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Aggiornato: 36 min 55 sec fa

Nuovo Coronavirus: dubbi su esposizione, prevenzione e trasmissione? Ecco le risposte

Mer, 02/05/2020 - 13:02

Nel nostro paese il nuovo Coronavirus ( 2019-nCoV) ha fatto registrare finora due casi di contagio: una coppia di turisti cinesi arrivati in Italia il 23 gennaio scorso per una vacanza, e alcuni giorni dopo ricoverati all’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. Gli ultimi aggiornamenti parlano di un aggravamento delle loro condizioni di salute e, sebbene il 99% dei contagi riguardi la Cina, la preoccupazione di nuove infezioni non accenna a diminuire nel nostro Paese.

Ecco allora che l’Istituto superiore di sanità, organo tecnico-scientifico del servizio sanitario nazionale, risponde ai principali dubbi su esposizione, prevenzione e trasmissione relativi al nuovo Coronavirus, stilando una sorta di manuale anti-panico. 

Leggi anche: Coronavirus: dieci cose da sapere sull’emergenza che spaventa il mondo

Se prendo gli antivirali prevengo l’infezione?

No, allo stato attuale non ci sono evidenze scientifiche che l’uso dei farmaci antivirali prevenga l’infezione da Coronavirus o da altri tipi di infezioni virali.

Se sono stato in metropolitana con una persona che tossiva e nei giorni seguenti compare la tosse anche a me devo andare in ospedale?

No, ad oggi non vi è alcuna evidenza scientifica che il nuovo Coronavirus stia circolando in Italia. È invece certo che si è in una fase di massima trasmissione del virus influenzale stagionale. Pertanto, se dovessero comparire sintomi respiratori – come febbre, tosse, mal di gola, ecc. – o, comunque, difficoltà respiratorie, è opportuno rivolgersi al proprio medico curante.

Come faccio a sapere se la mia tosse è dovuta a un’infreddatura o al nuovo Coronavirus?

Al momento, secondo le evidenze scientifiche disponibili, il nuovo Coronavirus non circola in Italia. Le uniche condizioni di rischio legate alla possibilità di aver contratto l’infezione sono:

  • aver viaggiato negli ultimi 14 giorni in zone della Cina in cui il virus si sta diffondendo
  • avere avuto contatti con persone con infezione accertata
  • In ogni caso, qualora dovessero comparire febbre o disturbi respiratori, considerato che in questo momento si è nel periodo di massima circolazione dell’influenza stagionale, è opportuno rivolgersi al medico curante
Se mi sottopongo privatamente ad analisi del sangue, o di altri campioni biologici, posso sapere se ho contratto il nuovo Coronavirus?

No. Non esistono al momento kit commerciali per confermare la diagnosi di infezione da nuovo Coronavirus.  La diagnosi deve essere eseguita nei Laboratori di riferimento e, laddove si rilevino delle positività al virus, deve essere confermata dall’Istituto superiore di sanità. Qualora si sia stati esposti a fattori di rischio – quali viaggi nelle zone della Cina in cui il virus sta circolando o contatti con persone in cui l’infezione sia stata accertata –  è possibile contattare il numero telefonico 1500, messo a disposizione dei cittadini dal ministero della Salute, per avere risposte da medici specificamente preparati e ricevere indicazioni su come comportarsi. Tuttavia per le persone senza sintomi di una certa gravità e senza fattori di rischio al momento non è previsto iniziare un iter diagnostico

È vero che posso essere contagiato dal coronavirus toccando le maniglie degli autobus?

Allo stato attuale, non essendoci evidenze scientifiche della circolazione del virus in Italia, è altamente improbabile che possa verificarsi un contagio da nuovo Coronavirus attraverso le maniglie degli autobus o della metropolitana. È comunque buona norma, per prevenire tutte le infezioni respiratorie, lavarsi frequentemente e accuratamente le mani prima di portarle al viso, agli occhi e alla bocca.

L’infezione da Coronavirus causa sempre una polmonite grave?

No, l’infezione da nuovo Coronavirus può causare uno spettro di sintomi che spaziano da disturbi lievi, tipici delle normali infezioni respiratorie stagionali, a infezioni più gravi come le polmoniti. È opportuno precisare, in ogni caso, che poiché i dati in nostro possesso provengono principalmente da studi su casi ospedalizzati, e pertanto più gravi, è possibile che sia sovrastimata la gravità dell’infezione.

Se ho sintomi respiratori e penso di poter essere stato contagiato dal nuovo Coronavirus, devo chiamare il 118 per andare in ospedale o andare dal mio medico curante?

Se si è stati esposti a fattori di rischio, come aver viaggiato nelle zone della Cina in cui il nuovo Coronavirus sta circolando o si è stati a contatto con persone risultate infette, per prima cosa è opportuno contattare il numero telefonico 1500, messo a disposizione dei cittadini dal ministero della Salute, per avere indicazioni sui comportamenti da seguire.

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Sclerosi multipla: ricercatrici italiane scoprono molecola che controlla la malattia

Mer, 02/05/2020 - 11:55

Hanno scoperto una molecola prodotta dall’organismo umano in grado di esercitare effetti terapeutici nella sclerosi multipla attraverso un meccanismo prima sconosciuto: il merito è di due ricercatrici del Dipartimento di Medicina sperimentale dell’Università di Perugia, le farmacologhe Claudia Volpi e Ursula Grohmann. 

Nuovo meccanismo terapeutico

La sclerosi multipla è una malattia autoimmunitaria e infiammatoria cronica, altamente invalidante, in cui il sistema immunitario distrugge la guaina mielinica che riveste le cellule nervose. Lo studio, condotto dalla giovane ricercatrice Giada Mondanelli e pubblicato sulla rivista Proceeding of the National Academy of Sciences (PNAS), ha permesso di scoprire che un metabolita del neurotrasmettitore serotonina prodotto naturalmente dal nostro organismo, chiamato IDO1, potenzia l’attività di un enzima in grado di regolare la risposta del sistema immunitario, innescando nei topi affetti da sclerosi multipla un meccanismo – fino a oggi sconosciuto – dall’effetto protettivo.

Leggi anche: Sclerosi multipla, un caschetto riduce l’affaticamento

Il ruolo delle proteine “checkpoint”

In condizioni fisiologiche il nostro sistema immunitario ha il potenziale di riconoscere e distruggere gli agenti patogeni responsabili di malattie e infezioni senza danneggiare le proprie cellule e tessuti. Ciò avviene perché esistono delle proteine che funzionano come “checkpoint”, cioè che controllano, e spengono quando necessario, la risposta immunitaria – ad esempio quando è eccessiva oppure quando è erroneamente diretta verso le cellule o i tessuti del proprio organismo. Quando i “checkpoint” non funzionano bene si assiste allo sviluppo di malattie autoimmunitarie e infiammatorie croniche: dal punto di vista terapeutico sarebbe quindi molto importante riuscire a potenziare farmacologicamente la loro azione. Ed è proprio quello che le ricercatrici dell’Università di Perugia sono riuscite a fare.

Il risultato è stato ottenuto in collaborazione con Antonio Macchiarulo, docente di Chimica farmaceutica nel Dipartimento di Scienze farmaceutiche, e con i neurologi Massimiliano Di Filippo del Dipartimento di Medicina e Paolo Calabresi (ora al Policlinico Gemelli di Roma).  

Allo studio nuovi farmaci

Ora la sfida continua in laboratorio: un nuovo finanziamento da poco ottenuto da una delle autrici dello studio, Ursula Grohmann, prevede lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci capaci di potenziare l’attività enzimatica del “checkpoint” IDO1 nella sclerosi multipla, ma anche in altre patologie autoimmunitarie come diabete giovanile, tiroidite e psoriasi.

Leggi anche: Sclerosi multipla, dare visibilità e informare

Nella foto: da sinistra: Giada Mondanelli, Antonio Macchiarulo, Ursula Grohmann e Claudia Volpi

Cibo, le migliori app per risparmiare

Mer, 02/05/2020 - 11:15

Ogni anno in Italia 15 miliardi di euro vengono sprecati buttando via cibo buono, stando ai dati del progetto Reduce del Ministero dell’Ambiente. Di questo tesoro, ben 13 miliardi arriva dalla sfera quotidiana: una vergogna in termini economici, etici e ambientali. Per minimizzare il proprio contributo allo spreco, e risparmiare denaro, magari a partire da oggi che è la Giornata Nazionale contro lo Spreco Alimentare, ci viene in aiuto la tecnologia, ecco le migliori app che ci vengono in aiuto.

App per tutti

Forse la app del momento, la più famosa e diffusa è To Good To Go, nata nel 2015 in Danimarca con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare, l’applicazione è presente in 14 Paesi d’Europa, conta ad oggi oltre 19 milioni di utenti ed è tra le prime posizioni negli App Store e Google Play di tutta Europa. Too Good To Go permette a bar, ristoranti, forni, pasticcerie, supermercati ed hotel di recuperare e vendere online – a prezzi ribassati – il cibo invenduto “troppo buono per essere buttato” grazie alle Magic Box, delle “bag” con una selezione a sorpresa di prodotti e piatti freschi che non possono essere rimessi in vendita il giorno successivo. Gli utenti della app non devono far altro che geolocalizzarsi e cercare i locali aderenti, ordinare la propria Magic Box, pagarla tramite l’app e andarla a ritirare nella fascia oraria specificata per scoprire cosa c’è dentro.

MYFOODY è invece una piattaforma, con app disponibile sia per iOS sia per Android, che consente di trovare le offerte dei supermercati più vicini, facendo risparmiare  fino al 50% sulla spesa e contribuendo a ridurre lo spreco alimentare, con benefici evidenti per l’ambiente. Quali sono i cibi proposti? Quelli prossimi alla scadenza ma ancora ottimi, i prodotti con difetti di confezionamento e gli alimenti stagionali che rischiano di essere sprecati.

Una Buona Occasione è invece un’app in cui trovare, per oltre 500 alimenti, consigli su come e dove conservarli; su quali sono le porzioni raccomandate; su come riutilizzare gli avanzi e gli scarti; sulla stagionalità di frutta e verdura; su come fare la lista della spesa. E molto altro ancora.

Dona ciò che hai risparmiato

ShareTheMeal è un’app per fare del bene e non sprecare il cibo, donandolo con un gesto a chi ne ha più bisogno. Creata dal World Food Programme dell’Onu, ti permette di offrire un pasto a chi è in difficoltà, monitorando la tua donazione in modo facile e intuitivo. Certamente non  possiamo mandare gli avanzi del frigo direttamente a chi ne ha bisogno nel mondo, in un click. Ma possiamo imparare a risparmiare, e donare quanto avremmo buttato nella spazzatura a chi finora ha raggiunto più di 86 milioni di persone con assistenza alimentare in 83 Paesi. Il WFP infatti è al 100% su base volontaria: quindi ogni donazione va a chi ha fame. I costi amministrativi sono tra i più bassi del settore non profit: oltre il 90% delle donazioni vanno direttamente alle operazioni che stanno costruendo un mondo senza fame.

App per bar e ristoranti

Bring the food è l’app sviluppata dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento in collaborazione con Fondazione Banco Alimentare per recuperare le eccedenze alimentari della piccola e grande distribuzione, delle mense e del settore della ristorazione per metterle a disposizione di Onlus ed enti caritatevoli che, a sua volta, si occupano di donarlo a chi ne ha più bisogno. Ognuno può iscriversi come potenziale “donatore di alimenti” o come potenziale “ente beneficiario”.

Last Minute sotto casa è un portale e permette ai commercianti di vendere a prezzi scontati i prodotti rimasti invenduti in giornata e ai clienti interessati di approfittare delle diverse offerte.

Cosa può fare la politica

Tutto, o almeno la sua parte. Ad esempio, si potrebbero incentivare le aziende affinché sviluppino nuovi packaging e nuove tecnologie capaci di conservare il cibo più a lungo, e segnalare l’imminente scadenza del prodotto. Ma poi si potrebbe anche agire sul piano culturale, rivolgendosi a tutti i cittadini, perché percepiscano l’importanza di assumere un corretto stile di consumo a zero spreco e a basso impatto ambientale: risparmiando denaro.

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Foto di Mabel Amber, still incognito

A Milano un giardino per Pippa Bacca

Mer, 02/05/2020 - 10:39

Pippa Bacca era un’artista e una performer. 12 anni fa aveva 33 anni e decise di partire per un viaggio in autostop insieme a Silvia Moro partendo da Milano. Il progetto artistico si chiamava “Spose in viaggio“ e infatti Giuseppina di Marineo, chiamata Pippa e Silvia erano vestite da sposa.

Durante il viaggio si fermavano nei villaggi a raccontare il loro progetto di pace e amore.

Meta di arrivo Gerusalemme dove avrebbero lavato gli abiti da sposa impolverati per eliminare simbolicamente le scorie della guerra.

In Turchia le due artiste si separarono temporaneamente. Avrebbero dovuto riunirsi a Beirut ma a Gebze, in Turchia il 31 marzo del 2008, Pippa ha incontrato un uomo che l’ha violentata e uccisa.

A Pippa, nipote di Piero Manzoni, Giuseppe Manetti ha dedicato un documentario dal titolo “Sono innamorato di Pippa Bacca” che racconta il suo viaggio e qualche giorno fa è stato dedicato il giardino della Casa degli Artisti in via Tommaso da Cazzaniga. A scoprire la targa decine di donne vestite di verde, il colore preferito dall’artista.

Dal 4 al 13 febbraio a Pippa Bacca alla Casa degli Artisti è dedicata la mostra “Pippa Bacca – Sempreverde“.

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Evasione fiscale: per combatterla sono necessari alcuni “distinguo”?

Mer, 02/05/2020 - 07:00

Ogni anno le cifre relative ai miliardi di euro di evasione fiscale (più di 100 mld gli ultimi dati: provate a immaginare in concreto 100 miliardi di euro: non ci si riesce!) appaiono decisamente raggelanti. E ogni governo non manca occasione per proclamare interventi che riportino nelle casse dello Stato almeno una parte dei mancati introiti: tracciabilità dei pagamenti, soglia massima ai pagamenti in contante, lotterie legate agli scontrini fiscali ecc…

Ben poca attenzione invece è stata data (con la sola eccezione del Dataroom di Milena Gabanelli pubblicato su Corriere.it) ai dati resi pubblici qualche settimana fa dal dipartimento Crisi d’impresa della procura di Milano, frutto di un lavoro, durato mesi, di analisi dei crediti vantati dall’amministrazione nei confronti delle aziende fallite o in amministrazione straordinaria.

Uscire dalla narrazione tradizionale dell’Italia solo come “paese di furbetti”

L’ammontare dei crediti erariali e previdenziali insinuati nei fallimenti è spaventosamente grande: si parla di 105 miliardi di euro. E ciò che non si racconta al grande pubblico – e che rimane estraneo anche al dibattito politico – è la circostanza che gran parte di questa cifra (80%) non nasce come conseguenza della crisi ma è invece espressione di modalità nello svolgimento delle attività di impresa impostate fin dall’inizio in funzione evasiva, e pertanto delinquenziali.

In altre parole, accanto alle imprese in difficoltà – fenomeno ovviamente destinato a imporsi in tempi di stallo economico – negli ultimi anni si sta assistendo all’esplosione della nascita di “società usa e getta”. Queste infatti vengono impostate fin dall’origine sui mancati versamenti dell’IVA, delle ritenute d’acconto e dei contributi previdenziali.

Nella migliore delle ipotesi si tratta di un meccanismo perverso per stare sul mercato ma non facciamoci troppe illusioni: solo nell’area milanese ben il 41% dei crediti insinuati nei fallimenti tra il 2009 e il 2018 è rappresentato da crediti di erario e previdenza. Sono cifre che vanno molto oltre quel 14% che invece si riscontra nelle amministrazioni straordinarie e che può essere considerata una percentuale fisiologica per un’impresa in dissesto finanziario. E dunque sono cifre che testimoniano l’esistenza di un numero sempre crescente di fallimenti dolosi, di aziende che nascono per stare sul mercato – in particolare quello della logistica – un paio di anni, o addirittura solo per frodare il fisco emettendo fatture false ed evadendo l’IVA (cosiddette “cartiere”).

No alibi

Lo studio di questi fenomeni e la loro divulgazione sono fondamentali per la comprensione del mercato all’interno del quale tutti noi ci muoviamo. E lo sono non soltanto per gli “addetti ai lavori”, vale a dire procure e tribunali e mondo della politica, ma anche per noi che, in veste di consumatori, gioiamo del “buon affare”, magari perché acquistiamo online senza spese di spedizione, e poi ci scandalizziamo se non riceviamo lo scontrino del caffè al bar.

“Che ci azzecca?” potrebbe chiedere qualche lettore. Ci azzecca, perché la gran parte delle aziende che si costituisce a fini elusivi, che nascono cioè non per stare sul mercato ma per fallire dopo pochi anni, opera, guarda caso, proprio in quel settore attualmente di maggiore espansione, quello della logistica. Lo schema, spiega bene Milena Gabanelli, è sempre lo stesso: il committente, spesso un soggetto internazionale, affida gran parte della gestione delle merci a società esterne, che a loro volta si affidano a piccole società o a cooperative, che non hanno mezzi propri né capitale e gestiscono solo la manodopera assumendo molti dipendenti anche in violazione delle norme sul lavoro. In tal modo – e non pagando IVA, ritenute e contributi – si aggiudicano gli appalti sottocosto. Dopo un paio di anni chiudono, cambiano nome… «E ricomincia la giostra».

Se proprio dobbiamo vivere la schizofrenia da un lato di contribuire alla sopravvivenza di società campioni di evasione e dall’altro di fare i paladini dell’onestà contributiva, è bene che ne siamo consapevoli. 

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Prescrizione sì/no: 7 domande che forse ti stai facendo

Mar, 02/04/2020 - 15:00

Dopo quanto tempo scatta la prescrizione? 

I reati più gravi hanno tempi di prescrizione ormai siderali: l’associazione mafiosa si prescrive in 30 anni, idem la violenza sessuale, l’omicidio stradale fino a 45 anni, il disastro ambientale in 37 anni e sei mesi, la corruzione tra i 12 e i 15 anni, la rapina in 25 anni e la bancarotta in 18 anni. L’aumento dei tempi di prescrizione e di conseguenza la diminuzione degli imputati che ne beneficiano, è stato introdotto dopo la riforma Orlando. 

La prescrizione vale per tutti i reati? 

No, i reati che prevedono la pena dell’ergastolo sono imprescrittibili.

Nei processi per reati per i quali vale la prescrizione, la prescrizione è inoppugnabile? Scatta in automatico?

No. La cassazione può sempre decidere che il terzo grado di giudizio è inammissibile perché il ricorso è inaccessibile e bloccare la prescrizione. Succede con una certa frequenza.  

La legge Bonafede si applicherebbe alla maggior parte dei processi?

No. La legge Bonafede che sta dividendo Governo, maggioranza e l’intero sistema giuridico, riguarda una minima parte dei processi: le statistiche del Ministero della giustizia per il 2017 dicono che il 53% dei processi si è prescritto nella fase delle indagini preliminari – dunque per volontà del Pubblico Ministero o della Procura, senza nessun intervento dell’avvocato di difesa – e almeno un altro 22% nel corso del giudizio di primo grado, prima che la riforma possa avere efficacia (perché cancella la prescrizione dopo la sentenza di primo grado). Di fatto, la legge Bonafede si applicherebbe a poco meno di un quarto dei processi che oggi si prescrivono.

In breve, perché i c.d. “giustizialisti” sono a favore dell’abolizione della prescrizione? 

Coloro che più traggono giovamento dalla prescrizione sono coloro che si possono permettere avvocati e processi lunghi. I ricchi, i cosiddetti ‘colletti bianchi’, che grazie alla prescrizione rimangono impuniti senza scontare alcuna pena in carcere. Trenta anni fa è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che ha allungato i tempi della giustizia.  Poi con la legge ex Cirielli – che si chiama così perché, secondo l’ex pm Piercamillo Davigo, l’onorevole proponente disse di non chiamarla più con il suo nome perché aveva orrore di ciò che era diventata – i tempi di prescrizione si sono dimezzati. Il risultato è che un sistema di prescrizione così ce l’hanno solo l’Italia e la Grecia. Non è vero che l’abolizione della prescrizione vale solo nei Paesi “barbari”. Negli Stati Uniti, con l’inizio del processo cessa di decorrere la prescrizione, come in Italia nel processo civile. Se si ritiene che i termini di prescrizione siano utili allora si accorcino prima del processo ma una volta che il processo comincia non si può fare una corsa contro il tempo.

In breve, perché i “garantisti” sono contrari all’abolizione della prescrizione?

La ragione per cui in Italia la prescrizione funziona ha a che vedere con le fondamenta della civiltà giuridica, finanche costituzionale, che poggiano sul principio in dubio pro reo: meglio un colpevole libero che un innocente in carcere. I verbali e le indagini svolte su richiesta del Pubblico Ministero sulla base delle quali l’imputato viene rinviato a giudizio talvolta registrano un grado di approssimazione sconcertante. Intercettazioni male interpretate, fraintendimenti, scambi di persona. La legge Bonafede, potrebbe aumentare i tempi del processo, con evidenti ricadute sociali, morali e pecuniarie a danno dell’imputato, e potrebbe addirittura sovvertire il principio in dubio pro reo

In Italia esiste la responsabilità civile dei magistrati? 

No. A differenza che in America e in Inghilterra, dove è prevista dal diritto anglosassone, il diritto romano non prevede, in caso di errori e/o abusi d’ufficio, responsabilità civile del magistrato. Il rovescio della medaglia della responsabilità civile, quando si svolgono professioni particolarmente delicate come quella del medico, del magistrato, è d’altra parte il rischio di ridurre la disponibilità degli attori ad assumersi rischi e azioni ad alto tasso di responsabilità. Esigere coraggio dai magistrati significa tuttavia ammettere che non basta che i magistrati si limitino a fare ciò che prevede la stessa legge: applicare la legge. Significa ammettere che il sistema giudiziario è in crisi. 

Immagine copertina tratta dal film The dogman di Matteo Garrone

Giornata mondiale sul cancro: tra notizie buone e meno buone

Mar, 02/04/2020 - 12:52

Gli ultimi 50 anni hanno visto enormi progressi nella ricerca riguardo alla prevenzione e al trattamento del cancro: i decessi per tumore sono stati ridotti e in particolare i Paesi ad alto reddito hanno adottato programmi di prevenzione, diagnosi precoce e screening, che insieme a migliori trattamenti hanno contribuito negli anni compresi tra il 2000 e il 2015 a un aumento della sopravvivenza delle persone che si ammalano di tumore: in particolare è stata stimata una riduzione del 20% nella probabilità di mortalità prematura.

Il nuovo rapporto Iarc-Oms

I dati arrivano dal nuovo rapporto mondiale sul cancro redatto dalla Iarc in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità “World Cancer Report: Cancer Research for Cancer Prevention” pubblicato in occasione della Giornata mondiale contro il cancro che si celebra oggi.

Elisabete Weiderpass, direttore dello Iarc (International agency for research on cancer), spiega che la sfida dei prossimi anni sarà migliorare la sopravvivenza in chi si ammala di cancro anche nei Paesi a basso reddito, che tra il 2000 e il 2015 hanno visto una riduzione della mortalità solo del 5% (contro il 20% di quella registrata nelle nazioni più sviluppate). Perché l’obiettivo da raggiungere è che, relativamente ai progressi fatti in ambito scientifico contro il cancro, “tutti abbiano la possibilità di beneficiarne allo stesso modo”.

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Nei prossimi 20 anni 60% di casi di tumore in più

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, se le attuali tendenze negli stili di vita odierni continueranno il mondo vedrà un aumento del 60% dei casi di cancro nei prossimi venti anni, con il maggiore incremento nei Paesi a basso e medio reddito: una situazione in gran parte dovuta al fatto che questi paesi hanno dovuto concentrare le loro risorse sanitarie sulla lotta alle malattie infettive e sul miglioramento della salute materno-infantile, riducendo di conseguenza le risorse da destinare alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura dei tumori.

Gli interventi da attuare per combattere il cancro

L’Oms spiega che mettendo in pratica alcune “buone pratiche per la salute” è possibile ridurre i casi di cancro: tra queste, eliminare l’uso del tabacco (responsabile del 25% dei decessi per cancro), vaccinarsi contro l’epatite B (per prevenire il cancro al fegato), sottoporsi allo screening e vaccinarsi contro il Papillomavirus umano, l’Hpv (per ridurre il rischio di cancro alla cervice).

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Sanremo green, in piazza un concorso a premi

Mar, 02/04/2020 - 12:15

Se siete tra i fan di piazza di Sanremo, potrebbero capitarvi domande sulla plastica e su come riciclarla, in una sorta di concorso a premi istantaneo che mette in palio regali “musicali” in plastica riciclata, tra cui auricolari, cuffie e felpe.

Il riciclo musicale

“Cambia musica, non cambiare le buone abitudini” è la campagna video portata a Sanremo dal Corepla – il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica – che sarà visibile tra l’altro sui ledwall – i maxischermi a led – sparsi in tutta la città. Il video racconta come dalle buone prassi possano “rinascere” prodotti direttamente collegati alla musica e al cinema.

Vista l’amplissima risonanza della kermesse sanremese, la speranza è che si diffondano ulteriormente in Italia le buone abitudini legate al riciclo. Durante tutti i giorni della manifestazione canora verrà distribuito materiale informativo sull’importanza di un corretto riciclo degli imballaggi in plastica.

Una finestra importante

“Uno dei nostri principali mandati è quello di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica sulla necessità di guardare alla plastica come a una risorsa da valorizzare e non un rifiuto da demonizzare – ha sottolineato Antonello Ciotti, Presidente Corepla – per questo abbiamo ritenuto organico a questa nostra missione sfruttare l’enorme seguito di pubblico che genera il Festival di Sanremo. Quanto più si amplia il raggio di consapevolezza che per procedere verso modelli di economia circolare è necessario il contributo quotidiano di tutti, tanto più efficace e produttiva sarà la nostra azione. I principi di riciclo e riuso sono divenuti imperativi oramai ineludibili per garantire un futuro di vivibilità al nostro pianeta, e Corepla è fortemente impegnato su questo fronte con sempre maggiore vigore, la ricerca di soluzioni innovative e tecnologicamente avanzate, oltre che una visibilità costruttiva, nonché creativa”.

Il Consorzio sarà partner di Rai Radio 2, emittente ufficiale del Festival, con uno spot realizzato da Filippo Solibello, “storico” autore e conduttore di Caterpillar. Sarà lui a girare per la piazza facendo domande sul riciclo ai presenti.

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Ragazza disabile blocca il tram, l’Atac la denuncia

Mar, 02/04/2020 - 09:56

La storia la racconta Il Fatto Quotidiano , riguarda la linea 5 del tram che transita per Piazza Maggiore a Roma.

Capita infatti molto spesso che i mezzi pubblici non siano attrezzati per il trasporto delle persone in carrozzina e  questo obbliga chi deve spostarsi ad attendere anche per ore che passi il bus o il tram giusto per poter salire.

È quello che è successo anche a Concetta per l’ennesima volta il 13 gennaio. Doveva andare a Tor Vergata per frequentare un corso regionale e quando si è vista passare davanti il terzo tram senza poter salire si è piazzata davanti alle rotaie con la sua carrozzina fermando il traffico.

A questo punto l’Atac l’ha denunciata per interruzione di pubblico servizio.

Intervistata da Renato La Cara, Concetta si è sfogata: «Il mio tempo ha un valore prezioso come quello di tutti del resto. La mia giornata non è composta da 72 ore. Vorrei evidenziare che i mezzi dell’Atac fanno ritardi continui e ci sono tanti reclami che provano questo stato di evidente disagio diffuso». 

Basterebbe che ci fosse un solo gradino

I tram inaccessibili per Concetta sono quelli che hanno tre scalini per salire, infatti, come racconta lei stessa: «Io non aspetto quello con la pedana perché tram con pedana non ce ne sono, aspetto quello col male minore ovvero un solo gradino”.

E anche il 30 gennaio ne sono passati cinque prima di vederne uno accessibile. E questa è la normalità di tutti i lunedì da ottobre a oggi, c’è da far perdere la pazienza a un santo.

Chi deve chiedere scusa?

 «Io mi assumo la responsabilità di aver bloccato l’ennesimo tram vecchio di decenni e non accessibile ancora in circolo a Roma» afferma Concetta «Ma Atac dovrebbe chiedermi scusa per 12 anni interi, per tutte le volte che sono rimasta a terra, per tutte le volte che me ne sono tornata a casa senza arrivare mai alla meta che mi ero prefissata». 

Sarà interessante vedere come va a finire.

Foto di moritz320 da Pixabay

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Il tipografo che ha fermato il tempo

Mar, 02/04/2020 - 07:00

Via dell’Anticaglia, Napoli. Se passate a quelle parti fermatevi a visitare il museo di Carmine Cervone, il museo della tipografia più piccolo del mondo, un vero tuffo nel passato e nella Storia.

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Solidarietà alle comunità cinesi

Lun, 02/03/2020 - 15:00

Milano, Firenze, Prato sono solo alcune delle città che si stanno organizzando per dimostrare anche in modo concreto solidarietà al popolo cinese in questa situazione di grave emergenza.

Come diceva ieri sera il prof. Burioni nel corso del programma televisivo di Fabio Fazio su Rai2: il virus in Italia non c’è. I due casi a Roma sono stati isolati e non se ne sono verificati altri. Rimane la massima attenzione, com’è ovvio, ma atti di allarmismo ingiustificato non hanno senso.

Ridotti del 50% i clienti ai ristoranti cinesi

La paura non motivata del contagio ha ridotto in maniera significativa – oltre il 50% – le presenze nei ristoranti e nei negozi cinesi di tutta Italia, e a niente serve la certezza che il virus non si trasmette con il cibo, né con gli oggetti.

Per arginare la psicosi in alcune città si stanno organizzando eventi e iniziative allo scopo di tranquillizzare la  cittadinanza: a Milano nella Chinatown di via Paolo Sarpi il 31 gennaio è stato organizzato un pranzo a base di ramen e costine al quale hanno partecipato l’assessora Cristina Tajani e il segretario generale di Confcommercio Marco Barbieri, per poi proseguire sabato sera con la sezione Milano Metropolitana del Pd che ha invitato la cittadinanza a andare a cena ieri sera a Chinatown.

Sabato mattina lo stesso sindaco Beppe Sala per il tradizionale appuntamento delle “colazioni con il sindaco” ha invitato i milanesi a raggiungerlo in via Paolo Sarpi. E se non bastasse ieri è stato organizzato anche un mercatino di abiti e accessori per raccogliere fondi.

Lo scorso fine settimana sarebbe stato celebrato il capodanno cinese, la festa è stata annullata a Milano come a Prato e in altre città d’Italia e i fondi destinati alla celebrazione dirottati per acquistare materiale sanitario da inviare in Cina.

#abbracciauncinese a Firenze

Dario Nardella ha lanciato l’hashtag sui social con un videomessaggio per esprimere solidarietà alla comunità cinese «È giusto avere attenzione e precauzione e seguire le indicazioni delle autorità sanitarie per il coronavirus» spiega Nardella, «ma quello che non è accettabile è il terrorismo psicologico e lo sciacallaggio che alcuni fanno per trovare soltanto una scusa per l’odio e l’esclusione. Invece noi siamo vicini alla comunità cinese in questa battaglia comune». 

Il messaggio del Sindaco fa seguito  a un’iniziativa dell’Unione giovani italo-cinesi. In piazza della Signoria un ragazzo bendato esponeva un cartello con scritto:

«Sono cinese, sono italiano: ma abbracciami come essere umano»

«Il messaggio» spiega l’Ugic «è che in fondo siamo tutti semplicemente esseri umani e dovremmo abbracciarci per solidarietà e amicizia, sconfiggendo così i pregiudizi e gli stereotipi spesso generati dalla superficialità della società e dei mezzi di comunicazione di massa».

A Roma le prenotazioni solidali

La paura colpisce anche gli italiani e in particolar modo il Grand Hotel Palatino rimasto completamente vuoto dopo i due casi di coronavirus certificati.

L’albergo, otto piani in pieno centro, rischiava il tracollo economico ma nelle ultime ore sono arrivate le “prenotazioni solidali” da direttori, camerieri e tutti gli altri colleghi delle strutture concorrenti. «Si tratta di prenotazioni di sostegno, un gesto di solidarietà verso questa struttura e i tanti dipendenti che hanno paura di perdere il lavoro» afferma Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi Roma «Si prenota e si paga una stanza ovviamente senza l’ obbligo poi di presentarsi. È un modo per tamponare l’emergenza aspettando che passi questo momento e tutto torni alla normalità».

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I benefici della soia: quella fermentata allunga la vita

Lun, 02/03/2020 - 14:54

Un nuovo studio pubblicato sul British Medical Journal ha dimostrato che i prodotti a base di soia fermentata come miso e salsa di soia possono aiutare le persone a vivere più a lungo.

Nel corso dello studio, che è parte di una ricerca di più ampia portata che ha coinvolto 11 centri di salute pubblica in tutto il Giappone, i ricercatori hanno esaminato le caratteristiche nutrizionali di oltre 138 prodotti tra alimenti e bevande e raccolto per oltre 15 anni i dati relativi alla salute, allo stile di vita (compreso il fumo) e alle abitudini alimentari di oltre 92.915 uomini e donne giapponesi di età compresa tra 45 e 74 anni. Hanno quindi analizzato il ​​consumo di prodotti a base di soia fermentata come miso, salsa di soia e tempeh e di alimenti a base di soia non fermentata come il tofu, e incrociato i dati con quelli della salute generale e della mortalità degli oltre 90 mila partecipanti allo studio.

Miso, salsa di soia, tempeh e natto

Dopo aver diviso le cause di morte in cinque voci – cancro, mortalità per malattie cardiovascolari, malattie cardiache, malattie cerebrovascolari, malattie respiratorie e lesioni – e aver esaminato un totale di 13.303 casi di decessi, i ricercatori hanno potuto constatare che le persone che mangiavano più prodotti a base di soia fermentata come miso, salsa di soia, tempeh e natto avevano maggiori probabilità di vivere più a lungo: l’assunzione di prodotti a base di soia fermentata è stata rilevata infatti inversamente associata alla mortalità – con il rischio diminuito del 10% – per tutte le cause in entrambi i sessi. In particolare il natto, alimento tipico della colazione giapponese, ha mostrato associazioni significative e inverse con la mortalità cardiovascolare sia negli uomini che nelle donne.

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Cinquanta grammi al giorno

Per quanto riguarda la quantità, gli studiosi hanno decretato che gli effetti benefici per le donne arrivano dal consumo di 46 grammi al giorno di questi alimenti, mentre per gli uomini i grammi devono essere circa 50. Esaminando il solo natto, i ricercatori hanno scoperto che mangiarne 26 grammi al giorno riduce il rischio di decessi del 24% negli uomini e del 21% nelle donne.

Fibre, potassio e isoflavoni

I ricecatori spiegano che dovranno esser condotti ulteriori studi per chiarire ilperché i prodotti a base di soia fermentata siano in grado di ridurre la nortalità per tutte le cause. Stando alle attuali conoscenze, spiegano che diversi sono i motivi che potrebbero stare dietro ai benefici indotti dal consumo di questi alimenti: il loro elevato contenuto di fibre, ma anche i ragguardevoli livelli di potassio, oltre alla presenza degli isoflavoni, composti dall’azione antiossidante.

I ricercatori precisano che la medesima riduzione del rischio di mortalità non è stata osservata con il consumo di prodotti a base di soia non fermentata, specificando che “il consumo di prodotti a base di soia fermentata offre benefici contro la mortalità che non sono stati osservati con i prodotti a base di soia non fermentati“.

Vomero, in 72 ore ricostruito il campo da basket vandalizzato

Lun, 02/03/2020 - 12:30

150 volontari hanno rimesso a posto il campo di basket di Parco Montedonzelli, al Vomero, vandalizzato e chiuso da un anno e mezzo.

Il restauro è stato finanziato dallo statunitense Nick Ansom, 36enne di Los Angeles, presidente della Venice Basketball League, che di mestiere aggiusta i campetti di strada nel mondo e del 14enne napoletano Francesco Sow.

Il risultato è bellissimo anche perché il campetto è stato abbellito con due splendidi murales realizzati da Jorit e Luca Carnevale dedicati Kobe Bryant, il il campione dei Lakers scomparso in un incidente in elicottero, domenica 26 gennaio, con la figlia Gianna e altre sette persone.

Grazie a un passaparola sono arrivati 150 volontari: oltre a due fotografi e una regista che hanno documentato la trasformazione del campetto, decine di ragazzi, giardinieri, bambini e mamme che hanno sistemato tabelloni e canestri, rifatto le linee di gioco, verniciato i muri e raccolti ben 26 sacchi di rifiuti (rigorosamente differenziati).

Il campo è ora un gioiello, Kobe ne sarebbe stato orgoglioso.

Foto di Stefano Renna e Riccardo Siano

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Gli sciacalli sono in agguato e Bruxelles non li vede

Lun, 02/03/2020 - 12:00

La motivazione di facciata è da libro cuore.

Secondo l’Ue, per completare l’Unione bancaria è necessario affrontare la questione dei grandi stock di crediti deteriorati e quello di un eventuale accumulo futuro, così da ridurre ulteriormente i rischi e consentire alle banche di concentrarsi sull’erogazione di credito alle imprese e ai cittadini. Se gli istituti hanno in pancia molti Npl – sottolinea Bruxelles – i risultati possono essere inficiati per due motivi.

I crediti deteriorati

In primo luogo i crediti deteriorati generano meno entrate rispetto ai cosiddetti crediti in bonis riducendo la redditività della banca e possono causare perdite che riducono il capitale e, nei casi più gravi, mettendo in discussione la solvibilità di una banca con possibili implicazioni per la stabilità finanziaria.

In secondo luogo, gli Npl vincolano una quota importante di risorse, umane e finanziarie, diminuendo la capacità di erogare prestiti, anche nei confronti delle piccole e medie imprese.

Una torta appetibile per tutti

La verità è che, invece, la Direttiva europea Npl fa gola ai fondi speculativi, permettendo loro di vendere circa 500 miliardi di euro di crediti bancari acquistati a saldo negli ultimi 7 anni.

Una torta troppo appetibile anche per organizzazioni criminali, sciacalli e usurai che potrebbero, opportunamente mimetizzati, insinuarsi nel business

A questo punto voi giustamente starete pensando che i parlamentari europei, per prevenire il fenomeno, siano stati molto attenti in sede legislativa.

Invece si sono distratti un attimo e si sono dimenticati di affrontare il tema del rischio riciclaggio!

Rischio riciclaggio…

Il “riciclaggio”, ricordiamolo, inteso in maniera ampia e più generica rispetto al termine penale, indica il processo attraverso cui qualcuno nasconde l’esistenza, la fonte illegale, o l’illegale utilizzo di redditi, e poi camuffa questi redditi per farli apparire legittimi.

In generale quando si pensa a un soggetto che ricicla denaro sporco, si tende a immaginare un criminale che, dopo aver commesso reati di varia natura, tenta di ripulire il denaro così ottenuto per poterlo reinserire nell’economia lecita.

Ma non sempre è così.

Trattandosi, cosi come stabilito all’art. 648-bis c.p., di un reato comune, lo stesso può essere commesso da chiunque, compresi coloro che nella loro quotidiana attività lavorativa entrano in contatto con questo denaro sporco, come, ad esempio, i dipendenti di una banca, di società finanziarie o di un fondo speculativo.

Voi pensate che il requisito fondamentale per imputare un soggetto di riciclaggio sia la conoscenza, consapevole ed effettiva, della provenienza illecita del bene in questione?

Non è cosi.

In realtà, dimostrare il dolo dell’autore non è semplice.

Ecco quindi che la giurisprudenza, considerando il sempre maggior utilizzo di strumenti sofisticati per ripulire il danaro, ha ampliato sempre più i margini, fino a ricomprendere anche il semplice dubbio sulla provenienza, e la conseguente scelta di non evitare una possibile condotta di riciclaggio.

… e silenzio europeo

Ebbene di fronte a tutto ciò i parlamentari europei sembrano essere consapevoli ma hanno ritenuto opportuno mettere in stand by questo “problemino” e affrontarlo solo successivamente.

L’articolo 56 ter, infatti, stabilisce: “È opportuno che nel riesame della presente direttiva la Commissione includa anche una valutazione approfondita dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo associati alle attività svolte dai gestori di crediti e dagli acquirenti di crediti, nonché della cooperazione amministrativa tra autorità competenti”.

Valutazione che a oggi non esiste e chissà quando arriverà.

Misteri della fede.

Foto di Bruno /Germany

Caschi verdi: Italia prima, offre il suo aiuto al mondo

Lun, 02/03/2020 - 11:52

Ventidue super esperti di varie discipline, che già lavora insieme a 7 progetti. Così il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ha presentato la nascita dei “caschi verdi”, una task force di esperti per un un programma sperimentale a cui sono destinati 2 milioni di euro dal 2020 al 2022.

Aree protette e siti Unesco

I caschi verdi saranno di supporto nelle aree protette e nei siti italiani riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità: stileranno piani di gestione, programmeranno attività di salvaguardia e valorizzazione, ma anche di comunicazione ed educazione ambientale.

«I 22 esperti – ha fatto sapere Costa – provengono dall’Ispra, ma stiamo interpellando le università, il Cnr, il Cufa”. Alla task force potranno prendere parte anche tutti coloro che «volontariamente, ma in servizio, intendono aderire mettendosi al fianco degli enti gestori per dare loro quel supplemento di esperienza che serve per tutelare al meglio gli scrigni della natura».

L’apertura agli altri enti e Ministeri

L’invito a entrare in squadra è rivolto a una serie di istituzioni pubbliche: alla Commissione Nazionale Italiana Unesco, ai ministeri delle Politiche agricole, dei Beni e delle attività culturali, dell’Istruzione, nonché a Enea, Cnr e Crea.

Una forza per «la pace ambientale»

La squadra potrebbe, nel caso ce ne fosse bisogno, essere anche di supporto «a tutti quei Paesi, soprattutto quelli più in difficoltà – dall’Africa Centrale, della fascia subsahariana del Sahel, alle piccole isole del Pacifico e alcuni Paesi asiatici, che già ce li hanno chiesti. Noi pagheremo tutte le spese perché l’intento è di salvaguardare la natura, in Italia e nel mondo. Siamo i primi al mondo a farlo».

La mission del team sarà «la pace ambientale». Un obiettivo complesso per assicurare il quale serve una squadra variegata. «Esperti di varie materie, dall’ingegnere ambientale al biologo e il naturalista. Ma anche il laureato in lettere che conosce dell’Unesco particolari condizioni che si integrano con la natura. E l’architetto del paesaggio, che insieme lavorino in squadra per poter presentare un piano di gestione di una tutela nuova degli scrigni della natura. È una cosa mai fatta al mondo. Io sono andato personalmente a negoziarlo dalla direttrice generale dell’Unesco a Parigi che è rimasta molto colpita da questa idea».

A cosa si lavora

L’idea diventerà a breve legge. Sono già stati avviati i primi sette progetti, in quattro Riserve Mab (Tepilora, Rio Posada e Montalbo; Cilento, Vallo di Diano, Alburni; Sila; Collina Po), due Patrimoni Unesco (Etna; Sito di Elea Velia; Parco Nazionale Cilento, Vallo di Diano e Alburni) e un Geoparco (Adamello Brenta).

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Attenzione: non tutte le bioplastiche sono uguali

Lun, 02/03/2020 - 07:00

Le usiamo per oggetti quotidiani, imballaggi e strumenti sanitari e sempre più spesso ce ne disfiamo dopo pochi minuti di utilizzo producendo rifiuti che durano decine di anni se non secoli, persistendo nell’ambiente anche quando non sono più visibili a occhio nudo, come testimonia l’allarme sulle microplastiche che sono entrate anche nella catena alimentare umana.

Con questo presupposto è evidente come da alcuni anni si stiano cercando alternative nella creazione di polimeri degradabili naturalmente nell’ambiente che al contempo non siano d’origine fossile: si tenga conto, infatti, che il settore delle plastiche utilizza ogni anno il 4% dei consumi complessivi di petrolio. Però prima di addentrarci nel mondo delle plastiche bio è necessario descrivere in che scenario ci muoviamo, perché “grande è la confusione sotto il cielo” e “la situazione, quindi, non è eccellente”, potremmo dire parafrasando Confucio.

Bioplastica ignota

La bioplastica, secondo l’European Bioplastic, l’associazione dei produttori europei di bioplastiche, può essere: a base biologica o fossile, ed essere o non essere biodegradabile.

Queste plastiche, pertanto, possono derivare anche parzialmente da biomasse e non essere biodegradabili; da fonti fossili ed essere biodegradabili; oppure derivare da biomasse ed essere biodegradabili.

Le uniche escluse quindi sono quelle che oggi vanno per la maggiore e che sono anche le più diffuse: quelle d’origine fossile non biodegradabili. E una puntualizzazione arriva da Assobioplastiche, l’associazione dei produttori e utilizzatori di bioplastiche italiane, che indica come non vengano inserite tra le bioplastiche quelle d’origine vegetale che non siano biodegradabili e compostabili. Già, perché tutto ciò che non sia biodegradabile, anche se di origine vegetale, può creare enormi problemi nel riciclo della frazione organica dei rifiuti solidi urbani e compromettere la creazione di compost di qualità per l’agricoltura.

Facciamo una comparazione concreta (e anche un po’tecnica). Il biopolietilene, per esempio si ottiene dal monomero di etilene prodotto dalla canna da zucchero – un brevetto italiano consente di estrarre etilene anche dalla canna comune coltivabile su terreni poco produttivi e non utilizzati per il cibo – e attraverso una serie di processi chimici diventa identico al polietilene d’origine fossile, e quindi non è biodegradabile. Discorso diverso per l’acido polilattico, chiamato anche PLA, ottenuto dall’amido di mais, dal quale si ricava destrosio che attraverso la fermentazione diviene acido lattico; questo si trasforma a sua volta in dilattide che attraverso un processo di polimerizzazione diventa alla fine un poliestere, mantenendo la biodegradabilità iniziale dell’amido di mais. Questi due esempi offrono un importante spunto di riflessione: l’essere o non biodegradabile dipende dalla struttura molecolare del prodotto finale e non dalla provenienza delle materie prime impiegate per la produzione delle bioplastiche.

Bioplastica per il clima

Definizioni a parte, dalla nostra discussione escluderemo anche quelle plastiche di derivazione fossili ma biodegradabili per questioni climatiche. Lo smaltimento di queste plastiche anche in maniera “bio”, infatti, immette nell’atmosfera CO2 che avrebbe dovuto restare sotto terra per non contribuire ai cambiamenti climatici. Oltre a ciò bisogna dire che i polimeri d’origine fossili e quelli provenienti dai vegetali possono essere spesso miscelati in proporzioni diverse. Cosa quest’ultima che aumenta le possibilità di combinazioni. Le bioplastiche che hanno il più alto grado di sostenibilità quindi sono, per esempio, il Pla, Pha, Phb, e quelle a base di amido, che sono anche biodegradabili e presentano quindi un alto valore di Lca (Life cicle assestement); a patto, e qui ancora le cose si complicano, che nella produzione, nel trasporto, nell’utilizzo e nello smaltimento si utilizzi energia rinnovabile. Nel caso dell’Italia se utilizziamo elettricità dalla rete per produrre la bioplastica dovremmo calcolare che solo il 34% circa dell’energia elettrica prodotta nel Bel Paese è di origine rinnovabile, mentre la restante emette CO2.

Bioplastica da batteri

Del Pla, il cui processo di produzione abbiamo già descritto, si fa fermentare il destrosio grazie a un batterio come il Lactobacillus o il Bacillus coagulans; tuttavia bisogna fare attenzione perché il prodotto finale non è biodegradabile a meno che sia sottoposto a idrolisi con determinate caratteristiche e allora, se rilasciato nell’ambiente, si biodegrada in un tempo compreso tra i 1 e 4 anni. Ma sia chiaro: questa non deve essere una scusa per abbandonare in giro imballaggi fatti in Pla.

Per un’altra bioplastica, il Pha, si mettono al lavoro i batteri. Attraverso una colonia batterica nutrita in maniera adeguata affinché si possa sviluppare si ottiene una buona quantità di biomassa, dopodiché si cambia dieta ai batteri per far loro sintetizzare direttamente il Pha. Certo, il processo è crudele visto che per estrarre i granuli di Pha alla fine bisogna distruggere le cellule dei batteri. Ma diciamo che si sacrificano per una buona causa. Il Pha, infatti, si può lavorare nei processi delle plastiche convenzionali, per cui c’è una sovrapposizione della filiera produttiva a valle della creazione della materia prima; inoltre può avere proprietà differenti, cosa che lo rende flessibile nell’utilizzo. Oltre a ciò il Pha è stabile ai raggi ultravioletti e possiede una bassa permeabilità all’acqua. Anche il Phb, un’altra bioplastica, è prodotta grazie ai batteri.

Bioplastica italiana

La bella notizia è che l’Italia – se non perde anche questo primato come nel caso del fotovoltaico – è tra i primi attori al mondo nel settore delle bioplastiche. La produzione del Mater-Bi di Novamont, che non è un’unica plastica, è infatti partita nel 1990 nello stabilimento di Terni con un produzione esigua di materiale pari a 4.000 tonnellate/anno. Si tratta di famiglia di bioplastiche biodegradabili basate sull’amido di mais che negli anni è stata perfezionata e arricchita per gli utilizzi più diversi fino ad arrivare al bicchierino per il caffè ImBio. E se vi sembra semplice fare un bicchierino per caffè biodegradabile avete un’idea sbagliata. Un prodotto di questo tipo, per essere competitivo sul fronte dell’utilizzo con quelli da fonti fossili, deve essere adatto all’uso alimentare, resistere all’umidità dell’aria per essere conservato in perfetta efficienza al momento dell’erogazione delle bevande calde nel distributore automatico, deve resistere per almeno due ore al contatto con i liquidi e a una temperatura di circa 70°C.

Insomma, si fa presto a dire bioplastica, ma non altrettanto a realizzarla e tantomeno a inserirla sul mercato.

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Coronavirus cinese: tre ricercatrici italiane isolano il virus, prime in Europa

Dom, 02/02/2020 - 19:13

Sta facendo il giro del mondo la notizia che tre scienziate italiane, Maria Rosaria Capobianchi, Concetta Castilletti e Francesca Colavita dell’INMI (Istituto Nazionale per le Malattie Infettive) Lazzaro Spallanzani hanno isolato il coronavirus cinese: l’annuncio è stato dato dal ministro della Salute, Roberto Speranza e del direttore dell’Istituto, Giuseppe Ippolito.

Si tratta, si legge sulla pagina Twitter dell’INMI, di un importante passo avanti che consentirà di accelerare la ricerca sul coronavirus. E simili sono le parole del Ministro, che nella conferenza stampa indetta nel pomeriggio di oggi, 2 febbraio, ha che aver isolato il virus “significa avere molte opportunità di poterlo studiare, capire e verificare meglio cosa si può fare per bloccare la diffusione. Sarà messo a disposizione di tutta la comunità internazionale. Ora sarà più facile trattarlo”.

Affermazione, quest’ultima, importante, dal momento che sembra che i dati di sequenza del virus, già individuati dai cinesi, non siano stati divulgati fuori dalla Cina.

Chi sono le 3 ricercatrici

Sicilia, Campania e Molise: sono le tre regioni “patria” delle scienziate che lavorano allo Spallanzani. Vantano curriculum di tutto rispetto: la biologa Capobianchi, specializzata in microbiologia, è la direttrice del laboratorio di virologia, la dottoressa Castilletti è la responsabile dell’unità “virus emergenti” – e proprio per questo suo ruolo ha vissuto in Africa per studiare il virus dell’Ebola, accompagnata in questo dalla giovanissima (30 anni) biologa Colavita. Che – paradosso italiano – è ancora precaria…

Dunque tre donne, e come ha affermato il Ministro Speranza: «È bello che lo siano»

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Immagine di Copertina: pagina Facebook di Salute Lazio

Come ti cambio l’elettrone

Dom, 02/02/2020 - 13:00

Saranno il futuro dell’energia. Con ogni probabilità un futuro imprevisto, esattamente come negli anni Ottanta non si riuscì a prevedere il futuro delle telefonia. In quegli anni, infatti, si investirono somme ingenti sulla videotelefonia, mentre il successo, invece, arrivò per l’umile Sms, inventato quasi per caso e diffuso dalla telefonia mobile. E per l’energia potrebbe essere lo stesso. Stanno arrivando ai blocchi di partenza, grazie ad alcune direttive europee, due figure inedite nel panorama energetico italiano: i prosumer e le comunità energetiche. Vediamole.

Elettroni biunivoci

Il prosumer è una figura ibrida – come indicato dal termine che unisce produttore e consumatore -in grado di produrre energia oltre che di consumarla. Fino all’autosufficienza.

Sembra semplice, in fondo è la logica dell’orto o meglio della fattoria dei secoli scorsi, dove la coltivazione produceva sia cibo per l’autoconsumo sia reddito. Ma per il mondo dell’energia l’arrivo di singoli individui in grado di fare questo è una rivoluzione copernicana. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, infatti, con la crescita dei consumi energetici e l’affermarsi delle fonti fossili e del nucleare, la produzione energetica – specialmente quella elettrica – fu sottratta anche alle grandi imprese private che all’epoca producevano energia.

Emblematico fu il caso della Sip, il cui acronimo significava Società Idroelettrica Piemontese, che, dopo la nazionalizzazione del 1963, reimpiegò i capitali frutto della cessione forzosa degli impianti energetici nelle telecomunicazioni. È stato verso la fine degli anni ’90 del secolo scorso che, grazie alla liberalizzazione del mercato energetico, si sono abbattute le barriere che in Italia impedivano lo sviluppo della figura del prosumer. E delle comunità energetiche. Ma è stato un cammino lungo.

Bisogna arrivare al 2005, con il primo Conto Energia, per vedere i primi casi di prosumer. Si trattava di famiglie che, grazie agli incentivi, potevano mettere sul tetto di casa in media 3 kWp di -allora costosissimi – pannelli solari, con i quali produrre elettricità da consumare in proprio o da cedere alla rete. Si è trattato di un cammino lento. A oggi gli impianti fotovoltaici appartenenti a famiglie e piccole medie imprese – compresi tra i 3 e i 20 kWp – sono (dati Gse) 526mila su un totale di oltre venti milioni di utenze elettriche. Per cui il 2,8% delle utenze oggi sono prosumer, un dato destinato a salire in poco tempo.

I fattori scatenati saranno tre

Il primo è rappresentato dalla diminuzione dei costi dei sistemi. Basti pensare che il fotovoltaico domestico è diminuito di prezzo per un buon 70% dai primi conti energia.

Il secondo è la maggiore flessibilità tecnologica. I sistemi di accumulo, le batterie, stanno diminuendo di prezzo diventando al tempo stesso sempre più efficienti: questo consente l’utilizzo della propria produzione energetica da fotovoltaico anche di notte, mentre la sparizione degli incentivi in conto energia rende più conveniente il consumo rispetto alla cessione alla rete.

A tutto ciò bisogna aggiungere sia il fatto che il 50% dei costi d’installazione sono detraibili dai redditi – vi è cioè un risparmio fiscale – sia il fatto che a breve arriverà la possibilità di cedere l’elettricità prodotta in eccedenza a qualsiasi altro soggetto – come un vicino di casa che la usa per caricare la propria auto elettrica – senza troppe, si spera, complicazioni burocratiche.

Insomma produrre, consumare e cedere elettricità da un proprio sistema a fonti rinnovabili diventerà un risparmio, un’integrazione al reddito e un’occasione per fare del bene al clima.

Elettrone di comunità

La seconda grande novità è quella delle comunità energetiche. Una forma di associazione tra cittadini che si sta sviluppando in Europa e che in Italia, fino al recepimento delle direttive europee, è vietata. Lo sviluppo di questa forma di aggregazione, infatti, fu inibita con la nazionalizzazione dell’elettricità, a eccezione di rari casi di comunità isolate dell’arco alpino dove nel 1963 era troppo costoso portare la rete elettrica. Con il risultato che, dove funzionano le reti e la produzione energetica in comune, i cittadini risparmiano oltre il 30% sulla bolletta e sono al riparo da black out nazionali. Durante il black out del 2003, infatti, gli unici punti luce di un Paese al buio erano quelli delle poche comunità energetiche dell’arco alpino e di Ischia, che ha una rete autonoma.

La comunità energetica rappresenterà una novità anche sul fronte degli investimenti per le famiglie, visto che consentirà ai cittadini di mettersi assieme per impiegare somme su investimenti etici che avranno un rendimento di sicuro maggiore dei titoli di Stato. E la figura di colui che investe in maniera collettiva sulle rinnovabili potrebbe essere quella del prosumer.

Per esempio chi non possiede un tetto o un terreno dove installare il fotovoltaico può essere interessato a produrre e a consumare l’elettricità prodotta da un impianto fotovoltaico al quale partecipa. Oppure una famiglia che l’impianto lo possiede può essere interessata a partecipare a un gruppo d’acquisto di elettricità verde per spuntare un prezzo migliore su quella in ingresso. Per non parlare delle potenzialità che questa logica ha sul fronte delle piccole e medie imprese che possono consorziarsi tra di loro, oppure con i cittadini del territorio. Un solo esempio: le abitazioni, vuote e a basso consumo durante il giorno, possono fornire elettricità a un’azienda che a sua volta, magari con il proprio impianto sul capannone, alimenterà sempre le stesse case, durate il week end, quando la produzione è ferma e i cittadini invece sono in casa.

Si tratta di simbiosi energetiche alle quali può porre limite solo la fantasia e alle quali l’Unione europea con le direttive e il nuovo mercato elettrico sta iniziando a fornire gli strumenti legislativi, fondamentali, che però da soli non bastano.

Elettrone tecnologico

I nuovi approcci verso l’energia non sono possibili senza una robusta iniezione di tecnologie. Ogni singolo elettrone, infatti, in questo scenario deve essere identificato e tracciato, perché nemmeno uno può andare perso e devono essere tutti identificabili.

E su questo fronte in Italia abbiamo una delle migliori reti del mondo. Il gestore della rete elettrica Terna, infatti, gestisce con successo oltre 800mila impianti energetici a fonti rinnovabili che sono per definizione intermittenti. Per non parlare della digitalizzazione dei contatori elettrici che è ormai alla seconda generazione e riguarda il 100% degli impianti.

Ma non basta. Se da un lato c’è una massiccia digitalizzazione del monitoraggio dei consumi “lato produzione”, sul fronte degli strumenti digitali di gestione verso il cittadino c’è ancora molto da fare. Si tratta di un problema solo in parte tecnologico e parecchio sociale/cognitivo.

Le tecnologie sul fronte della gestione informatica ci sono e con l’arrivo delle blockchain per l’energia avremo anche un’ottima solidità sul fronte della sicurezza e della fiducia, dal momento che i dati dei nostri elettroni saranno incastonati in un registro informatico non modificabile.

Diciamo piuttosto che le carenze più vistose si trovano sotto il profilo della comunicazione /informazione energetica dei cittadini. L’89% delle persone, secondo un’indagine realizzata da Facile.it su un campione di 225mila cittadini interessati a cambiare gestore, non conosce i propri consumi energetici. Si tratta di un test che potete fare con gli amici a cena: chiedete loro di dirvi il costo di un kWh o di un metro cubo di gas, e poi fate la stessa domanda relativamente alle tariffe e alla spesa per la telefonia. Vi renderete subito conto della differenza. E non è certo un caso: per anni, all’interno della logica energetica dominante, si è favorita l’ignoranza energetica e per verificare basta che prendiate la vostra bolletta elettrica e tentiate di decifrarla. Con ogni probabilità capireste meglio la stele di Rosetta! Questa situazione rappresenta uno dei più grandi ostacoli per la diffusione dei prosumer e delle comunità energetiche. Perché senza il massimo di consapevolezza energetica sarà difficile che le persone prendano in mano la propria energia.

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Avete mai sentito parlare dell’Osteria ai Pioppi di Bruno Ferrin

Dom, 02/02/2020 - 07:00

Bruno Ferrin faceva il venditore di farine e lieviti per il pane.
Lavorava di mattina e il pomeriggio era libero (i fornai dormono il pomeriggio). Così decide di comprare un bosco di pioppi e aprire una piccola osteria. Per far giocare i bambini degli avventori decide di costruire una piccola altalena, poi un altro gioco e ancora oggi non si ferma.
Il suo parco giochi è un posto magico. E si trova in provincia di Treviso.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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