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Siamo soli?

People For Planet - Sab, 05/23/2020 - 11:30

Tutto quello che c’è all’interno dell’involucro di pelle e peli che mi delimita sono io, tutto quello che è fuori non sono io.
Quando gli scienziati hanno iniziato a usare microscopi potentissimi si sono accorti che non è così.

Innanzi tutto ognuno di noi è un pianeta abitato da miliardi di microrganismi. Chiunque abbia visto la pubblicità dello yogurt con i fermenti lattici vivi dentro dovrebbe sapere che è così.
Quel che è poco noto è che questi microorganismi ci tengono in vita. In gran parte sono il nostro primo livello di difesa contro gli attacchi esterni. 

Se dentro la nostra pancia non ci fossero miliardi di batteri non saremmo in grado di digerire. Senza i batteri che ci abitano non potremmo fare molte cose fondamentali per restare vivi. 
Non sono i batteri che vivono grazie a noi perché gli diamo una casa morbida e riscaldata. Siamo noi che viviamo grazie a loro.
Ma non solo. Si è scoperto che il fatto che i depressi tendano a lavarsi poco dipende dal fatto che così facendo provocano il proliferare di alcuni tipi di batteri porconi che sguazzano nella zella e godono immensamente e producono una speciale tipo di cacca che è una droga che ci dà una sensazione di benessere. Cioè ci curiamo dalla tristezza aumentando la dose di cibo disponibile sul nostro corpo per i batteri che vivendo ci rendono contenti.

E non finisce qui

Sarebbe logico che almeno le cellule fossero una parte di noi stessi. Cioè, io sono ogni piccola parte del mio dito. Almeno quello. Ma neanche questo funziona così.
Da piu’ di 20 anni si è dimostrato che dentro ogni mia cellula ci sono dei lavoratori extracomunitari.
Delle creature che non sono io. La cellula cioè non è un’entità unitaria. Non è una individua, è una cooperativa di individui. Dentro c’abbiamo della gente che esiste per conto proprio, fuori dagli esseri umani, nel mondo.

Creature indipendenti che troviamo a miliardi nell’acqua del mare e che troviamo precise identiche anche nella cellula. 
Abitano lì, si riproducono per i fatti loro, svolgono alcune mansioni che le cellule non sono in grado di svolgere. E se traslocano la cellula muore. Istantaneamente.

E mi chiedo: io sono io (cioè sono la parte delle cellule umane che mi compongono) o sono anche un po’ questa orda di creature ospiti che vivono ovunque dentro e fuori di me?
E quando prendo una decisione chi decide in realtà?
Io-io o io-batteri o io-simbiotici-dentro-la-cellula?

Trovo che tutto questo ragionamento sia una grande pillola contro l’ansia di morire

Se mi metto pensare che in fondo io non sono poi neanche tanto io, visto che non c’è la materia solida e io in realtà sono miliardi di esseri viventi che bivaccano gli uni sugli altri, dentro gli altri, all’interno di me e di ogni mia cellula è diverso che pensare di essere un essere unico e indipendente, che vive solitario su questo mondo ostile.
Se sono una cooperativa di individui ed entità che non sanno neanche di far parte di me e che esistono poco e in maniera discontinua potrei anche incazzarmi di meno all’idea di perdere la mia idea di me stesso e fondermi completamente con il tutto.

Cosa vediamo del mondo?

Gli occhi trasmettono al cervello tutto ciò che vedono. Il cervello lavora febbrilmente per capire che cosa vogliono dire quelle immagini. Come fa?
Solo recentemente l’umanità sta studiando veramente questo problema. Infatti, ci siamo accorti che è veramente difficilissimo insegnare a un computer a identificare quello che vede. Piaget fu uno dei primi a porsi il problema. Come fa il bambino a riconoscere la sedia?
La cosa magica è che non riconosce UNA SEDIA, ma qualsiasi sedia. Ci sono centinaia di tipi di sedie, possono essere colorate in modo diverso, possono essere viste da decine di angolazioni, ma il cervello umano riesce istantaneamente a decifrare che si tratta di una sedia.

Questo accade attraverso un complesso sistema di filtri. Le immagini vengono analizzate sulla base di schemi che derivano dall’esperienza.
Piaget spiegò che prima che il bambino possa riconoscere la sedia deve aver visto, toccato, leccato, spostato, usato, esplorato, un certo numero di sedie.
Ha così creato una griglia di lettura. Se un oggetto ha una serie di caratteristiche particolari è una sedia.

Ma cosa succede se io non ho mai visto una sedia?

Che succede se costruisco una stanza piena di oggetti noti, disposti in modo non abituale e dipinti in modo che le macchie di colore non siano coerenti con la sua forma?
Incredibile ma vero, io vedo nulla. Quello che mi appare è una massa informe.
Anche l’attenzione può fare strani scherzi.

Se durante una partita di pallacanestro chiedo agli spettatori di contare il numero di passaggi effettuati dalla squadra rossa otterrò che nessuno vedrà lo scimpanzé che si aggira tra i giocatori.
Le illusioni ottiche sono un’altra dimostrazione del fatto che il cervello legge la realtà sulla base di schemi prefissati arrivando addirittura a “aggiustare quello che vede”.

Ad esempio, se disegno tre alberi uguali lungo una strada in prospettiva, il cervello cambierà quello che gli occhi vedono e l’albero in fondo alla strada mi apparirà più grande di quello in primo piano. Insomma, per riuscire a superare l’ardua prova di capire cosa succede nel mondo, il cervello usa delle scorciatoie che FUNZIONANO ABBASTANZA BENE ma che a volte danno risultati sbagliati.

Un altro aspetto interessante del processo di interpretazione della realtà è che l’attività principale della mente è quella di buttare via informazioni. I sensi ci mandano tutto quel che registrano ma ai fini pratici solo una percentuale piccolissima di queste informazioni viene utilizzata per capire il mondo. Il resto viene scartato.

Se proviamo a mettere insieme quello che abbiamo detto sull’inesistenza della materia e dell’individualità e sui sistemi di decodificazione del cervello possiamo capire se quel che pensiamo della realtà ha senso. E magari aggiustare un paio di particolari ottenendo vantaggi immensi.

Innanzi tutto scopro che il mio modello del mondo è pieno di approssimazioni e quindi sono autorizzato a giocarci, a prendere in giro la mia concezione della vita. Una persona può rendersi conto che è veramente comico soffrire perché un soffio di energia che con te condivide l’appartenenza a un tutt’uno inscindibile ti ha detto che non vuole più vederti.

Già capire che quel che vedi è vero relativamente e in parte è strutturalmente un abbaglio dovrebbe metterti di buon umore.
Puoi  preoccuparti veramente di quel che penserà la gente di te quando scoprirà che hai subito uno sfrontato, umiliante tradimento?

Guardando l’insieme possiamo scoprire un altro aspetto comico del mondo

Quell’IO che tanto soffre e tanto si preoccupa non ha un corpo fisico cosciente e delimitato. È solo una sensazione. È uno strano fenomeno per cui, grazie a raffinati sistemi percettivi basati su illusioni e approssimazioni sensoriali, si forma l’idea dell’essere un individuo e questa idea da un senso collettivo a un semplice ammasso gelatinoso e semovente e chiama se stesso ESSERE UMANO.

Non ci vuole un grande filosofo per pensare che allora IO sono veramente un fenomeno incredibile. Un sublime desiderio di essere che, attraverso miliardi di anni di tentativi è riuscito a creare un livello nuovo dell’esistente.

Le particelle interagiscono e inconsapevolmente creano le sostanze chimiche, che a loro volta creano cellule le quali si trovano a volte accidentalmente a far parte di agglomerati di cellule e microrganismi che in alcuni casi arrivano a sviluppare coscienza di sé e addirittura creare pensieri, incazzature, emozioni, sensazioni uniche e stupefacenti.

Ne discende che in questo grande casino è però evidente che noi siamo dalla parte di questa rivoluzionaria, recente invenzione. Abbiamo la rara fortuna di godere di questa strana percezione di noi come di entità e di poter peraltro controllare enormi possibilità di muoversi e ballare e stupefacenti facoltà di immaginare, costruire, parlare, sentirsi vivi.

Lo scopo di vivere, di sentirsi un’entità unilocale, sensibile e semovente è quantomeno sperimentare il più possibile il gusto di essere. Se per miliardi di anni ci siamo dati da fare per arrivare a inventare la sensazione di essere un bipede sessualmente eccitabile probabilmente era il nostro scopo riuscirci. Quindi lo scopo della vita è quello di sperimentare il maggior numero possibile di modi per essere IO, provvisoria capacità di affermarmi come unicità, di pensarmi e osservarmi vivere. quindi viviamo per esplorare tutte le opportunità che questa continuità mi offre.

Capisci che vista così la scelta di vivere da depressi è una stronzata pazzesca. 
E quando capisci che il tuo malumore è provocato da modelli di lettura della realtà che sono illusori inizi a sospettare che potresti cambiarli e vedere tutto in maniera diversa.

I nostri modelli di lettura sono frutto di tentativi, stratificazioni di esperienze. L’evoluzione umana è passata per orribili esperienze di guerre e crimini spietati.
Il modello del mondo che abbiamo ereditato e che usiamo per leggere la realtà è impregnato di sangue, dolore e paura.
Ogni giorno le nostre abitudini mentali sono rafforzate dai messaggi che ci arrivano dall’esterno.

C’è una forte spinta a ripetere queste strutture mentali. Queste chiavi di lettura. Proprio perché la nostra sensazione di esistere è frutto solo della capacità di continuare a considerarci un essere vivente abbiamo paura a cambiare il nostro modo di pensare… Temiamo di danneggiare il nostro fragile equilibrio e sparire.

Spero che questo mio gioco sui punti di vista sulla vita ti abbia divertito. Ma probabilmente ti chiedi anche: «Ma in pratica come faccio a sciogliere il mio malumore e le idee negative?»
Non ho una risposta. Ma ho un’ipotesi, ne parliamo la settimana prossima

(continua)

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Foto di Free-Photos da Pixabay

Energia e crisi Covid-19

People For Planet - Sab, 05/23/2020 - 08:19

La crisi epidemica è la prima nella storia dell’era moderna dove vanno in deficit sia la domanda sia l’offerta e ciò ha rotto l’equilibrio in molte convenzioni economiche, anche quelle dell’energia. Il lockdown di oltre tre miliardi di persone ha buttato a picco i consumi petroliferi, con l’industria dell’oro nero che si era “tarata” su un flusso di consumi costante. Questo crollo ha fatto sì che ci fosse un eccesso di offerta di petrolio, cosa che ha ingolfato l’hardware dell’oro nero, ossia i depositi, al punto che pur di non fermare l’attività estrattiva, che avrebbe portato allo stop dei pozzi per mesi visto che non si possono fermare come se avessero dei rubinetti, c’è stato un prezzo negativo il petrolio per la prima volta nella storia. Tradotto: in alcuni giorni del mese di aprile le aziende estrattive hanno pagato ben 40 dollari al barile a chi si portava via l’ormai ex oro nero. Ovviamente questa inversione di prezzo non si è riflettuta sul costo del carburante che del resto oggi in Italia è composto del 90% da tasse.

Non solo petrolio

Ma l’energia ai tempi del Covid-19 non è solo petrolio. La mutazione degli stili di vita, infatti, avrà effetti non banali sul fronte economico anche e soprattutto per le famiglie. Vediamoli. Con la diminuzione degli spostamenti diminuisce anche il consumo, e quindi la spesa, per il carburante, ma i costi fissi delle nostre auto rimangono uguali visto che non dipendono dal chilometraggio. E poiché l’alternativa del mezzo pubblico difficilmente sarà proponibile in sicurezza, molti pendolari saranno costretti a usare l’auto privata, mentre il car sharing sarà possibile solo per chi usa l’auto occasionalmente. Le alternative per recarsi al lavoro sono quelle delle biciclette e degli scooter elettrici, mentre chi può potrebbe usare lo smart working in maniera massiccia. Tutto molto bello ma bisogna tenere d’occhio una serie di questioni. La prima è legata alla connettività e al suo costo, come infrastruttura. Uno smart working efficiente ha bisogno di una connessione in fibra che garantisca almeno 3-400 Mps e la connessione a valle del modem deve essere fatta con una rete Lan visto che il Wi-Fi oggi è utilizzato da tutti i membri della casa. Per cui bisogna arrivare al personal computer con il cavo dal modem. E ciò pone un problema importante. La maggior parte delle abitazioni, a eccezione di quelle delle partite Iva come chi scrive, non sono attrezzate con aree esclusivamente dedicate al lavoro, con il risultato che il working in presenza di bambini o altri familiari può diventare molto poco smart.

Costi poco smart

E inoltre il luogo di lavoro “smart” deve essere climatizzato in orari nei quali di solito la casa era deserta, mantenuto e pulito. Insomma è un costo che dal datore di lavoro si sposta sul dipendente. La cifra? Complicato dirlo ma sappiate che nei business plan delle aziende un posto di lavoro nel terziario avanzato, esclusa ovviamente la retribuzione, costa circa 300 euro. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano l’utilizzo dello smart working porta per l’azienda a un risparmio del 30% sui costi gestionali degli spazi fisici, un incremento del 15% di produttività e una riduzione dell’assenteismo del 20%.

E per il lavoratore?

A fronte dell’azzeramento dei costi e dei tempi di spostamento, per il resto i costi aumentano con la retribuzione che rimane invariata. I costi gestionali degli spazi, tra i quali quelli energetici sono importanti, sia aggirano intorno ai 100 euro/mese. Cifra che viene decurtata dal reddito in maniera secca. Certo c’è almeno un’ora relativa ai trasporti ogni giorno che viene liberata ma che difficilmente un dipendente può trasformare in un’attività redditizia. Per cui abbiamo con lo smart working una perdita di liquidità secca che però può essere limitata con un approccio pragmatico all’energia. Su questo punto è necessario essere dettagliati e puntuali. Il nostro posto di lavoro domestico infatti può essere messo a punto per consumare meno energia possibile. E ora con il nuovo decreto che incentiva l’efficienza al 110% lo si può fare a costo zero. I costi della climatizzazione invernale si possono ridurre fino al 70%, quelli di quella estiva del 50% e quelli d’illuminazione del 90%. Sul fronte delle attrezzature è necessario richiedere alle aziende – visto che le devono fornire loro – , a meno esigenze specifiche, computer portatili che consumano anche l’80% in meno rispetto a quelli fissi. Oltre a ciò bisogna attrezzarsi per ridurre anche i costi delle bollette che rimangono come carico, anche se ridotto. La ricetta per fare ciò è a base di flessibilità e rinnovabili. Flessibilità per considerare di cambiare forniture, almeno ogni anno, energetiche con quelle più convenienti, mentre le rinnovabili domestiche, anche esse incentivate, possono dare il colpo di grazia alle nostre bollette. Un sistema fotovoltaico con accumulo per l’energia elettrica, una pompa di calore, magari geotermica, per la climatizzazione e il solare termico per l’acqua calda sanitaria sono ottimi alleati per ridurre ulteriormente, non solo i costi energetici dello smart working, ma anche quello dell’abitare in generale. Facendo del bene al nostro portafogli, alla ripresa economica sostenibile e, non dimentichiamolo, al clima.

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Fujisawa, Giappone: la città più ecologica del mondo? (Video)

People For Planet - Sab, 05/23/2020 - 07:22

19 ettari di superficie, può ospitare fino a 3000 persone. Fujisawa è un laboratorio per testare la città intelligente del futuro, alimentata da energie rinnovabili, caratterizzata da una mobilità sostenibile e bassissimi livelli di inquinamento.

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Sud America è il nuovo epicentro Covid | Virus: i ricchi sempre più ricchi | Il flop di Impresa sicura

People For Planet - Sab, 05/23/2020 - 06:25

Tgcom24: Karachi, aereo cade su una zona residenziale: a bordo 107 persone | Due sopravvissuti?;

Il Mattino: Niente distanziamento, sull’aereo come sardine: la denuncia dei passeggeri;

Il Messaggero: Oms: «Il Sud America è il nuovo epicentro della pandemia»;

La Repubblica: Regno Unito, le regole severissime per chi entra nel Paese: quarantena obbligatoria e multe salate ;

Leggo: Asili e centri estivi, da lunedì 25 maggio si può riaprire. Vale per l’intera fascia 0-17 anni. Fase 2 in Campania, De Luca dà il via libera a spiagge e nautica da diporto con sbarco sulle isole: riaprono i lidi Riaperture, si teme primo weekend post-lockdown. A Roma mille agenti anti-movida;

Corriere della Sera: Rimborsi per mascherine per le aziende finiti in un secondo: il flop di Impresa sicura;

Il Giornale: Il vaccino anti-influenza per bimbi fino a 6 anni e per le persone over 60;

Il Fatto Quotidiano: Case di riposo – Assessore Gallera: “In Lombardia 30% degli ospiti positivo al Covid”. Trivulzio, protestano i parenti delle vittime;

Il Manifesto: Virus diseguale: miliardari sempre più ricchi. E quasi esentasse;

Il Sole 24 Ore: Atlantia congela investimenti di Autostrade, braccio di ferro con il Governo sui prestiti – La richiesta dei 2 miliardi allo Stato – In 10 anni meno investimenti e più dividendi.

La Grecia riaprirà ai turisti il 15 giugno

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 19:00

La Grecia ha acceso i motori della sua industria turistica, annunciando che i turisti potranno tornare sulle sue spiagge in poche settimane.

In un discorso alla nazione, il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, come riporta il Guardian, ha affermato che il 15 giugno sarà la data di inizio ufficiale di una stagione turistica ritardata dalla pandemia globale di coronavirus e che i collegamenti internazionali diretti verso le destinazioni turistiche del paese riprenderanno gradualmente dall’inizio di luglio.

Niente quarantena per i turisti ma test a campione

I turisti provenienti da altri paesi non saranno messi in quarantena ma dovranno sottoporsi a test del coronavirus a campione, ha detto Mitsotakis.

L’annuncio da parte di Mitsotakis di “test a campione” porrà fine alla necessità per i viaggiatori di esami del sangue pre-volo o di produrre certificati di immunità al coronavirus.

In precedenza il primo ministro aveva affermato che “nel migliore dei casi”, la Grecia avrebbe accettato i turisti dal 1° luglio, ma – cercando di capitalizzare la gestione riuscita della pandemia nel paese – ha annunciato l’apertura degli hotel stagionali dal 15 giugno.

I primi turisti stranieri dovrebbero entrare nel paese in auto dai vicini stati balcanici che hanno anche loro registrato bassi tassi di infezione e mortalità.

Tagli alle tasse per ridurre i costi per i turisti

Con la Grecia desiderosa di attrarre turisti sono stati anche annunciati tagli alle tasse.

Nel tentativo di rendere la Grecia più competitiva anche per i tour operator che vogliano siglare pacchetti nei prossimi giorni, Mitsotakis ha affermato che i dazi di trasporto saranno abbassati dal 24% al 13% per i prossimi cinque mesi, rendendo i biglietti per navi, aerei e autobus più economici durante il stagione turistica. Saranno ridotte anche le imposte su alcuni generi come il caffè o le bibite analcoliche.

In Grecia in totale meno di 3.000 casi di covid-19

La Grecia, che ha attuato un blocco precoce e rigoroso per evitare di stressare il suo sistema sanitario colpito dall’austerità, ha registrato cifre sorprendentemente basse per Covid-19.

Fino al 20 maggio le autorità sanitarie del paese avevano registrato 2.850 casi confermati e 166 decessi.

Le isole greche praticamente immuni dal coronavirus

Nei vasti arcipelaghi di isole della Grecia – che sono rimasti tutti straordinariamente immuni dal coronavirus – le sfide sono state particolarmente acute. Alcune isole, quasi disabitate durante l’inverno ma molto frequentate durante i mesi estivi, erano poco attrezzate e avrebbero avuto seri problemi per affrontare focolai che fortunatamente non ci sono stati.

L’industria turistica greca costretta a reimmaginarsi

Il piano turistico avvia anche un salto senza precedenti verso l’ignoto per l’industria turistica greca, costretta a reimmaginarsi a causa delle restrizioni della crisi sanitaria globale.

Il ministro del turismo, Harry Theoharis, ha riconosciuto che riaccendere la macchina turistica sarà un “esercizio molto complicato”.

L’intero settore – dall’uso obbligatorio delle mascherine sui voli al modo in cui gli hotel opereranno ogni giorno per rispettare le regole di distanza fisica – ha dovuto essere rielaborato nei minimi dettagli in nome della tutela della salute.

“Il giusto equilibrio tra protezione e piacevolezza della vacanza”

Consentire il ritorno del turismo è chiaramente un rischio calcolato, afferma Theoharis. “Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra la protezione della salute e la piacevolezza dell’esperienza della vacanza perché ovviamente le persone vanno in vacanza per essere libere, spensierate, per pensare al relax” ha detto. “E possiamo farlo mantenendo bassi i nostri numeri di infezione e la forza del nostro sistema sanitario così che se serve possa curare non solo i cittadini ma anche i turisti.”

Quest’anno si prevede la riduzione dei turisti a un terzo dell’anno scorso

Per un paese che aveva appena iniziato a emergere da una crisi del debito lunga quasi un decennio, le entrate del turismo sono fondamentali. L’anno scorso la Grecia ha attirato un record di 33 milioni di turisti, l’equivalente di tre volte la sua popolazione.

Quest’anno le previsioni del settore dicono che sarà già tanto se la Grecia attirerà un terzo di quel numero.

Mitsotakis ha affermato che sebbene la Grecia sia stata da esempio nella gestione della malattia, i greci potrebbero essere particolarmente colpiti dalla recessione causata dalla pandemia.

L’unica strada da percorrere, ha detto, è far partire la stagione turistica e preparare il terreno per un anno di successo nel 2021, quando – si spera – il coronavirus farà parte del passato.

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In volo su Matera

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 19:00

Matera come non l’avete mai vista: volandoci sopra con un drone

Un’altra impresa del collettivo di videomaker Dirty Seagulls che ci fa vedere Matera come se fossimo degli uccelli in volo

Fonte: Youtube Dirty Seagulls

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Agricoltura urbana a Napoli

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 17:45

Nel cuore del quartiere Sanità, a Napoli, un gruppo di persone, insieme all’associazione Pro Natura ha recuperato uno spazio adibito a discarica e ne ha fatto uno splendido orto urbano!
Inclusione sociale, autogestione e educazione alimentare e ambientale sono i cardini di questa iniziativa.

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Covid-19: alcuni ospedali hanno sospeso l’aborto

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 15:00

Solo l’Associazione Luca Coscioni ha ricevuto 33 richieste di informazioni/aiuto al giorno durante il lockdown, 3mila in totale. Secondo un’indagine SWG, il 33% degli italiani chiede più tutele in fatto di diritto all’aborto; il 31% ritiene che la legge vada cambiata, per raggiungere una più larga applicabilità; il 50% degli intervistati chiede di migliorare l’Ivg farmacologica, consentendo il regime ambulatoriale o a casa come avviene in altri Paesi, mentre il 27% reclama la gratuità della contraccezione. “Dati in controtendenza rispetto all’inerzia politica sul tema”, scrive in un comunicato l’Associazione Coscioni, che rivela questi dati nel giorno del 42esimo compleanno della legge che regola il diritto all’aborto. Ma soprattutto questi dati sono in controtendenza rispetto a una realtà dominata dalle lobby ultra-cattoliche che non solo di fatto impongono l’obiezione di coscienza ai medici che vogliono fare carriera (leggi qui la lettera di una studentessa di ostetricia e ginecologia per capire come funziona la cosa), ma anche agiscono impuniti al di fuori di ogni ospedale – perfino ospedali pubblici e eccellenti come la Mangiagalli di Milano – per fare pressione psicologica contro le donne che vogliono abortire. Per non parlare poi dell’obbligo di seppellire i feti abortiti, abolito un anno fa in Lombardia dopo una lunghissima battaglia.

I dati dell’obiezione

L’obiezione di coscienza, nel nostro Paese, supera il 70 per cento tra medici, anestesisti e paramedici. Secondo una relazione diffusa dal Ministero della Salute nel 2018, di più non è dato sapere, i ginecologi che rifiutano di supportare l’interruzione volontaria di gravidanza sono il 68,4%, gli anestesisti il 45,6% e il personale non medico il 38,9%. Facile capire come Covid-19 possa essere stato strumentalizzato per sospendere un diritto così fortemente politicizzato.

La denuncia di medici e associazioni

“Da testimonianze dirette apprendiamo che, troppo spesso, l’accesso all’IVG è negato o reso difficile da percorsi ad ostacoli – ricordano Filomena Gallo e Mirella Parachini dell’Ass. Luca Coscioni, Anna Pompili (dell’associazione di medici AMICA) e Sara Martelli (coordinatrice di Aborto al Sicuro) -. A ogni anniversario della legge che disciplina il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, emerge la mancanza di volontà politica nell’applicazione di questa norma che ha avuto il merito di evitare gravi danni alla salute delle donne. Sembra che la salute della donna e il Principio di uguaglianza non rientrino tra le tutele previste dagli Art. 32 e 3 della nostra costituzione, nei fatti. Anche quest’anno non è possibile commentare i dati dell’anno precedente sull’applicazione della 194/78 ai sensi dell’art. 16 della stessa, perché il ministro della Salute Roberto Speranza non ha ancora depositato la relazione al parlamento sulla 194, siamo fermi ai dati relativi al 2017, e neppure il Ministro di Grazia e Giustizia ha inteso presentare una relazione prevista dalla stessa legge 194, in questo caso siamo fermi al 2016”. In altre parole, le disposizioni di legge vengono bellamente ignorate, e questo al fine presumibile di coprire un servizio che piano piano sta scomparendo.

“Molti ospedali hanno sospeso o ridotto l’aborto”

“L’interruzione di gravidanza ha sempre un carattere d’urgenza, e rientra nelle prestazioni inderogabili anche secondo il decreto del Ministro della Salute. Tuttavia, la pandemia di COVID-19, ha colpito in particolare la possibilità di fruire di questo diritto, sancito dalla legge. Alcuni ospedali stanno riducendo, altri addirittura hanno sospeso, gli accessi alle pratiche per l’aborto, senza fornire chiare informazioni a riguardo, con enormi differenze da regione a regione. Le associazioni attive in questo ambito hanno proposto, con altre associazioni di medici non obiettori e la rete pro-choice, di prevedere l’aborto farmacologico ambulatoriale in combinazione con la somministrazione autonoma (come richiesto già da tempo anche dai medici ginecologi)”.

La proposta delle Associazioni e dei medici

In particolare, si chiede di:

· Estendere l’applicazione del metodo farmacologico dell’interruzione di gravidanza fino al 63°giorno di amenorrea e in regime di day hospital e ambulatoriale e arrivare alla contraccezione gratuita;

· Creare un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;

· Elaborare una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza anche con servizio alternativo;

· Istituzione di concorsi pubblici riservati al 50% a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;

· Utilizzare medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;

· Offrire la deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

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Thailandia: peluches di panda per mantenere il distanziamento sociale

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 14:00

Un ristorante di cucina vietnamita situato a Bangkok, in Thailandia, ha trovato un’idea creativa e simpatica per aiutare i propri clienti a mantenere il distanziamento sociale e sentirsi meno soli.

Maison Saigon ha pensato a tutto per assicurare alla clientela la massima sicurezza: oltre ai classici separatori in plexiglass, le persone possono accomodarsi al tavolo al fianco di teneri peluches di panda sorridenti.

Mangiare da soli non sarà più un problema. Ma non solo: i panda rappresentano un’attrazione anche per i più piccini. Non a caso, alcuni peluches indossano il tipico cappello vietnamita rosso, ispirato a Po, il protagonista di Kung Fu Panda.

La scelta dei panda non è casuale: questi teneri animali a rischio estinzione tendono all’isolamento e, per natura, mantengono il distanziamento sociale, in quanto molto solitari, oltre che seriali sgranocchiatori di bamboo.

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I grandi maestri della Fantascienza

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 13:10

La Treccani definisce così la Fantascienza: “Tipo di narrativa sorto nella seconda metà del sec. 19°, essenzialmente come genere avventuroso, che, a partire da ipotesi di carattere più o meno plausibilmente tecnico-scientifico e fingendone uno sviluppo lineare, descrive un presunto futuro prossimo o remoto della Terra”.
Scienza e immaginazione!
Chi sono i maggiori esponenti di questo genere letterario?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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I 7 migliori libri di fantascienza

I 10 migliori film di Michel Piccoli

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 12:00

Ci ha lasciato un mostro sacro del cinema internazionale.
E lo era non solo per la straordinaria tecnica affinata con il teatro ma anche per una sua incredibile sensibilità umana che lo ha fatto diventare punto di riferimento per grandi registi a partire da Luis Buñuel  che lo solleva da ruoli minori consegnandogli una notorietà internazionale tra gli appassionati di cinema d’autore.

Nella sua Francia, i genitori erano dei musicisti di origini ticinesi, conquista un preciso ruolo all’interno del sommovimento della Nuovelle vague “che vedranno in lui l’attore perfetto per ruoli fuori dalle norme e dalle convenzioni” (Mereghetti). Una palestra che gli consente di recitare anche con Hitchcock e in grandi produzioni internazionali.

Negli anni Settanta, grazie alla collaborazione artistica e umana con Marco Ferreri, lo fanno diventare come una sorta di bollino di qualità per i film cui partecipa sia da protagonista che da comprimario. Mai banale, sempre ispirato nelle parti che aggiungono un valore aggiunto ai numerosi film cui partecipa sia che fossero di genere o d’autore.  

Circa 50 spettacoli teatrali, 33 cortometraggi (un grande non disdegna questa forma d’espressione) e ben 176 lungometraggi girati in tutto il mondo sono un patrimonio enorme da sviscerare per scegliere i suoi migliori dieci film che in questa classifica vengono selezionati molto sulla base di una preferenza legata ai molti titoli italiani di gran levatura cui partecipò e che hanno lasciato un segno nel nostro pubblico. Fa riflettere che Piccoli non abbiamo mai vinto un César, l’Oscar nazionale francese. Eppure in Francia è stato molto amato. Un attore enorme e potente che merita di essere visto e ricordato.

HABEMUS PAPAM – NANNI MORETTI- 2011

Sul finire della carriera, una superlativa interpretazione di quelle che restano a futura memoria. Con Moretti regista idolatrato in Francia, miglior film dell’anno per i Cahiers du cinéma, l’ateo Piccoli dà il meglio di sè interpretando il personaggio del Papa depresso e che con il suo rifiuto anticipa la profezia di Ratzinger e quella di Bergoglio solo che cammina per le strade di Roma.

Ha scritto Cristina Piccino: «Riusciamo a immaginare qualcun altro vestito da papa, nelle strade capitoline, che fugge dal suo pontificato – anticipando ciò che accadrà davvero – come fa lui in Habemus Papam (2011) di Nanni Moretti? Poteva essere paradossale, persino stonato, e invece Piccoli sa renderlo “reale” nella sua angoscia, nei suoi vezzi, nelle fughe della fragilità».

Il cardinale Melville con il suo panico umano ci restituisce le ansie della chiesa di oggi. Ma c’è anche la riflessione sullo spettacolo e il ruolo dell’attore nel suo incontro con la compagnia che deve mettere in scena Il gabbiano di Cechov. Il Papa in fuga è un attore frustrato che non è riuscito a salvarsi con il demone dell’arte. Viene costretto a tornare in un ruolo che non ha scelto dichiarando la sua incapacità ad assolverlo.

Da registrare che nelle polemiche molto dure del mondo cattolico contro il film, la Radio Vaticana non ebbe alcun problema a giudicare “bravissimo” Michel Piccoli.

LA GRANDE ABBUFFATA – MARCO FERRERI – 1973

Il regista televisivo che si chiude in una villa con altri amici per sfinirsi di sesso e cibo pantagruelico fino alla morte è monumentale nella recitazione e nell’adesione convinta a un progetto eversivo di questo capolavoro e non è un caso che tutti gli interpreti nel film hanno il loro nome di battesimo.

Terzo film di sei girato con l’autore italiano con cui Piccoli instaura un rapporto molto speciale fatto di reciproche introspezioni e complicità. In anni recenti l’attore dirà di Ferreri: «È stato il mio maître à travailler. Poche parole, nessuna discussione. Un’immensa libertà». In questo film quella libertà è esercitata prestandosi a mangiare all’inverosimile, scorreggiando e rendendosi incapace di muoversi prima di giungere alla morte dal personaggio che incarna per ruolo le deviazioni dell’arte e dello spettacolo.

Fischiato a Cannes e avversato da molta critica, non mancarono esegesi positive come quella di Maurizio Grande che scrisse di: “Uno specchio delle verità come eccesso”. Il Film fu censurato e bandito dalle programmazioni televisive.

Il padre e la figlia di Piccoli interpretano dei piccoli ruoli.

IL DISPREZZO – JEAN LUC GODARD – 1963

Mirabile apogeo del cinema godardiano e che lancerà Piccoli sul mercato internazionale grazie al ruolo dello sceneggiatore italiano marito di Brigitte Bardot al fulgore della sua bellezza fisica ed espressiva che lo disprezza (Le mèpris del titolo originale) per i compromessi che concede a un produttore americano che deve salvare un film sull’Odissea affidato a Fritz Lang che diventa il coro dell’opera.

Il film è tratto da un romanzo di Moravia stravolto dal regista, girato a Capri, Sperlonga e Cinecittà. Lo sceneggiatore Piccoli si barcamena tra i compromessi sostenendo che «Il cinema è meraviglioso» nonostante tutto comprese le avances accettate dalla moglie verso il produttore per divismo e successo.

Film massacrato dal produttore Carlo Ponti (quasi uno specchio di quello che accade nel film) con lunghi tagli, dialoghi modificati da un doppiaggio cialtronesco, e un’oscena sostituzione delle musiche di Delerue con diversa colonna sonora jazz di Piccioni. Godard lo disconosce, recuperato nella sua versione originale dal restauro e dalla nuova distribuzione della Cineteca di Bologna.

Piccoli è sublime come la Bardot. L’attrice per commentare la morte dell’amico collega ha detto: «Aveva talento, ironia e amava il mio fondoschiena…».

BELLA DI GIORNO – LUIS BUÑUEL – 1967

Come per Ferreri, estremamente fecondo il rapporto di Piccoli con il maestro spagnolo che ne ha fatto il suo “contraltare surreale” (Paolo Martini). Buñuel  ne nota le capacità fin da giovane dandogli un ruolo di rilievo ne La selva dei dannati. Seguiranno altri cinque film in cui condividono concezioni estetiche e politiche libertarie. Le mie preferenze vanno, pur se non attore protagonista, all’epocale Bella di giorno.

Henri Husson, uomo borghese riconosce di essere un borghese piccolo piccolo nel suo frequentare bordelli, diventando personaggio aperto nella sua manifesta ambiguità che si rispecchia nelle perversioni della bellissima protagonista.

Nel 2006 Piccoli, a differenza della Deneuve, accetta con grande trasporto, di partecipare al film omaggio di Manuel De Oliveira Bella sempre dove Henry Usson diventa il protagonista del nuovo trattamento.

DILLINGER È MORTO – MARCO FERRERI – 1969

Primo film di Piccoli con Marco Ferreri conosciuto su un set.  Il regista gli presenta un copione di dieci pagine, quasi senza parole. Un film muto, un personaggio senza battute. «E adesso? Gli ho chiesto. E adesso comincia a farmi vedere come lo faresti, mi ha detto».

E fa nel migliore dei modi il personaggio di Glauco, designer pubblicitario che torna a casa dalla moglie. Proietta vecchi filmini, perde tempo, si fa da mangiare, trova una pistola, la dipinge di rosso a pallini bianchi, la avvolge in giornale che parla di Dillinger,  tenta di far sesso con la cameriera, mima il suicidio, spara alla moglie dormiente e si imbarca su uno yacht in una fuga verso Tahiti.

Film emblema del Sessantotto, con Anita Pallemberg, girato a casa del pittore Schifano.

Messa in scena straordinaria. Critica alla società dei consumi feroce e sempre attuale.

SALTO NEL VUOTO – MARCO BELLOCCHIO – 1980

Anche se girato da Bellocchio nel suo non eccelso periodo quando collaborava con lo psicanalista Massimo Fagioli, un vibrante film di grandi recitazioni ma dove le bassezze e le ipocrisie ne sono protagoniste.

Piccoli è un giudice. Convive nella stessa casa della sorella. Entrambi non sposati. Mauro ha un rapporto malato di dipendenza con la sorella Marta che gli fa da madre, badante, convivente. Compare sulla scena Michele Placido nei panni di un attore prepotente che dovrebbe risolvere l’assurda situazione. Ma come in un gioco dell’oca psicoanalitico tutto tornerà come prima.

Trionfo a Cannes con Palma d’oro per la recitazione assegnata sia a Michel Piccoli che ad Anouk Aimée.

MILOU A MAGGIO – LOUIS MALLE – 1990

Il Sessantotto in forma di commedia ma gli echi di Buñuel (al copione collabora un suo sceneggiatore) e della vecchia dissacrazione non mancano. Siamo nel famoso Maggio francese e la morte della nonna richiama tutti gli eredi in una casa di campagna di provincia e lontana da Parigi dove arrivano gli echi della rivolta dalla radio ma anche rivoluzionari solidali borghesi e militanti che arricchiscono la riuscita cornice. Il figlio della scomparsa, il poetico Milou interpretato da Piccoli accoglie gli ospiti con la governante in una sarabanda esistenzialista e divertente molto riuscita.

Perfetta metafora degli avvenimenti del Sessantotto ne sintetizza l’adesione temporanea e la partecipazione collettiva della società francese che crede di fare una rivoluzione ma presto ritorna all’ordine con De Gaulle. Malle si concede un finale lirico surreale e fantastico che non prende posizione.

LA BELLA SCONTROSA – JACQUES RIVETTE – 1991

Forse uno dei più bei film dedicati all’arte.
Uno dei più bravi registi francesi attinge a un racconto breve di Balzac e contamina la sua arte di suggestioni alla Rohmer.

Il titolo del film fa riferimento ad un quadro incompiuto che ha costretto il pittore protagonista interpretato da Piccoli a smettere di dipingere e ritirarsi in un castello vicino Montpellier con la moglie che gli faceva da modella e qui impaglia animali.

Arriva un giovane pittore ammiratore con la splendida compagna. Tornerà la voglia di riprendere il quadro e la giovane (una splendida Emanuele Bèart) con le sue nudità accende una trama che sembra volgere alla tragedia ma riserverà non poche sorprese con un trionfo della creatività e dei misteri intimi dell’arte.

Mirabile performance di Piccoli che “Visto al lavoro nell’atelier sembra proprio un artista preso dalla vita” (Kezich). Poco conosciuto in Italia. Fu presentato in versione integrale a Cannes e tagliato di oltre 50 minuti nella distribuzione commerciale.

TRE AMICI, LE MOGLI, E (AFFETTUOSAMENTE) LE ALTRE- CLAUDE SAUTET – 1974

Il sodalizio tra Michel Piccoli e Sautet è stato molto intenso nella riuscita artistica e contempla film di straordinaria recitazione e intensità filmica come nel caso de L’amante e dello sconosciuto in Italia Mado.

Le mie preferenze però vanno a questo straordinario affresco corale che vede Piccoli nei panni di un medico cornificato dalla moglie per aver rinunciato ai suoi ideali, riunirsi con i suoi amici e le rispettive mogli nei week end per celebrare il loro cameratismo che invece apre una spietata fiera delle atrocità.

Tocco di regia strepitoso che ben alimenta un cast che annovera a fianco di Piccoli, Yves Montand e Serge Reggiani nei panni di un piccolo industriale e di un giornalista con ambizioni frustrate da scrittore. A movimentare la scena ci pensa Depardieu aspirante boxeur frenato dalla fidanzata. Interpretazioni superlative.

DIABOLIK – MARIO BAVA – 1968

Film nato per motivi commerciali e oggi diventato cult essendo ritenuto uno dei migliori film pop degli anni Sessanta per i riferimenti scenografici psichedelici.

Michel Piccoli interpreta il commissario Ginko, l’antagonista del celebre ladro assassino. Accolto dagli appassionati da violente polemiche per la mancata somiglianza con il personaggio del fumetto furono le sorelle Giussani a difendere Piccoli sostenendo: «Ginko si riconosce per quello che fa, non per il suo volto». E infatti fans fumettari e critica italiana lodarono l’interpretazione di Piccoli. Non fu così per Eva Kant e Diabolik. Ma in Francia il film pur se a basso budget e grazie all’ottimo artigianato di Bava diventò un successo ottenendo anche il plauso dei Cahiers. Poi anche in Italia, grazie alla giovane critica ha avuto una piena rivalutazione.

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Prima le biciclette, poi le auto: il decreto rilancio modifica il codice della strada

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 11:30

L’articolo 229 del decreto n. 34 del 19 maggio 2020 – il decreto rilancio – introduce alcune novità e precisazioni che puntano ad aumentare la progettazione di piste ciclabili nelle città italiane in tempi rapidi e a spingere così i cittadini a preferire la mobilità lenta agli spostamenti in auto.

Da sapere: casa avanzata e corsia ciclabile

Sono due definizioni fondamentali contenute nell’articolo 229 al comma 3. Come specificato, si va a modificare quanto contenuto nel Codice della Strada.

Casa avanzata: linea di arresto per le biciclette  in  posizione  avanzata rispetto alla linea di arresto per tutti gli altri veicoli;
– Corsia ciclabile: parte longitudinale della  carreggiata,  posta  a  destra, delimitata mediante una striscia bianca discontinua, valicabile e  ad uso promiscuo, idonea  a  permettere  la  circolazione  sulle  strade urbane dei velocipedi  nello  stesso  senso  di  marcia  degli  altri veicoli e contraddistinta  dal  simbolo  del  velocipede.  La  Corsia ciclabile è parte della ordinaria corsia veicolare, con destinazione alla circolazione dei velocipedi.

Il decreto precisa, inoltre, che nelle intersezioni  semaforizzate, tramite ordinanza, sulla soglia dell’intersezione si può realizzare la casa avanzata, estesa a tutta la larghezza della carreggiata o della semicarreggiata. Dal punto di vista tecnico, la casa avanzata può essere realizzata lungo le  strade con velocità consentita inferiore o uguale a 50 km/h, anche  con più corsie per senso di marcia, ad una distanza di almeno 3 metri rispetto alla linea di arresto stabilita per il flusso veicolare. L’area delimitata è accessibile attraverso una corsia  di lunghezza pari almeno a 5 metri riservata  alle biciclette, situata sul lato destro in prossimità dell’intersezione.

Vantaggi e perplessità

Partiamo da una considerazione. In media, gli italiani al volante non sono abituati né a contenere la velocità, né a convivere con un gran numero di ciclisti.
È chiaro che occorre abituarsi per il bene del Pianeta, dei propri polmoni, messi a dura prova dallo smog, e anche per abbattere i livelli di stress che in mezzo al traffico diventano ingestibili.
Ma abbiamo, evidentemente, ancora bisogno di un po’ di rodaggio. Ecco perché, di fronte al tracciamento di nuove ciclabili, qualche polemica scatta ed è fisiologica. Ma è il momento giusto: siamo reduci da una pandemia, ci siamo fermati, dobbiamo ripartire con regole nuove, frutto di ciò che abbiamo osservato ed imparato.

Uno dei vantaggi è che adesso sarà possibile realizzare nuove ciclabili in tempi piuttosto contenuti. In molti temono che una striscia di vernice non basti a garantire la sicurezza dei ciclisti, che così si ritrovano a pedalare accanto alle auto senza una “vera” ciclabile. Pare, tuttavia, che i dati su corsie di questo tipo e non realizzate sui marciapiedi dimostrino il contrario e siano sicurissime.
Il vero problema è che spesso le amministrazioni locali in Italia hanno evitato di tracciare corsie ciclabili sulle carreggiate esistenti perché si tratta di una scelta impopolare, considerata coraggiosa: significa togliere parcheggi e corsie per le auto, rischiando di perdere consensi (o comunque questo è ciò che si teme ancora nel privilegiare la mobilità lenta). In ogni caso, pare anche che avere accanto una corsia riservata ai ciclisti, porti gli automobilisti a tenere alta l’attenzione e ad essere più vigili rispetto a quando hanno la certezza che i ciclisti viaggino su piste esterne (ma risultano di fatto meno visibili).

L’esperimento di Genova

Escludendo quello arcinoto di Corso Buenos Aires a Milano, uno dei casi più recenti di come perplessità e complimenti pesino allo stesso modo sui piatti della  bilancia è quello di Genova, dove si pensa a una ciclabile che unisca il centro ai primi confini della periferia a Ponente. Un progetto ambizioso, che si spera possa vedere davvero la luce in tempi ragionevoli. Per ora in Corso Italia, il lungomare dei genovesi che inizia da Boccadasse, è stata tolta una corsia alle auto per tramutarla in corsia ciclabile. I ciclisti si trovano così a pedalare tra auto e parcheggi, con l’ulteriore preoccupazione degli autobus che dovranno effettuare le fermate, possibilmente senza generare ingorghi in un tratto già storicamente molto trafficato. Piovono gli apprezzamenti per il coraggio, ma piovono anche le polemiche. Perché non una ciclabile tracciata sottraendo qualche metro al larghissimo marciapiede pedonale? Di fatto, è arrivato il primo incidente a poche ore dall’adozione del nuovo assetto, per fortuna non grave. Il risultato è che si stanno studiando altre soluzioni, segno che qualcosa non va.

La preoccupazione maggiore è che le nuove corsie ciclabili non hanno barriere a dividere auto e bici: la promiscuità preoccupa. In molti casi i ciclisti dovranno probabilmente vedersela comunque con parcheggi selvaggi lungo il loro tracciato, portiere aperte all’improvviso, guidatori selvaggi e motorini che invadono la loro corsia. Dove possibile, si può sfruttare a vantaggio dei ciclisti un maggiore spazio tra le due corsie, ma sappiamo che in molte città gli spazi sono limitatissimi. Che fare allora? Sensibilizzare, informare, sperare che l’eccezione e la novità diventino abitudine consolidata.

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Covid-19, Milano non sarà libera il 4 giugno

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 11:15

Sapremo tutto con certezza il 29 maggio, quando il report settimanale del monitoraggio che ogni regione deve fornire chiarirà se anche Lombardia, Molise e Umbria saranno “aperte”, ovvero se sarà possibile spostarsi verso altre regioni. E diciamo subito che le cose per i lombardi – e i milanesi in particolare – non si mettono affatto bene. A Milano l’indice Rt – quello che ha sostituito l’Ro e che calcola il tasso di contagiosità dopo l’applicazione delle misure atte a contenere il diffondersi della malattia – è risalito da 0,65 a 0,86 in 9 giorni.

Per tutta l’estate si vivrà al momento

L’ultimo decreto approvato aveva stabilito che ci si potrà spostare in tutta Italia dal 4 giugno, ovvero subito dopo il ponte del 2. Ma subito la correzione: sarà possibile solo se tutto procede a dovere, naturalmente. E pare che così non sia, e l’apertura potrebbe non essere totale, in modo da impedire l’ingresso a chi proviene dalle regioni con il maggior numero di contagi.

La ratio sarà che ci si potrà spostare da regione a regione, solo per quelle che hanno un livello di rischio simile: e così sarà per tutta l’estate, considerato – e l’ha ribadito uno studio su Nature, oltre a diversi studi italiani  – che il caldo non sembra proprio scalfire covid-19.

Come si calcola il rischio

Il livello di rischio viene assegnato elaborando i 21 punti del monitoraggio come stabilito dal ministero della Salute. Ogni settimana le Regioni comunicano i parametri e l’incrocio di questi fornisce il livello complessivo di contagi e dunque il rischio. In particolare, si valutano l’Rt (il tasso di contagiosità), il numero dei tamponi fatti e una serie di dati relativi alla tenuta del sistema sanitario, e al numero di posti liberi in terapia intensiva. Di qui il livello di rischio: che può essere basso, moderato o alto.

Al momento, secondo i dati della scorsa settimana, tutte le regioni sono a livello basso tranne Lombardia, Molise e Umbria. Quindi oggi, tutti gli italiani potrebbero spostarsi liberamente nel paese, tranne gli abitanti di queste tre regioni.

Chiudere o aprire i propri confini regioni sarà compito dei singoli governatori, e le valutazioni potrebbero tenere conto anche di singole realtà – come una città – che potrebbero mostrare un andamento diverso da quello della regione. Così è successo in Molise e in Umbria, finite tra le regioni più colpite per colpa di singoli episodi avvenuti in aree particolari e così sta avvenendo a Milano, dove l’Rt è salito dallo 0,65 del 12 maggio allo 0,86 di giovedì 21.

Twitter ironizza sulle responsabilità della politica per la situazione lombarda e milanese

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Covid-19: dimenticati i disabili e le loro famiglie

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 10:00

E il carico di lavoro dovuto all’accudimento della persona con handicap, già di per sé importante nella vita “normale”, è diventato più gravoso per il 90% dei caregiver familiari

Nelle famiglie con persone con disabilità grave più di otto caregiver familiari su 10 hanno subito un danno fisico o emotivo e un importante aumento di stress e ansia a causa dell’accumulo del carico di lavoro dovuto all’accudimento della persona non autosufficiente, diventato più gravoso nel 90% dei casi durante il lockdown. I dati arrivano dall’indagine “Rilevazione condizioni di vita dei caregiver familiari in fase 1 Covid-19” realizzata dal Confad, il Coordinamento nazionale famiglie in cui vivono persone con disabilità gravi.

Scarsi i contatti dalle strutture dedicate all’assistenza

Dalle risposte ai questionari somministrati ai caregiver familiari di persone con disabilità gravi emerge che in seguito alle misure restrittive emanate durante l’emergenza Covid-19, un caregiver su due ha dichiarato di non essere stato contattato né dagli assistenti sociali, né dai centri diurni, né dalla scuola, e il 65% non ha avuto nessun contatto con le strutture e le figure di riferimento – fisioterapisti, logopedisti, infermieri, operatori socio sanitari, educatori – che prima dell’emergenza Covid-19 si occupavano della persona non autosufficiente. Tutto questo ha comportato che durante il lockdown il carico di lavoro per l’accudimento della persona con disabilità, già di per sé importante nella vita “normale”, è diventato più gravoso per il 90% dei caregiver familiari.

Quanto ai provvedimenti previsti per i caregiver familiari dai vari Decreti emanati per far fronte all’emergenza Covid-19, sono stati giudicati “sufficienti” solo dal 2% dei caregiver familiari lavoratori, e tra i caregiver familiari non lavoratori solo il 3% ha dichiarato di aver ricevuto sostegni economici come pacchi spesa e buoni spesa.

Assente anche la scuola

E nel caso di persone con disabilità gravi frequentanti la scuola, i caregiver familiari hanno dichiarato nel 45% dei casi di non aver ricevuto nessuna assistenza scolastica in remoto e nel 35% dei casi solo da una a tre volte la settimana. Il 94% degli alunni con disabilità è riuscito a partecipare alla didattica a distanza solo grazie all’impegno del caregiver familiare, che ha prestato – e presta tuttora – assistenza per facilitare le operazioni di collegamento e si sostituisce all’insegnante di sostegno per la facilitazione e la semplificazione delle attività didattiche. Ed è probabilmente per questo che il 78% degli intervistati la didattica a distanza è risultata – e risulta ancora – inadeguata e non individualizzata.

Per approfondire guarda il video

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Chi era Mister Chocolat?

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 09:00

Lo trovate su On Demand ed è un film del 2016, regia di Roschdy Zem e interpretato da un bravissimo Omar Sy. “Mister Chocolat” racconta la storia di Rafael Padilla, in arte “Chocolat”, il primo clown di colore della storia. Il film è ambientato a cavallo tra la fine dell’800 e i primi del 900, per farvi capire il livello di razzismo che c’era a quei tempi sui manifesti del circo parigino dove Chocolat va a lavorare lui viene rappresentato con la faccia di una scimmia.

Va in scena con un clown bianco, George Footit, e tutte le scenette si basano su schiaffi e pedate, ovviamente date dal bianco al nero, ma per la prima volta si vede un duo clown comico acrobatico e a “Chocolat” va il merito di aver rivoluzionato il modo di fare clownerie.

La celebrità di “Chocolat” dura due decenni, poi la sua carriera finisce male quando tenta di fare teatro interpretando Otello di Shakespeare. Un Otello nero era impensabile, veniva interpretato solo da attori bianchi che si dipingevano il volto di nero…

Mister Chocolat è uno di quei film che ti fa sorridere facendoti salire il “magone” al tempo stesso, si ride per le capriole e ci si arrabbia per la naturalezza con cui il bianco deride il nero.
Da vedere assolutamente.

La vera storia di Chocolat

Non si sa molto della vera storia di Rafael Padilla. Pare fosse nato a Cuba più o meno nel 1865 da genitori africani schiavi. Venduto a un uomo di Bilbao, fugge prima in Spagna e poi in Francia, dove a Parigi dove incontra Footit. Pare che nella realtà il suo fallimentare debutto teatrale non fosse con Otello ma con Mosè.
Muore di tubercolosi nel 1917 a Bordeaux.

Una recensione di Repubblica distrugge il film

“…indebolita e anzi annullata la sua forza comica deviata a favore di un pesante melodramma ottocentesco, ne risulta una pseudo biografia patetica e più o meno edificante priva di reale scavo, di approfondimento. E che, se l’intenzione era quella di restituire identità a una vicenda umana e artistica caduta nell’oblio, non fa neanche un gran favore alla memoria di Chocolat.”
Come avrete capito non sono d’accordo, a voi l’ardua sentenza…

Trailer del film Questo invece dovrebbe essere un video originale del tempo

Covid-19, Svezia senza lockdown. Un esperimento che ha funzionato?

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 08:00

Forse sarà una tragedia, forse no. La verità è che non si può ancora dire se la strategia della Svezia, l’unico Paese al mondo ad aver escluso il lockdown, lasciando aperte le attività commerciali e puntando tutto sul buon senso dei suoi cittadini scegliendo la strada di una presunta, futura, immunità di gregge, sarà vincente o no. I pareri – e i dati! – sembrano discordanti. Il Corriere della Sera è molto critico della scelta e parla di un numero esageratamente elevato dei morti (ma considerato che nessuno sa i dati reali di nessun Paese europeo, difficile mostrare certezze). Al contrario, secondo uno studio pubblicato di recente dall’agenzia sanitaria pubblica svedese, il Paese sarebbe riuscito comunque ad abbassare l’indice R0 al di sotto di quota uno. Proprio come abbiamo fatto noi devastando però tutta la nostra ricchezza. Sotto il grafico elaborato da Wikipedia.

Fase 2 stressata?

In Italia si è data la caccia all’untore, soprattutto nella prima fase 2: dai Navigli di Milano fino a Bari passando per Pescara, fatichiamo moltissimo a comportarci in modo responsabile. Anche a Londra si ironizzava che l’ora d’aria fosse quella trascorsa in casa, e tutta Europa ha esaurito la pazienza di resistere confinati in casa, ma anche di uscire rispettando le regole. Ora come ora, stressati come siamo, sarebbe estremante difficile per tutti i Paesi europei imporre un altro giro di restrizioni qualora ci fosse una seconda ondata e un ritorno ai lockdown. Stoccolma può sempre farlo con facilità.

Vantaggi che noi non abbiamo

Poi ci sono le caratteristiche svedesi, che solo loro hanno (o quasi) e che rendono la possibilità della loro scelta (quasi) irripetibile. La piccola popolazione svedese è fortemente informatizzata. Vanta un’infrastruttura digitale altamente avanzata unita a un sistema di welfare che è il migliore al mondo. Gli svedesi amano socializzare a casa, e le uscite al pub o al bar sono culturalmente meno diffuse che altrove. In più, e soprattutto, gli svedesi rispettano al massimo livello le regole e hanno un’altissima stima delle autorità.

Norvegia e Danimarca hanno scelto approcci diversi per via di una mentalità diversa, modellata da diverse esperienze storiche e appartenenze istituzionali. E questo si può annoverare tra gli aspetti positivi di Covid-19: ci ha insegnato molto di noi stessi e degli altri. Addirittura, ci sta insegnando che il “Nord Europa” non è un Paese unico.

Stoccolma caput mundi

Se Stoccolma dovesse riuscire a contenere il virus senza fermare la sua economia e la sua vita sociale, la Svezia entrerà nella recessione economica mondiale con un netto vantaggio. Date le stime sulla durata della pandemia, non vi è dubbio che molti Paesi in tutto il mondo cercherebbero di studiare ed emularne il modello. Una simile prospettiva, a sua volta, costituirebbe una formidabile fonte di soft power per un piccolo stato consapevole del potere delle immagini e desideroso di assumere un certo peso – anche culturale e normativo – sulla scena globale. Sarebbe un po’ la rivincita dei piccoli, e la rivincita dell’individualismo libertario responsabilizzato (qualcosa che per dire, da noi, non si potrebbe mai realizzare per colpa di evidenti limiti culturali)

Gli elogi e i dubbi

Mike Ryan, capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha parlato del caso della Svezia: “Se dobbiamo arrivare a un nuovo modello di vita di ritorno alla società senza nuovi lockdown, penso che la Svezia possa essere un esempio da seguire”.

Occhio al modello svedese, hanno invece commentato sul New York Times Ian Bremmer, Cliff Kupchan e Scott Rosenstein. Non perché sbagliato, ma perché cucito su un popolo tutto particolare. “È pericoloso presumere che – scrivono -, se la strategia funziona in Svezia, funzionerà anche altrove”. Gli svedesi sono individualisti, ma hanno anche una cieca fiducia nelle autorità, unita a una bassa – bassissima – tendenza a criticare. Il che rende la vita più semplice, meno confusa dal vortice dei pareri che affossano ad esempio le energie di un italiano, chiamato a schierarsi su qualsiasi argomento e a combattere per esso.

Le critiche: “È un governo bugiardo”

Le critiche alla scelta svedese sono tantissime e la responsabilità del governo per una scelta così difficile molte. Vi racconto l’esperienza e il parere della mia amica Charlotte, inglese, che vive e lavora in Svezia da 15 anni. Qui la prima lettera che mi aveva scritto. Il suo punto di vista sembra spietatamente contrario alla scelta svedese, ma più nel modo che nel metodo. “Sto lavorando in una scuola come insegnante ed è davvero un po’ folle. Tutti devono tenersi a 2 metri di distanza nei supermercati, ma vanno al lavoro su treni affollati ogni mattina. Un annuncio ci dice di tenerci a distanza gli uni dagli altri, ma ovviamente questo è impossibile. A scuola, non mi è permesso stringere la mano a nuovi colleghi, ma poi ci passiamo l’un l’altro libri e penne, ci appoggiamo tutti sugli stessi tavoli e ci respiriamo addosso. È chiaro che la scelta del governo è solo economica. Ad esempio, sta dicendo alle persone che solo chi ha sintomi è contagioso, anche se questo – come tutti sappiamo – non è vero. Quando vengono poste domande sul perché così tante persone muoiono nelle case di cura, danno risposte vaghe e dicono di non essere sicuri. La risposta invece – cioè che il personale asintomatico ha contagiati i residenti – è ovvia. Non penso nemmeno che la loro politica sia necessariamente sbagliata. Forse è vero che chiudere l’economia spazzerebbe via il futuro di una generazione e che questo è un prezzo più elevato da pagare rispetto a un moderato aumento delle morti. Ma è la disonestà che trovo irritante. E la conformità dei giornalisti che non lo mettono in discussione”.

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Inps: “le vittime sono 20mila in più” |Salvini: “Mi venga garantito un processo giusto” | Covid “divora” le pensioni

People For Planet - Ven, 05/22/2020 - 06:25

Tgcom24: Crisanti: in Veneto siamo a zero contagi | In tutta Italia meno di 10mila ricoverati: mai così da marzo, il picco fu 33mila  ;

Il Mattino: Spagna, Sanchez fa slittare la Fase 2: «Non vogliamo rischiare come l’Italia»Svolta Wuhan: la città del contagio vieta la caccia e il consumo di carne di animali Coronavirus, il fallimento della Svezia senza lockdown: ora il tasso di mortalità è il più alto del mondo Centinaia di contagi nella miniera oro russa, i lavoratori: «Circondati come una prigione»;

Leggo: «Le vittime di coronavirus sono 20mila in più»: l’Inps boccia i numeri della Protezione Civile;

Il Messaggero: Svezia, mortalità alle stelle: la Finlandia chiuderà le frontiere;

Il Sole 24 Ore: Alitalia torna a volare con metà dei posti. Ecco le rotte che ripartono – Dallo Stato 3 miliardi, come agli ospedali – Come voleremo nell’era del coronavirus;

La Repubblica: Ad aprile 835,2 milioni di ore di cassa integrazione, come nell’anno nero della crisi del 2009. Tra oggi e lunedì il bonus di 600 euro dell’Inps;

Corriere della Sera: Per le Università niente esami in aula. Avanti con lezioni online fino a gennaio 2021. Celebrare processi? Otto chili di linee guida;

Il Giornale: Il Covid “divora” le pensioni: quanto si perde sugli assegni;

Il Fatto Quotidiano: Salvini scrive a Mattarella usando gli attacchi di Palamara per prendersela con tutti i pm: “Mi venga garantito un processo giusto;

Il Manifesto: Il ministro Provenzano: «Riscrivere lo Statuto, per i lavoratori servono nuovi diritti».

La Commissione UE ha presentato il Green New Deal europeo

People For Planet - Gio, 05/21/2020 - 19:00

La Commissione europea ha presentato due pilastri della sua “politica di crescita sostenibile”, il Green New Deal in versione europea, dedicati all’agricoltura e alla biosostenibilità.

Il piano prevede l’investimento di almeno 20 miliardi di euro all’anno per “spese legate alla natura”.

Le proposte devono ora ottenere il sostegno del Parlamento europeo e del Consiglio degli Stati membri.

Nell’analisi di queste proposte ci facciamo guidare da Aude Massiot, giornalista francese esperta di ambiente e clima, che ne ha scritto su Liberation.

Riduzione del 50% dei pesticidi chimici

Il piano della Commissione, prevede “una riduzione del 50% nell’uso dei pesticidi chimici, nonché una riduzione del 50% nell’uso dei pesticidi più pericolosi” entro dieci anni.

Come era facile immaginare, i produttori di prodotti fitosanitari non accolgono con favore questa proposta. “Una riduzione del 50% non è realistica e non avrà gli effetti desiderati”, afferma Géraldine Kutas, direttore generale dell’Associazione europea per la protezione delle colture, il gruppo principale che rappresenta gli interessi del settore fitosanitario, come riporta Liberation. “Cerchiamo di essere chiari, non siamo contrari agli obiettivi quantificati. Tuttavia, queste ambizioni devono essere stabilite in accordo con tutte le parti interessate e supportate da studi di impatto”.

Contro queste critiche il commissario per l’Ambiente Virginijus Sinkevičius ha tenuto ferme le sue posizioni in una conferenza stampa mercoledì, ricordando che “La graduale scomparsa di impollinatori, come le api, mette in pericolo il sistema di produzione agricola. I pesticidi hanno anche effetti dannosi sulla salute umana e sull’acqua”. In Europa gli esperti sostengono che il 76% della produzione alimentare dipenda dall’impollinazione.

Il 25% dei terreni agricoli da dedicare al biologico

Il progetto è senza dubbio ambizioso. Significherebbe passare da poco più del 7,5% dei terreni agricoli oggi coltivati a agricoltura biologica al 25% in dieci anni. Un salto che implicherebbe un forte aumento degli aiuti alla conversione, in particolare attraverso la futura politica agricola comune, i cui negoziati dovrebbero concludersi molto presto. Bruxelles prevede inoltre di ridurre l’uso di fertilizzanti di almeno il 20%.

I produttori biologici accolgono con favore questo obiettivo. “È possibile produrre abbastanza alimenti di buona qualità, a prezzi convenienti, per nutrire l’Europa, senza utilizzare pesticidi o sostanze chimiche“, afferma Eric Gall, vicedirettore della Federazione europea delle organizzazioni che promuovono il coltivazione biologica. ”La politica agricola comune rappresenta il 40% del bilancio europeo. Se vengono introdotte le giuste direttive, abbiamo gli strumenti per rendere questa transizione un successo. “

Viceversa il gruppo europeo dei sindacati agricoli tradizionali, una forte lobby all’interno dell’Unione, non è della stessa opinione. “Questa proposta mette in pericolo la sicurezza alimentare europea”, denuncia Pekka Pesonen, segretario generale del Copa-Cogeca. ”La Commissione fissa obiettivi senza fornire agli agricoltori gli strumenti per raggiungerli. Sosteniamo lo sviluppo dell’agricoltura biologica, ma dobbiamo essere sicuri che i consumatori siano pronti a pagare di più per il loro cibo, soprattutto nell’attuale contesto di crisi economica in cui molti europei rischiano di perdere il lavoro”.

Per facilitare queste trasformazioni la Commissione ha messo sul tavolo una riforma dell’IVA, ora in discussione al Consiglio europeo. “Ciò consentirebbe agli stati di stabilire tariffe più mirate, a sostegno, ad esempio, di frutta e verdura biologiche”, è scritto nel documento. ”I sistemi fiscali dovrebbero anche cercare di garantire che i prezzi dei prodotti alimentari riflettano il loro costo reale, in termini di utilizzo di risorse naturali, inquinamento ed emissioni di gas serra”.

Bruxelles incoraggia inoltre gli stati a remunerare gli agricoltori che partecipano alla corretta manutenzione del suolo.

Arrivare a proteggere un terzo delle terre e dei mari europei

Attualmente, il 10,8% delle aree marine e il 21% delle terre sono protette nell’Unione. La Commissione prevede di aumentare questi livelli al 30% entro dieci anni. Un obiettivo che l’UE sta anche difendendo nei negoziati in corso su un accordo globale sulla biodiversità.

Secondo la Commissione il destino della biodiversità è fondamentale per l’economia europea. Tra i 9,6 milioni di posti di lavoro in agricoltura, 1,3 milioni sono collegati direttamente o indirettamente al successo dei programmi europei Natura 2000. Altrettanto per 3,1 milioni di persone che lavorano nel settore turistico. In totale, i vantaggi della rete Natura 2000 ammonterebbero a 200 o addirittura a 300 miliardi di euro all’anno.

25.000 km di fiumi da salvaguardare e 3 miliardi di alberi da piantare

Un’altra questione cruciale che la Commissione sta affrontando riguarda la conservazione del suolo. Il suo deterioramento riduce l’apporto nutrizionale di alimenti coltivati e limita la capacità della terra di immagazzinare carbonio, una leva essenziale per combattere i cambiamenti climatici. Per questo l’esecutivo europeo annuncia un “vasto piano di ripristino naturale” supportato da un nuovo quadro giuridico che prevede obiettivi vincolanti. Almeno 25.000 km di fiumi devono riguadagnare il loro flusso libero. Entro il 2030 inoltre dovranno essere piantati 3 miliardi di alberi

Una dieta con meno carne

Per la prima volta la Commissione europea ha affrontato la spinosa questione dell’agricoltura intensiva. “Il passaggio a una dieta più vegetale con meno carne rossa e trasformata e più frutta e verdura non solo ridurrà il rischio di malattie letali ma anche l’impatto dell’ambiente sul sistema cibo” è scritto nel capitolo «Dalla fattoria alla tavola».

La Commissione chiede inoltre che le vendite di antibiotici per bestiame e acquacoltura vengano dimezzate entro dieci anni. Un problema ambientale e di salute pubblica. Si stima che la resistenza agli antibiotici sia responsabile di circa 33.000 decessi all’anno nell’Unione. È inoltre in corso una revisione della legislazione sul benessere degli animali, con la possibile creazione di un’etichettatura dei prodotti che rispettano questo criterio.

Il testo integrale in francese di Aude Massiot si può leggere qui.

Leggi anche:
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Ripartenza: le opportunità della crisi, investimenti e politiche dopo il Covid-19
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Meno esperimenti sugli animali grazie ai software informatici

People For Planet - Gio, 05/21/2020 - 17:50

Per sviluppare un nuovo farmaco, un antitumorale ad esempio, servono mediamente fino a 14 anni, con un costo economico molto elevato, 1 miliardo e 200 milioni di dollari. Il processo prevede, ad un certo punto, la sperimentazione su animali.
Si potrebbe rendere il tutto meno dispendioso e più sostenibile utilizzando simulazioni al computer del comportamento del farmaco e delle reazioni dell’organismo.
Non si eliminano completamente gli esperimenti su animali ma si riducono sensibilmente.

Per maggiori informazioni http://www.softmining.it/

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Covid-19, siamo alla Fase “Comiche igienistiche”

People For Planet - Gio, 05/21/2020 - 17:00

Qui il testo completo pubblicato da Quotidiano Sanità.

Quale rischio dalle superfici?

Paura del contagio da superfici, oggetti, tastiere di computer, borse della spesa, abiti… Una certa giustificazione c’è: ottimi lavori scientifici dimostrano che, in condizioni sperimentali controllate, il maledetto SARS-CoV-2 riesce a sopravvivere per un certo tempo [1-2-3]. E tuttavia, la probabilità di infettarsi toccando superfici, tastiere, maniglie, sedili è infinitamente piccola, risibile nella vita reale.

Anche una certa logica scientifica c’è: SARS-CoV-2 è un virus a trasmissione respiratoria e col suo respiro un infetto, anche asintomatico, emette miliardi di quegli ormai famosissimi droplets, le microgoccioline di vapore acqueo che possono anche veicolare cellule epiteliali del nostro apparato boccale, cioè un epitelio in continuo rinnovamento. Queste goccioline restano sospese nell’aria per un certo tempo per poi cadere a terra o sulle superfici che circondano l’infetto. Alcune di queste goccioline contengono anche cellule dove è attiva la replicazione del virus.

Come avviene il contagio?

Così, un malcapitato può avere la sfortuna di raccogliere con le mani queste goccioline fresche, prima che si disidratino con la conseguente morte del loro contenuto. E tuttavia, raccoglierle con le mani ancora non garantisce l’infezione al malcapitato, nemmeno se si mette le mani in bocca: infatti il virus non si trasmette per via cutanea né per via orale, basta la saliva a farlo fuori! Tuttavia il nostro sfortunato cittadino potrebbe creare inavvertitamente un aerosol sbattendo le mani (o in altro modo a me sconosciuto) o, meglio ancora, potrebbe sfregarsi gli occhi, allora sì permettendo l’introduzione nel suo organismo di cellule ancora vive (ma quante?). Insomma infettarsi raccogliendo il virus da una superficie richiede una sequenza di improbabili eccessive, sfortunatissime, rare combinazioni.

Nessuna prova di contagio da superfici

Infatti la sopravvivenza di SARS-CoV-2 in queste condizioni è stata dimostrata in situazioni sperimentali per tracce di RNA virale, ma non per virus intero con la sua capsula essenziale per contagiare: non c’è ancora alcuna prova pubblicata che persone si siano infettate semplicemente toccando superfici o oggetti.

L’Organizzazione mondiale della sanità, nella sua ultima guida riconosce: “Al momento di questa pubblicazione, la trasmissione del virus per COVID-19 non è stata definitivamente collegata a superfici ambientali contaminate negli studi disponibili” [2].
E quanto è invece efficace il meccanismo dell’infezione diretta: una nuvola continua di microgoccioline lanciate a una o due metri di distanza da starnuti e colpi di tosse di una persona infetta, per due o tre settimane! Centinaia di ore di effusione di contagio diretto; altro che superfici, maniglie, borse, sedili…

Un esempio: Napoli

Andiamocene a Napoli. Qual è la probabilità che ci sia un infetto sul mio autobus in Campania? I dati di incidenza settimanale del 4-10 maggio 2020 la valutano in 1,33 casi per centomila abitanti [1], cioè 80 persone in tutta la regione. Queste, essendo state identificate, stanno in ospedale o isolate a casa, non vanno in giro sugli autobus.

Tuttavia possiamo ritenere ragionevole che altrettante persone siano infette asintomatiche o abbiano l’infezione in incubazione: quindi altre 80 persone che diffondono il virus in giro nella Regione. Un quinto si trova a Napoli: 20 “untori” a spasso per Napoli in una settimana. Se io prendo un autobus a Napoli nella stessa settimana che probabilità avrò di incontrare un infetto? Assumendo che il 10% degli abitanti di Napoli prenda il bus ogni giorno, 20 su centomila, cioè 1 su 5.000. Una vera sfortuna. Ma solo se i 20 untori prendono il mio stesso autobus, cosa altrettanto improbabile. Se mantengo sui mezzi pubblici il previsto distanziamento sociale, anche questa remota probabilità diminuisce sensibilmente.

Ma se prendo un autobus sul quale è salito un infetto untore che poi è sceso, che mi succede? L’untore avrebbe potuto diffondere (con la mascherina?) un po’ di droplets su sedili, maniglie, reggi persona? Per carità: sedersi sul bus dove un precedente potenziale untore potrebbe aver rilasciato (sedendosi a sua volta?) fomiti infetti? Allora bisogna sanificare i sedili. Non basta lavare il bus ogni sera al rientro in deposito come si dovrebbe fare sempre? Sembra di no: bisogna lavare, e inondare il bus con spray disinfettante. Eppure dovremmo sapere che il fattore di rischio sui mezzi pubblici è solo quello del sovraffollamento. Stesso discorso per i negozi, per gli artigiani, per gli uffici. Le regole emesse dal governo italiano sono abbondantemente coerenti con quelle dell’OMS e dei CDC europei e americani, ma sono anche abbondantemente iperinterpretate.

Siamo alle comiche igienistiche?

Abbiamo visto il ricorso agli spray di disinfettante ambientale all’aperto, in barba alle indicazioni: “Le aree esterne richiedono generalmente una normale pulizia ordinaria e non richiedono disinfezione. Spruzzare il disinfettante sui marciapiedi e nei parchi non è un uso efficiente delle forniture di disinfettante e non è stato dimostrato che riduca il rischio di COVID-19 per il pubblico. È necessario mantenere le pratiche di pulizia e igiene esistenti per le aree esterne” [4].

Si usano pratiche escluse da tempo

Vediamo invece il ritorno di pratiche che avevamo escluso da tempo nella prevenzione delle infezioni ospedaliere: l’ozonizzazione, le lampade all’ultravioletto, gli inefficaci ammoni quaternari, tutte pratiche ampiamente condannate dall’Evidence Based Public Health. Cioè dalle pratiche di prevenzione basate sulle dimostrazioni di efficacia.

I guanti sono ridicoli

I guanti di lattice sono imposti nei negozi? L’uso dei guanti è consigliato negli ambienti sanitari, non per il pubblico, e al posto del lavarsi le mani. La manipolazione di disinfettanti in luoghi non sanitari richiede l’uso dei guanti soprattutto per proteggere le mani: usare i guanti per portare a spasso il cane o per comprare un giocattolo al nipotino è ridicolo (anche l’Iss lo aveva dichiarato a People for Planet di recente, ndr).

Anche il distanziamento sociale deve essere messo in pratica con un pochino di intelligenza: obbligarlo tra conviventi e familiari nei luoghi pubblici, che senso ha? Sono stato fermato da uno zelante carabiniere perché sul sedile posteriore del mio motorino c’era la mia adorata moglie, con cui convivo da cinquant’anni!

A casa si lava, in ospedale si disinfetta

Il lavaggio con acqua e sapone è sostituito da un potente e costoso macchinario nebulizzatore di micidiali aerosol disinfettanti. Non abbiamo mai smesso di dimostrare che quello che serve è lavare, la disinfezione è utile solo dopo il lavaggio accurato ed è destinata agli ambienti ad alto rischio come gli ospedali.

Schiviamo le pratiche inutili: la sanificazione degli uffici lo è

Finalmente arrivano un po’ di soldi a negozianti, piccole imprese, commercianti, ma davvero li vogliamo obbligare a comprare costose macchine nebulizzanti e gran quantità di presidi di protezione individuale? Finora, tutte le sere e con diligenza ogni piccolo imprenditore di ufficio, bar, negozio di parrucchiere, ristorante, lavava per terra, i tavoli, le sedie, le scrivanie. L’Oms ci dice che è sufficiente continuare così, lavando ogni giorno tavoli, sedie e scrivanie come si faceva prima [4]; non serve acquistare costosi macchinari di disinfezione o contrattare ditte specializzate con le loro vistose tute bianche.

Bene le mascherine, la distanza, il lavaggio delle mani, ma che ce ne facciamo dei disinfettanti, delle sanificazioni a tutto spiano? Riusciamo a distinguere l’ambiente sanitario, l’ospedale, dalla nostra casa, dal luogo di lavoro, dai parchi giochi dei bambini? Le regole necessarie non sono le stesse.

No alla paura, sì alla responsabilità

Eppure potevamo prevedere che tante persone si sarebbero fatte trascinare a “proteggere la propria persona“ andando ben oltre le regole dimostrate scientificamente: invece della responsabilità intelligente si è risvegliata la diffidenza verso il prossimo, l’idea che il vicino è un potenziale untore, l’arroccamento nel proprio ambiente personale, nell’intimità della famiglia, nel proprio spazio definito: l’altro diventa un potenziale nemico. Così prende spazio una politica della paura invece di una politica della responsabilità, le persone trattate come bambini che necessitano del poliziotto con la multa facile, piuttosto che essere informate e coinvolte nel mettere in atto comportamenti responsabili.

Certo “e grida ci sono” (di manzoniana memoria), ma anche le libere interpretazioni, diverse per regione e per comune. Siamo arrivati alle indicazioni estreme: dal parrucchiere la signora deposita la borsa e la giacca in due buste di plastica,  che si vede riconsegnare dopo la messa in piega. Sarà poi la cliente a dover smaltire in proprio le buste [5].

Fase tre: riattiviamo i neuroni migliori

Insomma, almeno nella fase tre possiamo rimettere in funzione i neuroni migliori? Possiamo promuovere l’intelligence degli studi epidemiologici analitici rapidi che rispondano alle sacrosante domande dei cittadini? I dati ci sono, sono stati raccolti centralmente, casomai sarebbe il caso di costruire una sacrosanta struttura di open data, pubblica e accessibile, permettendo il contributo scientifico dai tanti bravi epidemiologi del nostro paese.

Cosa serve? Servizi territoriali

Da tempo sappiamo che la nostra sicurezza non dipende dall’odore di alcol o varechina, e nemmeno dalla corsa ad analisi immunologiche o speranze vaccinali, ma dalla pronta risposta dei servizi territoriali, su cui dobbiamo investire per identificare, isolare e tracciare i contati della persona sospetta infetta. Insomma, la nostra sicurezza dipende dalla dimenticata epidemiologia di campo che pure tanto ha contributo alla nostra migliore qualità di vita.

Referenze
[1] Rapporto settimanale ISS monitoraggio fase 2 settimana 4-10 maggio 2020 http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato8140198.pdf
[2] Cleaning and disinfection of environmental surfaces in the context of COVID-19 WHO Interim guidance 15 May 2020  
[3] ECDC TECHNICAL REPORT Disinfection of environments in healthcare and nonhealthcare settings potentially contaminated with SARS-CoV-2  March 2020
[4] CDC GUIDANCE FOR CLEANING AND DISINFECTING PUBLIC SPACES, WORKPLACES, BUSINESSES, SCHOOLS, AND HOMES may 7 2020 
[5] INAIL ISS: Documento tecnico su ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive del contagio da SARS-CoV-2 nel settore della cura della persona: servizi dei parrucchieri e di altri trattamenti estetici, Roma maggio 2020.

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