economico-sociale in atto, che sempre di più ci obbligherà a sviluppare nuove abitudini e nuovi comportamenti finanziari, prima che sia troppo tardi.

Chi non intercetterà questo cambiamento avrà vita difficile.

Ma come mai si è sviluppata negli anni questa caratteristica ?

Cominciamo con una considerazione storico-antropologica. Innanzitutto, per le particolari abitudini finanziarie che gli italiani hanno adottato dal dopoguerra a oggi. Dal dopoguerra fino all’inizio del nuovo millennio gli italiani erano accuditi da «mamma Stato». In altre parole, dalla culla alla pensione c’era una «mano invisibile» a proteggerli. Lo stato sociale (scuola, sanità, servizi pubblici, assistenza eccetera) permetteva di fare sonni tranquilli, di non doversi preoccupare (economicamente) per eventuali malattie o per l’istruzione dei figli, né tantomeno per la pensione. Tutto era garantito e assicurato, appunto, dallo Stato.

Questa sorta di bolla protettiva in cui gli italiani sono vissuti per oltre settant’anni ha inculcato in loro alcuni comportamenti che nel tempo sono diventati abitudini, sulle quali costruivano il proprio stile di vita finanziario. Infatti, non avvertivano l’esigenza di pianificare un investimento per gli studi dei figli o di accantonare parte del risparmio per il periodo del pensionamento, né di crearsi una copertura finanziaria (o assicurativa) per un’eventuale inabilità sul lavoro, poiché per tutte queste emergenze, future ed eventuali, interveniva lo Stato sociale.

Questo approccio ha rimosso dalla vita finanziaria dei risparmiatori italiani il concetto di tempo, proprio perché non avevano bisogno di guardare al lungo termine, al futuro di per sé incerto.

Non era «percepito» come conveniente rinunciare ai propri risparmi per investirli a dieci o vent’anni al fine di soddisfare un’esigenza futura: alla peggio, pensavano, avrebbero sempre avuto il supporto di «mamma Stato», che garantiva salute, pensione, alloggio eccetera. Era invece considerato conveniente tenere i soldi risparmiati sempre disponibili, «liquidi», come si dice in gergo, in modo da poterli utilizzare a ogni evenienza. È così che nacque il «primo grande amore» degli italiani: i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), titoli di Stato a tre, sei o dodici mesi con un buon tasso d’interesse.

I BOT hanno dominato le scene finanziarie per oltre cinquant’anni. Piacevano perché rispondevano a pennello ai desiderata degli italiani: erano sicuri, liquidabili nel breve periodo e rendevano bene. Basti pensare che negli anni Ottanta i BOT a dodici mesi hanno avuto un rendimento tra il 15% e il 22%!

I risparmiatori erano contentissimi, ma era solo una percezione di «valore». In realtà il rendimento «reale», cioè quello al netto dell’inflazione, spesso era negativo, ma nessuno se ne rammaricava. Ciò che contava in quegli anni era la percezione che si stesse facendo un affare, ed è proprio in quel periodo che nacque la prima convinzione distorta del risparmiatore italiano, cioè quella di poter investire a breve termine, con un rendimento alto, senza correre rischi.

Una equazione impossibile in finanza ma non per gli italiani!

Convinzione che ancora oggi viene discussa sulle scrivanie dei consulenti finanziari, proprio perché figlia della nostra storia recente e quindi difficile da estirpare dall’immaginario collettivo.

Oggi però le condizioni che hanno generato tale consapevolezza non ci sono più.

Perché la «mano invisibile» dello Stato non c’è più, e quindi alla sanità, alla pensione, alla scuola dei nostri figli eccetera dovremo pensare noi con i nostri risparmi.

Le pensioni sono a rischio: un giorno sì e l’altro pure l’INPS lancia l’allarme sulle difficoltà dell’istituto a reggersi in piedi.

Le spese sanitarie sostenute dallo Stato si sono ridotte, e l’assistenza per infortuni, inabilità eccetera si è drasticamente ridimensionata.

Le prestazioni scolastiche in molti casi sono deficitarie, e sempre più spesso per poter entrare con il piede giusto nel mondo del lavoro i nostri figli hanno la necessità di frequentare un’università privata o un master a nostre spese, magari anche all’estero.

E così via.

Se a questo aggiungiamo che i tassi d’interesse si sono praticamente azzerati e che l’epoca del «20% a un anno» non tornerà mai più (per fortuna, dico io, perché non era tutto oro ciò che luccicava, ma questa è un’altra storia), comprendiamo come questo lento e inesorabile cambiamento stia generando un nuovo contesto sociale, tale da rendere sempre più importante per il risparmiatore trasformarsi in investitore.

Non possiamo più pensare solo alle singole esigenze di breve periodo e lasciare il nostro futuro in balia del caso. Dobbiamo imparare a elaborare progetti di lungo periodo con l’obiettivo non solo di soddisfare le nostre necessità, ma anche di assicurarci quei servizi non più garantiti dallo Stato.

Photo by Sara Kurfeß on Unsplash

Da Bolsonaro, ai VIP al G7: com’è la situazione oggi in Amazzonia

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 11:22
Fonte EURONEWS

Dalla stampa nazionale:

AMAZZONIA IN FIAMME, MACRON: “PAESI G7 UNITI PER AIUTARE I PAESI COLPITI”. I PRETI BRASILIANI CONTRO BOLSONARO: “BASTA DELIRI” – Tutti i leader del G7 sono d’accordo per “aiutare al più presto i paesi colpiti” dagli incendi in AmazzoniaEmmanuel Macron dal summit di Biarritz annuncia l’accordo, sottolineando che “c’è una vera convergenza” per fare fronte ai roghi che nelle ultime settimane stanno devastando la foresta più grande del mondo, dove circa 44mila soldati sono a disposizione per spegnere le fiamme. Il presidente del BrasileJair Bolsonaro, che prima aveva accusato agricoltori e ong del disastro, aveva avvertito la comunità internazionale affinché il disastro non venisse strumentalizzato per imporre sanzioni commerciali. E su quanto sta accadendo in Brasile è intervenuto anche Papa Francesco: “Siamo tutti preoccupati per i vasti incendi che si sono sviluppati in Amazzonia. Preghiamo – ha detto – perché, con l’impegno di tutti, siano domati al più presto. Quel polmone di foreste è vitale per il nostro pianeta”. Ma l’intervento più politico è stato quello dei vescovi brasiliani, che il 24 agostosono hanno lanciato un appello ufficiale. “È urgente che i governi dei Paesi amazzonici, specialmente il Brasile, adottino provvedimenti seri per salvare una regione determinante per l’equilibrio ecologico del pianeta, l’Amazzonia appunto”. Nel testo c’è anche un richiamo al presidente Bolsonaro affinché non si lasci andare a “deliri e debacle nei giudizi e nei discorsi”. Continua a leggere (Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT)

  • IN AMAZZONIA LA SITUAZIONE È GRAVE E IL PRIMO PASSO DA COMPIERE È (ANCHE) NOSTRO L’Amazzonia non è (più) il polmone del mondo: a causa della deforestazione in atto in Brasile e Bolivia consuma ossigeno e emette anidride carbonica. Ma il problema non è Bolsonaro (o Morales), il problema siamo noi

(…) Prima di tutto partiamo dall’inizio, ovvero gli incendiin Brasile. Ogni anno nella stagione secca (luglio-ottobre) i satelliti rilevano molti incendi nel bacino amazzonico. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas da Amazôna, il 99% sono accesi dall’uomo, sia su terreni già senza alberi (fuochi agricoli legali) che per aprire all’uso agricolo aree ancora boscate ( spesso illegalmente). Questi fuochi non riguardano tanto la giungla tropicale come la immaginiamo, ma più le aree di margine più rade e aride. L’Amazzonia è fatta anche di questi ecosistemi (come il “cerrado”), ugualmente preziosi e delicati.

Eppure, un problema c’è. L’Amazzonia è grande quanto l’Unione Europea e da gennaio a luglio 2019 ne sono bruciati 18600 km quadrati, cioè lo 0.3%. Al’inizio di agosto questa superficie era il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma siamo lontani dal record e in media con il periodo 2000-2018. Il fenomeno deve preoccuparci, anche se ne parliamo solo quest’anno.

Il problema dell’Amazzonia: la deforestazione. L’Amazzonia è così grande che produce tramite l’evaporazione dagli alberi la “proprie” nuvole e la “propria” pioggia. Se incendi e deforestazione arriveranno a riguardare il 25%-40% della foresta (per ora siamo intorno al 15%), l’ecosistema non sarà più in grado di regolare il proprio clima e potrebbe tornare ad essere una savana come era già 55 milioni di anni fa. Ciò porterebbe al rilascio di enormi quantità di CO2 nell’atmosfera e mettendo a rischio milioni di specie animali e vegetali, tra cui il 25% delle piante medicinali che l’umanità utilizza per la fabbricazione di farmaci di ogni tipo. Continua a leggere (Fonte: TODAY.IT di Alberto Berlini)

> L’Amazzonia brucia: cosa possiamo fare nel nostro piccolo per aiutare la foresta

  • L’AMAZZONIA BRUCIA: SPIEGO IN MODO SEMPLICE CHE COSA SUCCEDE – Leggiamo che l’Amazzonia è in fiamme, che il cambiamento climatico, che le multinazionali, che il presidente bolsonaro eccetera. Qui spiego in modo chiaro e semplice che cosa accade. E spiego anche che cosa non accade.

Il clima non c’entra. Gli incendi in amazzonia non sono effetto del cambiamento climatico.
ripeto: non sono provocati dal cambiamento climatico. Invece possono contribuire ad accelerarlo: gli incendi in amazzonia possono essere una causa dei fenomeni climatici che vedremo nei prossimi anni.

Sono bruciate aree già in parte danneggiate. Le rilevazioni dei satelliti dell’agenzia spaziale brasiliana e le testimonianze sul posto hanno rilevato che gli incendi hanno distrutto anche alcune porzioni di foresta pluviale storica, ma la maggior parte delle fiamme ha interessato zone che erano già degradate dall’intervento dell’uomo, con inizi di impoverimento vegetale (savana), in gran parte parzialmente disboscate per ricavarne pascoli o campi coltivati.

Gli incendi sono accesi dall’uomo. Esistono anche gli incendi di origine naturale, ma nel caso degli incendi in amazzonia di questa estate la maggior parte sono stati prodotti da uomini per disboscare aree che interessano all’agricoltura o all’allevamento. Continua a leggere (Fonte ILSOLE24ORE.IT di Jacopo Giliberto)

Fonte immagine ILMESSAGGERO.IT

I cani fanno bene al cuore e allungano la vita

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 08:51

Il cane è il miglior amico della salute dell’uomo. E del suo cuore. Infatti, avere un cane, tra passeggiatine mattutine e serali e corse al parco, migliora l’attività fisica. Il segreto è seguire le sue attività di gioco e non farsi prendere dalla pigrizia. È questa la conclusione di uno studio che ha anche firme italiane: quelle di tre ricercatori dell’Università di Catania. Il team di ricercatori siciliani ha lavorato allo studio condotto anche dal dipartimento di Medicina cardiovascolare della Mayo Clinic di Rochester (Usa) e dall’ospedale universitario Sant’Anna di Brno, in Repubblica Ceca.

Proprio nella città dell’Est Europa, da gennaio 2013 a dicembre 2014 sono state esaminate circa 2.000 persone. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Mayo Clinic Proceedings: Innovations, Quality & Outcomes, ha dimostrato un’associazione tra il possedere un cane e la salute del cuore, secondo quanto già osservato dall’American Heart Association in termini di attività fisica e riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. In altri studi possedere un cane è stato collegato a una migliore salute mentale e a una minore percezione dell’isolamento sociale, entrambi fattori di rischio per gli attacchi di cuore.

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Piante aromatiche: colori e odori per riempire giardino e balcone

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 07:00

Entrare in giardino ed essere sommersi dall’odore di liquerizia o da fiori azzurri facili da far crescere, che hanno poi anche un ottimo uso, magari in cucina.

Sono alcune delle soddisfazioni che si possono ottenere coltivando le piante aromatiche, termine “ombrello” usato per definire generalmente tutte le piante che hanno, in qualche loro parte, una fragranza di qualche tipo, un aroma, appunto.

Coltivarle anche nel proprio giardino o sul balcone non è poi così difficile, come ci ha spiegato l’agronomo Francesco Beldì, che ha appena scritto sull’argomento il libro “Coltivazione biologica delle piante aromatiche”, ed.  Terra Nuova Edizioni.

Cosa sono e come sono fatte le piante aromatiche?

«Non esiste una definizione precisa a livello scientifico per questo tipo di piante, si usa questo termine riferendosi alla fragranza racchiusa in una delle loro parti, dalle foglie, al fusto, alla radice. Molte di loro coincidono con quelle che sono definite “piante officinali”, perché spesso questo aroma coincide con un principio attivo che veniva utilizzato – o viene usato tutt’ora – in erboristeria o in medicina.
Il termine “piante aromatiche” è più ampio e fa riferimento al loro uso sia per alimentazione sia per l’aromatizzazione dell’ambiente, del giardino.
Le tipologie sono varie: possono essere alberi, come l’Alloro, oppure arbusti, ma anche piante erbacee e possono essere annuali e morire a fine stagione oppure perenni e durare nel tempo.»

Perché sono importanti e perché è utile coltivarle?

«Sono piante che si coltivano da sempre, nella tradizione, pensiamo ai ‘giardini dei semplici’ nei conventi, ma ognuno di noi ha coltivato un qualche tipo di pianta aromatica, pensiamo al vasetto di Basilico sul balcone.
Queste piante presentano di solito due grossi vantaggi: sono quasi tutte molto ‘rustiche’, cioè si adattano bene ai terreni e patiscono poco i parassiti. E poi basta coltivarne poche per soddisfare quello che è il proprio fabbisogno personale. Ad esempio, coltivando una pianta di Melissa una persona beve tisane di Melissa quasi per tutto l’anno. Oppure torniamo al classico Basilico, quasi tutti ne abbiamo un vasetto in casa perché se è fresco ha più sapore, ne basta poco e non ha particolari esigenze.»

Qual è l’origine delle piante aromatiche? Da dove provengono?

«Possono essere piante autoctone o piante che si sono adattate ai nostri climi: si pensi ad esempio alla Stevia, che da noi non esiste spontanea – viene dall’Oriente – ma che oggi viene coltivata anche nei nostri climi in quanto molto richiesta come dolcificante.
In effetti le piante autoctone sono davvero molto poche. Lo stesso grano viene dagli altipiani etiopici, cosi come il pomodoro che viene coltivato in Italia solo dal 1600.
Si tenga conto che vi sono specie che da noi non sono usate come aromatiche e in altri Paesi invece lo sono, e viceversa: ad esempio il coriandolo è una pianta che da noi cresce anche spontanea le cui foglie sono usate come aroma in India e in Centro America e non da noi.»

Chi può coltivarle?

«Non serve essere professionisti per coltivare queste piante, nel libro abbiamo messo indicazioni per tutti quelli che vogliono avviare una coltivazione, sia per hobby sia per chi vuole avvicinarsi a queste piante per scopi professionali.»

Quanto spazio ci vuole, dove possono essere coltivate? Si possono coltivare anche sul balcone o ci vuole l’orto e l’angolino delle aromatiche? Va bene qualsiasi terreno?

«Certamente molte piante possono essere coltivate anche sul balcone, mentre in giardino spesso si fanno delle aiuole delle aromatiche. Le aromatiche annuali possono essere messe nelle normali rotazioni dell’orto, quelle perenni invece vanno sistemate in un angolino o bisogna trovargli una collocazione fissa che sia adatta alle piante e comoda per continuare a coltivare l’orto. È anche vero che in un orto per uso famigliare basta coltivarle in piccole quantità, anche uno o due metri quadri se lo spazio è poco.»

Esiste uno ‘starter pack’ per chi vuole mettere le aromatiche nel giardino o in balcone?

«Prima di scegliere cosa piantare va analizzata la situazione del giardino e del balcone e la sua posizione e su quello decidere. Ad esempio se è in ombra si possono mettere menta o melissa…ma di solito si parte da piante di uso frequente, quindi quelle che sappiamo che useremo di più e alle quali poi abbiniamo altre piante.
Un ‘pacchetto di partenza’ classico potrebbe essere il Rosmarino con la Salvia al quale si può abbinare della Santoreggia, oppure dell’Issopo, a seconda di com’è l’aiuola e di quale è il suo posizionamento.
Se il giardino lo abbiamo dietro alla porta della cucina metteremo piante che si usano molto in cucina, se lo vogliamo fare all’ingresso di casa metteremo piante che abbinano la funzione estetica alla funzione aromatica. Dobbiamo però ricordarci che dipende dalle condizioni del giardino, basta fare un’analisi su quali sono le caratteristiche dell’angolo che scegliamo per le aromatiche. Non c’è bisogno di un professionista, basta guardare l’insolazione, l’uso che vogliamo fare delle piante, se c’è l’acqua facilmente a disposizione….
Ad esempio, se si ha un giardino roccioso, ben protetto dal freddo, magari in una zona d’Italia non freddissima si potrebbero mettere addirittura dei Capperi. La scelta è vastissima, qualunque tipo di angolo si può adattare per ospitare aromatiche.»

E riguardo al consumo, le possono usare tutti?

«Sono comunque piante che in generale vanno utilizzate con attenzione. Nel libro suggeriamo come e quando raccoglierle, come conservarle, come possono essere usate e che effetto hanno, però non diamo indicazioni o posologie perché non è il nostro lavoro. Bisogna comunque ricordare che si tratta di piante con un principio attivo che su alcune persone può avere un effetto negativo. Ad esempio il Timo, una pianta che uno pensa solitamente innocua, accelera il battito cardiaco. Se qualcuno ha la pressione alta e fa un bagno nelle foglie di Timo può avere una tachicardia, l’uso deve essere moderato. Nel testo ho cercato anche di segnalare quando e che cosa poteva far male.»

Il libro si intitola “Coltivazione biologica delle piante aromatiche”. Come mai si fa riferimento al metodo biologico come metodo di coltivazione?

«Secondo me, soprattutto se uno coltiva per se stesso, deve farlo utilizzando il minor numero possibile di prodotti che possano essere nocivi per la sua salute, non solo nell’alimento ma anche nell’utilizzazione. Nel senso anche di una protezione del coltivatore che non entra in contatto con prodotti pericolosi.
Nel caso del consumo di queste piante a maggior ragione non credo serva usare prodotti chimici, perché si assumono in piccole quantità, devono avere un aroma molto intenso e ne estraiamo delle sostanze concentrate: pertanto è necessario avere questi prodotti il più puri possibile.»

Nelle tue ricerche hai trovato qualche pianta aromatica un po’ particolare?

«Una che mi piace citare è la Monarda, o Tè Oswego. Era una pianta consumata come tè dagli indiani Oswego e che gli americani hanno cominciato a consumare come ‘tè alternativo’ quando alla fine del 1700 boicottavano il tè delle Indie della corona inglese. Ha un profumo molto buono, una fioritura bellissima e molto colorata, tanto che viene coltivata più spesso come pianta ornamentale. Non è semplice da trovare nei garden ma è molto bella da avere in giardino.
Oppure possiamo parlare dell’Issopo, che ha un sapore un po’ resinoso e un po’ amaro e si usa per aromatizzare gli arrosti e la carne, e si può usare per fare un ottimo sciroppo per la tosse. Ha una fioritura di lunga durata, molto bella, colorata di azzurro, ed è un pascolo per le api e per gli impollinatori molto apprezzato, quindi ha anche una serie di funzioni ecologiche molto interessanti, oltre ovviamente alla funzione estetica, come pianta ornamentale. 
Le aromatiche in generale sono ottime come pianta ornamentale. Nella Scuola Professionale dove insegno abbiamo provato a fare una aiuola ornamentale con l’erba cipollina, è venuta molto bene. Una collega invece ha messo all’ingresso dell’Elicriso, che ha un odore di liquerizia fortissimo che si avverte subito quando si arriva a scuola: è una bella sensazione.»

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

“Il Titanic sta sparendo”

People For Planet - Dom, 08/25/2019 - 20:00

Per la prima volta in 14 anni, sono state raccolte nuove immagini del relitto del RMS Titanic, affondato nell’Oceano Atlantico il 15 aprile 1912 dopo la collisione con un iceberg. La Atlantic Productions, una casa di produzione video che vanta pellicole pluripremiate con Emmy e Bafta, ha annunciato e condiviso alcuni filmati in 4K del transatlantico dopo il successo della prima immersione per un nuovo documentario.

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Nel sito della società si legge che il loro sommergibile è partito all’inizio di agosto con un team di esplorazione guidato dall’esploratore Victor Vescovo, dall’esperto di Titanic Parks Stephenson e dal leader Rob McCallum. Durante gli otto giorni di immersioni si sono potute verificare le condizioni del transatlantico che appare quasi totalmente corroso dal sale.

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Gli strani casi dell’animo umano: “I ciclisti sulla statale”

People For Planet - Dom, 08/25/2019 - 10:00

Forse, solo il condimento “cozze e pecorino” regge sul piano dell’assurda convivenza tra personalità apparentemente inconciliabili. O l’inspiegabile, longevo matrimonio tra Giorgio Gaber e Signora. 

Ma: 
come il formaggio è lì per neutralizzare il mare e rendere la cozza meno cozza; 
come la Colli ha dichiarato che Morgan sia l’erede naturale del marito (rendendo Gaber un po’ meno Gaber ma soprattutto un po’ meno marito); 
così lo sciame di ciclisti ci ricorda che la vita è dura per tutti, che la ragione non basta a comprendere la realtà e che non sempre si possono assecondare gli istinti più profondi.

Vietato, dunque, inveire contro il cuoco, sparare sul pianista e cedere alla tentazione di provare a vedere se – grazie a una sterzata decisa di una qualsivoglia autovettura – i ciclisti schizzino garruli in ogni direzione, come in un festoso strike a bowling.

Il “ciclista sulla statale” è un animale particolare. Dal mantello lucido e cangiante, si crede adoperi gli stridenti accostamenti di colore per attrarre l’attenzione di altre specie ma – contemporaneamente – provocare in esse una forte repulsione.
Non si ha notizia – infatti – di ulteriori esseri viventi dal manto fucsia e gialloevidenziatore. Se si eccettua una pianta carnivora del Borneo che si nutre solo di tapiri daltonici di Sumatra, alcuni alieni raffigurati in antiche iscrizioni rupestri nel cuore dell’africa sub-sahariana e i preadolescenti in un unico giorno delle medie, in cui mamma ha appena deciso che siano grandi abbastanza da scegliersi i vestiti da soli. (Grave errore).

Bipedi, dotati di zampe metalliche, rotonde e ampie, i “ciclisti sulla statale” si muovono prevalentemente in branco, prediligendo sentieri periferici ma battuti, già tracciati in precedenza dagli umani
Asessuati (sembra impossibile riconoscere in loro differenze di genere), si riproducono – con ogni probabilità – come alcuni ciliati o parameci. Nessuno, infatti, ha mai assistito ad alcuna forma di accoppiamento o ha notato movimenti differenti dal semplice recarsi su e giù ossessivamente per la stessa strada, dall’alba al tramonto.

Si immagina che abbiano il nido, o la tana, sulla statale stessa; perché mai sono stati avvistati in altri luoghi; nemmeno su sentieri limitrofi. 

Un’antica leggenda narra di come siano stati condannati – da un Deus ex machina di cui non avevano rispettato il volere – a indossare per sempre orrendi cappellini e a pedalare su due ruote sino allo sfinimento. O fino a che, vecchi e logori, non vengano – disonore dei disonori – doppiati dal loro stesso gruppo. 
In tal caso, al calar della notte, si dirigono solitari verso un non-luogo defilato; certo per unirsi al Grande Triciclo, divinità una e trina dalla quale s’è detto discendano.

Qualcuno potrebbe ritenerla una esistenza priva di significato: andare avanti e indietro percorrendo le stesse vie, in un tran tran fatto di inutili, abitudinarie ripetizioni. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. 
O, almeno, questo è ciò che si domandano le piante carnivore del Borneo, gli alieni e i pre-adolescenti guardando noi umani e le nostre vite. 

I ciclisti, almeno – a quanto dicono loro – hanno il vento nei capelli.
(Ma sotto orrendi cappellini).

Trascurare l’ambiente? Può costare al Pianeta il 7% del Pil entro il 2100

People For Planet - Dom, 08/25/2019 - 07:00

Se c’è un falso mito da scongiurare quanto alla questione climatica e agli attacchi allo stato di salute (già precario) del Pianeta è che i suoi effetti più evidenti riguardino soprattutto i Paesi della fascia tropicale o quelli più poveri. Anche quando se ne prendono in considerazione le conseguenze economiche, alle quali il mondo occidentale risulta essere più sensibile, visto che fino ad oggi si è ritenuto quasi immune da quelle ambientali.

Gli effetti economici interesseranno invece senza distinzioni Paesi ricchi e Paesi poveri, Paesi «freddi» e Paesi «caldi»: uno studio di pochi giorni fa dell’Università di Cambridge mostra che i fenomeni che incidono sull’ambiente hanno anche un riflesso di lungo periodo sull’attività economica, colpendo e compromettendo tra l’altro salute, capacità di lavoro e produttività, ecosistemi e mercati, oltre a infrastrutture fisiche. E riducendo anche il Pil procapite, l’indicatore più evidente del benessere individuale. Non si tratta solo di danni immediati. Se non si facesse niente per contrastare il degrado ambientale (nel caso «business as usual») gli Stati Uniti, prima economia del mondo, vedrebbero il loro Pil procapite scendere del 10,5% al 2100.

Un tracollo che si ridurrebbe al 2% se venissero rispettati gli impegni di Parigi 2015 (dai quali gli Usa si sono ritirati e che anche il Brasile di Bolsonaro ha rifiutato).

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In Kenya il primo impianto a energia solare che trasforma l’acqua dell’oceano in acqua potabile

People For Planet - Sab, 08/24/2019 - 15:00

Secondo un recente rapporto dell’UNICEF e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 2 miliardi di abitanti del pianeta non ha accesso all’acqua potabile.

Una persona su tre utilizza acqua contaminata o non controllata per lavarsi, cucinare, bere, spesso recuperata dopo aver percorso distanze notevoli a piedi o con mezzi di fortuna.

La maggioranza di queste persone, circa l’80%, vive infatti in aree rurali dove non esistono infrastrutture di base per poter avere accesso all’acqua o dove l’acqua non è sicura o è troppo distante.

Garantire l’accesso all’acqua potabile rappresenta una vera e propria sfida che l’ONG GivePower ha deciso di cogliere, costruendo il primo impianto di desalinizzazione dell’acqua a energia solare.

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Ti meriti di vivere meglio! E lo puoi fare

People For Planet - Sab, 08/24/2019 - 07:30

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Qualunque sconfitta è per me meglio di una resa preventiva e del rimpianto.
Ma io la penso così perché ho avuto la grande fortuna di nascere comunista. Che detto così sembra una stronzata. Mi spiego… 

Provengo da una famiglia strana forte. 
Sono stato cresciuto con l’idea di dovermi impegnare a fondo per poter diventare un VERO COMUNISTA.
Che era una cosa che c’entrava solo lateralmente con la politica. Essere un vero comunista voleva dire mettere in pratica quotidianamente gli ideali di rispetto, impegno, disciplina… Non so se mi capisci… Forse se non hai avuto una mamma maoista e una nonna che ricuciva i partigiani feriti hai difficoltà a immaginare.
Qualche cosa del genere forse accade tra i più ferventi cristiani. Ma nelle famiglie comuniste c’era un accento particolarmente drammatico.
Per me è sempre stato chiaro che nell’essere comunista c’erano anche buone probabilità di essere ammazzato o di fare secoli di carcere… Il che ha 12 anni è un po’ ansiogeno. Sapevo che eravamo sulla lista dei ribelli che in caso di colpo di Stato sarebbero finiti nella base militare di Decimomannu, in Sardegna. Avevo letto carrettate di libri sui campi di concentramento e i colpi di Stato, e le torture… E mio zio era finito prigioniero in Germania.
A 13 anni mi sono messo d’accordo con mia madre che se c’era il colpo di Stato mi doveva avvisare subito, con una frase in codice. Io abitavo ai margini di un bosco, sopra Cernobbio, e mi ero allenato a raggiungere di corsa il reticolato del confine svizzero percorrendo un tratturo semiverticale. Ci impiegavo 45 minuti.
Questo per dire che per me essere comunista era una cosa seria. E soprattutto era uno stile di vita, un far parte di un popolo indomabile, vestirsi in modo diverso, pensare in modo diverso.
E mettere al primo posto l’interesse della collettività.
Era un modo di vivere la “causa politica” che discendeva da un’antica tradizione. 
I progressisti di 100 anni fa avevano un sogno: la crescita della coscienza del popolo. L’idea era di lottare nell’immediato per l’aumento salariale, senza trascurare la crescita globale dell’individuo.
Imparare a leggere e scrivere, mettere in pratica la parità dei sessi, educare i bambini rispettando la loro unicità, sviluppare la cooperazione, la professionalità, il rispetto e il “senso dell’onore comunista”.
Col tempo questi obiettivi “culturali” si sono un po’ persi per strada. E sono restate le rivendicazioni salariali, le lotte elettorali, e per finire abbiamo scoperto che anche i comunisti rubano… Amara constatazione che ha divelto l’idea stessa dell’essere comunisti… Disastri delle ideologie… Illusioni di perfezione mitica e successivo disincanto… Sono pure diventato pacifista, indiano metropolitano, claun militante. E mi sono anche reso conto che quando eravamo dentro il sogno comunista parlavamo troppo poco di amore e di arte

Però quel senso morale profondo dell’ESSERE UN VERO COMUNISTA, io lo salvo. Sto parlando dell’idea di avere un patto col mondo che ti vincola a dare il meglio di te, a mettere la collettività e il rispetto al primo posto, e impegnarti a crescere umanamente.
E sto parlando della necessità di fare progetti dettagliati, meditarci sopra, e poi avere fiducia che se li metti in pratica con attenzione puoi anche ottenere dei risultati.
E comunque il solo provarci ti arricchisce. E se vieni sconfitto non ti deprimi troppo, perché hai capito in che direzione va la storia, e sai che il tempo e la continua mutazione delle cose giocano a favore del progresso.
Marx diceva che i comunisti sono spirituali, non sono devoti a un Dio perché temono la sua punizione o desiderano il paradiso in cielo. Credono nella storia, in una forza ineluttabile che sta migliorando il mondo.
Il comunismo è una fede.

Vedo parecchie persone che potrebbero ottenere cambiamenti stratosfericamente buoni nella loro vita se scoprissero un po’ di sana fede nelle meraviglie della società futura, dei tramonti, della passera e di tutto il resto… E nella loro possibilità di riscatto.
Il capitalismo ti offre solo una vita di merda.
Ma non è obbligatorio mangiarla tutta.
La ribellione è afrodisiaca.

P.S.: Marx diceva anche che è l’essere sociale che determina l’uomo. Cioè il tuo modo di pensare e di sentire la vita dipende dal lavoro che fai, da dove vivi, da quanto denaro hai, dalla struttura delle tue relazioni sociali.
Il che è stato interpretato in modo ristretto dai leninisti: prima cambiamo l’essere sociale facendo la rivoluzione e poi la nuova società socialista forgerà un essere umano di qualità superiore che svilupperà appieno le sue potenzialità creative, spirituali, relazionali, umane.
Beh, gli ultimi 100 anni hanno dimostrato che non funziona.
L’essere sociale presente ha rotto i coglioni. E per cambiarlo dobbiamo innanzi tutto far crescere la nostra umanità, il modo di vivere la quotidianità. Lo spazio c’è e il vantaggio arriva subito. Questa società ci fornisce una dose di libertà maggiore di quella che stiamo utilizzando.
Riempiamo tutti gli spazi liberi e il disegno complessivo cambierà.

La Baltic Way: la catena umana di 600 km che segnò l’indipendenza dei Paesi baltici

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 17:00

È un evento incredibile ma spesso dimenticato: oltre due milioni di lettoni, lituani ed estoni si presero per mano nell’agosto del 1989 formando una linea che unì Tallinn, Riga e Vilnius, per protestare ed esprimere la loro voglia di autodeterminazione

Il 23 agosto 1989, diversi milioni di residenti delle repubbliche baltiche sovietiche – Estonia, Lettonia e Lituania – organizzarono la più grande protesta pacifica mai avvenuta nell’Urss. Prendendosi per mano, formarono una catena umana che collegava le tre capitali baltiche: Tallinn, Riga e Vilnius. Con una lunghezza di oltre 600 chilometri, la catena umana è entrata nel Guinness dei primati come la più lunga della storia.

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Diabete, ansia e depressione: ecco le malattie che si scovano sui diari di Facebook

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 15:00

Su Facebook si scrivono molte cose: dallo stato d’animo attuale, a questioni che riguardano problematiche lavorative, passando per eventi importanti come il raggiungimento di un titolo di studio o la nascita di un figlio. I post in rigoroso ordine cronologico scorrono dal più al meno recente, tanto che la bacheca di ciascun iscritto si chiama “diario”. E proprio dall’analisi dei diari di Facebook, secondo un gruppo di ricercatori della Penn Medicine University di Filadelfia e della Stony Brook University (Stati Uniti), si può capire molto dello stato di salute delle persone. In particolare, spiegano gli autori di uno studio pubblicato su Plos One, l’analisi del linguaggio impiegato mostra che l’identificazione di determinati gruppi di parole può essere utilizzata in modo significativo per individuare – o anticipare – la presenza di alcune problematiche mediche.

Diabete, depressione e psicosi

In particolare dalla ricerca emerge che ansia, diabete, depressione e la tendenza ad alcune psicosi sarebbero le questioni di salute identificabili tramite lo studio dei post e dei commenti su Facebook. «Il nostro lavoro è ancora prematuro – spiega Raina Merchant, prima autrice dello studio, direttrice del Centro di salute digitale e docente di Medicina d’emergenza alla Penn Medicine University – ma poiché i post sui social media riguardano spesso sentimenti, scelte ed esperienze di vita, la nostra speranza è che le intuizioni ricavate dai testi esaminati possano essere utilizzate per conoscere meglio le condizioni di salute delle persone».

Tre modelli d’analisi

Utilizzando una tecnica di raccolta automatica dei dati, i ricercatori hanno analizzato il diario di Facebook di quasi mille pazienti che hanno accettato di collegare le loro cartelle cliniche elettroniche ai loro profili del social network più famoso. I ricercatori hanno quindi sviluppato tre modelli d’analisi per esaminare le condizioni di salute dei partecipanti allo studio: il primo analizzava i post scritti sul social network, un altro utilizzava dati demografici (come età e sesso) e l’ultimo combinava i due set di dati. Dopo aver comparato le previsioni effettuate dai tre modelli, i ricercatori hanno scoperto che 10 delle 21 condizioni di salute esaminate risultavano individuate con maggiore accuratezza tramite l’analisi dei post su Facebook.

Drink e alcol, preghiere e diabete

Se dall’analisi dei post il nesso con alcuni disturbi in alcuni casi era piuttosto intuitivo – le parole “drink” e “bottiglia” sono ad esempio risultate predittive di atteggiamenti tendenti al’abuso di alcol – altre correlazioni non erano invece così immediate: per dare un’idea, le persone che più spesso menzionavano nei loro post parole come “Dio” o “pregare” avevano una probabilità 15 volte maggiore di avere il diabete rispetto a coloro che usavano meno questi termini, e parole che esprimevano ostilità – come “stupido” – fungevano da indicatori dell’abuso di droghe e della presenza di alcune  psicosi. «Il linguaggio che utilizziamo sui social media – spiega l’autore senior dello studio, Andrew Schwartz – cattura aspetti potenti della nostra vita che possono essere molto diversi da quelli acquisiti attraverso i dati medici tradizionali».

Info utili per migliorare l’assistenza

Questo lavoro dimostra che in futuro potrebbe essere sviluppato un sistema in grado di analizzare i post dei social media per fornire ai medici ulteriori informazioni al fine di perfezionare l’assistenza sanitaria nei confronti dei pazienti che usano frequentemente Facebook e simili.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Le app che permettono di localizzare il telefono se ti perdi o cadi in un burrone

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 15:00

Dopo il caso di Simon Gautier, ecco un modo sicuro per farsi geolocalizzare quando si chiama da cellulare per chiedere aiuto. Il presidente nazionale società 118 Balzanelli: “Se l’Italia avesse applicato la direttiva Ue recepita nel 2009, Simon Gautier sarebbe stato immediatamente geolocalizzato, soccorso in tempi rapidissimi, e forse con esiti ben diversi”

Geolocalizzazione, questa sconosciuta. Il caso di Simon Gautier, il francese di 27 anni trovato morto in un burrone dopo nove giorni di ricerche, ha reso evidente a tutti che l’Italia non è ancora in grado di localizzare con esattezza una chiamata di emergenza effettuata con un cellulare. In attesa che il Paese si doti della tecnologia Advanced Mobile Locator, che sfrutta la tecnologia Gps per indicare alle centrali operative la posizione precisa del chiamante, l’unica alternativa che rimane al cittadino per assicurarsi di essere trovato, anche senza connessione dati, si chiama ‘112 Where Are You’ (Dove sei ndr), l’app ufficiale del Nue 112 che però è valida solo per circa il 43% della popolazione italiana.

Se invece si ha la possibilità di accedere a Internet i metodi per essere localizzati sempre e ovunque – anche se non dal 112 o dagli altri numeri del soccorso, ma dai propri contatti (si può ovviamente scegliere chi) – sono tanti: da Google Maps, con cui si può condividere a tempo indeterminato la propria posizione, alle varie chat come WhatsApp e Facebook Messenger. Molti smartphone permettono anche di condividere la propria posizione senza scaricare alcuna app, direttamente dalle preferenze del sistema operativo. E c’è anche Sms Locator, un sistema che invia un sms con un link da cliccare e inoltra subito le coordinate ai soccorritori.

L’APP DEL 112 E LE SUE FUNZIONI
‘112 Where are You’ è l’applicazione sviluppata dal Numero Unico Europeo 112 per incrementare la precisione della localizzazione delle emergenze. Grazie all’app, tra le prime a utilizzare già la tecnologia Aml, le centrali Nue possono riecevere dati più precisi sulla posizione del chiamante, cosa che non accade con una semplice chiamata. L’unica pecca è che la sua diffusione è legata a quella del servizio, per cui Lombardia, provincia di Roma con prefisso 06, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trento, Bolzano e in Sicilia in alcune aree (A questo link è possibile vedere dove si può usare l’app).

Disponibile per AndroidiOS e Windows, l’app consente di inoltrare una richiesta di aiuto alla centrale Nue 112 di competenza corredata dai dati sulla localizzazione. Oltre a questo, le funzionalità sono tante: mette a disposizione degli operatori i numeri Ice (In Case of Emergency), ovvero i contatti da chiamare in caso di necessità, consente di effettuare ‘chiamate mute’, utili in casi di un’emergenza in cui il chiamante non può parlare e, infine, permette di selezionare manualmente il tipo di servizio di cui si ha bisogno (ambulanza, vigili del fuoco o forze dell’ordine). 

Continua a leggere su REPUBBLICA.IT di Valentina Ruggiu