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Turchia: il biasimo internazionale potrà fermare Erdogan?

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 06:55

Sono passati 3 giorni da quando, il 9 ottobre scorso, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dato il via all’offensiva militare contro i combattenti curdi nel nord-est della Siria.

Obiettivo di Ankara: creare una “zona cuscinetto” nel nordest della Siria, dove sono presenti le milizie dell’Ypg, le unità combattenti di protezione popolare curde, considerate dal governo turco alla stregua dei gruppi terroristici del PKK.

La violenza degli scontri non si è fatta attendere e le notizie che giungono ai media in queste ultime ore parlano di drammi: e non solo per la popolazione – come sempre prima vittima innocente di questo genere di offensive – ma anche per la sicurezza internazionale, vista la recrudescenza degli attentati dell’ISIS, che sta approfittando del caos per riorganizzarsi.

Le reazioni internazionali: USA

La prima reazione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stata a dir poco sconcertante: dopo la discussa decisione di ritirare le truppe americane di stanza al confine tra Siria e Turchia, abbandonando così il popolo curdo – fondamentale alleato nella battaglia contro l’Isis – al destino a cui stiamo assistendo, ha dichiarato che ”I curdi non ci hanno aiutato durante la Seconda guerra mondiale. Non ci hanno aiutato in Normandia, ad esempio”. Per chi fosse indeciso se ridere o piangere consigliamo la prima ipotesi, e la lettura del “Caffè” di Massimo Gramellini pubblicato ieri su Il Corriere della Sera.
Il Governo e lo stesso Partito Repubblicano hanno inizialmente – se pur con poco entusiasmo – appoggiato la linea del presidente, che dovendo scegliere tra i curdi e la Turchia privilegia l’alleanza con quest’ultima, paese membro della NATO. Ma l’inasprimento del conflitto di queste ultime ore ha portato il Pentagono a “incoraggiare fortemente” la Turchia a porre fine alle azioni militari, mentre il Congresso americano, per voce della repubblicana Liz Cheney – da sempre vicina a Trump – ha dichiarato che nei prossimi giorni verrà presentata una legge per imporre severe sanzioni commerciali alla Turchia.

L’Europa …

Quella delle sanzioni è una possibilità ventilata anche dall’Europa: la viceministra per gli Affari europei francese, Amelie de Montchalin, dopo aver dichiarato che “non si può rimanere impotenti di fronte a una situazione scioccante per i civili e per le forze siriane – per 5 anni al fianco della coalizione anti-Isis – ma soprattutto per la stabilità della regione” ha aggiunto che la prossima settimana l’Unione Europea porterà la questione “sanzioni” al vaglio del Consiglio europeo.
Considerata cinica e vergognosa la minaccia di Erdogan di aprire le frontiere e spedire in Europa  3,6 milioni di migranti qualora l’Ue voglia insistere a considerare l’operazione “Fonte di pace” come un’invasione, l’Europa non intende comunque tralasciare le vie della diplomazia. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha infatti affermato che l’Eu non accetterà che “i rifugiati siano usati come arma per ricattarci”, e che “le minacce del presidente Erdogan sono completamente fuori posto”: l’operazione unilaterale della Turchia “si deve fermare”, la situazione va risolta “attraverso canali politici e diplomatici”.

… E l’Italia

Dal 2002 a oggi il governo Turco ha incassato oltre 15 miliardi di euro dall’Unione europea sia per bloccare il flusso di profughi verso il vecchio continente sia sotto forma di aiuti umanitari e industriali più o meno mascherati.
La questione dei finanziamenti è stata ricordata dal premier Giuseppe Conte che ha dichiarato che al prossimo Consiglio europeo insisterà affinché l’Ue non accetti il ricatto della Turchia sulla questione dell’accoglienza dei profughi siriani. Ha inoltre aggiunto che “l’iniziativa militare deve cessare immediatamente: l’Ue e tutta la comunità internazionale dovranno parlare con una sola voce“.

Le voci si alzano, sì, e speriamo non invano. Intanto, mentre si attende che vengano ascoltate, si parla di durissime repressioni del dissenso interno turco perché sarebbe connivente con il terrorismo.

E soprattutto, mentre si attende che sanzioni e diplomazia facciano il loro corso, l’effetto di “Fonte di pace” sono a oggi 100mila sfollati (Fonte ONU), vittime tra i civili e i soldati, persone in fuga, scuole trasformate in presidi militari e ospedali costretti a chiudere.

Come si fa a cambiare sesso

People For Planet - Sab, 10/12/2019 - 06:00

In Italia la possibilità di cambiare sesso con una conseguente riattribuzione chirurgica e anagrafica è sancita e regolata dalla legge n. 164 del 1982 e dal D.Lgs. n. 150 del 11. La legge del 1982 recita così all’art.1:

“La rettificazione si fa in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”.

Si tratta di una legge chiave, perché sancisce il diritto all’identità personale: tramite sentenza del tribunale vengono autorizzati i trattamenti medico-chirurgici finalizzati al cambiamento di sesso: prima di allora a prevalere non era il diritto all’identità personale bensì il principio della immodificabilità dell’atto di nascita. Il decreto del 2011 precisa che è sempre il tribunale a poter rilasciare l’autorizzazione al trattamento per l’adeguamento degli organi genitali. Ma prima di addentrarci nella procedura per cambiare sesso, un piccolo dizionario per orientarsi.

L’importanza di una corretta terminologia

L’identità di genere di una persona risponde alla domanda “chi sono?” e fa riferimento al genere a cui una persona sente di appartenere. L’acquisizione dell’identità di genere avviene generalmente intorno al quarto anno di vita e, nella grande maggioranza dei casi, l’identità percepita coincide con il sesso biologico. Può capitare però che tra i due ci sia una discrepanza, in questo caso si parla di persone transessuali e/o transgender.

Per “persona transessuale” si fa riferimento a un individuo che sente di appartenere al genere opposto rispetto a quello di nascita e, quindi, avverte l’esigenza di modificare il proprio aspetto e/o la propria espressione di genere accordandoli alla propria interiorità, seguendo un percorso di transizione MtF – Male to Female, o FtM – Female to Male. “Transgender” è invece un termine ombrello, spesso usato sia in riferimento a individui ftm o mtf, sia per indicare quelle persone, “non binary”, che si percepiscono come appartenenti a entrambi i generi o a un cosiddetto “terzo genere” neutro.

L’orientamento sessuale è un argomento a parte, risponde alla domanda “per chi provo attrazione?” Donne e uomini transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali.

È abbastanza semplice comprendere che dalla non coincidenza tra vissuto interiore e aspetto esteriore scaturiscano un profondo senso di disagio e insicurezza, che possono sfociare nella decisione di intraprendere un percorso di transizione. Questo disagio viene definito in termini medici “disforia di genere” (DSM-V), mentreprecedentemente si parlava di “disturbo dell’identità di genere”. 

Il 2018 ha rappresentato un anno chiave per le persone trans, poiché l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso definitivamente la disforia di genere dall’elenco delle patologie mentali. Nell’ ICD-11 si parla di “incongruenza di genere”, che è inserita in un capitolo relativo alle condizioni di salute sessuale.

Percorso, burocrazia e protocolli

Riportiamo, seguendo le informazioni dell’Onig (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere), una sintesi del percorso che potrebbe dover affrontare una persona transessuale. Il condizionale è d’obbligo: per ogni individuo il percorso è del tutto personale e cambiano anche le tempistiche, visto che entrano in gioco questioni burocratiche, e visto che ogni individuo affronta una terapia ormonale sostitutiva personalizzata; non tutti poi avvertono la necessità di un intervento chirurgico.

Il protocollo ONIG è quello maggiormente seguito in Italia. Esiste anche il protocollo WPATH  (World Professional Association for Transgender Health), seguito da un paio di strutture. La differenza, in estrema sintesi, riguarda il periodo minimo di 6 mesi di psicoterapia necessari ad accedere alla terapia ormonale, che nel protocollo internazionale non sono obbligatori e li prevedono solo se espressamente consigliati da uno psichiatra ma senza comunque una durata temporale minima.

Seguiamo allora il protocollo ONIG per individuare le tappe fondamentali della transizione.

Il primo passo viene definito introspezione e riguarda la presa di coscienza della persona, il dialogo profondo con se stessi rispetto al disagio che percepisce nel proprio corpo. Autonomamente o attraverso associazioni, si arriva poi al contatto con i professionisti: psicologi/psichiatri che porteranno la persona a capirsi meglio o la affiancheranno direttamente nell’ottenimento di terapie ormonali o chirurgiche. Il colloquio di tipo psicologico è una fase fondamentale e imprescindibile. Segue un percorso psicologico vero e proprio, utile non soltanto per formulare una diagnosi effettiva ma anche come supporto durante tutti i momenti difficili del percorso, fino alla riconversione chirurgica o oltre. Un’eventuale visita psichiatrica, intanto, può accertare l’inesistenza di problematiche psichiatriche.

Solitamente dopo i primi 6 mesi di percorso psicologico si valuta la possibilità di autorizzare una terapia ormonale, d’accordo con l’endocrinologo. L’inizio della terapia e i suoi effetti sono preziosi per la persona perché la aiutano a prendere ulteriore consapevolezza del percorso intrapreso. Ricordiamo che la terapia durerà per tutta la vita, qualsiasi incertezza va valutata per comprendere se il percorso proseguirà; le prime fasi sono quindi cruciali, se il percorso di transizione non è ciò che la persona effettivamente desidera può comunque contare sul fatto che la terapia, per un periodo limitato, è reversibile.

Lo step successivo va sotto il nome di “test di vita reale“: la persona, sempre col supporto psicologico e in genere contestualmente all’inizio della terapia ormonale, inizia a vivere la quotidianità come persona del sesso a cui sente di appartenere. Anche questo step è fortemente auto-diagnostico ed è fondamentale per capire se davvero vivere nel genere scelto è quanto desiderato e ciò che fa sentire la persona a proprio agio.

La persona che desidera sottoporsi all’intervento di riconversione chirurgica del sesso e/o alla rettifica dei dati anagrafici riceve le relazioni dai professionisti che l’hanno seguita, con le quali potrà rivolgersi al Tribunale per richiedere le autorizzazioni. Sarà un giudice con sentenza a decidere.

Nel 2015 la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale hanno emesso due sentenze che hanno eliminato l’obbligatorietà dell’intervento chirurgico ai fini della rettifica anagrafica: la persona attualmente può quindi richiedere, in un’unica fase congiunta, entrambe le autorizzazioni, contrariamente a quanto avveniva fino a quel momento. Un enorme passo avanti verso il diritto all’autodeterminazione, che svincola la persona dal doversi necessariamente sottoporre a un intervento chirurgico, a volte neppure desiderato, prima di vedere riconosciuta la propria identità sui documenti. E, al tempo stesso, in questo modo, si evita che trascorrano anni prima della rettifica, visto che le liste d’attesa per le operazioni sono spesso lunghe.

Leggi anche: I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio

Immagine di copertina: Armando Tondo

Clima, Fiat tra le industrie auto che frenano le politiche green

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 16:00

Le case automobilistiche di tutto il mondo sono tra i principali oppositori delle azioni volte a combattere la crisi climatica globale, di fatto ritardando la transizione verso l’elettrificazione del settore trasporti che da solo risucchia un’enorme percentuale della domanda di petrolio a livello globale. Lo rivela un’analisi esclusiva realizzata per The Guardian da InfluenceMap, un gruppo di ricerca indipendente, nell’ambito del progetto Polluters. Negli ultimi quattro anni, a margine delle dichiarazioni volte a sostenere le iniziative per il clima, le case automobilistiche hanno iniziato a investire milioni di dollari in sforzi di lobbying per contrastare i tentativi di trovare soluzioni al riscaldamento globale.

La ricerca ha rivelato che dal 2015 Fiat Chrysler, Ford, Daimler, BMW, Toyota e General Motors sono stati tra i più forti oppositori alle normative per aiutare i governi a raggiungere il limite di riscaldamento di 1,5 °C fissato dall’Accordo di Parigi. Da allora, secondo il rapporto, le pressioni esercitate dall’industria automobilistica negli Stati Uniti e in Europa hanno tentato di bloccare, ritardare e vanificare le iniziative volte a regolare e ridurre le emissioni del settore dei trasporti, responsabile del 15% delle emissioni mondiali di gas serra, e rallentare il passaggio ai veicoli elettrici.

Fiat Chrysler è classificata come tra le più contrarie alle normative e alle iniziative sul cambiamento climatico. Insieme a General Motors e Ford, Fiat Chrysler si è rivelata essere un “attore chiave” nell’indebolimento degli standard statunitensi, noti come standard CAFE (Corporate average fuel economy), entrati in vigore durante la presidenza Obama, con l’obiettivo di arrivare al raddoppio del consumo di carburante dei veicoli. La revisione degli standard CAFE in tal senso è stata effettivamente avviata, con il benestare di Trump, nel 2018, rendendo molto più difficile per gli Stati Uniti il rispetto dell’Accordo di Parigi.  

In Europa, attraverso l’ACEA (Associazione europea dei costruttori automobilistici) e la VDA (Associazione tedesca dell’industria automobilistica), l’industria automobilistica ha costantemente cercato di contrastare i nuovi standard di emissione di CO2 per i nuovi veicoli fissati al 2021 e dal 2021 al 2030, nell’ambito del pacchetto UE sulla mobilità pulita. Secondo tali misure, le emissioni medie delle nuove auto prodotte devono essere di 95 g/km entro il 2021, pena l’applicazione di sanzioni di 95€ per g/km, per auto, per le aziende automobilistiche che non raggiungono tali obiettivi. Ma i dati provenienti dall’osservatorio ambientale dell’UE mostrano che l’industria automobilistica è lontana dall’obiettivo. Le emissioni di CO2 delle nuove auto sono aumentate nel 2018 dell’1,6% arrivando a 120,4 g/km. Questo aumento ha coinciso con le crescenti vendite in Europa di SUV, che producono emissioni più elevate.

Photo by Alexander Popov on Unsplash

Clima: decreto all’italiana, cerchiobottista e timido, a tratti utile

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 14:30

La prima critica riguarda il peso economico. L’Italia, a fronte di un tema che la scienza ci descrive come urgentissimo e molto grave, stanzia 450 milioni per il suo decreto clima: il governo tedesco, nonostante il serio rischio recessione, ha stanziato 50 miliardi. Tutti soldi, quelli italiani, presi dalle “aste verdi”, ovvero il sistema di scambio delle emissioni di gas serra nella Ue, il cosiddetto European Trading Scheme. “Si tratta di fondi rigenerabili perché ogni anno ce ne sono sempre di più da mettere a disposizione, quindi le misure si autofinanzieranno negli anni e se il provvedimento gira, le risorse possono crescere come finanziamento in modo automatico. Dalle analisi e previsioni che abbiamo fatto dovrebbe girare bene”, ha spiegato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa subito dopo l’uscita dal Consiglio dei ministri, dove il decreto è stato approvato a seguito di una lunga discussione.

Costa e Di Maio esultano: “stanziati 450 milioni, è il primo atto del “green new deal”. Ma sui fossili – vero nodo italiano – ci penserà qualcun altro: il tema è rinviato a quando ci saranno magari altri a dover sostenere il contrattacco dell’industria italiana, e delle sue lobby e dei suoi voti. Confindustria riesce comunque, incredibilmente, a commentare che non c’è stato confronto. Mentre le associazioni ambientaliste gridano: è poco.

Greenpeace ha fatto sapere che il decreto clima «inciderà davvero molto poco sulla lotta all’emergenza climatica in corso, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali. A partire da una seria svolta pro-rinnovabili e da una drastica rimodulazione dei sussidi ai combustibili fossili». Per Angelo Bonelli dei Verdi «il decreto clima approvato oggi è un accrocchio di norme, alcune insignificanti, messe insieme per dare un titolo e fare finta di occuparsi seriamente dei cambiamenti climatici». Forse troppo severi, diciamo che il decreto si posiziona bene, all’interno della nostra tradizionale mancanza di coraggio. È un decreto cerchiobottista, un po’ come tutti i decreti, ne vada di mezzo il futuro della scuola, o il futuro dell’umanità.

Bonus mobilità 

Incentivi alla rottamazione delle auto fino alla classe euro 3, per un massimo di 1500 euro, e per i motocicli euro 2 e euro 3 a due tempi per un massimo di 500 euro fino al 2021. Il bonus potrà essere utilizzato però anche per l’acquisto di abbonamenti ai mezzi pubblici, servizi green e bici, anche a pedalata assistita. E questa ci sembra una novità interessante. Gli incentivi alla rottamazione dei mezzi più inquinanti, in tutto 255 milioni di euro che confluiranno nell’apposito fondo “Programma sperimentale buono mobilità”, sono destinati però solo ai Comuni sopra i 100mila abitanti, o comunque alle aree sottoposte a infrazione europea per la qualità dell’aria, circa 25 milioni di italiani.

Tpl ed eco-scuolabus

Per creare o ammodernare corsie preferenziali nelle città, si dedicano 40 milioni di euro ai Comuni. Altri 20 milioni di euro serviranno a realizzare o migliorare il trasporto scolastico per le scuole elementari e medie con mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a euro 6, immatricolati dal primo settembre di quest’anno.

Green corner

20 milioni di euro a quei commercianti (5mila euro a ogni negozio) che realizzeranno un green corner per i prodotti sfusi o alla spina, allo scopo di eliminare i contenitori monouso. L’incentivo vale fino a esaurimento fondi, fino al 2021.

Riforestazione e bonifiche

Infine 30 milioni serviranno per creare foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane. Vengono aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque, per risolvere il problema storico delle infrazioni ambientali. Infine l’Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale, realizzerà un database pubblico per la trasparenza dei dati ambientali, con un milione e mezzo di euro a disposizione. 

In arrivo anche “un piano per far rinascere le case e i quartieri delle nostre città”, ha scritto in un tweet la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli. Il Governo infatti rimanda alla prossima legge di bilancio anche un piano per “migliorare la qualità dell’abitare, con la rigenerazione degli edifici, il sostegno alle famiglie in affitto, i cantieri nei piccoli comuni”.

Cannabis light: il nuovo trend è la consegna a domicilio

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 13:00

Basta un click, e il gioco è fatto. Il nuovo trend per la vendita della cannabis legale ora è attraverso il web: si ordina con un semplice click da pc o smartphone, proprio come accade per ordinare una pizza o un hamburger, e nel giro al massimo di un’ora ci si vede recapitare il prodotto scelto (infiorescenze, semi, oli, caramelle) direttamente a casa, in modo completamente anonimo.

La consegna a domicilio di cannabis light e prodotti derivati ha ormai preso il ritmo a Milano e Roma, dove i siti che offrono il servizio sono diversi e riescono a recapitare l’ordine all’indirizzo indicato in un arco di tempo che varia tra mezz’ora e un’ora, e in alcuni casi senza spese di consegna. Il servizio è presente anche in altre città come Bologna e Palermo. Per il resto d’Italia il recapito dei prodotti viene garantito, per ora, entro le 24 ore successive all’ordine.

Leggi anche: Cannabis light, come è nato il fenomeno dell’erba che non sballa

Il primo cannabis cafe negli Stati Uniti

E mentre in Italia la cannabis legale si ordina da casa, in California a Los Angeles all’inizio del mese ha aperto il primo Cannabis cafe degli Stati Uniti, il Lowell Cafe, nel quartiere West Hollywood, nella zona universitaria e serve cibo, bevande, caffè, cannabis da fumare e altri prodotti ‘all natural’ a base della pianta.

La California ha legalizzato l’uso ‘ricreazionale’ della cannabis tre anni fa, nel novembre 2016. A Los Angeles la cannabis è molto popolare anche nei trattamenti di bellezza, e a fine settembre si è svolto il congresso mondiale della cosmetica di questo settore in ascesa. 

Leggi anche: Più cannabis shop, meno mercato nero: la canapa light nuoce alla criminalità organizzata

“We are watching”: le nostre facce sulla bandiera in difesa del clima

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 12:00

«Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio»: parole di Greta Thunberg ai leader mondiali al vertice ONU di New York. E la promessa sarà mantenuta. Simbolicamente, nel caso che raccontiamo, ma anche i simboli possono avere il loro peso. E per vedere di cosa si tratta, facciamo un passo indietro.

Cos’è la CAP25

La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, ratificata da più di 50 Paesi, stabilisce che le parti si incontrino una volta all’anno per fare il punto su cambiamenti climatici: quest’anno la 25. Conferenza sul climate change (COP 25) avrà sede a Santiago del Cile dal 2 al 13 dicembre 2019.

E in quell’occasione verrà esposta un’enorme bandiera nella quale è rappresentato un occhio formato da migliaia di immagini inviate da tutto il mondo.

«Be the eyes of the world»

Sii gli occhi del mondo” è lo slogan scelto per la campagna con lo scopo di raccogliere selfie per comporre un gigantesco mosaico.
L’urgenza di decisioni a salvaguardia del futuro nostro e del nostro pianeta è ormai sotto gli occhi (è proprio il caso di dirlo), 7 miliardi e mezzo di persone attendono le decisioni che i grandi della terra vorranno prendere. E il grande occhio composto dai visi di migliaia di donne e uomini sta proprio a indicare che a partire da oggi: #wearewatching

Come partecipare

È sufficiente andare sul sito https://www.wearewatching.org e caricare la propria immagine: la scadenza per essere sulla bandiera a COP25 è il 12 ottobre, ma le foto continueranno ad essere raccolte anche successivamente a questa data.

Il sito ha già raccolto migliaia di foto, e il “grande occhio” è in continuo aggiornamento: l’effetto, come dimostra l’immagine pubblicata in copertina, è assolutamente suggestivo.

Premio Nobel per la Letteratura a Olga Tokarczuk e Peter Handke

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 10:24

Sono mitteleuropei i due premi Nobel che l’Accademia di Svezia ha assegnato quest’anno coprendo il vuoto lasciato l’anno scorso, sospeso a causa dello scandalo sessuale che aveva investito il marito di una giurata.

Olga Tokarczuk

È una scrittrice polacca e la motivazione del Premio recita “Per aver immaginato una narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita” e riceve il premio per il 2018. Praticamente sconosciuta in Italia dove sono stati pubblicate solo tre opere – Vagabondi (2018, Bompiani); Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli (1996, E/O poi Nottetempo); Casa di giorno, casa di notte (Farenheit 451, 1998); Che Guevara e altri racconti (Forum, 2006) – Olga è molto famosa nel suo Paese anche per essere un’attivista politica fortemente in contrasto con i governi nazionalistico-conservatori, Nel 2914 ha pubblicato un romanzo sulla storia ebraica del XVIII secolo che ha scatenato un acceso dibattito tra gli storici.

Peter Handke

È austriaco, premiato per “La straordinaria attenzione ai paesaggi e alla presenza materiale del mondo, che ha reso il cinema e la pittura due delle sue maggiori fonti di ispirazione”.

Autore di tanti romanzi, saggi e testi teatrali (la maggior parte tradotti anche in Italia), Handke ha firmato la sceneggiatura di alcuni film con il regista Wim Wenders, tra cui spicca Il cielo sopra Berlino (1987).

Curioso il fatto che  l’autore austriaco sia un contestatore del Nobel, famosa la sua dichiarazione del 2014 in occasione dell’assegnazione al francese Patrick Modiano, dopo aver riconosciuto la grandezza del collega ha affermato che «Il Premio Nobel andrebbe finalmente abolito» perché porta «Un momento di attenzione, nelle pagine dei giornali, ma per la lettura non porta nulla».

Dobbiamo ammettere che i membri dell’Accademia hanno un bel senso dell’umorismo.

I 10 migliori Film di sempre su Giornalismo

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 10:00

La prima volta è stato un corto del muto con Charlie Chaplin non ancora Charlot. Da allora redazioni, fotografi, giornalisti con taccuino fino a quelli con computer portatile sono una costante della Settima arte. Questa la mia personale top ten dei film sui giornalisti, molto condizionata dai miei trent’anni di redazione con molte parti in commedia

PRIMA PAGINA di Billy Wilder – 1974

In prima posizione una commedia frizzante e divertente che contiene tutti i topos del giornalismo novecentesco.
Anni Trenta. Jack Lemmon interpreta un famoso giornalista di Chicago che, a causa delle nozze con Penny Grant, sta meditando di lasciare la professione. Il suo direttore Walter Matthau non intende privarsene. Un anarchico innocente condannato alla sedia elettrica è l’intreccio perfetto tratto da una fortunata commedia teatrale di Ben Hacht già in precedenza sfruttata due volte dal cinema. Billy Wilder come Hacht aveva frequentato le redazioni. Quando la pièce arrivava al successo in America, lui a Berlino si occupava di raccontare le signore sole dei bar ma anche i fatti di cronaca nera rubando foto del morto ai familiari. Esattamente come dice Lemmon nel suo film e come hanno narrato i più grandi giornalisti che hanno avuto questo tipo di gavetta. 

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE di Alan J Pakula, 1976 

Bob Woodward e Carl Bernstein, i cronisti del celebre scoop, con campagna sostenuta da direttore e proprietà che costringerà alle dimissioni il presidente degli Stati Uniti Nixon per il caso Watergate, partecipano alla sceneggiatura di un film idolatrato da tutti i giornalisti d’inchiesta che vogliono mettere in scacco le menzogne del potere dominante. Ma tutto il pubblico fu conquistato da Robert Redford e Dustin Hoffman nei perfetti panni dei due reporter che hanno meglio santificato la libertà di stampa americana. Il film mostra con spettacolarità la ricerca del riscontro infinito anche quando hai una fonte del livello di Gola Profonda, pseudonimo tratto da un celebre film porno dell’epoca. 

QUARTO POTERE di Orson Welles, 1941

Opera prima di uno dei più grandi geni del cinema che realizza uno dei più grandi film della storia del cinema.
“Citizen Kane” è ispirato, tanto da riceverne il boicottaggio, alle vicende e alla vita dell’editore Hearst e ai suoi giornali popolari molto poco imparziali. Fortunatissima la traduzione del titolo italiano “Quarto potere” che riprende la definizione del politologo inglese Burke immettendola nel linguaggio popolare grazie al film di Orson Welles.

THE POST di Steven Spielberg, 2018

Nel 1971 l’editrice del Washington Post, Katharine Graham, e il redattore Ben Bradlee rischiano le proprie carriere e la libertà rendendo pubbliche le malefatte dei governi retti da quattro presidenti degli Stati Uniti. Quando i praticanti e i ragazzini venivano mandati a marcare gli avversari perché avevano già lo spirito di squadra e il sacro fuoco. Quando avevi il pacco con le carte secretate dello scoop e il cuore ti batteva forte come a un tavolo di poker. Quando lo scoop era della tua testata e andavi in rotativa aspettando i camioncini che partissero per le edicole. Un grande omaggio ai quotidiani di carta.

ASSO NELLA MANICA di Billy Wilder, 1951

Billy Wilder (ancora lui) realizza un capolavoro non compreso da pubblico e critica perché troppo anticipatorio sulla distorsione dei media. Il film è “Asso nella manica” ma verrà successivamente ribattezzato “The big carnival”, una sorta di profezia sul circo mediatico.
Charles Chuck Tatum – uno strepitoso Kirk Douglas – è un giornalista privo di scrupoli, che a causa dei suoi vizi (è un forte bevitore e un donnaiolo) viene licenziato dai più prestigiosi quotidiani di New York, Chicago e Detroit. Va in provincia a sfrutta a proprio vantaggio il caso di un uomo nel pozzo.

LA DOLCE VITA di Federico Fellini, 1960  

Capolavoro assoluto della storia del cinema. Il giornalista Marcello Rubini è un monumentale Mastroianni testimone e complice di un mondo caotico e volgare, cinico, privo di valori e soprattutto minato da un’insopportabile noia di vivere. Tra lavoro e non lavoro è il Virgilio della Roma del boom. Miracoli, tragedie familiari, gossip da spettacolo e grande celebrazione di via Veneto destinata a gloria eterna. Il personaggio del fotografo Paparazzo diventa toponimo della professione. Ha ispirato in forma non dichiarata “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. 

UNA VITA DIFFICILE di Dino Risi, 1961  

Dino Risi racconta l’odissea di Silvio Magnozzi rendendola metafora della storia italiana, dal dopoguerra al boom. Partigiano che non si laurea e diventa giornalista comunista. Fa le pulci a un commendatore traffichino che lo compra al suo servizio. Magnozzi, uno strepitoso Alberto Sordi, accetta per recuperare il rapporto con la moglie, interpretata da Lea Massari. Indimenticabile finale. Party della Roma bene con schiaffone al suo editore.

FORTAPASC di Marco Risi, 2009

Biopic di Giancarlo Siani, giovane giornalista abusivo che tra Torre Annunziata e Napoli racconta con precisione la camorra pagandone inconsapevolmente il prezzo con un omicidio deciso dai clan. La passione del mestiere di chi è cronista per strada. Il giornalista “giornalista”, ben diverso dal passacarte che vede nel mestiere un modo per evitare il lavoro normale. Puntuale nella ricostruzione dei fatti e nell’ambientazione d’epoca. Ha contribuito a far entrare Siani nell’immaginario collettivo. 

URLA DAL SILENZIO di Roland Joffè, 1984

Vincitore di tre Oscar. Sydney Schanberg, giornalista del “New York Times” viene mandato nel 1972 in Cambogia, per seguire la guerra tra i Kmer rossi e il governo di Lan Nol e là si avvale del dottor Dith Pran (un laureato in chirurgia), come guida e interprete. Una storia vera, eroica e commovente, realizzata dallo storico produttore dei film di Woody Allen. La barbarie della guerra e dei campi di rieducazione attorno all’amicizia professionale. Il film che ha meglio raccontato l’epica dura dei grandi inviati di guerra. 

L’ULTIMA MINACCIA di Richard Brooks, 1952

Humphrey Bogart in forma smagliante nel ruolo del direttore che con il suo quotidiano conduce una campagna contro un gruppo di affaristi disonesti. I proprietari del giornale decidono di vendere. Il direttore si oppone e continua, improvvisandosi all’occorrenza anche detective per smascherare i truffatori. Alla fine la spunta: i colpevoli sono arrestati e il suo giornale continuerà le pubblicazioni. Nel finale Bogart dice al gangster – che al telefono ascolta il rumore della rotativa – la celebre battuta «È la stampa bellezza, la stampa, e tu non puoi farci niente, niente».

Può fare qualcosa la cultura per i cambiamenti climatici? La risposta è sì

People For Planet - Ven, 10/11/2019 - 07:00

Il clima è cultura” afferma David Buckland nella rivista Nature Climate Change, ovvero i cambiamenti climatici non sono solo una responsabilità scientifica, ma sono soprattutto una responsabilità culturale. E la cultura comprende tutto: dalla politica, all’economia, all’educazione, ai sistemi valoriali, alla costruzione identitaria degli individui.

Se la cultura è il segno umano sul mondo, è l’ingegno che si eleva a creazione, il cambiamento climatico è, ad oggi, la minaccia più concreta alla nostra sopravvivenza e, dunque, anche all’esistenza di un qualcosa da raccontare.

La cultura ha un grandissimo potenziale per mobilitare la popolazione mondiale: se si guarda alle opere che riguardano il cambiamento climatico, il pensiero va immediatamente al contesto pittorico o scultoreo, oppure ai documentari in cui personaggi di spicco tentano di rendere la minaccia “visibile”, per fornire uno stimolo a fare qualcosa da subito.

Le arte visive infatti sono di per sé esplicative, e possono avere grande influenza sul pubblico: un film, un murale, una scultura suscita certamente emozioni immediate nei confronti dell’ambiente, molto più di quanto potrebbe fare un articolo o un’opera letteraria. C’è il problema semmai che lo stimolo, se non ci si prende il tempo necessario per ragionare, come accade per l’eccitamento temporaneo generato da una narrazione che ci attrae, svanisca non appena questo viene meno, perché il fruitore non ha il tempo materiale per fare propri i temi trattati.

Per questo la cultura diventa importante nella sua interezza, perché attraverso canali di comunicazione diversi il messaggio necessario alla protezione dell’ambiente possa giungere in maniera indiretta ed efficace al passo successivo che è l’azione. Deve poter creare quelle coscienze, quelle consapevolezze, che sono base fertile per poter generare azioni concrete, nel senso della produzione positiva (aziende che producono con minori impatti e meno consumi, imprese che generano meno rifiuti) o nella riduzione negativa (i cittadini stessi che, più consapevoli, differenziano bene i rifiuti, consumano meno acqua, comprano prodotti durevoli, ecc.).

Famosi e molto belli sono i murali dell’artista e writer inglese Banksy sulle tematiche ambientali, un artista che sempre stupisce per creatività e immaginazione. Uno dei più recenti è stato realizzato in una città del Galles e rappresenta, all’apparenza, un bambino che gioca e si diverte sotto i fiocchi di neve. In realtà, non si tratta di fiocchi di neve e a svelarlo ci pensa lo stesso video di Banksy pubblicato su Instagram: girando l’angolo si vede un bidone dove brucia spazzatura che sparge ceneri nell’aria.

Banksy e il ruolo della street art nella comunicazione ambientale

Come molto bello è anche il suo video uscito nel giugno di quest’anno, dove è registrata la performance di una esposizione in un vicolo i cui quadri compositi raffigurano una nave da crociera e l’allontanamento – in sincronia temporale con il quadro esposto – di una nave sullo sfondo nel bacino di San Marco. Tutto questo per denunciare la presenza e l’eccessiva vicinanza delle grandi navi a un contesto così “delicato”.

Un artista che si prodiga per l’ambiente producendo documentari e donando fondi per tante cause, non ultima l’Amazzonia in fiamme, è Leonardo di Caprio.

In un documentario del 2016, Punto di non ritorno, ha dialogato con le più importanti personalità del pianeta sul cambiamento climatico che sta colpendo la Terra. L’ultimo documentario uscito, sempre prodotto da Di Caprio, è Ice on fire. Questo si focalizza invece sulla ricerca scientifica in atto e sulle possibili soluzioni pensate per rallentare la crescente crisi ambientale, ridurre il carbonio in atmosfera e far diminuire la crescita delle temperature.

Before the Flood.INDONESIA- Leonardo with Orangutans in the Leuser Ecosystem…For two years, Leonardo DiCaprio has criss-crossed the planet in his role as UN messenger of Peace on Climate Change. This film, executive produced by Brett Ratner and Martin Scorsese, follows that journey to find both the crisis points and the solutions to this existential threat to human species. .© 2016 RatPac Documentary Films, LLC and Greenhour Corporation, Inc…All rights reserved.

Le installazioni temporanee sui temi ambientali sono sempre più numerose; balene a grandezza reale e anche molto più grandi, piene di plastica – realizzate da vari artisti in tutto il mondo – sono comparse negli ultimi anni sulle spiagge. Questo perché tanti, tantissimi, sono stati i ritrovamenti di balene o altri cetacei, tartarughe marine e altri pesci di maggiori dimensioni, morti per aver ingerito plastica.

Quest’anno i ricercatori hanno scoperto quasi 40 chili di plastica nello stomaco di un giovane zifio (un tipo di cetaceo) trovato morto nel Golfo di Davao nelle Filippine. 16 sacchetti di riso, pacchetti di merendine e grovigli di filo di nylon. I rifiuti di plastica erano così compressi all’interno dello stomaco della balena morta, che gli hanno occluso lo stomaco, causandone la morte per fame e disidratazione.

Questi mammiferi assorbono infatti l’acqua dal cibo che mangiano e nel suo intestino non c’era traccia di cibo assunto di recente. Il corpo si stava letteralmente macerando dall’interno. E questi ritrovamenti si sono succeduti e sono sempre più frequenti. Da questi episodi tanti artisti, sensibili a questi temi, hanno preso ispirazione e si sono mobilitati per la salute del mare.

Un mese dopo il ritrovamento dello zifio nelle Filippine, davanti a Cultural Center of the Philippines, a Pasay City, è comparsa l’istallazione artistica chiamata “Cry of the dead whale“, ovvero “Il pianto della balena morta“; una scultura creata da Biboy Royong, che è lunga quasi 24 metri e mira proprio a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso della plastica.

Per citarne un’altra, sempre imponente: l’opera creata da Studiokca, uno studio di architettura e design di Brooklyn messa in mostra alla Triennale di Bruges, Francia nel 2018.  La balena scultorea, alta più di un edificio di quattro piani, era composta da più di cinque tonnellate di plastica, tutta raccolta nell’oceano Pacifico, per ricordare i 150 milioni di tonnellate di plastica che oggi inquinano gli oceani.

fonte: https://www.wired.it/lifestyle/design/2018/07/07/balena-plastica-oceano/

Quello a cui la cultura dovrebbe mirare è certamente il passaggio da una società del consumo ad una società basata sull’espressione culturale che usa tutte le sue forme e possibilità per ridurre gli impatti dell’uomo sull’ambiente. Perché dalla coscienza matura si passi all’agire, in ognuno di noi.

Altre fonti:

https://www.artwave.it/cultura/cultura-e-cambiamento-climatico-puo-larte-venire-in-soccorso-allambiente/
https://www.nature.com/articles/nclimate1420
https://www.carlocarraro.org/argomenti/cambiamento-climatico/il-clima-e-cultura/
https://www.lifegate.it/persone/news/scultura-balena-plastica

Immagine di copertina: Armando Tondo

Giornata mondiale della salute mentale: depressione in aumento

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 16:00

Le malattie mentali sono la principale causa di morte, disabilità e impatto economico al mondo, e sono molto più frequenti di quanto si possa pensare. Per questo “i disturbi mentali dovrebbero essere considerati la principale sfida per la salute globale del XXI secolo”, spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia. Perché non può esserci salute senza salute mentale. Eppure ancora oggi questi disagi vengono spesso taciuti, tenuti nascosti, tanto da chi ne soffre quanto dai familiari, per paura dello stigma sociale. Proprio per aumentare la conoscenza di questi disturbi e sensibilizzare all’importanza del parlarne e del chiedere aiuto si celebra oggi la Giornata mondiale della salute mentale.

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Depressione in aumento

Tra i disturbi mentali la depressione è uno dei più diffusi ed è in aumento – a oggi coinvolge circa 300 milioni di persone, il 20% in più che nel 2005 – tanto da essere riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come la prima causa di disabilità a livello globale (fino a 20 anni fa occupava il quarto posto).

In Italia interessa 3 milioni di persone, di cui 2 milioni donne, e ancora oggi spesso non viene trattata adeguatamente: a fronte di un milione di persone che soffre di disturbo depressivo maggiore (depressione maggiore o unipolare), solo la metà viene trattata correttamente e tempestivamente. Con conseguenze che possono essere anche molto gravi, come il suicidio. Per questo la comunità scientifica chiede di non abbassare la guardia, di non aver paura di parlarne, di confrontarsi e di chiedere aiuto. 

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Prevenire il suicidio

Proprio alla prevenzione del suicidio è dedicata la giornata mondiale della salute mentale di quest’anno. Un atto estremo che può riguardare chi soffre di depressione maggiore – se non trattata correttamente questa patologia è associata a un’elevata mortalità, stimata intorno al 15% – oltre che persone con disturbi dell’umore: si calcola infatti che una su tre tentare di togliersi la vita almeno una volta nell’arco della vita.

Google adesso misura lo smog della tua città

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 13:37

Il nuovo tool messo a punto da Google con lo scopo di aiutare le città a misurare i livelli di inquinamento ed emissioni di CO2, già lanciato un anno fa negli Stati Uniti, sbarca in Europa a Birmingham, Manchester, Wolverhampton, Coventry, Dublino e Copenaghen.

Si tratta dell’Environmental Insights Explorer (EIE), creato in collaborazione con il Patto globale dei sindaci per il clima e l’energia, in grado di elaborare i dati delle emissioni delle città rispetto a edifici, mezzi di trasporto, emissioni generali e potenziale solare ed energetico dell’area.

Di fatto, attraverso i dati di Google Maps, EIE è in grado di capire la destinazione degli edifici (case o imprese) e stimare sia la quantità di energia utilizzata sia le emissioni di tale energia. Sempre da Google Maps, lo strumento fotografa il traffico e le modalità di viaggio e quindi fornisce una stima delle relative emissioni. L’obiettivo è di aiutare le città a vedere concretamente che tipo di azioni e cambiamenti sarebbero necessari per ridurre le emissioni, come la creazione di più piste ciclabili o l’installazione di pannelli solari sugli edifici.

Amanda Eichel, Direttore Esecutivo del Patto globale dei sindaci per il clima e l’energia, ha dichiarato: “Riteniamo che l’EIE possa servire come primo passo fondamentale per i team di sostenibilità delle città per valutare meglio la loro situazione attuale e monitorare in modo più efficiente i loro progressi nel raggiungimento degli obiettivi di protezione del clima”. Nelle prossime settimane l’obiettivo è di arrivare anche in altre città di altri continenti, vista la semplicità con cui qualsiasi città può candidarsi direttamente tramite un modulo online

Photo by Thomas Millot on Unsplash

Morbillo, in Congo la più grande epidemia al mondo. Oltre 4 mila morti, 90% bimbi

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 10:32

Nella Repubblica Democratica del Congo si sta consumando la più grande epidemia al mondo di morbillo. I morti sono oltre 4 mila e di questi il 90% è rappresentato da bambini sotto i 5 anni. Attualmente risultano circa 200 mila le persone colpite dal virus, pari a più del triplo del numero di casi registrati nel Paese nel corso di tutto il 2018.

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I dati sono stati diffusi dall’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’infanzia, attualmente impegnata nella vaccinazione di altre migliaia di bambini e nella distribuzione di farmaci salvavita nei centri sanitari: “Da gennaio – si legge in una nota – sono stati riportati 203179 casi di morbillo in tutte le 26 province del Paese. I morti sono 4.096. I bambini sotto i 5 anni rappresentano il 74% dei contagi e circa il 90% dei decessi“.

“Stiamo combattendo l’epidemia di morbillo su due fronti: prevenendo i contagi e prevenendo le morti”, ha affermato Edouard Beigbeder, rappresentante dell’Unicef nella Repubblica Democratica del Congo.

Più morti dell’ebola

L’epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo ha causato più morti dell’ebola che, ad oggi, ha ucciso nel Paese 2143 persone. Nel tentativo di fronteggiare questa emergenza sanitaria, fa sapere l’Unicef, “questa settimana e la prossima ulteriori 1111 kit medici saranno distribuiti alle strutture sanitarie delle zone in cui il morbillo è più critico”. I kit contengono antibiotici, sali per la reidratazione, vitamina A, antidolorifici, antipiretici e altri aiuti per più di 111000 persone colpite da questa malattia virale altamente contagiosa e potenzialmente letale.

Copertura vaccinale scarsa

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità per assicurare protezione alla popolazione e prevenire epidemie di morbillo circa il 95% della popolazione deve essere vaccinata, mentre in Repubblica Democratica del Congo la copertura vaccinale per il morbillo nel 2018 è stata solo del 57%.

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Italian Graffiti (Infografica)

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 08:07

Alice Pasquini, Ozmo, Gio Pistone, sono alcuni dei più famosi street artist del mondo. E sono italiani. Vediamo alcune delle loro opere.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Le scarpe dei matti di Aversa

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 08:00

Un pomeriggio d’inverno di due anni fa Antonio Esposito si trova a camminare tra i seminterrati del “Santa Maria Maddalena”, l’ex manicomio di Aversa e lì trova centinaia di scarpe accatastate, impolverate, rotte, rosicate dai topi, spesso spaiate, senza lacci, proibiti in manicomio.

È immediato l’accostamento con le migliaia di scarpe rinvenute ad Auschwitz: «Da allora porto quell’immagine come si porta un dolore, una ferita agli occhi che non può essere guarita» racconta Esposito.

Da quel ritrovamento è nato un libro “Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019)”, pubblicato dall’editore napoletano Ad est dell’equatore.

700 pagine che raccontano la storia di un secolo di psichiatria e di storia italiana, il libro è leggibilissimo anche se adatto a lettori “forti” come raccomanda lo stesso autore.

Vite bandite di “matti come storie ferite”

Troverete un testo molto ben documentato: dalle le pratiche discorsive, le normative, alle tecniche che hanno definito il discorso psichiatrico in Italia, pagine fitte fitte di stralci di dibattiti, confronti, resoconti di attività parlamentari, sentenze… Senza mai dimenticare quelle vite bandite di “matti come storie ferite”.

Dalle previsioni d’internamento contenute nella legge del 1904 al superamento dei manicomi determinato dalla 180 del 1978, passando attraverso le esperienze di psichiatria critica e l’utopia della realtà basagliana e fino all’attuale organizzazione dei Servizi territoriali per la salute mentale.

Ed Esposito non si ferma al passato, si interroga anche sul presente, e su come sarà il futuro dei pazienti psichiatrici a fronte dello smantellamento del welfare, dal TSO, dalla contenzione meccanica e farmacologica, dalle nuove forme di manicomializzazione…

Senza mai dimenticare quelle scarpe, quasi infilandocisi dentro. Senza dimenticare che tutte quelle scarpe sono state calzate da persone, da esseri umani.

Cambia il nome ma i problemi rimangono

Esposito accoglie queste vite e le racconta per aiutarci a capire, a conoscere la storia della nostra psichiatria per meglio comprendere quella di oggi. Perché anche se i manicomi criminali hanno cambiato nome e oggi si chiamano Ospedali psichiatrici giudiziari rimangono ancora vigenti le norme del codice Rocco e ancora oggi – anche se di passi avanti se ne sono fatti molti – il malato psichiatrico viene ancora visto come pericoloso, una persona che va contenuta più che curata. Viviamo in una società ancora lontana dal considerare che, come scrive Assunta Signorelli nel saggio che apre il libro, la malattia è una forma dell’esistere e «la normalità, intesa nel senso nobile del termine, altro non è se non un continuo oscillare fra salute e malattia, entrambe strettamente collegate all’ambiente socioculturale nel quale la persona vive».

Io faccio UpCycling! (che fa bene!)

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 07:57

Con UpCycling si intende il processo di riconversione di un prodotto a fine vita o uno scarto in un nuovo oggetto creativo con un suo nuovo valore economico.

In due parole: economia circolare!

Siamo andati a Pavullo nel Frignano, Modena, a parlarne con Francesca Vincenzi e Marco Mattioli, di Upcycling Italia.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

Guardare video online produce la stessa anidride carbonica di tutta la Spagna

People For Planet - Gio, 10/10/2019 - 07:00

Ogni anno la visione di video on line inquina quanto la Spagna. L’energia consumata annualmente guardando video (dagli spot di YouTube ai film in streaming) genera 306 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente della quantità di gas serra del Paese spagnolo, che da solo produce l’1% delle emissioni globali.

Di queste emissioni, più del 35% è generata dalla visione di video on demand: 100 MtCO2, quanto le emissioni che produce all’anno il Cile. Altri 80 MtCO2, invece, sono generati dalla visione dei video porno, che da soli rappresentano il 27% del traffico globale di dati video (e ogni anno consumano quanto tutte le famiglie francesi, pesando dello 0.2% sulle emissioni globali di anidride carbonica).

I paragoni, tutt’altro che casuali, oltre a fare sorridere aiutano ad avere un’idea più concreta dei consumi legati a internet.  Ne sono convinti gli attivisti del think tank francese The Shift Project, che con il progetto “CLIMATE CRISIS: THE UNSUSTAINABLE USE OF ONLINE VIDEO” (qui il report integrale) hanno deciso di perseguire un obiettivo ben preciso: diffondere uno stile di vita improntato sulla ‘moderazione digitale’.

Considerato che fra le tecnologie digitali (che coprono il 4% delle emissioni globali) i video pesano per l’80% del traffico dati mondiale, i membri di The Shift Project promuovono le ‘buone abitudini digitali’, piccoli gesti quotidiani che ciascuno può fare per ridurre l’impatto climatico: dal preferire i video in bassa definizione, all’eliminare l’avvio degli ‘autoplay’ dal proprio computer.

La ricerca di The Shift Project ha analizzato l’impatto delle quattro principali categorie di video offerti online – i video on demand, YouTube, pornografia, e contenuti social – rilevando innanzitutto un costante aumento di consumo annuale su scala globale pari a +9%. Dallo studio sono emersi dati interessanti, suscettibili di più di una riflessione circa il mondo dei video: basti pensare che un filmato di 10 ore contiene più dati dell’intero archivio testuale di Wikipedia.

I membri di The Shift Project non si limitano a fare ricerca.  I giovani francesi hanno realizzato Carbonalyser, un componente aggiuntivo da installare sul pc e compatibile con Firefox che consente di visualizzare il consumo di elettricità e le emissioni di gas serra derivate dalla navigazione in rete. Uno strumento utile a monitorare le nostre abitudini digitali e a capire come queste influiscano sui cambiamenti climatici in corso. Per ridurre il peso (e quindi le emissioni) dei video, basta inoltre scaricare il software Handbrake, che aiuta a comprimere i video senza perderne la qualità. Piccoli gesti che aiutano la salvaguardia del Pianeta.

Dietro attività quotidiane e apparentemente innocenti si nascondono consumi notevoli. Inviare una mail da 1 MB, ad esempio, è come tenere accesa una lampadina per 2 ore. Sì, anche se si tratta di una mail inoltrata al collega vicino di scrivania. Indipendentemente dalla destinazione, ogni mail è in grado di viaggiare migliaia di chilometri grazie ai provider, vere e proprie torri di computer, che giorno e notte, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni all’anno, consumano energia e necessitano di continue operazioni di raffreddamento, responsabili, a loro volta, di altri consumi di energia.

La soluzione quindi sarebbe eliminare la tecnologia dalla nostra vita? Niente affatto. Basta un po’ di sobrietà in più. Ne è convinto Maxime Efoui-Hess, uno degli autori di “CLIMATE CRISIS: THE UNSUSTAINABLE USE OF ONLINE VIDEO” nonché socio fondatore del progetto: «Essere sobri come società significa anche reinventare i nostri usi in modo che rispettino i vincoli legati al clima. Questo rapporto mostra che possa essere una sfida stimolante».

E chissà che all’insegna della sobrietà si cominci a pubblicare meno stories su Instagram.

Immagine di ElisaRiva da Pixabay

Clima: Extinction Rebellion, inizia il digiuno

People For Planet - Mer, 10/09/2019 - 16:00

Ieri a Roma dieci attivisti di Extinction Rebellion hanno iniziato lo sciopero della fame. Da oggi terranno ogni giorno, dalle 14 alle 20, un sit-in davanti a Montecitorio. L’obiettivo è farsi ricevere dalle forze di governo, per richiedere al Parlamento la dichiarazione per l’Italia dello stato di emergenza climatica ed ecologica. Durante la presentazione del suo libro fotografico a Roma, l’ex frontman dei R.E.M, Michael Stipe, ha dichiarato di voler devolvere i proventi del primo anno di vendite del libro e del suo ultimo album a XR.

Proteste in tutto il mondo

Da lunedì scorso sono partite due settimane di proteste del movimento ambientalista nato a Londra lo scorso anno, in circa 60 città, tra cui New York, Berlino, Londra, Amsterdam, Sydney, Parigi e Roma. L’obiettivo è di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sull’emergenza climatica generata dal riscaldamento globale. Ieri la polizia londinese ha reagito duramente alle mobilitazioni, che hanno provocato disagi in tutta la città sfociando in 400 arresti.  I militanti hanno richiamato l’attenzione con azioni sovversive intralciando il traffico del centro e i trasporti pubblici, a Victoria Street, Whitehall, Trafalgar Square, e mettendo in atto due incursioni negli edifici dei ministeri dei Trasporti e dell’Interno: in entrambi i casi bloccando l’accesso principale. Boris Johnson li ha liquidati come “arrabbiati irriducibili”.

Non lo stesso stile di Greta

Le modalità di azione e protesta di Extinction Rebellion sono ben diverse dagli scioperi studenteschi di Fridays For Future, inaugurati da Greta Thunberg. Flash mob, installazioni, spettacoli di musica, danza e teatro, realizzati nelle piazze, nei musei, nelle stazioni e nei centri di potere. XR conta circa 30mila attivisti, di cui 4mila ben disposti farsi arrestare, una tecnica di disobbedienza civile già collaudata nelle mobilitazioni di aprile. A differenza di allora però l’obiettivo non è più solo l’opinione pubblica, ovvero i concittadini, per informarli dell’esistenza di un’emergenza climatica ormai sotto gli occhi del mondo intero. Adesso Extinction Rebellion parla direttamente alle istituzioni, perché si faccia qualcosa di concreto e subito. Nel Regno Unito Theresa May aveva dichiarato l’emergenza climatica con soglia di intervento fissata al 2025, purtroppo, recentemente slittata al 2050.

Leggi anche: Extinction Rebellion, il movimento della ribellione pacifica per salvare il pianeta

Il segreto per vivere bene fino a cent’anni? Amore e amicizie

People For Planet - Mer, 10/09/2019 - 15:00
Vivere a lungo è principalmente questione genetica

Una famosa quasi-barzelletta lo racconta meglio che mai: i Kahns di Manhattan erano 4 fratelli, tutti morti entro il 2005, il meno longevo dei quali a 101 anni. La cosa “bizzarra” è che il primo ha lavorato a Wall Street fin dopo i 100, conducendo dunque una vita altamente stressata, la seconda ha fumato come una turca fino a 90 anni, sopravvivendo a tutti i medici che le avevano imposto di smettere. Un vasto studio sui centenari lo conferma: la metà era sovrappeso, il 60% degli uomini fumava, meno della metà faceva attività fisica, solo il 2% non mangiava carne. Ma il punto – ha detto Nir Barzilai dell’Albert Einstein College of Medicine durante un Simposio sull’invecchiamento e la longevità tenutosi recentemente ad Harvard – non dovrebbe essere per noi prima di tutto come vivere 100 anni. Dovrebbe essere piuttosto come fare ad arrivarci abbastanza sani, felici, soddisfatti e indipendenti da far sì che raggiungere quella meta resti una possibilità vantaggiosa.

Genetica e ambiente

Per arrivare a superare i 100 anni vi servono geni della longevità che al momento la scienza sostanzialmente ignora, ma che potrebbero nascondersi in bassi “fattori di crescita insulino-simili”, detti anche somatomedine, ovvero ormoni che svolgono attività iper-complesse; e pare anche un’altezza sopra la media. Quest’ultimo aspetto contraddice quel che si era ufficialmente detto fino a qualche anno fa, ovvero che gli uomini bassi vivono mediamente più a lungo. Il più ampio studio mai condotto sull’argomento ha trovato solo una relazione opposta, anche se solo in rapporto alle donne. In generale, quindi, oggi l’altezza è considerata un elemento genetico favorevole alla longevità.

L’altro fattore fondamentale è lo stile di vita, e soprattutto l’amore

Una ricerca portata avanti ad Harvard dal 1938, per 80 anni, uno degli studi più ampi mai condotti sul tema, che ha coinvolto oltre 1.300 persone, lo afferma in modo incontrovertibile. «Il fattore principale che è accorso a influire sulla salute e la longevità è stato il fatto che, a 50 anni, queste persone godessero o meno di una relazione soddisfacente. L’amore, le amicizie e la vita di comunità si sono rivelate le caratteristiche che accomunavano tutti i sani e i longevi», ha detto Robert Waldinger, relatore dello studio. «Prenderci cura del nostro fisico, fare attività e mangiare bene è importante, ma investire su relazioni soddisfacenti è anch’essa un’importante forma di prevenzione per la salute generale dell’individuo».

In definitiva, lo studio ha concluso che relazioni strette d’amore o amicizia influenzano il futuro di una vita lunga e sana meglio della classe sociale, dell’IQ e anche della genetica. Amore e amicizia che durino, o si rinnovino, per tutta la vita.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Tumori e malattie cardiache: dieta giapponese e mediterranea, stessi benefici

People For Planet - Mer, 10/09/2019 - 14:05

Per quanto riguarda i benefici sortiti sulla salute, la dieta giapponese risulta efficace quanto quella mediterranea. La notizia arriva dall’incontro “Dieta giapponese e prevenzione oncologica“, tenutosi a Roma, da cui è emerso che tra i principali effetti positivi dell’alimentazione del Sol Levante c’è anche una più alta aspettativa di vita (79 anni per la dieta mediterranea e 85 anni per quella giapponese).

In particolare l’analisi della prevenzione del rischio di determinate malattie ha messo in evidenza che entrambi i regimi alimentari hanno tassi di riduzione di rischio di determinate malattie: per l’ictus è del 25% per la dieta mediterranea e del 22% per quella giapponese; per i tumori è del 35% per la mediterranea e del 27% per quella del Sol Levante, per il Morbo di Parkinson è del 46% per la mediterranea e del 50% per quella nipponica.

L’alimentazione tipica del Giappone sarebbe protettiva specialmente contro il rischio di tumore alla prostata. Secondo i dati presentati nel corso dell’incontro il tumore alla prostata ha un’incidenza maggiore nei Paesi occidentali (è del 40% negli Stati Uniti, ad esempio), mentre in Giappone i numeri si attestano intorno al 10%. I benefici deriverebbero dal consumo della soia e in particolare da una molecola che viene prodotta dall’intestino quando digerisce la soia, che sembrerebbe capace di inibire l’azione di un ormone maschile collegato allo sviluppo dell’ipertrofia prostatica e del tumore.

Leggi anche: Dieta mediterranea contro l’Alzheimer: al via progetto “Smartfood”

Taglio dei parlamentari: è legge

People For Planet - Mer, 10/09/2019 - 11:25

I deputati passano da 630 a 400, i senatori da 315 a 200 e inoltre per gli eletti all’estero i deputati passano da 12 a 8 e i senatori da 6 a 4.

La votazione ha visto unite maggioranza e opposizione con 553 voti a favore, 14 i contrari e solo due gli astenuti. A favore M5s, Pd, Italia Viva, Leu, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia. Unici contrari +Europa (3 deputati) e Noi con l’Italia (4 deputati guidati da Maurizio Lupi) con alcune defezioni all’interno del M5s.

La riforma prende il nome del sottosegretario pentastellato alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e cambia il rapporto tra eletti e cittadini passando da 1 deputato per 15.210 abitanti a 1 per 96.006 e da 1 senatore per 188,42 abitanti a 1 per 302.420. Questo però non ci porta fuori dalla “norma” dei grandi Paesi europei: Francia, Germania e Olanda hanno rapporti peggiori e il Regno Unito uno molto simile.

Ma il Pd non era contrario?

A chi faceva notare che il Pd aveva votato contro nelle precedenti 3 votazioni (indispensabili per una riforma costituzionale) Zingaretti ha risposto con un tweet «La riduzione dei parlamentari», ha dichiarato, «è una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni. Oggi abbiamo deciso di votarlo tenendo fede al primo impegno del programma di governo e anche perché abbiamo ottenuto, così come da noi richiesto, che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c’erano. Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa. Ora andiamo avanti per migliorare la vita degli italiani».

Perché la legge entri in vigore ora manca solo il referendum confermativo (senza quorum) e qualora l’esito sia positivo saranno modificati gli articoli 56 e 57 della Costituzione.

Quanto si risparmia?

Scrive l’Agi: “Se consideriamo che, in base a quanto riporta il bilancio della Camera, nel triennio 2018-2020 per pagare indennità e rimborsi a 630 deputati lo Stato spende ogni anno 144,9 milioni di euro, ricaviamo un costo annuo di 230 mila euro a deputato. Una riduzione di 230 deputati, dunque, creerebbe un risparmio potenziale di 52,9 milioni di euro ogni anno.
Facendo lo stesso calcolo per il Senato – qui il suo bilancio 2018-2020 – otteniamo un costo annuo di 249.600 euro per senatore. Un taglio di 115 membri di Palazzo Madama creerebbe un risparmio potenziale di 28,7 milioni di euro ogni anno.
Tra Camera e Senato, quindi, i risparmi sarebbero 81,6 milioni di euro ogni anno. Questa stima tuttavia è da considerarsi leggermente imprecisa, perché non tiene conto dei possibili risparmi che avrebbero le due Camere per il semplice fatto di dover ospitare 345 persone in meno”.

Al di là dei numeri, il Movimento 5 Stelle festeggia una legge fortemente voluta sia nel governo Conte 1 che nel 2 e la festa davanti a Montecitorio ne è la prova.