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Scuola digitale: buoni risultati ma pochi gli istituti all’avanguardia

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 15:14

Education 3.0, ambienti di apprendimento innovativi, laboratori didattici innovativi, biblioteche scolastiche innovative (sì, la parola “innovativo” piace molto): sono gli slogan che si leggono nel sito del Ministero dell’Istruzione a proposito del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), il documento di indirizzo del MIUR per il “lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”.

Si tratta del momento operativo di quella “Buona Scuola” lanciata con non poca enfasi nel 2015 (legge 107/2015) con l’obiettivo di innovare (sì, ancora questa parola) il sistema scolastico e offrire nuove opportunità di educazione digitale.

Musica invece della campanella

È passato qualche anno da allora, e possiamo tirare le somme (che al momento, purtroppo, assomigliano più a sottrazioni).

Un recente rapporto di Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) rivela che gli studenti che frequentano scuole dove vengono adottati nuovi sistemi di insegnamento sono più bravi e ottengono in genere risultati migliori nelle prove Invalsi rispetto ai colleghi delle scuole “tradizionali”. Abbandonata la classica campanella d’inizio lezioni – sostituita da una radio che trasmette musica – e finalmente spariti banchi e cattedra, con lezioni interdisciplinari in cui i ragazzi interagiscono da protagonisti, le performance aumentano, l’italiano e persino l’ostica matematica non fanno più paura e i punteggi crescono.

Bene, 7+. Anzi, benino. O meglio: non sufficiente.

I risultati, quindi, sono buoni. E non ci stupisce: vuoi vedere che se – dopo più di 150 anni di un modello scolastico rimasto invariato (il sistema così come lo conosciamo nasce con l’Unità d’Italia, nel 1861) – vengono introdotte alcune novità, gli studenti magari si appassionano un po’ di più e scoprono che la conoscenza può passare anche da canali diversi da social e YouTube?

Le ombre però non sono poche. Intanto i numeri, ancora molto bassi: secondo il rapporto di Indire queste “avanguardie educative” sono presenti in 907 scuole, su un totale di 57.831 istituti scolastici, tra statali e paritari; l’ 1,5% è un indice davvero basso.

L’altra ombra è data da un nuovo studio sulla «dispersione scolastica implicita», firmato da Roberto Ricci e pubblicato oggi sul sito InvalsiOpen.

Le cifre dell’abbandono scolastico: un’ecatombe

Se dunque da un lato la scuola italiana presenta le sue (rare) eccellenze, dall’altro lato le percentuali degli abbandoni sono desolanti: la “dispersione scolastica esplicita e implicita” comprende non solo coloro che non finiscono le scuole superiori ma anche quelli che pur arrivando al diploma finale hanno “un livello di conoscenze così basso che quel pezzo di carta non gli servirà a nulla”.  

La totalità delle due categorie raggiunge numeri che parlano di una vera e propria sconfitta del “sistema scuola”: la media italiana si aggira intorno al 20% con punte che superano il 37% in Sardegna e Sicilia, del 33% in Calabria, del 32% in Campania.

Educazione digitale: obiettivo sufficiente?

L’aspirazione a una “Scuola 3.0” distribuita su tutto il territorio è dunque molto più che legittima, e appare piuttosto come una strada necessaria per evitare un’emarginazione culturale e sociale che molto difficilmente può essere recuperata dopo il tempo dell’obbligo scolastico.

E forse non sarebbe inutile se in questo percorso non ci si chiudesse solo all’innovazione del “mezzo” ma si inserissero anche contenuti antichi come l’uomo ma nuovi per il sistema scolastico: vorremmo una scuola che nel suo manifesto d’intenti comprendesse la conoscenza delle emozioni e che parlasse il linguaggio dell’affettività.

Chissà, magari a prescindere dalla lavagna luminosa e dal tablet a tutti gli studenti e scolari potrebbero diminuire gli abbandoni scolastici. Aspettiamo la Scuola 4.0

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

È partita da New Delhi la Marcia Globale per la Pace

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 12:00

Percorrerà Asia ed Europa, e dopo aver attraversato 16 Paesi arriverà a Ginevra il 25 settembre 2020 (Giornata Mondiale della Pace Internazionale) dopo 360 giorni di cammino e confronto sulle tematiche della pace, la giustizia, l’emergenza ambientale, la povertà, l’emancipazione femminile e giovanile.

Il percorso della Global Peace March Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

È una delle frasi più celebri di Gandhi e uno degli slogan del movimento per sottolineare le azioni di non-violenza. Il Mahatma è in ottima compagnia: tra i grandi uomini portatori di pace richiamati da Ekta Parishad (il movimento organizzatore dell’inziativa), vi sono infatti, per nominarne solo altri due, Martin Luther King e Nelson Mandela. Uomini che hanno saputo comunicare, promuovere, educare e dimostrare nei fatti la “non violenza”

Per il Manifesto dello Jai Jagat 2020 “pace” non significa essere un “anti-movimento” ma essere orientati a soluzioni reali, rispondendo a quattro grandi sfide globali: l’eliminazione della povertà, l’inclusione sociale, il miglioramento della crisi climatica, l’arresto di conflitti e violenze.

La marcia, appoggiata da centinaia di organizzazioni e associazioni di tutto il mondo, arriverà anche in Italia: a partire dal 25 luglio 2020 attraverserà varie città fra cui Ancona, Assisi, Roma, Arezzo, Firenze, Bologna, Reggio Emilia, Parma, Brescia e Milano.

Immagine di copertina: Pagina Facebook JaiJagat2020

Ottobre: mese dell’educazione finanziaria

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 11:00

Ovviamente con i soldi pubblici di una politica sempre prona al potere di banche, assicurazioni e loro derivati.

Sì, perché in questo paese l’educazione finanziaria è stata affidata proprio ai più maleducati.

Un paradosso: dopo quanto hanno combinato lasciare che giochino questa partita da soli sarebbe come affidare a un pasticciere un corso su come mangiare sano oppure a un mafioso un seminario sulla legalità.

Ma questa «operazione simpatia» verso i clienti non stupisce affatto, perché gli istituti di credito tengono solo  alla propria reputazione. Si tratta della ennesima operazione “vetrina” che tra l’altro nasconde, anche da parte degli enti preposti (Comitato Interministeriale per l’Educazione Finanziaria) una errata analisi dei bisogni formativi.

Non solo per la materia che studio da circa 30 anni ma soprattutto stando tra le persone e ascoltando le loro domande, mi sono reso infatti conto che l’informazione in tema di finanza è troppo tecnica, astratta e poco accessibile a chi non ha una formazione specifica sull’argomento. Seminari, manuali, allegati a quotidiani di settore, trasmissioni con esperti e giornalisti usano un linguaggio troppo complesso, e raramente «parlano semplice».

In questo modo aumenta la confusione delle persone, che finiscono per disinteressarsi o, peggio ancora, per affidarsi al consulente bancario «di fiducia», oppure a privati senza scrupoli, spesso in conflitto d’interessi.

«Cosa devo fare per non mettere a rischio i miei risparmi?»
«Quale banca mi consiglia?»
«Come si legge un estratto conto?»
«Le spese che mi hanno addebitato sono corrette?»
«Quale mutuo mi consiglia per acquistare una casa?»
«Cosa posso leggere, di facile, per capire come difendermi?»

Ecco le domande, semplici, che in tanti mi rivolgono, spesso anche amici e parenti.

Ma quali sono invece le reali esigenze di uno studente, di un pensionato o di un piccolo imprenditore? E di una casalinga, di un operaio o di un’impiegata?

Non certo afferrare la logica che muove i mercati della speculazione o degli investimenti, ma piuttosto comprendere e usare al meglio gli strumenti alla base del rapporto di fiducia con la loro banca. Si tratta di cittadini che non hanno più tempo per acquisire le competenze necessarie a capire i concetti più complessi della finanza: troppo tardi, ormai.

Piuttosto, hanno bisogno di indicazioni precise, pratiche, simili a quelle dei tutorial che cerchiamo sul web quando, per esempio, il nostro smartphone si blocca e vogliamo rimediare da soli. Lo facciamo tutti, senza avere una laurea in ingegneria informatica.

È ormai assodato che la finanza ha un ruolo decisivo nella nostra quotidianità, persino mentre dormiamo. Per quale ragione, allora, nessuno ne spiega i concetti base? Perché non farlo già nelle scuole primarie, anziché solo all’università? La risposta è semplice: ci vogliono ignoranti, manipolabili. E più nei corsi di formazione si parla di concetti anche basilari (come la differenza tra una obbligazione e una azione), più gli squali della finanza capiscono dagli occhi spiritati dei presenti (o dai tanti assenti) che il cittadino medio non capisce una mazza e che quindi può manovrarlo e condizionarlo.

Questo tipo di “educazione finanziaria” spaventa soprattutto il cittadino medio, che non crede di poter capire nemmeno le nozioni più basilari. Infatti, nell’immaginario collettivo la finanza è una materia troppo difficile da padroneggiare in poco tempo e con letture «facili».

La finanza è complessa, è vero, ma sarebbe sbagliato confondere la competenza professionale con la conoscenza divulgativa. Informare il signor Rossi non significa trasformarlo in George Soros ma renderlo un cittadino più consapevole e quindi dotarlo di maggiore potere negoziale.

Dobbiamo smontare lo stereotipo della finanza come materia per pochi eletti, perché ogni argomento, anche il più complesso, può essere spiegato in modo accessibile.

Bisogna utilizzare un linguaggio “diverso”, da controinformazione,  e la saggistica (ma anche l’informazione giornalistica), tranne alcuni casi casi, difficilmente affronta la materia con consigli atipici, spesso non tecnici, suggerimenti che di certo un illustre professore di finanza non si curerebbe neanche di fornirvi, magari arricciando il naso disgustato da tanta semplicità.

Io nel frattempo, da oltre 5 anni, ci sto provando, anche con il supporto di testate come People For Planet. E non solo ad ottobre.

Photo by Adeolu Eletu on Unsplash

Clima, aderisci alla petizione di Clessidre Climatiche

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 10:46

Tic tac, il tempo scorre e l’Unione Europea non ha ancora tracciato una strada comune per far fronte ai cambiamenti climatici e alle conseguenze disastrose che hanno innescato.

L’idea di dichiarare formalmente l’allarme clima, partita ad aprile dall’ambientalista ed eurodeputato nella precedente legislatura (2014-2019) Dario Tamburrano, è stata rilanciata in questi giorni dalle Clessidre Climatiche, un gruppo di attivisti per l’ambiente e la giustizia sociale, attraverso una petizione online indirizzata al Parlamento Europeo. In particolare, si richiede di stipulare un Patto europeo per l’emergenza climatica vincolante per gli Stati Membri che implichi l’adozione entro il 2050 di misure in grado di disincentivare il consumo di combustibili fossili in favore dell’acquisto di prodotti a basse emissioni e di fonti di energia rinnovabile. Ma anche di abolire i vincoli di bilancio al 3% per favorire investimenti pubblici che abbiano il fine di ridurre le emissioni di CO2. Infine, di introdurre una Carbon tax.

Clicca qui per firmare la petizione

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C’è una sola pianta che cresce in tutte le aree del mondo…

People For Planet - Lun, 10/07/2019 - 07:00

L’orzo è in grado di interpretare le condizioni ambientali in cui si trova e di adeguare il proprio ciclo vitale a diversi habitat. Il merito è di alcuni geni, che “leggono” il territorio e consentono l’adattamento.   Il merito è di alcuni geni che controllano i meccanismi di lettura del territorio e di adattamento: sono questi a far sì che l’orzo sia l’unica pianta tra le specie coltivate in grado di crescere in tutte le aree agricole del mondo, dall’Islanda alla Lapponia, passando per il Tibet a oltre 4000 metri di quota, fino ad arrivare a nord del Circolo polare artico e ai confini del deserto mediorientale, in aree con una piovosità inferiore a 250mm l’anno. La scoperta, che arriva da uno studio pubblicato su The Plant Journal, rappresenta un passo fondamentale per studiare e selezionare varietà della coltura adatte ai cambiamenti climatici e garantire i futuri fabbisogni di cibo.

È la coltura più resiliente

Il riconoscimento di “coltura più resiliente” all’orzo – pianta molto diffusa in Europa, in tutta l’area mediterranea e in Italia, dove è utilizzata sia per l’alimentazione animale che per la produzione della birra – arriva da un gruppo internazionale di 27 ricercatori tra cui alcuni italiani dell’Università degli Studi di Milano, del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e del Parco Tecnologico Padano (PTP) Science Park.

Esaminate oltre 400 varietà

Gli studiosi sono riusciti a identificare i geni che rendono l’orzo estremamente adattabile a habitat enormemente diversi tra loro analizzando il genoma di circa 400 varietà della coltura provenienti da più di 70 Paesi. I dati genomici raccolti, spiega Laura Rossini del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali della Statale di Milano, che ha coordinato il lavoro di sequenziamento in collaborazione con il PTP, «rappresentano una risorsa unica per future ricerche sulla risposta dell’orzo agli stress. Per esempio, potranno essere impiegati per studiare la resistenza alle malattie o alla ridotta disponibilità di acqua, così da applicare queste conoscenze per ottenere varietà migliorate».

Non teme i cambiamenti climatici

«Comprendere la straordinaria capacità di adattamento dell’orzo è fondamentale, di fronte ai cambiamenti climatici in atto, per selezionare le piante da coltivare nei prossimi anni – spiega Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca Genomica e Bioinformatica del CREA -. Il clima sta cambiando e l’agricoltura globale deve rispondere alla sfida con piante che cambino di conseguenza, per garantire i fabbisogni di cibo e di altri prodotti di origine agricola».

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Ecologia e sostenibilità nella ristorazione (Video)

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 15:17

Il segreto della sostenibilità nella cucina di un ristorante è l’autoproduzione. Più cose si fanno “in casa” meno si deve acquistare dai fornitori, meno imballaggi, meno sprechi, meno inquinamento.

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Cervicale, come alleviare il dolore?

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 15:00

Almeno 6 italiani su 10 soffrono di cervicalgia e circa quindici milioni di persone ricorrono alle cure mediche dopo aver consultato ortopedici, fisiatri, fisioterapisti. Il dolore al collo, dunque, è un malessere sempre più diffuso, senza distinzioni fra uomini e donne che, spiega Mario Manca, presidente degli Ortopedici e traumatologi ospedalieri d’Italia (Otodi) durante il 12esimo ‘Trauma Meeting’ in corso a Riccione, non accenna a diminuire: “Il dolore al collo, ma anche alla nuca e alle spalle, coinvolge sempre di più un numero disparato di persone. Molti uomini e donne, indipendentemente dalla loro età sono costretti a vivere con dolori ricorrenti e invalidanti al collo”

(…) Ma cosa si può fare per alleviare tali sofferenze? Gli ortopedici Otodi suggeriscono di sottoporsi a una valutazione specialistica per avere una diagnosi clinica e di conferma dell’origine cervicale del problema. Potranno essere di aiuto farmaci analgesici, associati a volte a farmaci rilassanti la muscolatura contratta, cicli rieducativi e di fisioterapia.

Se la sintomatologia dovesse però associarsi a dolori che si irradiano lungo un braccio, magari con formicolii (parestesie), allora potranno essere necessari ulteriori approfondimenti diagnostici quali ad esempio la risonanza magnetica, avvertono gli ortopedici.“

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Il mixer da cucina in legno che non richiede elettricità

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 10:00

Manuel Immler è uno studente della Libera Università di Bolzano preoccupato per «le conseguenze eco-sociali» di un’economia modellata sull’idea di una crescita infinita e, pertanto, estremamente vorace di risorse.

Per la tesi di laurea magistrale ha deciso di guardarsi attorno partendo dalla propria casa, individuando quegli oggetti che sono prodotti in maniera dispendiosa – ossia causando un elevato consumo di risorse – e provando a pensare «come progettare prodotti e merci in modo tale che i loro effetti dannosi possano essere minimizzati», riducendo il consumo di energia, il trasporto e i rifiuti.

È nato così Pinomixer da cucina multifunzione che non richiede elettricità, è prodotto con l’uso di materiali locali (il corpo è in legno, la base e l’interno sono in acciaio) ed è progettato per durare a lungo.
Leggi l’articolo originale su ZEUS News – https://www.zeusnews.it/n.php?c=27665

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Gli strani casi dell’animo umano: “Gli Sherlock Holmes de noantri”

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 09:30

“…e da oggi potrai pedinare il tuo partner, fotografarlo nei momenti più intimi, ascoltare tutte le sue conversazioni… comodamente dalla poltrona di casa tua!” 

In Italia, solo negli ultimi 8 mesi, sono più di mille le vittime di Stalkerware. 37mila – tra gennaio e agosto – in tutto il globo (fonte Kaspersky, internet security). 

Cosa significa? Che ci sono almeno 37mila persone che si sono prese la briga di scaricare e installare sul telefono del partner (o dell’ex) una spia tecnologica, un software in grado di operare un monitoraggio costante delle attività altrui.

Nel caso siate degli stalker digitali ancora nel buio, vi offriamo un novero di spiegazioni, giustificazioni, risposte (im)possibili da propinare alla vittima, appena smascherati:

  1. Amore, volevo starti più vicino, conoscerti, comprenderti più a fondo. 
    #SoloPerFacceDiBronzo
  2. Scusa, un investigatore privato costava troppo 
    #PerGliIneccepibili
  3. Era un esperimento socio-antropologico
    #SoloSeConPartnerDalQIdiUnAnellide
  4. Sei così bella che non potevo credere che tu amassi proprio me
    #SeLeiTiUccideNessunGiudiceLaCondannerà
  5. La colpa è tua che non mi hai mai fatto sentire al sicuro
    #PerLaSerieSeTiFaiMaleTiDoIlResto
  6. Facciamo una telefonata erotica e poi ci riascoltiamo?
    #PerLeSimpaticheCanaglie
  7. Non girare la frittata! Chi cacchio è questa “Janna Blondie che io si sente tanto sola e voglio che conosce te per croccante amicizia freddo inverno no perditempo”?
    #PerLeCausePerse
  8. Vuoi sposarmi?
    #PerGliArditi
  9. Hai visto che non è vero che non ti ascolto quando parli?
    #OraDigliCheHaTorto
  10. Tesoro, hai fatto gli aggiornamenti?
    #Bomber

P.S. Avvertenze per chiunque sia vittima di questa o altre situazioni di stalking e controllo: chi non si fida di voi, chi vi spia, chi invade la vostra privacy, non vi ama troppo. Non vi ama affatto.

Immagine: Foto di Couleur da Pixabay

Chi ha paura del 5G?

People For Planet - Dom, 10/06/2019 - 07:00

Secondo il New York Times no. L’errore di un ricercatore, amplificato dalla natura umana, che crede più facilmente alle cattive notizie che alle buone, avrebbe provocato una reazione a catena internazionale che adesso si amplifica con l’arrivo del 5G. Eppure i dubbi restano tanti.

Il rapporto dell’ISS

Un rapporto appena pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità sul rischio che lega tumori, telefoni cellulari, radiofrequenze e stazioni wi-fi, ha concluso che “è stata raggiunta una maggiore chiarezza riguardo all’assenza di alcuni effetti negativi sulla salute (…), mentre alcune domande non hanno ancora trovato risposte soddisfacenti e richiedono ulteriori approfondimenti scientifici”. Ad esempio “…rimane un certo grado d’incertezza riguardo alle conseguenze di un uso molto intenso dei cellulari. Inoltre, gli studi finora effettuati non hanno potuto analizzare gli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato da bambini e di un’eventuale maggiore vulnerabilità a questi effetti durante l’infanzia”.

I consigli del CNR

In sostanza quindi “al momento non esistono evidenze scientifiche particolari su impatti negativi delle tecnologie cellulari o WiFi sulla salute, in particolare sullo sviluppo di tumori. Le tecnologie 5G non usano un tipo di onde radio radicalmente diverse dalle tecnologie cellulari precedenti. Anche se il numero di dispositivi connessi è sicuramente destinato a crescere, le potenze trasmissive di ogni singola antenna dovrebbero diminuire, quindi non è, in generale, giustificato attendersi necessariamente un aumento complessivo dell’energia di onde radio a cui saremo esposti”, ci ha precisato Andrea Passarella, del Cnr. Dovrebbe essere sufficiente fare telefonate brevi; usare gli auricolari; non telefonare in auto (che funziona da cassa di risonanza e, muovendosi, costringe l’apparecchio a cercare in continuazione il segnale migliore) e non avvicinare telefoni o i vari device connessi alle teste dei bambini (qui altri accorgimenti) per ridurre l’esposizione e arrivare a un rischio vicino allo zero.

Del resto, anche il New York Times ha di recente collegato le paure di un effetto deleterio di telefoni e pc al fraintendimento di un unico, celebre, ricercatore.

A cosa risale il timore per i rischi alla salute?

Nel 2000, ricostruisce il giornale, le scuole pubbliche della contea di Broward, in Florida, hanno chiesto a Bill P. Curry, consulente e fisico, un parere sul possibile rischio di installare laptop e reti wireless per i loro 250mila studenti. Ricevettero un rapporto allarmante: la tecnologia è “probabilmente un grave pericolo per la salute”. Secondo lo studio la dose di radiazioni ricevute dal cervello aumentava con l’aumentare della frequenza del segnale wireless, fino a diventare pericolosa se si raggiungevano le frequenze wireless associate alla rete di computer. Si parlò di rischio di sviluppare il cancro al cervello.

Il parere di Curry, secondo il New York Times, si è diffuso risuonando tra educatori e consumatori di tutto il mondo, mentre le frequenze di telefoni cellulari, torri cellulari e reti locali wireless aumentavano fino all’attuale tecnologia 5G. Ma, pare, aveva torto.

In sostanza, la lettura di Curry avrebbe tralasciato un filtro naturale e molto potente: la nostra pelle, che funge da barriera, funzionando infatti già con le frequenze ben più elevate della luce solare. Un’ipotesi rassicurante.

Gli studi sono davvero affidabili e indipendenti?

Quello che però non possiamo dimenticare quando si parla di internet, cellulari ecc. è la potenza dell’industria che li sostiene. In pochi casi come nella tecnologia dei cellulari, scrive ad esempio The Guardian, studi scientifici a favore e contro la pericolosità di telefoni e rete wi-fi si alternano di pari passo. Sostanzialmente, scrive il giornale britannico, ove la ricerca è finanziata dall’industria, non si vedono rischi per la salute; mentre al contrario ogni studio indipendente ha chiarito effetti gravi o gravissimi.

Lo stesso rapporto italiano dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità), sebbene condotto da organismi importanti e teoricamente indipendenti (l’Ente Regionale per la Protezione Ambientale del Piemonte; l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile; e il Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha suscitato molte critiche, chiamando in causa lo stesso problema di indipendenza della ricerca a cui accennava il Guardian, e alcuni medici hanno chiesto di rivedere quei risultati tranquillizzanti: sia l’Associazione Italiana Elettrosensibili che l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente hanno invitato l’Iss a ritirare il rapporto, promuovendo una raccolta di firme per chiedere la rielaborazione del documento.

In sintesi, questi medici affermano che non si ha idea di quali potranno essere gli effetti sulla salute del 5G, mentre in prospettiva abbiamo invece la certezza del fatto che ci sarà “un incremento notevole del numero di impianti installati sul territorio” e che “l’introduzione della tecnologia 5G potrà portare a scenari di esposizione molto complessi, con livelli di campo elettromagnetico fortemente variabili nel tempo, nello spazio e nell’uso delle risorse delle bande di frequenza”.

L’unica cosa che sembra chiara in questa vera e propria guerra di dati e ricostruzioni, punti di vista e aggiornamenti, è  che, nel dubbio, conviene minimizzare la nostra esposizione: spegnendo, allontanando e limitando il più possibile il nostro utilizzo dei telefoni e di ogni tipo di device elettronico, specialmente se connesso.  

Immagine di copertina: Armando Tondo

Anche i pesci provano dolore

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 15:00

Non è vero che le creature acquatiche siano immuni agli stimoli nocicettivi: i comportamenti e le risposte biologiche alle esperienze sgradevoli sono simili a quelli espressi dai mammiferi.

Il fatto che i pesci non si abbandonino a imprecazioni “sonore” non significa che non provino dolore: un nuovo studio dell’Università di Liverpool – una revisione di passate ricerche sul tema, pubblicata su Philosophical Transactions of the Royal Society B – confuta questa diffusa convinzione, e dimostra che le creature acquatiche vivono le esperienze dolorose in modo non così diverso dai mammiferi.

DINAMICHE GIÀ VISTE. Secondo Lynne Sneddon, la biologa che ha firmato il lavoro, molte specie di pesci sono state osservate modificare il proprio comportamento in seguito a uno stimolo doloroso. Alcune diventano meno attive, altre perdono l’appetito, vanno in iperventilazione o strofinano l’area “offesa” come per massaggiarla.

Per esempio il Cymatogaster aggregata, un pesce persico marino che si nutre per suzione, mangia di meno dopo essere stato catturato all’amo e poi rilasciato. 

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Tumore al seno, i mammografi e gli ospedali da evitare

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 10:00

«Il tumore al seno colpisce una donna su undici. E nessuna vuole mettersi nei suoi panni. Ricordati, la prevenzione è sempre la cura migliore». È l’appello promosso dal ministero della Salute per sensibilizzare ai controlli contro il cancro della mammella che colpisce quasi 62 mila donne l’anno ed è il più diffuso (29% sul totale dei tumori femminili). Come sappiamo, a fare la differenza fra una possibile guarigione e un calvario è la diagnosi precoce. Le visite regolari sono quindi un nostro dovere, mentre l’utilizzo di apparecchiature non obsolete è un obbligo delle strutture sanitarie.

Quando non si vedono le piccole lesioni

Oggi nel 50% dei casi il tumore al seno viene «visto» quando è di dimensioni piccolissime, sotto al centimetro. Lo strumento che lo scova è il mammografo. Nei 396 ospedali italiani ce ne sono di due tipi. Quello digitale di ultima generazione garantisce una definizione dell’immagine più precisa, una migliore capacità diagnostica e minor esposizione alle radiazioni. Nelle strutture italiane, come mostra un report del Centro studi di Confindustria sui dispositivi medici, ce ne sono 1.012.

Dallo stesso documento emerge che ce ne sono 865 ancora analogici di cui 18 con un’età inferiore ai 5 anni, altri 121 considerati obsoleti perché hanno fra i 5 e i 10 anni e 726 che superano i 10 anni. Ovvero l’84% dei mammografi analogici sono considerati pericolosi perché possono non «vedere» le piccole lesioni. Per quel che riguarda i mammografi digitali solo 51 (2%) hanno più di 10 anni.

Continua a leggere e guarda il video di Milena Gabanelli e Simona Ravizza su CORRIERE.IT

Leggi anche la nostra inchiesta su dove è meglio curarsi: Speciale Eccellenze Sanitarie in Italia

Dario Fo e Camilleri

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 08:00

Ho iniziato a mangiare bio nel 1974. Che onestamente era dura riuscirci. Per 10 anni quasi non ho toccato carne (alla carbonara non resisto)… E certamente mangiare sano, poco e con poca carne, mi ha fatto bene.
Però poi guardavo Camilleri che fumava un treno di sigarette al giorno e mangiava come un puma estremista e mio padre, che fino ai 60 si sparava minimo 40 sigarette al dì e per un suo principio religioso non aerava mai le stanze… A Milano, che già di base c’era lo smog da carbone… Che se poi ti fumi l’ultima sigaretta a letto e non arieggi te la rifumi 20 volte durante la notte….

Mio padre è pure famoso nel teatro italiano per essere riuscito a mangiarsi un piatto spaventoso di cassoeûla giusto prima di andare in scena. Una roba che, fisiologicamente, non si può fare…

Tutti gli attori prima di uno spettacolo si fanno un cappuccino, una brioscina, un’insalatina al massimo… Perché se mangi di più poi rutti da bestia e il piloro ti impazzisce. Mio papà una cassoeûla!!! Che è lì che poi ha inventato il Gramelot
Li guardo e mi chiedo: ma com’è che sono arrivati a più di 90 anni e in più sono stati i due autori italiani più prolifici in assoluto?

Mio padre lavorava 9 ore al giorno minimo, dormiva 11 ore e aveva una vitalità enorme.
E per 70 anni ha cambiato città ogni giorno per 4 mesi all’anno e mangiato nei ristoranti (a volte assassini nati) per almeno 180 giorni…
La questione credo sia semplice. Senza voler togliere nulla alla dieta sana e al fatto che non fumare fa bene, bisognerebbe riscrivere la scala delle priorità.

Cibo sano e non fumare valgono 100 punti. Ma avere la passione per l’arte e una vita sociale intensa vale almeno 500 punti.
Bisognerebbe che i medici iniziassero a prescrivere sulla ricetta medica, a fianco delle medicine: tutti i giorni dopo i pasti svolgere attività appassionanti, chiacchierare con gli amici, giocare e fare arte.

Le statistiche dell’OMS peraltro confermano questa elementare verità: chi campa di più non sono i miliardari ma gli artisti e gli scienziati.
E sarebbe bene ricordare anche che regalare qualche cosa agli altri è molto più salubre di una settimana di dieta macrobiotica.
Che se lo sapessero gli avari e gli egoisti

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Il dubbio dell’ambientalista: volare o non volare?

People For Planet - Sab, 10/05/2019 - 07:00

Viaggiare è uno dei piaceri della vita. Come leggere, studiare e dialogare, è una di quelle attività che non solo regala piacere ma migliora noi stessi, ci rende più aperti, più pronti, più intelligenti. Eppure oggi cresce, e con ragione, la “vergogna di viaggiare in aereo” (neologismo svedese: flygskam) a causa della crescente consapevolezza dell’impatto degli aerei sulle emissioni inquinanti che tanto preoccupano gli scienziati e, oramai, anche i governi, soprattutto in relazione al paventato impatto economico di stagioni non più prevedibili.

I dati dei viaggi aerei

Si calcola che i viaggi in aereo contribuiscano per un 2% alle emissioni globali. Più preoccupante è il fatto che i passeggeri siano raddoppiati dal 2008 al 2018, quando hanno superato i 4,3 miliardi. Si stima che saranno 8,2 nel 2037 (dati International Air Transport Association).

La controtendenza del Nord Europa

La Svezia, patria di Greta Thunberg, era tra i paesi più attivi per numero di viaggi aerei per abitante: tuttavia a seguito dell’ondata di consensi stimolata dalla giovane attivista il numero è sceso solo l’anno scorso di ben il 3,6%. Secondo un sondaggio condotto dal WWF, addirittura il 23% dei cittadini svedesi nel 2018 ha rinunciato a volare per ridurre l’impatto climatico del proprio viaggio, contro il 6% di due anni fa, mentre circa il 18% degli intervistati ha optato per il treno invece dell’aereo. Tra l’altro, l’impegno di Greta non è certamente isolato: Maja Rosén, svedese, ha creato una campagna – Flight-free 2020 – a cui hanno aderito 15mila svedesi solo nel 2018, ed è già nata la risposta gemella nel Regno Unito.

Come far propri questi splendidi esempi, e rinunciare a viaggiare in posti remoti, dove è più bello confrontarsi e conoscere, dove la realtà che ci aspetta è così diversa – così meravigliosamente lontana – dal posto in cui siamo nati?

Rinunciare a volare?

La risposta si chiama compromesso e prende in considerazioni alcuni dati. Prima di tutto, in Svezia, dove il fenomeno è già così ampio, le compagnie stanno correndo ai ripari: aerei di nuova generazione, meno impattanti, o compensazione delle emissioni con progetti in tutto il mondo, pur di frenare l’emorragia di passeggeri. Solo una spinta economica forte può infatti dare la svolta a progetti per ora sperimentali di aerei che viaggiano a emissioni zero o quasi. Quindi il nostro sacrificio – il nostro carissimo sacrificio – sarebbe solo temporaneo: qualche anno senza aerei, o con un viaggio aereo all’anno, per poi godersi solo le risposte delle compagnie costrette a rimediare, e riprendere a viaggiare lontano.

Un po’ come quando nasce un figlio, e per qualche anno – magari 5-6 – metti da parte l’idea dell’Asia o del Sud America, dell’Africa e dell’Australia per assecondare le sue (e le tue nuove) esigenze. Ed ecco che pensi piuttosto alla Francia, alla Basilicata, all’Abruzzo o alla Toscana, ai quei luoghi dove magari non eri neppure mai stato. Un po’ come quando la lentezza delle giornate di un bambino ti fa scoprire che il viaggio può essere già vacanza: il susseguirsi di paesaggi che cambiano graduali, i tempi morti per rivedere le foto nel telefonino o fare un disegno assieme.

Ecco, alla fine ti accorgi che, per un po’, figli o non figli, rallentare e abbassare il tiro piace un sacco, e rilassa già di per sé.

Immagine di copertina: Armando Tondo

In ricordo di Padre Fantuzzi

People For Planet - Ven, 10/04/2019 - 15:00

Marco Bellocchio, nel giorno della designazione del suo film “Il traditore” a rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar, ha voluto ricordare con affetto l’appena dipartita dal mondo terreno di padre Virgilio Fantuzzi, parlando di “un acutissimo interprete, che usava per le sue scoperte un linguaggio semplice, diretto, che è molto raro per un critico

Padre Fantuzzi, scomparso a 82 anni, padre gesuita aperto, è stato un critico cinematografico di chiara fama che dal 1973, sul quindicinale del suo ordine, la Civiltà Cattolica, ha vergato con puntualità analisi di film studiati e radiografati utili a lettori di ogni orientamento. Ultimo erede di una tradizione che ha sempre visto i gesuiti attenti monitoratori del cinema e dei suoi influssi.

Fonte immagine: https://www.avvenire.it/agora/pagine/fantuzzi-gesuita-cinema-vangelo Chi era Padre Virgilio Fantuzzi

Saggista non accademico, capace di instaurare un rapporto intimo e diretto con i migliori registi italiani che da Ermanno Olmi a Paolo Benvenuti risale ai Taviani, Bertolucci, Sergio Citti per giungere alle vette di Pasolini, Rossellini, Fellini, ma ha avuto anche rapporti diretti con Martin Scorsese. Il grande critico Adriano Aprà, amico laico di padre Fantuzzi, chiamato a redigere la prefazione del suo ultimo libro “Luce in sala. La ricerca del divino nel cinema” non a caso l’ha intitolata “Virgilio e i suoi Dante”.

Un punto cardinale della critica cinematografica novecentesca che merita di essere ricordato attraverso la sua eccezionale biografia. Negli anni Sessanta Virgilio Fantuzzi è uno studente religioso che frequenta i corsi di Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Vorrebbe studiare cinema ma non può accedere al Centro Sperimentale. Sceglie la via diretta. Va a cercare con lo spirito del discepolo i grandi maestri. Pasolini, Rossellini, Fellini lo accolgono e ne diventano amici sodali. Nelle sue memorie padre Fantuzzi ha lasciato scritto: “Avevo il vantaggio dell’ignoranza, perché come studente potevo presentarmi per chiedere qualcosa a qualcuno che sapeva”.

In effetti il rapporto con Roberto Rossellini fu anche favorito da un illustre confratello di Fantuzzi, il futuro cardinale Carlo Maria Martini che gli permette di partecipare ai lavori di rifacimento dei testi dello sceneggiato della Rai Atti degli Apostoli nel 1969, di cui l’allora gesuita era assieme al padre Stanislas Lyonnet, uno dei consulenti biblici. Nasce un’amicizia intellettuale molto intensa tra Fantuzzi e Rossellini. Per il gesuita il cinema di Rossellini sarà un centrale punto di riferimento. Dalla scomparsa del grande maestro del cinema italiano, la famiglia molto allargata dei Rossellini ha fatto celebrare ogni anno alla Civiltà Cattolica una messa di suffragio con padre Fantuzzi sul pulpito a coniugare memoria, spiritualità e settima arte.

Vibrante il rapporto di Fantuzzi con i molti registi agnostici e non credenti

In certe immagini di Bellocchio riscontrava “un’autentica religiosità” che porterà il regista piacentino a seguire Fantuzzi nel dialogo sulla fede “per affetto, per amicizia, ma non per intima convinzione”. Capace di dare per sua stessa ammissione una lettura di “Ultimo tango a Parigi” «larga e non troppo censoria quasi da “confessore” di un’opera complessa e controversa».

Pier Paolo Pasolini

Memorabile il rapporto e l’incontro umano e cinematografico con Pier Paolo Pasolini, regista – ricordiamo – condannato per vilipendio alla religione per l’episodio de “La ricotta” del film “Rogopag”. L’anno successivo, Fantuzzi ancora novizio studente di teologia, vede “Il Vangelo secondo Matteo” e ne coglie una coerenza con il testo evangelico di grande portata. Ricorderà nelle sue note: «Mi sembrò di scoprire, come una no­vità per me sensazionale, la forza del testo evangelico. Fin dall’infanzia avevo sentito leggere e commentare il Vangelo nella messa domenicale. A scuola i professori di esegesi biblica ne smontavano e rimontavano i meccanismi strutturali: la teoria delle forme . Ma solo vedendo quel film mi è sembrato di cogliere, con un so­prassalto, la forza intrinseca del testo, la sua coinvolgente dinamica». Su queste premesse mezzo secolo dopo l’Osservatore Romano di Bergoglio affermerà che è quello il più bel film sulla storia di Cristo.

Fantuzzi diventa amico complice di Pasolini. Il regista invita il gesuita a partecipare alle discussioni della redazione marxista di “Cinema e film”. Il non credente Pasolini si appassiona a scrutare la scelta di farsi prete di Fantuzzi che invece diventerà uno dei più acuti esegeti della ricerca pedagogica e linguistica del regista di Casarsa.

Federico Fellini

Notevole anche il rapporto con Federico Fellini, intenso e costante. Il grande maestro lo vorrà come presenza gradita sul set dei suoi film ( “Andare a trovare Fellini a Cinecittà era come partecipare a una festa piena di colore”) e intrattiene con il gesuita un fervido rapporto. Civiltà Cattolica nel 1960 all’uscita de “La dolce vita” aveva ospitata una feroce stroncatura del film affidata alla penna del gesuita Enrico Baragli. Anni dopo, con un’intervista a Fellini, padre Fantuzzi sulla stessa rivista volle ristabilire la stato delle cose «che rappresentava in un certo senso un omaggio e un atto di riconoscenza verso questo maestro del cinema».

Padre Fantuzzi fu allievo di Metz alla Sorbona apprendendo semiotica, insegnò alla Gregoriana Analisi del linguaggio cinematografico, fu anche buon amico di Gianluigi Rondi, Suso Cecchi D’Amico, Peppino Rotunno. Il direttore dell’Osservatore Romano Monda lo ha definito “Una sorta di rabdomante di Dio nell’insidioso campo dell’arte cinematografica”.

Virgilio Fantuzzi resterà a futura memoria per il suo saper scrivere e per il profondo amore libero che nutriva per il cinema.

Foto copertina: Free-Photos da Pixabay

Musei, tornano le domeniche gratuite: la prima il 6 ottobre

People For Planet - Ven, 10/04/2019 - 15:00

Dopo le limitazioni volute da Bonisoli, viene ripristinata la formula lanciata da Franceschini nel 2014: ingresso libero ogni prima domenica del mese

Dal 6 ottobre tornano le domeniche gratuite nei musei e nei siti archeologici statali. Dopo la rimodulazione e le limitazioni imposte dall’ex ministro Alberto Bonisoli, viene ripristinata la formula per cui nella prima domenica di ogni mese l’ingresso sarà libero in tantissimi luoghi della cultura, dagli scavi di Pompei al castello di Miramare, dalla Reggia di Caserta al Colosseo.

Continua a leggere su REPUBBLICA.IT

Di Maio sui migranti: rimpatri entro 4 mesi

People For Planet - Ven, 10/04/2019 - 11:29

“Domani (ndr venerdì 4 ottobre) firmerò un decreto che ci permetterà in 4 mesi di capire se le persone che arrivano possono stare qui o devono essere rimpatriate“. Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Dritto e Rovescio su Rete4 ha annunciato la presentazione di un provvedimento che dovrebbe accelerare le decisioni delle commissioni territoriali che valutano le richieste di protezione internazionale. “E’ una cosa che nasce dal concerto con il premier, con il ministro dell’Interno, è un lavoro di squadra che non voglio assolutamente improvvisare, e fa parte del programma di governo dove parliamo di politiche di accoglienza per chi può stare qui e di riammissione per chi non può”, ha spiegato.

“Non credo”, ha aggiunto il leader M5s, “che la soluzione sia dire ‘accogliamoli tutti‘ e per questo mi sono preso pesanti critiche. La soluzione è dire: chi può stare qui deve essere redistribuito negli altri Paesi, ma per chi non può non possiamo aspettare due anni per sapere se possono stare qui o se possono essere rimpatriati. Sui rimpatri siamo fermi all’anno zero” Continua a leggere (ILFATTOQUOTIDIANO.IT)

Dalla stampa nazionale:

(…) Oggi la presentazione alla Farnesina alla presenza del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Della lista che potrebbe fare parte la Tunisia. Ma rimane in sospeso, per esempio, il ruolo dell’Egitto visto che il caso Regeni ancora non è stato sciolto né affrontato da Di Maio. In generale, il «gancio» giuridico alla misura dovrebbe essere la direttiva europea 2013/32, che dà ai Paesi membri una certa discrezionalità sull’individuazione dei Paesi sicuri e alla quale ha fatto riferimento anche il decreto sicurezza. Prevedibile, inoltre, che nel provvedimento sia prevista anche un’accelerazione delle procedure per la definizione dei Paesi d’origine da parte delle commissioni territoriali. Insieme agli atti il titolare della Farnesina continuerà a spingere sugli accordi bilaterali con i singoli Paesi africani da cui si verifica la maggior parte delle partenze. «È inutile che venite, se non avete i requisiti per la domanda di asilo, perché in maniera democratica vi mandiamo indietro», dice il ministro degli Esteri. Dunque stretta sui rimpatri e cooperazione. Nessun provvedimento adottato dal consiglio dei ministri, ma un atto amministrativo. Seppur con il via libera informale del Viminale. «È lavoro di squadra», specifica Di Maio. Quanto basta però al M5S per piazzare (mediaticamente) un punto nel governo, complice la presenza di un tema che nel Pd, ma anche in Italia Viva, è ancora al centro di un dibattito interno di autocoscienza collettiva sulle politiche adottate nel quinquennio 2013-2018.

«Una bandierina», come la chiama Zingaretti. Che assiste in maniera sempre più perplessa a questa escalation «di corsa al provvedimento da rivendicare». Con una consapevolezza di fondo: se il buongiorno si vede dal mattino, c’è il rischio reale che la luna di miele dell’esecutivo finisca subito per lasciare il posto a un «pantano». Il motivo opposto per il quale (domani sarà un mese preciso) è nato l’esecutivo. Continua a leggere (Fonte: ILMESSAGGERO.IT di Simone Canettieri)

Al 22 settembre, i rimpatri effettuati dal nostro Paese sono stati 5.244, di cui 5.044 forzati e 200 volontari assistiti“. Lo ha reso noto il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, riferendo alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Politiche europee in vista del Consiglio Ue Giustizia e Affari Interni in programma il 7 e 8 ottobre. “Nel 2017 – ha ricordato il ministro – i rimpatri forzati erano stati 6.514 e quelli volontari assistiti 869, per un totale di 7.383; nel 2018 i rimpatri forzati erano stati 6.820 e quelli volontari assistiti 1.161, per un totale di 7.981”.

“Il tasso dei rimpatri di chi non ha titolo a restare in Europa – ha ammesso il ministro – resta basso in tutta l’Unione europea, è necessario farlo crescere nel rispetto dei diritti fondamentali. Bisogna promuovere ogni iniziativa a livello europeo per favorire nuovi accordi di riammissione con i Paesi di origine dei flussi e implementare quelli già in vigore”.

Tra il 2018 e il 2019, “su 855 migranti sbarcati in Italia e da ricollocare in diversi Paesi europei, le offerte di accoglienza hanno riguardato solo 673 persone. Di queste, e il dato è particolarmente significativo, solo 241 sono state effettivamente trasferite”. La volontarietà, ha chiarito il ministro, riguarda solo la rotazione degli sbarchi, non la ripartizione dei migranti tra i Paesi aderenti, che è obbligatoria. Continua a leggere (Fonte: AGI.IT)            

A Roma c’è la pasticceria per chi è a dieta

People For Planet - Ven, 10/04/2019 - 10:00

(…) Chi l’ha detto che dolci e bilancia non vanno d’accordo? E se vi dicessimo che c’è un posto dove golosità e sana alimentazione vanno a braccetto? Si chiama Con e Senza Zucchero, si trova a Roma ed è una pasticceria adatta per chi è a dieta. Senza strafare, è possibile concedersi qualche tentazione di gola pur seguendo un regime alimentare ipocalorico.

A Roma la pasticceria per chi è a dieta – L’essenza del locale sta tutto nel nome: qui è possibile gustare prodotti da pasticceria Con e Senza Zucchero, appunto. Dolci tradizionali adatti a tutti e dolci pensati per chi segue particolari regimi alimentari, realizzati senza zuccheri aggiunti.

Proprio per questo, questa pasticceria di Roma  è il luogo ideale non solo per chi è a dieta per perdere peso e non vuole rinunciare al dolce. Anche si soffre di diabete, ad esempio, qui può dunque mangiare ogni sorta di leccornia senza rischi per la propria salute.

Continua a leggere FUNWEEK.IT di Francesca Caiazzo

Incendi devastanti e aumento della CO2: perché l’umanità tende a sottovalutare il problema

People For Planet - Ven, 10/04/2019 - 07:05

In pochi mesi l’opinione pubblica che si interessa dell’Amazzonia che brucia (e non solo di quella parte del mondo andata in fiamme) ne ha in parte negato o sminuito le problematiche che ne derivano – e ne deriveranno, se si proseguirà con questi ritmi – dividendosi in più categorie: la più diffusa è stata quella di coloro che minimizzano, ritenendo che gli incendi illegali ci sono sempre stati, che non c’è alcun picco nei roghi, e che, soprattutto, non ci sono né ci saranno significativi impatti.

I dati reali

Il primo dato invece è che sì, quest’anno c’è stato un aumento degli incendi che tipicamente caratterizzano questa stagione. Le immagini satellitari hanno mostrato che dall’inizio del 2019 in Amazzonia il numero degli incendi è l’83% in più rispetto ai 39.759 del 2018. Rispetto alla media del 2013 (anno in cui si è iniziato a tenere conto dei roghi nel bacino amazzonico) si tratta di circa il 40% in più. Il New York Times ha pubblicato alcune infografiche che mostrano la diffusione degli incendi e l’evoluzione del fenomeno a partire dal 2000.

Il problema quindi è reale, e non si tratta di “una ricorrenza stagionale in linea con il trend degli ultimi anni“, come sostengono i negazionisti. Costoro si sono riferiti anche alla produzione di ossigeno per la quale, dicono, la foresta Amazzonica non è elemento sostanziale nel produrne quanto  serve alla nostra atmosfera. Ovvero l’Amazzonia ne produrrebbe solo una quota parziale e molto scarsa.

C’è un rapporto tra incendi e anidride carbonica

Il vero e fondamentale nodo del problema è un altro, ovvero la deforestazione che si produce anche localmente e la quantità di anidride carbonica emessa: gli incendi producono una grande quantità di anidride carbonica, ed è questo l’aspetto di cui tenere conto.

Fino ad oggi gli incendi hanno prodotto 230 milioni di tonnellate di CO2, principale responsabile dell’effetto serra e di conseguenza dell’aumento delle temperature.

Paradossalmente possiamo “permetterci” di perdere ancora porzioni della foresta pluviale amazzonica (non molto, il punto di non ritorno per la savanizzazione è calcolato quando si raggiungerà il 25% di porzione disboscata, e siamo intorno al 15%) ma non possiamo invece permetterci di aggravare il bilancio della presenza di CO2 nell’atmosfera. Certo, non ci sono solo gli incendi tra le cause, tutte le attività umane (dagli allevamenti alla produzione industriale, alle automobili e così via), producono CO2 nell’atmosfera ma a causa degli incendi in pochi anni abbiamo quasi raddoppiato la CO2 presente causando danni irreparabili agli ecosistemi.

E non si tratta solo delle foreste Amazzoniche, il danno è dato da la sommatoria di tutti gli eventi, dolosi e non dolosi, anche per tutti quelli avvenuti in Siberia, e ora in Africa e in altre parti del mondo.

Perché se la CO2 nell’atmosfera aumenta, si crea un innalzamento della temperatura, gli alberi progressivamente si riducono e assorbono sempre meno anidride carbonica, l’acqua scarseggia perchè evapora e la traspirazione delle piante non funziona come dovrebbe. Perché è grazie a quest’ultima funzione, che si studia fin dalla terza elementare, che funziona tutto il ciclo vitale dell’acqua.

Senza le piante la Terra sarebbe come Marte

Non distruggere il patrimonio che abbiamo, ma manutenerlo affinché persista, e piantare alberi, tanti, soprattutto nei luoghi in cui non ci sono mai: nelle città. Questa, secondo gli esperti, se non è l’unica soluzione è di certo una delle migliori contro il cambiamento climatico, i matematici direbbero condizione necessaria ma non sufficiente. Le aree urbane rappresentano soltanto il 2 per cento delle terre emerse e producono oltre il 70% della CO2. È quindi lampante la soluzione per invertire questo andamento del riscaldamento globale: le piante sono migliaia di volte più efficienti nell’assorbire CO2 inquinanti quanto più sono vicini alla sorgente che le produce.

E se il concetto espresso ci sembra piuttosto noto e banale, come si può spiegare dunque l’indifferenza, la poca rilevanza data a questi accadimenti e addirittura l’accanimento dimostrato da alcuni di negare tutto ciò; ovvero perché l’importanza delle piante, del verde non è sentita, viene ignorata se non proprio negata? Una cecità degli uomini verso le piante, verso la natura tutta.

Plant Blindness: la spiegazione di Stefano Mancuso

Esiste una spiegazione scientifica anche per questo e ce la fornisce il prof. Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze.

Mancuso parla di Plant Blindness ovvero di “cecità alle piante” che non è altro che un malfunzionamento cognitivo studiato dalla neurologia legato alla bassa capacità di calcolo del nostro cervello nel processare tanti dati. Le informazioni che ci arrivano attraverso i nostri sensi sono difatti tantissime, un numero sorprendente; in pratica si processa non più di un centinaio di byte al secondo mentre nel nostro cervello, attraverso gli occhi, entrano un miliardo e mezzo di byte al secondo.

E c’è di mezzo molto di più, l’intero processo evolutivo. Come animali capiamo infatti cosa ci è simile e non cosa ci è difforme. Le piante sono così diverse da noi, la loro evoluzione, il loro adattamento ha seguito processi totalmente diversi. Le piante per esempio non hanno organi vitali come tendiamo a immaginarli noi uomini, ma li hanno delocalizzati in tutto il loro volume, per adattamento. Se si taglia un ramo, l’albero può sopravvivere. Noi senza un organo vitale no.

All’inizio della storia umana l’uomo ha trovato tanto verde, ha sovraccaricato i suoi sensi che si sono rivolti subito all’arrivo di animali, come prede, o di altri esseri umani. Questo meccanismo celebrale, questa condizione di adattamento sembrano essere alla base dunque di questa nostra “ignoranza”, questo disinteresse,  verso la natura. Verso il vero motore della vita sulla Terra.

Le piante per di più sono intelligenti e sensibili, il mondo vegetale si caratterizza anche per una sensibilità molto maggiore di quella degli esseri umani e degli animali, perché il fatto di non potersi muovere lo ha “costretto” a sviluppare altre “facoltà” per svolgere al meglio le normali attività quotidiane (difendersi, riprodursi, comunicare…) e quindi a sopravvivere.

Tanto per avere un’idea, una singola radice di mais lunga meno di due centimetri è in grado di percepire in un metro cubo di terreno pochi nanogrammi di una qualunque sostanza chimica.  «Una sensibilità che a noi umani è del tutto sconosciuta»: parola di scienziato, Stefano Mancuso.

Fonti:

https://www.focus.it/focus-live/news/perche-le-piante-sono-creature-intelligenti-anche-piu-degli-esseri-umani
https://www.nextquotidiano.it/bufale-amazzonia-in-fiamme-e-cosa-possiamo-fare-nel-nostro-piccolo/
https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/22/stefano-mancuso-intervista-alberi/41520/

Immagine di Armando Tondo

Let it Bees, così Fidenza diventa amica delle api

People For Planet - Gio, 10/03/2019 - 19:00

Sono le api, proprio quelle cui pensiamo distrattamente mentre prendiamo un vasetto di miele oppure un po’ preoccupati se le vediamo volare vicino a noi mentre passano di fiore in fiore. Eppure dalla salvezza delle api e degli insetti impollinatori, sterminati dall’uso massiccio di pesticidi e dal cambiamento climatico, dipende la salvezza di un terzo del cibo che consumiamo e della maggior parte delle piante esistenti.

Ed è proprio per dare un segnale forte, che combini la speranza e la possibilità di un deciso cambio di rotta, che il Comune di Fidenza e la cooperativa Emc2 Onlus hanno dato vita all’enorme progetto “Let it Bees”, dedicato alla sensibilizzazione, alla scoperta e all’incontro con questi straordinari insetti, che culminerà con l’apertura alle porte della Città del primo bosco regionale per favorire l’impollinazione.

5 GIORNI DI EVENTI DURANTE #BORGOFOOD – Le finalità del Bosco di Maia e l’incontro con il mondo favoloso delle api saranno raccontate nel cuore di Fidenza – lungo via Berenini fino alla zona delle Orsoline – dai ragazzi di Emc2 e da un team di esperti durante la Gran Fiera di San Donnino e #BorgoFood, dal 5 al 9 ottobre. Oltre venti gli appuntamenti in programma, tra i quali il magnifico alveare sensoriale, tantissimi laboratori per i bimbi su temi che spaziano dal recupero al riciclo di materiali per un riutilizzo creativo, passando per la conoscenza delle piante, dei loro frutti e, ovviamente, delle api. E poi corsi di yoga per i più piccoli, di meditazione, di mindful eating e tanto altro.

Lanceremo da qui un forte messaggio che parla della sostenibilità ed eleva la difesa delle api a impegno simbolo, necessario, collettivo e possibile. Lo faremo con allestimenti di percorsi urbani incentrati sul tema della diffusione della cultura ambientale, con criteri rigorosamente plastic free e con materiali provenienti dal riuso, dal riciclo e dal recupero.

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