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Tolo Tolo di Checco Zalone è un sorriso ai migranti e una pernacchia ai sovranisti

People For Planet - Mer, 01/08/2020 - 15:00

«Per fortuna che Checco c’è». Si potrebbe dire parafrasando una vecchia canzone berlusconiana su Silvio. Se il campione assoluto di incassi al cinema (30 milioni di euro solo nei primi cinque giorni di programmazione) decide di uscire dall’apparente cerchiobottismo del passato (apparente: alla fine del precedente film, “Quo vado”, va a fare il volontario in Africa) e si schiera apertamente contro chi dice «prima gli italiani», chissà che questo non aiuti la gente a riflettere. Vincerà Salvini o Zalone? Nel dubbio, forza Checco.

La delusione dei sovranisti

La diatriba su “Immigrato”, il videoclip in stile Celentano che ha promosso e anticipato il film, da molti letto come pro sovranisti, ha tratto in inganno solo chi non sa cogliere l’evidente autoironia. Ma in un Paese che non sa più ridere di se stesso, evidentemente il messaggio è arrivato in modo ambiguo. Tanto che, ad esempio, il post fascista La Russa si è lamentato apertamente, sostenendo che il video: «È stata una vera truffa per portare un certo tipo di pubblico nelle sale cinematografiche».  L’ex ministro della difesa, a proposito del film, aggiunge che descrive: «Una questione importante come l’immigrazione come se fosse raccontata dalla Boldrini».

Mentre su Il Giornale Cinzia Romani ha scritto stizzita che il film: «Sembra girato da Papa Bergoglio».

Un esponente di destra intellettualmente raffinato come Marcello Veneziani ha cercato invece di minimizzare sul fatto che il film si schieri politicamente: «È una comicità double face, ognuno ride alle spalle dell’altro. Ma Checco non parteggia né per gli uni né per gli altri, si tiene saggiamente al di fuori e al di qua».

Poteva essere vero per alcuni film precedenti di Zalone, ma non per questo. In Tolo Tolo si prende posizione molto nettamente, forse anche grazie al fatto che Zalone (stavolta anche regista, col suo vero nome: Luca Medici) firma la sceneggiatura insieme a Paolo Virzì, che oltre a essere un maestro della commedia all’italiana è anche da sempre dichiaratamente di sinistra. Ma se Zalone-Medici non fosse in sintonia con Virzì, non lo avrebbe scelto come partner.

Non è un film buonista

Tolo Tolo non è certo un film buonista. I buoni, qui, quasi non esistono: dilagano invece, quelli un po’ stronzi, come nella tradizione – che è cinica e “cattiva” – della migliore commedia all’italiana. Checco è il prototipo dell’italiano concentrato solo su se stesso, che considera i suoi problemi (è ossessionato dalle tasse, dai vestiti firmati e dalla ricerca della crema antirughe all’acido ialuronico) gli unici degni di nota. Ben più della povertà e della guerra che vede di persona quando emigra in Africa per sfuggire ai creditori e, naturalmente, alle tasse.

Ma è un po’ stronzo anche il giornalista francese diventato famoso in quanto difensore dei poveri e diseredati, che sul più bello tradisce Checco.

Come lo tradisce un africano che credeva amico, suo compagno nel lungo e difficile viaggio per tornare in Italia (viaggio del quale vengono raccontate tutte le tappe chiave: la fuga dalla guerra, il deserto, i campi libici di raccolta profughi, la traversata sui barconi verso l’Italia).

Perfino i soldati italiani della forza di pace non fanno una gran bella figura, tanto che quando Zalone corre verso di loro chiedendo aiuto gli tirano una bombetta, perché non si sa mai.

E nemmeno la famiglia, l’ultimo rifugio degli italiani, fa una gran bella figura.

Non mancano battute sulla sinistra

La “sinistra” viene presa di mira, naturalmente, ma tutto sommato con moderazione.

A partire dal giornalista di cui sopra, che tra l’altro sfrutta la sua fama di indefesso terzomondista per arricchirsi facendo da testimonial alla famigerata crema all’acido ialuronico.

Ma si ironizza anche sulle manie di contaminazione interrazziale (esilarante la “pizzica contaminata”, la tipica musica pugliese trasformata in versione “immigrato friendly”), o sul linguaggio astruso: spassosissimo il vero Nichi Vendola che fa il verso a se stesso parlando in sinistrese incomprensibile.

Ma il cuore del film è contro i sovranisti

Che però non sia un film cerchiobottista, che se la prende un po’ con i progressisti e un po’ con i sovranisti, risulta evidente da molte situazioni e personaggi. C’è persino un compaesano pugliese di Checco senza arte né parte che fa una fulminea carriera politica, diventando ministro degli Esteri e poi presidente della Commissione Europea, che si chiama Luigi (come Di Maio) e parla come Salvini.

Ma la prova è soprattutto in due momenti chiave.

Il primo è quando Zalone, nei momenti di difficoltà e di intolleranza, tira fuori l’animo mussoliniano: gonfia petto e mascella e usa voce stentorea per prendersela con i migranti.
«È un attacco di fascismo» gli spiega il medico – naturalmente di colore – che lo soccorre.
«Ce l’abbiamo tutti dentro, è una infezione latente».

Qui il film cita addirittura Primo Levi di Se questo è un uomo: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente». È un processo pericoloso, perché quando diventa un sistema di pensiero, «al temine della catena» avverte Levi «sta il Lager».

 Ma torniamo al film e alle sue battute.

«Come la candida?» replica Checco.
«Paragone bizzarro ma efficace» risponde il medico.
«E come si cura, col Gentalyn?»
«Si cura con l’amore».

E se non è abbastanza, è ancora più netta la conclusione del film. 

L’ultima strofa della canzone finale – cantata da Checco davanti a un nugolo di bambini africani ai quali, con un cartoon in perfetto stile Dumbo di Disney, ma naturalmente in versione politicamente scorretta, ha spiegato che se sono così sfigati da essere nati in Africa è colpa di una cicogna strabica – è: «Me ne vado ma poi torno. Con cento chili di permessi di soggiorno».

Più chiaro di così…

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Influenza, in aumento casi e complicanze. Attesa impennata infezioni con riapertura scuole

People For Planet - Mer, 01/08/2020 - 12:31

I casi di influenza registrati nella prima settimana di gennaio sono in aumento – circa il 20% in più rispetto alle settimane precedenti su tutto il territorio nazionale – e c’è da aspettarsi un’ulteriore impennata dei contagi con la riapertura delle scuole: a spiegarlo è il segretario della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti, che spiega che l’unica arma per difendersi dal contagio e per prevenire le complicanze come bronchiti e polmoniti, che precisa che se tra Capodanno e l’Epifania il numero delle infezioni è stato, benché in aumento, tutto sommato contenuto perché i contagi avvenivano principalmente a livello intrafamiliare, con il ritorno di bambini e ragazzi sui banchi di scuola c’è da aspettarsi un ulteriore aumento dei casi.

I virus “cugini” aumentano le complicanze

Insieme ai casi di influenza a gennaio sono aumentate anche le complicanze a carico del sistema respiratorio con alcuni casi più gravi di polmonite, soprattutto nei soggetti più fragili come gli anziani. La responsabilità è da attribuire a diversi virus circolanti quest’anno, “cugini” dell’influenza vera e propria: sono loro a provocare complicanze anche gravi tra cui polmoniti, bronchiti ma anche complicanze diarroiche.

L’appello dei medici di famiglia: vaccinatevi!

L’appello dei medici di famiglia, per chi non lo abbia ancora fatto, è quello di vaccinarsi. C’è tempo fino a fine gennaio e la raccomandazione vale soprattutto per le categorie più a rischio, come anziani e malati cronici: “E’ importante che i soggetti più a rischio, come anziani o malati cronici, si vaccinino e per farlo c’è ancora tempo fino alla fine di gennaio – spiega Scotti -. L’influenza si protrarrà infatti per alcuni mesi e dunque si è ancora in tempo per immunizzarsi e non incorrere in complicanze”. 

Come evitare il contagio

Ma come possiamo difenderci dall’influenza se a stare male è un nostro familiare? Ecco un breve elenco delle precauzioni da mettere in pratica:

Cosa fare: il malato deve cercare di soggiornare per lo più nella stessa stanza; arieggiare più volte al giorno la stanza; disinfettare giornalmente le superfici d’uso comune; far consumare al malato i pasti nella propria stanza; tenere puliti i giocattoli, se si tratta di un bambino; lavare le stoviglie subito dopo l’uso; lavarsi spesso le mani, soprattutto dopo aver avuto contatti con il malato di casa.

Cosa evitare: lasciare in giro fazzolettini usa e getta; utilizzare gli stessi asciugamani e le stesse stoviglie.

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Oslo, 1 solo morto nelle strade nel 2019 (a Torino 22)

People For Planet - Mer, 01/08/2020 - 11:10

Come si fa a ridurre la strage di pedoni che affligge l’Italia da decenni? Come si fa a ridurre i livelli di inquinamento che da settimane, sostenute dal peso dei riscaldamenti, strangolano il Paese? Chiedetelo a Oslo (ma anche tutto il resto del Nord Europa saprebbe rispondervi).

La capitale norvegese è la prima ad aver vietato l’uso dell’auto: sottolineo anche di quella elettrica, perché anche la produzione di elettricità ha un impatto ambientale, e soprattutto perché identico resta il pericolo legato al tipo di veicolo. Quest’anno si è confermata la città più sicura del mondo per ciclisti e pedoni, con solo una vittima di incidente stradale negli ultimi 365 giorni. Giusto per fare un paragone, Torino, che ha dimensioni simili, allo scorso ottobre, quindi a due mesi dalla fine dell’anno, contava già 22 morti (erano stati 31 l’anno precedente) e 3.031 feriti.

Eppure, come si vede nel grafico sotto, c’è stato un tempo in cui anche Oslo se la passava come ce la passiamo noi: nel 1945 furono 41 i morti nelle strade cittadine. I decessi sono stati tra i 20 e i 30 negli anni Ottanta e Novanta, come invece sono rimasti in media da noi, scendendo sotto i dieci all’anno dopo il 2003.

Tutto grazie al piano Vision Zero, che prevede la riduzione della velocità e l’aumento delle misure di sicurezza sulle auto. Nella capitale norvegese, in particolare, l’amministrazione comunale ha imposto forti restrizioni sulle zone aperte alle auto, soprattutto nelle aree centrali della città, potenziando la rete delle piste ciclabili e incoraggiando i cittadini a sostituire le quattro ruote con la bicicletta negli spostamenti in città, anche rendendo molto caro e raro il parcheggio. Provvedimenti drastici e impopolari anche nel saggio Nord, che però hanno portato questi straordinari (per noi) risultati in: vite umane risparmiate, minori emissioni, strade più silenziose e vivibili.

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Assessori alla Gentilezza, che bella idea!

People For Planet - Mer, 01/08/2020 - 10:54

La delega alla Gentilezza è stata riconosciuta la prima volta nel mese di giugno 2019.

In pochi mesi hanno già aderito 80 Comuni in tutta Italia nominando un Assessore alla Gentilezza. Restano scoperte soltanto  Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e l’Umbria. La delega alla gentilezza può essere riconosciuta dal Sindaco a un assessore, o un consigliere.

Lasciate fare ai bambini

In alcuni Comuni come Cimone (Tn), Trani (Bt) e Torre Annunziata (Na) sono stati i bambini insieme alle proprie insegnanti a richiederne la nomina al proprio Sindaco e molte iniziative di questa nuova figura comunale sono proprio dedicate a loro.
Per esempio: a Camposanto (Mo) l’Assessore alla Gentilezza Orsola Rossella d’Agata, insieme alla quinta elementare hanno organizzato una tombola con gli ospiti della Comunità Alloggio, creando un ponte generazionale.

A Roseto Capo Spulico (Cs) l’Assessore alla Gentilezza Francesca Perla ha proposto il Muro della Gentilezza dei Giocattoli in cui i cittadini hanno potuto lasciare dei giocattoli sospesi destinati ai bambini meno fortunati.

Una panchina per abbracciarsi

A Quincinetto (To) l’Assessore alla Gentilezza Erina Patti ha inaugurato la Panchina della Gentilezza, una panchina che oltre al valore simbolico ne ha anche uno attivo.  Le modalità d’uso della panchina sono state indicate dai bambini della scuola elementare: per abbracciarsi, per suonare, per ritrovarsi

Oppure: a Lonate Pozzolo (Va) l’Assessore alla Gentilezza Melissa Derisi ha attuato IL FARMACO SOSPESO, con la collaborazione di un’associazione locale, delle farmacie del territorio e della generosità dei cittadini verso gli abitanti della comunità locale più bisognosi.

Il ruolo dell’Assessore alla Gentilezza nelle Comunità Locali

Si legge nel comunicato stampa inviato alla ns. Redazione dall’Associazione di Promozione Sociale Cor et Amor, col supporto dell’Associazione Mezzo Pieno:  

“Il ruolo dell’Assessore alla Gentilezza è quello di contribuire con azioni concrete al benessere delle comunità locale. Proponendo un approccio alla politica più vicino ai cittadini e coerente con la gentilezza, intesa come insieme di valori utili a garantire e tutelare il bene comune. Essendo un assessorato privo di portafoglio, per sostenere il welfare comunitario si avvale dell’innovazione sociale, della creatività, della condivisione e della collaborazione (intesa come capacità di fare e coinvolgere la comunità), in questo modo si intende contribuire a renderlo indipendente dalla crescita economica; per essere felici basta…un po’ di gentilezza”.

L’assessore alla gentilezza un’opportunità per lo sviluppo economico locale… e oltre

In alcuni casi è la gentilezza a essere un’opportunità per sostenere uno sviluppo economico etico, rispettoso della comunità locale e dei lavoratori. Vedi l’esempio di Carcare (Sv) dove Enrica Bertone, in collaborazione con la Pro Loco e la scuola di ristorazione locale ha ideato il biscotto Gentilino un prodotto a km 0, che caratterizzerà il territorio e sarà distribuito nella panetterie e pasticcerie locali.

Conoscere e condividere

I cittadini possono condividere proposte di azioni sociali anche innovative per il benessere delle Comunità locali con la Rete Nazionale degli Assessori alla Gentilezza scrivendo  ad info@assessoriallagentilezza.it  che provvederà a comunicarle agli Assessori alla Gentilezza per essere concretizzate.

La gentilezza può essere applicata a differenti contesti della vita comunitaria: arredo urbano, cultura, sicurezza stradale, promozione del territorio, crescita economica, turismo, solidarietà, socializzazione, ambiente.

Il Muro della Gentilezza anche a Milano

A Milano è stato inaugurato ieri il Muro della Gentilezza, un luogo magico dove possiamo lasciare libri, oggetti e vestiti da donare a chi ne ha più bisogno. L’iniziativa è nata nel 2015 a Mashhad, una metropoli nel nord est dell’Iran, con lo scopo di offrire cappotti e coperte ai senzatetto per proteggersi dal freddo letale dei mesi invernali.

Il motto è: “Se non ne hai bisogno lascialo. Se ne hai bisogno prendilo”. Con il passare degli anni l’iniziativa si è trasformata e oggi al Muro della Gentilezza puoi trovare, oltre agli indumenti per l’inverno, anche libri e cd. 

Come diceva una vecchia pubblicità: con la gentilezza si ottiene tutto, o era la dolcezza? Beh, più o meno è lo stesso.

Per informazioni: Rete Nazionale Assessori alla Gentilezza
cell 328.2955915
mail retenazionale@assessoriallagentilezza.it
web https://mezzopieno-news.tumblr.com/assessori

Vedi anche:
Un gesto semplice che può fare la differenza: i muri della gentilezza
Giornata mondiale della gentilezza
12 minuti di gentilezza al giorno e il mondo ti sorride

Mamma In Blu: le borracce riutilizzabili in acciaio

People For Planet - Mer, 01/08/2020 - 07:00

Continuano i video consigli di Alessia, alias Mamma in Blu. Qual è l’alternativa alla bottigliette in plastica per l’acqua? La borraccia riutilizzabile!

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Guarda anche:
Mamma in Blu: alternative ecologiche agli assorbenti (Video)
People For Planet contro la plastica

Contropiede sarà lei: difendersi è diventato un disonore

People For Planet - Mer, 01/08/2020 - 07:00

In contropiede giocherà lei. Gianni Brera sarebbe rabbrividito alla vista del duetto televisivo tra Fabio Capello e Antonio Conte dopo Napoli-Inter vinta dai nerazzurri per 3-1. Il tecnico interista si è risentito dopo aver ascoltato la parola contropiede. I due poi si sono chiariti, grazie all’intervento di Fabio Caressa. Al di là del merito della questione, il punto è la reazione dell’ex CT della Nazionale. Oggi la parola contropiede – naturalmente associata alla difesa bassa – suona come un marchio di infamia. Il linguaggio calcistico, che viene definito evoluto, ha nel frattempo partorito altri termini. Dalla ripartenza alla transizione. Per cui il contropiede – sempre secondo i neologisti del calcio – è soltanto quel lancio dalla propria area verso un attaccante che se ne sta solo, disperato, e corre come un matto e magari se ne va in porta. Come nei tornei scolastici.

Del nuovo linguaggio che avvolge il calcio si potrebbe discutere per giorni. Sarebbe meraviglioso redigere cronache sessuali tenendo conto del nuovo linguaggio calcistico. Trasferire gli expected goals nel racconto erotico sarebbe un’esperienza capace di allargare le porte della percezione.

Nel calcio è accaduto quel che invece non è successo nel tennis. Nel calcio difendersi è considerato un disonore. Soprattutto difendersi, se non a oltranza, per larga parte della partita. Rinunciare per un determinato periodo a offendere. Cosa che capita persino negli scacchi dove invece l’arte della difesa resta nobilissima. In tanti altri sport a dire il vero. Ci si difende. Perché esiste l’attacco ma esiste anche la difesa. Sì ma a certe condizioni, è la nuova buona creanza del calcio. È il passepartout per essere considerato à la page. Oggi nel calcio si fa fatica a trovare l’equivalente di Noodles, uno che dice chiaro e tondo: «A me piace la puzza della strada, mi si aprono i polmoni quando la sento». Ci ha provato Ancelotti, anche provocatoriamente, con qualche dichiarazione: «Sto bene, quando sono nel fortino» e infatti – al di là degli ultimi risultati non felici – è ormai guardato col sopracciò dai nuovi Michele del football (Michele è l’intenditore del Glen Grant in un altro spot televisivo démodé).

Tornando al tennis, è come se i pallettari – altra terminologia desueta – fossero considerati il male. E invece nel tennis è andata diversamente. Il partito McEnroe ha perso. Pur essendo certamente più affascinante, la maggioranza dei giocatori ha seguito il modello Borg, con le fisiologiche correzioni temporali. Ma Nadal – tanto per citare il più famoso, il più vincente, il più forte di questa classe di tennisti – non si porta dietro il marchio d’infamia che contraddistinguerebbe un catenacciaro nel calcio. Ovviamente i letterati non vanno in brodo di giuggiole per lui. Il riferimento artistico è Roger Federer – e ci sta – ma Nadal è guardato comunque con rispetto. Anche perché – e forse la differenza è proprio qui – Nadal vince, o comunque ha vinto. E ha vinto tanto. E tante volte ha battuto Federer.

Vuoi vedere che, molto volgarmente, la differenza sta proprio qui? Guardiola ha vinto, ha stravinto. Lo scorso 19 dicembre, si è celebrato il decennale del sextete del Barcellona di Pep che in un anno vinse: campionato, Champions, Coppa del Re, supercoppa europea, supercoppa spagnola e coppa Intercontinentale (oggi Mondiale per club). Da allora, come ha recentemente confessato, è inseguito dalla parola di fallimento che gli attribuiscono a ogni stagione. «Fallisco tutti gli anni» ha detto ironicamente, anche lui vittima della perversione giornalistica. Ha scritto la storia del calcio. Come la scrisse quaranta e più anni prima Helenio Herrera e la sua Inter. Vinceva. E per anni si è tessuto l’elogio di quell’indecenza chiamata contropiede. 

Fonte immagine: Wikipedia

Aggressioni a medici e infermieri: polizia nei pronto soccorso e vigilantes sulle ambulanze

People For Planet - Mar, 01/07/2020 - 15:39

Dal 15 gennaio saranno attive le prime telecamere sulle ambulanze in servizio nel territorio di Napoli ed è prevista la realizzazione da parte delle strutture ospedaliere dell’installazione di sistemi di videosorveglianza collegati con le centrali delle forze di polizia. L’annuncio è stato dato dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese dopo l’ultimo episodio avvenuto domenica a Napoli, quando alcuni ragazzi hanno sequestrato un’ambulanza e gli operatori sanitari del 118 che erano a bordo per costringerli a soccorrere un loro amico 16enne che aveva avuto una distorsione al ginocchio.

Violenze fisiche, minacce con pistola

Sempre a Napoli, a causa di un petardo fatto esplodere da ignoti a distanza ravvicinata la mattina di Capodanno, un medico del 118 che aveva appena terminato un intervento rischia di perdere l’udito a un orecchio. Sono circa 1200 l’anno, secondo l’Ordine dei medici, le aggressioni denunciate dai camici bianchi, ma il numero reale sarebbe di tre volte maggiore. E il sindacato degli infermieri italiani e delle professioni sanitarie Nursing up denuncia episodi di violenza fisica per un infermiere su dieci e minacce con tanto di pistola per il 4%. Le aggressioni ai danni del personale sanitario riguardano tutta Italia anche se in alcune aree – come quella di Napoli – la situazione appare particolarmente critica.

Aumentare la sicurezza

Per frenare gli episodi di aggressioni e violenze a danno del personale sanitario il presidente della Federazione degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, chiede postazioni di Polizia nei pronto soccorso di maggiore affluenza e la presenza di vigilantes sulle ambulanze nelle aree di maggiore criticità, come la città di Napoli. “Per prevenire gli episodi di violenza nei confronti di medici e operatori sanitari è fondamentale aumentare le condizioni di sicurezza dei luoghi di lavoro”, ha spiegato Anelli.

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Rula Jebreal esclusa da Sanremo sovranista, ma torna Rita Pavone, con residenza in Svizzera

People For Planet - Mar, 01/07/2020 - 15:00

“Sabato scorso mi hanno telefonato pregandomi di fare io il passo, di rinunciare spontaneamente. Mi sono rifiutata. Gli ho mandato un messaggio scritto: se volete censurarmi dovete essere voi ad assumervene la responsabilità”.

È decisa a fare chiarezza Rula Jebreal, invitata al Festival di Sanremo in veste di portavoce di un tema che non è né di destra né di sinistra: la violenza di genere. Poi, la Rai ha fatto un passo indietro.

A decidere di escludere Rula Jebreal dalla kermesse, stando alle ricostruzioni di Giovanna Vitale, è stata niente meno che la direttrice di RaiUno, Teresa De Santis, quota leghista in Rai. La De Santis avrebbe escluso Rula Jebreal (nata in Israele da padre israeliano con ascendenze nigeriane e madre palestinese, naturalizzata in Italia) per “ragioni di opportunità”. Sì, sprecate. Come l’occasione di tacere, puntualmente sprecata da Matteo Salvini, che per ribadire la politicizzazione della scelta, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, ha definito la giornalista “valletta”. “Rula Jebreal? Non mi occupo di vallette perché ho le giornate abbastanza piene”. E in effetti di giornate piene ne ha sempre avute. Quando nel 1993 Rula Jebreal vinceva una borsa di studio e si laureava perfettamente in corso a Bologna, lui si impossessava della prima poltrona in politica. Entrambi sono giornalisti.

Nel 1997 Salvini si avvia alla scintillante carriera per il quotidiano La Padania, falsificando diverse note spese e presenze senza di fatto lavorare per guadagnare di più (a dirlo è stato l’allora direttore del giornale, Gigi Moncalvo, che ne chiese le dimissioni). Nello stesso anno la Jebreal collaborava con ben tre testate (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino).

Nel 2004 Salvini diventa eurodeputato e assume il figlio di Umberto Bossi (quello con la laurea falsa in Albania) come suo assistente. Nello stesso anno, la Jebreal conduce l’edizione notturna del telegiornale di La7, collabora con il Messaggero, si occupa della rassegna stampa dei quotidiani in lingua araba.

Nel 2006, quando Salvini lascia la poltrona da europarlamentare per riappropriarsi di quella milanese (solo dopo essersi aggiudicato un posto nella top20 dei peggiori deputati del Parlamento europeo redatta dall’autorevole quotidiano di Bruxelles, Politico, la Jebreal lavora con Michele Santoro ad Annozero.

Dicevamo, occasioni sprecate.

Sul palco dell’Ariston non compaiono certo i curriculum professionali, e in fondo è giusto così. Ad esempio, è giusto che Rita Pavone torni a calcarlo dopo 50 anni di assenza come cantante in gara. L’ultima volta risale al 1972, sei giorni prima Giulio Andreotti aveva giurato per il suo primo governo.

Annus Dei 2020, Rita Pavone, sovranista con la residenza in Svizzera, molto attiva nelle pagine inneggianti a Mussolini, fan di Salvini, nemica giurata dei Pearl Jam e di Greta, a suo dire “personaggio da film horror”, salirà sul palco di Sanremo. È giusto, è costume, bene così.

Rula Jebreal, invece – che insieme al conduttore Amadeus (rammaricato ed estraneo alla decisione a detta della stessa giornalista) avrebbe portato nelle case di milioni di telespettatori un tema, ribadiamolo, né di destra né di sinistra, come la violenza di genere – no. L’intesa con Amadeus c’è stata, spiega in un’intervista per Repubblica pubblicata proprio oggi: “Gli ho raccontato del mio viaggio in Arabia Saudita dove ho incontrato Loujain Alhathloul, stuprata perché rivendicava il suo diritto di voto e di guidare l’automobile. Gli ho parlato della mia amica yazida Nadia Murad, premio Nobel, coinvolta insieme a me dal presidente francese Macron in un Comitato per l’uguaglianza. Abbiamo progettato di coinvolgere Michelle Obama o in alternativa Oprah Winfrey per parlare di questi temi”. Poi, di colpo, la prima soffiata di Dagospia. “Sarebbe interessante sapere da dove gli è arrivata la notizia, con timing perfetto. Spiegherebbe tutto quel che è successo dopo”.

Già. Ma in fondo che importa della violenza di genere, sono solo canzonette

Aggiornamento 07.01.2020 ore 15:45
Dopo un vertice con l’ad Fabrizio Salini, la direttrice di RaiUno Teresa De Santis c’è stato un dietrofront, Rula Jebreal sarà al Festival di Sanremo, con un suo monologo sulla violenza contro le donne. “Ancora da definire la serata, ma lo spazio sarà adeguato all’importanza del tema”. (Fonte: Repubblica)

Le pubblicità dei prodotti finanziari e i testimonial “ignari”

People For Planet - Mar, 01/07/2020 - 12:00

Scegliere un volto noto come testimonial di una campagna pubblicitaria rappresenta una decisione strategica vincente dell’azienda/brand soprattutto se il partner risulta essere credibile e, ancor più, se crede in ciò che rappresenta.

A tal riguardo, mi sono sempre chiesto, guardando gli spot pubblicitari di banche e società finanziarie, quanto e cosa sapessero di quell’azienda o di quel prodotto  i personaggi del mondo della cultura, informazione, spettacolo e sport chiamati a fare i testimonial.

Probabilmente nulla! Come la maggior degli italiani, tralaltro, che, in termini di informazione e cultura finanziaria, sono tra i meno preparati rispetto ai cittadini Ue e di altri Paesi avanzati.

Una cosa è certa: il testimonial viene scelto per rappresentare un brand. Il marchio, a cui si associa il personaggio persona fisica che lo pubblicizza, deve rispecchiarsi nel testimonial e viceversa. Si assiste, molto spesso, ad una simbiosi tra brand e persona.

Simbiosi talmente forte che i contratti che di solito regolano questo tipo di pubblicità possono prevedere clausole e obblighi comportamentali che devono essere rispettati dal testimonial anche nella vita privata. Perché il personaggio famoso ha delle responsabilità ben precise che riguardano anche la vita privata, nei confronti dei suoi fan e del brand che pubblicizza.

All’interno dei contratti ci sono molto spesso anche le c.d. clausole morali. In altri termini la celebrity ha l’obbligo, ad esempio, di mantenere nella vita privata comportamenti eticamente corretti oppure di non rilasciare dichiarazioni che in un certo qual modo possano incidere negativamente sulla reputazione dell’azienda.

Ma, in termini di responsabilità, è garantita la reciprocità? Cioè i vip si sono mai preoccupati di tutelarsi dai rischi derivanti dalla bad reputation del brand bancario o del prodotto finanziario?

Sono certo che il brillante attore Enrico Brignano, benché interprete di uno dei più esilaranti monologhi contro le banche, non immaginasse neppure cosa si potesse celare dietro la gestione della Banca Popolare di Bari quando è stato ingaggiato per la convention aziendale; così come sono convinto che il simpaticissimo Nino Frassica non sia assolutamente consapevole del fatto che, pubblicizzando una carta di credito revolving  (carta Easy di Compass), stia spingendo i cittadini ignari verso un prodotto di fatto usuraio (tasso medio circa 16%; soglia usura del 24%) e in una spirale senza fine di pagamenti imposti prima di poter sancire la chiusura del debito.

Non solo ma nei miei ventidue anni di permanenza in quel sistema mi sono spesso imbattuto in famosi e gloriosi personaggi del mondo dell’informazione che partecipavano, retribuiti profumatamente, a convention aziendali dove si magnificavano i comportamenti virtuosi del management (di banche poi coinvolte in scandali e default).

Ho ascoltato peana che la propaganda della Romania di Ceausescu al confronto sembrava ridicola.

Quello che stona, però, è che poi molti di quei personaggi, non sicuramente quelli sopra citati, spesso vanno in televisione a fare i moralizzatori del sistema-paese nel rispetto di una etica dei comportamenti che riguarda però … sempre gli altri.

Etica, che parolone. E soprattutto che abuso improprio nel nostro Paese. Spesso confusa con il concetto di onestà.

Senza voler scomodare filosofi e sacre scritture, forse è il caso di ricordare semplicisticamente che una persona onesta è “quella che non ruba” mentre una persona orientata a vivere secondo principi etici è “quella che, non solo, non ruba ma che se vede un altro rubare lo denuncia”, intendendo come denuncia anche la capacità di dire NO a un agenzia pubblicitaria.

Perché la faccia c’è chi ce la mette e chi ce la rimette.

Photo by Hunters Race on Unsplash

L’Australia non sarà più la stessa

People For Planet - Mar, 01/07/2020 - 11:00

Persino dai Golden Globes si è alzata la preghiera di un’azione concreta e immediata per uno degli ultimi ecosistemi della terra, vittima da mesi di incendi senza precedenti «senza alcun dubbio causati dai cambiamenti climatici», ha quasi pianto nel sottolinearlo Jennifer Aniston dal palco. Che la responsabilità sia dei cambiamenti climatici non significa che sia solamente una responsabilità diffusa: per primo l’Atlantic ha enfatizzato la responsabilità dell’Australia stessa, da sempre uno dei grandi assenti nelle ratifiche degli interventi volti a mitigare l’influenza dell’uomo sull’aumento globale delle temperature. Motivo tra i quali, i volontari si sono riufiutati di stringere la mano al primo ministro, giunto a salutarli nei giorni scorsi.

Piove, ma quel che è perso non tornerà

Fatto sta che è di due volte le dimensioni del Belgio l’area dei boschi arsi assieme ai suoi abitanti, e a poco giova la pioggia caduta ieri, che ha commosso i vigili del fuoco scoppiati in balli di gioia spontanei.

Distrutto il 50% delle riserve

Secondo stime dell’Università di Sydney, circa 480 milioni di mammiferi, tra uccelli, rettili e altri animali sono morti a causa degli incendi boschivi nell’anno che si è appena concluso, mentre solo nelle Blue Mountains, e solo a novembre e dicembre, è arso il 50% delle riserve naturali. Si stima che siano circa 8mila i koala morti nelle fiamme, che nella costa nord del New South Wales hanno già ucciso circa il 30% dell’intera popolazione di questa specie. “Una notizia gravissima, dato che in tutta la regione – prima che iniziassero gli incendi – i koala erano solo circa 28mila. La maggior parte dei koala della costa orientale australiana, infatti, vive all’interno del ‘Triangolo dei Koala’, regione in cui la specie potrebbe estinguersi in soli 30 anni”, sottolinea il Wwf.

“A causa del cambiamento climatico, gli incedi diventeranno ancora più frequenti e si teme che intere specie animali e vegetali endemiche dell’Australia, possano andare perdute per sempre. Anche Kangaroo Island, l’isola dei canguri nonché meta molto ambita dai turisti, è stata evacuata per l’emergenza incendi: un altro scrigno di natura divorato dalle fiamme che nessuno potrà più vedere come prima”, ha proseguito l’organizzazione ambientalista.

Leggi anche:
Incendi devastanti e aumento della CO2: perché l’umanità tende a sottovalutare il problema
Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi

Dove andranno a finire i palloncini?

People For Planet - Mar, 01/07/2020 - 09:46

Roberto Pietrafesa ha 44 anni ed è un ingegnere residente a Monteiasi un piccolo centro della provincia di Taranto e alla domanda su dove andranno a finire i palloncini che sfuggono di mano ai bambini ha deciso di rispondere con un progetto chiamato Luisa.

Ha lanciato un palloncino in Mylar (detti anche foil sono fatti di nylon ricoperto da uno strato metallico di alluminio e quindi molto più resistenti dei normali palloncini) gonfiato con elio e ci ha appeso un piccolo trasmettitore.
Dopo 30 ore e 3 mila chilometri a un’altezza massima di 8mila 700 metri ha terminato la sua navigazione nel deserto dell’Arabia Saudita, forse a causa di una perturbazione.

Ha fatto un sacco di strada…

Vedi anche:
“Basta palloncini in volo, inquinano i mari”, la lotta alla plastica anche nei cieli

Foto di Peter H da Pixabay 

Spezie: come utilizzarle in cucina (Infografica, seconda parte)

People For Planet - Mar, 01/07/2020 - 07:00

Pepe, peperoncino, fino allo zenzero. Seconda parte del nostro viaggio fra le spezie da utilizzare in cucina.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Microplastiche nei cosmetici vietate dal 1 gennaio

People For Planet - Mar, 01/07/2020 - 07:00

Il primo gennaio 2020 è entrato in vigore il bando delle microplastiche da prodotti cosmetici, approvato nel dicembre 2017 (Legge di Bilancio 2018) grazie a un emendamento a firma di Ermete Realacci, al tempo presidente della Commissione Ambiente della Camera.

La legge vieta di “mettere in commercio prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche”. Le pene vanno delle multe allo stop della produzione in caso di recidiva ma purtroppo il divieto non vale per tutti i cosmetici. I trucchi con glitter sbrilluccicanti, ad esempio, potranno essere ancora venduti.

Come trovare le microplastiche

Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) ha stilato una lista di ingredienti che indicherebbero la presenza di microplastiche all’interno del prodotto cosmetico: Polyethylene (Pe), Polymethyl methacrylate (Pmma), Nylon, Polyethylene terephthalate (Pet), Polypropylene (Pp).

L’industria cosmetica farebbe un largo uso di microplastiche, soprattutto come agente esfoliante o come additivo.

Il Corriere.it ha intervistato l’associazione Marivivo: “Il divieto è particolarmente significativo perché in Italia viene prodotto circa il 50 per cento del make-up a livello mondiale”.

Italia pioniere della lotta alla plastica

Siamo stati fra i primi a mettere al bando le buste in plastica e dal primo gennaio 2019 sono vietati i cottonfioc in plastica.

“Siamo primi al mondo ad aver fatto questa scelta, ma resta ovviamente moltissimo da fare”, spiega Realacci.

Secondo dati dell’Unep nei mari di tutto il mondo ci sono 63.320 particelle di microplastica per ogni km quadrato. Per la sua conformazione il Mediterraneo è fra quelli più inquinati. I pesci mangiano le microplastiche che entrano così nella catena alimentare.

Per approfondire:
Dossier di Repubblica
People For Planet contro le microplastiche

Foto di Bruno /Germany

Moda senza foto: si può

People For Planet - Lun, 01/06/2020 - 15:00

Si può pensare a una rivista di moda senza le immagini delle modelle fermate dallo scatto dei fotografi? Difficile, ma Vogue Italia non l’ha solo pensata, l’ha anche realizzata.

No photoshoot production was required for the making of this issue (per la realizzazione di questo numero non è stata necessaria alcuna produzione fotografica) è lo slogan con il quale la rivista si presenterà nelle edicole a partire dal 7 gennaio prossimo.

La sostenibilità…

Costruire un servizio di moda ha un notevole impatto ambientale, fatto di persone che, in quanto coinvolte nel progetto, devono utilizzare voli, treni, automobili; di spedizioni internazionali in tutto il mondo; di luci accese per ore ininterrottamente, spesso alimentate da generatori a benzina; di plastica, catering, sprechi… Tutti elementi contrari ai valori che Vogue, con una dichiarazione firmata dai direttori delle 26 edizioni nel mondo, si è impegnato a promuovere nel prossimo decennio.
«Cambiare è difficile – afferma Emanuele Farneti, direttore di Vogue Italia – ma come possiamo chiedere agli altri di farlo, se non mettiamo in discussione noi stessi?» È nata così l’idea di un numero nel quale tutti i servizi sono prodotti da artisti che hanno lavorato rinunciando a viaggiare, spedire, inquinare. «Sono vere e proprie storie di moda – aggiunge Farneti; – gli autori sono stati affiancati da stylist, e hanno preso in prestito il volto di donne reali. Ma la sfida era dimostrare che si può, eccezionalmente, raccontare gli abiti senza fotografarli

Il risultato, come si può vedere nella gallery che presenta in anteprima sette cover illustrate, è davvero notevole.

… e la solidarietà

Realizzare i servizi senza impatto sull’ambiente ha anche un piacevole corollario: un notevole risparmio di costi. E così la cifra risparmiata nella produzione di Vogue Italia di gennaio sarà devoluta al progetto di restauro della Fondazione Querini Stampalia Onlus di Venezia, un luogo che la notte resta aperto per gli studenti quando la città spegne le sue luci, un luogo di arte, di silenzio e di riparo, oggi gravemente danneggiato dalla marea dello scorso novembre.

In cover un vestito di Gucci disegnato da Milo Manara. Fonte: Vogue.it

Epifania o Befana? Comunque sia, è festa in tutta Italia

People For Planet - Lun, 01/06/2020 - 07:00
Leggende e tradizioni

La leggenda racconta che la Befana fosse la ninfa Egeria, consigliera di Numa Pompilio. Alle calende di gennaio il secondo re di Roma era solito appendere una calza nella grotta dove viveva Egeria e la mattina la trovava colma di buoni consigli.

In realtà la parola Epifania deriva dal greco epiphànein che significa “manifestarsi della divinità”. E infatti nella tradizione cristiana il 6 gennaio è il giorno in cui i Re Magi arrivano alla grotta di Betlemme guidati dalla stella cometa. E da Epifania a Befania fino a Befana il passo è brevissimo. Tra parentesi: Dario Fo racconta questa storia a modo suo in Mistero Buffo, potete vederne un estratto qui http://dariofo.it/content/video-dario-fo-i-re-magi.

Origini della “Befana”

Ma come si arriva dai Re Magi alla storia della vecchia signora con le scarpe rotte? Si narra che i Re Magi, che al tempo non avevano il navigatore GPS, chiedessero indicazioni proprio a lei per trovare la strada e che al momento, malgrado l’invito, l’anziana donna rifiutò di seguirli. Poi ci ripensò e riempì un cesto di dolci e iniziò a cercare i Re Magi fermandosi in tutte le case chiedendo se li avessero visti passare. E in ogni casa visitata lasciava un dono ai bimbi.

E così fa ogni anno: nella notte tra il 5 e il 6 gennaio si cala dal camino e riempie di leccornie le calze preparate dai bambini. I bambini per ringraziarla lasciano qualche cosa da mangiare o da bere, così che lei possa ristorarsi durante il lungo viaggio, e spesso per aiutarla a trovare la casa lasciano anche accesa una luce.

Ai bimbi buoni dolci e frutta secca, a quelli meno buoni carbone e cenere. Ma non ci sono bambini cattivi!

Le feste lungo la nostra penisola

Sono tantissime le feste in tutta Italia per il 6 gennaio. In alcuni paesi si brucia la “vecchia” per eliminare le malinconie del passato e propiziare cose buone per l’anno nuovo.

In Toscana, Friuli e Trentino alcuni ragazzi si tingono il viso di nero e vestiti di stracci vanno in giro per le case a chiedere dolci per i bambini, si chiamano “befani” e sono anche dei fidanzati “in prova”, scelti da chi trova all’interno di una focaccia una fava secca che incorona lo stesso Re o Regina della Fava: a lui o a lei il piacere di decidere il proprio partner gettando la fava nel bicchiere del prescelto.

La Befana è una paraninfa anche in Molise dove farebbe apparire in sogno alle ragazze nubili il fidanzato a loro destinato.

Per mandare a letto presto i bambini, così che la Befana possa riempire le calze, a Cucibocca di Montescaglioso, in provincia di Matera, alcuni abitanti incappucciati trascinano catene per fare baccano. Hanno barbe lunghe e minacciano con un ago da materassaio di cucire le bocche dei bambini se non vengono offerti cibo e vino. I piccoli così spaventati corrono a letto. Un po’ macabro ma efficace.

E poi, così da non perdere l’abitudine, ci sono i cibi tipici del 6 gennaio. In Piemonte si prepara la Fugassa, un dolce a forma di margherita. Entro c’è una fava bianca e una nera. Chi trova la prima pagherà il dolce, chi trova la seconda pagherà da bere. In Veneto la torta si chiama Pinsa, un dolce miscuglio di farina di mais e frutta secca, a Siena si sfornano i Cavallucci. E così via.

Quella della Befana è la dodicesima notte dopo il Natale e un tempo si riteneva che fosse una notte magica dove poteva accadere che gli animali parlassero, le lenzuola diventassero lasagne e l’acqua si trasformasse in vino.

In alcune zone si pensa che i morti si risveglino e tornino dai familiari per impastare il pane che poi si mangia a pranzo del 6 gennaio.

In conclusione, riti pagani e cristiani si alternano in questa notte.
Il Cristianesimo ha spesso sostituito feste e ricorrenze antiche con momenti religiosi, per esempio a fine dicembre si celebravano i giorni del Sole sostituiti dalla nascita di Gesù e in tempi recenti la religione del mercato ha imposto Babbo Natale.

La Befana, che rimane soprattutto una festa italiana poco celebrata negli altri Paesi, è un misto tra paganesimo e cristianesimo. Raccoglie tutto in un raro esempio di integrazione.

Hai visto mai che la vecchietta con il naso adunco abbia ancora qualcosa da insegnarci?

Una cosa è certa: l’Epifania tutte le feste se le porta via.

Buona Befana!

Aspettando la Befana… con Gianni Rodari

People For Planet - Dom, 01/05/2020 - 15:00
Mi hanno detto, cara Befana

di Gianni Rodari

Mi hanno detto, cara Befana
che tu riempi la calza di lana,
che tutti i bimbi, se stanno buoni,
da te ricevono ricchi doni.

Io buono sono sempre stato,
ma un dono mai me l’hai portato.
Anche quest’anno nel calendario
tu passi proprio in perfetto orario,
ma ho paura, poveretto,
che tu viaggi in treno diretto:
un treno che salta tante stazioni
dove ci sono bimbi buoni.

Io questa lettera ti ho mandato
per farti prendere l’accelerato!
O cara Befana, prendi un trenino
che fermi a casa d’ogni bambino,
che fermi alle case dei poveretti
con tanti doni e tanti confetti.

CBS: migliaia di bambini migranti vittime di abusi sessuali sotto la custodia degli Stati Uniti

People For Planet - Dom, 01/05/2020 - 07:00

La CBS con un articolo di Carlo Montoya Galvez ha rivelato che migliaia di bambini migranti hanno subito abusi sessuali durante la custodia del governo degli Stati Uniti, secondo quanto emerge da documenti del Dipartimento della sanità e dei servizi umani (HHS) degli Stati Uniti.

Secondo questi documenti migliaia di accuse di abusi sessuali contro minori non accompagnati in custodia HHS sono state segnalate alle autorità federali ogni anno  dal 2015. In totale, tra ottobre 2014 e luglio 2018, 4.556 denunce di abusi sessuali sono state segnalate all’Ufficio per il reinserimento del rifugiato (ORR) – un’agenzia all’interno di HHS incaricata di prendersi cura dei minori migranti non accompagnati (mancano i dati da luglio 2018 ad oggi…)

In particolare i documenti rivelano che in 178 casi denunciati al Dipartimento di Giustizia i caregiver (il personale incaricato di aver cura dei minori separati dalle loro famiglie) hanno abusato sessualmente di minori migranti

Si tratta di bambini immigrati sottratti alla famiglia secondo le direttive dell’amministrazione Trump, “legalmente detenuti in carcere” da soli e affidati ai caregiver che sono poi spesso gli autori stessi delle violenze.

Uno dei documenti pubblicati descrive queste violenze da parte del personale delle strutture. Ai minori non accompagnati è stato mostrato materiale pornografico, sono stati baciati con la forza e sono stati oggetto di aggressioni sessuali. La maggior parte dei membri della struttura accusati sono stati immediatamente rimossi dal servizio e alcuni casi sono stati deferiti alle forze dell’ordine, secondo il documento. Alcuni membri del personale della struttura sono stati licenziati, altri sono stati poi reintegrati.

La cosa è nota ormai da alcuni mesi ma ha ricevuto scarsa eco da parte dei media. Ora è tornata d’attualità grazie a Don Winslow. 

Lo scrittore statunitense Don Winslow ha infatti rilanciato questa notizia con un tweet pubblicato il 2 gennaio. La definisce come la storia “più orripilante e non-raccontata degli ultimi tre anni: bambini rapiti dalle braccia dei genitori; bambini rinchiusi in gabbie; bambini ripetutamente abusati sessualmente”.

L’amministrazione Usa ha formalmente messo fine alla pratica di separare i bambini dalle famiglie nel giugno 2018, sotto un’ondata di proteste, ma il fenomeno continua ad essere registrato.

E ora un rapporto Onu racconta come gli Stati Uniti siano il Paese con il più alto numero di bambini privati della libertà, di cui più di 100mila sono minori migranti detenuti, tra quelli non accompagnati, separati dalle famiglie o in custodia con i genitori. Una pratica che è proibita dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dei Bambini.

Gli Stati Uniti però non hanno ratificato la Convenzione.

L’immagine di copertina, scattata da John Moore (Getty Images), ha vinto il Word Press Photo 2019 e ritrae la piccola Yanela Sanchez, dell’Honduras, mentre lei e la madre Sandra Sanchez vengono arrestate dalla polizia di frontiera statunitense.

I Comuni Virtuosi compiono 15 anni

People For Planet - Sab, 01/04/2020 - 10:53

Nel 2020 l’Associazione dei Comuni Virtuosi compie 15 anni e nel tempo abbiamo seguito e promosso con passione le iniziative di Marco Boschini, uno dei fondatori e oggi coordinatore.

I Comuni Virtuosi sono una rete di amministrazioni, 130 ad oggi, che si impegnano nella sostenibilità ambientale, nella mobilità ecologica, nella gestione virtuosa delle risorse e del territorio, scambiandosi idee e buone pratiche.

5 le linee di intervento principali dell’Associazione
  1. gestione del territorio e rigenerazione urbana all’insegna del principio “no consumo di suolo”,
  2. riduzione dell’impronta ecologica della macchina comunale con la riqualificazione energetica e il taglio degli sprechi,
  3. gestione dei rifiuti attraverso la raccolta porta a porta e la tariffazione puntuale della tassa sui rifiuti (paghi per i rifiuti che produci),
  4. mobilità e riduzione dell’inquinamento atmosferico,
  5. promozione di nuovi stili di vita attraverso l’economia circolare, i gruppi di acquisto, le banche del tempo.

Il primo regalo che ci fanno i Comuni Virtuosi per il loro compleanno è la messa online del film prodotto nel 2019 “Sogni Comuni – Un viaggio nelle amministrazioni virtuose”. Buona visione!

Leggi anche:
Coltivare la Lentezza

Biocosì: il biopackaging intelligente

People For Planet - Sab, 01/04/2020 - 07:00

Intervista a Massimo Iannetta, agronomo e responsabile della Divisione “Biotecnologie e Agroindustria” di Enea, che ci presenta un progetto di valorizzazione degli scarti alimentari. Si tratta di sottoprodotti contenenti molecole di grande interesse per la cosmetica, la nutrizione, fino allo sviluppo di nuovi materiali per gli imballaggi, ad esempio.

Sapete che si può ricavare un imballaggio per il formaggio dagli scarti di lavorazione del formaggio stesso? Il progetto si chiama Biocosì flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_378"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/output/Enea-biocosi.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/Enea-biocosi.mp4' } ] } })

Leggi anche:
Unilever, svolta ambientale: entro 2025 dimezzerà imballaggi in plastica
L’imballaggio che nutre i pesci
Differenziata in panne

Basta guerre

People For Planet - Sab, 01/04/2020 - 07:00

L’uccisione del generale iraniano Soleimani da parte degli Usa rischia di provocare una nuova guerra su vasta scala. E guerra vuol dire innanzitutto morte, sofferenza per le persone. E, anche, devastazioni ambientali di cui spesso nelle cronache non si tiene sufficientemente conto. Devastazioni i cui effetti sono destinati a durare spesso a lungo, coinvolgendo anche chi non è stato toccato direttamente dal conflitto e perfino le generazioni future.

Gli effetti negativi dei conflitti armati sull’ambiente sono iniziati a crescere in modo esponenziale a partire degli anni Sessanta. Da allora le armi impiegate si diffondono nell’aria e nell’acqua senza fermarsi ai confini dei singoli Stati e hanno effetti sulla salute e sull’ambiente che spesso non conosciamo bene e che sono destinati a durare nel tempo.

Ecco solo alcuni esempi.

Vietnam

In Vietnam, per cercare di piegare la resistenza del nemico protetto da foreste impenetrabili, gli Usa svilupparono erbicidi e defolianti particolarmente potenti per distruggere la vegetazione. A partire dal 1962 aerei da trasporto C123 furono utilizzati per spargere diversi tipi di defolianti tra cui il famigerato agente arancio che ha provocato e provoca tuttora gravi malformazioni a chi vi entra in contatto e assieme distrugge la flora e la fauna con effetti a lungo termine. Molti lanci furono mirati anche contro campi coltivati con l’intento di affamare i vietcong. Alla fine del conflitto risultarono cancellati circa 325.000 ettari di superficie e conseguentemente furono depauperati gli ecosistemi di enormi foreste che ospitavano una grande biodiversità. Inoltre l’utilizzo indiscriminato dei pesticidi sulle foreste di mangrovie trasformò ampi tratti del delta del Mekong in pianure fangose.

Iran – Iraq (1980-1988)

Un altro esempio di devastazione della biodiversità è stata la drastica riduzione della popolazione di palme da datteri durante la guerra Iran-Iraq (il numero di palme produttive è passato da 16 milioni di prima della guerra a meno di 3 milioni).

Prima Guerra del Golfo (1991)

Durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, oltre 700 milioni di litri di petrolio si riversarono nel Golfo Persico. Circa 300 km di costa del Kuwait e dell’Arabia Saudita furono coperte di greggio, con conseguente danneggiamento di zone umide e di paludi.
Per ostacolare l’avanzata delle truppe Usa e non lasciare nelle loro mani il petrolio gli iracheni sabotarono circa 600 pozzi di petrolio, e conseguentemente agli incendi furono rilasciate nell’atmosfera circa mezzo miliardo di tonnellate di anidride carbonica, determinando l’inquinamento dell’aria perfino in India.
Grandi laghi di petrolio si formarono a causa del più massiccio versamento di petrolio sul suolo che si conosca. Durante lo svolgimento delle operazioni militari vere e proprie, perfino gli ecosistemi desertici furono danneggiati dal movimento di attrezzature pesanti.

Ruanda (1990-1993)

Nel corso della guerra civile in Ruanda, all’inizio degli anni Novanta, oltre mezzo milione di profughi fu sospinto dalla violenza dei combattimenti nel parco nazionale di Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo: le foreste furono depredate del legname e della fauna selvatica tra cui i gorilla di montagna, già prima specie in via di estinzione.

Mozambico

In Mozambico la guerra civile, fomentata e finanziata tra gli anni 70 e 80 dagli allora stati razzisti della Rhodesia e del Sud Africa, assieme alla morte di circa un milione e mezzo di civili ha provocato anche l’azzeramento della fauna selvatica sterminata per fame dalla popolazione.

Serbia

Durante la guerra contro la Serbia gli aerei degli Usa e dei loro alleati, nel 1999, fecero largo uso di bombe con testate all’uranio impoverito e ancora si discute degli effetti di queste armi sull’ambiente e sugli esseri umani.

Chi fomenta la guerra non solo provoca morti immediate ma pregiudica anche il futuro dell’umanità e dell’ambiente in cui viviamo.

Basta guerre.

Fonti:
limesonline.it
carabinieri.it
it.peacereporter.net