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Cina, trovato Covid-19 sul salmone importato dall’Europa

People For Planet - Sab, 06/20/2020 - 12:02

Dopo un inverno drammatico la Cina è alle prese con nuovi focolai di SARS-CoV-2, il più esteso è legato al mercato di Xinfadi nel distretto di Fentai, a Pechino. Si tratta del più grande mercato all’ingrosso di prodotti freschi in Asia, occupando un’area di ben 112 ettari (più di 150 campi da calcio regolamentari). 

A seguito dei controlli, sono state rilevate tracce del coronavirus SARS-CoV-2 su un tagliere per il salmone di un venditore di pesce del mercato, e si è subito pensato che il pesce (importato dall’Europa) potesse essere al centro del nuovo focolaio. Immediato lo stop alle importazioni di salmone proveniente dall’Europa, e tutti gli stock in consegna già in territorio Cina sono stati bloccati. Via il salmone dai menù dei ristoranti, chiuso, in un secondo momento, il mercato. Uno stravolgimento per le abitudini dei cinesi: ogni giorno ben 1.500 le tonnellate di frutti di mare e di altri prodotti venivano distribuiti ai ristoratori e ai consumatori di Pechino dal mercato, prima della chiusura.

Davvero il salmone può trasmettere il virus COVID-19? 

L’ipotesi sarebbe al momento remota, a oggi non c’è alcuna evidenza che i salmoni vivi possano essere infettati dal coronavirus SARS-CoV-2, e soprattutto, che siano in grado di passarlo all’uomo in qualche modo. A dirlo e sottolinearlo sono le stesse autorità cinesi, pur lasciando aperta la porta al dubbio. “Non possiamo concludere che il salmone sia la fonte di infezione solo perché il coronavirus è stato rilevato su un tagliere di un venditore”, ha dichiarato l’epidemiologo Zadyou del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC).

Secondo un altro epidemiologo dei CDC cinesi, il dottor Wu Zunyou, i casi di COVID-19 legati al mercato di Xinfadi sono molto probabilmente legati a “frutti di mare e prodotti a base di carne” lavorati in loco ma gestiti al di fuori del mercato, verosimilmente contaminati da un operatore positivo al coronavirus ma asintomatico.

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Ricetta: ghiaccioli 100% frutta fatti in casa

People For Planet - Sab, 06/20/2020 - 10:30

Un’idea perfetta per rendere meno roventi le calde giornate estive in arrivo! Dal canale YouTube Elena Tee ecco come realizzare dei ghiaccioli 100% frutta a casa nostra! Nulla di più sano per i nostri bambini! Una ricetta facilissima che si può provare a realizzare insieme anche ai più piccoli. In questo video vedremo come realizzare i ghiaccioli gusto arancia e limone. Cosa serve:

  • 100 g acqua;
  • 50 g zucchero;
  • succo di 150 g di arance o limoni;
  • spremiagrumi;
  • stampini per ghiaccioli.
Fonte: Elena Tee

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Il morso della vipera

People For Planet - Sab, 06/20/2020 - 09:35

Esce il 2 luglio il nuovo libro di Alice Basso che è – per la gioia dei suoi lettori – il primo di una serie che racconta la storia di Anita. In una Torino degli anni ’30, in pieno regime fascista una bella ragazza decide di lavorare prima di mettere su famiglia. E trova impiego presso una casa editrice che pubblica una rivista di racconti gialli: Saturnalia.
Antifascista più di istinto che di consapevolezza, Anita non ha grandi aspirazioni di emancipazione, sa solo che il futuro che le prospetta il suo fidanzato, fascista convinto, fatto di casa, patria e soprattutto sei – dico sei – figli non è esattamente il suo ideale di vita. Almeno non subito.

Inizia così la storia de Il Morso della Vipera, lasciata al suo amore e alla sua vita Vani Sarca, la ghostwriter della precedente serie, Alice Basso riparte col botto.

E per meglio raccontarvi la genesi di questo nuovo libro chi meglio di lei stessa?

Dopo aver letto questo post, pubblicato nel suo profilo Facebook, il 2 luglio vi fionderete in libreria.

“SÌ, SÌ, È PERCHÉ SONO EMOTIVA, PUBBLICARE LA SECONDA SERIE È PEGGIO CHE PUBBLICARE IL SECONDO LIBRO CHE A SUA VOLTA È COME VENIRE MANGIATI DAL DRAGO DI TUTTE LE ANSIE E BLABLABLA, MA NON E’ SOLO QUESTO. È che questo libro – questa nuova serie – è una storia che ha spazzato via altre storie. Un tifone di storia. Per me, eh. Adesso vi spiego.

Così se poi mi vedete aggirarmi per il web mugolando “oddioddìo sta veramente per uscire aiutoaiuto” mi capite e mi tirate due Valium senza scomporvi troppo.

FLASHBACK: PRIMAVERA 2019

Poco più di un annetto fa, io sono una persona felice e serena con una strada luminosa spalmata davanti, come all’inizio delle commedie di Meg Ryan, per intenderci. Sta per uscire il quinto e ultimo libro della saga di Vani, ragione di ansia (tanto per cambiare) ma soprattutto di entusiasmo, e il futuro mi spaventa ma relativamente perché ho già sottoposto al mio editore delle nuove proposte e ne ho avuto l’approvazione. Una in particolare è già quasi terminata: un libro che parla di un tema a me caro, bisogna lavorarci ancora su per accentuare questo e smussare quello e il ritmo e l’antagonista eccetera eccetera, ma c’è tempo, è tutto tranquillo, tutto nella normalità.

Serena.
Paperina a Paperopoli.

Nel frattempo, studio. Studiare è una roba che nella mia vita ho fatto tanto e bene ma mai abbastanza e mai abbastanza bene. Fortunatamente, per quanto sia stata brava, ho sempre avuto attorno gente più brava di me, il che mi ha procurato una certa qual – indovinate? – ansia, ma ha anche sempre tenuto vivo il fuoco.

Ho appena finito di studiare un argomento in particolare, e mi ci sono appassionata tantissimo: la storia delle dattilografe sotto il fascismo, confluita nello spettacolo “Signorina Bertero, dattilografa” tenuto con le mie amate Soundscape 2.0 l’8 marzo per l’anniversario del museo di Reale Mutua. Ora – e siamo, ripeto, a poco più di un annetto fa – sto invece studiando la roba che racconto a una serie di corsi che mi capita di quando in quando di tenere nei licei o nelle librerie: corsi sulla nascita del giallo e poi del noir, letterature che non si studiano a scuola ma che raccontano la Storia in maniera favolosa.

In particolare, una delle cose che studio accende il mio interesse. “Accende”, vabbè: “incendia” sarebbe più esatto. È il tema del rapporto del fascismo con i gialli. Il giallo è il genere letterario preferito dagli italiani ma più odiato dal regime, e perché? È evidente: perché parlare di crimine significa ammetterne l’esistenza. Così i gialli italiani devono assoggettarsi a delle regole ASSURDE che ovviamente ne ammazzano tutto il brio: il colpevole dev’essere sempre straniero (quindi come compare uno straniero nella storia sai già che sarà lui il cattivo), il poliziotto – fascista – deve trionfare presto e bene e possibilmente sparare lunghe pippe moraliste, eccetera. Fare i giallisti o gli editori di gialli negli anni ’30 non è affatto semplice, specie se lo si fa per passione, magari perché si seguono i gialli che intanto stanno fiorendo in America, che sono i primi e meravigliosi lavori di Hammett, Chandler, Gardner, e quelli sì che possono raccontare la dura realtà e fare il loro mestiere di letteratura di denuncia.

Così una mattina mi sto lavando i denti e penso: “Certo che sarebbe una figata coniugare queste due cose interessantissime che ho studiato e che vorrei tanto avere una ragione per continuare ad approfondire. PER ESEMPIO MANDANDO UNA DATTILOGRAFA A LAVORARE PER UN GIALLISTA”.

La prima cosa che faccio, bisogna specificarlo, è sputare il dentifricio.

La seconda è passare tipo due settimane in catatonia, la testa gonfia di questo spunto che mi lievita dentro come certe pizze e andando a spulciare articoli e libri su questi due temi qua anziché decidermi a finire il libro che dovrei, appunto, finire.

La terza cosa è scrivere alla mia agente e alla mia editor.
“Non so come dirvelo. Tengo ancora tantissimo all’altro libro, eh… ma sto morendo dalla voglia di scrivere questa storia qua. Non riesco a pensare ad altro, ho già imbastito la trama per cinque libri, vi mando il prospetto, ditemi cosa ne pensate e cosa ne devo fare.”

Un paio di settimane dopo vengo convocata a Milano. “Ora mi dicono di farmi una vacanza e calmarmi”, penso. Invece mi dicono: “Scrivila“.
“FANTASTICO, VI E’ PIACIUTA! Allora continuo a studiare e per l’anno pross…”
“No, non hai capito: scrivila SUBITO. La vogliamo prima di qualsiasi altra cosa tu abbia già pronta, perché ci siamo innamorati di questa storia esattamente com’è successo a te, e l’amore non può aspettare.”

Fermo-immagine: l’altro libro è già praticamente finito.
Siamo in quel momento dell’anno in cui io di solito FINISCO di scrivere il libro che dovrebbe uscire l’anno seguente, non lo COMINCIO. In cui mi rilasso come un canotto che si sgonfia, non in cui mi scafandro come un quarterback e mi getto nella mischia della stesura di una cosa nuova. Ma, soprattutto, far passare in cavalleria il libro semipronto significa levargli il tempo per diventare, be’, pronto, cioè rischiare fortissimo di trovarsi con nessuna storia pronta all’ultimo momento utile per programmarne l’uscita.

Ma si è appena verificata la situazione più bella, ma proprio PIÙ BELLA che io abbia mai sperato nella mia vita da quando ero bambina. IL SOGNO DELLA MIA VITA. Avere una storia che non vedi l’ora di raccontare e un editore che ti dice “Scrivila subito”.

Così corro a casa, mi rimetto a studiare come una pazza, mi metto a scrivere come una pazza al cubo, e ad agosto la prima bozza è pronta. Aggiustamento dopo aggiustamento, approfondimento dopo approfondimento, conversazione con l’editor dopo conversazione con l’editor, arriviamo a oggi, quasi un anno dopo, e il libro sta per uscire.

E io sono una guglia della Sagrada Familia per le ulcere che mi traforano dall’ – indovinate? – ansia, ma fa parte del gioco, e comunque vada ho avuto un anno per studiare e scrivere e immergermi in una storia su cui ho adorato lavorare.

Chiudo con info tecniche, che ci vogliono pure loro: se vi va, potete preordinarlo su IBS (o ovunque vogliate); oppure – e finché si può mi sembra più bello – potete prenotare una copia con dedica a I libri di Eppi: Eppi, alias Paola Piolatto, è la libraia torinese da cui farò la presentazione in diretta facebook (la pagina è ovviamente “I libri di Eppi”) il 2 luglio, cioè il giorno stesso dell’uscita: visto che sarà una presentazione online ma io e lei saremo fisicamente nella sua libreria, quel giorno firmerò le copie e poi lei ve le spedirà ovunque vi troviate, anche su Marte.

L’ansia.
Ma avercene, di ansie così”

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Cervello, i cibi grassi riducono la concentrazione

People For Planet - Sab, 06/20/2020 - 09:30

Sono definiti “comfort food“, ovvero “cibi che danno consolazione“. Tutti abbiamo esperienza di quando, sotto stress per un esame o per un impegno lavorativo importante, preferiamo saziarci con hamburger e patatine fritte piuttosto che con carne ai ferri e verdura. Attenzione però: mangiare cibi grassi può essere controproducente, perché può ridurre la capacità di concentrazione. La notizia arriva da uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition secondo cui è sufficiente consumare un solo pasto ricco di grassi saturi per ledere la capacità di focalizzarsi.

Grassi saturi e insaturi

I ricercatori statunitensi della Ohio State University hanno confrontato i risultati di un test dell’attenzione eseguito da 51 donne dopo aver mangiato un pasto ricco di grassi saturi (il tipo di grassi alimentari meno salutari) e lo stesso pasto condito con olio di semi di girasole, e quindi ricco di grassi insaturi (ovvero la tipologia di grassi più sani). Una volta raccolti gli esiti dei test, il gruppo di ricerca ha constatato che i risultati erano decisamente peggiori dopo che le donne avevano consumato il pasto ricco di grassi saturi rispetto a quando avevano mangiato le stesse pietanze contenenti grassi insaturi.

Per ridurre la concentrazione basta un solo pasto “eccessivo”

Ad aprire gli occhi ai ricercatori è stata in particolare la perdita di concentrazione dopo il consumo di un solo pasto condito con grassi saturi. “Nella maggior parte degli studi precedentemente condotti per indagare l’effetto causale dell’alimentazione sulle capacità cerebrali le osservazioni effettuate dai ricercatori sono durate per un certo periodo di tempo – spiega Annelise Madison, autrice principale dello studio – mentre noi abbiamo valutato gli effetti sulla concentrazione dopo il consumo di un solo pasto e siamo riusciti a vedere delle differenze. Un risultato notevole”.

La capacità di attenzione diminuisce dell’11%

Il test, chiamato Continuous performance test o Test di valutazione dell’attenzione sostenuta visiva, è volto a misurare attenzione, concentrazione e tempo di reazione nel corso di 10 minuti di attività svolte al computer. Dallo studio è emerso che dopo aver consumato un pasto ricco di grassi saturi tutte le donne partecipanti erano, in media, l’11% in meno in grado di rilevare gli stimoli-target nella valutazione dell’attenzione.

Cibi poco grassi amici del cervello

Madison e colleghi hanno anche osservato che il pasto condito a base di olio di semi di girasole, sebbene a basso contenuto di grassi saturi, conteneva comunque molti grassi: “Poiché entrambi i pasti sono ricchi di grassi e quindi potenzialmente problematici, l’effetto a livello cognitivo causato dal pasto ad alto contenuto di grassi saturi potrebbe essere ancora maggiore se confrontato con il consumo di cibi a basso contenuto di grassi“.

Il ruolo dell’intestino

I ricercatori hanno anche esaminato se potesse avere qualche effetto sulla concentrazione una condizione chiamata “sindrome dell’intestino permeabile“, in cui le pareti dell’intestino non riescono ad opporsi in maniera adeguata all’ingresso nel circolo sanguigno di tossine e patogeni, come un rubinetto guasto che perde acqua (da cui la definizione “leaky gut“, ovvero “intestino che gocciola” o “intestino permeabile”). Ebbene dallo studio è emerso che, indipendentemente dal pasto consumato, le partecipanti con intestino permeabile sono risultate meno capaci di mantenere costante l’attenzione durante il test e per quanto riguarda la concentrazione hanno mostrato tempi di risposta più irregolari.

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Covid-19, scovati anticorpi umani super-potenti che proteggono dall’infezione

People For Planet - Sab, 06/20/2020 - 08:00

Super-anticorpi ricavati dal sangue di persone guarite dal Covid-19 hanno mostrato di fornire una potente protezione contro il nuovo coronavirus Sars-Cov-2. La ricerca è stata per ora condotta in laboratorio su modelli animali e su colture cellulari umane, ma secondo gli studiosi dello Scripps Research Institute di La Jolla in California (Stati Uniti) riveste una particolare importanza poiché “offre un paradigma di reazione rapida a una pandemia virale emergente e mortale, e pone le basi per studi clinici e test aggiuntivi sugli anticorpi come potenziali trattamenti curativi e preventivi per il Covid-19“. La ricerca è stata pubblicata su Science.

Trattamento curativo e preventivo

Le iniezioni di questi anticorpi potrebbero essere somministrate ai pazienti come terapia nella fase iniziale del Covid-19 per ridurre la gravità dell’infezione e proteggere i pazienti dalle severe conseguenze che il virus può comportare. Ma, come spiegano i ricercatori, questi anticorpi possono anche essere impiegati in modo simile a un vaccino, e quindi in modalità preventiva, per fornire una protezione temporanea contro l’infezione da Sars-Cov-2 ad alcune persone particolarmente a rischio come gli operatori sanitari (per sovraesposizione al virus) e gli anziani (per una maggiore fragilità dovuta all’età e alla presenza di altre patologie), e per altre categorie di individui, come ad esempio quelli che rispondono male ai vaccini tradizionali o che sono sospettati di aver avuto una recente esposizione al nuovo coronavirus.

Un approccio che ha funzionato per altri virus mortali

In tutto il mondo, a oggi, quasi 8 milioni di persone sono risultate positive all’infezione da Sars-Cov-2 e oltre 400 mila sono decedute. Lo sviluppo di un trattamento o di un vaccino contro il Covid-19 è attualmente l’obiettivo prioritario della politica sanitaria a livello globale, e uno degli approcci di ricerca consiste nell’identificare nel sangue dei pazienti in fase di recupero anticorpi in grado di neutralizzare la capacità del virus di infettare le cellule. Questi anticorpi possono quindi essere prodotti in serie usando metodi biotecnologici: una metodica già utilizzata  con successo contro il virus Ebola e contro il virus respiratorio sinciziale (Rsv) che causa la polmonite.

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Cancelleri: priorità alta velocità al sud | Istat: aspettativa di vita indietro di 20 anni | Zanardi gravissimo

People For Planet - Sab, 06/20/2020 - 06:25

llsole24ore: Debito pubblico, perché ora la Grecia sta pagando meno dell’Italia – La crisi Covid sarà peggio di Lehman 2008 ma non per i mercati. Ecco perché;

Il Mattino: Consiglio Ue, l’Italia detta i tempi: «Recovery fund, chiudere entro luglio» Recovery fund, sul piano Next Generation i 27 Paesi europei divisi in quattro schieramenti Conte e l’ostacolo Mes: dalla Ue prima gli altri aiuti Mes, a luglio il voto in Parlamento: si va verso l’ok, pochi no tra gli M5S;

La Repubblica: Zanardi gravissimo: delicato intervento alla testa, è in terapia intensiva. Da procura verifiche su organizzazione. Audio I soccorritori: “Respirava a fatica”;

Tgcom24: CANCELLERI: PONTE STRETTO? PRIORITÀ È ALTA VELOCITÀ AL SUD;

Il Fatto Quotidiano: Istat: “85% morti in eccesso in 37 province del Nord. L’aspettativa di vita può tornare indietro di 20 anni”. Dati – Nuovi contagi in calo: sono 251. Altre 47 vittime;

Corriere della Sera: Remuzzi: «Basta paura ingiustificata, ora tanti positivi non sono contagiosi»;

Leggo: Ancora chiusi 9 hotel su 10, allarme Federalberghi;

Il Manifesto: La Roberto Cavalli chiude Firenze e va a Milano. I 170 lavoratori: «Sono licenziamenti mascherati»;

Il Giornale: Non paghi? Vai nella lista nera. Ecco chi rischia la stangata Ue. Le nuove regole che condannano le imprese;

Il Messaggero: Pechino, isolato l’ospedale Peking «Virus al mercato viene da Europa» Brasile, oltre 1 milione di contagiati;

Negli Usa si commemora la fine dello schiavismo

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 19:00

Migliaia di persone parteciperanno  a molte manifestazioni pianificate da New York a Los Angeles per il 155° anniversario del “Juneteenth“, quel giorno del 1865 quando gli schiavi di Galveston, in Texas, seppero che ‘Ora erano liberi”.

Ma quest’anno diverse tragedie hanno costretto il paese a fare un esame di coscienza sul razzismo che ha segnato la sua storia e permea ancora alcuni gangli essenziali della società.

L’uccisione di George Floyd

George Floyd, un afroamericano di 46 anni, è stato soffocato da un ufficiale di polizia bianco durante il suo arresto a fine maggio a Minneapolis. È morto dopo essere rimasto più di otto minuti sotto il ginocchio di Derek Chauvin, al quale continuava a dire: “Non riesco a respirare”, mentre gli altri poliziotti presenti aiutavano il loro collega che stava uccidendo Floyd.

La trasmissione della scena, filmata dai passanti nella sua interezza, ha causato un’onda d’urto nel paese e dimostrazioni gigantesche contro il razzismo quotidiano e la violenza della polizia.

“La triste verità è che questo non è un caso unico”, ha detto il fratello della vittima Philonise Floyd “Il modo in cui mio fratello è stato torturato e ucciso  è il modo in cui i neri vengono trattati dalla polizia in America”.

Black Lives Matter

Al grido di “Black Lives Matter, diversi milioni di persone sono scese in strada per denunciare le disuguaglianze razziali. La mobilitazione  ha gettato una luce cruda sui metodi della polizia e sui suoi comportamenti vessatori verso le minoranze ma non ha impedito che episodi del genere continuassero a ripetersi.

L’uccisione di Rayshard Brooks

Il 12 giugno scorso un’altra notizia ad Atlanta ha scatenato la rabbia: un agente di polizia bianco ha sparato a Rayshard Brooks, un afroamericano, mentre tentava di sfuggire all’arresto con due proiettili sparati alla schiena. Brooks era “colpevole” di essersi addormentato ubriaco nel parcheggio di un supermercato.

Come a Minneapolis, l’ufficiale che ha sparato è stato rimosso dall’incarico e accusato di omicidio.

Trump getta benzina sul fuoco

Donald Trump ha attaccato i manifestanti e minacciato di reprimere le proteste con l’esercito.

Il presidente repubblicano ha persino gettato benzina sul fuoco pianificando il giorno del “Juneteenth” a Tulsa, in Oklahoma, per una grande manifestazione elettorale per la sua rielezione a novembre. La città è segnata dal ricordo di una delle peggiori stragi razziali della storia, dove fino a 300 afroamericani furono massacrati da una folla bianca nel 1921, “rei” di aver creato un quartiere prospero e pacifico.

Questa scelta è stata denunciata da più parti come una provocazione, costringendo Trump a rinviare l’incontro al giorno successivo.

La strategia di Trump, tesa a esasperare gli animi, mira a compattare il fronte conservatore ostile all’uguaglianza e a terrorizzare gli incerti con il fantasma di disordini violenti.

Una prosperità basata su schiavitù e sterminio

Le manifestazioni hanno anche costretto gli americani a interrogarsi nuovamente sulla storia del loro paese che ha basato il suo sviluppo economico sulla schiavitù e sullo sterminio delle popolazioni indigene.

Si vanno moltiplicando le richieste di eliminare i monumenti eretti per generali e funzionari confederati durante la guerra civile (1861-1865), che combatterono per difendere lo schiavismo e di cui brulica il  sud del paese, e alcuni sono stati distrutti o rimossi.

I primi risultati simbolici per il movimento

Il campionato automobilistico Nascar ha vietato le bandiere confederate sui suoi circuiti, che sono spesso sventolate dalla folla del sud dove sono ancora molto popolari. E la presidente democratica del  Congresso Nancy Pelosi ha ordinato la rimozione dei ritratti di quattro ex presidenti della Camera dei rappresentanti che avevano militato tra i Confederati.

Le proposte di democratici e repubblicani e le richiesta del movimento

Il movimento di protesta ha indotto sia democratici sia repubblicani a presentare delle proposte di legge per limitare lo strapotere e l’immunità della polizia. Tuttavia nessuna delle proposte contiene finora la richiesta più forte avanzata dal movimento: quella di ridurre l’enorme budget della polizia per destinare parte dei soldi a cause sociali.

Covid-19, Beppe Sala shock contro lo smart working

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 17:59

Non pago della pericolosa sbandata che prese a fine febbraio, quando promosse la campagna #milanononsiferma, che invitava i milanesi a non avere eccessiva paura del virus, e che lui stesso condannò a posteriori, il sindaco Sala ci ricasca. “Milano deve chiudere l’emergenza Covid rinunciando allo smart working generalizzato”, ha detto oggi. Il sindaco di Milano aggiunge: “A mio giudizio oggi è il momento di tornare a lavorare”, come se finora fossimo stati a fissare il suo bel viso nei video-messaggi che spesso e volentieri lancia ai milanesi dai social, al grido di “Buongiorno Milano”. (Ne ricordiamo con pochissima stima anche un altro, recente, a sostegno di Indro Montanelli).

I contagi in aumento

Poco importa se solo ieri la Fondazione Gimbe ha sottolineato l’aumento dei contagi e la loro concentrazione in Lombardia. Poco importa che lo smart working sia nei fatti uno strumento di lavoro efficace e attuale, capace di migliorare la vita delle persone e la produttività, tanto che molte società innovative, come numerosi social network, l’hanno garantita senza limiti temporali ai propri dipendenti.

Uno schiaffo ai genitori (e alla legge)

Poco importa pure che lo smart working è stato riconosciuto da menti più fresche come indispensabile a contenere il contagio, ove possibile, limitando i flussi sui mezzi pubblici, ad esempio. E poco importa che sia una fondamentale forma di tutela per i genitori che lavorano. Addirittura, è la legge a dirlo: il Decreto Rilancio prevede che, fino al 31 luglio, i genitori lavoratori dipendenti del settore privato, con almeno un figlio a carico minore di 14 anni, hanno diritto al lavoro agile. Perché i nonni sono a rischio e i centri estivi non possono affollarsi. E convincere il datore di lavoro, adesso, sarà più difficile per i milanesi.

Una visione vecchia del lavoro

L’atteggiamento di Sala – con il Corriere della Sera che lo enfatizza – non è solo una scelta pericolosa. E anche il segno di un’Italia vecchia e arrugginita, poco “svelta” nel comprendere la complessità del reale. Ci manca una visione più avanzata e libera del lavoro e dei lavoratori, ancorati invece come 60 anni fa alla mitologia del cartellino, quando invece le sue garanzie sono da tempo svanite.

“Stare a casa e prendere lo stipendio non va bene”

“Un consiglio mi sento di darlo, io sono molto contento del fatto che il lockdown ci abbia insegnato lo smart working, e ne ho fatto ampio uso in Comune, ma ora è il momento di tornare a lavorare – ha detto Sala nel dettaglio – perché l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli. Tutto ciò va contestualizzato nella situazione sanitaria”.

La frustata finale del primo cittadino alla sua amata città che lavora è un insulto diretto – neppure un’allusione – al fatto che lavorare in smart working non sia vero lavorare.

Buongiorno Sala, la invitiamo a farsi avanti nel mondo reale che aspetta solo lei.

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Una medusa gigante a Trieste

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 17:30

La più grande e la più rara fra le meduse del Mediterraneo è stata avvistata dai ricercatori dell’Area Marina Protetta di Miramare nel Golfo di Trieste. Si tratta della Drymonema dalmatinum, una medusa urticante della classe delle scifomeduse che può arrivare fino ad 1 metro di diametro.

Fonte Facebook Area Marina Protetta Miramare

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Perché i koala abbracciano gli alberi? Ecco svelato il mistero.

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 16:00

A tutti sarà capitato di imbattersi in una foto di un dolcissimo koala che abbraccia un albero e vi sarete chiesti il perché oppure avrete pensato che lo facciano soltanto per affetto nei confronti di un’altra creatura terrestre.

Invece c’è una spiegazione scientifica a questo fenomeno ed è stata analizzata e dimostrata da un  gruppo di ricercatori dell’Università di Melbourne, in Australia.

L’estate australiana è molto calda e le temperature possono raggiungere anche i 40° C. In queste situazioni estreme, avere una pelliccia folta come quella dei koala può essere un problema. Per questo motivo, questi simpatici marsupiali abbracciano gli alberi di eucalipto – di cui, tra l’altro, si cibano – per abbassare la propria temperatura corporea. Il microclima delle foreste di eucalipto e di acacia, infatti, permette ai koala di avere un po’ di sollievo dal rovente caldo esterno, poiché la temperatura degli alberi risulta essere di oltre 5 gradi in meno rispetto a quella circostante.

Lo studio

Come si legge nello studio pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno dei modi in cui le specie possono resistere alle temperature calde e, quindi, evitare di disidratarsi e ridurre al minimo lo spreco di liquidi, è la ricerca di microclimi freschi, ma solo se il loro habitat fornisce tale rifugio.

I ricercatori hanno monitorato il comportamento di 37 koala muniti di radiocollari e il loro atteggiamento in condizioni meteorologiche “calde” e “lievi”. Inoltre, attraverso immagini termiche degli alberi all’interno del sito di studio, sono stati raccolti i dati sulle temperature del tronco durante la stagione calda, per valutare se tale cambiamento avesse potuto spiegare il comportamento dei koala in base alla variazione del clima nel loro habitat.

È stato dimostrato che durante la stagione calda, gli animali adottano una postura che permette loro di esporre la maggior parte della loro superficie corporea alla parte fresca dell’albero, in cui i loro arti si distendono a formare un abbraccio. In queste condizioni climatiche, i koala prediligono i rami inferiori degli alberi mentre nei giorni più freschi, sotto i 25 gradi, siedono sulle fronde più alte degli alberi.

I profili di temperatura dell’albero hanno mostrato una forte congruenza con i modelli di comportamento osservati del koala. Durante la stagione calda, le temperature medie della superficie degli alberi delle quattro specie di alberi dominanti nel sito erano significativamente più basse delle temperature locali dell’aria.

La ricerca ha, quindi, dimostrato che abbracciare gli alberi consente ai koala di rinfrescarsi fino al 68%, riducendo così il bisogno di evaporare preziosi fluidi. La tendenza dei koala ad abbracciare gli alberi riduce notevolmente i requisiti di perdita di calore previsti e il risparmio idrico derivante da questo comportamento potrebbe essere fondamentale per la sopravvivenza di questa specie durante le ondate di calore.

Tale mutua connessione tra animali e alberi, che s’instaura soprattutto durante i periodi caldi, è utile a comprendere quali habitat debbano essere preservati in vista dei cambiamenti climatici in atto.

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Milano a caccia di Covid-19 in camper

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 15:00

Era (e tornerà ad essere) un bellissimo progetto per lo screening della tubercolosi, tra italiani e immigrati, di cui People for Planet aveva parlato in esclusiva qui. Adesso il progetto Camper è stato convertito a screening per il coronavirus, grazie alla collaborazione tra Ats e Ospedale Niguarda. “Il progetto è partito il 28 aprile”, mi spiega Matteo Saporiti, pneumologo che a bordo di questa ambulanza attrezzata sta dando la caccia assieme al suo team “ai tanti positivi sintomatici o asintomatici, ma ancora contagiosi, che nei vari centri di accoglienza di Milano riuniscono senza fissa dimora, immigrati, richiedenti asilo e minori non accompagnati”.

“Disinneschiamo potenziali bombe”

Tante le realtà che nella città metropolitana concentrano comunità promiscue e chiuse, con mense, bagni e dormitori in comune. Realtà potenzialmente esplosive, un po’ come le RSA di cui tanto si è parlato, ma che invece erano completamente sfuggite all’attenzione mediatica e anche a quella politica o amministrativa. L’idea di controllare la nascita e lo sviluppo di potenziali focolai tra gli ultimi è venuta agli stessi medici che già giravano in “camper” per lo screening della Tbc, e che, fermi a causa dell’emergenza coronavirus, che aveva interrotto anche gli sbarchi, hanno pensato di rendersi utili con lo stesso schema di lavoro, proprio per combattere il nuovo nemico.

Anche un lavoro di ricerca

“Quando avremo analizzato tutti i dati che stiamo raccogliendo, capiremo anche le prevalenze della malattia, a seconda, ad esempio, dei vari gruppi etnici o di specifici fattori di rischio”. Si ipotizza infatti, ma ancora senza conferme, che chi ad esempio proviene dall’Africa centrale sia più protetto dal contagio. Informazioni importantissime per un virus pericoloso e ancora largamente sconosciuto. “Di sicuro la nostra esperienza conferma ad esempio già da adesso che i malati di diabete e ipertensione – e non, come si pensa, chi ha problemi alle vie respiratorie – sono i più predisposti al contagio”. Tra le altre considerazioni del gruppo di lavoro, quelle che vedono gli operatori sanitari mediamente meno esposti al virus, perché più attenti a rispettare i protocolli di sicurezza. Mentre i centri psichiatrici si sono rivelati i luoghi a maggior rischio assoluto, proprio per la difficoltà di far rispettare le misure di distanziamento e protezione alle persone.

Dove si muove il Camper

Casa dell’Accoglienza ‘Enzo Jannacci’ di Viale Ortles, il centro d’accoglienza di via Aldini, quello di via Mambretti, le case dei Fratelli di San Francesco. Queste alcune delle strutture monitorate, alcune a tappeto, altre indagando su casi che negli ultimi mesi avevano presentato sintomi.

I contagi calano, ma poco

“Abbiamo visto ad oggi 870 persone, con l’obiettivo di raggiungere un migliaio, e i tassi di positività stanno andando a decrescere. Su tutto il periodo, siamo a un 10,34% di tamponi positivi (in linea con la media nazionale) e di infettati asintomatici con anticorpi positivi al 36,18% (chi ha fatto la malattia ed è guarito). Molti gli asintomatici contagiosi, come nella media nazionale”, specifica Saporiti.

I numeri sono in diminuzione? Mica tanto. “Se all’inizio di questo percorso eravamo a un 12,5% di positivi oggi siamo appunto al 10%“.

Uno schema vincente

“Il senso ancora oggi importante di questa iniziativa è l’isolamento dei focolai. Controlliamo 35-40 persone ad ogni uscita e il mattino dopo, a 24 ore di distanza, abbiamo il risultato dal Niguarda. Lo comunichiamo immediatamente e la stessa struttura ospitante ove possibile isola i positivi e i loro contatti,  ponendoli in quarantena. Altrimenti li mandano all’Hotel Michelangelo. Uno schema che funziona molto bene. Abbiamo una convenzione aperta fino a dicembre, e quindi anche nel caso di una eventuale seconda ondata saremo presenti”.

L’Hotel Michelangelo è la struttura che ha accolto i malati di covid asintomatici da inizio pandemia. Prima le forze dell’ordine o chi non poteva isolarsi in casa, oggi i senza fissa dimora e immigrati che vivono in comunità e possono così isolarsi dal gruppo in caso di tampone positivo.

“Se lo riteniamo necessario, i malati vengono sottoposti subito a visita pneumologica nella nostra struttura mobile – finora 111 persone su 870. Di questi, il 10% è stato sottoposto anche a radiografia del torace in loco”.

Il lato umano

“Ci tengo a sottolineare il valore umano dell’esperienza”, continua Saporiti. “Già il progetto per lo screening della tbc era un’esperienza umanamente alta, adesso è ancora accresciuta dall’idea che anche gli ultimi possano avere accesso a un controllo. Sottolineo lo spirito di festa e accoglienza con il quale siamo sempre stati accolti dalle strutture, dal personale e dagli ospiti, che hanno sempre collaborato con noi nel più sereno dei modi”.

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Scandalo Agrigento, spianate illegalmente le sue dune

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 12:30

Ad Agrigento non esistono più le dune, spazzate via senza pietà insieme agli interi ecosistemi che le abitavano. “La natura impiega decine di anni per realizzare una duna costiera, poi arriva la ruspa della ditta incaricata dal Comune per pulire la spiaggia e, in un paio di ore, cancella tutto!”. La denuncia è dell’associazione agrigentina Mareamico. “Le dune costiere sono un ecosistema protetto dalle leggi comunitarie, svolgono un ruolo importantissimo nella difesa della costa: sono infatti un ostacolo fisico all’avanzamento del mare e costituiscono un consistente deposito di sabbia che può alimentare naturalmente la spiaggia dopo le mareggiate invernali”, spiega Claudio Lombardo.

Era l’habitat della caretta caretta

“La devastazione di queste dune ha compromesso un intero ecosistema, sono state spazzate via diverse varietà di piante psammofile, l’habitat di alcuni uccelli e c’è il concreto rischio che abbiano distrutto il nido di qualche tartaruga caretta caretta, che proprio in questo periodo deposita le uova in spiaggia”, aggiunge Lombardo di Mareamico.

I rifiuti sommersi sotto la sabbia

“Senza contare il fatto – prosegue – che i rifiuti sono stati semplicemente nascosti sotto la sabbia, spostata dalla ruspa. Ovviamente il Demanio e la Capitaneria avevano autorizzato solo la pulizia della spiaggia con un mezzo gommato e senza movimentazione delle sabbie e invece questi lavori, praticamente abusivi, hanno distrutto tutto. Un danno assolutamente incalcolabile“.

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Scuola: in classe senza mascherina. Le proposte delle Regioni

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 12:00

Le linee guida del ministero dell’Istruzione non arrivano, così ci pensano le Regioni. Il rientro sui banchi è previsto per il 14 settembre ma ancora non si ha notizia delle modalità ufficiali per garantire la sicurezza all’interno negli ambienti scolastici. Le Regioni riunite in conferenza con le Province autonome hanno messo a punto ed inviato un documento al ministero già da una settimana. I tempi si allungano, se tutto va bene entro martedì si avrà un responso, dopo che il ministero le avrà valutate insieme a quelle di famiglie, studenti, comuni e sindacati.

Niente mascherina in classe

Per settimane si è discusso di plexiglass e distanziatori di ogni sorta, la proposta delle Regioni è più semplice: nessun obbligo di mascherina durante le lezioni, ma resta fondamentale il rispetto delle regole di distanziamento. Le mascherine andranno indossate in aula soltanto in presenza di individui immunodepressi, altrimenti vale soltanto la regola di 2 metri quadrati di spazio per ogni studente.
La mascherina andrà comunque indossata durante le fasi di ingresso e uscita e mentre si transita lungo i corridoi della scuola. Le Regioni, a questo proposito, chiedono che siano previsti ingressi e percorsi diversificati.
Gli insegnanti dovranno spiegare dalla cattedra e non potranno passare tra i banchi durante le verifiche, mentre gli studenti dovranno consumare la merenda al proprio banco durante la ricreazione. Questa sarà più lunga per dar loro modo di svagarsi e spostarsi. L’obbligo della mascherina scatta però non appena si allontanano dal proprio banco.

Stop alla DAD, misurazione della temperatura e disinfezione

Le Regioni chiedono uno stop della Didattica a Distanza per la scuola primaria e secondaria di I e II grado.

Fondamentale la rilevazione della temperatura all’ingresso delle scuole, almeno a campione, con l’obbligo di rimanere a casa per i soggetti che presentano sintomi sospetti o temperatura corporea superiore a 37.5 °C.

Garantire una gestione di orari più ampi e maggiore vigilanza soprattutto durante il momento dell’entrata e dell’uscita da scuola implica confrontarsi con un problema fondamentale: manca il personale ATA e docente utile a rendere il controllo effettivo. Tutto ciò considerando anche la necessità di un maggior numero di ore o teste per la pulizia e disinfezione di attrezzature e locali prima, dopo e durante la refezione.

Controllo dei flussi e menu semplificato

Sul tema dei pasti e delle mense scolastiche, le Regioni propongono di semplificare i menù e unificarli per le scuole di ogni ordine e grado, immaginando un menu specifico legato al momento di emergenza. Nelle mense in cui i pasti vengono portati dall’esterno andrà vietato lo scodellamento, consentito nel caso delle mense dirette.

Igiene degli ambienti e personale

Dovrà essere garantita pulizia e disinfezione degli ambienti e delle superfici, in particolare di quelle toccate più di frequente come banchi, cattedre, corrimano, interruttori, maniglie, finestre, servizi igienici. Le Regioni invitano ad incaricare l’insegnante della pulizia di oggetti ad uso promiscuo prima di abbandonare la classe al docente successivo. Inoltre, si invita a tener conto della questione pulizia nel caso di aule in cui si alternano studenti di varie classi.

Per quanto riguarda l’igiene personale, si raccomanda la presenza di prodotti per l’igiene delle mani sia nelle aule che nei corridoi, a disposizione di studenti, docenti e personale A.T.A., da abbinare alla diffusione di informazioni sul corretto utilizzo.

Trasporto pubblico e scuole

Infine, una questione che non riguarda in prima persona le Regioni, ma che sarà un tasto dolente per molte città. Le Regioni, infatti, non hanno facoltà di decidere modifiche dell’orario scolastico, ma invitano a prevedere le criticità a cui andrà incontro inevitabilmente il settore del trasporto pubblico locale al momento di un nuovo incremento dei viaggiatori. Possibile soluzione: orari di ingresso e uscita da scuola differenziati e potenziamento dei servizi di trasporto.

Tic-tac, il tempo stringe.

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I cambiamenti climatici producono più nuovi sfollati delle guerre

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 11:32

Il numero di sfollati interni nel 2019 ha raggiunto cifre da record. Si tratta di persone che hanno perso la propria casa a causa di conflitti e disastri naturali. Vengono definiti migranti nazionali o, appunto, sfollati interni: sono persone che non fuoriescono dai confini del proprio Paese ma si trovano in condizioni critiche a seguito di eventi eccezionali.
I dati del Global Report on Internal Displacement 2020 sono allarmanti e ci mostrano due evidenze chiave: da un lato, i cambiamenti climatici producono più nuovi sfollati delle guerre, dall’altro i nuovi sfollati climatici in Europa sono già tantissimi.

Eventi meteo estremi, guerre e ora anche il Covid-19

Il Report dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), che fa parte del Norwegian Refugee Council, stima che nel mondo si contano 45.7 milioni di sfollati interni a causa dei conflitti violenti che hanno avuto luogo in 61 Paesi. La maggior parte degli sfollati si trova in Siria, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Afghanistan.
Altri 5,1 milioni di sfollati interni sono il prodotto di calamità naturali. Questo include 1,2 milioni di persone che hanno perso la casa a seguito delle inondazioni in Afghanistan, 500 mila persone che sono finite in strada a causa dei monsoni in India e 33 mila che ancora non hanno messo radici dopo il terremoto di Haiti del 2010.
Questi individui si trovano oggi in campi di emergenza spesso affollatissimi, dove il diffondersi della pandemia di Covid-19 ne ha acuito i problemi e la vulnerabilità.

Nel 2019 si sono registrati 33,4 milioni di nuovi sfollati interni, il dato più alto dal 2012

8,5 milioni sono il prodotto di conflitti ma circa il 24,9 milioni sono il prodotto di calamità naturali come il ciclone Fani in Sri Lanka, Andhra Pradesh, India orientale, Bangladesh e Bhutan, i cicloni Idai e Kenneth in Mozambico e l’uragano Dorian alle Bahamas. Ma anche piogge pesanti e prolungate generano sfollati, come nel caso dei 2 milioni di nuovi senzatetto in Africa.
I dati sono preoccupanti ma poteva andare addirittura peggio. Il Report stesso sottolinea che in zone ripetutamente colpite come l’Asia i progressi sono notevoli: grazie ad un monitoraggio più accurato, ad una maggiore efficacia dei sistemi di allerta e ad una serie di evacuazioni tempestive molte vite sono state salvate.
La roadmap per i prossimi 10 anni si basa su 3 capisaldi: migliore informazione sui rischi, più risorse e una politica di investimenti più solida.
Di seguito: il primo grafico mostra anno per anno il numero di nuovi sfollati generati da disastri (colore blu) e conflitti (colore arancione); la classifica dei Paesi in cui si contano più sfollati per ognuna delle due cause prese in esame.

I cambiamenti climatici generano sfollati anche in Europa

Forse non ci prestiamo molta attenzione e tendiamo ad associare i cambiamenti climatici a fenomeni estremi che si verificano in Paesi molto lontani dai nostri confini. Nulla di più sbagliato. La diminuzione dei conflitti in Europa (il dato che emerge nel Report è legato soprattutto al mutare della situazione in Ucraina) rende ancora più evidente l’aumento degli sfollati interni dovuto al verificarsi di calamità naturali. L’infografica è eloquente.

In Europa è complicato collegare eventi singoli, che si verificano in aree tutto sommato ristrette, alle migrazioni e agli sfollati interni. Un tornado che colpisce un Paese asiatico provoca centinaia di morti e migliaia di sfollati in un arco di tempo ristretto, mentre in Europa i dati vanno interpretati in maniera diversa e più approfondita.
Dopo un evento naturale estremo e improvviso, spesso le persone non gettano subito la spugna né si trasferiscono in altri Paesi del mondo. Nella maggior parte dei casi tengono duro, tentano di rialzarsi, mettono mano ai risparmi, cedono dopo qualche anno. Sappiamo, tuttavia, che nei 5 Paesi europei in cui si registra il numero più alto di nuovi sfollati si sono verificati alcuni eventi meteorologici estremi particolarmente rilevanti.
Spagna e Portogallo ormai da anni sono alle prese con ondate di calore estreme, che hanno generato incendi devastanti come quello dello scorso anno alle Canarie. Alcuni di questi eventi passano in secondo piano dopo qualche mese ma le loro conseguenze sulla popolazione si manifestano per anni. Sono questi eventi che, alla lunga, possono generare sfollati.
Lo stesso discorso vale per le inondazioni che hanno colpito ripetutamente i Balcani negli ultimi anni, con il Danubio che ha rotto gli argini ed ha distrutto coltivazioni, ucciso bestiame, lasciato interi villaggi in ginocchio.
È il ripetersi sistematico di eventi come questi che mette le persone a dura prova.
Un ripetersi che in altri Paesi del mondo ormai da decenni ha portato a migrazioni continue, prima da villaggio a villaggio, poi dai villaggi alle città e infine dalle città ad altri Paesi del mondo.

I cambiamenti climatici sono realtà ormai anche in Europa e in Italia. Non dimentichiamo che lo scorso anno nel nostro Paese il numero di incendi è drammaticamente triplicato e che, se spesso la matrice è dolosa e i colpevoli sono i piromani, i cambiamenti climatici accentuano il problema e gettano altra benzina sul fuoco.

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3 modi per far germogliare l’avocado in casa

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 10:00

Dal canale YouTube di Ohga un pratico di video di come far crescere una pianta di avocado direttamente dal seme, vedremo insieme 3 facili metodi.

Consiglio: per avere successo vi consigliamo di preferire l’acquisto del frutto da una coltivazione di tipo biologica.

Non abusate in cucina di questo alimento spesso proveniente da monocolture intensive, tra le cause di cambiamenti climatici e diseguaglianze sociali con ripercussioni a livello globale. Scegliete di acquistare avocadi nazionali e con certificato di garanzia.

Cosa fare sempre: estraiamo il seme dall’avocado e puliamolo dagli eccessi di polpa, successivamente spelliamolo.

Fonte: Ohga

Primo metodo – Con una bottiglietta da riciclare: tagliamo a metà una bottiglia di plastica. A questo punto giriamo la parte del collo sottosopra e inseriamola nella seconda metà. Riempiamo d’acqua fin quando il livello non sarà al limite della parte inferiore. Poi posizioniamo il nocciolo del nostro avocado con la parte più ampia rivolta verso il basso e quindi a contatto con l’acqua. In questo modo permetteremo al nostro seme di germogliare, dobbiamo solo aspettare e quando ci accorgiamo che l’acqua si ritira, aggiungiamone dell’altra. L’importante è che la parte bassa rimanga sempre a contatto diretto con l’acqua.  Tenete il vostro avocado in una zona abbastanza luminosa della casa.

Secondo metodo – Con gli stuzzicadenti: Foriamo il nocciolo su tre parti (attenzione a non inserire gli stuzzicadenti nelle linee laterali del seme) a circa metà della sua lunghezza, teniamo gli stuzzicadenti piegati verso l’alto. Riempiamo un bicchiere con acqua e inseriamo il seme con sempre solo la parte bassa a contatto con l’acqua. Tenete il vostro avocado in una zona abbastanza luminosa della casa.

Terzo metodo – Con una busta di plastica da riciclare: Prendiamo un vasetto e mettiamoci dentro del terriccio. Poi inseriamo il nostro seme e lasciamolo scoperto solo da metà. Irroriamo e poi copriamo con una busta di plastica per andare a creare così il nostro personale effetto serra in casa. In questo modo, esponendo la pianta al sole, questa rimarrà sempre bagnata e quando poi il terreno sarà asciutto, dovremo innaffiarla di nuovo! 

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Una mela al giorno…

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 08:34

10 diverse varietà di mele (che fanno benissimo alla salute) con altrettante ricette. Dalla Renetta alla Stark Delicious fino alla Pink Lady. Avete mai assaggiato una mela Braeburn?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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ECOFUTURO MAGAZINE: Rinascere rinnovabili

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 08:32

E’ online (gratuitamente) il secondo numero per il 2020 di EcoFuturo Magazine, la rivista dedicata alle innovazioni ecotecnologiche creata dal gruppo fondatore del Festival Ecofuturo.
E proprio all’edizione di quest’anno del Festival è dedicato ampio spazio, con un nutritissimo programma.
L’appuntamento è dal 14 al 18 luglio 2020 e come ogni anno tutto il Festival sarà trasmesso online su Facebook.
Tornando alla rivista da non perdere l’intervista a Elly Schlein dal titolo Ecologia coraggiosa. Elly sta tentando di cambiare il panorama dell’ecologia politica italiana parlando di decarbonizzazione, rinnovabili, patto per il Clima…
E ancora: mobilità sostenibile con Maurizio Fauri, meno burocrazia per far decollare le rinnovabili con Fabio Roggiolani e ovviamente focus sull’Ecobonus al 110%.

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Covid-19, a Milano e Torino il virus presente già a dicembre

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 08:00

A Milano e a Torino il nuovo coronavirus Sars-Cov-2, responsabile dell’infezione Covid-19, era presente già a dicembre. A scoprirlo uno studio dell’Istituto superiore di sanità in via di pubblicazione realizzato attraverso l’analisi di acque di scarico raccolte in tempi antecedenti al manifestarsi del Covid-19 nel nostro Paese. I campioni prelevati nei depuratori di centri urbani del nord Italia sono stati utilizzati quindi come ‘spia’ della circolazione del virus nella popolazione.

Esaminati 40 campioni di acque reflue

“Lo studio – spiega Giuseppina La Rosa del Reparto di Qualità dell’Acqua e Salute del Dipartimento di Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha condotto lo studio in collaborazione con Elisabetta Suffredini del Dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità pubblica veterinaria – ha preso in esame 40 campioni di acque reflue raccolti da ottobre 2019 a febbraio 2020, e 24 campioni di controllo per i quali la data di prelievo (settembre 2018 – giugno 2019) consentiva di escludere con certezza la presenza del virus. I risultati, confermati nei due diversi laboratori con due differenti metodiche, hanno evidenziato presenza di Sars-Cov-2 nei campioni prelevati a Milano e Torino il 18/12/2019 e a Bologna il 29/01/2020. Nelle stesse città sono stati trovati campioni positivi anche nei mesi successivi di gennaio e febbraio 2020, mentre i campioni di ottobre e novembre 2019, come pure tutti i campioni di controllo, hanno dato esiti negativi”.

Rete di sorveglianza sul virus

Questa ricerca può contribuire a comprendere l’inizio della circolazione del virus in Italia. “In questo senso – conclude Lucia Bonadonna, direttrice del Dipartimento di Ambiente e salute dell’Istituto superiore di sanità – abbiamo presentato una proposta di azione al ministero della Salute per l’avvio di una rete di sorveglianza su Sars-Cov-2 in reflui, e già a luglio avvieremo uno studio pilota su siti prioritari individuati in località turistiche”.

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Italia Sicilia Gela, seconda stagione, episodio 4: I Pisanos

People For Planet - Ven, 06/19/2020 - 07:00

Emanuele e Giuseppe Pisano sono padre e figlio e insieme gestiscono una piccola azienda agricola che produce ricotta di pecora.

“La prima cosa che ho mangiato da bambino è stata la ricotta… mi è sempre piaciuta tanto!”

Prossimo episodio: 22 giugno! Clicca qui per vedere tutti gli episodi della webserie