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Aggiornato: 29 min 8 sec fa

Cancro: nuova analisi del sangue scova oltre 20 tipi di tumore

Gio, 10/03/2019 - 15:26

È ancora in fase di sviluppo, ma un nuovo esame del sangue è in grado di individuare diversi tipi di tumore con un alto grado di precisione. A metterlo a punto un gruppo di ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute di Boston (Stati Uniti), secondo cui l’innovativo test potrebbe quindi essere utilizzato per la diagnosi precoce di alcune neoplasie.

Gruppi metilici e metilazione

Il nuovo test – che è stato presentato nel corso di Esmo 2019, il Congresso della Società europea di oncologia medica, a Barcellona (Spagna) – è in grado di rilevare il DNA che le cellule tumorali riversano nel flusso sanguigno quando muoiono. Contrariamente alle biopsie liquide che rilevano mutazioni genetiche o altre alterazioni del DNA connesse al cancro, questa tecnologia si concentra su specifiche modifiche al DNA note come gruppi metilici, ovvero unità chimiche che, attraverso un processo chiamato metilazione, sono in grado di controllare quali geni sono “accesi” e quali “spenti“. Come spiegano gli esperti, in molti casi un andamento anomalo del processo di metilazione è più indicativo della presenza di un tumore rispetto alle mutazioni genetiche.

Test di alta precisione

Nello studio i ricercatori hanno analizzato quasi 3600 campioni di sangue (3583 per l’esattezza, di cui 1530 di pazienti con diagnosi di cancro e 2053 di persone senza tumore). I campioni comprendevano oltre 20 tipi di tumore (tra cui quello alla mammella, al colon retto, all’esofago, alla cistifellea, allo stomaco, al polmone, al pancreas e all’ovaio). Dall’analisi dei dati è emerso che la specificità complessiva del test era del 99,4% e che quindi solo lo 0,6% dei risultati indicava erroneamente la presenza di una neoplasia. Il test è stato inoltre in grado di identificare correttamente anche il tessuto di  origine del cancro: in particolare, per il 97% dei campioni di sangue da cui è stato possibile individuare il tessuto di origine, il test ha identificato correttamente l’organo o il tessuto di origine nell’89% dei casi.

Nuova strada per diagnosi precoci

L’autore principale dello studio Geoffrey Oxnard precisa che un precedente lavoro condotto dal suo gruppo di ricerca aveva già dimostrato che per rilevare diverse forme di cancro a partire dall’analisi di campioni di sangue, i test basati sulla metilazione superano gli approcci tradizionali di sequenziamento del DNA.

I risultati del nuovo studio dimostrano ora che questo nuovo test «rappresenta un modo fattibile di effettuare screening per l’individuazione precoce delle neoplasie. Individuare con anticipo anche una piccola percentuale di tumori comuni potrebbe significare per molti pazienti ricevere un trattamento più efficace», spiega Oxnard. Risultato che si potrebbe ottenere «se questo test venisse utilizzato su larga scala».

India vieta sacrifici animali nei templi

Gio, 10/03/2019 - 15:00

L’Alta Corte di Agartala, la capitale indiana del Tripura, ha vietato ogni tipo di di sacrificio di animali nei templi induisti.
Anche se le antiche scritture indù la proibiscono, questa pratica è molto seguita nei templi di tutto il paese: ogni anno migliaia di piccoli animali vengono sacrificati in tutta l’India durante le più importanti celebrazioni.

Il Tripura, che si trova nel nord est del paese, ed è il più piccolo stato indiano, con appena 3 milioni e mezzo di abitanti, è il primo stato ad applicare la decisione filo animalista, sostenuta da Subhash Bhattacharjee, un ex magistrato. Il divieto, tuttavia è già stato molto contestato da gruppi di induisti fedeli alle tradizioni.

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3 ottobre 2013: ricordiamo la strage senza precedenti nel Canale di Sicilia

Gio, 10/03/2019 - 11:34
 (Fonte: TG2000)

Dalla stampa nazionale:

All’alba di quel giorno, il 3 ottobre del 2013, la strage di Lampedusa non era ancora una strage. Un barcone libico carico di migranti era affondato nel Canale di Sicilia. Eppure, all’alba di quel giorno, sembrava ancora qualcosa che il mondo aveva già visto.

Via via che i corpi senza vita, imbustati in anonimi sacchi di plastica, si accumulavano sul molo Favaloro, la situazione però diventava sempre più chiara: Lampedusa, l’Italia, l’Unione europea, il mondo, tutti erano davanti a una strage senza precedenti. Una delle peggiori mai accadute nel Mediterraneo dall’inizio dell’epoca contemporanea.

I cadaveri erano già un centinaio sulla banchina, quando uno dei primi sommozzatori che si era immerso nel luogo del naufragio, al suo ritorno sulla terraferma, tra le lacrime, disse: “Sono centinaia là sotto, sono intrappolati nel barcone. Non so come riusciremo a tirarli fuori”. Il barcone intanto era colato a picco.

I corpi delle vittime ritrovati in mare furono 368, di cui 41 erano bambini. Solo 155 persone si salvarono. Venti sono rimasti dispersi. Continua a leggere (TPI.IT di Maria Teresa Camarda)

Fonti ufficiali del Ministero degli Interni riportano i seguenti dati a proposito dei migranti sbarcati in Italia: 85.207 sbarchi nel 2017, 16.935 nel 2018, e 3.073 nel 2019. A scanso di equivoci, al di là delle strumentalizzazioni politiche e della distanza, legittima, tra la realtà dei fatti e la percezione dei cittadini, il calo degli sbarchi in Italia è incontestabile. In particolare a Lampedusa, si è passati dagli 11000 del 2017 ai 3900 del 2018 ma oggi, a inizio estate, nel 2019 sono già 1084, segno evidente che “i porti chiusi” pubblicizzati dall’attuale governo non sono affatto chiusi.

(…) Persone che sbarcano senza che si sappia chi sono, cosa portano con sé e dove sono dirette, perché i riflettori sono tutti puntati sulle Ong, responsabili di trarre in salvo e accompagnare soltanto il 10% dei migranti che giungono in Italia. Il 90% di loro rimane in mano ai trafficanti, a quelli veri, che come giustamente fa notare il giornalista Antonello Caporale durante la trasmissione di L’aria che tira su La7, non vengono arrestati. E aggiunge: “I confini dell’Italia sono i confini europei. Un governo e una missione europea e militare debba sorvegliare e servire a provare una linea di investimento politico, economico e organizzativo con gli hotspot che si devono fare nel Sud Sudan e in Nigeria. È come se non esistessero. Adesso che la prossima emergenza sarà quella dei migranti climatici, che facciamo?”. Continua a leggere (Fonte: PEOPLE FOR PLANET di Stela Xhunga)

L’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) tenta di registrare il numero di morti sulle varie rotte migratorie di tutto il mondo tramite un progetto denominato Missing Migrants Project. E l’ultimo rapporto ha indicato 17.919 persone morte o scomparse nel Mediterraneo. I ricercatori spiegano poi che dal 2014 non sono stati mai recuperati i corpi di quasi 12mila migranti.

Le stime risultano particolarmente complesse perché le uniche informazioni disponibili spesso provengono dai soli sopravvissuti e i numeri sulla mortalità possono variare o essere difficili da verificare.

(…) Per quanto riguarda il 2019, in questi giorni l’organizzazione ha indicato che quasi 1000 persone sono morte nel tentativo di arrivare nel Vecchio Continente via mare e che il numero delle morti raggiungerà quota 1000 per sei anni consecutivi. La cifra elevata sarebbe dovuta, viene spiegato, “in parte all’atteggiamento duro e alla totale ostilità nei confronti dei migranti che fuggono dalla violenza e dalla povertà”. “Questa carneficina in mare ci fa soffrire tutti. È una vergogna per tutti”, è stato commentato. Continua a leggere (Fonte: TPI.IT di Donato De Sena)        

Binge drinking: ubriacarsi alla velocità della luce fa male

Gio, 10/03/2019 - 10:40

Sebbene tra i ragazzi sia in diminuzione il consumo giornaliero di alcol, l’assunzione di bevande alcoliche fuori dai pasti risulta in crescita e sale la percentuale di giovani che beve alcol in modo smodato fino a ubriacarsi, fenomeno noto come binge drinking.

Diminuisce il consumo giornaliero di alcol, ma aumenta quello fuori dai pasti e il ricorso al binge drinking, pratica pericolosa per la salute che consiste nell’assunzione di dosi elevate di alcolici in un breve lasso di tempo finalizzata al rapido raggiungimento dell’ubriachezza. Il tema “alcol e giovani” nel nostro Paese può attualmente essere visto come una medaglia con due facce molto diverse tra loro che, se da un lato mostra un dato positivo grazie alla diminuzione del consumo giornaliero di bevande alcoliche, dall’altro mette invece in risalto due dati negativi: l’aumento dell’ingestione di alcol al di fuori dei pasti e la crescita del fenomeno del binge drinking, l’ubriacatura veloce. I dati arrivano dal Report 2016 sul Consumo di alcol in Italia dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica.

Giovani e adolescenti: eccessi frequenti

In particolare, dal Report emerge che il consumo di alcolici tra gli adolescenti – sia quello giornaliero (peraltro molto contenuto), sia quello occasionale (seppure con un andamento oscillante negli ultimi anni) – è diminuito sensibilmente, passando dal 29% al 20,4%, sebbene nel consumo di alcol le fasce d’età a eccedere più frequentemente sia proprio quella degli adolescenti di 11-17 anni (22,9% maschi e 17,9% femmine) seguita da quella dei giovani di 18-24 anni (22,8% maschi e 12,2% femmine), preceduta solo dagli ultrasessantacinquenni (36,2% uomini e 8,3% donne).

Alcolici fuori pasto: consumo massimo intorno ai 29 anni

L’abitudine di assumere bevande alcoliche fuori pasto frequentemente (ovvero almeno una volta a settimana) riguarda soprattutto i giovani di 18-34 anni, con un’incidenza fra i ragazzi più che doppia rispetto alle ragazze. In particolare considerando l’andamento per età, la quota di consumo almeno settimanale di alcol fuori pasto sale fino al raggiungimento della fascia di età 25-29 anni, per poi scendere progressivamente nelle classi di età immediatamente successive.

Il binge drinking

Secondo i nuovi Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti (LARN), si parla di binge drinking quando si assumono oltre 6 unità alcoliche (UA) in un’unica occasione. Una unità alcolica corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, che sono contenuti in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino a media gradazione, in una lattina o bottiglia di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. La popolazione giovane di 18-24 anni, rileva l’Istat, è quella più a rischio per il binge drinking, frequente soprattutto durante momenti di socializzazione, come dichiara il 17% dei ragazzi (21,8% dei maschi e 11,7% delle femmine), e in particolare tra i 16 e 17 anni questa pratica raggiunge livelli superiori a quelli medi della popolazione.

Il luoghi del binge drinking

Il Rapporto 2016 dell’Istat ha anche indagato quali sono i luoghi in cui più spesso i giovani si lasciano andare al binge drinking: per adolescenti e giovani fino a 24 anni i posti preferiti risultano essere le discoteche e, in generale, i locali “night”, mentre le persone un po’ più grandi (24-44 anni) mostrano di preferire i bar, i pub o le birrerie. Per quanto riguarda il luogo in cui è avvenuto più frequentemente l’ultimo episodio di binge drinking, nell’ordine si trovano: casa di amici o parenti (39,3%); bar, pub o birreria (29,4%); ristorante, pizzeria, osteria (27,5%); casa propria (25,1%); discoteca/night (13,0%); all’aperto o in strada (5,3%) e altri luoghi (2,7%), come ad esempio posti di degustazione o vinoforum .

Chi va in discoteca consuma più alcol

Alcuni comportamenti non moderati nel consumo di alcolici risultano più diffusi tra chi frequenta abitualmente (più di 12 volte nell’anno) discoteche e luoghi in cui si balla. “Pur non potendo affermare che il consumo di bevande alcoliche avviene necessariamente nel momento in cui ci si trova in discoteca o in altri luoghi in cui si balla – si legge nel Rapporto Istat – si osserva che alla frequentazione assidua di questi luoghi nel tempo libero (12 o più volte all’anno) si associa un’abitudine maggiore al bere in modo non moderato”. E il fenomeno riguarda soprattutto i giovani e gli adulti fino a 44 anni. In particolare, poi, “tra i giovani di 18-24 anni di sesso maschile che vanno abitualmente in discoteca, il 38,4% ha l’abitudine al binge drinking (contro il 10% di quelli che non ci vanno) e il 24,4% delle donne (contro il 3,2%). Anche la quota dei giovanissimi di 11-17 anni con l’abitudine al binge drinking (3,5%) sale tra chi frequenta le discoteche e raggiunge il 18,9% tra chi le frequenta maggiormente”.

Le bevande alcoliche preferite

Tra gli adolescenti di 11-17 anni e i giovani (fino a 44 anni) ai primi posti si trovano birra e aperitivi, amari e superalcolici, e all’ultimo posto il vino. Ma sono forti le differenze di genere: gli uomini scelgono soprattutto la birra, le giovani fino a 24 anni invece aperitivi, amari e super alcolici.

L’esempio dei genitori conta

Il consumo non moderato di alcol dei genitori influenza il comportamento dei figli: ha infatti abitudini alcoliche non moderate il 30,5% degli 11- 24enni che vivono in famiglie dove almeno un genitore ha un consumo di alcol eccedente, mentre la percentuale scende al 16,2% tra i giovani con genitori che non bevono o bevono in maniera moderata.

Indispensabili monitoraggio e prevenzione

Nonostante alcuni segnali positivi come la diminuzione del consumo giornaliero di alcol tra i giovani, “si osservano ormai da tempo modalità di consumo rischiose per la salute che vanno monitorate – si legge nel documento elaborato dall’istituto superiore di sanità in base ai dati Istat in occasione dell’Alcohol prevention day 2017. “L’attenzione va posta specialmente su consumo di alcol in età precoce, consumo occasionale e al di fuori dai pasti e consumo quotidiano non moderato e binge drinking”. Tra le strategie che dovranno essere poste in atto nel futuro per ridurre il consumo di alcolici, conclude il documento, “è necessario monitorare il comportamento di gruppi specifici di popolazione più a rischio, come i giovani”, e “informarli ed educarli a un consumo moderato non legato alle mode, superando l’ignoranza e i falsi miti legati alla socializzazione e al successo. Senza dimenticare di puntare sulla prevenzione a partire dalla famiglia, “perché molti comportamenti scorretti vengono appresi anche tra le mura domestiche”.

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

Leggi anche: Alcol e giovani, gli esperti avvertono: il binge drinking può portare alla dipendenza

Facebook prepara la svolta: via i «Like» dai post

Gio, 10/03/2019 - 10:00

La scelta, analogamente a quanto fatto già con Instagram, rivela le intenzioni della piattaforma: salvaguardare il benessere degli utenti, liberandoli dall’ossessione dei «Mi piace»

Facebook come Instagram: like nascosti

Prima Instagram e adesso anche Facebook: le due aziende, che fanno capo a Mark Zuckerberg, infatti, stanno entrambe testando uno strumento che nasconde il numero dei like ricevuti. Da venerdì 27 settembre, anche la piattaforma più anziana ha scelto questa via, ma per il momento solo in Australia. Questo il commento di un portavoce a TechCrunch: «Like, reazioni, visualizzazioni dei video saranno rese private. Durante questa fase raccoglieremo dei feedback per capire se questi cambiamenti possano rendere migliore l’esperienza degli utenti».

Se questo strumento, infatti, consentisse un maggior benessere agli utilizzatori australiani della piattaforma, senza compromettere le loro interazioni, Facebook potrebbe valutare l’espansione del test in altri Paesi. La scelta del social network nello specifico impedisce, a chi naviga nella home page, di vedere quanti mi piace abbia ricevuto un post, anche se in realtà, come rivelato da TechCrunch, un utente potrebbe cliccare all’interno del contenuto postato e vedere comunque chi abbia lasciato un like o una reazione.

In caso di post popolare, sarebbe difficile contarli tutti, ma diversamente sarebbe semplice individuare chi abbia interagito con quanto è stato postato. Il proprietario del profilo, invece, continuerebbe a visualizzare le informazioni e il conteggio come se nulla fosse cambiato.

Continua a leggere su CORRIERE.IT di di Davide Urietti

Piante e habitat in pericolo di estinzione (Infografica)

Gio, 10/03/2019 - 08:01

Negli ultimi 250 anni si sono estinte 571 specie di piante, il doppio delle specie animali scomparse. Un problema che riguarda anche l’Italia, patrimonio di specie che non si trovano in nessuna altra parte del mondo.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Fare gli attori in teatro: intervista a Mario Pirovano

Gio, 10/03/2019 - 07:05

Gli inizi, Dario Fo e Franca Rame, fino a oggi, dove in occasione del 50.mo di Mistero Buffo, Mario Pirovano debutterà al Piccolo Teatro Grassi di Milano, dall’8 al 20 ottobre.

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Leggi anche:
Il teatro e la lotta

L’autoironia di Greta Thunberg: condivide la parodia death metal del suo discorso all’Onu

Mer, 10/02/2019 - 19:00

“Ho chiuso con questa storia del clima, d’ora in avanti farò solo death metal”. Ci scherza su Greta Thunberg, condividendo una parodia virale sul web: il suo recente discorso tenuto all’Onu, segnato da lacrime di rabbia, trasformato in un pezzo death metal svedese. Il video è opera dello YouTuber John Mollusk

Fonte REPUBBLICA.IT

Fonte immagine: EURONEWS

Il modo migliore per arrivare al Convegno Pillole di Ecofuturo? In Sharengo!

Mer, 10/02/2019 - 16:00

Sulle strade delle nostre città si sta sempre più affermando la sharing mobility,  modalità innovativa che consente di spostarsi da un luogo all’altro condividendo con altri utenti mezzi, spazi e percorsi per muoversi in modo più efficiente, rapido e rispettoso dell’ambiente. Una generale trasformazione del comportamento degli individui che, progressivamente, tendono a preferire l’accesso temporaneo ai servizi di mobilità piuttosto che utilizzare il proprio mezzo di trasporto, fino a non possederlo affatto. 

Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility promosso dal Ministero dell’Ambiente al 31 dicembre 2018, sono 5,2 milioni solo in Italia gli utenti della sharing mobility,  di cui iscritti ai servizi di carsharing 1 milione e 860 mila. Rispetto a quest’ultimo servizio si registra tra il 2017 e il 2018  un incremento del 37% nei servizi station-based e un più 27% sul flusso libero. A questo link puoi scaricare il 3° Rapporto sulla Sharing Mobility

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Crocefisso sì, crocefisso no?

Mer, 10/02/2019 - 15:00
(Fonte: FANPAGE.IT)

Dalla stampa nazionale:

Sono sgomento di fronte a questo vespaio mediatico. Il tema non è all’ordine del giorno, non è una priorità, neanche lontanamente”. Così il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, torna a parlare del crocifisso nelle aule scolastiche durante un’intervista a Radio Capital. “Io credo in una scuola laica – spiega -. Invece di parlare del fatto che il Ministero sta lavorando per l’edilizia scolastica o che sta aiutando le amministrazioni, si discute di quello che io ho detto sul crocifisso. Questo Paese ha bisogno di un cambio di mentalità“.

Da una parte l’inevitabile presa di posizione della Chiesa e l’alzata di scudi del centrodestra, dall’altra la difesa del ministro Fioramonti e il tentativo di mettere la parola fine alla bufera da parte del Movimento 5 Stelle. Si chiude, tra un mare di polemiche, una giornata segnata dalla questione del crocifisso nelle scuole, sollevata dopi le parole del titolare del Miur che, in un’intervista radiofonica, aveva detto di essere “per una scuola laica”. Continua a leggere (Fonte: ANSA.IT)

(…) I dubbi della Chiesa – Per Pennisi:Quella di Fioramonti non mi sembra una proposta molto popolare. E non credo che l’istruzione possa migliorare togliendo il crocifisso. Per la gente è un simbolo importante”. L’arcivescovo ricorda la sentenza del 2006 del Consiglio di Stato per la quale il crocifisso deve restare in aula. E spiega che per il Consiglio di Stato, “il crocifisso non è soltanto un simbolo religioso ma anche un simbolo della cultura italiana, un valore di una sofferenza portata per amore e che non può creare fastidio a nessuno”.

Sulle stesse posizioni anche Fratelli d’Italia. “Ricordiamo al ministro che, pur rispettando tutte le religioni, qui – ha sottolineato Paola Frassinetti, deputato di Fdi e vicepresidente della commissione Cultura della Camera – siamo in Italia ed è giusto che nelle aule ci sia il Crocifisso. I fedeli di altre religioni devono per prima cosa rispettare i simboli della nostra fede, altrimenti, se ne sono infastiditi, nessuno li obbliga a rimanere qua”. Lapidario il leader leghista Matteo Salvini su Twitter: “Prima l’idea di tassare merendine e bibite, adesso l’idea di togliere i crocifissi dalle aule: ma questo è un ministro o un comico?“. A Salvini la posizione di Pennisi non va giù: “Ma come, signor vescovo, con tutto il rispetto: un ministro della Pubblica istruzione che dice di togliere i crocifissi dalle scuole sbaglia non perché è un errore culturale, perché è un atto di arroganza e ignoranza; lo attacca perché sarebbe fare un favore a Salvini. Ringrazio le tante suore, i tanti preti che mi hanno detto vai avanti, non mollare. Ma ti pare che debba essere io a difendere la fede, i valori? Io sono un peccatore”.

I cattolici dem – E contro l’idea di Fioramonti si schiera anche l’ex ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, oggi nella direzione nazionale Pd: “So bene la fatica che si affronta a inizio anno scolastico in Viale Trastevere. Il ministro, di questi tempi, è sotto pressione: vive, se posso usare questo termine, un piccolo calvario. L’elenco delle urgenze sarebbe troppo lungo.Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT di Paolo Rodari)

La sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo – Nel 2011 sul tema si era espressa con una sentenza definitiva la Corte europea dei diritti dell’uomo, sancendo che il crocefisso poteva restare nelle aule delle scuole pubbliche italiane. La Corte aveva assolto l’Italia dall’accusa di violazione dei diritti umani perché, secondo i giudici, non esistono elementi che provino l’influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso in classe.

La replica dell’Uaar – Le dichiarazioni di Fioramonti sono invece piaciute all’Uaar, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. “È un bel cambio di passo, soprattutto se pensiamo ai rosari cui ci aveva abituato l’ex vicepresidente del Consiglio. Ora speriamo che alle parole seguano i fatti”, ha detto il segretario Roberto Grendene.

“Quella per una scuola pubblica senza simboli religiosi – ha aggiunto Grendene – è una campagna che la nostra associazione porta avanti da decenni, nella convinzione che la presenza del crocifisso costituisca un’inammissibile privilegio per la religione cattolica e soprattutto che le pareti delle aule scolastiche debbano essere interamente dedicate all’istruzione e all’apprendimento, senza condizionamenti. Le dichiarazioni del ministro sono peraltro totalmente in linea con le risultanze di un confronto che abbiamo aperto sui nostri social giusto un anno fa, quando abbiamo chiesto quali immagini, frasi e simboli si vorrebbero vedere esposti al posto del crocifisso sulle pareti delle aule scolastiche: a spuntarla era stata proprio la Costituzione e in particolare l’articolo 34 della nostra carta fondamentale, quello che recita che ‘La scuola è aperta a tutti’. Continua a leggere (Fonte: TODAY.IT )

Foto di Pete Linforth da Pixabay