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Aggiornato: 1 ora 11 min fa

Buon Natale da Banksy

Mar, 12/24/2019 - 09:22

La natività sta davanti a un muro di cemento colpito da un mortaio. Si intitola “La cicatrice di Betlemme” e sulla parete che ricorda il “muro di protezione” di Israele si intravedono due scritte: “amore” e “pace”.

Il colpo del mortaio sembra una stella.

Ai primi di dicembre un’altra opera di Banksy era comparsa a Birmingham. Una panchina che ospita il Ryan, un senzatetto, è stata trasformata in una slitta e l’artista ha dipinto sul muro le renne.

L’opera è stata nominata “God bless Birmingham” (Dio benedica Birmingham) perché nei 20 minuti in cui è stato girato il video di presentazione «Dei passanti gli hanno offerto una bevanda calda, due barrette di cioccolato e un accendino. Senza chiedergli nulla in cambio» ha scritto l’artista sui Instagram.

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Lavorare meno e produrre di più? Si può

Mar, 12/24/2019 - 07:00

Alzi la mano chi, impegnato in ufficio 40 ore alla settimana, non vorrebbe poter lavorare meno a parità di stipendio. E anche chi non ha mai avuto l’impressione che la mole di lavoro, invece di calare grazie alle nuove tecnologie, aumenti come un enorme “blob” dal quale non si riesce a sfuggire.

In effetti l’avvento dell’era digitale aveva portato con sé anche la convinzione che, grazie ai computer e soprattutto alla rete, avremmo sveltito il lavoro e guadagnato tempo libero.

La quotidianità dimostra il contrario ma alcune aziende hanno sperimentato nuovi modelli di lavoro che invece sembrano confermare quell’assunto.

La sfida di Lasse Rheingans, imprenditore tedesco

Nel novembre 2017 prese una decisione: i suoi 16 dipendenti sarebbero entrati in ufficio alle 8.00, per uscirne alle 13.00; 25 ore a settimana a parità di stipendio e ferie. E oggi, due anni dopo, si dice più che soddisfatto: l’azienda ha mantenuto lo stesso livello di produzione e i dipendenti, più felici, offrono un lavoro migliore ai clienti.

La ricetta raccontata al Wall Street Journal, nella sua semplicità, è disarmante: durante le ore di lavoro le chiacchiere sono sconsigliate mentre l’uso dei social media proprio vietati; i cellulari rimangono spenti in borse e zainetti, e le mail aziendali vengono controllate solo due volte al giorno; la durata delle riunioni non supera, salvo eccezioni, i 15 minuti.

Sì, avete letto bene: nessun accesso ai social e cellulari spenti. Cioè per 5 ore nessuna comunicazione con familiari e amici… «Aghhh, non potrei mai farcela» – sembra di sentirlo questo mantra – «almeno 5 minuti per rilassarsi, daaai, un’occhiatina a quanto succede in giro, una risata con condivisione dell’ultima cretinata dello youtuber di turno … non può che far bene, rilassa, ricarica…»

Ecco il punto: non è vero.

Cioè non è vero che la pausa su smartphone sia ristoratrice, mentre è dimostrato che la “distrazione digitale” provoca un calo di produttività.

La distrazione digitale

Chi tiene accanto a sé lo smartphone mentre studia o lavora non ha la percezione dell’«interferenza» che questo produce. Eppure ogni volta che siamo interrotti da una notifica, da un tweet, da una chiamata, dal messaggio di una delle tante app che abbiamo sul nostro smartphone, la nostra concentrazione cade a picco. E, ci dicono recenti studi, possono volerci anche 25 minuti per ritrovare quel livello di attenzione che avevamo raggiunto prima dell’interruzione.

Se a questo si aggiunge che in media un lavoratore controlla la posta 74 volte al giorno e tocca lo smartphone 2.617 volte… beh, altro che riposo! Si tratta invece di abitudini ci tengono in un costante stato di distrazione e iperstimolazione.

Ben vengano allora le sperimentazioni come quella di Rheingans; e se di “smart”, invece di un imprenditore, avete a portata di mano solo un cellulare, non vi resta che seguire i nostri consigli per disintossicarsi dall’ipertecnologia!

Altre fonti:
https://www.quotedbusiness.com/thm-22-jobs-skills/paese-3-germania/art-3862-5-ore-di-lavoro-anziche-8-ma-senza-social-pause-e-smartphone
https://www.wallstreetitalia.com/microsoft-a-lavoro-quattro-giorni-a-settimana-anziche-cinque-risultati-positivi/
http://www.businesspeople.it/Lavoro/Lavorare-5-ore-giorno-aumenta-produttivita-esperimento-tedesco-112402

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L’ex ILVA potrebbe essere il primo passo del Green New Deal italiano

Lun, 12/23/2019 - 15:00

Un piano di transizione ambientale ed energetico, che comprenda economia circolare e green economy, e una diversificazione della produzione, potrebbe tutelare l’ambiente e incrementare i posti di lavoro e la sicurezza, ridurre il consumo di risorse, sanare e preservare il territorio.

Senza la pretesa di “avere in tasca le soluzioni”, ma partendo dalla consapevolezza che la situazione attuale è l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale, quello che è certo è che deve cambiare il modo di pensare l’Ilva, per definire priorità e piani di conversione, che non possono più prescindere  da questa consapevolezza.

L’Ilva, che prende il nome dall’antico appellativo dell’isola d’Elba, dove gli Etruschi fabbricavano ferro 2500 anni fa, fu costruita nei primi anni Sessanta del secolo scorso dallo Stato, nel programma di industrializzazione del Mezzogiorno. È stata poi ampliata, ha cambiato di proprietà e da anni è in crisi perché produce acciaio spesso a un costo maggiore del prezzo di mercato, e perché è fonte di inquinamenti che sollevano le proteste della popolazione della città, proprio a ridosso della fabbrica.

Secondo Guido Viale (sociologo, saggista, esperto di economia e ambiente) la prospettiva di una riconversione di tutto l’apparato produttivo dell’azienda non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo”. Piuttosto, questo impianto è oggi l’evidenza di una alternativa inevitabile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Una situazione che può portare a “inghiottire” l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie e che porta anche alla luce l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetrarsi.

E non solo per l’evidentedanno ambientale e in termini di salute, ma anche perché il mercato dell’acciaio è destinato a contrarsi. E se è vero che il mercato dell’acciaio è in contrazione si sente comunque dire che l’Italia non può fare a menodel “suo” acciaio.

«Ma quale Italia?», si domanda Guido Viale «quella che ha 1,7 auto private per abitante, ovvero il più alto tasso in Europa?». E la risposta che si dà è che tutto ciò non durerà a lungo, proprio per il ridimensionamento che avrà nel tempo la domanda di acciaio: con FCA che con PSA si va a ridimensionare, con Fincantieri che produce per la gran parte solo navi da crociera e da guerra, o con Leonardo convertito ormai alla produzione di armi.

Conversione energetica, impiantistica, bonifiche e nazionalizzazione: possibili?

La crisi climatica, ambientale ed energetica metterà secondo Viale sempre più in crisi questi “vecchi” modelli e queste produzioni e, l’industria bellica, l’unica che prospera, va invece messa in crisi comunque, lottando per garantire la pace.

Alla discussione sul futuro dell’Ilva dovrà quindi trovare spazio di primo piano questa radicale riconversione di tutto l’apparato produttivo: con la chiusura di tutti gli impiantiincompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly e della sicurezza dei lavoratori, e anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza.

Un piano che dovrà includere anche un intervento pubblico, a garanzia della riuscita della transizione, e quindi con funzioni almeno di controllo, per evitare gli errori del passato.

“Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare (o molto difficile) finché non arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa” (Albert Einstein). Quello che dobbiamo considerare secondo Guido Viale è proprio questo, ovvero che quello che può essere ritenuto impossibile, possa diventare possibile.

Lo sviluppo industriale diversificato, la nuova imprenditorialità sul territorio, che avrebbe dovuto accompagnare – già da molti progetti di conversione economica pregressi – non c’è mai stato. E anche l’idea di altre soluzioni, come la possibilità di una nazionalizzazione, per quanto più volte ipotizzata, non c’è mai stata.

È lo stesso Ministro Patuanelli ad annunciare, nel mese di novembre di quest’anno al Senato, che stanno valutando più possibilità per un eventuale intervento pubblico nell’assetto proprietario dell’ex Ilva: sia da parte di Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa di proprietà del Mef, il Ministero Economia e Finanze) che di Cassa depositi e prestiti (più difficile perchè lo Statuto di Cdp non lo prevede), arrivando a riconoscere l’errore fatto con la privatizzazione del settore siderurgico che, con l’intervento pubblico, ha più possibilità di garantire una protezione ambientale e di arrivare al superamento, seppur graduale per Patuanelli, dell’uso del carbone.

Questi assi, insieme alla conversione di cui parla Viale, potranno far diventare l’azienda la prima occasione concreta di sperimentazione del Green new deal italiano? Potranno essere il modo per tenere insieme, in maniera credibile per i lavoratori e i cittadini di Taranto, l’interesse nazionale al mantenimento e la creazione di nuovi posti di lavoro (offrendo ai giovani di Taranto altre possibilità di lavoro, oltre la monocultura dell’acciaio) e le esigenze del territorio e il diritto alla salute dei suoi abitanti? È certamente urgente parlare in concretezza, ovvero come si declinano operativamente e, soprattutto, non devono essere rifatti gli errori del passato.

La produzione insostenibile passata e odierna

L’acciaio si produce da tre materie prime principali: il minerale di ferro, il carbone e il calcare. Minerale e carbone, già dallo stoccaggio venivano, e probabilmente vengono tuttora, depositati in grandi parchi all’aria aperta da cui il vento solleva polveri che ricadono sulla vicina città.

La prima fase della produzione a caldo dell’acciaio, che è quella che avviene a Taranto,  consiste nel trattare ad alta temperatura il carbone fossile, fragile, in carbone coke più resistente. La cokeria è una delle fasi più inquinanti perché nel processo si formano molti sottoprodotti gassosi, liquidi e solidi, contenenti sostanze tossiche e cancerogene che finiscono in parte nell’aria e su Taranto. Il carbone coke viene miscelato con il minerale di ferro e con calcare in un impianto di agglomerazione che prepara la miscela da caricare nei successivi impianti, gli altiforni. Durante l’agglomerazione si formano altre sostanze inquinanti fra cui “diossine”, tristemente note.

Negli altiforni un flusso di aria calda attraversa l’agglomerato, il carbone porta via l’ossigeno dal minerale e lo trasforma in ghisa; anche qui si formano fumi e polveri inquinanti e una scoria solida. La ghisa fusa che esce dall’altoforno è portata nei convertitori dove un flusso di ossigeno puro la trasforma in acciaio, con residuo, anche qui, di una scoria solida.

Nel complesso l’inquinamento dell’aria, delle acque, del suolo nella zona di Taranto è insostenibile. (Servizio ILVA emblema di uno Stato che non sa decidere_ Piazza Pulita, 7 novembre 2019)

Fino a quando si può pensare di produrre acciaio da minerali importati?

Le rocce ferrose come quelle calcaree, oltretutto, estratte vicine o lontane, sono tutte risorse costose ed esauribili. Ed è anche per questo che l’economia circolare qui assume un ruolo determinante: in questa ottica, il primo obiettivo dovrebbe essere quello di mettere in circolo l’acciaio che ora va in discarica, o nelle autodemolizioni, o altro ed utilizzare quanto più possibile fonti di energia rinnovabile per la produzione del calore. Un progetto quindi più ampio, ben illustrato in questo articolo apparso su Ecquologia.com, che miri a realizzare un’industria dell’acciaio diversificata e in buiona parte circolare, accompagnata da tante industrie green a basso impatto ambientale.

Quando si smantella una nave, per esempio, si ottengono quantità enormi di acciaio da riciclare; lo si fa in molti luoghi del mondo (India, Turchia, ecc.), ma non a Taranto. Per ottenere nuovamente acciaio dagli scarti devono essere però cambiate o “affiancate” le tecnologie: per il riciclo sono necessari moderni forni ad arco elettrico e non gli altoforni attuali. La soluzione, gli investimenti in tale direzione potrebbero “valere la pena” dunque. È certamente da approfondire, ma la domanda centrale è: che senso ha continuare ad inquinare per produrre acciaio vergine se si può invece puntare a creare un polo di riutilizzo, la cui produzione è meno costosa e non inquinante?

Oggi, a Taranto, come prima fase di lavorazione, per ottenere il carbonio necessario, come si è detto, si parte dall’utilizzo di carbon coke, che deriva da un carbone fossile estratto dai giacimenti sotterranei. Ma, anche mantenendo una produzione in linea con quella odierna, ci si domanda: oggi, ha ancora senso usarlo? Il carbonio deve essere necessariamente di origine fossile?

Ricchi di carbonio sono gli scarti organici che spesso vanno in discarica, così come ricco di carbonio è anche il carbone vegetale che possiamo ottenere da questi scarti o da piantagioni adatte (una tra le tante, la canapa). Potrebbe essere valutata in questa prospettiva la vocazione agricola delle aree contigue all’ILVA per produrre queste coltivazioni, così come si potrebbero utilizzate tutti gli scarti organici disponibili (per esempio umido delle raccolte differenziate) per produrre il carbone vegetale necessario? Anche queste sono valutazioni da fare.

Ulteriori prospettive concrete, meno inquinanti più sostenibili

Una volta ottenuto acciaio da acciaio e/o acciaio da carbonio non fossile, si potrebbe e si dovrebbe puntare a far crescere tutte le attività di valorizzazione, quali ad esempio le officine specializzate, anche per dare ossigeno al lavoro di filiera. Vicino a Taranto si costruiscono le più grandi pali eoliche sul mercato. Si potrebbe allora puntare a far crescere questo settore dedicato all’energia rinnovabile? Ma non solo pale eoliche. Anche energiada pannelli fotovoltaici.

Sarebbe necessario un parco fotovoltaico di 14 milioni di mq; in pratica un’area quadrata di 3,5 km di lato, sempre dalle stime ipotetiche fatte su Equologia.com per garantire un’altra importante quota parte di calore. Quest’area, piuttosto estesa, potrebbe essere individuata nell’area ILVA e nelle aree portuali e anche, in parte, utilizzando gli specchi acquei del Mar Piccolo?

Un progetto quindi più ampio, che miri a realizzare un’industria dell’acciaio diversificata, e preceduta e seguita da tante industrie green a basso impatto ambientale. Dobbiamo cominciare a ragionare in questi termini: cosa significherebbe investire per realizzare questi progetti? Dallo smontaggio delle navi fino alla realizzazione dei parchi fotovoltaici su superfici non coltivate. E quanta ricaduta occupazionale ed economica determinerebbero?

Da queste risposte, supportate da numeri e investimenti, potrebbe davvero avere inizio il Green New Deal italiano. Una considerazione, seppure generale, relativamente agli investimenti, è già questa: oggi l’ex ILVA fattura 3,5 miliardi di euro. Per la sola produzione di un parco fotovoltaico di 2 GW occorrerebbe 1 miliardo di euro. Il valore dell’energia prodotta si potrebbe quantificare in circa 250 milioni di euro annui. Tutte risorse che resterebbero sul territorio, continuando a produrre acciai a minor costo di produzione, riducendo l’inquinamento prodotto e senza consumare materie prime non rinnovabili.

E per quanto riguarda la parte energetica? Il calore è necessario, anche nel caso di una produzione che usa carbonio di origine naturale, ma oggi può essere prodotto utilizzando combustibili di origine biologica (per esempio il biometano) senza dover necessariamente continuare a utilizzare combustibili di origine fossile. Come dai parchi fotovoltaici o dalle pale eoliche, o comunque da soluzioni energetiche che derivino da fonte rinnovabile.

Con modifiche degli altoforni esistenti, con gli investimenti nella “giusta direzione” si potrebbe già cominciare a eliminare, nella produzione della ghisa per come viene realizzata oggi, carbone minerale e combustibili fossili, utilizzando carbonio di origine naturale e combustibili rinnovabili. Sono alcune soluzioni solo tracciate e ipotizzate, da accompagnare da altre che abbiano questa strada però come faro direzionale, da valutare tutte precisamente, ed ovviamente, in termini tecnologici ed economici, ma che potrebbero  davvero essere la strada corretta e nuova per portare  a Taranto quello che è più che mai necessario: immediati benefici ambientali ed occupazionali.

Altre fonti:

http://www.greenreport.it/rubriche/come-funziona-lilva-di-taranto-e-i-suoi-impatti/

https://www.ecquologia.com/terra/inquinamento/3879-ilva-la-riconversione-e-possibile

https://www.ilsole24ore.com/art/tornare-iri-se-serve-si-soluzione-patuanelli-l-ex-ilva-e-alitalia-ACSEXW1

Che fare della (non più ex) ILVA?

Copertina: disegno di Armando Tondo, dicembre 2019

Francia, raccolgono fondi e liberano lo zoo. Ma non è una buona notizia

Lun, 12/23/2019 - 12:04

Sembra la perfetta storia di Natale. Con una colletta hanno raccolto ben 600mila euro in 5 giorni – la maggior parte dei quali li ha sborsati Marc Simoncini, il papà di Meetic – e hanno comprato uno zoo nella Bretagna, nel nord-ovest della Francia. L’obiettivo è rilasciare i suoi 560 animali selvatici per riportarli nel loro ambiente originale e, dopo i lavori necessari, rendere quel luogo un centro per riabilitare gli animali dal traffico illegale e sequestrati dalla giustizia. Motivo per cui la raccolta soldi continua.

I dubbi degli esperti

Non si capisce bene però come faranno gli animali ormai abituati alla cattività a reinserirsi in natura, in un pianeta dove tra l’altro l’estinzione di massa in corso è dovuta proprio alla scomparsa degli habitat naturali. «Evidentemente l’accesso ad Internet non aiuta la gente a comprendere realmente i problemi, ma aiuta a fare azioni che ci fanno sentire meglio a prescindere», commenta Spartaco Gippoliti, conservazionista e membro del Conservation Committee dell’International Primatological Society (IPS).

«Reintrodurre gli animali degli zoo in natura sta divenendo una leggenda metropolitana pericolosa per gli animali coinvolti, e potenzialmente pericolosa per quelli selvatici, a causa del pericolo trasmissione zoonosi», ovvero tutta una serie di malattie alle quali gli animali selvatici non sopravviverebbero.

«Gli animali non sono oggetti. La prima rivoluzione culturale che andrebbe fatta sarebbe quella di sentire esperti del settore invece di improvvisarsi zoologi o etologi o veterinari o conservazionisti», conclude Gippoliti.

L’iniziativa è stata lanciata sul sito web “gofundme.com” dalla Ong Rewild e oggi ha superato i 648.000 euro grazie alla partecipazione di oltre 22.200 persone. Il donatore più generoso, il francese Marc Simoncini, ha contribuito da solo con 250 mila euro. Lo zoo in questione è quello di Pont-Scorff.

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Il pilota automatico: il vero compagno dell’investitore

Lun, 12/23/2019 - 12:00

Nel processo di controllo (e autocontrollo) dei propri investimenti visto nelle ultime settimane occorre analizzare l’ultimo passaggio fondamentale per il risparmiatore alle prime armi: inserire il pilota automatico

Che i mercati non possano solo salire lo sappiamo tutti. Così come tutti, nei momenti peggiori, ci diciamo: «Nelle discese più profonde si colgono le migliori opportunità». Peccato però che quando poi ci si trova a tu per tu con un calo del 50%, le teorie crollano e le emozioni (negative) dominano.

La verità, infatti, è che appena i mercati iniziano a scendere riaffiorano i comportamenti irrazionali, e con questi la voglia di entrare e uscire dai mercati, anticipare i crolli, investire nei minimi per uscire sui massimi: comportamenti che nel 99,99999999% dei casi non riescono mai a produrre l’effetto desiderato.

I mercati (azionari, obbligazionari o di qualunque altro tipo), semplicisticamente non sono che la somma di tutte le scelte di acquisto e di vendita di tutti i partecipanti ai mercati stessi. Le scelte formano i prezzi dei singoli prodotti finanziari e determinano i rialzi e i ribassi di un determinato mercato.

Può essere interessante osservare come negli ultimi undici anni, a partire dalla pesantissima crisi del 2008, l’indice della paura, il cosiddetto «VIX» (Volatility Index), utilizzato dalla maggioranza degli analisti per «prevedere» l’imminente crollo dei mercati, abbia dato a più riprese una serie di falsi segnali spiazzando completamente chi, più furbo degli altri, aveva pensato di uscire dal mercato per poi rientrarci a prezzi più convenienti.

Bene, in quest’ultimo decennio i «furbetti del mercatino» sono più volte rimasti a bocca asciutta, proprio perché, a dispetto delle previsioni, il mercato ha continuato a salire senza soluzione di continuità!

Il singolo investitore, in pratica, può essere paragonato alla classica goccia in un oceano formato da tantissime goccioline che oscillano, scivolano le une sulle altre, creano onde, si mischiano e fluttuano, ma in cui nessuna può condizionare il movimento complessivo del mare. Tutte ne fanno parte, ma nessuna può avere la forza di andare contro corrente, può solo accettare l’evoluzione delle onde.

Per questo per investire bene bisogna maturare buone abitudini finanziarie, quelle più volte suggerite in questa rubrica, inserire il pilota automatico (magari aiutati da un fedele e professionale consulente-copilota) e lasciarsi trasportare dalla propria consapevolezza (finanziaria). Quella consapevolezza che è stata sempre il vero e unico motivo per cui scrivo.

Questa rubrica raggiunge oggi il traguardo dei 100 contributi e tra articoli e webinar non vi ho MAI  parlato di marche di prodotti. Non vi ho MAI consigliato uno specifico strumento. Non ho MAI  magnificato una determinata griffe. Perché non era e non è l’obiettivo di questa rubrica, che tenta solo di farvi maturare più consapevolezza e sicurezza quando entrate in un negozio e il commesso vi accoglie con la classica frase: «Prego, di cosa ha bisogno? Posso esserle d’aiuto?»

Ma come già sapete, nei «negozi finanziari» i prodotti non si acquistano, si vendono!

I commessi-consulenti vi accolgono con la frase: «Ho questo prodotto per lei, lo deve acquistare», senza nemmeno chiedervi se soddisfa i vostri bisogni.

Ecco spero, mi auguro che in questi anni abbiate avuto quasi tutti gli elementi per acquistare un prodotto e schivare certe pressioni. Un po’ come avviene quando entrate in un negozio per acquistare una cravatta avendo già bene in mente che:

  • dovete abbinarla a un abito formale scuro e scarpe classiche nere;
  • dovete indossarla per una cerimonia in un ambiente molto chic;
  • dovete indossarla in piena estate.

Consapevoli di tutto questo, non credo che riuscirete a farvi convincere dal commesso-venditore ad acquistare una cravatta di lana a motivi floreali di colori sgargianti.

Buon Natale a voi tutti

Vacanze in montagna? Le regole per prevenire gli infortuni sugli sci

Lun, 12/23/2019 - 09:00

Quale occasione migliore delle festività natalizie per inaugurare la stagione sciistica? Tra chi è sciatore provetto e chi, invece, si diletta nella disciplina solo occasionalmente, le persone che praticano questo sport invernale sono davvero tante. E, se il divertimento è assicurato, il rischio di farsi male è purtroppo sempre dietro l’angolo.

«Gli infortuni più frequenti per chi pratica sport sulla neve – spiega Francesco Falez, presidente Siot (Società italiana di ortopedia e traumatologia) – riguardano gli arti inferiori, soprattutto distorsioni del ginocchio, con associate lesioni ai legamenti. Se lo sci è uno sport che sollecita in modo particolare le articolazioni, soprattutto degli arti inferiori, lo snowboard salvaguarda invece relativamente meglio le ginocchia esponendo però a maggior rischio gli arti superiori a carico di spalle, mani e polsi. Questi traumi possono essere di gravità crescente, tale da ricorrere all’intervento dell’ortopedico e, spesso, a un intervento chirurgico».

Ecco allora alcuni consigli dalla Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot) per proteggersi da traumi e infortuni.

Buona preparazione fisica

Tanto per iniziare, secondo gli ortopedici alcuni mesi prima di trascorrere le vacanze in montagna è buona regola dedicarsi a un allenamento mirato per ridurre i rischi da infortunio. È bene poi non sottovalutare dolori e fastidi: se ci si vuole cimentare nello sci, è necessario preventivamente risolvere qualsiasi tipo di dolore che può alterare il controllo sul movimento e favorire l’instabilità. E prima di scendere in pista, ricordarsi di fare qualche esercizio di riscaldamento non trascurando lo stretching, utile soprattutto per le articolazioni.

Prudenza prima di tutto

È inoltre importante saper comprendere i propri limiti, essere capaci di fermarsi quando necessario, senza “strafare”: insomma la vecchia e sempre valida prudenza.
Anche con la velocità non si deve esagerare: deve essere adeguata alla propria preparazione tecnica e fisica, oltre che alle condizioni generali del tempo e delle piste.
Inoltre prima di ogni discesa è importante essere bene informati sulle previsioni meteo, che in montagna cambiano rapidamente.
Di fondamentale importanza una buona attrezzatura: oltre a sci (o snowboard) e scarponi in ottime condizioni sarebbe buona norma indossare il casco di protezione: non sarà il massimo della comodità, ma è ormai assodato che si tratta di un mezzo di prevenzione molto efficace nel ridurre il rischio di trauma cranico, tanto negli adulti quanto nei bambini.

A tavola non esagerare

Vietati colazioni e pranzi luculliani: rimettersi in pista con gli sci ai piedi dopo una pantagruelica mangiata di gulash e polenta, canederli, strudel, il tutto magari annaffiato da un ottimo Merlot, non ci mette nelle condizioni migliori per affrontare le discese innevate. D’altra parte vietato l’eccesso opposto: l’organismo ha bisogno di “carburante”, con pasti leggeri ed equilibrati, compresa la prima colazione (importantissima, guai a saltarla).

Procedere sempre in compagnia

In ultimo, ma non certo per importanza, gli esperti in ortopedia e traumatologia raccomandano di non sciare in solitaria: rimanere in compagnia è infatti l’unico modo – a prescindere dal livello di bravura nello sciare e dall’essere o meno esperti di montagna – per evitare di restare isolati in caso di infortunio o altre necessità.

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Il Vicolo della Cultura a Napoli

Lun, 12/23/2019 - 08:00

Dal 21 dicembre nel cuore del Rione Sanità a Napoli e più precisamente in via Montesilvano è stata inaugurata una biblioteca all’aperto tra opere di street art e installazioni.

La campagna culturale “Toraldo t’accumpagna“, che si ispira al famoso detto “a Maronn t’accumpagna” nasce grazie alla Onlus Opportunity e alla solidarietà di Toraldo, azienda Italiana produttrice di caffè.

Le edicole votive per illuminare i vicoli

Fu un’idea di Padre Gregorio Rocco. Nel ‘700 per illuminare i vicoli bui mise insieme praticità e spiritualità affiggendo agli angoli dei vicoli delle immagini della Madonna con bambino e chiedendo agli abitanti del quartiere di tenerle sempre illuminate.

«Proprio tra questi vicoli, 300 anni dopo la prima illuminazione di Napoli, è nata l’idea di affiancare alle classiche edicole votive delle moderne edicole culturali. Perché se padre Rocco vinse la criminalità con la devozione e l’illuminazione, noi vogliamo vincerla con la bellezza e la cultura.» ha detto Davide D’Errico presidente di Opportunity onlus.

Libri, quindi, una vera e propria biblioteca all’aperto e con i libri le “edicole culturali” ospiteranno mostre artistiche e fotografiche.

Perché la cultura è bellezza e illumina ancora oggi.

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FridaBike, dalla cargo coraggiosa ai vestitini sostenibili

Lun, 12/23/2019 - 07:00

Il negozio di cargo Frida Bike è bello anche solo da vedere: in fondo a un lungo cortile vecchia Milano, sgarrupato e romantico come solo il tempo sa fare, è però funzionalissimo per i bambini che lo frequentano. A metà tra dentro e fuori, tra protetti e liberi, loro sì che possono vivere la promessa di una Milano diversa, dove muoversi sia piacevole, sicuro e veloce per tutti. Tra loro ci sono i figli di una donna, famosa nel quartiere perché così bella e coraggiosa da aver non solo avviato un negozio di biciclette nella città delle auto, ma proprio quel genere di bici che solo un pazzo o un genio sceglierebbe di guidare nella capitale dei suv: le cargo bike, le bici da trasporto. La cosa più brutta che mi hanno mai urlato dietro? “Sei una mamma irresponsabile, ambientalista radical chic del cavolo!!”. «Come se “ambientalista” fosse un insulto!»

Ma di sicuro quel che generano le cargo bike – bici ancora semi sconosciute qui – sono soprattutto boati d’ammirazione da parte dei bambini e domande a raffica da parte dei genitori. Perché come ogni mamma sa, tutti i bambini sono sempre magicamente felici, e cheti, se li si porta in bici.

«Dieci anni fa, neo mamma di due bimbi molto piccoli, mi arrangiavo a girare Milano a piedi, o sui mezzi, con un pesantissimo passeggino gemellare. Un’esperienza che non auguro a nessuno. Rinunciavo agli inviti e prima di compiere qualsiasi attività dovevo organizzare lo spostamento. Soffrivo, soprattutto in un momento delicato come il post-partum, dove socializzare è fondamentale».

Poi Antonella Pesenti, ex modella per Giorgio Armani, andò in vacanza a Copenhagen. «Vidi per la prima volta le Cargo Bike, e vidi mamme indipendenti negli spostamenti. L’organizzazione è tutto, ma a volte non hai lo strumento per poterti organizzare al meglio: io l’avevo appena trovato. Al mio compleanno arrivò in regalo una Christiania Bike: abbandonai gli invitati e scappai con la mia nuova bicicletta. Da quel momento la mia vita cambiò, stavo tutto il giorno in giro e i miei bambini piccolissimi si distraevano e non litigavano più, incontravo gente, giravo i parchi, facevo tutto quello che mi andava di fare, come prima».

«La bici è il mezzo più veloce per spostarsi in città, eviti il traffico e non hai intoppi, sei sicura di metterci ogni volta lo stesso tempo a fare lo stesso percorso. La cargo è la bicicletta per i ciclisti che hanno bisogno di spazio per mettere persone o bagagli. Suona strano, ma è la bicicletta che più si avvicina all’automobile».

E quindi c’è speranza anche per Milano?

«La sensibilità è sicuramente in crescita, ma purtroppo la sensibilità non basta per cambiare le cose. Il primo giorno a Milano dopo essere stati in altre città europee è deprimente: sulle strade milanesi regna l’anarchia e i ciclisti e i pedoni si adeguano avendo la peggio. Siamo assuefatti al traffico, alle macchine sui marciapiedi e non sentiamo più la puzza di smog».

Innamorata del suo nuovo mezzo, Antonella pensa di farne un lavoro. «Incontravo pochi ciclisti e tutti mi guardavano come fossi un marziano, mi riempivano di domande sulla mia strana bici, sembravano tutti interessati ad acquistarla. Non essendoci un rivenditore in Italia decisi di iniziare a venderle io. Così nel 2015 ho aperto Fridabike, un luogo in cui poterle vedere e provare. Ho investito i miei quattro soldini risparmiati e ho lasciato un lavoro redditizio per aprire un negozio e vendere qualcosa che nessuno voleva. All’inizio non entrava nessuno, era troppo presto. Dopo 5 anni, le cose vanno meglio grazie soprattutto al passaparola dei clienti soddisfatti». Oggi tutto il quartiere tra Pier della Francesca e Paolo Sarpi conosce Antonella e i suoi bambini, e le sue bici-da-trasporto in giro sono ormai molte, e bellissime, piene d’orgoglio e indistruttibili (anche perché da qualche tempo si possono anche affittare).

Certo, vendere sogni non ti fa diventare ricco. «Ancora fatico a coprire le spese, soprattutto d’inverno, che in Italia è considerata bassa stagione per le biciclette, ma non rinuncio al sogno di cambiare il modo di spostarsi delle persone. Quello che sta succedendo a livello globale, la maggiore consapevolezza sul clima mi da’ speranza: all’estero è in atto una rivoluzione riguardo la mobilità dolce, ed è inevitabile che prima o poi arriverà anche in Italia. Io non vedo l’ora!»

Fridabike Kids: abiti sostenibili dal sapore nordico

Oltre alle Cargo, da Fridabike si possono comprare accessori per biciclette, libri e un’intera collezione di abbigliamento da bambini che si chiama Fridabike Kids, novità che Antonella realizza a mano nella Sartoria di Fridabike, una stanzetta con sei macchine da cucire all’interno dell’officina in condivisione con un’altra maker, che crea borse e zaini funzionali e bellissimi. «C’è una forte correlazione tra queste due mie attività, perché i vestitini hanno un gusto un po’ nordico e la mia clientela è da sempre fatta soprattutto da famiglie».

Del resto, già alle elementari Antonella cuciva i suoi vestiti, aiutata dalla mamma, e fare più cose contemporaneamente le piace «da quando, a 15 anni, lasciavo Lodi in treno per studiare sui vagoni e venire a Milano a fare casting per diventare una modella» . Un lavoro durato poi 20 anni ai massimi livelli, e che «mi ha aiutato tantissimo: è stato come fare un master gratuito in fashion design, ma avendo come maestri i grandi stilisti».

La sua collezione propone vestitini in fibre naturali, cuciti e ricamati a mano, e non essendoci intermediari (ha anche un negozio su Etsy) i prezzi sono particolarmente bassi. Passare una mano tra i suoi stendini – dove nulla è lasciato al caso e anche le grucce sono fatte con materiale di recupero – da’ il sapore dell’epoca in cui viviamo, dove accanto alla puzza della fast fashion e del consumismo sfrenato, spuntano realtà parallele piene di coscienza e significato, produzioni locali e indipendenti che ti chiedono solo di comprare meno, ma comprare meglio.

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Lasciate in pace le sardine

Dom, 12/22/2019 - 12:00

In una lunga lettera pubblicata da Repubblica il 20 dicembre i quattro ragazzi bolognesi che hanno dato vita a tutto il fenomeno delle Sardine spiegano il loro punto di vista.

E lo fanno bene, con un italiano bello, a tratti pure poetico, ben pensato, con un bel ritmo e senza fare polemica, o gridare facili slogan.

E già questo ci fa tirare un bel sospiro di sollievo.

Raccontano come è cambiata la loro vita dal 14 novembre (40 giorni fa…), quando Piazza Maggiore a Bologna si è riempita di gente che cantava e ripeteva lo slogan “Bologna non si lega” sventolando immagini di pesce azzurro.

«Nella notte, le foto di quella piazza avrebbero fatto il giro del mondo. La mattina seguente le Sardine erano già un fenomeno mediatico di portata internazionale, ma noi non lo sapevamo»

Dal quel giorno parte il delirio, iniziano ad arrivare ai bolognesi le richieste per organizzare altri eventi: Modena, Firenze, Sorrento. E allora viene presa la decisione di creare una sorta di coordinamento nazionale

«Con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di un fenomeno culturale e sociale di resistenza all’avanzata del populismo e dei suoi meccanismi di attecchimento».

La gente, giovani soprattutto ma non solo, torna così in piazza: «collegando il virtuale al reale», non più soli davanti a un monitor ma fuori, stretti come le sardine, a guardarsi in faccia e a riconoscersi.

Le richieste alla squadra bolognese diventano centinaia e i media sono sempre più interessati a capire, scindere, analizzare, scomporre, ricomporre, affettare, il fenomeno delle Sardine.

Mattia Sartori, giovane e, diciamolo, pure carino, non si sottrae e va in ogni trasmissione radiofonica e televisiva con il sorriso un po’ furbo e un po’ stupito.

I giornalisti gli chiedono di tutto: da cosa ne pensano le Sardine della crisi della Banca Popolare di Bari alla ricetta per il ragù.

E giù valanghe di consigli, tanto che Makkox su Twitter sintetizza al meglio:

«Presto editerò una raccolta di scritti di autori vari che ad ora dovrebbe sviluppare 86 volumi rilegati di 300 pagine ognuno. Si intitola: Se posso dare un consiglio alle sardine»

E le Sardine sono sempre di più:

«In 30 giorni si erano riempite 92 piazze in tutta Italia, a cui si sono aggiunte 24 piazze estere, europee e statunitensi. Circa mezzo milione di persone sono uscite di casa, al freddo e sotto la pioggia, per dire che la loro idea di società non rispecchiava per nulla quella presentata dall’attuale destra italiana, quella stessa destra che non perde occasione per affermare di avere il popolo dalla sua parte»

A Roma, a Roma!

Dopo piazza San Giovanni era tempo di conoscersi, le Sardine si incontrano allo SpinTime, il centro sociale occupato all’Esquilino – lo stesso dove l’elemosiniere del Papa riallacciò la corrente nel maggio scorso.

«Tante facce nuove. Forse troppe. Spazi spartani e molto freddo. Sensazione da primo giorno di scuola, gente troppo adulta per poterci essere abituata. Ma la classe è numerosa e ci accorgiamo subito che le cose che ci uniscono sono molte di più di quelle che ci dividono… Nessuno è portatore di verità assolute e il dialogo, che passa dall’ascolto, è l’unica sintesi di quelle differenze che, contaminandosi, rimarranno tali anche dopo essersi confrontati».

Da quell’incontro esce un programma in soli sei punti, criticatissimo – e come fai ti sbagli – dai media. E, al di là di tutto la decisione primaria rimane: tornare nelle piazze e continuare a esserci.
E per cortesia, smettiamola con le dietrologie e il finto stupore:

«Le sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare».

Nessun partito

«La forma stessa di un partito sarebbe un oltraggio a ciò che è stato e che potrebbe essere». Perché «L’unica certezza che abbiamo è che siamo stati sdraiati per troppo tempo. E che ora abbiamo bisogno di nuotare».

E allora possiamo nuotare con loro, oppure no, possiamo guardarli nuotare e fermarci ad ascoltare i loro fischi che sono cortesi, intelligenti, sorridenti.
Possiamo?

Amazon, la cultura del reso sta per battere un record

Dom, 12/22/2019 - 07:00

Lo ordino online, in almeno tre taglie e tre colori, e me lo provo a casa con la massima calma e comodità. Alle volte, rendo tutti i prodotti. Questa è la “return culture”, la culture dei resi, teorizzata già un anno fa dall’Università di Gothenburg con un vasto studio. È divenuta possibile, ed è in forte crescita, da quando giganti come Amazon – il patrimonio del suo Jeff Bezos è il più grande al mondo – hanno introdotto il reso gratuito, a sua volta possibile da un costo del lavoro ridotto all’osso, e quasi del tutto libero da diritti (Leggi La giornata infernale di un lavoratore Amazon) . 

In altre parole, comprare online oggi non solo avvicina la morte dell’artigianato e la vita dei centri cittadini, ma sostiene un sistema ingiusto del lavoro e inquina tantissimo. Stando al Global Web Index, il ritorno gratuito è considerato la normalità dall’80% delle persone in Usa e Regno Unito, che controllano la gratuità dei resi prima di fare shopping su un sito. Tre su cinque hanno fatto almeno un reso nei precedenti 12 mesi.

In arrivo un record di resi

Secondo una ricerca di Optoro per UPS, qualcosa come 3,5 miliardi di pacchetti vengono resi ogni anno solo negli Stati Uniti, soprattutto nel mese di dicembre, e merce per un valore di 250 milioni di euro e 2 miliardi di kg di peso finisce in discarica: un’abitudine sempre più radicata, quella del reso, che costa 13 tonnellate di CO2 emesse in atmosfera. Si stima che il prossimo 2 gennaio ci sarà un nuovo record di resi, stimabili attorno ai 2 milioni di oggetti rimandati al destinatario in un giorno, solo negli Usa. Significa +26% rispetto allo scorso anno: lo shopping online sta modificando radicalmente le nostre abitudini, soprattutto sotto le feste. 

Le soluzione che possiamo cercare

Ma chi compra può scegliere meglio. «Ci sono negozi online con camerini digitali in cui puoi vedere come ti starebbe l’abito su una modella che riproduce le tue forme. Una compagnia giapponese ha ideato un cartamodello da spedire a casa, compilare e poi caricare su app: permette di avere a domicilio capi di sartoria cuciti addosso alle nostre misure, a prezzi abbordabili. Ci sono anche sistemi intelligenti di shopping che suggeriscono cosa e come prenderlo in base ai tuoi precedenti acquisti e ai tuoi precedenti resi»: Sharon Cullinane, docente di sustainable logistics a Gothenborg, non si deprime troppo dai dati che vedono anche la sua Svezia svettare per cultura dei resi: «il 22% di chi compra da noi usa la politica dei resi a prescindere, ordinando più taglie o colori di uno stesso oggetto, ma tra le persone giovani e le donne, parlando di moda, si arriva tranquillamente al 60% . Vedo però una possibile soluzione anche nella crescente sharing economy. I resi potrebbero essere spediti direttamente dagli acquirenti ad altri acquirenti, cosa che presuppone una certa responsabilità da parte delle persone. Ma quando parliamo di ambiente di questo parliamo, no?»

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Femminicidi: diminuiscono! Molto lentamente ma diminuiscono

Sab, 12/21/2019 - 12:00

I dati sono semplici e incontrovertibili e ne diamo qui ampia documentazione, di modo che tutti possano verificare quel che diciamo: nel 2000 le donne uccise furono 200, nel 2018 142, quest’anno siamo a 94 vittime nei primi 10 mesi dell’anno e quindi possiamo sperare che il 2019 sarà l’anno che vedrà quasi dimezzato questo orrore rispetto ai numeri del 2.000.

Dovremmo tutti gioire visto che dopo anni di battaglia perché si riconosca la gravità sociale e morale della violenza contro le donne, finalmente vediamo una netta diminuzione del numero delle donne uccise.

Ma qualcuno leggendo il titolo di questo articolo avrà fatto un sobbalzo: «Ma come! Tutti i media gridano che c’è un aumento! Perché qui si dice il contrario?!?»

Semplicemente perché una certa retorica ama ricorrere agli allarmi e crede che aumentare la gravità della situazione sia meglio che sottolineare i progressi ottenuti grazie all’impegno di milioni di donne e anche di uomini.

Anche un solo femminicidio è troppo e  tutti vorremmo vedere estirpato completamente questo crimine vergognoso. Ma perché non rilevare che ci sono progressi?

E come è possibile che alcune voci arrivino a sostenere che addirittura c’è un aumento delle donne uccise?

Si tratta di un semplice errore di interpretazione dei dati, nella migliore delle ipotesi, sennò sciocca disinformazione. Infatti i molti articoli che sostengono questa tesi si riferiscono non al numero delle donne ammazzate ma alla percentuale delle vittime femminili sul totale degli omicidi.

Gli omicidi sono passati da 805 nel 1999 a 329 nel 2018 (altro dato nascosto dai media: gli omicidi totali sono più che dimezzati in vent’anni!) , il numero degli assassinii di maschi è diminuito molto di più di quello delle femmine. Quindi se calcolo la percentuale delle donne assassinate rispetto al numero totale posso in effetti dire che QUESTA percentuale è aumentata ma si tratta di un dato che dà un’idea della realtà falsata.

Ecco un esempio di questa confusione:

È quanto si legge nel rapporto Eures 2019 su “Femminicidio e violenza di genere in Italia”. Nel rapporto si sottolinea che non si è mai registrata una percentuale così alta di vittime femminili (40,3%)”

Dire che non si è mai registrata una percentuale così alta di vittime femminili dà l’idea che siamo di fronte a un numero di vittime in grande crescita: il numero più alto di donne uccise da sempre! Ma come abbiamo detto nel 2000 le donne assassinate furono 200, nel 2018 sono state 142.

Secondo molti giornalisti il grande pubblico si annoia se pubblichi buone notizie: il pubblico vuole il sangue! E i media si adeguano: «Siamo qui per vendere mica per raccontare le favole!»

Ma questa dittatura delle cattive notizie è un nemico primario per chi ama il progresso: solo se dimostriamo che l’impegno etico e sociale continua da secoli a dare risultati positivi, potremo convincere milioni di persone a lottare con noi, per continuare a migliorare il mondo. Dobbiamo impegnarci a raccontare la verità (che è rivoluzionaria); il pessimismo è l’humus della rinuncia, della resa, della paura e della rabbia degli impotenti: «È inutile che ti impegni! È da stupidi credere a un futuro migliore! Guarda la realtà! La barbarie avanza! E tu non ci puoi fare un cazzo. Quindi stai buono nel tuo angolino e stai zitto: qualunque cosa tu faccia può solo peggiorare la tua situazione.»

Qualcuno dice che la sinistra è morta. Probabilmente è vero.

Ma i progressisti continuano a esserci e grazie a Dio siamo tanti. Vogliamo il progresso! E riusciamo ad avanzare di un millimetro al giorno. DICIAMOLO!

Analisi dati Ilsole24ore

Foto di Alexandr Ivanov da Pixabay 

Una corsa (a settimana) allunga la vita

Sab, 12/21/2019 - 07:00

Che correre faccia bene non è una novità: ormai è conoscenza acquisita che lo svolgimento dell’attività fisica sia uno degli strumenti, insieme a una sana alimentazione, per il mantenimento di una buona salute a ogni età. A confermarlo arriva ora un nuovo studio pubblicato online sul British Journal of Sports Medicine, da cui emerge che correre riduce il rischio di mortalità per qualsiasi causa.

Il bello è che per avere benefici dal jogging non è necessario versare litri di sudore: gli autori dello studio spiegano infatti che per avere effetti positivi è sufficiente una corsa di 25 minuti a settimana, anche a un’andatura leggera. Un obiettivo più che raggiungibile anche da chi lamenta di non avere mai tempo per l’attività fisica.

Esaminati 14 studi

Per giungere ai loro risultati i ricercatori hanno esaminato 14 studi condotti sull’associazione tra la pratica della corsa e il rischio di morte per tutte le cause, tra cui malattie cardiovascolari e tumori, per un totale di oltre 230 mila persone coinvolte la cui salute è stata monitorata per un periodo di tempo compreso tra un minimo di 5,5 e un massimo di 35 anni. Dai dati raccolti è emerso che, rispetto a chi non pratica la corsa, ogni quantitativo di jogging risulta associato a un rischio inferiore del 27% di morte per tutte le cause in entrambi i sessi. In particolare per quanto riguarda i decessi per malattie cardiovascolari e per cancro il rischio risulta ridotto rispettivamente del 30% e del 23%.

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Bastano piccole “dosi”

Per avere benefici non è necessario correre molte volte a settimana, né impegnarsi in corse lunghe: dalla ricerca risulta infatti che risultano associate a benefici per la salute e a una maggiore longevità anche piccole dosi di corsa – per esempio 25 minuti una volta a settimana – e tutt’altro che intense – effetti benefici sono stati registrati anche alla velocità di 8 km all’ora (che è l’andatura di una camminata a passo medio).

La quantità minima di corsa per ridurre il rischio di mortalità, 25 minuti a settimana, è molto meno dei 150 minuti di attività fisica complessivi settimanali consigliati agli adulti a livello internazionale per mantenersi in buona salute: «Questo fa sì che la corsa – suggeriscono gli autori – sia una buona opzione per coloro che non praticano attività fisica per mancanza di tempo».

Aumentare le quantità di corsa non migliora i benefici

Aumentare la quantità di jogging, invece, non migliora i benefici in quanto non risulta associato a una maggiore riduzione del rischio di morte. I ricercatori spiegano che praticare una breve e poco impegnativa sessione di corsa a settimana potrebbe essere una misura per il benessere e la longevità a costo zero, adatta anche a chi ha poco tempo, ai pigri e a chi non si sente tagliato per lo sport: «L’aumento della pratica della corsa, indipendentemente dalla ‘dose’ – scrivono gli autori dello studio – potrebbe portare a miglioramenti sostanziali in relazione alla salute della popolazione e alla longevità».

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Ryanair peggiore al mondo nella classifica delle compagnie aeree

Ven, 12/20/2019 - 17:00

Nelle lunghe tratte il top è Singapore Airlines, seguita da Qatar Airways e dalla mitica Emirates. Per lunghi viaggi il peggio invece lo troverete da Etihad, British Airways e American Airlines. Le compagnie di bandiera britannica e americana fanno il peggior tonfo rispetto ai fasti del passato, nella classifica messa a punto dall’associazione di consumatori Which? Travel, che ha condotto un sondaggio basato sulle esperienze di 6.500 viaggiatori tra 17 compagnie di volo prese in considerazione per le lunghe tratte e 15 che operano nelle tratte brevi. La centenaria British raccoglie i peggiori strali, considerando che è tra le peggiori tre sia nelle brevi che nelle lunghe percorrenze. Non classificata Alitalia – guarda un po’ – mentre sono presenti altre compagnie europee come Lufthansa, Swiss Air, Norwegian e persino Tap Portugal.

Ryanair come la peste

Nelle tratte brevi state sereni viaggiando con Aurigny, Jet2 e SAS Scandinavian Airlines. Vi va decisamente male se invece capitate con la British Airways, Vueling Airlines e la regina tra le pessime: Ryanair, che raccoglie il punteggio più basso in assoluto.

I passeggeri di Ryanair hanno sottolineato i numerosi costi aggiuntivi che attendono al varco il viaggiatore meno esperto e requisiti per bagagli definiti “esigenti”. Da notare che tra i commenti alla compagnia low cost più famosa al mondo c’è stato «trattano i clienti come vacche in contanti» e «la compagnia aerea ha una mentalità di classe bovina».

I consigli di Which?

«Se potete nelle tratte corte scegliete Jet2. È di qualità migliore rispetto a BA e spesso ha tariffe più economiche di Ryanair. Se invece volete andare negli Stati Uniti, Virgin Atlantic batte la British Airways mani basse», ha commentato il direttore del magazine Which? Travel.

Easyjet senza infamia

Nel corto raggio soffre anche Vueling Airlines, con un punteggio del 54% e Wizz Air con il 56%. EasyJet si ritrova con un punteggio del 65%, nella media. I passeggeri l’hanno definita “bella”, “affidabile” e “senza fronzoli”. Ottiene quattro stelle per il rapporto qualità-prezzo.

In cima alla lista dei voli a corto raggio c’è la minuscola compagnia aerea delle Isole del Canale Aurigny, che gestisce una flotta di soli 9 velivoli. Piccola ma efficiente: ha un punteggio di soddisfazione del cliente dell’82% e ottiene il massimo dei voti per l’imbarco, l’ambiente in cabina e il servizio clienti.

Al secondo posto c’è Jet2, della quale i passeggeri elogiano i prezzi convenienti, il servizio premium, e la gentilezza del personale «che non ti fa sentire in una low cost».

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Il tuo water può farti un regalo

Ven, 12/20/2019 - 12:38

Sono circa 57,6 milioni i wc italiani (dati Cresme), e il 49% è stato installato prima degli anni Novanta mentre ben il 32% risale al secondo dopoguerra. Tutto questo vecchiume nell’intimo delle abitudini nostrane porta un consumo medio annuo di acqua pari a quasi 1,4 miliardi di metri cubi, pari a un costo di 2,4 miliardi di euro, in grandissima parte risparmiabili sostituendo i vecchi wc con nuovi e più performanti modelli.

I nuovi modelli consumano la metà

I modelli più recenti e innovativi, infatti, consumano – con lo stesso risultato – 4/6 litri di preziosa acqua potabile contro i 13/15 necessari in media ai modelli più vecchi: un risparmio ambientale di 414 milioni di metri cubi di acqua e un risparmio economico quantificato da Il Sole 24 Ore (che tra l’altro ci ricorda che l’Italia è prima in spreco d’acqua) oggi in 665 milioni di euro all’anno in meno per i consumatori.

L’idea di un incentivo

Per questo motivo, i costruttori di sanitari del distretto viterbese di Civita Castellana chiedono al Governo di inserire nel pacchetto ecobonus anche la sostituzione del wc. Far leva sull’agevolazione fiscale potrebbe essere un primo passo importante, anche perché la qualità delle ceramiche da bagno made in Italy ha una performance che permette un risparmio sensibile, mentre invece – dicono i produttori – le soluzioni più economiche sul mercato, provenienti da Cina e Turchia, non riescono a garantire gli stessi risultati. Paradossalmente, la nostra fascia medio alta di produzione oggi è destinata soprattutto all’export in mercati quali Germania, Francia e Regno Unito. Paesi non a caso più sensibili alle tematiche ambientali e al risparmio sul lungo periodo.

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I dieci migliori film di Natale

Ven, 12/20/2019 - 12:00

Assieme alla tombola, i regali sotto l’albero, il cenone, tra le tradizioni del 25 dicembre e dintorni ci sono anche i film. Spesso a tema natalizio. Un tempo era solo quello in sala che vedeva gli esercenti sorridenti per gli incassi. La televisione e i palinsesti delle Feste da sempre si formano tenendo d’occhio la ricorrenza perché il video televisivo richiede immagini a tema che fanno parte della coreografia familiare. Il film natalizio è un genere complesso da misurare nella sua latitudine. Ho scelto i miei migliori dieci tenendo conto anche del controcorrente e dell’eretico, dell’animazione che non manca mai. Ho rispettato anche classici e tradizioni e non manca qualche chicca d’autore. Un’occasione anche per darvi i miei personali auguri di Natale.

LA VITA È MERAVIGLIOSA di Frank Capra, 1946

Commedia mista a dramma con invenzioni incredibili. L’angelo di serie B che deve conquistare le ali, il cattivo rapace, il buono James Stewart. Cast stellare ed effetti speciali incredibili per l’epoca di realizzazione. Quando l’angelo mostra al protagonista cosa sarebbe diventata la sua città senza la sua presenza new deal e progressista, si crea un punto di riferimento cinematografico che ha ricevuto numerosi omaggi e diverse citazioni. Un critico americano ha scritto che la pellicola ha due registi: “Frank Capra e Dio, realizzatore di miracoli nel film, ma anche autore di un film dentro il film”. A Natale la solidarietà umana collettiva vince sul denaro dei banchieri usurai. Anche l’Enciclopedia Britannica scrive che il film “è sinonimo di Natale”. Pochi sanno che il racconto da cui è tratta la sceneggiatura era stato scritto come testo di una cartolina natalizia.
Il film ebbe un impatto enorme per diverse generazioni di spettatori in tutto il mondo. Incredibile quello americano costellato da narrazioni che a volte sfiorano la leggenda urbana. Il regista fu subissato da lettere di ringraziamento, alcuni ne evidenziano almeno un migliaio scritte dei detenuti del carcere di San Quintino. Bush senior l’ha narrato in televisione agli ipovedenti. Un film trionfo del buonismo vivamente consigliato alle giovani Sardine che non l’hanno mai visto.

NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS di Henry Selick, 1993

L’originale animazione in stop motion valorizzata dallo scritto e dalla produzione di Tim Burton. Jack è il re della città di Halloween che ogni anno organizza l’omonima festa. Dopo aver casualmente scoperto l’esistenza di un mondo parallelo dedicato al Natale, decide di portare questa nuova festa, più allegra, ai suoi concittadini, con esiti del tutto imprevisti. Un Natale all’incontrario dove Jack Skeletron rapisce Babbo Natale aiutato dal trio di bambini cattivi “Vado, Vedo, Prendo”. I regali sono teste mozzate e serpenti voraci. Stupenda favola dark che scruta nell’inquieto dell’umano celebrando l’amore tra uno scheletro e una bambola di pezza. Uscito nei cinema americani ad Halloween.

UNA POLTRONA PER DUE di John Landis, 1983

Film che riprende la storia de “Il principe e il povero” di Mark Twain raccontando la storia di un agente di borsa, Luois Winthorpe (Dan Aykroyd), e di un mendicante, Billy Ray Valentine (Eddie Murphy) che si scambiano i ruoli. Grazie al suo contesto natalizio, al “buonismo” di fondo e alla riflessione sul riscatto sociale, il film è diventato negli anni uno dei classici del palinsesto televisivo italiano natalizio. Davanti al cenone si vede anno dopo anno. Ha scritto Alessandro Gerardi: “Una poltrona per due, in fondo, è la dimostrazione che l’occasione fa l’uomo ladro e che i privilegi, l’agio e la ricchezza alla lunga fanno male e rammolliscono”.

REGALO DI NATALE di Pupi Avati, 1986

Quattro amici di vecchia data si ritrovano, la notte di Natale, per una partita a poker. Sul piatto, però, non ci sono solo i soldi: ci sono anche le menzogne, le sconfitte, i tradimenti e gli inganni di ognuno di loro. Riscatto artistico per Diego Abatantuono che veniva da un periodo tristissimo dovuto ai troppi film girati nel momento della sua affermazione. Coppa Volpi a Venezia per Carlo Delle Piane. Per Tonino De Pace: “Non è un film sul Natale e sulla bontà che la festa ispira”. Un film crudele e cattivo, uno dei migliori del cattolico Pupi Avati, amato dagli appassionati del tavolo verde che al pari del cinema è un ingrediente natalizio. Sempre bello da rivedere. Anche a Natale.

PARENTI SERPENTI di Mario Monicelli, 1992

Commedia al vetriolo di un grande regista. Un famiglione allargato si riunisce per il cenone di Natale in Abruzzo ma un annuncio inatteso dei due genitori anziani fa esplodere una fiera delle atrocità che mette a nudo le miserie umane dei rapporti delle famiglie che a Natale cercano di mostrarsi buone e solidali. Per Enzo Siciliano: “Una famigliaccia, quanto mai solidale negli egoismi, nei gusti vittimistici, infelicissima e malata, bombardata dal crepitio dei rotocalchi e della televisione, ma non per questo da assolvere”. Mitico l’outing omosessuale del personaggio di Alfredo interpretato da Alessandro Haber. Ma tutto il cast è fenomenale con citazioni d’obbligo per Paolo Panelli, Cinzia Leone, Marina Confalone, Monica Scattini. Voce narrante del bambino innocente. In tanti conoscono le battute a memoria.

IL CANTO DI NATALE DI TOPOLINO di Burny Mattinson, 1983

Tratto da un celeberrimo racconto di Dickens ciclicamente adattato per il cinema. La migliore versione è ritenuta dai più questa animata dalla Disney che schiera tantissimi dei suoi eroi di vario successo ma con zio Paperone imbattibile nel ruolo dell’avaro Ebenezeer Scrooge che sincretizza archetipo letterario con Paul Getty. Ritorno sugli schermi cinematografici per Topolino che mancava al cinema da trent’anni. Il cortometraggio (dura circa 30 minuti) abbinato ai lunghi in sala sancì la rinascita della Disney che veniva da anni di stanca. Per Andrea Fiamma di Fumettologica: “L’inossidabilità de Il canto di Natale di Topolino ha dimostrato che tanto gli artisti quanto la creatura di Walt Disney erano pronti ad affrontare il futuro.”
Un classico di Natale che piace anche ai sostenitori dello scontro di classe.

MAMMA, HO PERSO L’AEREO di Chris Columbus, 1990

Che sia un film di culto lo prova il fatto che lo scorso 6 dicembre sia stato proiettato all’Auditorium di Milano con esecuzione dal vivo in sincrono della colonna sonora a cura dell’Orchestra sinfonica Giuseppe Verdi. Il bambino che resta in casa solo per Natale e la difende dei due ladri è perfetto nelle sue gag e vorticose scene briose e movimentate ma ha anche contenuti apprezzati dal pubblico che s’identifica con le buone ragioni del ragazzino incompreso in famiglia. Incassi stratosferici in sala (circa 500 milioni di dollari) e non può mancare nei palinsesti natalizi da parte di chi detiene i fortunati diritti. Quattro sequel ufficiali e nove apocrifi.

VACANZE DI NATALE di Carlo Vanzina, 1983

Capostipite della fortunata serie dei cinepanettoni che hanno segnato per oltre due decenni i destini e gli incassi dell’industria cinematografica italiana determinando il successo di un nuovo star system comico grazie allo spettatore che andava al cinema solo durante le Feste di Natale. Produzione De Laurentis nata sul successo di “Sapore di Mare” che ha avuto l’intuizione di non ripetere l’ambientazione nostalgica anni Sessanta ma spostarla negli anni da bere dei contemporanei Ottanta mescolando personaggi romani e milanesi. Cortina D’Ampezzo la location cineturistica perfetta per la semplice vicenda e i Vanzina (Enrico è sceneggiatore) traggono indovinata ispirazione da “Vacanze d’inverno” con Sordi e Vittorio papà del protagonista Christian. Celebrato in una retrospettiva alla Mostra del cinema di Venezia del 2010.

DIE HARD – TRAPPOLA DI CRISTALLO di John McTiernan, 1988

Secondo il protagonista: “È solo un film di Bruce Willis”. Non la pensa così la casa di produzione che in occasione del trentesimo anno di compleanno dell’uscita ha lanciato un trailer speciale che, grazie a un sapiente montaggio e a una colonna sonora dedicata, stabilisce definitivamente Die Hard come un classico film natalizio. Infatti un padre separato che deve raggiungere la famiglia per il pranzo di Natale non è connotazione da poco. Le canzoni natalizie si rincorrono nella colonna sonora e non manca un cadavere con il cappello di Babbo Natale. Un film ad adrenalina pura.

FANNY E ALEXANDER di Ingmar Bergman, 1982

Per tutti coloro che non sopportano i film classici di Natale, quelli popolari e di successo, e guardano solo film d’autore. Anche se è solo un lungo incipit, il film visto attraverso gli occhi di due bambini (Alexander è lo stesso regista) inizia con la celebrazione della vigilia di Natale a casa della famiglia Ekdah nel 1907. Fuori nevica e nella grande case vediamo la tavola apparecchiata e i regali sotto l’albero. La famiglia al gran completo arriva, si stappano le bottiglie e la festa inizia. Dopo cena si parte con giochi e balli che coinvolgono anche la servitù in una danza memorabile per tutta la casa. Anche la casa è modellata su quella rimasta nei ricordi del regista. Poi la storia prende registri molti diversi. Ma ognuno può divagare sui ricordi del proprio Natale.

Maysoon Zayid: una comica

Ven, 12/20/2019 - 09:17

«Molte persone con paralisi cerebrali non camminano, ma i miei genitori non credevano nei non posso» Maysoon Zayid è una comica esilarante e intelligente, che con una risata sa trasmettere la sua esperienza e quanto la disabilità sia ancora troppo poco rappresentata nel mondo dello spettacolo.

Di origini palestinesi in un’intervista rilasciata alla BBC lei stessa si definisce «Una palestinese musulmana vergine con paralisi cerebrale, del New Jersey, che è attrice, comica e attivista».

Vi proponiamo un video in cui racconta in maniera molto divertente la sua storia di disabile nel mondo dello spettacolo.


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Due mele al giorno tolgono (davvero) il cardiologo di torno

Ven, 12/20/2019 - 08:00

Una notizia che potrebbe risultare particolarmente utile durante le festività natalizie, quando pranzi e cene coi parenti si susseguono quasi senza sosta: due mele al giorno tolgono il cardiologo di torno. Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition consumare due mele Renetta al giorno per 8 settimane di seguito facilita la riduzione dei livelli di colesterolo cattivo (Low density lipoprotein o Ldl), abbassando di conseguenza il rischio di incorrere in malattie cardiovascolari.

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Renette del Canada

Nello studio – che è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Reading (Regno Unito) in collaborazione con un team italiano della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) – sono state utilizzate le mele Renetta del Canada, particolarmente  ricche di polifenoli, ma secondo i ricercatori gli effetti benefici sarebbero riscontrabili anche consumando altre varietà del frutto.

Gli studiosi hanno esaminato un gruppo di uomini e donne di età compresa tra i 29 e i 69 anni scoprendo che coloro che avevano livelli di colesterolo cattivo sopra la norma riuscivano ad abbassarlo di quasi il 4% consumando due mele ogni giorno per due mesi, mentre i partecipanti alla ricerca arruolati nel gruppo di controllo che avevano bevuto quotidianamente il succo della medesima quantità di mele non aveva invece riscontrato lo stesso beneficio.

Fibre e polifenoli

«Non sappiamo ancora se la responsabilità dei risultati che abbiamo ottenuto sia delle fibre che si trovano in queste mele o dei polifenoli contenuti a elevate concentrazioni nelle mele che abbiamo usato», spiegano i ricercatori, «ma sembra comunque chiaro che l’introduzione nell’alimentazione quotidiana di due mele possa avere un impatto importante sulla salute del cuore».

Immagine: Fonte Wikipedia

Le più belle mostre da vedere durante le feste di Natale

Ven, 12/20/2019 - 07:00

Abbiamo selezionato per voi alcune mostre in Italia da vedere durante il periodo natalizio. Buona visione e buona gita!

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L’eolico inquina? Sì, ma poco

Ven, 12/20/2019 - 07:00

Recentemente un articolo uscito sulla BBC ha suscitato un piccolo caso internazionale parlando di un potente gas effetto serra che sta aumentando in atmosfera. Anche l’Italia si è domandata, addirittura con un’interrogazione parlamentare, se veramente gli impianti eolici stiano contribuendo all’aumento di un gas pericoloso nell’ambiente, il cosiddetto “SF6”. Il problema esiste, ma è decisamente marginale.

L’impatto dell’eolico: trascurabile rispetto al carbone, ma esiste

«L’esafluoruro di zolfo, o SF6, è effettivamente un gas serra altamente climalterante», ci spiega Nicola Armaroli, chimico del CNR ed esperto di tecnologie energetiche. «È utilizzato come isolante negli interruttori di sicurezza presenti nella rete di distribuzione elettrica, per evitare incidenti e cortocircuiti in condizioni critiche (es. sovraccarichi o eventi meteo estremi). Purtroppo nel ciclo industriale di produzione, utilizzo e dismissione di questi dispositivi, parte di questo SF6 può essere accidentalmente rilasciato in atmosfera. Le emissioni di SF6 tendono ad aumentare non solo per “colpa” dell’eolico, come supposto da alcuni parlamentari, ma perché tutta la rete di distribuzione elettrica si espande. È molto utilizzato perché funziona molto bene ed è economico». Ci sono alternative meno impattatanti, e la commissione europea sta lavorando per bandirlo e sostituirlo con altri gas meno climalteranti o altri approcci tecnologici: «sarà probabilmente obbligatorio passare ad altre soluzioni entro il 2030».

In definitiva quindi sì, l’espansione delle rinnovabili comporta un aumento dell’impiego di questi dispositivi di sicurezza nella rete elettrica e di quindi un maggiore utilizzo – e di conseguenza maggiori perdite – di questo gas. «Deve essere però chiaro che nulla è a impatto zero», continua Armaroli, e anche se la nostra elettricità proviene da fonti rinnovabili, la scelta migliore per l’ambiente resta sempre l’efficienza e la riduzione dei consumi. Detto questo, un semplice bilancio costi/benefici ci rende chiaro che l’eolico resta una soluzione molto ma molto più sostenibile rispetto alle alternative fossili. «Ad esempio si stima che le emissioni di SF6 attribuibili all’eolico in Europa equivalgano a 3.500 tonnellate di CO2 l’anno. È un valore irrisorio se si pensa che l’eolico in Europa evita l’immissione di 255 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, che verrebbero prodotte se si utilizzassero i combustibili fossili per produrre la stessa quantità di elettricità. Tanto per capire di cosa stiamo parlando, nel mondo le emissioni totali di CO2 si aggirano intorno ai 36 miliardi di tonnellate l’anno». Dov’è il vero problema?

Dove possiamo intervenire, allora, per abbassare le emissioni climalteranti?

«Occorre focalizzare l’attenzione sul metano che importiamo in Europa da altri continenti attraverso metanodotti lunghi migliaia di km. Esso viene poi distribuito attraverso un’immensa rete di distribuzione, lunga complessivamente milioni di km, ad ogni singolo edifico. Il metano è un gas serra decine di volte più potente della CO2, che è inevitabilmente soggetto a perdite lungo la sterminata rete di trasporto e distribuzione. In Italia, un Paese fortemente metanizzato, queste perdite restano del tutto ignorate, mentre numerose indagini sperimentali condotte negli Usa evidenziano che le perdite sono consistenti, anche nelle aree metropolitane. Per salvaguardare il clima, il Parlamento dovrebbe occuparsi innanzitutto delle perdite di metano della rete italiana del gas e non di dettagli marginali come le perdite di SF6 connesse all’aumento dell’uso delle rinnovabili».

Se poi volgiamo lo sguardo a livello globale, «succede ancora peggio in molti campi petroliferi in tutto il mondo dove il metano è considerato un intralcio all’estrazione di oro nero e viene tipicamente bruciato in loco. Talvolta però è semplicemente liberato in atmosfera, un autentico insulto al clima e alle limitate risorse del nostro pianeta. Secondo la Banca mondiale, vengono deliberatamente bruciati o liberati in atmosfera 140 miliardi di m3 di gas all’anno, pari alla somma dei consumi di Italia e Germania. Mi sembra un problema ben più grave delle emissioni di SF6, che vanno comunque eliminate. Ma in Italia dominano ancora vecchi slogan rassicuranti come il metano ti dà una mano, che oggi sappiamo essere in parte fuorvianti».

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Disabilità neurocognitive: «strumenti magici» per la riabilitazione

Gio, 12/19/2019 - 15:00

Una stanza multisensoriale, robot interattivi, visori per la realtà aumentata. Sono i “magic tools” impiegati per la cura delle disabilità neurocognitive: succede a Roma, nel Centro ricerca e cura Balbuzie, struttura di eccellenza internazionale per la ricerca e la cura delle disabilità neurocognitive, dove robot, app, piattaforme web, visori per la realtà aumentata e altri strumenti tecnologici vengono impiegati come strumenti di riabilitazione per i disturbi dello spettro autistico e altri ritardi del neurosviluppo. Un modello innovativo di trattamento, scientificamente validato, che dimezza i tempi della riabilitazione e a cui le famiglie possono accedere in convenzione con il servizio sanitario nazionale.

Trattamenti innovativi

L’utilizzo di tecnologie nella riabilitazione dei disturbi del neurosviluppo in età evolutiva rappresenta un modello innovativo di trattamento, attalualmente eseguito solo presso il Crc Balbuzie di Roma in collaborazione con il Politecnico di Milano. «Per la prima volta in Italia vengono utilizzati nella cura e nella riabilitazione di patologie come autismo, balbuzie, disturbi dell’apprendimento e altre disabilità del neurosviluppo tecnologie multimediali, software d’avanguardia e altri dispositivi – spiega Donatella Tomaiuoli, direttrice del CRC Balbuzie -. Il servizio, in convenzione con il servizio sanitario nazionale, prevede l’accesso a tutti i servizi di robotica e multi-tecnologici attualmente utilizzati dal Centro tra cui robot, app, piattaforme web e visori per la realtà aumentata».

«L’obiettivo di tutti – continua Tomaiuoli – è aderire a un progetto di salute e permettere ai bambini e alle loro famiglie di inserirsi in un progetto di vita quotidiana. Le tecnologie che abbiamo a disposizione ci danno la possibilità di trattare i piccoli pazienti in maniera diversa rispetto a quella tradizionale. Si tratta di strumenti che aumentano la motivazione dei bambini durante la riabilitazione e permettono di ridurre i tempi di permanenza nel centro. Questo comporta uno scorrimento delle liste di attesa e la presa in carico di un numero maggiore di bambini».

La stanza magica

Non solo robot e dispositivi per la realtà aumentata. All’interno del Centro i bambini con disturbi dello spettro autistico e altre disabilità neurocognitive potranno seguire parte del percorso riabilitativo nella stanza magica, uno spazio multisensoriale ideato e progettato da un team di 12 ingegneri del Politecnico di Milano con diverse specializzazioni (informatica, meccanica dei materiali, design). La stanza è totalmente interattiva e preposta alla stimolazione dei sensi (udito, vista, tatto e olfatto). «Seguire le attività proposte dai sistemi tecnologici presenti nella stanza e vivere l’interazione con gli specialisti – spiega Eleonora Pasqua, responsabile del Polo Ricerca e sviluppo del Crc Balbuzie – ha prodotto risultati positivi notevoli a livello clinico».

Sebbene altri esempi di stanza magica siano già stati utilizzati in Italia in passato – due scuole in provincia di Milano impiegarono una installazione analoga per fini didattici e di inclusione, «il Crc Balbuzie di Roma rappresenta il centro pilota di questo progetto di ricerca unico in Italia perché per la prima volta questo tipo di tecnologie viene impiegato in maniera sistematica per la riabilitazione dei bambini affetti da disabilità del neurosviluppo. Questo vuol dire che si avrà la possibilità di analizzare in maniera più scientifica i benefici terapeutici di questo strumento», spiega Franca Garzotto del Dipartimento di Elettronica, informazione e bioingegneria del Politecnico di Milano.

Polo di ricerca e sviluppo

Nel Centro è attivo un Polo di Ricerca e sviluppo dedicato alla sperimentazione di strumenti tecnologici da applicare in diverse aree cliniche. “Negli ultimi anni – spiega Pasqua – gli strumenti utilizzati sono stati diversi, dalla stanza multisensoriale ai robot interattivi di ultima generazione. Il gioco e l’impiego di dispositivi tecnologici permettono a noi specialisti di avere a disposizione un maggior numero di strumenti d’intervento e ai ragazzi di essere maggiormente coinvolti e motivati in attività che esulano dalle terapie convenzionali”.

La maglietta emotiva

Oltre alla stanza multisensoriale e ai robot, nel Centro vengono comunemente utilizzati anche altri strumenti tecnologici come la t-shirt dotata di biosensori in grado di registrare lo stato emotivo di chi la indossa nel momento in cui si accinge a eseguire una prestazione, particolarmente utile per i ragazzi con balbuzie.

Immagine: la Magic room del Crc Blbuzie