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«Operaio, non costruire più armi»

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 15:00

I versi che proponiamo sono stati scritti da Padre David Maria Turoldo nel dicembre del 1972. Era ieri, sembra oggi.

Oggi: perché, in risposta all’embargo europeo alle vendite di armi alla Turchia, Erdogan ha affermato che «quelli che pensano di poter fermare la Turchia con queste minacce si sbagliano di grosso».
E in effetti, che intimidazione è quella che arriva a lucrativi affari già conclusi? Le armi vendute alla Turchia negli ultimi anni per un controvalore di diverse centinaia di milioni di euro costituiscono ora un arsenale completo al quale Erdogan può attingere in tutta libertà. Meraviglioso esempio di una stalla chiusa a buoi scappati.

Chi era Padre David Maria Turoldo

Teologo, filosofo, scrittore, poeta “ribelle”, antifascista, Padre David Maria Turoldo, vero nome Giuseppe Turoldo, friulano, è vissuto dal 1916 al 1992 e per le sue posizioni fu definito “la coscienza inquieta della Chiesa”.

Famiglia Cristiana lo descrive come un uomo innamorato di Dio. Carlo Maria Martini lo definì “profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini”

Salmodia contro le armi

La versione integrale di questa salmodia (canto o recitazione di salmi), che potete leggere qui, è molto lunga, ne riportiamo un estratto, è bellissimo, leggere per credere.

Operaio, non costruire più armi.
Ogni arma che fai sono moltitudini
di poveri e di operai ad essere uccisi,
con la tua stessa arma.
Come fai a prendere la paga
perché hai costruito armi?
Come fai a lavorare per la pace
se costruisci armi? Come puoi
accarezzare i tuoi bambini
dopo che le tue mani hanno costruito
un fucile, una bomba, una mitraglia?
Come fai a procreare creando armi?
Quando tutti finalmente capiranno,
tu domani sarai esposto al ludibrio
un povero, beffato, esposto al ludibrio!

Operai, lasciate le fabbriche di armi!
Tutti insieme in un solo giorno,
queste fucine di morte:
insieme provvederemo giustamente alla paga,
lasciatele a un giorno convenuto,
tutti gli operai del mondo insieme.
E scendete sulle piazze, tutti gli operai,
a un ordine da voi convenuto.
E andate sotto le “Case bianche”,
di tutte le capitali
e urlate tutti insieme, operai d’ogni specie,
questa sola parola: non vogliamo
più armi, non facciamo più armi!
Solo questo urlate insieme
nel cuore di tutte le capitali.
E poi vediamo cosa succede.
Per salvarci non c’è altro ormai.
Allora sarete voi i veri salvatori;
operai, fate questo
e vivrete. E vivremo.
E sarete invincibili.

Tutto il resto è un nulla di nulla
anche la religione senza questo
è un correre dietro il vento.
L’obiezione di coscienza:
un lusso inutile;
il movimento per la pace,
una componente del sistema;
non valgono queste contestazioni:
moti di inutili disperazioni.

Solo l’Utopia porta avanti il mondo.
Vale solo questo: la nuova salvezza
deve venire da voi operai.
Inutili sono le barricate
da lunedì sera a venerdì mattina
perché dopo viene il weekend.
Non vedete che vi comperano
con una seicento e un televisore?
E intanto vendono le armi che voi fabbricate
perché sparino contro di voi.

Né vale più dire guerra di offesa
guerra di difesa: sono sempre guerre.
Queste idee sono sempre micidiali
quando giungono al potere.
Perciò Cristo non vuole il potere.
“Caino, che hai fatto di tuo fratello? “
Ma intanto bisogna ammazzare Caino!
Invece, ” non uccidete Caino:
sarà ucciso sette volte
colui che uccide Caino! “
E’ stato così, è sempre stato così.
La spirale della violenza doveva
essere distrutta fin dall’origine.
Non c’è altra via di scampo:
non fare armi, operaio
non fare armi.
Allora sarai tu il nuovo Cristo che viene.
Anche a difesa di Dio
“Metti via la spada!”
Ma bisogna che facciamo così,
a un giorno convenuto, in tutto
il mondo. Gli operai che scendono
in piazza a gridare insieme:
“non facciamo più armi! “
Operai di tutto il mondo
(o ci salveremo insieme
o tutti insieme ci perderemo).
A gridare dico insieme sulle piazze:
“non vogliamo fare più armi! “
Alla vostra busta paga
tutti insieme ci penseremo.
Immaginate, operai, per grazia vostra
nessun’arma che spara sulla terra
nessuna portaerei che naviga sui mari
nessun fragore di bomba dal cielo.
Per grazia vostra, operai,
nessuna sirena che urla
nessun reggimento che marcia
in nessuna direzione,
perché non ha armi,
nessun lamento di uccisi: il silenzio, la pace!

In grazia vostra, operai.

Bambini vittime di reati: in Italia sono sempre di più

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 13:13

In Italia il numero di bambini e delle bambine vittime di reati è in crescita: 5990 nel 2018, il 3% in più dell’anno precedente e il 43% in più rispetto al 2009, quando erano 4178. Abusi e violenze riguardano soprattutto bambine e ragazze, che rappresentano il 60% delle vittime. I dati arrivano dal nuovo dossier della Campagna ‘Indifesa’ di Terre des Hommes, organizzazione internazionale che si batte per la protezione dei bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall’abuso e dallo sfruttamento, che accende i riflettori sulla drammatica condizione in particolare delle bambine e delle ragazze nel mondo e sottolinea la necessità di garantire loro maggiore protezione anche nel nostro Paese.

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Una vittima su tre ha subito reati in famiglia

Dal dossier giunto all’ottava edizione emerge che nel 2018 un terzo delle vittime – maschi e femmine – ha subito reati all’interno della famiglia. I maltrattamenti in famiglia con 1965 vittime (il 53% bambine o ragazze) sono cresciuti del 14%, e l’abuso dei mezzi di correzione è salito del 7% rispetto all’anno precedente. La violenza sessuale è il secondo reato in termini di vittime: 656 nel 2018, e l’89% riguarda bambine e ragazze. E mentre sono in diminuzione le vittime legate alla prostituzione minorile (-3%, 64% femmine), cresce il numero di minori vittime di pedopornografia (+3%, 80% bambine e ragazze).

“Il dossier della Campagna ‘Indifesa’ ricorda a ciascuno di noi che sulla lotta alle discriminazioni e alle violenze di genere il cammino è ancora lungo, anche per il nostro Paese”, ha commentato Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia. “Occorre un cambiamento culturale, che deve partire innanzitutto dalla politica. Sensibilizzare, favorire la conciliazione vita-lavoro, sanare il gender gap, sono passi importanti nella valorizzazione del femminile e nel contrasto alle discriminazioni. Servono azioni concrete e coraggiose, sono convinta che il Governo potrà percorrere questa strada e questo sarà il mio impegno”.

Nel mondo viene uccisa un’adolescente ogni 10 minuti

Ogni 10 minuti nel mondo un’adolescente viene uccisa e circa 15 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni durante la loro vita sono costrette a rapporti sessuali o altri tipi di violenza sessuale. Di queste, 9 milioni ne sono state vittime nell’ultimo anno. Mentre sono due milioni le ragazze al di sotto di 15 anni che restano incinte, impreparate ad affrontare una gravidanza che, nella metà dei casi, non è voluta: di queste, molte sono vittime di stupri e di matrimoni precoci con uomini molto più grandi di loro. 

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“Ogni anno dobbiamo fare i conti con bilanci drammatici che ci raccontano di abusi, violenze, sfruttamento e maltrattamento a danno di minori provenienti da ogni parte del mondo, Italia compresa. La maggior parte di queste piccole vittime sono bambine”,  ha affermato Donatella Vergari, presidente di Terre des Hommes. “Purtroppo ci sono ancora tanti fenomeni sommersi che coinvolgono e segnano per sempre un numero sempre maggiore di bambine e ragazze. Stupri, matrimoni precoci, sfruttamento del lavoro minorile, tratta di giovani ragazze e gravidanze non volute sono fenomeni all’ordine del giorno”.

La decisione di UniCredit di applicare tassi negativi non deve scandalizzare

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 11:00

Se fossi un cliente Unicredit con disponibilità sul conto corrente superiori a 100.000 euro, trasferirei tutto o comunque la parte eccedente la cifra summenzionata presso una altra banca. Perché sono italiano e sono figlio di Guicciardini.

Se dovessi invece esaminare, da analista, la decisione strategica di Mustier, AD di Unicredit, di applicare i tassi negativi sui conti dei clienti con saldi di almeno 100.000 euro, potrei ribadire, contrariamente a quanto negli ultimi giorni l’opinione pubblica sostiene, che non ci vedo nulla di strano.

Per comprendere la portata di questa apparente sequenza hegeliana occorre semplificare alcuni concetti di gestione di una azienda bancaria che probabilmente neppure i media hanno afferrato fino in fondo.

Seguitemi…

Le banche possono accantonare gli eccessi di liquidità (in soldoni la differenza tra ciò che raccolgono e ciò che prestano) presso la Banca Centrale Europea.

Molti operatori economico finanziari e associazioni di imprese hanno fortemente criticato la politica dei depositi presso la Banca Centrale Europea. Questo perché le banche hanno ottenuto grande liquidità da parte dell’Istituto Centrale perché riaprissero i rubinetti del credito a famiglie e aziende, ma sfortunatamente non è avvenuto quello che ci si aspettava.

Per tale motivo e quindi per incentivare le banche a prestare danaro i tassi deposito sono virati al negativo. Vale a dire che le banche che scelgono di depositare gli eccessi di liquidità presso la Banca Centrale Europea riceveranno poi una somma minore di quella iniziale. Tuttavia taluni istituti di credito, tra cui Unicredit, preferiscono anche questa opzione piuttosto che l’impegno verso operazioni più rischiose.

Unicredit, che al 30 giugno 2019 aveva 453.019 milioni di euro di depositi della clientela (gia’ in calo del 5,4% rispetto al dato del 31 dicembre 2018), ha ben pensato di trasferire il costo dei tassi negativi alle grandi imprese o a certi grandi clienti, sicuramente consapevole che tale manovra comporterà una ulteriore e probabilmente sostanziale riduzione delle masse raccolte.

Né più né meno di ciò che fa qualsiasi imprenditore quando scarica l’aumento dei prezzi della materia prima sul prezzo del prodotto finito da proporre ai propri clienti.

Perché scandalizzarsi ?

Piuttosto chiediamoci cosa potrebbe esserci dietro una tale decisone strategica, al momento unica nel panorama del nostro sistema bancario e, come abbiamo visto, particolarmente rischiosa.

Nulla di più coerente con quanto negli ultimi tempi Mustier ha esplicitamente dichiarato.

Basta solo mettere insieme (e non dimenticarsene) i pezzi del puzzle e lo scenario è chiaro.

Ogni amministratore, non sempre un genio, di azienda ragiona in questi termini. Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi scaricandoli sui clienti. L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia di opportunità è stata vista da Mustier già da tempo. Si trova nella condizione di dover necessariamente fare un trade-off economico.

Costa di più un euro di “sofferenza” per un prestito andato male o un euro di raccolta persa?

Sicuramente il primo !

Arriviamo quindi all’obiettivo primario di Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente a una fusione con un altro gruppo bancario, a oggi impossibile.

E che probabilmente parla francese.

Leggi anche: Il “professor” Mustier sconfigge il sistema bancario

6 consigli per difendere i minori che usano i social

People For Planet - Lun, 10/14/2019 - 07:00

Google, attraverso la sua popolare controllata YouTube, ha violato la privacy dei bambini ed è stato multato per la cifra record (giudicata comunque troppo leggera rispetto alla colpa) di 170 milioni di dollari. La società aveva consapevolmente e illegalmente raccolto dati sensibili di bambini e ragazzini, vendendoli a terzi perché fossero raggiunti da pubblicità mirate. Cosa molto grave: di fronte alle ridotte capacità di giudizio di un minore, la legge vieta che si possano incrociare i dati sulle sue preferenze per proporgli pubblicità ad hoc.

Google, nell’accordo, oltre a pagare, ha anche sottoscritto una riforma delle proprie politiche: in futuro richiederà esplicitamente che i contenuti destinati ai bambini siano ben definiti nei suoi canali video, in modo da evitare la presenza di inserzioni mirate in quegli stessi spazi. La sua controllata YouTube sarà anche tenuta a ricevere il consenso dei genitori prima di raccogliere o condividere qualunque dato personale, nome compreso, o immagine di bambini, una misura che in realtà faceva già parte del rispetto della normativa vigente (ma che, come detto, non necessariamente viene rispettata).

YouTube mentiva sapendo di mentire

Del resto, il denaro è denaro. Secondo gli inquirenti, YouTube si era nascosta dietro la regola di non poter teoricamente avere utenti di età inferiore ai 13 anni, per considerarsi immune alle regole sulla privacy dei bambini. «In realtà, la fascia 6-16 anni era, ed è, la sua fascia di pubblico più cospicua, come è emerso dall’esposto, e quindi la società promuoveva gli spazi pubblicitari agli inserzionisti come meta preferita di una audience giovanissima, guadagnandoci sopra milioni di dollari”, ci dice Valentina Amenta, ricercatrice dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr-Iit, esperta dei rischi legati alle nuove tecnologie relativamente ai minori. Dunque YouTube mentiva sapendo di mentire.

Quanto è grave ciò che è accaduto?

Le aziende, o chiunque, potrebbero oggi risalire all’identità di un minore che sta guardando un video su un tablet?

«Non si arriva a conoscere l’identità del bambino, semplicemente perché questo – al momento – non interessa alle aziende – ci spiega Amenta – Ma se ci si volesse arrivare non sarebbe certo difficile. Quel che interessa alle società – al momento – è avere dati sensibili chiamati dati particolari, che sono diversi dai dati personali perché ad esempio non comprendono il nome, ma la geolocalizzazione, il numero di telefono dal quale è stato richiesto il video e il numero identificativo del cellulare». È chiaro che, avuto questo, cioè avuto il nome e la geolocalizzazione del genitore che possiede il tablet da cui si visualizza il video, avere il nome del bambino è un attimo, ad esempio attraverso le foto postate sui social dai genitori, nonni o zii. Ma quanti di noi ne sono consapevoli?

Vedere un video ci espone ad essere schedati

La multa a YouTube dipende dal fatto che è stata fatta un’analisi del comportamento dei suoi utenti bambini. In base alle scelte del minore, YouTube registrava gusti e preferenze, ne studiava il comportamento a fini commerciali, per definire quindi pubblicità mirate al soggetto, «ma l’azienda può arrivare a conoscere, nello stesso modo, anche eventuali disturbi psicologici e comportamentali del minore, che potrebbero essere individuati e segnalati. Se ad esempio il bimbo rivede più volte lo stesso video, si può ipotizzare un disturbo autistico con una certa facilità. Per questo si tratta di dati sensibili, anche se non necessariamente identificativi. Il rischio è quello di essere potenzialmente schedabili in base ai nostri gusti, ai nostri disturbi, al posto dove viviamo e alle abitudini che abbiamo (se, ad esempio, abbiamo l’abitudine di farci un selfie con geolocalizzazione mentre andiamo a fare la spesa, siamo in vacanza, o prendiamo un gelato al bar il gesto non è libero da potenziali rischi)», aggiunge Amenta.

 «Purtroppo troppo spesso non mettiamo filtri di privacy ai nostri social, né ci facciamo problemi a rendere di dominio pubblico la foto di un minore sotto la nostra responsabilità». Ecco quindi che la foto di un bambino al mare, scattata dalla nonna e condivisa su Facebook, potrebbe essere – a seconda del tipo di foto, e a seconda dei filtri della nonna sul social – una mossa potenzialmente molto, molto ingenua, e fare più danno di quel che una multinazionale come Google ha già mostrato di riuscire a fare. «I social sono percepiti come uno strumento ludico fine a se stesso, ma ammesso che oggi sia così, potrebbe non esserlo più domani», continua Amenta, e la storia ce lo dovrebbe aver insegnato. Oggi avere una auto-schedatura di noi stessi, con geolocalizzazione, gusti sessuali, malattie, disturbi e devianze è alla portata di chiunque. Anche se parliamo di minori. E questo semplicemente non è prudente. Allora cosa dovremmo fare per diventarlo?

Il Vademecum di Valentina Amenta per People for Planet
  1. Non lasciare mai lo smartphone o il tablet ad accesso libero ai minori, se connesso a Internet. Se è vero che molti dei video correlati al primo che carichiamo, proposti a lato dello schermo ad esempio da YouTube, sembrano essere sempre cartoni simili a quello visualizzato, non è così. Potrebbe affacciarsi di fronte al bambino di tutto, compresa violenza o pornografia.
  2. Non mettere foto di minori sui social: il farlo è sbagliatissimo. Il bimbo avrà in futuro una sua identità, e potrebbe non volerlo. Dobbiamo rispettare la possibilità che il bambino da grande vorrà una privacy maggiore di quella che noi concediamo a noi stessi. Tra l’altro ci sono già le prime sentenze contro i genitori, o i parenti, vinte dai figli che contestavano questa brutta abitudine. Ricordiamoci che non sappiamo come e quanto potrebbe svilupparsi la tecnologia, ma già adesso, “attraverso il riconoscimento facciale, il volto di un bimbo è sufficiente per giungere al suo nome”. Pensiamo al bullismo. «Banalmente anche gli adesivi dietro la macchina coi i nomi dei membri della famigli sono tutti dati che diffondiamo con troppa tranquillità, in un mondo che mette in rete foto da satellite, droni…: pensiamoci!»
  3. Ancora peggio, non mettere foto di minori dove si mostra la geolocalizzazione e cosa si sta facendo. È rischioso! Perché devo dire a tutti gli spostamenti di un minore?
  4. La nuova legge su cyberbullismo dice che chi carica e distribuisce è responsabile del reato. Rendete vostro figlio consapevole dei rischi che corre se per “scherzo” condivide un video che trovava divertente, ma in realtà bullizzava un coetaneo. Dobbiamo sapere già da ragazzi i rischi penali e civili che corriamo.
  5. Evitiamo di compilare in rete le richieste di dati (nome, cognome…) che ci arrivano via social. I siti della pubblica amministrazione e di molte aziende private (come ad esempio Aruba) sono in genere invece molto sicuri.
  6. Un minore che vuole iscriversi a un social dovrebbe essere istruito come quando gli insegniamo, per anni, la sicurezza stradale, prima di lasciarlo uscire da solo. Allo stesso modo, un 13enne che entra su Instagram, ad esempio, deve essere istruito (e così il suo genitore o tutore) su cosa sta facendo. «Ad esempio deve sapere che se pubblica una sua foto quella può rimanere in eterno nel locale pc di un qualsiasi utente dall’altra parte del mondo. L’educazione digitale servirebbe in ogni scuola. In attesa che ci arrivi, i genitori devono formarsi e formare”.

Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… ti spiegano ciò che pensi”

People For Planet - Dom, 10/13/2019 - 10:00

Così come non mi riferisco a un decaffeinato io, quando affermo con desiderio – e pregusto già con piacere – “sai che quasi quasi avrei voglia di un buon caffè?”.

Fatale, soprattutto dopo le cinque del pomeriggio, la controproposta altrui: 

«Ma vuoi un decaffeinato
No, non voglio un decaffeinato, grazie: vorrei un caffè. 
«Ma il decaffeinato non è del tutto privo di caffeina». 
Ho capito, ma voglio proprio un caffè. 
«…che poi oggi ha lo stesso sapore!» 
Ho detto CAFFÈ.

È un po’ come all’Ikea

«Ti piace la busta gialla? Prendine una blu.»
Ma che ti ho fatto? Perché mi adeschi con la busta gialla e poi devo farmi andare bene la blu? Chic, senza impegno, ideale per un pomeriggio tra amici e per una cena di lavoro, il blu.
Ma a me piace quella gialla! Perché, poi, vuoi dirmi che in realtà io desidero la blu?

(Cattiva) maestra di tale pratica è la televisione

Ti racconta chi sei, cosa vuoi e perché. E a nulla vale la tua protesta davanti al piccolo schermo. Lei continua ad andare dritta per la sua strada. 
«Facciamo questi programmi perché è ciò che vuole la gente», ci raccontano da anni i professionisti del peggioramento del gusto e della società
Insomma, Giletti, è colpa tua e se ti fai male ti do il resto, come diceva mamma con la ciabatta di legno in mano nei primi anni ‘80. 
Poi dice che era nonna ad essere fuori di testa, quando gli ultimi anni litigava con la tv…

Menzione speciale per il marketing su web

Appena compiuti 40 anni, la pubblicità che ti compare rivolta passa senza colpo ferire dai metodi anticoncezionali agli strumenti per rimanere incinta, dal fondotinta effetto mat all’antirughe anti-age, dal rum venduto nei peggiori bar di Caracas alla tisana che favorisce il micro circolo e sgonfia i piedi.

Attendo personalmente, con curiosità mista a terrore, la citofonata del Social Media Manager di Taffo, a questo punto. Almeno lui ha colto l’unico linguaggio accettabile per infilarsi tra i pensieri altrui: l’ironia.

D’altra parte, se la vita e la morte hanno un senso, speriamo sia il senso dell’umorismo.

Foto di Christoph da Pixabay

A Fabriano di carta se ne intendono

People For Planet - Dom, 10/13/2019 - 07:28

Per fare la carta ci vogliono gli alberi… o forse no… Melania Tozzi, di Fabriano, ha messo a punto una tecnica per produrre carta di straordinaria qualità utilizzando gli scarti della canapa. Le piante femmina, che hanno una marcia in più…

Il sogno di Melania? Che la canapa possa rimpiazzare un giorno la plastica flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_340"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/340/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/340/output/Carta-da-canapa-cruda.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/340/Carta-da-canapa-cruda.mp4' } ] } })

Quando la musica si trasforma in zuppa di verdura

People For Planet - Dom, 10/13/2019 - 07:00

Dal 1998 esiste un’orchestra, fondata a Vienna, i cui componenti suonano utilizzando frutta e ortaggi freschi. La Vegetable Orchestra porta sui palchi di tutto il mondo gli stili più differenti e, al termine di ogni performance, offre una zuppa agli spettatori.

Jürgen Berlakovich, Susanna Gartmayer, Barbara Kaiser, Matthias Meinharter, Jörg Piringer, Richard Repey, Ingrid Schlögl, Ulrich Troyer, Tamara Wilhelm, Martina Winkler: sono loro gli artisti speciali – musicisti ma anche visual artist, architetti, designer, media artist, scrittori e poeti del suono – che danno vita a questo progetto portando in questa esperienza il loro personale background.

Tutti gli strumenti sono appunto ricavati da vegetali come carote, carciofi, zucche essiccate e pelle di cipolla. Sono “strumenti organici”, generatori di suoni che durano, purtroppo, soltanto il tempo di una performance. Ogni esibizione, quindi, è diversa dalla precedente e dalla seguente per suoni e atmosfera. Al termine di ogni concerto o di ogni sessione però gli strumenti non vengono semplicemente buttati, come si potrebbe pensare. L’usanza della band è quella di far preparare una zuppa da offrire a tutti i presenti. Ciò che è proprio impossibile utilizzare viene gettato via, assicurandosi che sia differenziato correttamente.

Alla Vegetable Orchestra spesso viene chiesto come si pone rispetto a chi muore di fame. La loro musica è uno spreco di risorse alimentari? Così rispondono alle critiche: “Se siete davvero preoccupati per questo allora agite! Leggete tutti i libri che parlano dei reali motivi che portano le persone a morire di fame, cambiate vita e cambiate i politici che vi guidano, acquistate i prodotti giusti e supportate cause importanti. Non sono le persone che usano i vegetali in questo modo a rendere il mondo peggiore, il mondo peggiora quando vogliamo sempre di più, una nuova auto, un nuovo cellulare, una casa più grande con l’aria condizionata, più denaro… E i nostri strumenti, in fin dei conti, vengono prodotti in maniera più sostenibile rispetto a quelli classici o ai computer, consumano meno energia e risorse e sono biodegradabili”.

E se anche voi ve lo state chiedendo… no, nessuno di questi artisti è vegano o vegetariano.

Il quarto album è in fase di lavorazione. Sono in arrivo 14 nuovi brani ed è attiva anche una campagna di crowdfunding.

Per saperne di più: www.vegetableorchestra.org

Immagine di copertina: Armando Tondo

Combattere la vecchiaia fin da giovani!

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 16:00

Alcuni giorni dopo aver compiuto i sessant’anni mi sono accorto che mi stavo muovendo più lentamente. Mi son detto: “Ma cosa sto facendo?”
Il problema è che la vecchiaia è un fatto fisico ma anche mentale. C’è una forma sadica di condizionamento che colpisce gravemente molti.
C’hai sessant’anni, e allora…
E allora che?
Io credo che sia importante dire che noi che abbiamo vissuto tante primavere non siamo vecchi. Siamo diversamente giovani.
Io ho la fortuna di aver visto mio padre a oltre 90 anni lavorare 8 ore al giorno 7 giorni su 7… Una furia umana.
Chiaro che la mia idea della vecchiaia è particolare.

Io credo che mi aiuti anche il fatto che quando ero molto più giovane di adesso a un certo punto ho cambiato il modo di guardare quelli che fino ad allora consideravo vecchi.
È una cosa che consiglio di fare ai giovani. Dà benefici.
Perché nessuno resta giovanissimo per sempre.

Per diversamente giovani non intendo che uno deve scalare le Ande con uno zaino di 40 chili sulle spalle e andare poi a prendere a schiaffi i coccodrilli, che poi non sai neanche il coccodrillo come fa… Quella lì è un’altra cosa. In alcuni casi si arriva al negazionismo della maggiore età. Che è una cavolata pazzesca.

I vecchiacci! Gente coriacea

E poi è indiscutibile che con gli anni si diventa più tosti. C’hai meno tempo da perdere. Chi c’era alle Termopili? In 300 contro le orde imperiali persiane…
Perché diciamolo, arrivare oltre i 30 è già un bel risultato, per milioni di anni ci sono riusciti in pochissimi. È difficile, specie se la tua generazione sì è spiaccicata in massa contro il parabrezza della storia. È stata una strage…

Comunque una nota dolente c’è. Ho vissuto tutta la mia vita in un’Italia dominata dai Matusalemme e quando cavolo arrivo ad essere vecchio vanno di moda i quarantenni. Ma va fa un bagno, va!

Pediatri: “Un bimbo calabrese vive due anni in meno di un bimbo veneto”

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 08:00

Sud, periferia, quartieri difficili: il luogo di nascita può dire molto del futuro di un bambino. Per far fronte a questa disuguaglianza, serve prima di tutto una raccolta dati sistematica e scientifica. Anche per questo è partito il progetto Nascita

«Il numero di nati in rapporto alla popolazione dei residenti è simile in Veneto e in Calabria. Tuttavia, la probabilità di non sopravvivere nei primi giorni di vita di un neonato calabrese è quasi doppia di un suo coetaneo veneto. Il Veneto è paragonabile alla Finlandia, la Calabria alla Grecia», Maurizio Bonati, Laboratorio per la Salute Materno-Infantile, Dipartimento di Salute Pubblica, Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, Milano, anche per questo motivo lavora insieme all’Associazione Culturale Pediatri (ACP) al progetto NASCITA (NAscere e creSCere in ITAlia), presentato in questi giorni a Matera, al XXI Congresso Nazionale dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP).

“Comunque, dopo essere nati e sopravvissuti alla prima settimana di vita, un neonato veneto ha una prospettiva complessiva di vivere 2 anni in più rispetto a un neonato calabrese. Nel corso della crescita le “distanze” si mantengono. Il bambino che vive in Calabria deve far fronte a maggiori difficoltà: per esempio, andare all’asilo nido (1 posto in Calabria vs i 9 posti in Veneto, ma sono 24 in Emilia Romagna). In generale, quel bambino calabrese dovrà vivere in uno stato di deprivazione materiale che è doppia in Calabria rispetto al Veneto, e abbandonerà la scuola precocemente, con una probabilità doppia rispetto al bambino veneto”.

La forte e persistente associazione tra latitudine e i determinanti della salute testimonia le troppe disuguaglianze che necessitano di intervento. “Uguaglianza ed equità devono essere garantite in quanto condizioni di diritto educativo, sanitario e sociale, nel rispetto dei principi di unità e indivisibilità della Repubblica. Ma questo non basta. Infatti le disuguaglianze sono più profonde e vicine: intra-regionali, nelle metropoli, tra centro e periferia. Non è una questione meridionale. È una questione che interessa tutte le comunità, ovunque vivano e… sin dalla nascita”.

L’individuazione dei fattori di rischio modificabili e di fattori prognostici in periodi critici dell’esistenza può contribuire allo sviluppo di strategie efficaci di prevenzione e di intervento. Per questo motivo, gli studi longitudinali sulle coorti di nascita – finora piccoli e poco significativi – possono fare la differenza per iniziare a cambiare le cose.

Il progetto NASCITA è un’iniziativa multi-osservazionale e rappresentativa della realtà italiana, una risposta per far fronte a questa mancanza: costituire una database di informazioni sullo stato di salute nel tempo, sin dalla nascita, di molti bambini. Lo scopo è monitorare lo sviluppo fisico/cognitivo/psicologico, lo stato di salute e benessere di una coorte di nuovi nati, nel corso dei primi 6 anni di età, e valutare i potenziali fattori (determinanti) che possono influenzarli.

L’obiettivo atteso è di coinvolgere una coorte di almeno 8000 nuovi nati (e le loro famiglie) a partire da aprile 2019, in 23 cluster geografici rappresentativi della realtà italiana (nord/centro/sud, urbano/rurale, montagna/pianura/mare, metropoli), con il supporto di almeno 230 pediatri di famiglia. A oggi si è superata la soglia di 2300 nuovi nati arruolati.

L’arruolamento dei bambini avviene nel corso della prima visita effettuata dal pediatra di famiglia entro i primi 45 giorni di vita. I dati raccolti nel corso delle 7 visite dei bilanci di salute previste nei primi 6 anni di vita dai pediatri di famiglia partecipanti saranno inseriti in una scheda di raccolta dati elettronica e saranno registrati tutti i contatti tra il pediatra e il bambino/la famiglia. Tra le altre cose, sarà valutata la crescita staturo-ponderale, lo sviluppo psicomotorio, i percorsi educativi/di socializzazione, l’alimentazione (es. durata dell’allattamento al seno, età e modalità di svezzamento…), le vaccinazioni effettuate, eventuali malattie (in particolare le condizioni di cronicità), la prescrizione di farmaci, visite specialistiche ed esami diagnostici, gli accessi in Pronto Soccorso e i ricoveri ospedalieri.

L’analisi dei dati valuterà eventuali associazioni tra determinanti prenatali, contesto di vita (ambiente), alimentazione, buone pratiche genitoriali, opportunità di apprendimento precoce e di socializzazione e l’incidenza di eventi avversi intesi come malattie croniche, sovrappeso/obesità, disturbi dello sviluppo cognitivo/psicomotorio.

Lo studio è coordinato dal Laboratorio per la Salute Materno-Infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, Milano, in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri (ACP) ed è monitorato da un comitato scientifico indipendente e multidisciplinare, rappresentativo di differenti competenze e professionalità e con il coinvolgimento di cittadini e genitori.

L’analisi dei dati valuterà eventuali associazioni tra determinanti prenatali, contesto di vita (ambiente), alimentazione, buone pratiche genitoriali, opportunità di apprendimento precoce e di socializzazione e l’incidenza di eventi avversi intesi come malattie croniche, sovrappeso/obesità, disturbi dello sviluppo cognitivo/psicomotorio. Un bagaglio di dati “correnti” utili per interventi di contrasto alle crescenti disuguaglianze.

Uscire dalla povertà danzando

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 08:00

There are more orphans in Uganda than anywhere else in the world” si legge sul loro sito. Ci sono più orfani in Uganda che in qualsiasi altro Paese del mondo.
Più di 2,4 milioni di bambini, rimasti orfani a causa di guerre, carestie e malattie.

I bambini di Masaka Kids Africana

Per aiutarli è nata la Masaka Kids Africana, associazione (di Masaka) per l’educazione infantile che si occupa soprattutto di istruzione. Ma tra le tante attività ce n’è una che spicca particolarmente: i balli e le danze.
I loro video su YouTube hanno milioni di visualizzazioni e sono meravigliosi!
Le danze sono tipicamente africane, con costumi, coreografie e decine di bambini dai 2 anni in su.
Vantano collaborazioni con cantanti di fama mondiale (recentemente con Karina Palmira), album in vendita su Amazon e Apple Store.

Turchia: il biasimo internazionale potrà fermare Erdogan?

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 06:55

Sono passati 3 giorni da quando, il 9 ottobre scorso, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dato il via all’offensiva militare contro i combattenti curdi nel nord-est della Siria.

Obiettivo di Ankara: creare una “zona cuscinetto” nel nordest della Siria, dove sono presenti le milizie dell’Ypg, le unità combattenti di protezione popolare curde, considerate dal governo turco alla stregua dei gruppi terroristici del PKK.

La violenza degli scontri non si è fatta attendere e le notizie che giungono ai media in queste ultime ore parlano di drammi: e non solo per la popolazione – come sempre prima vittima innocente di questo genere di offensive – ma anche per la sicurezza internazionale, vista la recrudescenza degli attentati dell’ISIS, che sta approfittando del caos per riorganizzarsi.

Le reazioni internazionali: USA

La prima reazione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stata a dir poco sconcertante: dopo la discussa decisione di ritirare le truppe americane di stanza al confine tra Siria e Turchia, abbandonando così il popolo curdo – fondamentale alleato nella battaglia contro l’Isis – al destino a cui stiamo assistendo, ha dichiarato che ”I curdi non ci hanno aiutato durante la Seconda guerra mondiale. Non ci hanno aiutato in Normandia, ad esempio”. Per chi fosse indeciso se ridere o piangere consigliamo la prima ipotesi, e la lettura del “Caffè” di Massimo Gramellini pubblicato ieri su Il Corriere della Sera.
Il Governo e lo stesso Partito Repubblicano hanno inizialmente – se pur con poco entusiasmo – appoggiato la linea del presidente, che dovendo scegliere tra i curdi e la Turchia privilegia l’alleanza con quest’ultima, paese membro della NATO. Ma l’inasprimento del conflitto di queste ultime ore ha portato il Pentagono a “incoraggiare fortemente” la Turchia a porre fine alle azioni militari, mentre il Congresso americano, per voce della repubblicana Liz Cheney – da sempre vicina a Trump – ha dichiarato che nei prossimi giorni verrà presentata una legge per imporre severe sanzioni commerciali alla Turchia.

L’Europa …

Quella delle sanzioni è una possibilità ventilata anche dall’Europa: la viceministra per gli Affari europei francese, Amelie de Montchalin, dopo aver dichiarato che “non si può rimanere impotenti di fronte a una situazione scioccante per i civili e per le forze siriane – per 5 anni al fianco della coalizione anti-Isis – ma soprattutto per la stabilità della regione” ha aggiunto che la prossima settimana l’Unione Europea porterà la questione “sanzioni” al vaglio del Consiglio europeo.
Considerata cinica e vergognosa la minaccia di Erdogan di aprire le frontiere e spedire in Europa  3,6 milioni di migranti qualora l’Ue voglia insistere a considerare l’operazione “Fonte di pace” come un’invasione, l’Europa non intende comunque tralasciare le vie della diplomazia. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha infatti affermato che l’Eu non accetterà che “i rifugiati siano usati come arma per ricattarci”, e che “le minacce del presidente Erdogan sono completamente fuori posto”: l’operazione unilaterale della Turchia “si deve fermare”, la situazione va risolta “attraverso canali politici e diplomatici”.

… E l’Italia

Dal 2002 a oggi il governo Turco ha incassato oltre 15 miliardi di euro dall’Unione europea sia per bloccare il flusso di profughi verso il vecchio continente sia sotto forma di aiuti umanitari e industriali più o meno mascherati.
La questione dei finanziamenti è stata ricordata dal premier Giuseppe Conte che ha dichiarato che al prossimo Consiglio europeo insisterà affinché l’Ue non accetti il ricatto della Turchia sulla questione dell’accoglienza dei profughi siriani. Ha inoltre aggiunto che “l’iniziativa militare deve cessare immediatamente: l’Ue e tutta la comunità internazionale dovranno parlare con una sola voce“.

Le voci si alzano, sì, e speriamo non invano. Intanto, mentre si attende che vengano ascoltate, si parla di durissime repressioni del dissenso interno turco perché sarebbe connivente con il terrorismo.

E soprattutto, mentre si attende che sanzioni e diplomazia facciano il loro corso, l’effetto di “Fonte di pace” sono a oggi 100mila sfollati (Fonte ONU), vittime tra i civili e i soldati, persone in fuga, scuole trasformate in presidi militari e ospedali costretti a chiudere.

Come si fa a cambiare sesso

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 06:00

In Italia la possibilità di cambiare sesso con una conseguente riattribuzione chirurgica e anagrafica è sancita e regolata dalla legge n. 164 del 1982 e dal D.Lgs. n. 150 del 11. La legge del 1982 recita così all’art.1:

“La rettificazione si fa in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”.

Si tratta di una legge chiave, perché sancisce il diritto all’identità personale: tramite sentenza del tribunale vengono autorizzati i trattamenti medico-chirurgici finalizzati al cambiamento di sesso: prima di allora a prevalere non era il diritto all’identità personale bensì il principio della immodificabilità dell’atto di nascita. Il decreto del 2011 precisa che è sempre il tribunale a poter rilasciare l’autorizzazione al trattamento per l’adeguamento degli organi genitali. Ma prima di addentrarci nella procedura per cambiare sesso, un piccolo dizionario per orientarsi.

L’importanza di una corretta terminologia

L’identità di genere di una persona risponde alla domanda “chi sono?” e fa riferimento al genere a cui una persona sente di appartenere. L’acquisizione dell’identità di genere avviene generalmente intorno al quarto anno di vita e, nella grande maggioranza dei casi, l’identità percepita coincide con il sesso biologico. Può capitare però che tra i due ci sia una discrepanza, in questo caso si parla di persone transessuali e/o transgender.

Per “persona transessuale” si fa riferimento a un individuo che sente di appartenere al genere opposto rispetto a quello di nascita e, quindi, avverte l’esigenza di modificare il proprio aspetto e/o la propria espressione di genere accordandoli alla propria interiorità, seguendo un percorso di transizione MtF – Male to Female, o FtM – Female to Male. “Transgender” è invece un termine ombrello, spesso usato sia in riferimento a individui ftm o mtf, sia per indicare quelle persone, “non binary”, che si percepiscono come appartenenti a entrambi i generi o a un cosiddetto “terzo genere” neutro.

L’orientamento sessuale è un argomento a parte, risponde alla domanda “per chi provo attrazione?” Donne e uomini transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali.

È abbastanza semplice comprendere che dalla non coincidenza tra vissuto interiore e aspetto esteriore scaturiscano un profondo senso di disagio e insicurezza, che possono sfociare nella decisione di intraprendere un percorso di transizione. Questo disagio viene definito in termini medici “disforia di genere” (DSM-V), mentreprecedentemente si parlava di “disturbo dell’identità di genere”. 

Il 2018 ha rappresentato un anno chiave per le persone trans, poiché l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso definitivamente la disforia di genere dall’elenco delle patologie mentali. Nell’ ICD-11 si parla di “incongruenza di genere”, che è inserita in un capitolo relativo alle condizioni di salute sessuale.

Percorso, burocrazia e protocolli

Riportiamo, seguendo le informazioni dell’Onig (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere), una sintesi del percorso che potrebbe dover affrontare una persona transessuale. Il condizionale è d’obbligo: per ogni individuo il percorso è del tutto personale e cambiano anche le tempistiche, visto che entrano in gioco questioni burocratiche, e visto che ogni individuo affronta una terapia ormonale sostitutiva personalizzata; non tutti poi avvertono la necessità di un intervento chirurgico.

Il protocollo ONIG è quello maggiormente seguito in Italia. Esiste anche il protocollo WPATH  (World Professional Association for Transgender Health), seguito da un paio di strutture. La differenza, in estrema sintesi, riguarda il periodo minimo di 6 mesi di psicoterapia necessari ad accedere alla terapia ormonale, che nel protocollo internazionale non sono obbligatori e li prevedono solo se espressamente consigliati da uno psichiatra ma senza comunque una durata temporale minima.

Seguiamo allora il protocollo ONIG per individuare le tappe fondamentali della transizione.

Il primo passo viene definito introspezione e riguarda la presa di coscienza della persona, il dialogo profondo con se stessi rispetto al disagio che percepisce nel proprio corpo. Autonomamente o attraverso associazioni, si arriva poi al contatto con i professionisti: psicologi/psichiatri che porteranno la persona a capirsi meglio o la affiancheranno direttamente nell’ottenimento di terapie ormonali o chirurgiche. Il colloquio di tipo psicologico è una fase fondamentale e imprescindibile. Segue un percorso psicologico vero e proprio, utile non soltanto per formulare una diagnosi effettiva ma anche come supporto durante tutti i momenti difficili del percorso, fino alla riconversione chirurgica o oltre. Un’eventuale visita psichiatrica, intanto, può accertare l’inesistenza di problematiche psichiatriche.

Solitamente dopo i primi 6 mesi di percorso psicologico si valuta la possibilità di autorizzare una terapia ormonale, d’accordo con l’endocrinologo. L’inizio della terapia e i suoi effetti sono preziosi per la persona perché la aiutano a prendere ulteriore consapevolezza del percorso intrapreso. Ricordiamo che la terapia durerà per tutta la vita, qualsiasi incertezza va valutata per comprendere se il percorso proseguirà; le prime fasi sono quindi cruciali, se il percorso di transizione non è ciò che la persona effettivamente desidera può comunque contare sul fatto che la terapia, per un periodo limitato, è reversibile.

Lo step successivo va sotto il nome di “test di vita reale“: la persona, sempre col supporto psicologico e in genere contestualmente all’inizio della terapia ormonale, inizia a vivere la quotidianità come persona del sesso a cui sente di appartenere. Anche questo step è fortemente auto-diagnostico ed è fondamentale per capire se davvero vivere nel genere scelto è quanto desiderato e ciò che fa sentire la persona a proprio agio.

La persona che desidera sottoporsi all’intervento di riconversione chirurgica del sesso e/o alla rettifica dei dati anagrafici riceve le relazioni dai professionisti che l’hanno seguita, con le quali potrà rivolgersi al Tribunale per richiedere le autorizzazioni. Sarà un giudice con sentenza a decidere.

Nel 2015 la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale hanno emesso due sentenze che hanno eliminato l’obbligatorietà dell’intervento chirurgico ai fini della rettifica anagrafica: la persona attualmente può quindi richiedere, in un’unica fase congiunta, entrambe le autorizzazioni, contrariamente a quanto avveniva fino a quel momento. Un enorme passo avanti verso il diritto all’autodeterminazione, che svincola la persona dal doversi necessariamente sottoporre a un intervento chirurgico, a volte neppure desiderato, prima di vedere riconosciuta la propria identità sui documenti. E, al tempo stesso, in questo modo, si evita che trascorrano anni prima della rettifica, visto che le liste d’attesa per le operazioni sono spesso lunghe.

Leggi anche: I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio

Immagine di copertina: Armando Tondo

Clima, Fiat tra le industrie auto che frenano le politiche green

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 16:00

Le case automobilistiche di tutto il mondo sono tra i principali oppositori delle azioni volte a combattere la crisi climatica globale, di fatto ritardando la transizione verso l’elettrificazione del settore trasporti che da solo risucchia un’enorme percentuale della domanda di petrolio a livello globale. Lo rivela un’analisi esclusiva realizzata per The Guardian da InfluenceMap, un gruppo di ricerca indipendente, nell’ambito del progetto Polluters. Negli ultimi quattro anni, a margine delle dichiarazioni volte a sostenere le iniziative per il clima, le case automobilistiche hanno iniziato a investire milioni di dollari in sforzi di lobbying per contrastare i tentativi di trovare soluzioni al riscaldamento globale.

La ricerca ha rivelato che dal 2015 Fiat Chrysler, Ford, Daimler, BMW, Toyota e General Motors sono stati tra i più forti oppositori alle normative per aiutare i governi a raggiungere il limite di riscaldamento di 1,5 °C fissato dall’Accordo di Parigi. Da allora, secondo il rapporto, le pressioni esercitate dall’industria automobilistica negli Stati Uniti e in Europa hanno tentato di bloccare, ritardare e vanificare le iniziative volte a regolare e ridurre le emissioni del settore dei trasporti, responsabile del 15% delle emissioni mondiali di gas serra, e rallentare il passaggio ai veicoli elettrici.

Fiat Chrysler è classificata come tra le più contrarie alle normative e alle iniziative sul cambiamento climatico. Insieme a General Motors e Ford, Fiat Chrysler si è rivelata essere un “attore chiave” nell’indebolimento degli standard statunitensi, noti come standard CAFE (Corporate average fuel economy), entrati in vigore durante la presidenza Obama, con l’obiettivo di arrivare al raddoppio del consumo di carburante dei veicoli. La revisione degli standard CAFE in tal senso è stata effettivamente avviata, con il benestare di Trump, nel 2018, rendendo molto più difficile per gli Stati Uniti il rispetto dell’Accordo di Parigi.  

In Europa, attraverso l’ACEA (Associazione europea dei costruttori automobilistici) e la VDA (Associazione tedesca dell’industria automobilistica), l’industria automobilistica ha costantemente cercato di contrastare i nuovi standard di emissione di CO2 per i nuovi veicoli fissati al 2021 e dal 2021 al 2030, nell’ambito del pacchetto UE sulla mobilità pulita. Secondo tali misure, le emissioni medie delle nuove auto prodotte devono essere di 95 g/km entro il 2021, pena l’applicazione di sanzioni di 95€ per g/km, per auto, per le aziende automobilistiche che non raggiungono tali obiettivi. Ma i dati provenienti dall’osservatorio ambientale dell’UE mostrano che l’industria automobilistica è lontana dall’obiettivo. Le emissioni di CO2 delle nuove auto sono aumentate nel 2018 dell’1,6% arrivando a 120,4 g/km. Questo aumento ha coinciso con le crescenti vendite in Europa di SUV, che producono emissioni più elevate.

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Clima: decreto all’italiana, cerchiobottista e timido, a tratti utile

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 14:30

La prima critica riguarda il peso economico. L’Italia, a fronte di un tema che la scienza ci descrive come urgentissimo e molto grave, stanzia 450 milioni per il suo decreto clima: il governo tedesco, nonostante il serio rischio recessione, ha stanziato 50 miliardi. Tutti soldi, quelli italiani, presi dalle “aste verdi”, ovvero il sistema di scambio delle emissioni di gas serra nella Ue, il cosiddetto European Trading Scheme. “Si tratta di fondi rigenerabili perché ogni anno ce ne sono sempre di più da mettere a disposizione, quindi le misure si autofinanzieranno negli anni e se il provvedimento gira, le risorse possono crescere come finanziamento in modo automatico. Dalle analisi e previsioni che abbiamo fatto dovrebbe girare bene”, ha spiegato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa subito dopo l’uscita dal Consiglio dei ministri, dove il decreto è stato approvato a seguito di una lunga discussione.

Costa e Di Maio esultano: “stanziati 450 milioni, è il primo atto del “green new deal”. Ma sui fossili – vero nodo italiano – ci penserà qualcun altro: il tema è rinviato a quando ci saranno magari altri a dover sostenere il contrattacco dell’industria italiana, e delle sue lobby e dei suoi voti. Confindustria riesce comunque, incredibilmente, a commentare che non c’è stato confronto. Mentre le associazioni ambientaliste gridano: è poco.

Greenpeace ha fatto sapere che il decreto clima «inciderà davvero molto poco sulla lotta all’emergenza climatica in corso, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali. A partire da una seria svolta pro-rinnovabili e da una drastica rimodulazione dei sussidi ai combustibili fossili». Per Angelo Bonelli dei Verdi «il decreto clima approvato oggi è un accrocchio di norme, alcune insignificanti, messe insieme per dare un titolo e fare finta di occuparsi seriamente dei cambiamenti climatici». Forse troppo severi, diciamo che il decreto si posiziona bene, all’interno della nostra tradizionale mancanza di coraggio. È un decreto cerchiobottista, un po’ come tutti i decreti, ne vada di mezzo il futuro della scuola, o il futuro dell’umanità.

Bonus mobilità 

Incentivi alla rottamazione delle auto fino alla classe euro 3, per un massimo di 1500 euro, e per i motocicli euro 2 e euro 3 a due tempi per un massimo di 500 euro fino al 2021. Il bonus potrà essere utilizzato però anche per l’acquisto di abbonamenti ai mezzi pubblici, servizi green e bici, anche a pedalata assistita. E questa ci sembra una novità interessante. Gli incentivi alla rottamazione dei mezzi più inquinanti, in tutto 255 milioni di euro che confluiranno nell’apposito fondo “Programma sperimentale buono mobilità”, sono destinati però solo ai Comuni sopra i 100mila abitanti, o comunque alle aree sottoposte a infrazione europea per la qualità dell’aria, circa 25 milioni di italiani.

Tpl ed eco-scuolabus

Per creare o ammodernare corsie preferenziali nelle città, si dedicano 40 milioni di euro ai Comuni. Altri 20 milioni di euro serviranno a realizzare o migliorare il trasporto scolastico per le scuole elementari e medie con mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a euro 6, immatricolati dal primo settembre di quest’anno.

Green corner

20 milioni di euro a quei commercianti (5mila euro a ogni negozio) che realizzeranno un green corner per i prodotti sfusi o alla spina, allo scopo di eliminare i contenitori monouso. L’incentivo vale fino a esaurimento fondi, fino al 2021.

Riforestazione e bonifiche

Infine 30 milioni serviranno per creare foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane. Vengono aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque, per risolvere il problema storico delle infrazioni ambientali. Infine l’Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale, realizzerà un database pubblico per la trasparenza dei dati ambientali, con un milione e mezzo di euro a disposizione. 

In arrivo anche “un piano per far rinascere le case e i quartieri delle nostre città”, ha scritto in un tweet la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli. Il Governo infatti rimanda alla prossima legge di bilancio anche un piano per “migliorare la qualità dell’abitare, con la rigenerazione degli edifici, il sostegno alle famiglie in affitto, i cantieri nei piccoli comuni”.

Cannabis light: il nuovo trend è la consegna a domicilio

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 13:00

Basta un click, e il gioco è fatto. Il nuovo trend per la vendita della cannabis legale ora è attraverso il web: si ordina con un semplice click da pc o smartphone, proprio come accade per ordinare una pizza o un hamburger, e nel giro al massimo di un’ora ci si vede recapitare il prodotto scelto (infiorescenze, semi, oli, caramelle) direttamente a casa, in modo completamente anonimo.

La consegna a domicilio di cannabis light e prodotti derivati ha ormai preso il ritmo a Milano e Roma, dove i siti che offrono il servizio sono diversi e riescono a recapitare l’ordine all’indirizzo indicato in un arco di tempo che varia tra mezz’ora e un’ora, e in alcuni casi senza spese di consegna. Il servizio è presente anche in altre città come Bologna e Palermo. Per il resto d’Italia il recapito dei prodotti viene garantito, per ora, entro le 24 ore successive all’ordine.

Leggi anche: Cannabis light, come è nato il fenomeno dell’erba che non sballa

Il primo cannabis cafe negli Stati Uniti

E mentre in Italia la cannabis legale si ordina da casa, in California a Los Angeles all’inizio del mese ha aperto il primo Cannabis cafe degli Stati Uniti, il Lowell Cafe, nel quartiere West Hollywood, nella zona universitaria e serve cibo, bevande, caffè, cannabis da fumare e altri prodotti ‘all natural’ a base della pianta.

La California ha legalizzato l’uso ‘ricreazionale’ della cannabis tre anni fa, nel novembre 2016. A Los Angeles la cannabis è molto popolare anche nei trattamenti di bellezza, e a fine settembre si è svolto il congresso mondiale della cosmetica di questo settore in ascesa. 

Leggi anche: Più cannabis shop, meno mercato nero: la canapa light nuoce alla criminalità organizzata

“We are watching”: le nostre facce sulla bandiera in difesa del clima

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 12:00

«Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio»: parole di Greta Thunberg ai leader mondiali al vertice ONU di New York. E la promessa sarà mantenuta. Simbolicamente, nel caso che raccontiamo, ma anche i simboli possono avere il loro peso. E per vedere di cosa si tratta, facciamo un passo indietro.

Cos’è la CAP25

La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, ratificata da più di 50 Paesi, stabilisce che le parti si incontrino una volta all’anno per fare il punto su cambiamenti climatici: quest’anno la 25. Conferenza sul climate change (COP 25) avrà sede a Santiago del Cile dal 2 al 13 dicembre 2019.

E in quell’occasione verrà esposta un’enorme bandiera nella quale è rappresentato un occhio formato da migliaia di immagini inviate da tutto il mondo.

«Be the eyes of the world»

Sii gli occhi del mondo” è lo slogan scelto per la campagna con lo scopo di raccogliere selfie per comporre un gigantesco mosaico.
L’urgenza di decisioni a salvaguardia del futuro nostro e del nostro pianeta è ormai sotto gli occhi (è proprio il caso di dirlo), 7 miliardi e mezzo di persone attendono le decisioni che i grandi della terra vorranno prendere. E il grande occhio composto dai visi di migliaia di donne e uomini sta proprio a indicare che a partire da oggi: #wearewatching

Come partecipare

È sufficiente andare sul sito https://www.wearewatching.org e caricare la propria immagine: la scadenza per essere sulla bandiera a COP25 è il 12 ottobre, ma le foto continueranno ad essere raccolte anche successivamente a questa data.

Il sito ha già raccolto migliaia di foto, e il “grande occhio” è in continuo aggiornamento: l’effetto, come dimostra l’immagine pubblicata in copertina, è assolutamente suggestivo.

Premio Nobel per la Letteratura a Olga Tokarczuk e Peter Handke

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 10:24

Sono mitteleuropei i due premi Nobel che l’Accademia di Svezia ha assegnato quest’anno coprendo il vuoto lasciato l’anno scorso, sospeso a causa dello scandalo sessuale che aveva investito il marito di una giurata.

Olga Tokarczuk

È una scrittrice polacca e la motivazione del Premio recita “Per aver immaginato una narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita” e riceve il premio per il 2018. Praticamente sconosciuta in Italia dove sono stati pubblicate solo tre opere – Vagabondi (2018, Bompiani); Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli (1996, E/O poi Nottetempo); Casa di giorno, casa di notte (Farenheit 451, 1998); Che Guevara e altri racconti (Forum, 2006) – Olga è molto famosa nel suo Paese anche per essere un’attivista politica fortemente in contrasto con i governi nazionalistico-conservatori, Nel 2914 ha pubblicato un romanzo sulla storia ebraica del XVIII secolo che ha scatenato un acceso dibattito tra gli storici.

Peter Handke

È austriaco, premiato per “La straordinaria attenzione ai paesaggi e alla presenza materiale del mondo, che ha reso il cinema e la pittura due delle sue maggiori fonti di ispirazione”.

Autore di tanti romanzi, saggi e testi teatrali (la maggior parte tradotti anche in Italia), Handke ha firmato la sceneggiatura di alcuni film con il regista Wim Wenders, tra cui spicca Il cielo sopra Berlino (1987).

Curioso il fatto che  l’autore austriaco sia un contestatore del Nobel, famosa la sua dichiarazione del 2014 in occasione dell’assegnazione al francese Patrick Modiano, dopo aver riconosciuto la grandezza del collega ha affermato che «Il Premio Nobel andrebbe finalmente abolito» perché porta «Un momento di attenzione, nelle pagine dei giornali, ma per la lettura non porta nulla».

Dobbiamo ammettere che i membri dell’Accademia hanno un bel senso dell’umorismo.

I 10 migliori Film di sempre su Giornalismo

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 10:00

La prima volta è stato un corto del muto con Charlie Chaplin non ancora Charlot. Da allora redazioni, fotografi, giornalisti con taccuino fino a quelli con computer portatile sono una costante della Settima arte. Questa la mia personale top ten dei film sui giornalisti, molto condizionata dai miei trent’anni di redazione con molte parti in commedia

PRIMA PAGINA di Billy Wilder – 1974

In prima posizione una commedia frizzante e divertente che contiene tutti i topos del giornalismo novecentesco.
Anni Trenta. Jack Lemmon interpreta un famoso giornalista di Chicago che, a causa delle nozze con Penny Grant, sta meditando di lasciare la professione. Il suo direttore Walter Matthau non intende privarsene. Un anarchico innocente condannato alla sedia elettrica è l’intreccio perfetto tratto da una fortunata commedia teatrale di Ben Hacht già in precedenza sfruttata due volte dal cinema. Billy Wilder come Hacht aveva frequentato le redazioni. Quando la pièce arrivava al successo in America, lui a Berlino si occupava di raccontare le signore sole dei bar ma anche i fatti di cronaca nera rubando foto del morto ai familiari. Esattamente come dice Lemmon nel suo film e come hanno narrato i più grandi giornalisti che hanno avuto questo tipo di gavetta. 

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE di Alan J Pakula, 1976 

Bob Woodward e Carl Bernstein, i cronisti del celebre scoop, con campagna sostenuta da direttore e proprietà che costringerà alle dimissioni il presidente degli Stati Uniti Nixon per il caso Watergate, partecipano alla sceneggiatura di un film idolatrato da tutti i giornalisti d’inchiesta che vogliono mettere in scacco le menzogne del potere dominante. Ma tutto il pubblico fu conquistato da Robert Redford e Dustin Hoffman nei perfetti panni dei due reporter che hanno meglio santificato la libertà di stampa americana. Il film mostra con spettacolarità la ricerca del riscontro infinito anche quando hai una fonte del livello di Gola Profonda, pseudonimo tratto da un celebre film porno dell’epoca. 

QUARTO POTERE di Orson Welles, 1941

Opera prima di uno dei più grandi geni del cinema che realizza uno dei più grandi film della storia del cinema.
“Citizen Kane” è ispirato, tanto da riceverne il boicottaggio, alle vicende e alla vita dell’editore Hearst e ai suoi giornali popolari molto poco imparziali. Fortunatissima la traduzione del titolo italiano “Quarto potere” che riprende la definizione del politologo inglese Burke immettendola nel linguaggio popolare grazie al film di Orson Welles.

THE POST di Steven Spielberg, 2018

Nel 1971 l’editrice del Washington Post, Katharine Graham, e il redattore Ben Bradlee rischiano le proprie carriere e la libertà rendendo pubbliche le malefatte dei governi retti da quattro presidenti degli Stati Uniti. Quando i praticanti e i ragazzini venivano mandati a marcare gli avversari perché avevano già lo spirito di squadra e il sacro fuoco. Quando avevi il pacco con le carte secretate dello scoop e il cuore ti batteva forte come a un tavolo di poker. Quando lo scoop era della tua testata e andavi in rotativa aspettando i camioncini che partissero per le edicole. Un grande omaggio ai quotidiani di carta.

ASSO NELLA MANICA di Billy Wilder, 1951

Billy Wilder (ancora lui) realizza un capolavoro non compreso da pubblico e critica perché troppo anticipatorio sulla distorsione dei media. Il film è “Asso nella manica” ma verrà successivamente ribattezzato “The big carnival”, una sorta di profezia sul circo mediatico.
Charles Chuck Tatum – uno strepitoso Kirk Douglas – è un giornalista privo di scrupoli, che a causa dei suoi vizi (è un forte bevitore e un donnaiolo) viene licenziato dai più prestigiosi quotidiani di New York, Chicago e Detroit. Va in provincia a sfrutta a proprio vantaggio il caso di un uomo nel pozzo.

LA DOLCE VITA di Federico Fellini, 1960  

Capolavoro assoluto della storia del cinema. Il giornalista Marcello Rubini è un monumentale Mastroianni testimone e complice di un mondo caotico e volgare, cinico, privo di valori e soprattutto minato da un’insopportabile noia di vivere. Tra lavoro e non lavoro è il Virgilio della Roma del boom. Miracoli, tragedie familiari, gossip da spettacolo e grande celebrazione di via Veneto destinata a gloria eterna. Il personaggio del fotografo Paparazzo diventa toponimo della professione. Ha ispirato in forma non dichiarata “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. 

UNA VITA DIFFICILE di Dino Risi, 1961  

Dino Risi racconta l’odissea di Silvio Magnozzi rendendola metafora della storia italiana, dal dopoguerra al boom. Partigiano che non si laurea e diventa giornalista comunista. Fa le pulci a un commendatore traffichino che lo compra al suo servizio. Magnozzi, uno strepitoso Alberto Sordi, accetta per recuperare il rapporto con la moglie, interpretata da Lea Massari. Indimenticabile finale. Party della Roma bene con schiaffone al suo editore.

FORTAPASC di Marco Risi, 2009

Biopic di Giancarlo Siani, giovane giornalista abusivo che tra Torre Annunziata e Napoli racconta con precisione la camorra pagandone inconsapevolmente il prezzo con un omicidio deciso dai clan. La passione del mestiere di chi è cronista per strada. Il giornalista “giornalista”, ben diverso dal passacarte che vede nel mestiere un modo per evitare il lavoro normale. Puntuale nella ricostruzione dei fatti e nell’ambientazione d’epoca. Ha contribuito a far entrare Siani nell’immaginario collettivo. 

URLA DAL SILENZIO di Roland Joffè, 1984

Vincitore di tre Oscar. Sydney Schanberg, giornalista del “New York Times” viene mandato nel 1972 in Cambogia, per seguire la guerra tra i Kmer rossi e il governo di Lan Nol e là si avvale del dottor Dith Pran (un laureato in chirurgia), come guida e interprete. Una storia vera, eroica e commovente, realizzata dallo storico produttore dei film di Woody Allen. La barbarie della guerra e dei campi di rieducazione attorno all’amicizia professionale. Il film che ha meglio raccontato l’epica dura dei grandi inviati di guerra. 

L’ULTIMA MINACCIA di Richard Brooks, 1952

Humphrey Bogart in forma smagliante nel ruolo del direttore che con il suo quotidiano conduce una campagna contro un gruppo di affaristi disonesti. I proprietari del giornale decidono di vendere. Il direttore si oppone e continua, improvvisandosi all’occorrenza anche detective per smascherare i truffatori. Alla fine la spunta: i colpevoli sono arrestati e il suo giornale continuerà le pubblicazioni. Nel finale Bogart dice al gangster – che al telefono ascolta il rumore della rotativa – la celebre battuta «È la stampa bellezza, la stampa, e tu non puoi farci niente, niente».

Può fare qualcosa la cultura per i cambiamenti climatici? La risposta è sì

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 07:00

Il clima è cultura” afferma David Buckland nella rivista Nature Climate Change, ovvero i cambiamenti climatici non sono solo una responsabilità scientifica, ma sono soprattutto una responsabilità culturale. E la cultura comprende tutto: dalla politica, all’economia, all’educazione, ai sistemi valoriali, alla costruzione identitaria degli individui.

Se la cultura è il segno umano sul mondo, è l’ingegno che si eleva a creazione, il cambiamento climatico è, ad oggi, la minaccia più concreta alla nostra sopravvivenza e, dunque, anche all’esistenza di un qualcosa da raccontare.

La cultura ha un grandissimo potenziale per mobilitare la popolazione mondiale: se si guarda alle opere che riguardano il cambiamento climatico, il pensiero va immediatamente al contesto pittorico o scultoreo, oppure ai documentari in cui personaggi di spicco tentano di rendere la minaccia “visibile”, per fornire uno stimolo a fare qualcosa da subito.

Le arte visive infatti sono di per sé esplicative, e possono avere grande influenza sul pubblico: un film, un murale, una scultura suscita certamente emozioni immediate nei confronti dell’ambiente, molto più di quanto potrebbe fare un articolo o un’opera letteraria. C’è il problema semmai che lo stimolo, se non ci si prende il tempo necessario per ragionare, come accade per l’eccitamento temporaneo generato da una narrazione che ci attrae, svanisca non appena questo viene meno, perché il fruitore non ha il tempo materiale per fare propri i temi trattati.

Per questo la cultura diventa importante nella sua interezza, perché attraverso canali di comunicazione diversi il messaggio necessario alla protezione dell’ambiente possa giungere in maniera indiretta ed efficace al passo successivo che è l’azione. Deve poter creare quelle coscienze, quelle consapevolezze, che sono base fertile per poter generare azioni concrete, nel senso della produzione positiva (aziende che producono con minori impatti e meno consumi, imprese che generano meno rifiuti) o nella riduzione negativa (i cittadini stessi che, più consapevoli, differenziano bene i rifiuti, consumano meno acqua, comprano prodotti durevoli, ecc.).

Famosi e molto belli sono i murali dell’artista e writer inglese Banksy sulle tematiche ambientali, un artista che sempre stupisce per creatività e immaginazione. Uno dei più recenti è stato realizzato in una città del Galles e rappresenta, all’apparenza, un bambino che gioca e si diverte sotto i fiocchi di neve. In realtà, non si tratta di fiocchi di neve e a svelarlo ci pensa lo stesso video di Banksy pubblicato su Instagram: girando l’angolo si vede un bidone dove brucia spazzatura che sparge ceneri nell’aria.

Banksy e il ruolo della street art nella comunicazione ambientale

Come molto bello è anche il suo video uscito nel giugno di quest’anno, dove è registrata la performance di una esposizione in un vicolo i cui quadri compositi raffigurano una nave da crociera e l’allontanamento – in sincronia temporale con il quadro esposto – di una nave sullo sfondo nel bacino di San Marco. Tutto questo per denunciare la presenza e l’eccessiva vicinanza delle grandi navi a un contesto così “delicato”.

Un artista che si prodiga per l’ambiente producendo documentari e donando fondi per tante cause, non ultima l’Amazzonia in fiamme, è Leonardo di Caprio.

In un documentario del 2016, Punto di non ritorno, ha dialogato con le più importanti personalità del pianeta sul cambiamento climatico che sta colpendo la Terra. L’ultimo documentario uscito, sempre prodotto da Di Caprio, è Ice on fire. Questo si focalizza invece sulla ricerca scientifica in atto e sulle possibili soluzioni pensate per rallentare la crescente crisi ambientale, ridurre il carbonio in atmosfera e far diminuire la crescita delle temperature.

Before the Flood.INDONESIA- Leonardo with Orangutans in the Leuser Ecosystem…For two years, Leonardo DiCaprio has criss-crossed the planet in his role as UN messenger of Peace on Climate Change. This film, executive produced by Brett Ratner and Martin Scorsese, follows that journey to find both the crisis points and the solutions to this existential threat to human species. .© 2016 RatPac Documentary Films, LLC and Greenhour Corporation, Inc…All rights reserved.

Le installazioni temporanee sui temi ambientali sono sempre più numerose; balene a grandezza reale e anche molto più grandi, piene di plastica – realizzate da vari artisti in tutto il mondo – sono comparse negli ultimi anni sulle spiagge. Questo perché tanti, tantissimi, sono stati i ritrovamenti di balene o altri cetacei, tartarughe marine e altri pesci di maggiori dimensioni, morti per aver ingerito plastica.

Quest’anno i ricercatori hanno scoperto quasi 40 chili di plastica nello stomaco di un giovane zifio (un tipo di cetaceo) trovato morto nel Golfo di Davao nelle Filippine. 16 sacchetti di riso, pacchetti di merendine e grovigli di filo di nylon. I rifiuti di plastica erano così compressi all’interno dello stomaco della balena morta, che gli hanno occluso lo stomaco, causandone la morte per fame e disidratazione.

Questi mammiferi assorbono infatti l’acqua dal cibo che mangiano e nel suo intestino non c’era traccia di cibo assunto di recente. Il corpo si stava letteralmente macerando dall’interno. E questi ritrovamenti si sono succeduti e sono sempre più frequenti. Da questi episodi tanti artisti, sensibili a questi temi, hanno preso ispirazione e si sono mobilitati per la salute del mare.

Un mese dopo il ritrovamento dello zifio nelle Filippine, davanti a Cultural Center of the Philippines, a Pasay City, è comparsa l’istallazione artistica chiamata “Cry of the dead whale“, ovvero “Il pianto della balena morta“; una scultura creata da Biboy Royong, che è lunga quasi 24 metri e mira proprio a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso della plastica.

Per citarne un’altra, sempre imponente: l’opera creata da Studiokca, uno studio di architettura e design di Brooklyn messa in mostra alla Triennale di Bruges, Francia nel 2018.  La balena scultorea, alta più di un edificio di quattro piani, era composta da più di cinque tonnellate di plastica, tutta raccolta nell’oceano Pacifico, per ricordare i 150 milioni di tonnellate di plastica che oggi inquinano gli oceani.

fonte: https://www.wired.it/lifestyle/design/2018/07/07/balena-plastica-oceano/

Quello a cui la cultura dovrebbe mirare è certamente il passaggio da una società del consumo ad una società basata sull’espressione culturale che usa tutte le sue forme e possibilità per ridurre gli impatti dell’uomo sull’ambiente. Perché dalla coscienza matura si passi all’agire, in ognuno di noi.

Altre fonti:

https://www.artwave.it/cultura/cultura-e-cambiamento-climatico-puo-larte-venire-in-soccorso-allambiente/
https://www.nature.com/articles/nclimate1420
https://www.carlocarraro.org/argomenti/cambiamento-climatico/il-clima-e-cultura/
https://www.lifegate.it/persone/news/scultura-balena-plastica

Immagine di copertina: Armando Tondo

Giornata mondiale della salute mentale: depressione in aumento

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 16:00

Le malattie mentali sono la principale causa di morte, disabilità e impatto economico al mondo, e sono molto più frequenti di quanto si possa pensare. Per questo “i disturbi mentali dovrebbero essere considerati la principale sfida per la salute globale del XXI secolo”, spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia. Perché non può esserci salute senza salute mentale. Eppure ancora oggi questi disagi vengono spesso taciuti, tenuti nascosti, tanto da chi ne soffre quanto dai familiari, per paura dello stigma sociale. Proprio per aumentare la conoscenza di questi disturbi e sensibilizzare all’importanza del parlarne e del chiedere aiuto si celebra oggi la Giornata mondiale della salute mentale.

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Depressione in aumento

Tra i disturbi mentali la depressione è uno dei più diffusi ed è in aumento – a oggi coinvolge circa 300 milioni di persone, il 20% in più che nel 2005 – tanto da essere riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come la prima causa di disabilità a livello globale (fino a 20 anni fa occupava il quarto posto).

In Italia interessa 3 milioni di persone, di cui 2 milioni donne, e ancora oggi spesso non viene trattata adeguatamente: a fronte di un milione di persone che soffre di disturbo depressivo maggiore (depressione maggiore o unipolare), solo la metà viene trattata correttamente e tempestivamente. Con conseguenze che possono essere anche molto gravi, come il suicidio. Per questo la comunità scientifica chiede di non abbassare la guardia, di non aver paura di parlarne, di confrontarsi e di chiedere aiuto. 

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Prevenire il suicidio

Proprio alla prevenzione del suicidio è dedicata la giornata mondiale della salute mentale di quest’anno. Un atto estremo che può riguardare chi soffre di depressione maggiore – se non trattata correttamente questa patologia è associata a un’elevata mortalità, stimata intorno al 15% – oltre che persone con disturbi dell’umore: si calcola infatti che una su tre tentare di togliersi la vita almeno una volta nell’arco della vita.