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Ecco Rev Ocean, lo yacht più grande del mondo nato per salvare il pianeta

People For Planet - Mer, 09/11/2019 - 10:00

Si chiama Rev Ocean ed è lungo quasi 183 metri: è quasi pronto lo yacht più grande del mondo e porterà sul mare 55 scienzati e 35 membri dell’equipaggio per studiare la salute dei nostri mari. Costruito da Fincantieri nel cantiere Vard di Tulcea, in Romania, è la nave di ricerca e spedizione più avanzata del mondo.

Fonte: REV Ocean

Una volta perfezionata in Norvegia, l’imbarcazione sarà attrezzata per lo svolgimento di missioni che coprono l’intero sistema marino: raccoglierà dati sull’impatto delle emissioni di anidride carbonica sull’oceano, l’inquinamento da plastica e la pesca sostenibile con reti da traino scientifiche, sistemi sonar, laboratori, auditorium e aule scolastiche. 

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La vita sotto il turbante: dalle detenute alle pazienti, la solidarietà è di moda

People For Planet - Mer, 09/11/2019 - 07:00

La vita sotto il turbante è il frutto della collaborazione tra l’associazione Go5-per mano con le donne, onlus che si dedica alle pazienti del reparto di Ginecologia Oncologica dell’Istituto dei Tumori di Milano, e il brand Sartoria SanVittore nato dall’esperienza della Cooperativa sociale Alice nel carcere di San Vittore a Milano dove ai detenuti viene data la possibilità di un riscatto sociale attraverso il lavoro.

Obiettivo di La vita sotto il turbante? Creare turbanti e copricapi sartoriali per le donne che si sottopongono a cure oncologiche. Tutto nasce quando nel 2018 la stilista Rosita Onofri disegna un modello di copricapo pensato per le pazienti del reparto di Ginecologia oncologica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Sulla base del modello disegnato, le detenute di San Vittore si sono poi messe all’opera realizzandolo in tessuti naturali declinati in stoffe pregiate e tinte provenienti da Marocco, India e Mauritania, il tutto nel pieno rispetto dell’artigianato locale e internazionale.

L’iniziativa si è meritata il patrocinio della Camera penale di Milano e del Comune: il primo cittadino della città, Beppe Sala, era infatti presente alla cerimonia di debutto di Una vita sotto il turbante tenutasi a metà giugno nella Sala Alessi di Palazzo Marino.  

Una solidarietà, quella tra pazienti oncologiche e donne detenute, sancita da un mutuo scambio: le donne detenute contribuiscono a far sentire sicure e belle le pazienti, le quali, a loro volta, acquistando i turbanti, sostengono la ricerca scientifica per la diagnosi precoce del tumore ovarico.

Creare circoli virtuosi è del resto il tratto distintivo della cooperativa sociale Alice, che non a caso ha ricevuto il Premio Europeo Donna Terziarioindetto da Confcommercio Milano e destinato alle imprenditrici che si sono maggiormente distinte per la loro attività. La menzione speciale, però, è per Luisa Della Morte, responsabile della Cooperativa Alice. È lei che per prima ha creduto nell’importanza di formare e dare lavoro all’interno del carcere di San Vittore.

E credere, ultimamente, non è impresa da poco.

Immagine di copertina: fonte Repubblica.it

Lo smartphone etico attento alle persone e al pianeta

People For Planet - Mar, 09/10/2019 - 15:00

È giunto ormai alla terza incarnazione il Fairphone, dispositivo che si autodefinisce «il telefono che si cura delle persone e del pianeta».

L’omonima azienda che lo produce si premura di adottare un comportamento strettamente “etico” sia per quanto riguarda il trattamento dei lavoratori che partecipano alla filiera produttiva sia per quanto riguarda i materiali adoperati, che sono in buona parte riciclati e tutti sostenibili.

Tale filosofia interessa anche la progettazione: il risultato è uno smartphone modulare, in cui le parti che dovessero danneggiarsi possono essere sostituite facilmente senza dover cambiare l’intero telefono.

Il Fairphone 3 debutta a distanza di poco più di quattro anni dal suo predecessore, e si presenta come uno smartphone dual SIM di fascia media.

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Versare l’acqua radioattiva di Fukushima nel Pacifico

People For Planet - Mar, 09/10/2019 - 14:20

Pronti a versare l’acqua radioattiva della centrale nucleare di Fukushima nell’Oceano Pacifico. Preoccupano le dichiarazioni del ministro dell’Ambiente giapponese Yoshiaki Harada sulla sorte dell’enorme quantitativo di acqua venuta a contatto con il combustibile sfuggito ai tre reattori nucleari danneggiati durante il disastro nucleare, secondo solo a quello di Chernobyl.  

Dopo il sisma del marzo 2011 che causò lo tsunami e il danneggiamento dei reattori nucleari, la società Tokyo Electric Power ha preso in carico la gestione della centrale nucleare, stoccando all’interno di 900 serbatoi un milione di tonnellate di acqua radioattiva, ma non ha più spazio per immagazzinarne altra. “L’unica soluzione è quella di versarla in mare e diluirla”, ha detto il ministro durante una conferenza stampa a Tokyo. 

L’annuncio ha destato preoccupazioni tali nell’opinione pubblica da spingere il segretario di gabinetto giapponese Yoshihide Suga a indire una seconda conferenza stampa, in cui ha precisato che i commenti di Harada sono “la sua personale opinione”. La situazione rimane ferma, con il governo che attende un rapporto degli esperti e la Tepco in attesa di istruzioni governative sottolinea: “Lo spazio per immagazzinare l’acqua termineràdefinitivamente entro il 2022”.

Fino a poco tempo fa, la Tepco dichiarava che l’unico elemento radioattivo presente nell’acqua contenuta nei serbatoi era il trizio, la cui pericolosità si manifesterebbe solo in grandi quantità. Poi, a settembre 2018, qualcosa cambiò e la società ammise che l’acqua stoccata necessita effettivamente di ulteriori trattamenti di purificazione, prima di poter essere rilasciata nell’Oceano. 

“Se il processo di decontaminazione è in grado di rimuovere gran parte delle impurità radioattive eccetto il trizio, secondo gli esperti sicuro solo in piccole dosi – dichiarò il portavoce della Tepco – recenti studi hanno rivelato che oltre l’80% delle 920mila tonnellate di acqua accatastata nei grossi recipienti racchiude un ammontare di sostanze radioattive che eccedono i limiti consentiti dalla legge per la salvaguardia dell’ambiente”. 

Lo stesso portavoce ammise che i livelli di stronzio 90 trovati in 65mila tonnellate di acqua passata attraverso il sistema di depurazione superavano di 100 volte i livelli consentiti dalla legge. Secondo il quotidiano britannico si tratta di una veritàdi cui operatore e governo erano giàa conoscenza da tempo. The Telegraph riporta, infatti, alcuni documenti consultati che dimostrano come questo sistema non abbia affatto eliminato altri elementi radioattivi, tra cui iodio, rutenio, rodio, antimonio, tellurio, cobalto e anche lo stronzio. Nessun commento né da Hitachi, né dal governo giapponese.

Sulla trasparenza dell’operatore Tepco e del governo giapponese sono molti gli aspetti che non tornano. Già nel 2018, il quotidiano britannico The Telegraph aveva diffuso un’inchiesta in cui si citavano documenti ufficiali che dimostravano che non solo il governo era da tempo a conoscenza della bomba a orologeria rappresentata dall’acqua radioattiva, ma che a causa di alcune falle, oltre allo stronzio, il sistema di depurazione non ha eliminato altri elementi radioattivi, tra cui iodio, rutenio, rodio, antimonio, tellurio e cobalto.

Dopo il disastro, con il sostegno del governo, la Tepco prima iniziò a pompare milioni di litri di acqua nei reattori per mantenerli freschi, poi prese a destinare 160 tonnellate di acqua al giorno al combustibile fuso della centrale, creando nei serbatoi un mix sospetto tra l’acqua pompata per raffreddare i reattori e quella sotterranea che scorre dentro i reattorinel suo corso, dalle colline intorno alla centrale verso l’Oceano. Già nel 2015, tra le proteste dei pescatori che lavorano nella prefettura di Fukushima, la Tepco aveva iniziato a versare in mare acque provenienti dalla falda radioattiva e più volte, anche a seguito delle pressioni dei residenti locali, delle organizzazioni ambientaliste, ma soprattutto della Corea del Sud e del Taiwan, che temono che l’acqua contaminata arrivi sulle loro coste, il governo giapponese ha provato a mostrarsi estraneo al piano di versare acqua contaminata nell’Oceano. 

Certo alcuni episodi  – come la gestione dei 52mila sfollati, ai quali il governo giapponese tagliò i sussidi finanziari già nel 2016, prima della divulgazione dei dati che invitavano gli evacuati a tornare nelle aree non più soggette a livelli pericolosi di radiazione  – tutto fanno intendere meno che trasparenza. 

OffGrid: la comunità che costruisce l’edilizia circolare

People For Planet - Mar, 09/10/2019 - 11:30

Scollegati dalla rete, vivi fuori dagli schemi” è il motto di OffGrid Italia, associazione che a Torino promuove un nuovo modello di vivere a basso impatto ambientale attraverso la bioarchitettura, il design e il riuso creativo. In che modo? Coinvolgendo i cittadini in progetti collettivi di autocostruzione e fai da te, creando reti che sul territorio collaborino promuovendo recuperi e scambi di materiali e realizzando un parco innovativo interamente dedicato ai temi del riuso e dell’economia circolare. Ce ne parla Marco Mangione, mente e cuore di una realtà che ogni giorno reinventa in chiave innovativa il concetto di “spreco”.

Il termine anglosassone “Off the Grid” ha molteplici significati: scollegati dalla rete, vivere fuori dagli schemi. L’associazione OffGrid a Torino sta creando un movimento di persone accomunate dal sogno di vivere in un mondo a basso impatto ambientale.  «In italia basta poco per avere un atteggiamento off the grid!» ci racconta Marco Mangione, che incontriamo sempre con molto piacere e che riesce ogni volta a stupirci con la sua forte energia improntata al cambiamento.

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Come funziona il riciclo dei pannolini?

People For Planet - Mar, 09/10/2019 - 07:00

Pannolini, pannoloni, assorbenti sono rifiuti molto particolari, difficili da riciclare, a Treviso, l’azienda di gestione servizi ambientali Contarina ci sta provando con un primo impianto industriale sperimentale. Scopriamo come si riciclano questi prodotti.

Intervista a Franco Zanata, Presidente di Contarina.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

I razzisti negli stadi sono ovunque ma solo in Italia spadroneggiano

People For Planet - Mar, 09/10/2019 - 07:00

Il razzismo esiste a tutte le latitudini. Non solo. Ma, tristemente, è un fenomeno che non accenna diminuire. Nemmeno nell’osservatorio calcistico. Le cronache sono sempre contraddistinte da episodi di razzismo. Nella Supercoppa europea il centravanti del Chelsea ha sbagliato un rigore e i tifosi – se così possiamo definirli – lo hanno attaccato per il colore della sua pelle. Lo stesso trattamento è stato riservato da alcuni supporter del Manchester United a Paul Pogba anche lui colpevole di aver sbagliato un rigore decisivo in campionato. In Francia, da alcune settimane, si discute molto dei cori omofobi che infestano gli stadi. Le partite vengono interrotte, non sospese.

In questa cornice sembra non fare alcuna differenza il contributo italiano. È razzismo quello inglese, è razzismo quello italiano nei confronti di Lukaku e di altri calciatori di colore: lo scorso anno, a memoria, furono bersagliati Kean, Matuidi, Koulibaly. Qualcun altro certamente lo abbiamo dimenticato.

In realtà la differenza c’è ed è significativa. Nel Regno Unito, così come in Francia, ma vale anche per altri Paesi, è chiara la linea di demarcazione tra il comportamento civile e quello incivile. A testimoniarlo sono le reazioni delle cosiddette autorità. Che non comprendono soltanto istituzioni e forze dell’ordine, ma anche e soprattutto i club, i dirigenti del calcio. Il Chelsea, il Manchester United hanno reagito in maniera inequivoca. Si sono definiti disgustati e più volte i club inglesi hanno espulso a vita dagli stadi chiunque si sia reso protagonista di simili episodi.

La reazione del sistema-calcio rende chiaro che ci sono comportamenti che non sono ammessi. Ecco, una simile reazione in Italia non esiste. È questa la macroscopica differenza tra il calcio italiano e il calcio europeo. Da noi c’è sì stato il comunicato del Cagliari dopo i buu a Lukaku, ma un comunicato in cui la parola di razzismo non compariva (sarà stata una dimenticanza, il testo condannava l’episodio) e molto attento a preservare la probità del popolo sardo.

Nulla, però, rispetto a quel che è accaduto all’Inter. Dopo i buu razzisti nei confronti di Lukaku, i tifosi organizzati della curva nerazzurra hanno preso carta e penna e hanno espresso un concetto che è molto più condiviso di quanto si possa presumere. “Non sono cori razzisti. In Italia funziona diversamente, da noi sono solamente un modo per aiutare la propria squadra. Non è come nel resto d’Europa. Non c’entra niente col razzismo”. Comunicato cui ha fatto seguito l’assordante silenzio dell’Inter di Suning. Che ha taciuto anche di fronte alla coreografia con cui la curva dell’Inter ha omaggiato la morte di Diabolik leader degli Irriducibili, dal casellario giudiziario piuttosto consistente, ucciso a Roma con un colpo di pistola.

La differenza, affatto sottile, tra l’Italia e il resto d’Europa è che da noi la legge dei razzisti impera col connivente silenzio del sistema calcio – al di là di qualche periodica ipocrita dichiarazione di facciata – mentre all’estero i razzisti agiscono sapendo di correre un rischio (essere bannati a vita dal proprio club e anche incorrere nella giustizia) non con la certezza di chi sa di spadroneggiare. 

Il riuso di abiti da sposa per il riscatto di tutte le donne

People For Planet - Lun, 09/09/2019 - 18:00

Il riuso dell’abito da sposa può trasformare il matrimonio, evento spesso legato a consumismo ed eccessi, in una buona causa. È quanto succede grazie alla onlus Sowed che promuove il riutilizzo dei vestiti e gli accessori da cerimonia per sostenere progetti rivolti a donne con svantaggi economici e sociali, vittime di violenza, detenute o ex detenute.

Sowed è una Onlus che ha slegato il mondo della moda da uno stereotipo di frivolezza, facendolo incontrare con l’ecologia e con l’impegno sociale. Il nome nasce dall’unione di Social e Wedding, e l’idea consiste nel raccogliere abiti e accessori da matrimonio, ridarli a persone interessate a partire da una donazione minima e impiegare il ricavato per sostenere progetti in favore di donne provenienti da esperienze difficili.

«Cerchiamo di incentivare il riutilizzo degli abiti, anche perché vengono indossati una sola volta per poi finire in armadio», ci ha raccontato Veronica Bello, presidente dell’Onlus Sowed. Abiti dunque usati, ma anche abiti nuovi di zecca donati da vari atelier. C’è un regolamento da rispettare: i capi devono essere lavati e in buono stato. Una volta ricevuti Sowed li classifica e stabilisce un prezzo minimo di donazione.

Le donazioni vanno a sostenere progetti per donne svantaggiate: vittime di violenza domestica, donne uscite dalla tratta, detenute o ex detenute, con disagi socio/economici… Per molte di loro le disavventure sono iniziate da un matrimonio pericoloso. È dunque interessante come l’abito da sposa possa, attraverso Sowed, cambiare significato, diventando uno strumento di speranza e di ricostruzione del futuro.

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«Come faccio a risparmiare?!?»

People For Planet - Lun, 09/09/2019 - 15:00

Si tratta di una domanda che ci poniamo costantemente, soprattutto quando il reddito ce lo consente.

Premetto che capisco ed è giustificabile che non leggeranno neppure un rigo di questo articolo coloro che a stento riescono ad arrivare a fine mese.

Ma indipendentemente da coloro che, ovviamente e inevitabilmente, devono dapprima pensare a garantire i consumi basici della loro famiglia, esiste anche una larga fetta di cittadini italiani che fa fatica a rispondere alla domanda di cui sopra per una insana abitudine che, verificata sulla base della  pluriennale esperienza nel mondo della finanza, mi fa pensare che noi siamo un popolo di formichine inconsapevoli.

La maggior parte dei risparmiatori non si pone, infatti, consapevolmente questo obiettivo e risparmia indirettamente, cioè prima spende e poi controlla se è riuscito a mettere da parte qualcosa.

Questo comportamento non favorisce la consapevolezza delle proprie spese e rende difficile accantonare un risparmio periodico costante, poiché induce a spendere finché ci sono soldi disponibili. Anzi, senza freni inibitori spesso ci si spinge oltre e si inizia a comprare prendendo capitale a prestito. La costruzione di un budget familiare deve servire proprio a programmare un risparmio mensile decidendo da subito quanto volete mettere da parte, compatibilmente con le vostre esigenze e i vostri redditi.

Dobbiamo capovolgere la logica con cui gestiamo le nostre finanze, soprattutto se siamo spendaccioni. Non bisogna partire dai consumi – spendere e poi vedere se si è riuscito a risparmiare qualcosa – ma dal risparmio. Dobbiamo domandarci: Qual è la somma minima che intendo risparmiare ogni mese?

Una volta definita la cifra, la si toglie dal conto materialmente (o comunque da qualsiasi strumento di custodia), come se fosse una vera e propria spesa mensile, e la si accantona su un diverso strumento (conto deposito, fondo, libretto di risparmio, cassetta di sicurezza, cassaforte a casa, eccetera), in modo da sottrarla alla propria disponibilità e quindi agli eventuali impulsi consumistici. Dopodiché, con ciò che resta sul conto corrente, si programmano le spese mensili.

Attraverso questo processo avrete introdotto una nuova, fondamentale abitudine finanziaria, perché sarete passati da «risparmiatori occasionali» a «risparmiatori sistematici». Due modelli di comportamento così sintetizzabili:

Il risparmiatore sistematico è uno che ogni mese dà un premio a se stesso e alla sua famiglia: risparmiando, dichiara di volersi bene perché accantona per rendere più sereno il suo futuro.

Foto di USA-Reiseblogger da Pixabay

Raccolta differenziata, in Calabria c’è il “Modello-Catanzaro”: funziona alla grande, raggiunto il 67% in 2 anni con un sistema intelligente

People For Planet - Lun, 09/09/2019 - 10:00

Il sindaco Sergio Abramo: “grazie a CONAI e ai catanzaresi, il merito è soprattutto loro”

Un risultato che ha superato le aspettative, il cui merito va in primis ai nostri cittadini”. Sono queste le prime parole con cui il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo commenta i risultati green che la sua città ha raggiunto nei primi sette mesi del 2019: se il 2018 aveva visto crescere la raccolta differenziata con un dato che superava il 66%, oggi si sfiora il 67% (66,77%).
“La partenza di un grande progetto di raccolta differenziata, quasi quattro anni fa, è stata una novità per i catanzaresi” continua il sindaco Abramo, “eppure hanno risposto da subito con entusiasmo. Le politiche ambientali, del resto, sono sempre state a cuore alla nostra amministrazione. Per fare solo un esempio, Catanzaro è stata la prima città a dotarsi, già sei anni fa, di lampade LED per tutta l’illuminazione pubblica“.

Nel 2013 in città non si differenziava nemmeno il 5%, due anni dopo non si era ancora arrivati al 10%. Dal 2016, dopo l’inizio della collaborazione con CONAI, la crescita è stata costante, e Catanzaro si è imposta come modello virtuoso non solo per la sua regione, ma per tutto il sud Italia: dal 2013 a oggi, infatti, il capoluogo della Calabria ha ottenuto una percentuale di crescita della raccolta pari al 1.699,73%.
L’aiuto di CONAI è stato fondamentale dal primo giorno dell’operazione: senza il Consorzio una campagna e un’attività di questo calibro non sarebbero state possibili» aggiunge Abramo. «Il mio ringraziamento va a CONAI e a tutti coloro che ci hanno aiutato in questo percorso virtuoso, come la società che ha vinto l’appalto di gara, Sieco. Ma soprattutto, ancora una volta, il grazie dell’amministrazione di Catanzaro va ai cittadini e al loro impegno”.

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Scienza divertente: il meglio del meglio

People For Planet - Lun, 09/09/2019 - 07:00

Cosa ci fa ridere? E perché ci fa ridere? Secondo una delle ultime delle teorie scientifiche in merito, il senso dell’umorismo nasce quando una persona realizza la violazione di una norma etica, sociale o fisica, ma non valuta questa violazione poi così offensiva. Quindi, chiunque giudichi questa violazione non così importante, riderà, mentre una minoranza che la riterrà scandalosa non lo farà. Ipotizziamo, per capirci, una chiesa che arruoli fedeli promettendo in cambio l’iscrizione a una lotteria con un suv in premio. Tutti trovano la situazione incongrua, ma solo chi non crede la troverà divertente.

Assunto ciò, possiamo forse capire meglio il top dell’ilarità condotta proprio in nome della scienza, e perfetta perché – oltre che derivare dal pilastro delle nostre società, la comunità scientifica internazionale, pilastro per una volta rovesciato e derisibile in perfetto stile carnevalesco – questo umorismo è stato sempre realizzato involontariamente da esimi studiosi, con articoli talvolta anche pubblicati su riviste scientifiche autorevoli.

Stiamo parlando degli IgNobel, fiore della Improbable Reserch, assegnati annualmente a dieci ricerche “strane, divertenti, e perfino assurde“, quel tipo di lavori improbabili che “prima fanno ridere e poi danno da pensare“, per “premiare l’insolito, l’immaginifico, e stimolare l’interesse del pubblico generale alla scienza, alla medicina, e alla tecnologia“, ma ridendo. Ecco una lista dei migliori:

Nel 1992, per la categoria Arte ricordiamo la vittoria di Jim Knowlton, moderno homo universalis, per il suo poster di anatomia classica “Peni del Regno Animale”. Nominato anche il Sovvenzionamento Nazionale per le Arti degli Stati Uniti, per aver incoraggiato il signor Knowlton a presentare il proprio lavoro anche in forma di libro pop-up.
Sempre in tema peni, tema amatissimo dai ricercatori, l’anno successivo l’IgNobel per la Medicina fu assegnato a James F. Nolan, Thomas J. Stillwell e John P. Sands Jr., compassionevoli curatori, per la loro accuratissima ricerca “Come gestire intelligentemente un pene intrappolato nella zip dei pantaloni“.
Quell’anno si guadagnò l’Ig-Nobel per la Pace la Pepsi-Cola Company, che nelle Filippine pubblicizzò una lotteria per diventare milionari ma poi annunciò i numeri vincenti sbagliati, causando una rivolta di 800.000 presunti vincitori che ebbe il merito, per la prima e unica volta nella storia della nazione, di riunire insieme bande rivali fino ad allora acerrime nemiche.

Per lo studio delle probabilità, ricordiamo la vittoria di Bert Tolkamp e Marie Haskell, responsabili di due scoperte correlate riguardanti la pastorizia. Prima di tutto hanno stabilito che più a lungo una mucca starà sdraiata, maggiore sarà la probabilità che si alzi. Secondariamente, hanno chiarito che, una volta in piedi, non sarà facile stabilire quando si sdraierà nuovamente.
Le mucche sono decisamente prese di mira dalla scienza: nella categoria Medicina veterinaria un IgNobel è stato vinto pochi anni dopo da ricercatori della Newcastle University, per aver dimostrato che le mucche con un nome fanno più latte delle mucche anonime.
Completiamo il regno animale ringraziando due biologi americani che hanno scoperto che le pulci dei cani saltano più in alto rispetto alle pulci dei gatti.

Ancora vogliamo citare l’IgNobel per la Psicologia agli studiosi che hanno notato, e quindi poi scientificamente comprovato, che inclinando la testa a sinistra la Torre Eiffel pare più piccola.

E come non citare l’IgNobel per la Pace finalmente meritato per Alexander Lukashenko, presidente della Bielorussia (dal 1994), per aver reso illegale applaudire in pubblico.

Per l’Economia, grazie a Karl Schwärzler e all’intero Liechtenstein, per aver reso possibile noleggiare tutto il Paese per convegni, matrimoni, bar mitzvahs e ogni altro genere di festa.

Per la Tecnologia un applauditissimo IgNobel se l’è guadagnato John Keogh, Australia, per aver pensato – e ottenuto! – il brevetto sulla ruota, Anno Domini 2001. Menzione speciale naturalmente anche all’ufficio brevetti australiano che ha sottoscritto questo traguardo dell’innovazione umana con il brevetto numero #2001100012.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Zao, l’app cinese per scambiare il volto diventa il nuovo “caso FaceApp”

People For Planet - Dom, 09/08/2019 - 15:00

A qualche mese dal caso FaceApp, l’app del 2017 che questa estate è diventata virale grazie alla sua capacità di sfruttare le reti neurali per invecchiare il volto dell’utente, creando qualche grosso dubbio riguardo la sicurezza dei dati personali trattati, oggi torniamo a parlare di un fenomeno simile, questa volta proveniente dalla Cina.

Protagonista è questa volta Zao, un’applicazione cinese per iOS che permette all’utente di scambiare il proprio volto con quello di una celebrità del mondo del cinema, dello sport o quant’altro, all’interno dei video, sfruttando il potenziale delle reti neurali.

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Seattle ha scelto di non combattere la guerra alla droga

People For Planet - Dom, 09/08/2019 - 10:00

Alla giustizia penale ha anteposto il sistema sanitario: sta funzionando, ma è una soluzione solo parziale.

Nicholas Kristof, giornalista di lungo corso e opinionista del New York Timesha raccontato come secondo lui la città di Seattle, nello stato di Washington, ha «capito come far finire la guerra alla droga», intesa come l’approccio repressivo nei confronti dei consumatori di sostanze stupefacenti. Kristof ha scritto che «Seattle sta decriminalizzando l’uso delle droghe pesanti» e anziché sul carcere, e quindi sulla repressione, sta puntando più sull’assistenza medica e il reinserimento di chi è dipendente. Secondo Kristof è un «approccio pionieristico che dovrebbe essere preso a modello dal resto degli Stati Uniti».

L’approccio di cui si parla è pioneristico soprattutto per gli Stati Uniti, visto che è usato da decenni in molti paesi europei (come il Portogallo da quasi vent’anni): come ha detto la Global Commission on Drug Policy, «criminalizzare chi usa le droghe è inefficace e nocivo». Ma è interessante che l’approccio inizi a essere adottato anche negli Stati Uniti, storicamente focalizzati sulla repressione più che sul recupero dei tossicodipendenti. Per aiutare chi legge a farsi un’idea della situazione, Kristof scrive che «negli Stati Uniti ogni 25 secondi viene arrestata una persona per possesso di droga» e che «oggi gli americani che muoiono ogni anno per overdose sono più di quelli morti nelle guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq». Secondo alcune stime, quasi un americano su due ha un parente o un amico con un problema di dipendenze.

Nel suo articolo Kristof fa in genere riferimento alle cosiddette droghe pesanti, come l’eroina o le metanfetamine, ma parla anche di sostanze per ora meno presenti in Italia, come il fentanyl, un oppioide cento volte più forte della morfina. Oltre alle droghe “tradizionali”, quindi Kristof fa riferimento anche a sostanze più recenti, in certi casi persino legali (in certe dosi e a certe condizioni).

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Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che … Ci penso io, baby”

People For Planet - Dom, 09/08/2019 - 07:00

Eppure, nella tendenza a strafare propria dei tempi recenti, sembra che la cifra stilistica contemporanea sia diventata una sorta di iper-partecipazione, a prescindere dalla competenza, dalla sensibilità o anche dalla semplice opportunità di fare o dire la propria.

Vediamo una manciata di situazioni delle quali potremmo tranquillamente fare a meno.

1. “Io non ho visto la partita ma…” 
Ma vorrebbero dire ugualmente la loro. Sulla posizione del terzino, l’atteggiamento del mediano e la nonna del tornante. Vorrebbero e la dicono, ovviamente. A te che la partita l’hai vista. Benissimo. Seduto a fianco della nonna del tornante.
#AVolteRitornano

2. Votare “non so” ai sondaggi. 
Rispettabile, per carità. Si manifesta l’interesse per il tema. Ma si manifesta onestamente l’incapacità di avere una opinione definita. Bene. Bravo. Bis. Ma vorrei comunque essere nella testa di uno che impiega così il proprio tempo: apre un articolo, lo legge (se lo legge), seleziona convinto la voce “vota ora”, consulta le opzioni possibili e poi, orgoglioso, dice la sua: “non so”.
#Respect

3. “Posso dare un consiglio non richiesto?”
Amico, non senti anche tu il forte retrogusto di retorica risposta negativa? No. Non puoi darlo. Indovina perché… bravo: perché NON richiesto. #GraziePerLaCorteseAttenzioneEBuonasera

4. Quello che “ti aiuta” a parcheggiare.  
“Venghi… venghi, signò… tranquilla…”
#TranquilloTu #RicordaCheCartaBatteSassoEMacchinaSchiacciaPiede

5. “Il parere dei famosi”. 
Gli esperti sono così desueti, signora mia. Perché, allora, non chiedere a Chiara Ferragni un’opinione sulla Brexit o ad Albano la sua sul protezionismo?
#VenghiSignòTranquillaPureQui

6. “Gli influencer de casa mia”. 
Non basta indossare delle orrende ciabatte e sembrare sempre un pizzico in differita per essere Lapo Elkann.
Smettete di farvi quelle cacchio di foto con la bocca a culo di gallina e osservatevi un attimo da fuori. Esatto: quell’imbecille siete voi. 

7. “Quelli che mentre cucini passano e aggiungono un ingrediente”. 
Che so: un pizzico di sale, dell’invadente prezzemolo. L’inspiegabile curcuma o dell’insondabile timo.
E quando, poi, si mangia, ti dicono «Eh? Ci stava proprio bene!» Come a dire che è tutto merito loro e che, senza, quel piatto che hai cucinato per mezzora non avrebbe saputo di nulla.
#ÈArrivatoBastianichÈArrivato

8. 9. 10. …e così via: 
Commentare con aggressività sui social.
Accettare incarichi istituzionali se non si sa nulla della materia. 
Fare figli se non si ha la vocazione all’altro.
Parlare se non si conosce l’italiano (un bel suono gutturale come certi montanari emiliani e ci si capisce al volo, via!). 
Non viaggiate se non sapete rispettare i luoghi che visitate.
Non guidate se non vi sapete collocare nello spazio.
E, soprattutto, non scrivete articoli se non avete dormito la notte precedente.

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

Stadi più ecologici, sbarcano a Pontedera i primi seggiolini al mondo in plastica riciclata

People For Planet - Sab, 09/07/2019 - 10:00

La rinconversione ecologica del mondo del calcio passa da Pontedera. Questa mattina infatti il sindaco Matteo Franconi ha presentato i nuovi spalti dello stadio Mannucci, primo impianto al mondo ad essersi dotato di seggiolini in plastica riciclata.

“La città di Pontedera rivendica con soddisfazione ed orgoglio – afferma il sindaco Matteo Franconi – la scelta di aver dotato il proprio stadio comunale con i primi seggiolini al mondo realizzati con le plastiche miste delle raccolte differenziate toscane, selezionate da Revet e riciclate da Revet Recycling. Si tratta di una applicazione concreta di quell’economia circolare davvero a km zero in cui i rifiuti raccolti, i cittadini che li hanno conferiti, e gli impianti industriali che li hanno ulteriormente selezionati e poi riciclati, sono interamente del nostro territorio: lo stadio Mannucci li utilizza oggi come ri-prodotti. Credo che le pubbliche amministrazioni abbiano oggi il compito di migliorare e sostenere concretamente l’economia circolare assicurando commesse di questo tipo ed i necessari spazi di mercato per supportare i prodotti derivanti da riciclo. Qui a Pontedera la presenza del polo ambientale e di società che si occupano del ciclo integrato dei rifiuti costituiscono un punto di riferimento che l’amministrazione comunale intende valorizzare e capitalizzare con operazioni di questo tipo. Concludo ricordando che nei giorni passati abbiamo anche completato la ristrutturazione dell’impianto di illuminazione dello stadio a led: un investimento complessivo importante per circa 300.000 euro che ammoderna il nostro stadio e si incardina a buon titolo nelle politiche legate alla “transizione verde” ed alla “green economy”. Spero che questi interventi strutturali allo stadio siano pure di buon auspicio per l’US Città di Pontedera e per il campionato di serie C iniziato da poco.

A rendere ancora più virtuoso il progetto è il fatto che la plastica utilizzata per fare i nuovi seggiolini è quella derivata dagli imballaggi delle raccolte differenziate toscane, che sono state selezionate e riciclate nello stabilimento Revet che ha sede proprio a Pontedera, a pochi chilometri dallo stadio Mannucci. E’ quindi in un’ottica di economia circolare che i circa 3000 seggiolini dello stadio di Pontedera (squadra toscana che attualmente milita nel campionato di Lega pro) sono stati sostituiti da seggiolini realizzati riciclando il plasmix toscano.

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Il teatro e la lotta

People For Planet - Sab, 09/07/2019 - 07:00

Vedi la prima parte qui

Insieme a Giustino Durano e Franco Parenti mio padre e mia madre avevano fatto uno spettacolo che si chiamava I Sani da legare.
L’anno dopo la compagnia mise in scena Il dito nell’occhio e Parenti e Durano dissero a mio padre che lo avrebbero ripreso in compagnia ma da solo. Senza Franca. Mio padre non sapeva come dirglielo e quindi le ha chiesto: “Mi vuoi sposare?” e immediatamente dopo: “Però non reciti l’anno prossimo”. Quindi io modestamente arrivo per un problema di recitazione. E immaginatevi come sono messo.
Questo fatto di raccontare i cavoli propri oggi è ancora poco diffuso e si trova in particolare nel cabaret americano. Ai tempi è stata una novità assoluta inventata da mia madre. E’ chiaro che ogni attore racconta se stesso, ma mia madre è stata una delle prime grandi attrici – probabilmente la prima grande attrice a livello mondiale – che ha iniziato a raccontare la sua vita per filo e per segno: da quando aveva 4 anni e ha incontrato il primo maniaco sessuale che le ha mostrato il membro e lei non capiva perché questo signore le mostrasse una salsiccia ansimando, via via tutte le esperienze della sua vita. E la comicità che riusciva a sviluppare partiva proprio dal fatto che raccontava episodi esilaranti che le erano successi veramente.
Certo che per poter raccontare episodi esilaranti della propria vita, bisogna viverli.
In uno spettacolo in particolare, Sesso, grazie, tanto per gradire, Franca Rame racconta proprio la sua storia, il suo rapporto con la sessualità con i maschi, e questa è stata la grande rivoluzione di quel momento.
Come si fa a diventare attori di questo tipo? Molti affermano che oggi non c’è spazio per nuovi attori e hanno ragione: per far la parte dell’attor giovane dovete aspettare che l’attore giovane di quella compagnia stabile muoia perché continua a fare l’attor giovane anche passati gli ottant’anni! Non c’è modo di sradicarli, è tutto un gioco di reciproci accreditamenti che non hanno niente a che fare con il numero di spettatori che uno porta a teatro… è abbastanza imbarazzante.
Malgrado questo ci sono enormi possibilità, ci sono settori che permettono di fare gli attori che generalmente non vengono considerati. Ad esempio, la guida turistica. E’ un mestiere che viene fatto fare a gente che non è capace di raccontare.
La mia più grande storia di teatro è stata portare le gite scolastiche nel bosco. Avevo anche fatto un corso ma avevo anche capito che parlare di licheni a dei 14enni con gli ormoni a mille era una partita persa, non gliene poteva fregare di meno.
Se poi li metti a contare i licheni su un quadratino di terra 10 cm per 10, ti odiano proprio. E hanno ragione.
Per cui piano piano mi sono costruito il mio primo spettacolo che aveva l’obiettivo di ottenere l’attenzione di 50 ragazzi in un bosco. Vi garantisco che è una scuola di teatro, di scrittura teatrale e di regia, che non ce n’è uguali.
Sapete che si ride per il sesso e per la merda e nelle gite scolastiche non potevo parlare di sesso quindi avevo preparato tutto un discorso sulla merda partendo dalla cacca di cavallo. Cercavo di far stabilire agli studenti da quanti giorni era stata cagata quella cacca di cavallo, tipo addestramento Sioux, e nessuno voleva annusare… e così di seguito raccontavo tutta la storia della merda. In questo modo riuscivo a ottenere la loro attenzione.
Quindi vi consiglio di fare qualunque cosa per avere la possibilità di recitare, ci sono davvero tantissime occasioni, non è facile perché di base niente è facile ma se un ragazzo vuole fare il protagonista di una commedia del teatro stabile di Vicenza il livello di difficoltà è un milione a uno. Se volete fare la guida turistica a Roma già scendiamo a delle percentuali accettabili.
Avete poi la grande possibilità di fregarvene del mercato e degli inciuci, prendere il vostro smartphone e andare in diretta su Facebook. Se avete delle storie da raccontare, qualche cosa da dire, qualcosa che vi appassiona, con questi mezzi potete raggiungere milioni di persone facendo cose strepitose.
Quando quelli della mia generazione non riuscivano a sfondare potevano dire: è tutto un magna magna, se non metti parti intime a disposizione dei potenti non fai carriera – e anche per fare quello bisogna essere abili e determinati perché c’è un sacco di gente che dà il proprio corpo senza ricevere alcuna contropartita, bisogna essere abilissimi, ci sono migliaia di persone che cercano di far carriera scopando, anche lì ce la fa uno su cento, gli altri 99 vengono trombati senza ottenere grandi risultati  – e questo ci rendeva dei privilegiati.
Voi non avete nemmeno questa scusa perché – dati 2015 – il record di incasso in Italia, nel mondo dello spettacolo, è di un ragazzino di 16 anni che ha incassato due milioni di euro commentando i videogame, costo dell’operazione: zero. Il cellulare ce l’aveva, Facebook è gratis, e allora…  se qualcuno ha qualcosa da dire lo dica.
Se non riuscite a fare nulla sulla rete andate a casa: non ci sono scuse. Purtroppo avete il problema che siete una generazione che non ha scuse: se sei capace passi, se non sei capace non passi e quindi fai un altro mestiere.

C’è una buona ragione per guardare video porno su Pornhub

People For Planet - Ven, 09/06/2019 - 15:00

La piattaforma ha lanciato un video hot per sostenere la raccolta fondi a favore di un’associazione che si impegna nella pulizia di oceani e spiagge

Un video a luci rosse per raccogliere fondi per la pulizia dei mari. È questa l’ultima trovata di Pornhub. Il portale erotico ha pubblicato The Dirtiest Porn Ever, un video di 11 minuti in cui una coppia di attori hard (gli amatoriali Leolulu) è impegnata su una spiaggia ricoperta di spazzatura, che durante il filmato viene ripulita.

Ogni volta che plastica e altri rifiuti vengono rimossi, si libera la visuale sui due attori porno.

Continua a leggere su WIRED.IT di Gabriele Porro

Più cannabis shop, meno mercato nero: la canapa light nuoce alla criminalità organizzata

People For Planet - Ven, 09/06/2019 - 15:00

La cannabis light nuoce alla criminalità organizzata. È questa, in sintesi, la conclusione di uno studio condotto da tre ricercatori italiani e pubblicato sulla rivista European Economic Review, “Light cannabis and organized crime. Evidence from (unintended) liberalization in Italy” – “Cannabis leggera e criminalità organizzata: prove della liberalizzazione (non intenzionale) in Italia”. Dalla ricerca, la prima di questo tipo nel nostro Paese, emerge che la legalizzazione della  cannabis leggera in Italia ha ridotto nel giro di poco più di un anno la quantità di marijuana spacciata e i relativi ricavi delle organizzazioni criminali (qui lo studio completo).

La “liberalizzazione involontaria”

Vincenzo Carrieri e Francesco Principe, ai tempi dello studio in forza presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Salerno, in collaborazione con Leonardo Madio, già nel Department of Economics and Related Studies dell’University of York (Inghilterra), hanno incrociato i dati forniti dalla polizia sui sequestri di cannabis illegale condotti a livello provinciale con le vendite di cannabis light registrate fino a marzo 2018 a partire dal dicembre 2016, ovvero dall’entrata in vigore della legge 242/2016 sulla canapa industriale che, a causa di un vuoto legislativo , ha dato origine a quella che nello studio viene definita “liberalizzazione involontaria” della canapa, portando alla regolare vendita del prodotto purché caratterizzato da una ridotta percentuale (tra lo 0,2% e lo 0,6%) di tetraidrocannabinolo o Thc, il principio psicoattivo.

Più cannabis shop, meno confische e arresti per droga

Lo studio ha preso in esame un periodo di tempo di 15 mesi, ma i dati più significativi sono quelli a partire dal maggio 2017, ovvero da quando è diventato disponibile sul mercato il primo raccolto successivo alla legalizzazione involontaria. “La ricerca – spiegano gli autori – ha dimostrato come nelle province con maggiore concentrazione di rivenditori di canapa legale ci sia stata, a parità di operazioni di polizia, una riduzione delle confische di prodotti stupefacenti e una riduzione del numero di arresti per reati di droga”. E ha messo in evidenza che, nel breve arco temporale considerato, la legalizzazione della cannabis light ha portato a una riduzione di circa l’11% dei sequestri di marijuana per ogni cannabis shop. Una percentuale che, tradotta in chili di cannabis illegale confiscata, sta a significare un calo dei sequestri di marijuana pari a 6,5 chili per ogni negozio specializzato in prodotti a base di cannabis. “La liberalizzazione involontaria della cannabis light – si legge nello studio – ha avuto un impatto anche sul numero di piante di cannabis illegali confiscate – 37 per ogni cannabis shop – e sulla riduzione dei sequestri di hashish, 8% per ogni cannabis shop”.

Criminalità, ricavi perduti per circa 200 mln euro l’anno

“Queste stime – si legge nello studio – consentono di calcolare le entrate perdute per le organizzazioni criminali. Considerando che il numero medio di cannabis shop a livello provinciale è di circa 2,76 e che il prezzo della marijuana è stimato in 7-11 euro al grammo, le nostre stime sulle 106 province considerate implicano che le entrate perdute a causa della liberalizzazione della cannabis light corrispondano – solo per quanto concerne la marijuana, escludendo l’hashish e le piante di cannabis illegali – a circa 200 milioni di euro all’anno”.

Ma l’effetto è sottostimato

Sono cifre che possono sembrare non molto significative, se si considera che in Italia il commercio illegale di marijuana e hashish comporta un giro d’affari da 3,5 miliardi di euro. I ricercatori precisano però che l’effetto reale potrebbe essere molto più vasto, dal momento che la marijuana sequestrata rappresenta solo una parte minoritaria di quella disponibile sul mercato nero.

Il “sostituto imperfetto”

Al contrario, spiegano gli autori dello studio, i risultati ottenuti in termini di ricavi perduti da parte della criminalità organizzata appaiono invece interessanti se si considera che la cannabis light è un “sostituto imperfetto” della cannabis illegale, poiché caratterizzata da “effetti ricreativi molto più bassi, dovuti alla percentuale minima di Thc in essa contenuta”, mentre il Thc presente nella marijuana da strada può arrivare a superare il 20%, con il noto “effetto sballo” che ne consegue. “Questi risultati – scrivono – supportano l’argomentazione secondo cui, anche in un breve periodo di tempo e con un sostituto imperfetto, la fornitura di droghe illegali da parte del crimine organizzato viene rimpiazzata dalla presenza di rivenditori ufficiali e legali”.

Effetto sostituzione

I ricercatori parlano di un “effetto di sostituzione” inatteso nella domanda tra cannabis light e cannabis illegale. Quali sono i motivi del successo della canapa leggera? Possono essere diversi: dal voler evitare effetti stupefacenti eccessivi, al preferire un prodotto dall’origine controllata. E, molto probabilmente, un ruolo di tutto rispetto è giocato dal non doversi rivolgere al mercato illegale per effettuare l’acquisto.

Ministro Fioramonti “Tassa su bibite gassate, merendine e aerei”. Buona idea? In molti Paesi è legge

People For Planet - Ven, 09/06/2019 - 11:42

“Già come viceministro avevo proposto delle tasse di scopo su bevande zuccherine, merendine e voli aerei per trovare risorse per la ricerca“. Lo ha affermato il neo ministro dell’Istruzione, Università e RicercaLorenzo Fioramonti ai microfoni di ‘Speciale Gr1, diario della crisi’ su Radio 1, spiegando che la strategia che intende mettere in atto “è quella di inserire delle tassazioni che inducano consumi più responsabili e al tempo stesso racimolare risorse che possano essere investire su ricerca e formazione, con un doppio effetto positivo”.

“E’ una proposta – ha aggiunto – che non ho fatto oggi, ma da viceministro. E ora la rinnovo. Potrebbe non essere sufficiente ma è un primo passo”. “Ho pronte delle proposte – ha proseguito – per recuperare 1,7 mld di euro attraverso piccole tasse di scopo. Ad esempio mettere una tassa di due euro su un biglietto da 700 per New York”. (Fonte: ADNKRONOS.COM – Fioramonti: “Tassa di scopo su bevande e merendine”)

Dalla stampa nazionale:

Tassa sì non c’e dubbio, ma che fa bene anche alla salute. Da anni è stato dimostrato che il consumo di soda fa ammalare quando contiene troppi zuccheri. Paesi come Stati Uniti e Messico hanno proposto la soda tax. Una misura che funziona bene, soprattutto se applicata in base alla concentrazione di zucchero.

L’American Journal of medical association ha appena pubblicato uno studio sulla popolazione europea, italiani compresi. Quasi mezzo milione di uomini e donne messi sotto osservazione per un lungo periodo di anni. Ebbene le conclusioni confermano quanto in fondo si sapeva già. Non le bollicine in sé che non fanno male, ma tutti i soft drink che son pieni di zucchero e aromi accorciano la vita. Secondo i 50 ricercatori che hanno lavorato sotto la guida del dottor Neil Murphy, l’abuso di soft drink rappresenta una delle cause che accorcia la vita media delle persone. Chi ne abusa insomma non arriverà facilmente a raggiungere i tassi di sopravvivenza che in Italia sono alti e fanno invidia a molte altre nazioni, anche dell’Occidente ricco. Insomma se volete vivere a lungo bevete altro.

Secondo i ricercatori bastano due bicchieri (mezzo litro) tutti i giorni per andare incontro a problemi legati a tutte le malattie digestive. The American beverage association, che raccoglie i produttori statunitensi di bevande, ha subito risposto definendo la ricerca poco attendibile. Sarà. Certo tassare le bibite per migliorare la scuola non è un’idea così malsana. Continua a leggere (Fonte:REPPUBBLICA.IT di Barbara Ardù)

In Italia la “sugar tax” (ndr. Tassa su cibi e bevande zuccherate) era già stata votata dalla commissione Finanze per essere inserita nell’ultima legge di bilancio. Era destinata a coprire l’esclusione del regime Irap per le partite Iva fino a 100mila euro, ma la Lega si è opposta e alla fine è saltata. Ad averla riproposta però, per combattere obesità e diabete, sono stati 340 tra medici, pediatri e nutrizionisti, che hanno scritto a febbraio all’ex ministro della Sanità Giulia Grillo “per chiedere una tassa del 20% sulle bibite zuccherate da destinare a progetti di educazione alimentare. Ma finora – aveva detto Walter Ricciardi, presidente della Federazione Mondiale delle Associazioni di Salute Pubblica (Wfpha)- non ha avuto riscontro”. Sono tanti i Paesi nel mondo in cui è già realtà: dopo il report del 2015 nell’Organizzazione mondiale della sanità che dava conto degli effetti negativi degli zuccheri sulla salute, la “sugar tax” è stata introdotta in 20 paesi e oggi sono circa 35 gli stati o le città ad averla adottata.

In Europa, la pioniera è stata la Norvegia, che l’ha introdotta nel 1922 e ha deciso di aumentarla nel 2018 sia per i prodotti confezionati, sia per le bevande. In Ungheria è legge dal 2011, e ha fatto registrare una flessione media del 20% dei consumi di bevande zuccherate. La tassa presente anche in Gran Bretagna, Catalogna (Spagna), Francia, Irlanda, Belgio, Estonia, Portogallo e Finlandia. Il Giappone e lo Stato del Kerala in India hanno invece dato il via libera a una “fat tax” sui cibi che contengono una quantità eccessiva di grassi saturi. Una misura che in Danimarca – dove si applicava su burro, latte, formaggio, pizza, olio e carne – è stata abolita nel 2013 perché molto impopolare, così come quella sulle bibite zuccherate che era stata introdotta nel 1930Continua a leggere (Fonte: Tassa su merendine e bibite: la proposta di Fioramonti (per finanziare la ricerca) in molti Paesi è legge. I casi dalla Norvegia alla Francia ILFATTOQUOTIDIANO.IT di Eleonora Bianchini)

BIBITE GASSATE, ITALIANI PENULTIMI IN EUROPA PER CONSUMI –  Il rapporto tra italiani e bibite gassate è sempre meno solido. Secondo uno studio di Assobibe, associazione confindustriale delle imprese delle bevande analcoliche, i volumi di vendita del loro mercato di riferimento sono in calo del 25% dal 2009 a oggi: l’Italia si colloca al penultimo posto in Europa per consumi pro-capite di bibite gassate.

 Resta, sottolinea l’associazione, un settore che “genera un valore complessivo, diretto e indiretto, di 4,9 miliardi di euro, pari allo 0,29% del PIL nazionale e contribuisce alle casse dello Stato per 2,3 miliardi di euro di entrate fiscali e contributive”, come ricorda il direttore generale Assobibe, David Dabiankov. Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT)

Il rap che sal­va: il pro­get­to nato in Ger­ma­nia ap­pro­da nel­le pe­ri­fe­rie ca­ta­ne­si

People For Planet - Ven, 09/06/2019 - 10:00

“Ra­p­flek­tion World­wi­de”, ini­zia­ti­va mu­si­ca­le e so­cia­le di An­dreas e Car­los, in­sie­me al­l’as­so­cia­zio­ne “Mu­si­cain­sie­me a Li­bri­no” con un work­shop che uni­sce real­tà di­stan­ti ma vi­ci­ne.

Il rap come stru­men­to so­cia­le e non solo come ge­ne­re mu­si­ca­le: na­sce così “Ra­p­flek­tion World­wi­de”, un pro­get­to di ori­gi­ne te­de­sca giun­to fino a Ca­ta­nia. «Un mio ami­co di ori­gi­ni la­ti­no-ame­ri­ca­ne, Car­los Uter­mö­hlen, ha avu­to l’i­dea di dare vita a que­sto pro­get­to nel 2007, coin­vol­gen­do ini­zial­men­te la cit­ta­di­na te­de­sca di Braun­sch­weig» rac­con­ta An­dreas Buc­kli­sch, gio­va­ne ita­lo-te­de­sco che ha de­ci­so di espor­ta­re Ra­p­flek­tion dal­la Ger­ma­nia a Ca­ta­nia. «Car­los – con­ti­nua An­dreas – ha or­ga­niz­za­to mol­ti work­shop in Ame­ri­ca La­ti­na, io in­ve­ce, aven­do mia ma­dre di Ca­ta­nia, ho pen­sa­to di coin­vol­ge­re i gio­va­ni meno for­tu­na­ti di que­sta cit­tà».

EDU­CA­ZIO­NE RAP.  «Il ter­mi­ne Ra­p­flek­tion fa ri­fe­ri­men­to al ver­bo “ri­flet­te­re”: il rap in­fat­ti è un ge­ne­re mu­si­ca­le che in­du­ce a pen­sa­re e l’o­biet­ti­vo con­di­vi­so da me e Car­los è quel­lo di istrui­re i gio­va­ni alla cul­tu­ra del rap, an­dan­do ol­tre i te­sti mo­no­to­ni dei rap­per più com­mer­cia­li ba­sa­ti solo su dro­ga e vio­len­za, pun­tan­do in­ve­ce al­l’au­ten­ti­ci­tà» af­fer­ma An­dreas. «In Ita­lia que­sto ge­ne­re è sot­to­va­lu­ta­to, si ha an­co­ra il pre­giu­di­zio che non sia edu­ca­ti­vo. – con­ti­nua il gio­va­ne – In real­tà è edu­ca­ti­vo più che mai, per­ché è vi­ci­no ai ra­gaz­zi e que­sti sono più pro­pen­si ad im­pa­ra­re gra­zie ad una real­tà che li ri­spec­chi».

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