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Capitalismo, ti piace solo se non ce l’hai

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 15:00

Solo un tedesco su 8, il 15% del totale, apprezza i lazzi del capitalismo. Emerge da una ricerca Edelman, anticipata dal quotidiano FAZ, proprio nel 30ennale della caduta del Muro, che fu una festa per l’allora povera e socialista DDR, ammessa finalmente nei fasti del benessere.

Oggi, immersi in quel modello appunto da 30 anni, solo un tedesco su quattro, il 23%, guarda con ottimismo al futuro: e la mancanza di fiducia, come noto, è il peggior nemico dell’attuale sistema economico. Per i francesi, la percentuale scende addirittura al 19%, mentre i giapponesi resistono al 15%. I più ottimisti sono gli indiani (il 77 %), seguiti dai cinesi con il 69%.

L’Italia sfiduciata

Anche l’Italia è nel gruppo degli sfiduciati, messa solo poco meglio della Germania. A crederci ancora, solo Cina, Indonesia, India, Emirati, Sud Arabia e Singapore. Peggio della Germania, sono Regno Unito, Irlanda, Spagna, Giappone e Russia. Il nostro Paese è tra quelli che più gravemente hanno perso la fiducia anche nelle organizzazioni non governative (NGO) e nel proprio governo. Siamo tra i più sfiduciati verso i media, che resistono invece in Germania tra le istituzioni che ancora meritano un qualche rispetto. Francia, Giappone e Russia hanno perso fiducia anche nei confronti delle Nazioni Unite.

Il problema? La gestione del clima

Secondo gli esperti dell’agenzia Edelman, tra i principali motivi di scontento c’è l’inquinamento e il modo in cui i Paesi “sviluppati” affrontano (o non affrontano) l’emergenza climatica. “Le aziende dovrebbero essere in grado di reagire ancora più rapidamente agli sviluppi sociali come il movimento di protezione del clima nato intorno all’attivista svedese Greta Thunberg”, ha detto a FAZ la manager di Edelman, Christiane Schulz. L’agenzia interroga ogni anno 36mila persone in 28 paesi, a partire dal Duemila.

«Negli anni trascorsi – continua Christiane Schulz  – le persone interrogate erano alla ricerca di risposte ai grandi problemi del nostro tempo, dal clima alla stabilità economica, e ora tirano le somme e notano che le imprese, le grandi società internazionali, non hanno dato risposta. Basta guardare a Davos».

Rinnovabili: l’Italia ha raggiunto il target 2020

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 12:13

Le fonti rinnovabili hanno coperto il 18% del consumo lordo finale di energia nell’Ue nel 2018, con un trend che si conferma in crescita rispetto al 17,5% del 2017. Siamo oltre il doppio rispetto al 2004, quando la percentuale era dell’8,5%. Lo dice Eurostat, l’ufficio di statistica europeo.

Bene l’Italia, ma c’è di meglio

L’Italia è ben posizionata in relazione agli obiettivi nazionali al 2020: nel 2018 era già al 17,8%, sopra l’obiettivo vincolante del 17%, raggiunto già nel 2015. Il nostro paese ha quindi oggi raggiunto i target prefissati per quest’anno, così come altri undici paesi: Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Croazia, Lettonia, Lituania, Cipro, Finlandia e Svezia.

Promossi e bocciati

La Svezia ha avuto di gran lunga la quota più elevata nel 2018 con oltre la metà (54,6%) della sua energia proveniente da fonti rinnovabili. Seguono tra i bravissimi: Finlandia (41,2%), Lettonia (40,3%), Danimarca (36,1%) e Austria (33,4%). All’estremità opposta della scala, la percentuale più bassa di energie rinnovabili è stata registrata nei Paesi Bassi (7,4%). Azioni deboli, meno del dieci percento, sono state registrate anche a Malta (8,0%), Lussemburgo (9,1%) e Belgio (9,4%). Male anche Francia, che è al 16,6% rispetto al 23%, l’Irlanda (4,9 punti al di sotto dell’obiettivo) e la Slovenia (3,9 punti sotto).

La svolta in Qatar

Intanto anche il Qatar, il Paese del petrolio, adesso scommette
sull’energia da fonti rinnovabili, in particolare sul solare. Il piccolo emirato della penisola araba ha firmato un accordo da 470 milioni di dollari (424 mln di euro) per la costruzione del primo impianto solare
da parte di una joint venture che comprende anche la francese Total.

Per sapere come e perché potremmo fare molto meglio, leggi anche:

Desertificazione, clima, rinnovabili e l’egoismo generazionale

La Svezia raggiunge gli obiettivi rinnovabili del 2030 con 12 anni di anticipo

I 10 migliori film sull’Olocausto

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 12:00

Il cinema, da sempre, ha contribuito a tener vivo e attualizzare la riflessione sulla Memoria, attraverso moltissimi film che si sono presi la responsabilità di far sapere quello che era accaduto, anche se ancora mancano di narrare le persecuzioni di altri perseguitati che non siano ebrei. Ho scelto i miei migliori dieci film contemplando capolavori assoluti della storia del cinema e storie che hanno un’originalità narrativa e di linguaggio che meritano di essere viste dalle giovani generazioni. Una scelta che può tornare utile in concomitanza della Giornata della Memoria, che tutto il mondo celebra per ricordare l’Olocausto. 

IL GRANDE DITTATORE di Charlie Chaplin, 1940 

Primo film parlato di Chaplin che mette da parte il personaggio di Charlot per dare voce a quello che era necessario dire in uno straordinario film che ha il merito di essere stato girato mentre i terribili avvenimenti nazisti erano in corso di svolgimento e non conosciuti nel loro drammatico svolgimento di “soluzione finale”. L’uso della satira riuscitissima vede Chaplin interpretare la storia di un barbiere ebreo che perde la memoria durante la prima Guerra mondiale e resta estraneo all’ascesa del dittatore Adenoid Hynkel che gli somiglia come una goccia d’acqua. La commedia contamina il film di personaggi ispirati dalla Storia. Non solo Hitler ma anche Mussolini, la moglie, Goebbels, e le vicende dell’annessione dell’Austria.

L’oppressione nazista nei quartieri ebrei è impressionante per veridicità in un’epoca che ancora non aveva compreso quello che stava accadendo. Lo sberleffo al dittatore che gioca con il mappamondo, con il tappeto sonoro della musica di Wagner musicista di riferimento del nazismo, è una delle scene madri di una massima pietra d’inciampo del cinema. Nello splendido finale il barbiere prenderà il posto del dittatore e al balcone tiene un discorso teso ai valori della pace e della fratellanza che ancora oggi non ha perso forza morale nel trascorrere del tempo. Ha scritto Anna Falliranno “Chaplin aveva colto perfettamente gli stereotipi della rappresentazione del potere […]; evidente appare anche lo studio dei filmati di propaganda e l’analisi attenta delle pose e della tecnica oratoria di Hitler”. A guerra finita Chaplin ebbe a dire: “Se avessi saputo com’era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”. 

SCHINDLER’S LIST di Steven Spielberg, 1993

Uno dei più grandi registi si sporca le mani con la tragedia della propria razza e religione e gira un altro film capolavoro. Spielberg  fuoriesce dalla sua precedente filmografia di puro intrattenimento, non prende alcun compenso di un film che voleva solo produrre e mette la sua arte al servizio della Memoria. Il film s’ispira alla vera storia di Oscar Schindler, un industriale tedesco che, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera, riesce a salvare migliaia di ebrei da un tragico destino. Molte riprese a spalla con uno straordinario bianco e nero per aumentare la drammatica veridicità dei tragici avvenimenti, fondendo stilemi del documentarismo e del neorealismo. Ci sono alcune scene a colori: all’inizio con le luci delle candele accese per la festa ebraica dello Shabbat, nella sottolineatura indimenticabile del cappotto rosso di una bambina che perisce nella mattanza (accusa spietata agli Alleati di non aver fatto tutto per fermare l’Olocausto nazista) e nel finale quando gli ebrei sopravvissuti e gli attori insieme al regista pongono delle pietre, secondo l’usanza ebraica, sulla vera tomba di Schindler. Ben 7 premi Oscar e definitiva consacrazione di Spielberg. Grazie al film tutti conoscono oggi la frase del Talmud: “Chi salva una vita salva il mondo intero”.

LA VITA È BELLA di Roberto Benigni, 1997

Un comico e regista italiano si assume la grande responsabilità di affrontare la tragedia dell’Olocausto con una fiaba comica dai delicati sentimenti universali. Durante la dittatura fascista, merito contestuale sulle nostre colpe nazionali, un giovane ebreo (lo stesso Benigni) conosce una maestra elementare (Nicoletta Braschi) e con lei costruisce una famiglia. L’aggravarsi delle leggi razziali e i rastrellamenti nazisti portano l’uomo ad essere deportato in campo di concentramento con il figlioletto Giosuè. Per proteggere il piccolo dagli orrori dello sterminio, il papà costruisce un gioco che lo preserva da quello che sta accadendo. Grande successo internazionale con tre premi Oscar (miglior film straniero, Benigni miglior attore e la colonna sonora di Piovani) ma anche film da incassi stratosferici in tutto il mondo e con 16 milioni di spettatori alla prima televisiva italiana. Molte le polemiche. Monicelli e alcuni esponenti comunisti contestarono duramente la scelta di stravolgere la Storia con la liberazione dei campi da parte americana e non sovietica giudicata una benevolenza opportunistica per la corsa all’Oscar. Anche in America la contesa fu al calar bianco. Durissimo tra i tanti il New Yorker che scrisse “Benigni nega l’Olocausto” illustrando l’articolo con una vignetta del celebre fumettista ebreo Art Spiegelman che mostra un reduce dei lager con l’Oscar in mano. Polemiche oggi dimenticate nei confronti di un grande film che continua a parlare al cuore e alla mente di chi ha la fortuna di vederlo per la prima volta. 

IL PIANISTA di Roman Polanski, 2002

Il racconto dell’Olocausto, visto con gli occhi di un pianista ebreo che sopravvive all’occupazione della Polonia e tratto dall’autobiografia di Wladyslaw Szpilman. Roman Polanski, che aveva rifiutato di girare il film di Spielberg, aggiunge un altro film imprescindibile alla filmografia dell’Olocausto facendo leva anche sui propri ricordi autobiografici di ebreo polacco. Diviso nella trama in due parti, tra la storia corale di una comunità e la solitudine di un uomo braccato come un topo, ha il merito, come ha  scritto Morandini “di spiegare a ritroso il cinema che ha fatto Polanski per 40 anni, le sue radici e gli incubi, con un costante controllo della materia narrativa e delle emozioni”. Musiche stupende. Messe di premi in tutto il mondo in cui svettano tre Oscar e la Palma d’Oro a Cannes

TRAIN DE VIE di Radu Mihaileanu, 1998 

Diffidate da chi lo considera un piccolo grande film. È un grande film di un regista rumeno che affida alla scemo di un villaggio ebraico dell’Europa dell’Est il compito di narrare una paradossale storia sulla persecuzione. Stanno arrivando i nazisti per deportare tutti e la comunità s’inventa un finto treno tedesco che confonde ruoli, situazioni e verismo spalmando su tutta la trama una comicità lunare e surreale. La commedia contamina la tragedia senza mostrare lo sterminio poggiandosi sui personaggi tipo del rabbino, del comunista, dei perseguitati rom, di veri e falsi nazisti. Sostenuto dalle possenti musiche klazmer di Goran Bregovic l’opera buffa nell’edizione italiana si avvale delle competente consulenza di Moni Ovadia. Battute, situazioni farsesche, pericoli scampati, scambi di persona in salsa yiddish ne fanno un’opera perfetta.

ARRIVEDERCI RAGAZZI di Louis Malle, 1987

Film di formazione ispirato a una storia realmente accaduta nella Francia collaborazionista e vissuta dal regista che ne firma anche la sceneggiatura. Alcuni ebrei si nascondono in un collegio di gesuiti registrati sotto falso nome, ma quando la Gestapo si accorge dell’inganno arresta il direttore e tutti i ragazzi da lui protetti. Come ricorre spesso nel cinema francese gli ebrei vengono scoperti a causa della denuncia di un inserviente francese zoppo e povero che nella delazione trova la sua vendetta sociale. Film sul passaggio dell’infanzia all’eta adulta che ti fa scoprire l’orrore del mondo. Sublimi la corsa nel bosco, la lettura proibita de “Le Mille e una notte”, la proiezione di un film di Charlot e la battuta finale che giustifica il titolo del film. Applauditissimo Leone D’Oro a Venezia

IL FIGLIO DI SAUL di László Nemes, 2015 

Strepitosa opera prima. Ad Auschwitz un prigioniero ungherese diventa Sommerkommander,  ossia quel tipo di prigioniero, che nella speranza di sopravvivere, aiuta i nazisti nella loro opera di sterminio. Secondo Andrea Chimento: “Lo stile concitato e la splendida messinscena (la cinepresa è perennemente attaccata al volto del protagonista) lo rendono un prodotto struggente e imperdibile”. Gli orrori del lager sono spesso fuori campo lasciandoli intuire e dotando il film di grande originalità. Un film indipendente che ha saputo mostrare un nuovo approccio alla filmografia dell’Olocausto con grande perizia cinematografica e svolgimento di racconto che non è solo scelta stilistica ma anche morale. Premio Oscar e Gran Prix speciale a Cannes.

IL DIARIO DI ANNA FRANK di George Steven, 1959

Film da recuperare nelle programmazioni scolastiche per la Giornata della Memoria. Ebbe il merito di diffondere al grande pubblico, a tre lustri dalla conoscenza dell’orrore, i contenuti del celebre diario che era stato adattato per il teatro. Quasi tre ore di durata con il padre che torna nella soffitta rifugio e trovando il diario di Anna ripercorre  il tempo e le vicende della sua famiglia prima di entrare nell’orrore dell’Olocausto. Il regista, che aveva realizzato un documentario “sconvolgente” sulla liberazione di Dachau, ha ottima mano nel tenere un’altissima tensione in un film claustrofobico interamente girato in un appartamento. Tre Oscar, uno a Shelley Winters fantastica attrice non protagonista nei panni tragicomici di una donna angosciata dai nazisti. Il miglior film di sempre su Anna Frank. 

MR KLEIN di Joseph Losey, 1976

Nella Parigi del 1942 un mercante d’arte specula sui quadri posseduti dagli ebrei perseguitati da nazisti e francesi di Petain. Ma viene scambiato per un ebreo con il suo stesso nome inseguendo in una trama molto labirintica il suo doppio. Klein finirà nella storica e realmente avvenuta deportazione degli ebrei al Velodromo nei giorni della Grande Rafle del 16 e 17 luglio ’42. Film profondamente kafkiano secondo Morandini “non è un film sull’antisemitismo ma sull’indifferenza, sull’ideologia della merce”. Losey si avvale della sceneggiatura di Solinas, di una riuscitissima fotografia e di una superba interpretazione di Alain Delon

KAPÒ di Gillo Pontecorvo, 1960 

Anche questo film poggia sulla sceneggiatura di Franco Solinas, uno dei migliori scrittori del nostro cinema. Anni fa Silvio Berlusconi apostrofò all’europarlamento il capogruppo socialista tedesco Schulz come “Kapò”. Voleva dargli del nazista. Ma kapò era la vittima che collaborava con i nazisti, in un ruolo simile a quello del film ungherese di Nemes. In questo film una giovane  donna ebrea vede morire i suoi genitori nella camera a gas. Una disperata paura di morire spinge la ragazza a concedersi freddamente ai suoi aguzzini e a schierarsi dalla loro parte. L’amore provocherà una presa di coscienza. Furibonda polemica critica da parte di Rivette dei Cahiers du Cinema che contestò la scelta registica di Pontecorvo. Resta un film di gran vigore e di originale riflessione. 

Biotestamento: 113mila in due anni

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 11:21

A due anni dall’entrata in vigore della legge sul testamento biologico sono 113mila gli italiani che hanno depositato nei Comuni italiani le loro volontà riguardo agli interventi sanitari ai quali vogliono o non vogliono essere sottoposti nel caso si trovassero nell’impossibilità di esprimere le propria volontà ai medici.

Molti, pochi? Non molti a dire il vero, d’altra parte il sistema Dat non è ancora del tutto attivo. La svolta dovrebbe darla il decreto firmato a dicembre da ministro della Salute  Roberto Speranza e pubblicato il 17 gennaio in Gazzetta Ufficiale che dà il via libera alla “banca dati nazionale”.

Era il pezzo che mancava, ed era importante visto che se le volontà del paziente non sono facilmente consultabili in rete dai medici come fanno questi ultimi a sapere come comportarsi visto che il paziente stesso non è in grado di esprimersi?

Le Disposizioni anticipate di trattamento non sono raccolte solo dai Comuni, nella banca dati devono essere inserite anche quelle raccolte dai notai, e dalle Asl, che ancora non hanno aperto ai pazienti questa possibilità proprio perché manca la banca dati.

Insomma, se le cose andranno tutte per il verso giusto entro pochi mesi il numero dei testamenti biologici è destinato ad aumentare sensibilmente.

Se le Regioni si attivano a raccogliere i Dat, nelle Asl, per ora si stanno attrezzando solo Toscana ed Emilia-Romagna, per le altre i tempi sono più lunghi.

Se si risolvono i problemi legati alla privacy: il Garante sta analizzando la documentazione e appontando le linee guida per la gestione della banca dati.

Se…

Attendiamo fiduciosi.

Vedi anche:
La storia di Noa, la 17enne olandese, riaccende i riflettori sul diritto di morire

Foto di Thanks for your Like • donations welcome da Pixabay

Coronavirus cinese: all’origine dell’epidemia un evento di “spillover”

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 11:02

Il coronavirus cinese 2019-nCoV che sta causando in Cina un’epidemia di polmonite atipica sarebbe arrivato all’uomo dai serpenti. Ma poiché, come ben sappiamo, il contatto con gli animali non è sinonimo d’infezione certa per l’uomo – altrimenti saremmo continuamente soggetti al cimurro canino o a qualsiasi altra infezione che interessa i nostri amici animali – il possibile meccanismo che ha dato origine all’epidemia in corso è molto probabilmente il cosiddetto “salto di specie“, altrimenti detto “spillover“.

La spiegazione arriva da un articolo di Medicalfacts, il portale dedicato alla divulgazione scientifica diretto dal virologo Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia all’Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano che da anni si batte contro la disinformazione scientifica. Proviamo a seguire il ragionamento.

Affinché si verifichi il cosiddetto “salto di specie” o “spillover”, le condizioni necessarie sono tre: il contatto fra uomo e animale, la capacità del virus che infetta l’animale di replicarsi all’interno dell’organismo umano e la capacità del virus di trasmettersi da un uomo a un altro.

Tutto inizia da uno stretto contatto con gli animali

Quanto alla prima condizione, si legge su Medicalfacts, «la probabilità di essere infettati da un virus animale è tanto maggiore quanto più alta è la frequenza con cui si entra in contatto con una data specie animale». Ecco perché «i virus potenzialmente più pericolosi sono quelli che infettano animali con cui l’uomo ha più a che fare. Soprattutto animali vivi, ma anche la loro carne macellata o le loro deiezioni» .

Il virus deve avere la chiave giusta per infettare l’uomo

Quanto alla seconda condizione, ovvero la capacità del virus animale di replicarsi all’interno dell’organismo umano, «il contatto con l’animale non è, però, sinonimo d’infezione certa per l’uomo». Un virus che infetta un certo animale per riuscire infettare l’essere umano deve adattarsi alle condizioni presenti nel nostro organismo. Il che è tutt’altro che facile: «Per far questo, il virus deve avere una ‘chiave giusta’ che gli permetta di ‘aprire la porta‘ delle nostre cellule. Non esistono passe-partout. Ogni virus ha una chiave specifica che solitamente apre un numero molto limitato di porte».

A volte però, continua l’articolo, alcuni virus hanno chiavi “simili”. «Non perfette per le serrature delle nostre cellule ma che, con un po’ di sforzo, possono aprirne le porte». Una caratteristica piuttosto frequente nei coronavirus, tanto che «negli ultimi 20 anni per ben due volte coronavirus animali sono riusciti a forzare le nostre serrature, causando due fra le peggiori epidemie recenti: la Sars e la Mers. E quella in corso ha tutte le potenzialità di poter essere la terza».

La trasmissione da uomo a uomo

Per diffondersi tra gli uomini non è però sufficiente il passaggio da animale a uomo: è indispensabile anche che esso sia in grado di trasmettersi a un altro essere umano: «Deve, cioè, essere in grado di forzare la serratura delle cellule anche di un altro essere umano al quale è stato trasmesso. Il problema è che alcuni virus, fra cui i coronavirus, sono in grado di adattare geneticamente la propria chiave rendendo sempre più efficace l’apertura della porta delle cellule umane. A quel punto, più si trasmettono meglio si adattano all’ospite uomo, diventando sempre più dei virus ‘umani’».

Hiv, Sars e Mers

Diversi sono nella storia della scienza i virus che hanno fatto il cosiddetto “salto di specie da animale a uomo”: dalle scimmie ci è arrivato l’Hiv, il virus dell’immunodeficienza umana, dai dromedari e dai cammelli la sindrome respiratorie mediorientale Mers (registrata per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012) e da piccoli mammiferi la Sars, che dette vita alla nota epidemia di polmonite atipica nel 2002.

Leggi anche: Nuovo coronavirus cinese: il contagio all’uomo è arrivato dai serpenti. Vittime in aumento

A Bologna un tuffo nella realtà virtuale! (Video)

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 07:00

Avete mai sentito parlare di realtà virtuale? L’avete mai provata? A Bologna, presso il centro Vrums in via Zaccherini Alvisi 8, si può. E non solo con dei videogiochi ma anche con film in realtà virtuale ed esperienze educative dedicate, ad esempio, all’arte.

Vrums è anche uno spazio dove sviluppare le nuove idee.

Intervista a Simone Salomoni, socio e uno dei fondatori di Vrums.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Nuovo coronavirus cinese: il contagio all’uomo è arrivato dai serpenti. Vittime in aumento

People For Planet - Gio, 01/23/2020 - 15:00

Dai pipistrelli ai serpenti, dai serpenti all’uomo. Sarebbe questo, secondo un gruppo di studiosi cinese, il percorso fatto dal coronavirus cinese partito dalla città di Wuhan. La notizia arriva da un’analisi genetica condotta su campioni del virus i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Medical Virology dai ricercatori delle università di Pechino e Guangxi. Il virus cinese 2019-nCoV avrebbe infettato i pipistrelli e da questi sarebbe stato trasmesso ai serpenti, dove si sarebbe ricombinato e sarebbe poi passato all’uomo.

Sarà emergenza internazionale?

Attualmente le vittime del coronavirus in Cina sarebbero salite a 25 mentre i casi di contagio sarebbero 616, secondo quanto riportato da Sky News citando le autorità locali. L’Organizzazione mondiale della sanità, il cui Comitato d’emergenza per valutare la portata dell’epidemia del nuovo virus si è riunito ieri, sebbene abbia riconosciuto che le misure adottate dalla Cina minimizzano il rischio di diffusione internazionale del nuovo coronavirus, ha deciso di proseguire anche oggi l’analisi della situazione prima di stabilire se può essere dichiarata un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale. «È una situazione complessa e in evoluzione. Abbiamo bisogno di maggiori informazioni», ha affermato il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Cosa sono i coronavirus

I coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS, forma atipica di polmonite che dette vita all’epidemia del 2002). Questo nuovo coronavirus è un ceppo che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo.

I sintomi

I sintomi di quella che viene definita una “epidemia di polmonite” sono – purtroppo – del tutto simili a quelli dell’influenza: febbre, tosse secca, mal di gola e difficoltà respiratorie. Per far fronte all’emergenza i medici di famiglia, soprattutto quelli delle grandi città italiane dove si trovano gli aeroporti internazionali come Roma e Milano, si stanno attrezzando per affrontare l’eventualità che il coronavirus cinese arrivi anche in Italia.

I consigli per chi viaggia

L’ideale sarebbe non mettersi in viaggio per Wuhan. Per chi non potesse farne a meno, il ministero della Salute italiano ha dettato alcune regole:

  • vaccinarsi contro l’influenza almeno due settimane prima di partire
  • consultare il proprio medico sulle misure igieniche da adottare per prevenire il contagio
  • lavare frequentemente le mani con acqua e sapone
  • evitare il contatto con persone con sintomi respiratori
  • quando si tossisce o starnutisce naso e bocca vanno coperti con un fazzoletto, e non con le mani
  • evitare luoghi affollati
  • non toccare animali o prodotti di origine animale non cotti
  • andare da un medico se avete sintomi di infezione respiratoria
  • non rimettersi in viaggio se si è malati

Sebbene non esista una cura specifica per la malattia causata dal nuovo coronavirus, il trattamento – chiarisce il ministero della Salute – deve essere basato sui sintomi del paziente e la terapia di supporto può essere molto efficace: per questo se nelle due settimane successive al rientro – ma la raccomandazione vale per tutti, anche per chi non ha fatto viaggi – si ravvisa febbre, tosse secca, mal di gola e difficoltà respiratorie, deve essere contattato il proprio medico di fiducia.

Materie prime, record di consumo: 100 mld di tonnellate l’anno

People For Planet - Gio, 01/23/2020 - 14:49

Le risorse naturali a disposizione sul nostro pianeta non sono illimitate. Eppure, i dati del rapporto a cura dell’organizzazione internazionale Circle Economy, presentato al World Economic Forum di Davos, ne evidenziano un utilizzo esagerato. Oltre 100 miliardi di tonnellate l’anno di materie prime consumate che non possono che generare effetti disastrosi sull’ambiente. Soprattutto, i materiali utilizzati dall’economia globale sono quadruplicati dal 1970, molto più velocemente della popolazione, che è raddoppiata. Negli ultimi due anni, i consumi sono aumentati di oltre l’8%, ma il riutilizzo delle risorse è sceso dal 9,1% all’8,6%.

Il rapporto mostra come in media ogni individuo utilizzi più di 13 tonnellate di materie prime all’anno. Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2017, durante il quale sono stati consumati 100,6 miliardi di tonnellate di materiali di cui la metà è costituita da sabbia, argilla, ghiaia e cemento utilizzati per l’edilizia, insieme agli altri minerali estratti per produrre fertilizzanti. Il carbone, il petrolio e il gas rappresentano il 15% e i minerali metallici il 10%. L’ultimo quarto sono le piante e gli alberi usati per cibo e carburante.

Secondo il rapporto l’unica soluzione possibile è il riciclaggio, il cui aumento può solo rendere le economie più competitive, migliorare le condizioni di vita e aiutare a raggiungere gli obiettivi di emissione ed evitare la deforestazione. È stato riferito che 13 paesi europei hanno adottato tabelle di marcia per l’economia circolare, tra cui FranciaGermania e Spagna, e che la Colombia è diventata il primo paese dell’America Latina a lanciare una politica simile nel 2019.

Leggi anche:
Modelli di economia circolare per arrivare a “Zero waste”
Imprese oltre la crisi anche grazie alla green economy e all’economia circolare

Foto: Giovanni Bozzetti/Flickr

Lo stress fa davvero venire i capelli bianchi. Ecco perché

People For Planet - Gio, 01/23/2020 - 14:49

Non è solo una credenza popolare: lo stress fa davvero venire i capelli bianchi. Se vi è capitato direttamente – o è successo a qualcuno di vostra conoscenza – di vedere imbiancati molti capelli insieme e quasi all’improvviso, non siete impazziti: uno studio condotto tra Stati Uniti e Brasile ha dimostrato che elevati livelli di tensione possono davvero far incanutire.

Lo studio pubblicato su Nature

La scoperta, che è stata del tutto casuale, è valsa ai ricercatori una pubblicazione sulla rivista Nature. Il gruppo di ricerca stava conducendo uno studio sul dolore nei topi con pelo scuro: dopo 4 settimane dalla somministrazione di una tossina per indurre dolore, però, gli studiosi si sono accorti che il pelo degli animali era diventato bianco. Per capire se il fenomeno dipendesse dallo stress indotto dal dolore, e quindi dall’attivazione del sistema nervoso simpatico che arriva a diramarsi fino ai follicoli piliferi presenti sulla pelle, gli studiosi hanno quindi ideato un esperimento ad hoc somministrando agli animaletti, dopo aver loro iniettato la tossina per indurre il dolore, un farmaco in grado di inibire la trasmissione del dolore al sistema nervoso simpatico. Scoprendo, in questo modo, “che il processo di perdita di colore del pelo è stato bloccato”.

Lo stress colpisce il bulbo pilifero

Lo stress, spiegano i ricercatori, induce le fibre del sistema nervoso simpatico a rilasciare grandi quantità del neurotrasmettitore noradrenalina, che viene assorbito dalle cellule staminali che si trovano nel bulbo pilifero e che rigenerano il pigmento responsabile del colore dei peli, favorendo la riduzione di quest’ultimo.

L’impatto dello stress sui tessuti

“Questo è il primo passo verso eventuali trattamenti in grado di arrestare l’impatto dannoso dello stress sui tessuti dell’organismo – hanno spiegato i ricercatori – Comprendendo esattamente come lo stress influenza le cellule staminali che rigenerano il pigmento, abbiamo gettato le basi per capire come lo stress influisce su altri tessuti e organi del corpo”.

Amnesty contro i decreti sicurezza: “In aumento le vittime dello sfruttamento”

People For Planet - Gio, 01/23/2020 - 10:07

I decreti “sicurezza” generano tutto tranne che la sicurezza. Potrebbe essere questa l’estrema sintesi del dossier  dal titolo I sommersi dell’accoglienza curato dal sociologo Marco Omizzolo e presentato da Amnesty Italia ieri a Roma.

“I decreti sicurezza hanno peggiorato il sistema di accoglienza in Italia e stanno generando ghettizzazione e povertà, sia economica sia sociale. Una situazione da non sottovalutare perché sta provocando l’aumento di vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali, come dimostrano i processi aperti”.

E continua: “L’analisi del Decreto legge 113/2018 in materia di protezione internazionale, immigrazione e sicurezza pubblica mette in evidenza il processo di infragilimento del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Si tratta di un processo che caratterizza la loro condizione giuridica e sociale ormai da diversi anni e che il Decreto 113/2018 amplifica in modo rilevante, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare in un esercito di invisibili di riserva facile preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi)”. 

Le nuove misure: “Escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza” e di fatto, si legge nel rapporto, “Cancellano la possibilità di realizzare un percorso inclusivo e socialmente avanzato, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate se non in violazione della legge, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, istruzione e lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e aumentandone la vulnerabilità e l’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale”.

Per Marco Omizzolo, gli effetti del Decreto legislativo 113/2018 «Si sono diffusi su ambiti diversi dell’accoglienza e dunque sulla vita complessiva dei migranti in Italia e in particolare dei richiedenti asilo portando a una progressiva marginalizzazione e precarizzazione del loro quotidiano nel paese».

E se non bastasse, il Decreto sicurezza, inoltre, “Impedisce inoltre l’accesso al sistema Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) ai richiedenti asilo, una scelta che aumenta la possibilità che molte di queste persone rimangano nella sfera della prima accoglienza e quindi in situazione di particolare vulnerabilità (sanitaria e psicologica)”.

Secondo Gianni Rufini, direttore di Amnesty International Italia, i due decreti hanno avuto un «Impatto devastante sulla vita delle persone presenti sul territorio italiano, togliendo loro un’identità, trasformandole in fantasmi privandole di alloggio o di cure mediche. Oltre a non rappresentare la soluzione di alcun problema sono semplicemente disumane: sono necessarie modifiche sostanziali del decreto che riconoscano il diritto a una vita dignitosa e all’esercizio reale dei diritti fondamentali garantiti dai principi costituzionali e internazionali».

E se ancora non bastasse, a causa del taglio dei finanziamenti alla prima accoglienza fino al 39% si sono ridimensionati notevolmente tutti i servizi per l’inclusione. Quindi: “I nuovi bandi infatti non prevedono più la necessità di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione Territoriale per la richiesta di asilo, la formazione professionale e la positiva gestione del tempo libero. In sostanza con lo stesso provvedimento l’assistenza sanitaria alla persona viene fortemente ridimensionata, con un crollo delle prestazioni minime richieste e del personale deputato al loro svolgimento”.

Amnesty Italia chiede con forza e con urgenza che il Governo italiano modifichi la normativa… con urgenza!

Perché il rapporto parla di persone, i freddi dati riguardano esseri umani che per colpa di questi decreti “sicurezza” sono diventati invisibili da un giorno all’altro.
Possiamo essere migliori di così.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Auto elettriche e ibride, in Italia è boom di vendite (mentre il petrolio sale)

People For Planet - Gio, 01/23/2020 - 07:00

Le auto elettriche e ibride fanno registrare in Italia dati di vendita record. Tutto questo mentre Tesla a Wall Street per la prima volta ha superato gli 80 miliardi di dollari di capitalizzazione, quasi quanto General Motors e Ford insieme, entrando a pieno titolo tra i big dell’automotive. La transizione verso una mobilità sostenibile – sia nel trasporto domestico che in quello commerciale e nelle attività di servizi – sta ormai diventando concreta, nonostante le “solite” questioni irrisolte..

Secondo un’analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati italiani, sono più che quadruplicate (+362%) le immatricolazioni di auto elettriche e ibride in appena cinque anni. Negli ultimi dodici mesi si registra un balzo del 37,6%, con quasi 127 mila immatricolazioni.

Unicoop sottolinea giustamente alcune mosse a vantaggio di queste categorie di veicoli, come l’inserimento in molte gare d’appalto di punteggi aggiuntivi per chi usa mezzi di trasporto a basso impatto inquinante. In ogni caso, la nuova mobilità comporta investimenti ancora molto impegnativi per una piccola azienda o per una famiglia che ancora risente degli effetti negativi della crisi, «per questo è necessario stanziare risorse per incentivare la transizione green. Il freno principale ai mezzi ibridi ed elettrici è il loro maggior costo rispetto a quelli a benzina e diesel» afferma Unicoop, rimarcando poi per i veicoli totalmente elettrici la mancanza di un’estesa e capillare rete di colonnine di ricarica. Quest’ultima questione è particolarmente rilevante se pensiamo ai veicoli utilizzati per fare consegne, trasportare persone o spostarsi con frequenza nello stesso giorno su tragitti più o meno lunghi. Da Unicoop concludono con l’auspicio di un processo di transizione «progressivo e non traumatico» per i bilanci di famiglie e imprese.

Le stesse famiglie e imprese destinate a subire una serie di rincari a seguito delle tensioni Usa-Iran e dell’aumento del prezzo del petrolio. Afferma Coldiretti: «In un Paese come l’Italia, dove l`85% dei trasporti commerciali avviene per strada, l’impennata del costo del petrolio e il conseguente rincaro dei carburanti ha dunque un effetto valanga sulla spesa, con un aumento dei costi di trasporto oltre che di quelli di produzione, trasformazione e conservazione. L’aumento è destinato a contagiare l’intera economia con effetti sulla competitività in una situazione in cui i costi della logistica arrivano ad incidere fino dal 30 al 35% sul totale dei costi per frutta e verdura».

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Nella fotogallery alcune immagini di Emilia 3, uno dei prototipi di auto solare creati dall’Associazione Onda Solare per partecipare al World Solar Challenge.

Foto di Armando Tondo, Ecomondo 2019

Michele Dotti: quando finì il mondo

People For Planet - Gio, 01/23/2020 - 07:00

Stavo facendo un laboratorio sulla sostenibilità ambientale in una classe quarta superiore, una ragazza mi raccontò che la sera prima aveva visto in tv un programma che l’aveva convinta totalmente che fossimo effettivamente a pochi giorni dalla fine del mondo.
E aveva paura…

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Clima, sparisce la neve, Himalaya sempre più verde

People For Planet - Mer, 01/22/2020 - 15:05

I cambiamenti climatici sono più estremi ad alta quota, e molte ricerche hanno sottolineato che i ghiacciai si stanno sciogliendo a una velocità maggiore rispetto a quanto previsto.

Particolarmente fragile l’ecosistema dell’Himalaya, noto come uno dei punti più sensibili al mondo. 

Adesso un nuovo studio, pubblicato su Global Change Biology, ha rilevato un altro probabile effetto dei cambiamenti climatici: le piante stanno dilagando sul tetto del mondo, sempre più verso l’alto. 

Karen Anderson, geografa dell’University of Exeter, ha studiato in particolare l’area nota come Hindu Kush Himalaya mountains, che si trova sopra il confine delle zone verdi e sotto la regione perennemente coperta di neve. 

Come riporta il New Scientist, quest’area si ricopre di neve in inverno, mentre nella bella stagione accoglie piccole piante, erba e muschio. 

Nelle foto satellitari l’espansione delle piante

Per valutare il cambiamento, il team della Anderson ha usato le immagini raccolte dal satellite NASA Landsat tra il 1993 and 2018. Ebbene, la vegetazione si è spostata in questo periodo da 4,150 a 6,000 metri sopra il livello del mare.

I cambiamenti piu rilevanti sono stati registrati tra i 5.000 and 5.500 sopra il livello del mare, come riporta più nel dettaglio la University of Exeter.

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Photo by Raphael Rychetsky on Unsplash

Cannabis terapeutica, in Sicilia sarà gratis

People For Planet - Mer, 01/22/2020 - 12:41

In Sicilia la cannabis terapeutica sarà gratis. L’assessore alla sanità della Regione Sicilia, Ruggero Razza, ha firmato un decreto in cui si precisa che la Regione si farà carico delle spese sostenute dai pazienti che ricorrono alla cannabis per uso terapeutico. In particolare il farmaco sarà gratuito per le persone affette da dolore cronico e neuropatico e da spasticità da sclerosi multipla, e che si rivolgeranno a strutture sanitarie pubbliche.

La terapia potrà durare al massimo sei mesi

La terapia a base di cannabis terapeutica potrà avere una durata massima di sei mesi e la prescrizione potrà essere fatta da specialisti di anestesia e rianimazione, neurologia e dei centri di terapia del dolore delle Aziende sanitarie pubbliche regionali.

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Il Gigante e la Bambina: a Davos parlano Donald Trump e Greta Thunberg

People For Planet - Mer, 01/22/2020 - 12:30

Come se parlassero da due pianeti diversi: Greta Thunberg e Donald Trump hanno presentato a Davos due visioni del mondo che non potrebbero essere più distanti una dall’altra.

«Non posso certo lamentarmi di non essere ascoltata, vengo ascoltata in continuazione, ma la scienza e i giovani in generale non sono al centro del dibattito sul clima. Invece si tratta del nostro futuro e c’è bisogno di portare la scienza al centro della conversazione», ha dichiarato Greta, affiancata da altri giovani attivisti.

«Le persone muoiono a causa del cambiamento climatico e anche una sola frazione di grado centigrado di riscaldamento è importante. Ma non credo di aver mai visto un solo media comunicarlo, so che non volete dirlo», ha continuato «Ma io continuerò a ripeterlo finché voi non lo scriverete»

«Il mondo deve arrivare all’obiettivo di zero emissioni il prima possibile, i Paesi devono arrivare all’obiettivo di zero emissioni molto più velocemente, e aiutare i paesi poveri a mettersi in linea».

Quando un giornalista le ha chiesto come gestiva gli haters ha risposto: «Non credo che le persone siano interessate a sapere come gestisco gli haters. Invece voglio ricordare ancora una volta: secondo un rapporto dell’Ipcc del 2018, se si vuole una possibilità del 67% di limitare l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi centigradi, al 1° gennaio 2018 c’era ancora un margine di circa 420 gigatonnellate di emissioni di ossido di carbonio. Naturalmente il numero si è abbassato oggi, perché emettiamo circa 42 gigatonnellate l’anno. Agli attuali ritmi di emissioni, ci rimangono meno di otto anni prima di mancare l’obiettivo. Questi numeri non sono né opinioni né politica, ma quanto di meglio offra la scienza».

«Sono successe molte cose che nessuno avrebbe potuto prevedere, e questo ha dato il via a un movimento» ha ribadito «Non sono solo io, ma tanti giovani ovunque che hanno creato un’alleanza. Le persone sono più consapevoli ora. Grazie alla spinta dei giovani sembra che il clima e l’ambiente ora siano un argomento caldo. Allo stesso tempo, però, non è stato realizzato nulla. Le emissioni globali continuano ad aumentare. Dobbiamo iniziare ad ascoltare la scienza e trattare questa crisi con l’importanza che merita».

E poi è arrivato il Presidente degli Stati Uniti a dire che «Dobbiamo respingere i profeti perenni di sventura e le loro previsioni sull’apocalisse»
«Sono orgoglioso di dire che gli Stati Uniti sono sbocciati. Abbiamo realizzato cose che il mondo non ha mai visto prima. L’America prospera e vince come mai prima d’ora»
«Abbiamo concluso accordi straordinari sul commercio con la Cina da una parte, e Messico e Canada dall’altra, i migliori accordi di sempre», ha continuato.
E per il clima? Trump ha annunciato che gli Stati Uniti parteciperanno all’iniziativa «1 miliardo di alberi contro il cambiamento climatico, Plant-for-the-Planet».

Con buona pace di tutto il resto che una grande nazione come gli Usa potrebbero fare per contrastare il cambiamento climatico.

Per vedere le dichiarazioni in inglese, qui l’articolo dell’Ansa

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Cpr Gradisca, muore migrante: cosa non torna e perché si parla di “lager”

People For Planet - Mar, 01/21/2020 - 15:11

Omicidio volontario. Questa l’ipotesi contro ignoti con cui la Procura di Gorizia ha aperto un fascicolo in merito alla morte del cittadino georgiano Vakhtang Enukidze, detenuto al Cpr (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Gradisca e deceduto sabato 18 gennaio nell’ospedale isontino. Sulla morte dell’uomo, l’associazione “No Cpr e no frontiere Fvg”, non ha dubbi e pubblica sulla propria pagina Facebook le testimonianze audio registrate all’interno della struttura dai compagni di Enukidze. L’uomo sarebbe stato picchiato dalle guardie, martedì, intervenute dopo una rissa tra la vittima e un compagno di stanza. Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, dopo avere visitato la struttura, le persone trattenute all’interno, e il corpo, ha confermato: ci sono segni di percosse, Vakhtang Enukidze è stato picchiato. “Saranno le perizie sull’uso della forza che è stato utilizzato a stabilirlo. Sicuramente l’uso della forza è stato utilizzato e si trattava di interrompere un momento di aggressione nei confronti di un’altra persona” ha dichiarato Palma al giornale locale Il Friuli

Nella giornata di lunedì 13 gennaio 8 reclusi al Cpr di Gradisca d’Isonzo erano riusciti a fuggire, utilizzando degli idranti per salire il muro di cinta e facendo un salto di circa quattro metri. 5 sono hanno ritrovato la libertà, 3 sono state intercettati e riportati al Cpr. Di questi 3, uno è stato portato in ospedale, un altro sta male. Un ragazzo marocchino ha tentato di suicidarsi ed è stato fermato dagli altri. L’ipotesi dell’Associazione “No Cpr e no frontiere Fvg” è che la “lezione” per avere tentato di scappare sia stata il pestaggio, in un clima di caos e rivolta, con materassi in fiamme ed estintori sparati dentro le celle.

Stando alle ricostruzioni che circolano sui giornali, Enukidze, “una persona problematica” che avrebbe anche compiuto atti di autolesionismo, è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e portato in carcere, dove è stato sottoposto a processo per direttissima e dove è rimasto due giorni. La rissa sarebbe avvenuta tra lui e il compagno di stanza, colti dalle guardie a rompere una parete di plexiglass. Richiamati all’ordine, l’amico si sarebbe subito fermato, scatenando l’ira di Enukidze. La polizia sarebbe quindi intervenuta per fermare un’aggressione. I testimoni reclusi nella struttura, però, parlano di 8 poliziotti intorno a Enukidze, di “piedi sul collo” e di “testa sbattuta sul muretto”. Una volta allontanato dalla struttura, a chi chiedeva notizie di lui, le guardie avrebbero risposto che sarebbe finito in galera o espatriato. L’espatrio, però, non è andato a buon fine. 

L’associazione No Cpr e no frontiere, a capo delle manifestazioni di questi giorni, sedate dalla polizia in tenuta antisommossa, sulla base delle testimonianze registrate, ascoltabili qui, ha ricostruito questo: 

“È inizio settimana, V. non trova il telefono, non vuole tornare in cella, resiste, viene picchiato finché non ne può più. Viene buttato in cella, nella rabbia prende un ferro in mano e si fa male allo stomaco. Dopo viene portato in infermeria, non più di una ventina di minuti, torna e si mette a dormire, forse per i farmaci. Raccontano che il suo corpo era rosso dai lividi.

Il giorno dopo si sveglia, aveva accettato di essere estradato e riportato in Georgia, i compagni di prigionia dicono che gli fosse stato detto di fare le valigie per partire. Alle 20 però torna.

Sta presumibilmente due giorni nel CPR, sta male, per le manganellate e per il colpo nello stomaco, chiede aiuto senza essere soccorso.

Allora comincia a gridare, arriva la polizia che chiede a un suo compagno di cella di collaborare passandogli fuori un ferro. Quando V. lo vede aiutarli si arrabbia e i due iniziano a litigare, allora la polizia entra e in otto accerchiano V., iniziano a picchiarlo a sangue, si buttano su di lui con forza finché non sbatte la testa contro il muro.

Lo bloccano con i piedi, sul collo e sulla schiena, lo ammanettano e lo portano via. “Lo stavano tirando con le manette come un cane, non puoi neanche capire, questo davanti a noi tutti” ci ha spiegato un altro suo compagno recluso. 

Non dicono più niente a nessuno, raccontano agli altri detenuti che lo stanno processando. Poi ieri qualcuno origlia una conversazione e scopre che è morto. I compagni avvisano la moglie a casa, lei chiama il CPR e nessuno le risponde”.

In meno di 10 giorni sono morti due migranti nei centri di permanenza e rimpatrio. A Caltanissetta un trentaquattrenne è morto all’interno del Cpr di Pian del Lago, per non meglio specificate “cause naturali”, stando alle dichiarazioni della polizia. Secondo le testimonianze raccolte da LasciateCIEntrare, però, l’uomo stava male e non avrebbe ricevuto adeguate cure mediche. È stata disposta l’autopsia.

Photo credit: www.lasciatecientrare.it

È la paura di parlare in pubblico: cos’è la glossofobia e come si combatte

People For Planet - Mar, 01/21/2020 - 12:12

Tra le 13 paure che tengono sveglie le persone di notte la fobia di parlare in pubblico – tecnicamente definita glossofobia – è la terza più comune. Il dato arriva da uno studio dell’organizzazione YouGov UK e mette in evidenza come questa paura, di cui si racconta soffrissero personaggi famosi come Barbra Streisand, Adele e Luciano Pavarotti, sia tutt’altro che rara e anzi piuttosto democratica, interessando circa 1 persona su 4.

Sudorazione e crampi, come in un attacco di panico

I sintomi ricordano quelli di un attacco di panico: aumento della frequenza cardiaca, sudorazione eccessiva, affanno, crampi alla pancia, giramento di testa, vomito e, in alcuni casi, anche svenimento.

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Ecco come imparare a gestire la glossofobia

La buona notizia è che possiamo imparare a gestire la paura di parlare in pubblico attuando dei piccoli espedienti. A spiegarli è Massimiliano Cavallo, esperto di Public Speaking e autore del libro “Parlare in Pubblico Senza Paura”:

·       Provare il discorso più volte. “Può sembrare una regola banale, ma alla fine è anche la più disattesa”, sottolinea l’esperto. “Non basta leggere e rileggere le slide – precisa – ma è necessario provare il discorso nella stessa modalità che si userà poi realmente. Quindi, se l’intervento lo richiede, bisogna alzare la voce o abbassarla come se si avesse di fronte il pubblico”.

·       Prendere familiarità con il luogo in cui avverrà il discorso, magari andando a visitarlo in anticipo di qualche giorno.

·       Non leggere il discorso e non impararlo a memoria perché il più delle volte si finisce per sbagliare. “Una delle paure più diffuse è proprio quella di smarrire il filo del discorso, oltre a perdere in naturalezza, ecco perché non va imparato a memoria. Il discorso non va letto perché focalizzeremmo lo sguardo sul foglio anziché sul nostro pubblico. Se usi le slide scrivi poco testo; se parlerai a braccio, schematizza il tuo intervento in poche parole e appunti”, dice l’esperto.

·       Guardare la platea negli occhi. “Mai guardare nel vuoto o fissare le slide”, sottolinea Cavallo. “Bisogna cercare di guardare le persone negli occhi e, se l’aula è grande, guardarla a blocchi di persone”, aggiunge.

·       Alzare leggermente il volume della voce. “So che è difficile per chi ha paura di parlare in pubblico – sottolinea l’esperto – ma posso garantire che funziona. Se infatti la voce è più alta del solito, il cervello trasmetterà più sicurezza. Inoltre, con un volume di voce più alto sarà difficile sentire la voce che trema”.

Una vita dentro l’automobile

People For Planet - Mar, 01/21/2020 - 10:34

Lo afferma il Global card scorecard di Inrix, la classifica che analizza mobilità e congestione urbana in 38 Paesi nel mondo.

Roma è al secondo posto dopo Bogotà, e basta arrivare al settimo posto per trovare Milano con 226 ore. Firenze è quindicesima con 195 ore, Napoli è diciassettesima e Torino ventiduesima con 167 ore.

Al terzo posto c’è Dublino con 246 ore e la città irlandese è anche quella con la velocità media più bassa dei veicoli nel centro cittadino: 9,5 chilometri orari. Si fa prima a piedi.

La classifica si riferisce al 2018 ma crediamo che non sia molto diversa la situazione nel 2019.

Commentando i dati il coordianatore nazionale dei Verdi Angelo Benelli ha dichiarato: «La quantità di auto circolanti in Italia è tra le più alte d’Europa e questa è anche una causa dell’emergenza sanitaria rappresentata dal superamento dei limiti di legge di Pm10 e i sindaci devono affrontare questo problema contestualmente alla trasformazione delle città a misura di trasporto pubblico».

Senz’altro meno auto significa meno smog e già questo sarebbe un ottimo inizio, inoltre siamo certi che risparmiare 10 giorni di vita facendo altro che stare seduti in macchina in coda possa innalzare il buonumore, ridurre lo stress e migliorare la vita di chiunque.

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Foto di Free-Photos da Pixabay

I mattoni vivi che crescono e si illuminano

People For Planet - Mar, 01/21/2020 - 09:18

Delle magnificenze dei batteri abbiamo parlato spesso. Adesso, grazie ai ricercatori della University of Colorado Boulder, le loro virtù saranno applicate ai mattoni, resi così veri e propri organismi viventi, in grado di auto ripararsi, crescere, assorbire veleni o illuminarsi, grazie alla bioluminescenza. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Matter.

Batteri, sabbia e materiale gelatinoso saranno gli ingredienti per un mattone tra l’altro a ridotto impatto ambientale. Per quanto riguarda i primi, si tratta nel dettaglio di cianobatteri fotosintetici, del genere Synechococcus, coltivati su uno scheletro di gelatina e sabbia e mescolati a un mezzo di coltura. Le colonie di questi cianobatteri sono state usate per indurire la matrice di gelatina e sabbia, grazie alla loro capacità di precipitare il carbonato di calcio (a partire dagli ingredienti mescolati nel mezzo di coltura) e al tempo stesso renderla viva.

Vivi davvero

I mattoni in questioni sono da considerare a tutti gli effetti esseri viventi, che in condizioni di umidità vicine al 50%, in un mese circa, sopravvivono per un 9-14% del totale delle colonie batteriche, per continuare fino a tre generazioni il loro lavoro di batteri-mattone. Questo significa prima di tutto che, mettiamo il caso di un danno in facciata, basta fornire ai batteri i giusti nutrienti (matrice gelatinosa e sabbia) e loro si ripareranno riproducendosi.

Stiamo parlando per ora solo di un prototipo, che come detto ad esempio funziona solo in condizioni di elevata umidità. Per riuscire in condizioni più comuni, serviranno ancora nuove ricerche.

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La cura delle ferrovie a base di biometano

People For Planet - Mar, 01/21/2020 - 07:00

Il primo è rappresentato dalle sua formula: CH4. Una molecola di carbonio e quattro d’idrogeno. Quindi quando lo bruciamo per estrarre energia usiamo le quattro molecole d’idrogeno e “buttiamo” quella singola di carbonio – che in precedenza era sotto terra – creando gas serra. Ma non basta: il nostro CH4, infatti, ha anche un altro vizio. Se immesso direttamente nell’atmosfera ha un fattore di riscaldamento globale (GWP) pari a 28 su una scala di cento anni. Tradotto: un grammo di metano immesso nell’atmosfera senza essere utilizzato riscalda il Pianeta quanto 28 grammi di CO2. Quindi se valutiamo la filiera del metano fossile considerando sia la combustione sia le perdite potremmo arrivare alla conclusione, dati alla mano, che il risparmio sotto al profilo del riscaldamento globale non sia grande.

Tutto dipende dalla fonte

Se al posto del metano fossile parliamo di biometano le cose cambiano radicalmente. La formula è sempre la stessa, CH4, ma il bilancio molto diverso. La molecola di carbonio che ci avanza e che immettiamo nell’ambiente, infatti, era già presente nell’atmosfera ed è stata sequestrata dalla vegetazione che è alla base della filiera del biometano grazie al processo di fotosintesi, mentre le perdite sono molto inferiori visto che il nostro CH4 bio si sviluppa al chiuso in processi anaerobici – privi d’aria – e compie una strada molto meno lunga rispetto ai gasdotti del metano fossile che misurano spesso migliaia di chilometri. Il CH4 bio, infatti, è a filiera corta, viene prodotto vicino alle fattorie o alle fabbriche dove si lavorano gli scarti alimentari ed è distribuito spesso a poche decine di chilometri di distanza anche se si stanno realizzando compressori che consentono la distribuzione negli autoveicoli a ridosso della produzione. In un prossimo futuro, per esempio, potrebbe essere normale fare il pieno di biometano a ridosso del digestore e nei pressi dell’azienda agricola, andando a realizzare così una filiera di pochi metri.

Elettroni di riserva

Già, e della trazione elettrica cosa ci facciamo? La useremo di sicuro, ma come tutto ciò che ha a che fare con le sfide ambientali e climatiche la soluzione non sarà una sola. Se l’elettrico già oggi è maturo per la micro mobilità, dal monopattino allo scooter passando per la bicicletta elettrica, lo sarà a breve per le autovetture. Quando pensiamo alla mobilità pesante, come quella delle merci legata agli autocarri e a quella navale l’utilizzo dell’elettrico si allontana di molto. La fisica infatti è severa maestra. Per spostare mezzi di quella portata sarebbero necessarie grandi quantità di batterie che a loro volta pesano e consumano energia per essere messe in movimento. In pratica la densità energetica degli accumulatori è ben distante dal nostro CH4 che se impiegato nella sua versione bio permette a questi mezzi di muoversi in maniera rinnovabile con le stesse performance dei combustibili fossili.

Treno gasato

Ma c’è un altro mezzo che a sorpresa impiegherà il biometano: il treno. Il gas sostituirà gli elettroni? No, non è così. Un recente accordo tra Ferrovie dello Stato, Snam e Hitachi Rail, porterà in Italia la sperimentazione che punta alla conversione della flotta di motrici non elettriche che ora sono alimentate a gasolio. La sperimentazione partirà con la conversione di due motrici, successivamente saranno individuati altri mezzi. L’alimentazione potrà essere a metano liquefatto (LNG) oppure compresso (CNG). Si tratta di due tipi diversi di immagazzinamento della nostra molecola di CH4, la prima consente una maggiore autonomia visto che il gas ha una “densità” maggiore e quindi contiene più energia. E i vantaggi ci saranno già utilizzando la versione fossile del CH4 visto che saranno azzerate le polveri sottili e ridotte del 20% le emissioni di CO2. Il tutto considerando la parte finale della filiera del metano come abbiamo specificato. Successivamente, quando sarà pronta la filiera esclusiva del biometano le emissioni climalteranti saranno ridotte a zero. Senza contare l’aspetto economico. L’applicazione su larga scala di questa pratica consentirebbe alle Ferrovie dello Stato di risparmiare circa 2,5 milioni di euro sull’acquisto del carburante. La conversione delle motrici, intervento che non è particolarmente aggressivo, ne allunga anche il ciclo di vita diminuendo i costi ambientali che si dovrebbero sostenere nella realizzazione di nuove motrici. E in Norvegia puntano alle grandi distanze. C’è il progetto di biometanizzare la ferrovia più lunga della Norvegia, la Nordlandsbanen, che conta ben 700 chilometri, in zone non esattamente ospitali, mentre treni alimentati a bio CH4 stanno arrivando negli Stati Uniti e in Russia. Il motivo è semplice: per elettrificare queste linee bisogna sia creare l’infrastruttura aerea, sia quella di distribuzione dell’elettricità e in alcuni casi anche le centrali di produzione.

H2 in arrivo

Ma l’impiego del metano, anche bio, potrebbe aprire la porta anche ad altre soluzioni. Motrici elettriche potrebbero essere convertite a CH4 con la conversione delle nostre molecole di gas in elettricità attraverso delle celle a combustibile. Ciò consentirebbe ai mezzi ferroviari alimentati dagli elettroni “catturati” dalle linee aeree di muoversi con disinvoltura anche sulle linee non elettrificate, risparmiando le risorse economiche e ambientali che dovrebbero essere impiegate nella realizzazione delle linee elettriche aeree. Il tutto realizzando una sperimentazione per utilizzare idrogeno puro che altro non è che una molecola di CH4 divisa in due e senza il carbonio. L’H2. Fantascienza. Non esattamente.
Sulle linee ferroviarie tedesche, infatti, circola il primo treno esclusivamente a idrogeno dal cui scarico esce solo vapore acqueo. Certo, allo stato attuale l’utilizzo dell’idrogeno è ancora poco pulito, visto che oggi questo gas è al 99% prodotto da fonti fossili. In futuro sarà possibile usare, per la produzione dell’H2, energia elettrica da fonti rinnovabili che non viene utilizzata all’istante o stoccata nei sistemi d’accumulo.

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