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Aggiornato: 6 ore 20 min fa

Google adesso misura lo smog della tua città

Gio, 10/10/2019 - 13:37

Il nuovo tool messo a punto da Google con lo scopo di aiutare le città a misurare i livelli di inquinamento ed emissioni di CO2, già lanciato un anno fa negli Stati Uniti, sbarca in Europa a Birmingham, Manchester, Wolverhampton, Coventry, Dublino e Copenaghen.

Si tratta dell’Environmental Insights Explorer (EIE), creato in collaborazione con il Patto globale dei sindaci per il clima e l’energia, in grado di elaborare i dati delle emissioni delle città rispetto a edifici, mezzi di trasporto, emissioni generali e potenziale solare ed energetico dell’area.

Di fatto, attraverso i dati di Google Maps, EIE è in grado di capire la destinazione degli edifici (case o imprese) e stimare sia la quantità di energia utilizzata sia le emissioni di tale energia. Sempre da Google Maps, lo strumento fotografa il traffico e le modalità di viaggio e quindi fornisce una stima delle relative emissioni. L’obiettivo è di aiutare le città a vedere concretamente che tipo di azioni e cambiamenti sarebbero necessari per ridurre le emissioni, come la creazione di più piste ciclabili o l’installazione di pannelli solari sugli edifici.

Amanda Eichel, Direttore Esecutivo del Patto globale dei sindaci per il clima e l’energia, ha dichiarato: “Riteniamo che l’EIE possa servire come primo passo fondamentale per i team di sostenibilità delle città per valutare meglio la loro situazione attuale e monitorare in modo più efficiente i loro progressi nel raggiungimento degli obiettivi di protezione del clima”. Nelle prossime settimane l’obiettivo è di arrivare anche in altre città di altri continenti, vista la semplicità con cui qualsiasi città può candidarsi direttamente tramite un modulo online

Photo by Thomas Millot on Unsplash

Morbillo, in Congo la più grande epidemia al mondo. Oltre 4 mila morti, 90% bimbi

Gio, 10/10/2019 - 10:32

Nella Repubblica Democratica del Congo si sta consumando la più grande epidemia al mondo di morbillo. I morti sono oltre 4 mila e di questi il 90% è rappresentato da bambini sotto i 5 anni. Attualmente risultano circa 200 mila le persone colpite dal virus, pari a più del triplo del numero di casi registrati nel Paese nel corso di tutto il 2018.

Leggi anche: Emergenza morbillo nel mondo

I dati sono stati diffusi dall’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’infanzia, attualmente impegnata nella vaccinazione di altre migliaia di bambini e nella distribuzione di farmaci salvavita nei centri sanitari: “Da gennaio – si legge in una nota – sono stati riportati 203179 casi di morbillo in tutte le 26 province del Paese. I morti sono 4.096. I bambini sotto i 5 anni rappresentano il 74% dei contagi e circa il 90% dei decessi“.

“Stiamo combattendo l’epidemia di morbillo su due fronti: prevenendo i contagi e prevenendo le morti”, ha affermato Edouard Beigbeder, rappresentante dell’Unicef nella Repubblica Democratica del Congo.

Più morti dell’ebola

L’epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo ha causato più morti dell’ebola che, ad oggi, ha ucciso nel Paese 2143 persone. Nel tentativo di fronteggiare questa emergenza sanitaria, fa sapere l’Unicef, “questa settimana e la prossima ulteriori 1111 kit medici saranno distribuiti alle strutture sanitarie delle zone in cui il morbillo è più critico”. I kit contengono antibiotici, sali per la reidratazione, vitamina A, antidolorifici, antipiretici e altri aiuti per più di 111000 persone colpite da questa malattia virale altamente contagiosa e potenzialmente letale.

Copertura vaccinale scarsa

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità per assicurare protezione alla popolazione e prevenire epidemie di morbillo circa il 95% della popolazione deve essere vaccinata, mentre in Repubblica Democratica del Congo la copertura vaccinale per il morbillo nel 2018 è stata solo del 57%.

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Italian Graffiti (Infografica)

Gio, 10/10/2019 - 08:07

Alice Pasquini, Ozmo, Gio Pistone, sono alcuni dei più famosi street artist del mondo. E sono italiani. Vediamo alcune delle loro opere.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Le scarpe dei matti di Aversa

Gio, 10/10/2019 - 08:00

Un pomeriggio d’inverno di due anni fa Antonio Esposito si trova a camminare tra i seminterrati del “Santa Maria Maddalena”, l’ex manicomio di Aversa e lì trova centinaia di scarpe accatastate, impolverate, rotte, rosicate dai topi, spesso spaiate, senza lacci, proibiti in manicomio.

È immediato l’accostamento con le migliaia di scarpe rinvenute ad Auschwitz: «Da allora porto quell’immagine come si porta un dolore, una ferita agli occhi che non può essere guarita» racconta Esposito.

Da quel ritrovamento è nato un libro “Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019)”, pubblicato dall’editore napoletano Ad est dell’equatore.

700 pagine che raccontano la storia di un secolo di psichiatria e di storia italiana, il libro è leggibilissimo anche se adatto a lettori “forti” come raccomanda lo stesso autore.

Vite bandite di “matti come storie ferite”

Troverete un testo molto ben documentato: dalle le pratiche discorsive, le normative, alle tecniche che hanno definito il discorso psichiatrico in Italia, pagine fitte fitte di stralci di dibattiti, confronti, resoconti di attività parlamentari, sentenze… Senza mai dimenticare quelle vite bandite di “matti come storie ferite”.

Dalle previsioni d’internamento contenute nella legge del 1904 al superamento dei manicomi determinato dalla 180 del 1978, passando attraverso le esperienze di psichiatria critica e l’utopia della realtà basagliana e fino all’attuale organizzazione dei Servizi territoriali per la salute mentale.

Ed Esposito non si ferma al passato, si interroga anche sul presente, e su come sarà il futuro dei pazienti psichiatrici a fronte dello smantellamento del welfare, dal TSO, dalla contenzione meccanica e farmacologica, dalle nuove forme di manicomializzazione…

Senza mai dimenticare quelle scarpe, quasi infilandocisi dentro. Senza dimenticare che tutte quelle scarpe sono state calzate da persone, da esseri umani.

Cambia il nome ma i problemi rimangono

Esposito accoglie queste vite e le racconta per aiutarci a capire, a conoscere la storia della nostra psichiatria per meglio comprendere quella di oggi. Perché anche se i manicomi criminali hanno cambiato nome e oggi si chiamano Ospedali psichiatrici giudiziari rimangono ancora vigenti le norme del codice Rocco e ancora oggi – anche se di passi avanti se ne sono fatti molti – il malato psichiatrico viene ancora visto come pericoloso, una persona che va contenuta più che curata. Viviamo in una società ancora lontana dal considerare che, come scrive Assunta Signorelli nel saggio che apre il libro, la malattia è una forma dell’esistere e «la normalità, intesa nel senso nobile del termine, altro non è se non un continuo oscillare fra salute e malattia, entrambe strettamente collegate all’ambiente socioculturale nel quale la persona vive».

Io faccio UpCycling! (che fa bene!)

Gio, 10/10/2019 - 07:57

Con UpCycling si intende il processo di riconversione di un prodotto a fine vita o uno scarto in un nuovo oggetto creativo con un suo nuovo valore economico.

In due parole: economia circolare!

Siamo andati a Pavullo nel Frignano, Modena, a parlarne con Francesca Vincenzi e Marco Mattioli, di Upcycling Italia.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

Guardare video online produce la stessa anidride carbonica di tutta la Spagna

Gio, 10/10/2019 - 07:00

Ogni anno la visione di video on line inquina quanto la Spagna. L’energia consumata annualmente guardando video (dagli spot di YouTube ai film in streaming) genera 306 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente della quantità di gas serra del Paese spagnolo, che da solo produce l’1% delle emissioni globali.

Di queste emissioni, più del 35% è generata dalla visione di video on demand: 100 MtCO2, quanto le emissioni che produce all’anno il Cile. Altri 80 MtCO2, invece, sono generati dalla visione dei video porno, che da soli rappresentano il 27% del traffico globale di dati video (e ogni anno consumano quanto tutte le famiglie francesi, pesando dello 0.2% sulle emissioni globali di anidride carbonica).

I paragoni, tutt’altro che casuali, oltre a fare sorridere aiutano ad avere un’idea più concreta dei consumi legati a internet.  Ne sono convinti gli attivisti del think tank francese The Shift Project, che con il progetto “CLIMATE CRISIS: THE UNSUSTAINABLE USE OF ONLINE VIDEO” (qui il report integrale) hanno deciso di perseguire un obiettivo ben preciso: diffondere uno stile di vita improntato sulla ‘moderazione digitale’.

Considerato che fra le tecnologie digitali (che coprono il 4% delle emissioni globali) i video pesano per l’80% del traffico dati mondiale, i membri di The Shift Project promuovono le ‘buone abitudini digitali’, piccoli gesti quotidiani che ciascuno può fare per ridurre l’impatto climatico: dal preferire i video in bassa definizione, all’eliminare l’avvio degli ‘autoplay’ dal proprio computer.

La ricerca di The Shift Project ha analizzato l’impatto delle quattro principali categorie di video offerti online – i video on demand, YouTube, pornografia, e contenuti social – rilevando innanzitutto un costante aumento di consumo annuale su scala globale pari a +9%. Dallo studio sono emersi dati interessanti, suscettibili di più di una riflessione circa il mondo dei video: basti pensare che un filmato di 10 ore contiene più dati dell’intero archivio testuale di Wikipedia.

I membri di The Shift Project non si limitano a fare ricerca.  I giovani francesi hanno realizzato Carbonalyser, un componente aggiuntivo da installare sul pc e compatibile con Firefox che consente di visualizzare il consumo di elettricità e le emissioni di gas serra derivate dalla navigazione in rete. Uno strumento utile a monitorare le nostre abitudini digitali e a capire come queste influiscano sui cambiamenti climatici in corso. Per ridurre il peso (e quindi le emissioni) dei video, basta inoltre scaricare il software Handbrake, che aiuta a comprimere i video senza perderne la qualità. Piccoli gesti che aiutano la salvaguardia del Pianeta.

Dietro attività quotidiane e apparentemente innocenti si nascondono consumi notevoli. Inviare una mail da 1 MB, ad esempio, è come tenere accesa una lampadina per 2 ore. Sì, anche se si tratta di una mail inoltrata al collega vicino di scrivania. Indipendentemente dalla destinazione, ogni mail è in grado di viaggiare migliaia di chilometri grazie ai provider, vere e proprie torri di computer, che giorno e notte, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni all’anno, consumano energia e necessitano di continue operazioni di raffreddamento, responsabili, a loro volta, di altri consumi di energia.

La soluzione quindi sarebbe eliminare la tecnologia dalla nostra vita? Niente affatto. Basta un po’ di sobrietà in più. Ne è convinto Maxime Efoui-Hess, uno degli autori di “CLIMATE CRISIS: THE UNSUSTAINABLE USE OF ONLINE VIDEO” nonché socio fondatore del progetto: «Essere sobri come società significa anche reinventare i nostri usi in modo che rispettino i vincoli legati al clima. Questo rapporto mostra che possa essere una sfida stimolante».

E chissà che all’insegna della sobrietà si cominci a pubblicare meno stories su Instagram.

Immagine di ElisaRiva da Pixabay

Clima: Extinction Rebellion, inizia il digiuno

Mer, 10/09/2019 - 16:00

Ieri a Roma dieci attivisti di Extinction Rebellion hanno iniziato lo sciopero della fame. Da oggi terranno ogni giorno, dalle 14 alle 20, un sit-in davanti a Montecitorio. L’obiettivo è farsi ricevere dalle forze di governo, per richiedere al Parlamento la dichiarazione per l’Italia dello stato di emergenza climatica ed ecologica. Durante la presentazione del suo libro fotografico a Roma, l’ex frontman dei R.E.M, Michael Stipe, ha dichiarato di voler devolvere i proventi del primo anno di vendite del libro e del suo ultimo album a XR.

Proteste in tutto il mondo

Da lunedì scorso sono partite due settimane di proteste del movimento ambientalista nato a Londra lo scorso anno, in circa 60 città, tra cui New York, Berlino, Londra, Amsterdam, Sydney, Parigi e Roma. L’obiettivo è di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sull’emergenza climatica generata dal riscaldamento globale. Ieri la polizia londinese ha reagito duramente alle mobilitazioni, che hanno provocato disagi in tutta la città sfociando in 400 arresti.  I militanti hanno richiamato l’attenzione con azioni sovversive intralciando il traffico del centro e i trasporti pubblici, a Victoria Street, Whitehall, Trafalgar Square, e mettendo in atto due incursioni negli edifici dei ministeri dei Trasporti e dell’Interno: in entrambi i casi bloccando l’accesso principale. Boris Johnson li ha liquidati come “arrabbiati irriducibili”.

Non lo stesso stile di Greta

Le modalità di azione e protesta di Extinction Rebellion sono ben diverse dagli scioperi studenteschi di Fridays For Future, inaugurati da Greta Thunberg. Flash mob, installazioni, spettacoli di musica, danza e teatro, realizzati nelle piazze, nei musei, nelle stazioni e nei centri di potere. XR conta circa 30mila attivisti, di cui 4mila ben disposti farsi arrestare, una tecnica di disobbedienza civile già collaudata nelle mobilitazioni di aprile. A differenza di allora però l’obiettivo non è più solo l’opinione pubblica, ovvero i concittadini, per informarli dell’esistenza di un’emergenza climatica ormai sotto gli occhi del mondo intero. Adesso Extinction Rebellion parla direttamente alle istituzioni, perché si faccia qualcosa di concreto e subito. Nel Regno Unito Theresa May aveva dichiarato l’emergenza climatica con soglia di intervento fissata al 2025, purtroppo, recentemente slittata al 2050.

Leggi anche: Extinction Rebellion, il movimento della ribellione pacifica per salvare il pianeta

Il segreto per vivere bene fino a cent’anni? Amore e amicizie

Mer, 10/09/2019 - 15:00
Vivere a lungo è principalmente questione genetica

Una famosa quasi-barzelletta lo racconta meglio che mai: i Kahns di Manhattan erano 4 fratelli, tutti morti entro il 2005, il meno longevo dei quali a 101 anni. La cosa “bizzarra” è che il primo ha lavorato a Wall Street fin dopo i 100, conducendo dunque una vita altamente stressata, la seconda ha fumato come una turca fino a 90 anni, sopravvivendo a tutti i medici che le avevano imposto di smettere. Un vasto studio sui centenari lo conferma: la metà era sovrappeso, il 60% degli uomini fumava, meno della metà faceva attività fisica, solo il 2% non mangiava carne. Ma il punto – ha detto Nir Barzilai dell’Albert Einstein College of Medicine durante un Simposio sull’invecchiamento e la longevità tenutosi recentemente ad Harvard – non dovrebbe essere per noi prima di tutto come vivere 100 anni. Dovrebbe essere piuttosto come fare ad arrivarci abbastanza sani, felici, soddisfatti e indipendenti da far sì che raggiungere quella meta resti una possibilità vantaggiosa.

Genetica e ambiente

Per arrivare a superare i 100 anni vi servono geni della longevità che al momento la scienza sostanzialmente ignora, ma che potrebbero nascondersi in bassi “fattori di crescita insulino-simili”, detti anche somatomedine, ovvero ormoni che svolgono attività iper-complesse; e pare anche un’altezza sopra la media. Quest’ultimo aspetto contraddice quel che si era ufficialmente detto fino a qualche anno fa, ovvero che gli uomini bassi vivono mediamente più a lungo. Il più ampio studio mai condotto sull’argomento ha trovato solo una relazione opposta, anche se solo in rapporto alle donne. In generale, quindi, oggi l’altezza è considerata un elemento genetico favorevole alla longevità.

L’altro fattore fondamentale è lo stile di vita, e soprattutto l’amore

Una ricerca portata avanti ad Harvard dal 1938, per 80 anni, uno degli studi più ampi mai condotti sul tema, che ha coinvolto oltre 1.300 persone, lo afferma in modo incontrovertibile. «Il fattore principale che è accorso a influire sulla salute e la longevità è stato il fatto che, a 50 anni, queste persone godessero o meno di una relazione soddisfacente. L’amore, le amicizie e la vita di comunità si sono rivelate le caratteristiche che accomunavano tutti i sani e i longevi», ha detto Robert Waldinger, relatore dello studio. «Prenderci cura del nostro fisico, fare attività e mangiare bene è importante, ma investire su relazioni soddisfacenti è anch’essa un’importante forma di prevenzione per la salute generale dell’individuo».

In definitiva, lo studio ha concluso che relazioni strette d’amore o amicizia influenzano il futuro di una vita lunga e sana meglio della classe sociale, dell’IQ e anche della genetica. Amore e amicizia che durino, o si rinnovino, per tutta la vita.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Tumori e malattie cardiache: dieta giapponese e mediterranea, stessi benefici

Mer, 10/09/2019 - 14:05

Per quanto riguarda i benefici sortiti sulla salute, la dieta giapponese risulta efficace quanto quella mediterranea. La notizia arriva dall’incontro “Dieta giapponese e prevenzione oncologica“, tenutosi a Roma, da cui è emerso che tra i principali effetti positivi dell’alimentazione del Sol Levante c’è anche una più alta aspettativa di vita (79 anni per la dieta mediterranea e 85 anni per quella giapponese).

In particolare l’analisi della prevenzione del rischio di determinate malattie ha messo in evidenza che entrambi i regimi alimentari hanno tassi di riduzione di rischio di determinate malattie: per l’ictus è del 25% per la dieta mediterranea e del 22% per quella giapponese; per i tumori è del 35% per la mediterranea e del 27% per quella del Sol Levante, per il Morbo di Parkinson è del 46% per la mediterranea e del 50% per quella nipponica.

L’alimentazione tipica del Giappone sarebbe protettiva specialmente contro il rischio di tumore alla prostata. Secondo i dati presentati nel corso dell’incontro il tumore alla prostata ha un’incidenza maggiore nei Paesi occidentali (è del 40% negli Stati Uniti, ad esempio), mentre in Giappone i numeri si attestano intorno al 10%. I benefici deriverebbero dal consumo della soia e in particolare da una molecola che viene prodotta dall’intestino quando digerisce la soia, che sembrerebbe capace di inibire l’azione di un ormone maschile collegato allo sviluppo dell’ipertrofia prostatica e del tumore.

Leggi anche: Dieta mediterranea contro l’Alzheimer: al via progetto “Smartfood”

Taglio dei parlamentari: è legge

Mer, 10/09/2019 - 11:25

I deputati passano da 630 a 400, i senatori da 315 a 200 e inoltre per gli eletti all’estero i deputati passano da 12 a 8 e i senatori da 6 a 4.

La votazione ha visto unite maggioranza e opposizione con 553 voti a favore, 14 i contrari e solo due gli astenuti. A favore M5s, Pd, Italia Viva, Leu, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia. Unici contrari +Europa (3 deputati) e Noi con l’Italia (4 deputati guidati da Maurizio Lupi) con alcune defezioni all’interno del M5s.

La riforma prende il nome del sottosegretario pentastellato alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e cambia il rapporto tra eletti e cittadini passando da 1 deputato per 15.210 abitanti a 1 per 96.006 e da 1 senatore per 188,42 abitanti a 1 per 302.420. Questo però non ci porta fuori dalla “norma” dei grandi Paesi europei: Francia, Germania e Olanda hanno rapporti peggiori e il Regno Unito uno molto simile.

Ma il Pd non era contrario?

A chi faceva notare che il Pd aveva votato contro nelle precedenti 3 votazioni (indispensabili per una riforma costituzionale) Zingaretti ha risposto con un tweet «La riduzione dei parlamentari», ha dichiarato, «è una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni. Oggi abbiamo deciso di votarlo tenendo fede al primo impegno del programma di governo e anche perché abbiamo ottenuto, così come da noi richiesto, che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c’erano. Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa. Ora andiamo avanti per migliorare la vita degli italiani».

Perché la legge entri in vigore ora manca solo il referendum confermativo (senza quorum) e qualora l’esito sia positivo saranno modificati gli articoli 56 e 57 della Costituzione.

Quanto si risparmia?

Scrive l’Agi: “Se consideriamo che, in base a quanto riporta il bilancio della Camera, nel triennio 2018-2020 per pagare indennità e rimborsi a 630 deputati lo Stato spende ogni anno 144,9 milioni di euro, ricaviamo un costo annuo di 230 mila euro a deputato. Una riduzione di 230 deputati, dunque, creerebbe un risparmio potenziale di 52,9 milioni di euro ogni anno.
Facendo lo stesso calcolo per il Senato – qui il suo bilancio 2018-2020 – otteniamo un costo annuo di 249.600 euro per senatore. Un taglio di 115 membri di Palazzo Madama creerebbe un risparmio potenziale di 28,7 milioni di euro ogni anno.
Tra Camera e Senato, quindi, i risparmi sarebbero 81,6 milioni di euro ogni anno. Questa stima tuttavia è da considerarsi leggermente imprecisa, perché non tiene conto dei possibili risparmi che avrebbero le due Camere per il semplice fatto di dover ospitare 345 persone in meno”.

Al di là dei numeri, il Movimento 5 Stelle festeggia una legge fortemente voluta sia nel governo Conte 1 che nel 2 e la festa davanti a Montecitorio ne è la prova.

La stampa estera: trafficanti trattano con i servizi italiani; Greta maledetta e impiccata in effigie

Mer, 10/09/2019 - 07:00

INDICE
THE GUARDIAN (Regno Unito): l’intelligence italiana tratta con trafficante di esseri umani
EL PAIS (Spagna): ghiacciaio Planpicieux: a Courmayeur maledicono Greta
LE FIGARO (Francia): un manichino con l’immagine di Greta Thunberg appeso sotto un ponte a Roma

THE GUARDIAN (Regno Unito) L’intelligence italiana tratta con trafficante di esseri umani Abd al-Rahman Milad, noto come Bija, all’incontro (in abito grigio chiaro / blu con la barba) con funzionari italiani e la guardia costiera libica nel maggio 2017. Fotografia: Avvenire

Abd al-Rahman Milad, noto come Bija, uno dei trafficanti di esseri umani più famosi al mondo, ha preso parte a un incontro con funzionari italiani e una delegazione della guardia costiera libica a Cara di Mineo, a Catania, uno dei più grandi centri di accoglienza dei migranti in Europa, l’11 maggio 2017, per discutere di flussi migratori dalla Libia.

La presenza di Bija è stata documentata dal quotidiano italiano Avvenire, che ha pubblicato un’ampia indagine sull’incontro.

Un rapporto sulla sicurezza delle Nazioni Unite pubblicato nel giugno 2017 descriveva Bija come un trafficante di esseri umani assetato di sangue responsabile delle sparatorie in mare e sospettato di annegare decine di persone. È considerato il leader di un’organizzazione criminale che opera nell’area di Zawyah nella Libia nord-occidentale, a circa 28 miglia a ovest di Tripoli.

Nel febbraio 2017, l’allora ministro degli Interni italiano, Marco Minniti, ha firmato un memorandum con il leader del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, Fayez al-Sarraj, introducendo un nuovo livello di cooperazione tra la guardia costiera libica e gli italiani, inclusa la fornitura di quattro navi di pattuglia. Minniti è un ex comunista con profonde connessioni con l’intelligence italiana e le strutture dello Stato italiano.

L’accordo è stato recentemente rafforzato dal Ministro degli Interni italiano, Luciana Lamorgese, in una riunione a Malta con i suoi omologhi di Francia, Germania e Malta.

Secondo Avvenire, all’incontro Bija è stato presentato come “un comandante della guardia costiera libica“. Bija quel giorno chiese alle autorità italiane fondi per gestire l’accoglienza dei migranti in Libia.

Lo scorso settembre, gli investigatori in Sicilia hanno arrestato tre uomini che presumibilmente hanno violentato e torturato dozzine di migranti in un centro di detenzione nel nord-ovest della Libia.

In alcune delle testimonianze dei migranti, contenute nei documenti dell’indagine visti dal Guardian, i richiedenti asilo parlano di un uomo che si chiamava “Abdou Rahman, incaricato di trasferire i migranti sulla spiaggia. Fu lui che alla fine decise chi poteva imbarcarsi o meno. Era un uomo violento e armato. Lo temevamo tutti.”

EL PAIS (Spagna). Ghiacciaio Planpicieux: a Courmayeur maledicono Greta Vista del ghiacciaio Planpincieux sul pendio italiano del Mont Blanc, il 26 settembre. Sullo sfondo, la Valle d’Aosta. Fotografia: EFE – DANIEL VERDÚ

Due enormi crepe di 20 metri, causate dall’aumento della temperatura, hanno fratturato il gigante del ghiaccio in tre pezzi. Uno di questi, il più basso, avanza oggi a più di un metro al giorno. È la prima cicatrice visibile dei cambiamenti climatici sul tetto dell’Europa.

Courmayeur vive di turismo montano ed è alquanto perplessa dalla controversia causata dai ghiacciai. I commercianti scrollano le spalle e maledicono Greta Thunberg con sarcasmo alpino: credono di essere il bersaglio di una partita sul clima che si gioca a migliaia di chilometri di distanza. Il Planpincieux non era stato un problema fino ad oggi. Alla fine di agosto il sindaco ha deciso di evacuare due case, chiudere i rifugi e tagliare il pezzo di strada che porta alla Val Ferret. Non ci vedeva più chiaro.

L’ansia sotto un ghiacciaio potrebbe assomigliare a quella imposta da un vulcano ai suoi vicini. Ma la famiglia di Sandra Guedoz ha abitato e continua ad abitare alle pendici del Planpincieux da tre generazioni e non vede nulla di inquietante al riguardo. “Pensi che lascerei vivere mia figlia qui se pensassi che possa morire sepolta?” Chiede mentre serve ai tavoli del suo bar. 

Le cicatrici sul Mont Blanc non sono nuove. Altri ghiacciai nell’area, tutti più grandi, come il Seracco Whymper o il Great Croux, hanno situazioni simili. Ma nessuno ci vive sotto. Marco Vagliasindi è geologo e consigliere comunale di Courmayeur. La sua visione è molto moderata. “La situazione è sotto controllo. Avevano già formulato ipotesi che potesse verificarsi questa situazione”, insiste. Ma la palla di ghiaccio che incombe è sempre più grande.

LE FIGARO (Francia). Un manichino con l’immagine di Greta Thunberg appeso sotto un ponte a Roma

La Procura di Roma ha aperto un’indagine per minacce aggravate dopo la scoperta di un manichino con l’immagine della giovane attivista climatica Greta Thunberg impiccata sotto un ponte in città
Inserita sui social network, la foto del manichino che indossa due trecce simili a quelle del giovane attivista svedese di 16 anni mostra anche un cartello attaccato al parapetto del ponte sul quale è scritto in inglese “Greta is your god”.

L’immagine ha immediatamente fatto reagire la classe politica, il sindaco di Roma Virginia Raggi (Movimento 5 stelle) ha espresso su Twitter la “solidarietà” della sua città verso la famiglia di Greta Thunberg e il capo del Partito Democratico Nicola Zingaretti ha condannato la “macabra violenza” di un gesto i cui autori “non rispettano le idee che non condividono”.

Vergognoso il manichino di @GretaThunberg ritrovato appeso a un ponte nella nostra città. A lei e alla sua famiglia la mia solidarietà e quella di tutta @Roma. Il nostro impegno sul clima non si ferma. pic.twitter.com/YXMXMJDA3D

— Virginia Raggi (@virginiaraggi) October 7, 2019

Portare lo smartphone in bagno aumenta il rischio di emorroidi

Mar, 10/08/2019 - 17:00

Alzi la mano chi non è mai andato in bagno accompagnato dal proprio telefono. Ormai i cellulari con le loro connessioni a internet sono così prepotentemente presenti nelle nostre vite tra social network, videogiochi e applicazioni varie, da portarceli dietro anche quando siamo in bagno. Anzi, soprattutto quando si va in bagno, dirà qualcuno, dato che è un momento di tranquillità in cui possiamo dedicarci al 100% a rispondere a messaggi, mail e chat, ottimizzando i tempi. Eppure chattare, mandare messaggi e consultare lo smartphone mentre si è seduti sul water aumenta il rischio di sviluppare le emorroidi.

Aumenta la pressione sui vasi sanguigni

A sostenerlo è Sarah Jarvis, medico di medicina generale a Londra e direttore di patient.info, portale britannico dedicato a cittadini e operatori sanitari che si occupa di salute e medicina, che ha sconsigliato di utilizzare il telefonino mentre si è in bagno perché, ha spiegato in un’intervista al quotidiano online The Sun, se si porta il telefono al gabinetto si tende a rimanere seduti più a lungo, aumentando la pressione sui vasi sanguigni che si trovano nella parte inferiore del retto e nell’ano e accrescendo così il rischio di sviluppare, o di peggiorare se già se ne soffre, le emorroidi.

Ricettacolo di batteri e virus

Ma la comparsa o il peggioramento delle emorroidi non è l’unico rischio che si corre quando si entra in bagno con il telefonino. Si rischia anche di coprire di batteri e virus il nostro device. Come spiega Lisa Ackerley, esperta di igiene, “nel gabinetto ci sono germi sul water, sul pulsante di scarico, sul porta rotolo. Questi germi possono portare diverse malattie ed è il motivo per cui, dopo essere stati in bagno, ci laviamo le mani”. Mentre il telefono quello no, dopo essere stato in bagno non viene lavato, diventando un vero e proprio ricettacolo di batteri e virus.

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Emorroidi solidali: se ti fa male il sedere rilassa le labbra

Unilever, svolta ambientale: entro 2025 dimezzerà imballaggi in plastica

Mar, 10/08/2019 - 15:30

La multinazionale olandese-britannica annuncia il proprio impegno a dimezzare l’utilizzo della plastica vergine nei propri imballaggi. La mossa consentirà di ridurre l’uso complessivo di imballaggi in plastica di oltre 100mila tonnellate, grazie al contestuale utilizzo di plastica riciclata. L’obiettivo è di recuperare e destinare al riciclo più imballaggi di plastica di quanti ne siano venduti con i suoi prodotti. Quindi entro il 2025 tutti gli imballaggi in plastica saranno totalmente riciclabili o compostabili e riutilizzabili. Inoltre verrà usato per il packaging il 25% di plastica riciclata. L’impegno di Unilever implica la raccolta e la trasformazione di circa 600mila tonnellate di plastica ogni anno entro il 2025. Niente di drastico, ma certamente un passo importante.

Unilever e la gestione dei rifiuti

Unilever è infatti una realtà a cui fanno capo oltre 400 aziende attive nel campo dell’alimentazione, bevande e dei prodotti per l’igiene e per la casa, settori che fanno largo uso di imballaggi in plastica. La valenza dell’impegno preso costituisce un passo decisivo per la multinazionale, introducendola a investimenti e partnership in grado di migliorare il sistema di gestione dei rifiuti in molti dei Paesi in cui opera. Tale percorso di riabilitazione green delle grandi aziende è fondamentale per tutto il settore del riciclo dei rifiuti, in particolare della plastica, spesso senza sbocchi. I Paesi occidentali devono affrontare questo problema grazie anche agli aiuti delle multinazionali.

E in Italia?

Anche in Italia, nonostante la raccolta differenziata, i rifiuti vengono dati alle fiamme o spediti in altri Paesi proprio perché non esiste al momento un’industria interessata a utilizzare la plastica riciclata in grandi quantità. Finora, in altre parole, la fine della plastica differenziata era dubbia. Ora, forse, le cose potrebbero cambiare.

L’assemblea regionale siciliana costa più della Casa Bianca, tra foulard di seta e camicie su misura

Mar, 10/08/2019 - 13:43

Sembra incredibile, ma l’Assemblea regionale siciliana costa più della Casa Bianca, 137 milioni di euro a fronte di 136 milioni. Come cantava qualcuno, Tu vuo’ fa’ ll’americano ma si’ nato in Italy” (e quindi spendi ancora di più)Un parlamento, quello della regione Sicilia a statuto speciale, tra i più costosi e più improduttivi in circolazione: nel corso del 2018 ha lavorato 246 ore e 33 minuti per un totale di 87 giorni di seduta e una media di 7,25 giorni al mese. Il M5s ha calcolato e reso noto durante una conferenza stampa convocata proprio a Palazzo dei Normanni che l’Assemblea regionale siciliana costa ai contribuenti siciliani mille euro al minuto. «Il record negativo a maggio, 4 ore e 34 minuti, peggio fa solo agosto con 4 ore e 1 minuto di lavoro», ha commentato Stefano Zito, che ha poi sottolineato come su 394 decreti legge presentati, soltanto 21 siano diventati legge. «Nel primo anno di Crocetta furono approvate 22 leggi dall’Assemblea» e le cose non sono migliorate, da qui la proposta del Movimento di una modifica del regolamento che monitori le presenze e calcoli le assenze secondo un meccanismo con sanzioni che detraggano dal 2 al 10 per cento lo stipendio dei deputati assenteisti.  Una proposta encomiabile, non fosse per un piccolo dettaglio: è stato proprio il M5s, alleato con la Lega durante il primo Governo Conte, a dare il via libera a 355 nuovi assessori nei comuni siciliani. Manovra che non ha fatto che nutrire i “poltronari” della politica in Sicilia, alla faccia del “taglio alla spesa pubblica”. Oggi quelli del M5s chiedono una maggiore produttività ai colleghi deputati siciliani (la media di lavoro all’interno dell’aula è di 20 ore e 32 minuti al mese, circa cinque ore e spiccioli a settimana), ma per quanto la Regione abbia la bellezza di 40000 assessori, 200.000 forestali e 90 province, le vere rockstar sono gli uscieri

A fronte dei continui scandali intorno al costo del personale e dei parlamentari (15 milioni all’anno) il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, rispondendo a una richiesta inviata dal presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gianfranco Micciché, aveva invitato il parlamento siciliano alla “prudenza” e a evitare di approvare leggi che prevedessero nuove spese. Di tutta risposta, l’indomani, la commissione parlamentare siciliana si è riunita e ha proposto la fornitura di quasi quattromila divise su misura

Abiti su misura, cravatte in pura seta e ricami 

Ancora non si conosce la società che fornirà uscieri, portieri e personale siciliano di un kit di abiti nuovi, ma il contenuto del kit è trapelato, in uno scintillìo di seta, e parte da una base d’asta di 560 euro: ogni kit è composto da due abiti (per il valore di 280 euro cadauno)  e ogni abito è composto da giacca e pantaloni (di lana per il kit invernale, di cotone per l’estate), camicia in puro cotone, cravatta in pura seta di colore blu e spilla in lega metallica, colore oro raffigurante la ‘Trinacria’ con fermo posteriore. Sul lato sinistro del petto della giacca capeggerà un gonfalone ricamato in stoffa, il logo della Regione Sicilia, e i bottoni, anche, saranno logati e «dovranno riportare le iniziali della Regione siciliana (RS)». Per le donne, la divisa prevede gonna, giacca, un foulard, camicia e la spilla con la Trinacria. I tessuti, si dice, proverranno dalle manifatture del marchio Marzotto, fiore all’occhiello del settore tessile Made in Italy, e ai costi degli indumenti si aggiungono i costi di sartoria: se un dipendente ingrasserà durante in periodo natalizio, potrà avvalersi delle modifiche di un sarto, pagato, appunto, dai contribuenti.

E la gara d’appalto?

Parte da una base d’asta piuttosto ricca: oltre un milione di euro, per la precisione, 1.116.640 euro, somma ritenuta necessaria ma non sufficiente per l’acquisto di 3.988 divise. Quattro divise per ogni stagione (ma le mezze stagioni non esistevano più?) per ciascuno dei 997 dipendenti addetti «ai servizi di portineria, uscerile e alla conduzione di autoveicoli dell’amministrazione regionale». Il bando, inutile a dirlo, si terrà interamente in Sicilia. 

Intanto, Miccichè continua a rimandare la commissione regolamento per attuare l’articolo 36 del regolamento interno che prevede la decadenza del deputato al superamento di tre assenze. 

L’azione di Miccichè è necessaria, dal momento che, sottolinea Zito, «Il difetto del regolamento dipende proprio dai poteri del presidente dell’Assemblea, che può decidere qualsiasi cosa. Può fare e rifare le votazioni all’interno dell’Aula fino a quando non trova un risultato che gli piace…».  

Uno statuto speciale che tra camicie su misura e foulard di seta per gli uscieri si traduce in una spesa pro capite di oltre 4.000 euro all’ anno a danno di ogni cittadino italiano contribuente, neonati compresi. Sorge il dubbio che con l’espressione “bella Sicilia” la Regione siciliana intenda l’outfit degli autisti e le vacanze dei suoi parlamentari. 

Chi è Davi Kopenawa, il Dalai Lama della foresta?

Mar, 10/08/2019 - 12:00

Il Right Livelihood Award è un premio, noto anche come “Nobel Alternativo” istituito nel 1980 per promuovere e far conoscere al mondo gli sforzi di ecologisti, ambientalisti, pacifisti, tutti coloro che ogni giorno si impegnano per un Pianeta migliore.

Persone coraggiose che risolvono problematiche mondiali

Nel 2019 il vincitore è Davi Kopenawa, sciamano del popolo Yanomami del Brasile, da una vita impegnato nella tutela della foresta amazzonica e dei popoli indigeni che ci vivono.

Stephen Corry, direttore generale di Survival International, lo ha definito: «la voce più costante ed efficace che si sia mai levata in difesa dell’Amazzonia, e quindi del mondo intero».

Famosa la sua ventennale campagna di denuncia dei cercatori d’oro illegali che stanno devastando i territori Yanomami. Davi Kopenawa si è opposto anche a taglialegna, minatori, allevatori, imprese di costruzioni, chiunque minacci in qualche modo la sua foresta.

Secondo Davi Kopenawa, se distruggiamo la foresta il cielo ci cadrà in testa!

Per approfondire: 

https://www.unimondo.org/Notizie/Davi-Kopenawa-e-il-Right-Livelihood-Award-2019-189056
https://ilmanifesto.it/davi-kopenawa-uno-sciamano-alternativo-a-bolsonaro/

Fonte immagine: YouTube

Il dragaggio diventa “eco”

Mar, 10/08/2019 - 10:00

Rifiuti. Li si mette da parte, magari nascondendoli e ce li si dimentica. Complice il sistema naturale che spesso li sottrae alla vista e li rimette nel ciclo dell’ecosistema a poco a poco, facendoli diventare, un pezzo del nostro sistema “naturale”. Così a piccole, ma dannose, dosi, ecco che ciò che abbiamo “dimenticato” nell’aria, nel suolo o nel mare, rientra in circolo, un circolo persistente e invasivo che entra anche nella catena alimentare e, quindi, alla fine dentro di noi.

Succede in maniera evidente, per esempio, con l’ecosistema marino, dove le plastiche che raggiungono le acque prima galleggiano, poi affondano e a poco a poco diventano microplastiche che entrano nella catena alimentare e finiscono nei nostri piatti.
Non ci sono solo le plastiche accumulate sul fondo del mare: vere e proprie bombe ecologiche sono i fondali dei porti, nei quali “dormono” enormi quantità d’inquinanti accumulati negli anni. E l’Italia con i suoi oltre 8.300 chilometri di coste e i 31 porti commerciali – che hanno movimentato nel 2017 oltre 51 milioni di passeggeri e 500 milioni di tonnellate di merci – sotto questo profilo, di bombe ecologiche “sommerse” ne ha parecchie. Ma prima è necessario spiegare perché.

Il problema

I fondali dei porti, infatti, sono dei veri e propri accumulatori di sostanze inquinanti, la cui presenza nelle acque è dovuta alle attività di routine dei porti, come gli idrocarburi – compresi i micidiali policiclici aromatici (IPA) -, i metalli pesanti e gli oli minerali che rimangono per anni se non per decenni nei sedimenti dei fondali. Spesso, quindi, si tratta di sostanze ricevute in eredità dalle attività passate e la cui diminuzione non è possibile con nuovi limiti e procedure. E sono inquinanti che hanno un effetto relativamente basso fino a quando non si rende necessario l’adeguamento del porto, sia per problemi fisiologici, sia per questioni di ampliamento della capacità. In entrambi i casi, sia si tratti di un ripristino dovuto all’accumulo di sedimenti, sia quando è necessario aumentare la capacità d’accoglienza di nuove navi di pescaggio maggiore, è necessario dragare. Ossia levare uno strato, spesso consistente, di sedimenti dai fondali. E qui iniziano i problemi. Già, perché con i sedimenti si smuovono anche molte sostanze tossiche depositate da decenni, le si rimescola con l’acqua rimettendole in circolo nelle correnti marine, creando così decine di metri cubi di rifiuti che è necessario collocare al sicuro in discarica. E tutto ciò succede se si usa la classica benna o le draghe aspiranti/refluenti con le quali si sono sempre fatti i dragaggi. Ma l’alternativa esiste.

La soluzione

Un’azienda italiana, la Decomar, ha messo a punto un sistema alternativo che impedisce la dispersione nell’ambiente degli inquinanti e il riutilizzo. Si tratta di un sistema a circuito chiuso che isola i sedimenti da prelevare in un ambiente confinato e immerso nell’acqua, salvaguardando l’acqua circostante dall’intorbidamento e dall’inquinamento. La soluzione ha diversi vantaggi. Il primo è quello, come detto, di evitare l’inquinamento delle acque e il reinserimento di sostanze dannose nel ciclo biologico, e il secondo è che si tratta di un intervento che può essere effettuato senza interruzioni dell’attività portuale, evitando danni economici. Vi è poi anche una questione legata all’economia circolare. Le sostanze inquinanti, conservate nei sedimenti e accumulate negli anni, infatti, non sono più diffuse nell’ambiente circostante ma sono separate e confinate in una piccola parte del totale estratto che è quello destinato alla discarica. Tutto il resto del materiale è purificato, rivitalizzato e può essere rilasciato sul posto del prelievo, conservato per l’utilizzo in altre aree o per il ripascimento (cioè il ripristino dei lidi costieri erosi) della costa in aree limitrofe con sedimenti autoctoni, oppure per l’utilizzo in edilizia.

Erosione

E la questione ripascimento non è secondaria. Circa il 50% degli 8.300 chilometri di spiagge italiane è soggetto al fenomeno dell’erosione e si tratta di un comparto che genera oltre 13 miliardi di Pil: una discreta fetta degli 83 miliardi di euro afferenti al turismo più in generale in Italia. E gli interventi di ripascimento oggi sono un onere non indifferente per la pubblica amministrazione e per l’ambiente. La sola regione Toscana, per esempio, ha speso ben 13 milioni di euro per riparare all’erosione causata dalle mareggiate dell’autunno 2018. La sabbia necessaria, infatti, proviene dalle cave, dai fondali marini oppure dall’interno delle spiagge stesse, con inevitabili aumenti di costi per il trasporto. Oppure con problemi di compatibilità ambientale e paesaggistica. Il caso del porto di Pescara, sotto a questo profilo è emblematico. Il porto in questione, infatti, è da anni oggetto di un dragaggio tradizionale che oltre a non aver risolto il problema della navigabilità del canale, ancora precaria nonostante tutto il lavoro svolto negli anni, ha prodotto una collina artificiale nell’area portuale, composta da materiale di bassa qualità inutilizzabile per il ripascimento delle spiagge vicine che pure ne avrebbero bisogno.

Non solo porti

Ma il sistema Limpidh2O, questo il nome che gli ha dato Decomar, consente anche la circolarità tra funzioni diverse. Esiste, infatti, l’esigenza di dragare altro oltre ai porti e più in generale i fondali marini. Fiumi, laghi e bacini idroelettrici. Nel caso di fiumi e laghi questo sistema consente di svolgere le operazioni necessarie senza ledere i già fragili ecosistemi. Per quanto riguarda i bacini idroelettrici il sistema consente di risolvere più di una questione. Tutti i bacini idroelettrici italiani infatti sono datati e durante i parecchi decenni della loro vita hanno accumulato notevoli quantità di sedimenti sul fondo che ne stanno riducendo la capacità d’accumulo d’acqua, in un momento in cui invece questa capacità deve essere valorizzata a causa dei cambiamenti climatici. Il cambiamento sia delle quantità d’acqua piovana annuale, sia della modalità nella quale la pioggia precipita al suolo – con eventi sempre più rapidi e intensi – mette a dura prova la capacità d’accumulo dei bacini idroelettrici il cui volume è limitato dall’accumulo dei sedimenti. Il sistema di Decomar, in questo caso, consente di intervenire senza compromettere la funzionalità degli impianti idroelettrici – con i quali produciamo il 16,5% dell’elettricità italiana, ossia quasi il 42% di quella da fonti rinnovabili – che sono importanti non solo sotto il profilo energetico, ma anche come “serbatoio” di sicurezza per l’agricoltura. I sedimenti provenienti dai bacini idroelettrici, infine, sono per la gran parte puliti, visto che provengono da bacini che non hanno alle spalle, nella quasi totalità dei casi, attività umane inquinanti.
Cosa impedisce, quindi, l’utilizzo di un sistema come questo? Semplice. La mancanza di visione sistemica dei problemi. In Italia si cercano di solito soluzioni puntuali nelle quali non si leggono i contesti complessivi. E così si perdono anche le occasioni di fare di più con meno. Come recitava uno slogan dell’Unione europea di qualche anno fa al quale sembra che l’Italia abbia come una sorta d’allergia.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Come scegliere il conto corrente

Mar, 10/08/2019 - 07:01

Questa settimana Vincenzo Imperatore ci guida nella scelta di un conto corrente bancario. Ma sentito parlare dell’ISC?
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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 15 OTTOBRE 2019!

Neonati prematuri: nasce il database nazionale per la cura e la ricerca

Mar, 10/08/2019 - 07:00

Una banca dati nazionale per raccogliere tutti i dati relativi ai trattamenti somministrati ai neonati prematuri e metterli in rete, a disposizione delle circa 240 strutture ospedaliere che dispongono di un reparto di patologia o di terapia intensiva neonatale: la piattaforma online si chiama INNSIN ed è stata ideata dalla Società italiana di neonatologia (Sin) per dare la possibilità di consultare, in tempo reale, i dati di tutti i nati pretermine assistiti nel proprio centro e confrontare le proprie casistiche con quelle delle altre strutture italiane aderenti al network.

L’obiettivo è implementare la ricerca scientifica a favore dei bimbi che nascono prematuramente e assicurare loro la migliore assistenza medica possibile, valutando gli effetti delle procedure assistenziali utilizzate, identificando specifiche aree di criticità, promuovendo interventi mirati per il potenziamento delle cure dei piccoli prematuri e collaborando con altri centri nazionali che si occupano di salute perinatale. La piattaforma dà inoltre la possibilità – alle strutture che effettueranno l’opportuna iscrizione – di consultare i dati raccolti a livello (quasi) globale dai circa 1200 centri aderenti al Vermont Oxford Network, rete di collaborazione tra professionisti in campo sanitario dedicata all’incremento della qualità e della sicurezza delle cure mediche per i neonati e le loro famiglie.

Un bambino su dieci nasce in anticipo

In Italia ogni anno circa il 10% dei neonati, vale a dire circa 45 mila bimbi, nasce pretermine, cioè prima della 37° settimana di gestazione. Questi piccoli sono molto più fragili di quelli nati a termine (cioè dopo la 37° settimana compiuta) perché l’immaturità del loro sistema immunitario dovuta alla precoce interruzione della gravidanza li rende vulnerabili a batteri e virus, anche a quelli generalmente innocui per gli adulti, e perché spesso necessitano di essere sottoposti a procedure invasive indispensabili per la sopravvivenza (come ventilazione meccanica, drenaggi e sondini) che costituiscono ulteriori fattori di rischio per le infezioni.

Garantire le cure migliori

L’entità dei problemi da affrontare alla nascita dipende, oltre che dal livello di prematurità, dalle eventuali patologie presenti e dallo stato di salute complessivo: per questo è importante garantire a questi giovanissimi pazienti le cure più efficaci. E conoscere i rischi e gli esiti dei trattamenti somministrati fotografando quello che accade in altre strutture ospedaliere è un elemento fondamentale per fornire la migliore assistenza sanitaria. A spiegarlo è il presidente della Società italiana di neonatologia, Fabio Mosca: «I bambini prematuri necessitano di assistenza mirata e di un mix di cure avanzate. La riuscita degli interventi attuati sarà più appropriata ed efficace partendo da dati e informazioni su casi già affrontati: per questo la piattaforma INNSIN ci consentirà di potenziare ulteriormente il nostro intervento assistenziale e organizzativo».

Dopo la dimissione

La raccolta dei dati medici relativi ai bimbi prematuri non verrà utilizzata solo durante la degenza in ospedale dei piccoli pazienti ma, continua Mosca, «contribuirà anche a migliorare il follow-up (i controlli periodici post-terapie, ndr) e l’assistenza dopo la dimissione, per proseguire le cure nel modo più adeguato possibile ed effettuare la diagnosi precoce di eventuali disturbi neurologici e sensoriali per un inizio tempestivo del supporto riabilitativo e abilitativo, se necessario».

Diversi livelli di prematurità

Se in generale si parla di “prematurità” per tutti i neonati che nascono prima del compimento della 37° settimana di gravidanza, esistono però diversi livelli di prematurità a seconda dell’età gestazionale in cui il bambino viene alla luce: i nati tra la 34esima e la 37esima settimana sono considerati “tardo prematuri”;  quelli nati tra la 32esima e la 33esima settimana “prematuri moderati”; quelli che nascono tra la 28esima e la 31esima settimana “molto prematuri” mentre i bimbi venuti alla luce prima del compimento delle 28 settimane di gestazione sono definiti “estremamente prematuri”.

I diversi livelli di prematurità possono essere classificati anche in base al peso alla nascita: i piccoli di peso compreso tra 1500 e 2500 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “basso”; quelli che pesano tra 1000 e 1500 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “molto basso”; quelli che pesano meno di 1000 grammi sono considerati neonati con peso alla nascita “estremamente basso”.

In Italia tassi di sopravvivenza tra i più alti al mondo

Tanto più alla nascita l’età gestazionale è prematura e il peso basso, tanto più il neonato è delicato e le sue condizioni di salute possono presentarsi critiche. I prematuri che nascono sotto i 1500 grammi di peso – che rappresentano quelli più fragili – costituiscono circa l’1% delle nascite all’anno. Nel nostro Paese il tasso di mortalità di questi neonati è tra i più bassi al mondo: grazie al livello di assistenza raggiunto nelle nostre terapie intensive neonatali gli ultimi dati disponibili evidenziano una mortalità dell’11% rispetto al 14% delle più importanti terapie intensive neonatali di tutto il globo.

Istituita nel 2008 la Giornata mondiale

Per sensibilizzare sul tema dei neonati prematuri, richiamare il valore dell’assistenza e sottolineare l’importanza della prevenzione dei fattori di rischio che possono favorire il verificarsi della prematurità, nel 2008 è stata istituita laGiornata mondiale della prematurità (World Prematurity Day). In Italia è promossa dalla Società italiana di neonatologia e dal ministero della Salute e si celebra ogni anno il 17 novembre.

Foto di Pexels da Pixabay

Il Barcellona cancella Francisco Franco dalla sua storia

Mar, 10/08/2019 - 06:54

Més que un club. Più di una “semplice” squadra di calcio. Il Barcellona è uno stile vita, è un sentimento identitario. E questo fine settimana ne ha dato un’altra dimostrazione. Per domenica 6 ottobre è stata convocata l’assemblea del club. I soci sono 4478. Come ha scritto il quotidiano spagnolo La Vanguardia – che ha seguito la vicenda – i soci si sono dati appuntamento con la storia. Ossia con il ritiro formale delle onorificenze concesse al dittatore Francisco Franco.

È una controversia che da decenni anima la vita del club catalano. Si tratta, come ha scritto La Vanguardia, di “due onorificenze concesse: una, nel 1971, come ringraziamento per gli aiuti di stato alla costruzione del padiglione sportivo che ancora oggi ospita le assemblee del club e l’altra, nel 1974, è relativa alla consegna della medaglia d’oro del 75esimo anniversario del club, medaglia consegnata al generalissimo.” Atti che però non sono mai stati messi a verbale, per cui non esiste una documentazione ufficiale nei registri del club. Fu l’allora presidente Montal, come ha successivamente confermato lo stesso diretto interessato, a evitare di lasciare traccia di questi due episodi.

Ed è proprio appellandosi alla mancanza di documenti protocollati che l’ex presidente Laporta si è sempre rifiutato di affrontare il caso, nonostante una raccolta di firme. «Non possiamo ritirare quel che non è mai avvenuto». L’attuale numero uno del Barcellona, Bartomeu, la pensa però diversamente. E ha accolto l’ordine del giorno che domenica è stato votato a larghissima maggioranza: 671 voti, solo due contrari e sette schede bianche. Il Barça ha così cancellato dal proprio passato ogni rapporto col caudillo. Anche se in realtà, come ricorda il quotidiano, i rapporti tra il club e Franco non si limitarono a quei due episodi. Il 10 ottobre 1957, accompagnato da sua moglie Carmen Polo, Franco fu per la prima volta spettatore al Camp Nou: vide Barcellona-Siviglia che finì 3-1 con una rimonta dei catalani. Gli andalusi andarono in vantaggio cinque minuti dopo l’arrivo del dittatore.

Nella domenica del voto, l’assemblea del Barcellona ha approvato anche il bilancio ma ha respinto un’altra proposta. O meglio, la proposta non ha raggiunto la maggioranza qualificata. I soci hanno detto no al voto elettronico. Era stato Victor Font, futuro candidato alla presidenza, a presentare quest’ordine del giorno. Occorreva la maggioranza dei due terzi dei presenti. Al momento della votazione, al Palau Blaugrana i presenti erano 625 e sarebbe stati necessari 417 voti a favore. Invece i voti sono stati 359, 173 i contrari e 67 le nulle. Nell’universo Barcellona, il voto elettronico può attendere.

Tre bambini italiani su 10 sono in sovrappeso: sotto accusa lo stile di vita

Lun, 10/07/2019 - 17:00

Due bambini italiani su 10 sono in sovrappeso e uno su 10 risulta obeso. Dati alla mano, tre bambini su dieci nel nostro paese sono alle prese con i chili di troppo, e quindi esposti a tutte le conseguenze – sia per la salute fisica che psicologica – che da un peso eccessivo possono derivare. Un problema, quello dell’obesità infantile, sempre più sotto gli occhi di tutti.

I rischi dell’obesità infantile

Le conseguenze dell’eccesso di peso in età infantile e nell’adolescenza, spiega spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, direttore della Rete Disturbi Comportamento Alimentare Usl 1 dell ‘Umbria, “vanno dall’aumento del rischio di diabete, di ipertensione arteriosa, di steatosi epatica grave che può diventare cirrosi, fino ad arrivare ad alterazioni psicologiche e del comportamento che si ripercuotono sulla qualità di vita, per non parlare del bullismo che ne consegue. Infine l’obesità infantile è un predittore certo per l’obesità adulta: 4 ragazzi su 5 continueranno ad avere un eccesso di peso in età adulta”.

Sotto accusa i nuovi stili di vita

La maggior parte di questa esplosione di obesità nell’età evolutiva dipende soprattutto dalla modificazione degli stili di vita: “Si mangia sempre più fuori casa, si cucina sempre meno e sempre in minor tempo, sono in aumento cibi preconfezionati e processati; è completamente cambiata la cultura. Inoltre l’attività fisica si è ridotta moltissimo e oggi le ore passate a scuola, in macchina, di fronte i monitor di tablet e cellulare sono predominanti”, spiega Dalla Ragione. A confermare quest’ultima tendenza anche i dati raccolti dall’Osservatorio Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza del Ministero della Salute, secondo cui la maggior parte dei bambini tra i 4 e i 10 anni adotta uno stile di vita sedentario e solo 1 su 4 raggiunge la scuola a piedi o in bicicletta.

L’Obesity Day

Per sensibilizzare al problema dell’obesità infantile l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù nella sede di Roma-San Paolo giovedì 10 ottobre in occasione dell’Obesity day, la campagna nazionale di sensibilizzazione per la prevenzione dell’obesità e del sovrappeso, dedicherà una giornata alla corretta alimentazione dei bambini con l’intervento di medici, nutrizionisti ed esperti del settore (ingresso libero e gratuito).

L’ Obesity Day è una giornata che si celebra ogni anno, dal 2001, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’obesità e problematiche connesse. Promossa dalla Fondazione ADI (Associazione di Dietetica e Nutrizione Clinica Italiana), ha l’obiettivo di informare, sensibilizzare e orientare in modo corretto, relativamente al problema dell’obesità, i mezzi di comunicazione di massa, l’opinione pubblica e anche chi opera in sanità. Il focus di quest’anno è ‘peso e benessere’, un rapporto che può essere mantenuto nel giusto equilibrio, sin da bambini, attraverso l’educazione alimentare dell’intero nucleo familiare.     

«Per contrastare eccesso di peso e obesità – dichiara Giuseppe Morino, responsabile di Educazione Alimentare del Bambino Gesù – è necessario affrontare il problema il più precocemente possibile. Per favorire una crescita sana non servono diete, ma stimoli a cambiare lo stile alimentare e di vita in generale. Regola che vale non solo per i più piccoli, ma anche per tutta la famiglia». Tra le misure che dovrebbero essere prese in considerazione dalle famiglie italiane, spiega Maria Rita Spreghini, nutrizionista del Bambino Gesù, meno televisione, computer e cellulare e più spazio ai cibi sani e al movimento all’aria aperta.

Le attività organizzate al Bambino Gesù per l’Obesity Day sono aperte a tutti: bambini, ragazzi, genitori, nonni e anche ai dipendenti dell’Ospedale che vorranno aderire. Durante la giornata i partecipanti riceveranno materiale informativo e indicazioni da medici e nutrizionisti dell’Ospedale. Su richiesta saranno effettuate consulenze mediche e misurazioni antropometriche per la valutazione dello stato di salute.