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Confermati gli incentivi all’edilizia

People For Planet - Lun, 12/30/2019 - 09:40

Ancora un anno di agevolazioni fiscali per quanto riguarda l’edilizia. Scadranno al 31 dicembre 2020 – a meno di ulteriori proroghe:

  • Ecobonus del 50-65% per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici.
  • Detrazioni del 50% per le ristrutturazioni con tetto di 96 mila euro per singola unità immobiliare.
  • Bonus del 50% per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici efficienti, con un limite di spesa pari a 10 mila euro.
  • 36% di detrazione Irpef su una spesa di 5 mila euro per la realizzazione di coperture a verde, giardini pensili, recinzioni e impianti di irrigazione.
  • Detrazione fino al 90% delle spese sostenute nel 2020 per i lavori relativi alla facciata. La detrazione più alta si riferisce alle zone  più abitate (le cosiddette “zone omogenee” A, centro storico e B zone comunali definite “di completamento”) specie per i palazzi antichi che richiedono particolari manutenzioni. Per le altre zone o per i palazzi non di particolare pregio la detrazione scende al 50%

Il bonus facciate riguarda i rifacimenti dei cornicioni, dei balconi, delle finestre, delle grondaie. Per quanto riguarda tinteggiatura e pulitura, se l’intervento prevede di rifare almeno il 10% della superficie sono richiesti i requisiti di efficienza energetica.

Il bonus riguarda anche il cappotto termico.

Ulteriori informazioni qui

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foto di annca da Pixabay 

Ambiente: Costa, le Zea danno sviluppo sostenibile

People For Planet - Lun, 12/30/2019 - 07:00

“Produrre sviluppo e occupazione in armonia con l’ambiente”. Questo lo scopo delle Zone economiche ambientali (Zea) secondo quanto ha affermato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa nel corso di una visita nel Parco nazionale della Sila. “Dopo la tappa in Cilento – riporta in un comunicato il Ministero dell’Ambiente – è la volta del Parco Nazionale della Sila, e alla presenza di Francesco AIELLO, candidato del Movimento 5 Stelle alla Presidenza della Regione Calabria, il ministro Costa ha illustrato la normativa di recente istituita, che tra le altre cose prevede forme di sostegno alle imprese impegnate in programmi o investimenti che rispettino l’ambiente, nonché agevolazioni e vantaggi fiscali per chi voglia rilanciare attività imprenditoriali nei parchi“. “Finanziate con 20 milioni di euro nella Legge di stabilita’ – ha detto il ministro Costa – con le Zea, i parchi hanno la possibilità di produrre sviluppo senza contrastare con l’ambiente. Inoltre, altri 120 milioni di euro si aggiungeranno per il 2020 alle risorse già stanziate, in modo da realizzare su questi territori progetti green, implementando l’imprenditoria e combattendo, oltre che la fuga dei cervelli, il terribile fenomeno dello spopolamento”.

Investimenti green

Investimenti green – si afferma ancora nella nota – che saranno avviati grazie agli incentivi della Zea e che valorizzeranno le risorse naturali di cui è dotato tutto l’altopiano della Sila. La montagna potrà rappresentare il luogo del riscatto di vaste aree della Calabria“. ”Per la prima volta, grazie al Governo centrale e al lavoro di un Ministero – ha detto Francesco Aiello – si coniugherà sviluppo economico salvaguardando aree protette in un’ottica di tutela ambientale che guarda al futuro della nostra terra e alle nuove generazioni che la vivranno. La Zea consente all’area del parco nazionale della Sila – aggiunge Aiello – di avviare forme di sviluppo virtuoso in cui predominano modelli di consumo e di produzione eco-sostenibili. La montagna dovrà essere pensata come un’opportunità e non come un vincolo. Un ruolo centrale sara’ svolto anche dal settore agricolo, in cui si dovranno consolidare pratiche agronomiche legate all’economia circolare“.

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Imparare il linguaggio degli uccelli in 5 mosse

People For Planet - Dom, 12/29/2019 - 13:00

Imparare il linguaggio degli uccelli è possibile, e neppure troppo difficile. Come ogni linguaggio, anche questo ha strategie ripetitive per esprimersi, e basta un po’ di orecchio per capire cosa indichi, o a chi si indirizzi, quel canto. Così lo ha riassunto MNN, prendendo spunto dai consigli del famoso naturalista Jon Young, autore del libro “What The Robin Knows“.

  1. Scegli un luogo e fanne il tuo punto di ascolto definitivo, in un bosco come in un parco. Mano a mano imparerai a conoscere le abitudini degli uccelli: come si cibano, da chi fuggono e a chi danno la caccia. Nel frattempo, loro si abitueranno a te e impareranno a fidarsi, se non si sentiranno minacciati o disturbati.
  2. Scegli alcune specie e concentrati su queste. Studiale, osservale, riconosci le differenze tra loro nelle reazioni quotidiane, e quando vocalizzano, nota la differenza se lo fanno mentre si nascondono o attaccano un intruso.
  3. Come avrai ormai capito, gli uccelli usano intonazioni diverse in base a quel che stanno comunicando cantando. Ci sono canti che usano per difendere il territorio, altri che vanno bene per attirare un compagno, altri ancora che servono per accompagnare il pasto o un viaggio. Ce ne sono di tipicamente infantili, e significano sostanzialmente “ho fame”, mentre altri denunciano un’aggressione e altri ancora lanciano un allarme di gruppo.
  4. Per capire le differenze di cui sopra, basta osservare questi piccoli e graziosi animali mentre cantano in un modo o nell’altro, e associare così un determinato suono all’avvenimento a cui si riferisce.
  5. L’ultimo punto è il più difficile: serve tempo a fare e ripetere quanto sopra. Solo ore e ore di osservazione vi possono regalare il privilegio di entrare nel mondo di queste magiche creature e partecipare – da osservatori consapevoli – alla loro vita quotidiana.

Se siete comodi con l’inglese, un bell’aiuto arriva anche da questo video:

Italiani sempre più longevi: toccato il record di 82,3 anni

People For Planet - Dom, 12/29/2019 - 11:00

Che il nostro sia un popolo che vive a lungo si sa: già nel 2017 il nostro Paese si confermava al secondo posto per longevità in Europa dietro alla Spagna. Ma il Rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile in Italia) 2019 dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) fa segnare ora un nuovo record: nel 2018 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto in Italia il massimo storico con 82,3 anni, per l’esattezza 80,9 anni per gli uomini e 85,2 anni per le donne.

Giunto alla settima edizione il rapporto Bes offre una lettura del benessere nelle sue diverse dimensioni, ponendo particolare attenzione agli aspetti territoriali attraverso l’esame di 130 indicatori articolati in diverse categorie: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; innovazione, ricerca e creatività; qualità dei servizi. E il quadro che ne esce, sebbene mostri alcune criticità, non è poi tanto male.

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Diminuisce mortalità infantile e per tumori

Dai dati raccolti nel 2018 emerge come, rispetto all’anno precedente, continuino a scendere i tassi di mortalità infantile e quella per tumori. I decessi a causa delle demenze e delle malattie del sistema nervoso risulta essere in lieve calo, mentre il tasso di mortalità per incidenti stradali tra i giovani risulta stabile.

Nord più longevo e più in salute

Come già rilevato nelle precedenti edizioni del rapporto, chi nasce al Nord ha una maggiore aspettativa di vita rispetto a chi viene alla luce nel Sud del nostro Paese: se nel 2018 la speranza di vita alla nascita nelle regioni del Nord risulta di un anno più lunga rispetto a quella registrata nel Mezzogiorno, guardando alla speranza di vita in buona salute l’entità della differenza tra Nord e Mezzogiorno arriva a 3 anni. Anche per quanto riguarda l’indice di salute mentale è nelle regioni del Sud che si registrano i valori più bassi.

Donne svantaggiate

Se le donne sono più longeve, gli anni di vita in buona salute attesi alla nascita nel 2018 sono però a favore degli uomini: questi ultimi ne conteggiano infatti in media 59,4 contro i 57,6 delle donne. Il che significa che sì, le donne vivono più a lungo, ma che vivono in condizioni di salute mediamente più precarie: “Nel 2018 – si legge nel rapporto – una donna di 65 anni può aspettarsi di vivere in media ancora 22,5 anni, ma di questi 12,7 saranno vissuti con limitazioni nelle attività; un suo coetaneo invece vivrà in media ancora 19,3 anni, di cui 9,3 con limitazioni”.

Chi studia vive più a lungo

In generale dal rapporto emerge come l’indicatore della speranza di vita alla nascita vari significativamente a favore delle persone con livelli d’istruzione superiori: l’aspettativa di vita media alla nascita è infatti pari a 82,3 anni per gli uomini con livello di istruzione alto e scende a 79,2 anni per i meno istruiti (-3,1 anni). Anche per le donne sussiste il divario nell’aspettativa di vita in base al titolo di studio, sebbene sia più contenuto: da 86 anni per le più istruite contro gli 84,5 anni per le meno scolarizzate (-1,5 anni). A fare la differenza la maggiore attenzione ai comportamenti più salutari tra le persone più istruite. Fa eccezione il consumo non adeguato di alcol, su cui il titolo di studio non sembra avere effetti.

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Photo by Matthew Bennett on Unsplash

Il barone ribelle (seconda parte)

People For Planet - Sab, 12/28/2019 - 11:00

Leggi la prima parte e vedi il video qui

Vorrei leggervi alcune frasi di Serafino Amabile Guastella molto significative che mi hanno veramente affascinato.

Al tempo era un giovane appassionato di poesia, a casa aveva una libreria incredibile, racconta che alcuni testi li aveva letti più volte e dice: «Anch’io cercavo di scrivere poesie.

Soprattutto nelle sere d’estate, soprattutto di domenica, spesso sotto i balconi di casa mia o da lì poco discosto fermavasi qualche allegra brigata di contadini capitanata per lo più da una donna la quale cantava a voce acutissima una canzone d’amore o di gelosia o di risposta, secondo richiedea l’occasione, e la voce era accompagnata dalla chitarra battente e dai violini. I versi rappresentavano vivamente le sensazioni».
Guastella è sconvolto da queste canzoni popolari, dalla loro poesia e  pensa che sono  migliori della maggioranza delle poesie che leggeva nella biblioteca di suo padre e in particolare: «A dire vero quei testi rusticani [contadini] mi piacevano cento volte di più dei versi dei miei poeti più cari ma non osavo confessarlo a me stesso tanto quella preferenza mi parea sacrilega».

Via via Guastella si rende conto che questo popolo non è ignorante, non sta scimmiottando gli intellettuali paludati ma sta inventando una nuova cultura, è depositario di una tradizione secolare straordinaria e capisce che proprio lì troviamo l’ispirazione per rinnovare la cultura stessa: «Perché la poesia rusticana non servirà a rinfrescare il nostro Parnaso ingombro da piante parassite , perché non dovrà passarsi la spugna su quelle rifritture di argomenti sbadigliati di generazione in generazione sulla stessa solfa, perché non dare un calcio a quel preteso linguaggio poetico ormai rugoso per la vecchiaia?».

Insomma, Guastella è incavolato nero con la cultura dominante, coi professoroni, con i tromboni e li accusa di scopiazzare tra di loro, afferma che quando uno inventa qualcosa gli altri dietro come pecoroni tutti a copiare.

Capite quindi l’inquietudine di quest’uomo? Non è un intellettuale seduto in cattedra. Si arrabbia anche perché iniziando a cercare le canzoni si accorge che alcune sono state manipolate dagli intellettuali che le hanno rovinate e così inizia un lavoro incredibile, quasi da monaco medievale per andare a capire dov’è la musica popolare vera  e dove questi imbecilli di grandi intellettuali asserviti ai signori e ai padroni li hanno storpiati.

E continua: «Nelle canzoni nostre ci sono strappi e aggiunzioni che nove volte su dieci ne intorbidavano il senso, qui era evidente un ritocco di poeta accademico, lì uno strazio di senso, più in giù una escrescenza, in un’ottava qualche verso era interpolato tra i distici di un’altra, e stavan lì a guardarsi in cagnesco…».

Guastella afferma che bisogna tornare alla purezza della cultura contadina.

In un altro momento meraviglioso descrive la ricchezza poetica delle canzoni popolari e delle poesie del popolo che non esiste nella cultura aristocratica e afferma: «L’idea che è dei contadini, degli artigiani, dei lavoratori, l’idea che gli angeli ridano e gli usignoli cantino tra le labbra dell’innamorata…» – che figura meravigliosa – e continua: «Che gli sguardi di lei accendon le lampade, che le stelle le si inginocchiano in atto di adorazione, che il Papa concede l’assoluzione plenaria a chi le parli o la guardi, che quando va in chiesa si curvano le colonne quando intinge le dita nell’acqua santa, la pila che è di marmo ha senso di vita e le parla e quando si inginocchia sulle sepolture, i morti sentono un fremito d’amore  e ritornano in vita”.

Guastella è un grandissimo ribelle! Come un punk di oggi, i Rolling Stones all’inizio della carriera quando erano pazzi.

Dice anche una cosa molto divertente: «Noi siciliani siamo musulmani cattolici» perché vede nella cultura della Sicilia la ricchezza di quel mondo.

Il testo che ho letto fa parte dell’introduzione che Guastella fa alla raccolta dei canti di Modica che potete trovare su Wikipedia cercando Guastella, c’è tutto il testo gratuito della prima edizione.

La nonna svizzera

Volevo concludere osservando che la nonna paterna di Guastella era svizzera! Che ci faceva una signora svizzera alla fine del 1700 a Chiaramonte?

Bisognerebbe che voi siciliani vi inorgogliste un po’ perché questa storia che la Sicilia era in mano ai Borboni e quindi depressa è una gran stupidata. La Sicilia del 1800 era il punto di tessitura più grande d’Europa.

Garibaldi venne finanziato dagli inglesi! Secondo voi come fece Garibaldi a conquistare Palermo che era presidiata da migliaia di guardie svizzere con l’artiglieria? Garibaldi aveva solo mille uomini che lui stesso descrive come dei pazzi scatenati incapaci di combattere. Come mai gli svizzeri si arrendono?
Perché davanti a Garibaldi c’erano i  finanziatori inglesi con due milioni di lire oro. E perché gli inglesi volevano distruggere l’autonomia siciliana? Perché la Sicilia era la più grande produttrice di tessuti. Era piena di mulini a vento e ad acqua che servivano per la concia, la tessitura e la coloritura dei tessuti.

Il centro della cultura europea era proprio in Sicilia! Siatene orgogliosi!

La Toscana dal 2021 sarà “glifosato free”

People For Planet - Sab, 12/28/2019 - 07:00

La Toscana sarà “glifosate-free” dal 31 dicembre 2021. È del mese scorso la decisione della Giunta regionale che anticipa di un anno la data prevista dall’Unione europea, che indica agli Stati membri di bandire il glifosato entro il 15 dicembre 2022.

Previsti diversi interventi

Da subito verrà vietato  l’uso del glifosato nelle aree di salvaguardia dei punti di captazione delle acque sotterranee con utilizzo idropotabile (in precedenza il divieto riguardava solo le acque idropotabili superficiali). Al tempo stesso la Regione procederà con la revisione annuale delle sostanze ammesse dal Puff, il Piano di utilizzazione per l’impiego sostenibile dei prodotti fitosanitari e dei fertilizzanti: l’elenco regionale, in linea con l’elenco ministeriale, eliminerà le sostanze attive vietate all’interno delle aree di salvaguardia di captazioni da acque superficiali e sotterranee. Verrà anche vietato l’utilizzo del glifosato in ambito extra-agricolo eliminando del tutto il rilascio dei nulla osta per motivi eccezionali (ad esempio lungo i binari delle ferrovie).

«Il nostro obiettivo è fare della Toscana una regione “glifosate free” dal 2021 – ha detto il presidente Enrico Rossi –. Un obiettivo che si raggiunge con una serie di divieti, limitazioni e tutele da un lato, e di intese con il mondo produttivo dall’altro. Intanto abbiamo eliminato il glifosato dalle aree di salvaguardia dei punti di captazione delle acque idropotabili sotterranee, come avviene già sulle acque idropotabili di superficie, e abbiamo aggiornato l’elenco delle sostanze vietate sulla base di quello ministeriale impegnandoci a aggiornarlo costantemente sulla base delle decisioni del Ministero. In Italia esistono già zone vocate per speciali produzioni agricole, come il Conegliano Valdobbiadene (link nostro articolo – è uno mio), che hanno deciso di eliminare questo diserbante dalle loro coltivazioni. Ebbene, noi vogliamo estendere l’eliminazione del glifosato all’intero territorio regionale. Si tratta di una scelta a favore dell’ambiente e del nostro comparto agroalimentare che deve poter contare sulla migliore qualità dei propri prodotti. Sono passi che richiedono tempo e lavoro ma grazie alla buona politica possiamo centrare lo scopo nei tempi che ci siamo dati».

La situazione fino ad oggi e le contestazioni da parte di ISDE Italia

In seguito al pronunciamento della IARC (International Agency for Research on Cancer) di Lione, organo tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità che ha classificato il glifosato come sostanza “probabile cancerogena per l’uomo”,  la Toscana nel 2015 aveva emanato una Disciplina per l’impiego dei diserbanti e geodisinfestanti nei settori non agricoli e aveva dettato procedure per l’impiego dei diserbanti e geodisinfestanti in agricoltura.

Successivamente, però, con Decreto del presidente della giunta regionale Toscana “Disposizioni relative alle aree di salvaguardia: piano di utilizzazione per l’impiego sostenibile dei prodotti fitosanitari e dei fertilizzanti (PUFF) e disposizioni per la perimetrazione” pubblicato il 30 luglio 2018, n. 43/R, veniva autorizzato in tutta la Regione, nell’area di salvaguardia di captazioni di acque sotterranee destinate al consumo umano, l’utilizzo di 29 pesticidi di pessimo profilo ambientale, compreso clorpirifos e glifosate e 5 nemmeno più autorizzati all’interno dell’Unione europea (acrinatrina, azinfos ethyl, azinfos methyl, demeton S-metile, omethoate). Tutto questo nonostante il trend 2002-2017 di classificazione delle acque sotterrane in Toscana avesse evidenziato  un preoccupante peggioramento. Questo è quello che riporta l’oncologa Patrizia Gentilini dell’ISDE (Associazione medici per l’ambiente) in un articolo di febbraio scorso sul Il Fatto Quotidiano, oltre ai dati riscontrati dalle analisi.

Nelle acque sotterranee era infatti stata riscontrata la presenza di residui di pesticidi nel 46,8% dei punti e nel 31,1% dei campioni, con il rinvenimento di ben 49 diverse sostanze, le più frequenti delle quali erano ampa, oxadiazon e atrazina desetil. Particolarmente preoccupante era risultata la situazione nel pistoiese a causa dell’attività vivaistica, specie per glifosato e ampa, come documenta l’ultimo Report di Arpat: “Dall’attività di controllo sulla osservanza delle aree di salvaguardia stabilite dall’Art. n. 94 del D. Lgs 152/06 è emerso che non è rispettata la fascia di 200 metri per scopo idropotabile (pozzi dell’acquedotto)”. Ovvero l’area più delicata e importante da preservare.

La Toscana ha dunque preso finalmente provvedimenti per salvaguardare i suoi beni idrici, con questo provvedimento e con le iniziative a esso collegate.

Le iniziative collegate, tra cui la prossima intesa con il Distretto Vivaistico

Prima fra tutte la sottoscrizione di un protocollo con il Distretto rurale Vivaistico ornamentale e con l’Associazione vivaisti italiani per condividere l’obiettivo di ridurre l’utilizzo del glifosato. Sarà elaborato un marchio che gli operatori agricoli e i comuni potranno apporre sui prodotti e sui parchi e giardini comunali che risultino non essere stati trattati con questa sostanza. Per realizzare il marchio sarà lanciato un concorso di idee preso le scuole. La regione al contempo si attiverà per intraprendere ulteriori iniziative che impongano limitazioni o divieti nell’uso di altri prodotti fitosanitari.

La regione sottoscriverà un protocollo con l’Associazione vivaisti italiani al fine di attivare forme di collaborazione e di coordinamento con l’obbiettivo comune di introdurre buone pratiche nelle coltivazioni vivaistiche, contribuire alla massima riduzione dell’utilizzo di prodotti fitosanitari e in particolare del glifosato e per promuovere la sostenibilità ambientale. Sarà istituito un apposito tavolo di confronto coordinato dalla regione con l’obbiettivo di condividere il quadro conoscitivo e individuare le azioni da adottare per il raggiungimento degli obbiettivi del protocollo.

Altre Fonti:
http://www.toscana-notizie.it/-/sostenibilita-rossi-annuncia-toscana-glifosate-free-nel-2021-
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/18/qualita-delle-acque-la-toscana-autorizza-luso-di-29-pesticidi-cosi-la-regione-da-il-cattivo-esempio/4974434/

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Harvard: riusciremo a liberarvi da quelle scatole?

People For Planet - Ven, 12/27/2019 - 15:00

Un lavoratore italiano su 2 va al lavoro in auto e la considera un’esperienza molto stressante. Nonostante questo, ben il 71% dei professionisti sceglie per la macchina per andare al lavoro. Siamo in testa alla classifica europea per numero di auto, per inquinamento, e per stress da guida, non essendoci in Italia politiche adeguate a un cambiamento. Ma anche il resto del mondo non sta messo bene.

Un americano spende in media 200 ore l’anno su un’auto, da solo: è la scelta di tre quarti di tutti i lavoratori. Usare l’auto però non è solo un danno ambientale (secondo le più recenti stime ben il 24% di tutte le emissioni deriva dai trasporti), ma è anche un problema sociale che impatta sul rendimento al lavoro. Chi usa l’auto – in tutto il mondo ma in Italia più che altrove – è fortemente stressato, e il suo rendimento (oltreché la sua salute) ne risente.

Per questo motivo l’Università di Harvard ha condotto uno studio, per capire cosa freni una persona dall’usare mezzi più sicuri, ecologici, e pro-sociali. Cosa realmente può incentivare il cambiamento? Lo studio ha considerato i 70mila dipendenti di un aeroporto appena fuori da una capitale europea. La metà di loro usava l’auto per andare al lavoro, ma l’azienda desiderava spingerli verso modalità più sostenibili. Che fare?

Cosa serve al cambiamento?

Prima di tutto lo studio ha valutato ciò che i dipendenti dichiaravano necessario per far loro cambiare abitudini: ad esempio, per utilizzare un servizio di carpooling avrebbero voluto qualcuno con il quale condividere un percorso e uno schema di spostamento simili. Messi nelle condizioni di avere tutto questo, solo un centinaio di dipendenti ha aderito. Era chiaro che ciò che una persona pensa sia necessario per iniziare a usare i mezzi pubblici, la bici o la sharing economy non è ciò di cui ha realmente bisogno.

La prova successiva ha consistito nell’offrire biglietti gratis dei mezzi pubblici ai dipendenti. Ma anche questo tentativo non ha portato significativi cambiamenti. Anche un piano su misura che mostrasse ad ogni lavoratore quanto avrebbe risparmiato in tempo e denaro usando strumenti alternativi all’auto non ha portato cambiamenti.

Le ipotesi dei ricercatori

Perché questo comportamento totalmente irrazionale? Secondo i ricercatori, le amministrazioni e le aziende che vogliano più partecipazione nelle svolte di vita delle persone dovrebbero tenere in considerazione tre elementi.

1) I dipendenti che non pagano il costo reale delle loro scelte poco responsabili non possono rendersi conto del risparmio mancato: in questo caso i lavoratori avevano il parcheggio gratuito, in altri casi ci sono le auto aziendali, i costi per la benzina e altre spese sostenute dalle aziende come benefit.

2) Prendere i mezzi o il carsharing può giovare alla società, ma spesso è meno conveniente per il singolo. Le persone tendono a essere lente a fare scelte più sostenibili per via del tempo necessario a pianificare il trasporto pubblico e il carpool, almeno all’inizio. Incentivare o facilitare questo procedimento sarebbe quindi fatidico.

3) La teoria dei nudge (leggi qui qualche esempio) – sostegni positivi e suggerimenti o aiuti indiretti che influenzano gruppi e individui a comportarsi in un certo modo – è necessaria qui almeno quanto l’introduzione di leggi, istruzioni o adempimenti forzosi. In altre parole, se le cose non cambiano in fatto di mobilità, succede perché tutte le infrastrutture (strade e parcheggi), gli incentivi e le norme sociali (l’auto o lo scooter sono sempre più facili da giustificare, rispetto a una bici o un pedone) sono pensate per l’uso dell’auto. I nudge, sostegni isolati messi in atto dalle aziende, saranno sempre insufficienti a cambiare le cose, da soli. Serve far pagare a chi guida il costo reale dell’auto, restituendo i soldi al dipendente che per esempio rinuncia al suo posto auto. Le amministrazioni dal canto loro devono rendere difficoltoso l’uso dell’auto, ponendo regole severe e facendole rispettare. Per il bene di tutti (a partire dalle ormai troppo numerose vittime della strada nel nostro Paese).

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Una nuova specie di gazzella celebra lo zoologo italiano Oscar de Beaux

People For Planet - Ven, 12/27/2019 - 12:18

La piccola gazzella di Soemmerring delle Isole Dahalak Nanger, scoperta dallo zoologo romano Spartaco Gippoliti, è stata battezzata Soemmerringi debeauxi, in onore dello zoologo italiano Oscar de Beaux. Il ‘tipo’ della nuova sottospecie è custodito presso il Museo civico di Storia Naturale di Milano, che nell’ultimo decennio ha compiuto diverse importanti ricerche in Eritrea. Ne parla un articolo sulla rivista Biogeographia.

Oscar de Beaux, nato a Firenze il 5 dicembre del 1879 e morto a Torre Pellice nel 1955, è stato un esperto di mammiferi, e direttore del Museo civico di Storia Naturale “Giacomo Doria” di Genova. A de Beaux si deve tra l’altro la descrizione dell’unica specie di mammifero endemico dell’Eritrea sinora conosciuta, la misteriosa Gazzella di Beccari (Gazella dorcas beccarii).

Il padre dell’etica biologica

“Questa dedica cade nel 90° anniversario della pubblicazione di una importante opera di de Beaux, Etica Biologica, che rappresenta uno dei primi tentativi di enunciare i principi etici di quella che oggi chiamiamo la conservazione della biodiversità”, ci dice Gippoliti, membro della Società Italiana per la Storia della Fauna “Giuseppe Altobello” e del Primate Specialist, Group della IUCN. “L’opera fu tradotta in diverse lingue ed è citata da Aldo Leopold, il padre dell’Etica ambientale: ancora oggi ben conosciuta in diversi paesi europei ben più che in Italia. Per questo la Società per la Storia della Fauna ha già predisposto per il 2020 delle iniziative per ricordare de Beaux e la sua opera di pioniere della conservazione della natura, in Italia (a favore ad esempio dell’orso delle Alpi, o del cinghiale maremmano) e all’estero (bisonte europeo, stambecco nubiano ecc.).

L’importanza della ricerca sistematica

Ancora oggi la ricerca sistematica (quella che rivede e “mette ordine” nella ricerca scientifica, ndr) si dimostra essenziale” conclude Gippoliti “per decifrare la reale ricchezza biologica di questo pianeta, unico e ancora solo parzialmente conosciuto. Specialmente per i Paesi meno dotati di risorse finanziare, è poi essenziale conoscere la propria ricchezza e diversità faunistica, in maniera da indirizzare a specie prioritarie le scarse risorse disponibili”.

Nell’articolo è descritta una sottospecie di Cercopiteco dei Monti Bale (Etiopia), il Chlorocebus djamdjamensis harennaensis che lo stesso zoologo romano scoprì quasi 30 anni fa. “Sulle orme di de Beaux, ho sentito particolarmente importante contribuire alla catalogazione della biodiversità di un Paese che esce da un lungo periodo di guerra come l’Eritrea, un piccolo contributo che spero possa fare affluire nel Paese maggiori risorse – magari anche dall’Italia – per la conservazione delle risorse naturali” conclude Gippoliti.

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I 10 migliori film sul Capodanno

People For Planet - Ven, 12/27/2019 - 12:00

A differenza del film natalizio non è un genere ma un’ambientazione amata da sceneggiatori e registi che spesso prendono spunto da un buon libro. Le atmosfere del passaggio diventano l’intreccio per diverse declinazioni che portano a rimescolare il vissuto dei più vari personaggi che fotografano ambienti sociali e rappresentazioni di un momento storico. Intere trame sull’ultimo dell’anno catalizzano il soggetto di una giornata molto particolare che diventano caleidoscopio della commedia umana. Altre volte un finale, un inizio, un episodio del film segnano il ricordo della ricorrenza. Perché il giorno di San Silvestro è sempre da ricordare.

STRANGE DAYS di Katryn Bigelow, 1995

Capolavoro di fantascienza distopica che anticipa usi e costumi della società contemporanea quando la realtà virtuale è un tema per specialisti e appassionati di letteratura d’intrattenimento. Il passaggio del millennio con tutto il messianismo che ne consegue negli ultimi giorni a Los Angeles. La bravissima regista e il produttore, ex marito, James Cameron hanno il merito di aver costruito un noir postmoderno ad incastro che passa per il lettore Squid, un cd che attraverso una cuffia fa rivivere, a tutti i livelli sensoriali, un’esperienza già vissuta da un altro. Sono esperienze illecite da nuova droga. Il protagonista pusher è un ex poliziotto secondo la tradizione chandleriana. La grande festa di Capodanno in un hotel è il teatro ideale per chiudere i complessi raccordi. Il titolo del film deriva da una canzone dei Doors. Per questo illustre film suonano alla festa finale gli Skunk Anansie. Suoni e immagini sono un perverso godimento. Cineprese costruite all’occasione per le sequenze dei “cine viaggi”.

FOUR ROOMS di Autori vari, 1995

Film amato dai tarantiniani e bistrattato da gran parte della critica. Quentin fresco regista affermato grazie al successo di Pulp Fiction produce un film ad episodi con struttura da Nouvelle Vague coinvolgendo altri tre colleghi della sua generazione che avevano fatto comunella al Sundance di Robert Redford (Robert Rodriguez, Alexandre Rockwell, Allison Anders). Quattro episodi ambientati la notte di Capodanno in un hotel decadente di Los Angeles che allude al mitico Chatau Marmont. Un ottimo Tim Roth è il fattorino assunto l’ultimo giorno dell’anno e che da solo dovrà governare gli imprevisti di quattro stanze. Denso di citazioni cinematografiche, camei e cast da grandi sorprese e gran divertimento generale.

RISATE DI GIOIA di Mario Monicelli, 1960

Unico film che vede assieme Anna Magnani e Totò. L’attrice reduce dall’Oscar, pur avendoci lavorato nella rivista non voleva Totò perché ne temeva il target da guitto, ma suggerisce la presenza di Ben Gazzarra che aveva scoperto in America. Lei è Tortorella, attrice generica di Cinecittà, che vorrebbe trascorrere San Silvestro con amici facoltosi ma finisce con un attore decaduto e un borseggiatore. Sceneggiano Age, Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico. Bocciato da critica e pubblica dell’epoca nel corso del tempo è stato rivalutato molto, anche in Francia dove l’uscita della versione restaurata è stata salutata come un capolavoro, uno dei film più significativi e poetici dell’opera di Monicelli. Una commedia amara diventata un piccolo classico.

L’ULTIMO CAPODANNO di Marco Risi, 1998

Tratto da un racconto del cannibale Ammanniti e flop al botteghino per lancio sbagliato poi rivalutato a posteriori. E’ un raro pulp all’italiana che non risparmia l’uso del grottesco avendo a disposizione un cast pazzesco. In un condominio a San Silvestro ne accadono di belle. Nudo spettacolare della Bellucci, Marco Giallini non ancora famoso, Claudio Santamaria e Max Mazzotta sballati persi con i parenti nella stanza accanto, Beppe Fiorello fa il gigolò, Haber alle prese con il sadomaso, Tirabassi e Ricky Mamphis ladri da strapazzo e nuovi soliti ignoti. Persino Adriano Pappalardo regala un monologo dopo aver devastato un appartamento. Marco Risi uccide egregiamente il cinema dei padri. Cultissimo.

AVVENTURA SUL POSEIDON di Ronald Neane, 1972

Anche il catastrofico è cornice per San Silvestro. Tratto da un libro di Galliano racconta l’ultima crociera per un vecchio transatlantico prossimo alla demolizione: ma durante la notte di Capodanno, un’onda anomala da maremoto provoca la morte di quasi tutti i passeggeri. In dieci, guidati da un coraggioso prete che spesso apostrofa Dio, cercano di uscire dalla nave, ma solo pochi di loro si metteranno in salvo. Effetti speciali incredibili. Cast hollywoodiano stellare, due Oscar e numerosi riconoscimenti.

NON BUTTIAMOCI GIU’ di Pascal Chamail, 2014

La vicenda la offre Nick Hornby, autore che ha visto quasi tutti i suoi libri diventare film. Nella notte di San Silvestro, quattro sconosciuti si incontrano sulla cima di un palazzo di Londra, noto come la Casa dei Suicidi, con l’intenzione comune di togliersi la vita. Quattro generazioni, quattro universi differenti e quattro diverse ragioni per farla finita. Ognuno dei quattro racconterà la propria storia di vita e sventure finendo per stipulare un patto. Una commedia molto intelligente. Tra i protagonisti l’ex 007 Pierce Brosnan.

200 CIGARETTES di Risa Bremon Garcia, 1998

Imperdibile per chi adora il vintage anni Ottanta questa opera d’esordio di una regista ex casting che la notte di Capodanno del 1981 mostra le avventure minimaliste di alcuni single, gruppi di amici, parenti, artisti e musicisti, che hanno come comune intento quello di realizzare qualcosa di sensazionale entro la mezzanotte. Dopo aver girato diversi locali di New York, i vari personaggi si incontrano in una casa dell’Est Village per una festa, dove si crea un’atmosfera di eccitazione. Si fuma molto. Più Capodanno di così…

RADIO DAYS di Woody Allen, 1987

Uno dei molti capolavori alleniani in cui si racconta, dal punto di vista dei ricordi della sua famiglia, la rilevanza della radio dagli anni Trenta e come declinava magnificamente Tullio Kezich dopo la prima a Cannes: “Ha invece un punto di arrivo preciso, la notte sul Capodanno 1944, con Diane Keaton, ospite a sorpresa, che canta “You’d Be So Nice to Come Home to” di Cole Porter; e con Sally e tutti gli altri divi del microfono riuniti sul tetto di un grattacielo di Times Square a filosofare sulla caducità delle umane glorie come in un revival di “Tre sorelle”. E Woody Allen lo avverte con il sismografo dell’ artista, in cui il mondo cambia: si sente nell’aria che finirà la guerra, finiranno tante cose, finiranno anche che gli Radio Days e i loro eroi saranno dimenticati”.

FANTOZZI di Luciano Salce, 1975

Prezioso episodio del capolavoro comico che fotografa i molti vizi e le pessime virtù dell’impiegato medio della Prima Repubblica. Sul tragicomico e celeberrimo Capodanno fantozziano ha egregiamente chiosato il Post: “Ci sono l’imbarazzo del finire accanto a quelli a cui non si voleva finire, la musica di pessima qualità, la cena sgangherata, le speranze sentimentali cadute nel vuoto e poi – grazie alla complicità del maestro Canello – la saggia decisione di anticipare il Capodanno alle 22.30, per togliersi l’impiccio”. E poi per strada sotto i botti Fantozzi che urla: “Buttate, buttate” e una lavatrice schianta la sua modesta utilitaria. Fantozzi siamo noi. Anche a Capodanno.

IL DIARIO DI BRIDGET JONES di Sharni Maguire, 2001

Il famoso film inizia a Capodanno, quando la nostra eroina va alla festa di sua madre come ogni anno e che tenta in ogni modo di accasarla. Al buffet freddo a base di tacchino al curry fa la conoscenza di Mark Darcy, un avvocato divorziato che si mostra altezzoso e scostante nei suoi confronti. Le sue parole spingono però Bridget a ragionare, e decide di riprendere in mano la sua vita cominciando un diario in cui scrivere tutta la verità su di sé e riproporsi di cambiare. Utile non solo per le trentenni.

Coltivare cannabis in casa non è un reato

People For Planet - Ven, 12/27/2019 - 08:40

Se avevate già pensato di sgomberare il salotto buono per creare una coltivazione di cannabis indoor fermatevi: si parla di modica quantità per uso personale.

La sentenza della Cassazione è del 19 dicembre scorso e afferma: “Non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica. Attività di coltivazione che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”. 

In pratica con questa sentenza si afferma “che il bene giuridico della salute pubblica non viene in alcun modo pregiudicato o messo in pericolo dal singolo che decide di coltivare per sé qualche piantina di marijuana” come si afferma in un articolo su Repubblica.

Quindi potete non nascondere più il vasetto nell’orto di nonna facendole credere che si tratta di una rara felce australiana ma esporlo in bella vista nel giardino di casa.

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Foto di NickyPe da Pixabay

Come non farsi rubare la bici: i consigli di un ladro

People For Planet - Ven, 12/27/2019 - 07:00

«Ho 50 anni e a Milano ho rubato ovunque: in piazza Gae Aulenti, davanti al Duomo… Mi concentro e non vedo nessuno. Una volta mi hanno interrotto per chiedermi se stavo rubando una bici – stavo segando via un catenaccio – e ho detto no! Ma va: mia moglie ha perso le chiavi e sto riprendendo la sua bici! Si sono proposti di aiutarmi! Un’altra volta stessa scena con un vigile, pensa un po’…». Lui ci racconta come non farsi rubare la bici, a Milano come altrove.

Vecchio amico di un amico, quando gli propongo di raccontarsi il mio ladro non si tira indietro, un po’ per curiosità, un po’ per lusinga, e mi spiega: «non fai mai più di 50-80 euro a bici, a prescindere dalla qualità».

Questo perché il mercato paradossalmente è viziato dagli stessi ladri, che vendono a poco, a prezzi da ladri, e hanno abituato la gente che una bici costa così: meno di 100 euro. Quindi se state leggendo perché volete sconfiggere il sistema dei furti di biciclette, iniziamo dal principio: bisogna cambiare mentalità, e quando si compra una bici nuova, dobbiamo sapere che un prezzo onesto parte dai 300 euro. «La gente cerca bici da attaccare al palo la sera, per spostarsi dal treno all’ufficio. Guarda a San Donato o Cadorna: alla metro è pazzesco vedere la quantità infinita di bici di gente che ci fa in tutto un km all’andata e uno al ritorno, dalla stazione al lavoro. Un sistema che porta inevitabilmente verso le bici rubate. Paghi 50 euro due o tre volte all’anno e comunque ti è convenuto».

Passiamo alla pratica. «Io uso un seghetto al carbonio, ma anche flessibili a batteria, meglio smerigliatori a batteria, che in 30 secondi tagliano qualsiasi cosa, anche il telaio di una moto». Su Amazon si trovano da 21 e fino a 150 euro, con una lama buona in carbonio ci aggiungi 5 euro. Questo significa che, se vogliono, ti rubano tutto. Se poi il ladro è organizzato e arriva con un furgone, solitamente ha un tronchese pneumatico taglia bulloni, un’aria compressa a 8 bar: anche questo taglia in pochi istanti».

Quindi, in poche parole, le biciclette di valore non si devono lasciare in strada di notte. Ovvio. Altrettanto ovvio, ma pochi lo fanno, è chiudere la bici anche solo per prendere un caffè al volo o se la lasciamo dentro al condominio di casa: «dove invece rubare è un classico: basta aspettare che qualcuno entra e accodarsi come un condomino qualunque».

La vera regola numero 1, anche questa troppo spesso trascurata, è che la bici va legata palo-ruota-corpo della bici. «Se leghi solo la ruota o non leghi la bici cambia molto poco». La ruota davanti è facilissima da staccare, quindi, al limite, leghiamo solo il corpo della bici. «Addirittura c’è chi lega solo i raggi, che è molto bello perché puoi portarti via una bici, intatta, praticamente solo con la lima per le unghie!». Anche al palo bisogna fare attenzione: «Una cosa divertente che ho fatto ogni tanto è staccare i pali per poi fissarli alla meno peggio: sembrano fissi ma basta alzarli e vengono via», quindi occhio al palo quando lo si sceglie per legare il proprio mezzo: potrebbe restarti in mano con poco sforzo.

Abbondare è meglio

Due lucchetti al posto di uno è un deterrente sicuro. «Avrete notato anche voi che le strade e i marciapiedi sono pieni di catene e bloster che sembrano abbandonati, attaccati a ringhiere o pali: sono dei ciclisti pendolari che si portano dietro un solo metodo di chiusura e l’altro lo lasciano sempre lì, e lo usano solo mentre sono in ufficio. Questo perché almeno nel tragitto eliminano un peso, ma poi la bici è legata doppia. Se foste un ladro, non preferireste la bici meno faticosa da liberare?»

Quale bloster o catenaccio?

«Posso fare pubblicità?», il mio ladro se la ride. «Il bloster Kryptonite e tutti quelli simili, ma anche i lucchetti a segmenti, ma belli robusti e abbastanza pesanti, sono molto, ma molto, molto meglio delle catene». Addirittura l’Abus dà ad esempio anche il livello di sicurezza, cioè quanto è duro l’acciaio di cui è composto e dunque, diciamo, la difficoltà per aprirlo. «Tendenzialmente diciamo che per un buon sistema di chiusura, servono almeno 50 euro. Altri 20 per il secondo». Poi, naturalmente, le bici si legano nel posto più illuminato e frequentato possibile: «è vero che mi hanno offerto una mano mentre rubavo in piazza Duomo, ma ho fatto un azzardo. Più tranquillo è il posto, meglio è per un ladro».

La bici pieghevole

Tra i tanti vantaggi della bici pieghevole c’è anche quello che te la porti in ufficio sotto la scrivania, o quasi. Sta veramente in pochissimo spazio. Non è forse bellissima, ma funziona egregiamente. Ce ne sono alcune, molto care ma ben fatte (come Brompton) che si trasportano come un trolley, senza alzarle da terra: sono, tra le bici, le utilitarie.

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Almeno 350mila le biciclette rubate ogni anno: il registro digitale ci salverà?

Naso all’insù a guardar stelle e costellazioni (Video)

People For Planet - Gio, 12/26/2019 - 12:00

Al Festival dell’Immaginazione 2019 della Libera Università di Alcatraz non poteva mancare una parentesi per ammirare le stelle e le costellazioni. Con un esperto.

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Dagli ingredienti al packaging, la cosmetica è sempre più green

People For Planet - Gio, 12/26/2019 - 07:00
Quali scarti vengono recuperati e perché?

Un importante fronte di sviluppo della ricerca in cosmetica si muove verso l’estrazione di principi attivi di qualità a partire dagli scarti di altre produzioni. È la biocircolarità, principio alla base dell’economia circolare per le sue importanti ricadute sia sull’impatto ambientale che sulla riduzione dei costi.

Gli scarti che vengono recuperati in cosmesi hanno origine perlopiù da produzioni agroalimentari o agricole, ed essendo materiali di scarto (gli esperti in materia parlano di “materia prima seconda”, in quanto viene recuperata), il loro costo è nettamente inferiore a quello della materia prima. Il risparmio non si verifica solo per chi acquista gli scarti, che costano meno rispetto alle materie prime, ma anche per le aziende che li forniscono, dal momento che evitano i costi di smaltimento, spesso significativi date le quantità in gioco. Scarti farmaceutici o di altri settori industriali trovano invece difficile applicazione nel settore della cosmetica, che non ama la chimica.

Scarti agroalimentari miniera di principi attivi

Gli scarti agroalimentari sono una vera miniera per la produzione di cosmetici: in alcuni casi, infatti, hanno concentrazioni e disponibilità di principi attivi anche maggiore rispetto alle materie non di scarto. I principi attivi più ricercati per la produzione di cosmetici sono antiossidanti, idratanti, antinfiammatori, nutrienti, leviganti, sbiancanti e olii essenziali; una volta estratti devono essere trattati e purificati per renderli utilizzabili e ne viene testata l’assenza di inquinanti (metalli pesanti, pesticidi, residui di fertilizzanti o altri contaminanti ambientali), esattamente come avviene per le materie prime non seconde.

Anche l’imballaggio è green

La ricerca e l’introduzione di materie prime biologiche nei prodotti cosmetici, derivata da una maggiore attenzione da parte del consumatore verso prodotti più naturali e maggiormente compatibili con la natura e con la pelle, ha preso il via circa 20 anni fa. Questa virata verso la produzione di prodotti efficaci, ma con una presenza sempre maggiore di ingredienti organici, meglio se biologici, ha portato a cambiamenti e innovazioni importanti tra cui la possibilità, che è di questi ultimi anni, di estrarre principi attivi dagli scarti di altre produzioni. Ultimamente, poi, la svolta  “green” della cosmetica è arrivata anche al packaging, che è sempre più riciclabile in ogni suo componente. 

Tanti vantaggi

Le aziende che producono cosmetici a partire dagli scarti del settore agroalimentare spiegano che i principi attivi estratti dalle materie di scarto sono efficaci tanto quanto quelli ricavati dalle materie prime. Gli scarti non sono solo caratterizzati da un’elevata concentrazione di determinate molecole bioattive: sono anche più vantaggiosi in termini economici ed estremamente più biosostenibili rispetto alle più conosciute materie prime. Per fare un esempio: l’estratto derivato dai carciofi non utilizzabili a scopo alimentare perché presentano imperfezioni – e quindi non immettibili sul mercato – permette di ottenere lo stesso tipo di molecole che si otterrebbero dai carciofi non di scarto, ma a costi decisamente inferiori.

Scarti di agrumi, caffè e frutta secca

La lista degli scarti utilizzabili in cosmesi per le particolari proprietà dei principi attivi estraibili è in continua evoluzione e comprende gli scarti degli agrumi, le cui bucce sono ricche di olii essenziali, gli scarti derivanti dalla raffinazione degli oli di riso, sesamo e girasole e gli scarti della lavorazione della frutta secca e dei chicchi di caffè, ricchi di antiossidanti. E poiché la ricerca a livello internazionale è molto attiva su questo fronte, è probabile che questa lista si ampli parecchio nel giro di poco tempo.

Costi di smaltimento molto alti

Gli scarti provenienti dai comparti agricolo e agroalimentare sono significativi dal punto di vista quantitativo e hanno costi di smaltimento molto alti: questo fa sì che il loro riutilizzo da parte delle aziende che producono cosmetici inneschi un percorso virtuoso per tutta la filiera. Per rendersi conto delle quantità da smaltire, basta sapere che secondo il Gruppo Ricicla Di.Pro.Ve (Dipartimento produzione vegetale, Facoltà di Agraria) dell’Università di Milano in Italia ogni anno si producono 12 milioni di tonnellate di scarti dall’industria agroalimentare. Di questi, la frazione organica arriva a 9 milioni. Secondo i dati dell’Istituto di scienze e tecnologie molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche (Istm Cnr), di questa frazione circa 135 mila tonnellate di scarti derivano dalla lavorazione del pomodoro da industria (buccette, semi), 1,5 milioni di tonnellate dall’uva da vino (buccette, semi, graspi), 0,1 milioni di tonnellate dal riso, 0,7 milioni di tonnellate dagli agrumi.

In alcune aziende è già realtà

Tra le aziende italiane che hanno già linee di prodotti con ingredienti recuperati dallo scarto agroalimentare c’è Arterra Bioscience, azienda biotech con sede a Napoli che già da diversi anni produce principi attivi utilizzabili in cosmetica derivanti da scarti agricoli: in particolare dalle vinacce, dalle acque di vegetazione derivanti dalla spremitura delle olive e dalle bucce dei pomodori.

Dermosfera dal 2017 produce, in collaborazione con l’Università di Bologna, una linea cosmetica, RHEA, in cui vengono utilizzati scarti alimentari di origine vegetale come per esempio l’estratto di pomodoro e l’estratto di rucola.

Utilizza invece lo scarto della raffinazione dell’olio di riso Venice Cosmetica, laboratorio cosmetico dal 1976. Il gammaorizanolo contenuto nel riso è un filtro solare naturale impiegato nelle creme da giorno anti-età per combattere i radicali liberi.

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Natale al campo profughi

People For Planet - Mer, 12/25/2019 - 07:00

«Alla fine la cosa più importante è riuscire a mandare il messaggio che il dono più bello è restare umani. Chi è a casa a Natale e leggerà questo articolo, potrà ricordarsi che tutto quello che fa lo può fare dando valore alla nostra umanità, dalle cose piccole a quelle grandi, anche nel proprio lavoro».

Grazie mille Elena, infermiera che collabora da anni con Medici Senza Frontiere, per aver trovato le parole che definiscono lo spirito di questo racconto che non vuole fare la morale, commuovere e nemmeno indignare o colpevolizzare, ma semplicemente vuole essere un’occasione per riflettere, per metterci nei panni degli altri.

Abbiamo pensato che per questo Natale sarebbe stato interessante andare a vedere come lo si passa in posti che immaginiamo lontanissimi dal concetto di “festa”, come lo trascorrono le persone che hanno deciso di stare in questi posti e quelle che non hanno deciso, ma ci si sono trovate. Tra questi posti ci sono i campi profughi.

Ne parliamo con Elena Zandanel, infermiera, che ha passato spesso il 25 dicembre in missione con Medici Senza Frontiere.

Un Natale nel campo profughi più grande del mondo

«Il Natale di due anni fa l’ho passato nelcampo profughi più grande del mondo, Cox’s Bazar, in Bangladesh, che oggi accoglie un milione di persone, soprattutto Rohingya, in fuga dalle persecuzioni in Myanmar», ci racconta «Poi altre due volte a Natale lavoravo per MSF in Sicilia, nei porti dove sbarcavano i migranti tratti in salvo nel Mediterraneo. Ero lì nel 2014 e nel 2015, e per me sono state paradossalmente le situazioni più difficili».

Ti ricordi cosa hai fatto a Natale quando eri in Bangladesh?

«Lì ovviamente non sono cattolici, quindi si sa che c’è Natale e che è una festa, ma viene percepito in maniera diversa, anche tra le persone che lavorano nel campo. Il rapporto che però si crea tra le persone che lavorano in queste situazioni è molto stretto, e spesso ci si lega molto al National Staff, lo staff locale.

I nostri colleghi del Bangladesh hanno organizzato una festa di Natale per noi. Mi ricordo che sono andata a lavorare come tutti gli altri giorni, e poi all’una i nostri colleghi hanno cucinato un pranzo per noi, sapendo che faceva parte della nostra cultura. È un gesto che ricordo con molto piacere. Lo staff era internazionale e con noi c’erano europei e americani, avevamo cercato di mantenere lo spirito del Natale, avevamo addobbato la casa… la sera di Natale con le altre tre italiane abbiamo cucinato come al solito e una ragazza iraniana ci ha fatto l’hummus».

Cosa hai fatto il giorno di Natale, che di fatto è un giorno come gli altri per uno che lavora in un ospedale, ed ancora di più in un ospedale di un campo profughi?

«Come tutti i giorni mi sono svegliata alle sei, ho fatto colazione e poi è arrivato il pulmino che mi ha portato dal paese dove vivevamo all’ospedale per il turno che iniziava alle otto e terminava alle sei di sera.
In quel giorno di festa abbiamo fatto una pausa un po’ più lunga perché ci avevano organizzato il pranzo. Normalmente mangiamo il cibo del posto dove siamo, cucinato dallo staff, anche se poi gli italiani cercano di cucinare e trovano sempre il modo di fare una pasta.
Quando sono stata in Congo, dove avevamo un forno fatto di mattoni eravamo riusciti in qualche modo a fare anche la pizza. Il pasto è un momento di condivisione».

Com’era la vita nel campo in Bangladesh?

«Il campo ospitava Rohingya, scappati dal Myanmar perché il Governo li perseguita. Durante la fuga ne sono morti moltissimi, hanno incendiato i loro villaggi.
In una settimana ne erano arrivati 300/400 mila. Quando c’ero io erano stipate 800mila persone in 50 km quadrati (16 persone ogni metro quadrato, per capirci). In quelle condizioni si parla di sopravvivere, non di vivere: le condizioni igieniche sono scarsissime e si sviluppano rapidamente le malattie. A Natale avevamo un’epidemia di morbillo, che aveva colpito soprattutto i bambini, tantissimi nel campo, anche senza genitori, e un’epidemia di difterite. La diffusione del contagio era velocissima, dato l’affollamento. Mi ricordo che la nostra capa ha chiesto che nel giro di tre giorni ci fossero 30/40 posti letto in più per fare fronte all’emergenza, e con le canne di bambù lo staff ha costruito due padiglioni aggiuntivi per l’ospedale.
In questi contesti vedi delle cose surreali, folli, poi non hai tempo per pensarci e vai avanti per affrontare l’emergenza.

Un’altra storia è stata passare il Natale in Sicilia. In Bangladesh il contesto è quello di emergenza umanitaria, in un Paese totalmente lontano da te dal punto di vista fisico e culturale. Mi ricordo che mia capa inglese quasi si era dimenticata di chiamare a casa per fare gli auguri.
Un altro conto è viverlo in Italia, dove vedi delle situazioni estreme, che mai ti immagineresti di vedere nel tuo Paese».

Per te è stato più difficile quando hai lavorato in Sicilia?

«Sì. Mi ricordo il Natale del 2014: il 24 sera, ero sul molo del porto di Augusta con gli altri miei colleghi e aspettavo una barca che stava arrivando con i superstiti di un naufragio. C’era un campo con alcune tende e facevamo primo soccorso alle persone che venivano recuperate con l’operazione Mare Nostrum. Mi ricordo tutto: l’impatto emotivo di questa vigilia di Natale sul molo, dove erano stati adagiati anche i corpi di chi non era sopravvissuto. Attorno a noi, a un chilometro, era Natale, era festa, e lì…. Non so cosa sia più difficile: se passare il Natale in Bangladesh dove sei effettivamente lontano dal ‘nostro mondo’ o in Italia dove vivi questo doppio aspetto».

Hai anche ricordi belli di queste missioni?

«Una delle cose più belle è il rapporto che si crea con lo staff nazionale, che ci aiuta a integrarci, persone con le quali vivi delle esperienze importanti, sempre a stretto contatto, con le quali si crea un rapporto profondo. Sai che non li rivedrai mai più ma ti rimangono dentro, ti lega a loro la tua stessa umanità. Io ci tengo a dire questo, in una giornata come oggi.

Non importa che lavoro si fa, non importa se oggi si sta festeggiando il Natale o meno, non importa se si è qui o lì. Quello che importa è che non bisogna dimenticare mai l’essere umano. Umano nel senso di essere fisico, ma anche nel senso di rimanere umani. Continuare a lottare per questa visione di umanità. Ognuno per il suo, ognuno nel suo piccolo, nel suo lavoro, qualunque sia».

Hai un ricordo particolare che ci vuoi raccontare?

«Mi ricordo del 2014, quel Natale in Sicilia; dopo aver soccorso i profughi, abbiamo lavorato fino a tardi, mancava mezz’ora a mezzanotte, poi siamo andati a casa e abbiamo mangiato il panettone. E il giorno dopo era Natale, avevamo il giorno libero e siamo andati in ospedale a trovare un ragazzino che avevamo soccorso. Aveva 14 anni, era partito da solo con il fratello che ne aveva 18, e mentre lui era sopravvissuto al naufragio il fratello più grande non ce l’aveva fatta. Era solo, aveva avuto un crollo psicologico ed era ricoverato, era supergiovane, era completamente perso. Certi casi ti rimangono dentro più di altri».

Cosa gli avete detto quando siete andati a trovarlo? Come si dialoga con persone che hanno vissuto questi traumi, con cui c’è anche la barriera della lingua?

«Spesso non è necessario parlare. Tante volte basta essere lì. La presenza, uno sguardo, un abbraccio a volte funzionano più di mille cure».

Torneresti in missione? Staresti via per molto tempo?

«Le missioni hanno durata variabile, dipende dal contesto: se si è in una situazione di emergenza grave o di pericolo, come le zone dove ci sono epidemie, ad esempio di Ebola, oppure nelle zone di guerra, allora durano circa 3 mesi, perché si lavora incessantemente e sotto pressioni molto forti e dopo un po’ fisicamente e mentalmente non ce la fai più. Mentre altre missioni sono più ‘normali’, si lavora in contesti difficili ma in ospedali dove quasi sempre si riescono a fare turni di 8/9 ore. Lì le missioni possono durare 9 mesi o anche un anno. Io per esempio ho fatto sei mesi in Congo e altri sei mesi in Libano.

Ripartirò sicuramente, ho studiato per fare questo, ho lavorato in Italia nove anni, poi sono partita con Medici Senza Frontiere e adesso sono in Olanda per fare un master per potermi specializzare e ripartire. È quello che sento di voler fare nella vita. Ci tengo a ricordare che in queste missioni non lavorano solo medici, abbiamo anche logisti, cuochi, persone che ci lavano i vestiti, e che ci permettono fisicamente di lavorare e nel campo, e insieme con le altre associazioni che lavorano all’interno di questi contesti, cerchiamo di dare il più possibile dignità a ogni essere umano».

La foto che ci hai mandato ritrae te e altre due operatrici in Bangladesh, nel periodo di Natale, avete scritto sul cartello: «Buone Feste – Mandateci il caffè!», da buone italiane.

«Sì, ovviamente il caffè non si trova facilmente…. Ho girato il mondo con queste missioni, ma non riesco a rinunciare al caffè. Prima di partire faccio i conti di quanto starò via e mi porto in valigia le scorte di caffè che mi serviranno, e ovviamente anche la moka. Ovunque. Moka e caffè non mancano mai».

Nota finale: L’Alto Commissariato delle nazioni Unite ha registrato un totale di 70,8 milioni di rifugiati nel mondo nel 2018, la cifra più alta da quando esiste questo organismo, quindi da 70 anni. Solo il 16% è stato accolto in regioni sviluppate, mentre l’80% vive in Paesi confinanti con quelli di origine.

Se volete conoscere meglio il lavoro di Medici Senza Frontiere o sostenerlo il loro sito è: https://www.medicisenzafrontiere.it/

Leggi anche:
Un’altra storia di esperienza all’estero, in questo caso di volontariato, la trovate qui.
Abbiamo parlato tante volte di sbarchi e di naufragi, ad esempio quello purtroppo “storico” del 2013.

Quando gli animali aiutano a guarire

People For Planet - Mer, 12/25/2019 - 06:55
Cos’è la Pet Therapy?

Coniato nel 1964 dallo psichiatra infantile Boris M. Levinson, il termine Pet Therapy indica l’impiego di animali come terapia aggiuntiva alle cure tradizionali per alcune patologie o disturbi del comportamento.
Scopriamo quali sono gli animali più impiegati e come.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Attenti a quel che si nasconde nell’albero di Natale

People For Planet - Mar, 12/24/2019 - 16:45

Se pensavate che le sorprese dell’albero di Natale fossero solo sotto l’abete che avete in salotto, controllate meglio: potreste rimanere davvero colpiti. Ben una settimana dopo aver preparato l’albero, un vero abete di bosco scelto e comprato in paese, una famiglia della Georgia si è accorta che nascosto tra i rami c’era un gufo con tutto il suo nido. Sereno, placido e ben determinato a restarsene al caldo. La famiglia di Katie McBride ha infatti provato a spalancare porte e finestre invitandolo a volar via, ma lui non ne ha voluto sapere, come hanno raccontato al Guardian.

«È stato surreale – ha raccontato la donna – ma non ci siamo spaventati perché amiamo e conosciamo bene la natura». I 4 hanno quindi contattato un’associazione per il recupero degli animali che li ha aiutati a rispedire l’animale nei boschi. «Era un albero molto fitto e bello, per questo lo abbiamo scelto, ma non avremmo mai pensato che potesse nascondere un gufo».

Leggi anche:
Da Milano a un piccolo paese abruzzese, l’albero di Natale è green
Buon Natale da Banksy

Aspettando Natale… con Gianni Rodari

People For Planet - Mar, 12/24/2019 - 15:00
Lo zampognaro

di Gianni Rodari

Se comandasse lo zampognaro
che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale?
«Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d’oro e d’argento».
Se comandasse il passero
che sulla neve zampetta
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
«Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso,
tutti i doni sognati,
più uno, per buon peso».
Se comandasse il pastore
dal presepe di cartone
sai che legge farebbe
firmandola col lungo bastone?
«Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino».
Sapete che cosa vi dico
io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
accadranno facilmente;
se ci diamo la mano
i miracoli si fanno
e il giorno di Natale
durerà tutto l’anno.

Foto di Couleur da Pixabay

Telefono amico, ascolto non-stop per chi è solo a Natale

People For Planet - Mar, 12/24/2019 - 12:00

L’anno scorso tra il 24 dicembre e il giorno di Santo Stefano sono state ricevute oltre 300 richieste di aiuto da parte di persone sole o in difficoltà, circa 5 telefonate all’ora. Le feste di Natale sono un periodo particolarmente delicato per chi vive momenti di fragilità: per questo anche per le imminenti festività natalizie Telefono Amico ha deciso di lanciare nuovamente un servizio di ascolto attivo 24 ore su 24, senza interruzione notturna, dalle 10 di mattina di oggi, giorno della vigilia di Natale, fino alla mezzanotte del 26 dicembre.

In campo 250 volontari

In campo 250 volontari che si alterneranno nei diversi centri di ascolto sparsi per l’Italia. «Le feste di Natale sono un periodo particolarmente delicato per chi vive momenti di fragilità: nel 2018, tra il 24 dicembre e il giorno di Santo Stefano, abbiamo ricevuto oltre 300 richieste di aiuto da parte di persone sole o in difficoltà», racconta Monica Petra, presidente di Telefono Amico Italia, annunciando che, anche quest’anno, nel periodo di Natale l’organizzazione di volontariato non interromperà il servizio di ascolto neanche di notte. «In questi giorni di festa veniamo contattati prevalentemente da uomini di età compresa tra i 46 e i 65 anni. Le difficoltà segnalate con maggiore frequenza sono legate alla solitudine e ai problemi familiari: molte persone ci contattano semplicemente sentirsi meno sole la notte di Natale».

Servizio attivo 365 giorni all’anno

Il servizio di ascolto di Telefono Amico è attivo 365 giorni all’anno ed è raggiungibile attraverso la compilazione di un form anonimo sul sito www.telefonoamico.it oppure attraverso il numero unico 199.284.284 (l’anonimato è sempre garantito). I 500 volontari che operano nei 20 centri locali distribuiti su tutto il territorio nazionale nel solo 2018 hanno raccolto circa 50 mila richieste di sostegno, pari a circa 137 richieste al giorno.

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Buon Natale da Banksy

People For Planet - Mar, 12/24/2019 - 09:22

La natività sta davanti a un muro di cemento colpito da un mortaio. Si intitola “La cicatrice di Betlemme” e sulla parete che ricorda il “muro di protezione” di Israele si intravedono due scritte: “amore” e “pace”.

Il colpo del mortaio sembra una stella.

Ai primi di dicembre un’altra opera di Banksy era comparsa a Birmingham. Una panchina che ospita il Ryan, un senzatetto, è stata trasformata in una slitta e l’artista ha dipinto sul muro le renne.

L’opera è stata nominata “God bless Birmingham” (Dio benedica Birmingham) perché nei 20 minuti in cui è stato girato il video di presentazione «Dei passanti gli hanno offerto una bevanda calda, due barrette di cioccolato e un accendino. Senza chiedergli nulla in cambio» ha scritto l’artista sui Instagram.

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Lavorare meno e produrre di più? Si può

People For Planet - Mar, 12/24/2019 - 07:00

Alzi la mano chi, impegnato in ufficio 40 ore alla settimana, non vorrebbe poter lavorare meno a parità di stipendio. E anche chi non ha mai avuto l’impressione che la mole di lavoro, invece di calare grazie alle nuove tecnologie, aumenti come un enorme “blob” dal quale non si riesce a sfuggire.

In effetti l’avvento dell’era digitale aveva portato con sé anche la convinzione che, grazie ai computer e soprattutto alla rete, avremmo sveltito il lavoro e guadagnato tempo libero.

La quotidianità dimostra il contrario ma alcune aziende hanno sperimentato nuovi modelli di lavoro che invece sembrano confermare quell’assunto.

La sfida di Lasse Rheingans, imprenditore tedesco

Nel novembre 2017 prese una decisione: i suoi 16 dipendenti sarebbero entrati in ufficio alle 8.00, per uscirne alle 13.00; 25 ore a settimana a parità di stipendio e ferie. E oggi, due anni dopo, si dice più che soddisfatto: l’azienda ha mantenuto lo stesso livello di produzione e i dipendenti, più felici, offrono un lavoro migliore ai clienti.

La ricetta raccontata al Wall Street Journal, nella sua semplicità, è disarmante: durante le ore di lavoro le chiacchiere sono sconsigliate mentre l’uso dei social media proprio vietati; i cellulari rimangono spenti in borse e zainetti, e le mail aziendali vengono controllate solo due volte al giorno; la durata delle riunioni non supera, salvo eccezioni, i 15 minuti.

Sì, avete letto bene: nessun accesso ai social e cellulari spenti. Cioè per 5 ore nessuna comunicazione con familiari e amici… «Aghhh, non potrei mai farcela» – sembra di sentirlo questo mantra – «almeno 5 minuti per rilassarsi, daaai, un’occhiatina a quanto succede in giro, una risata con condivisione dell’ultima cretinata dello youtuber di turno … non può che far bene, rilassa, ricarica…»

Ecco il punto: non è vero.

Cioè non è vero che la pausa su smartphone sia ristoratrice, mentre è dimostrato che la “distrazione digitale” provoca un calo di produttività.

La distrazione digitale

Chi tiene accanto a sé lo smartphone mentre studia o lavora non ha la percezione dell’«interferenza» che questo produce. Eppure ogni volta che siamo interrotti da una notifica, da un tweet, da una chiamata, dal messaggio di una delle tante app che abbiamo sul nostro smartphone, la nostra concentrazione cade a picco. E, ci dicono recenti studi, possono volerci anche 25 minuti per ritrovare quel livello di attenzione che avevamo raggiunto prima dell’interruzione.

Se a questo si aggiunge che in media un lavoratore controlla la posta 74 volte al giorno e tocca lo smartphone 2.617 volte… beh, altro che riposo! Si tratta invece di abitudini ci tengono in un costante stato di distrazione e iperstimolazione.

Ben vengano allora le sperimentazioni come quella di Rheingans; e se di “smart”, invece di un imprenditore, avete a portata di mano solo un cellulare, non vi resta che seguire i nostri consigli per disintossicarsi dall’ipertecnologia!

Altre fonti:
https://www.quotedbusiness.com/thm-22-jobs-skills/paese-3-germania/art-3862-5-ore-di-lavoro-anziche-8-ma-senza-social-pause-e-smartphone
https://www.wallstreetitalia.com/microsoft-a-lavoro-quattro-giorni-a-settimana-anziche-cinque-risultati-positivi/
http://www.businesspeople.it/Lavoro/Lavorare-5-ore-giorno-aumenta-produttivita-esperimento-tedesco-112402

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