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Aggiornato: 2 ore 50 min fa

Detergente WC gel fai da te

Dom, 11/08/2020 - 09:00

Come si legge sul canale YouTube Elisa Nicoli: Non ho mai usato l’Anitra WC per pulire il water… ma da quando ho ideato questa ricetta non posso più fare a meno del detergente wc gel! Gli ho anche dato un nome, si chiama papera WC, per ricordare l’omologo che si trova nel supermercato. Questo prodotto è a basso impatto ambientale e autoproducibile con ingredienti reperibili nei negozi di prodotti sfusi, quindi è potenzialmente zero waste!

Fonte: Elisa Nicoli

Cose serve:

  • 444 g acqua demineralizzata;
  • 30 g acido citrico;
  • 5 g gomma xantana;
  • 20 g detersivo per piatti eco-bio;
  • 1 g di oli essenziali antibatterici (es Tea Tree), che corrispondono circa a 50 gocce;
  • Un cucchiaino raso di pigmento colorante, terra o vegetale (come la curcuma).

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Yacouba Sawadogo: l’uomo che ha fermato il deserto

Dom, 11/08/2020 - 07:00

Il “Right Livelihood Award”, è un premio, conosciuto come il Nobel alternativo, viene assegnato a Stoccolma (dove è nato nel 1980 dopo il rifiuto dell’Accademia a creare una categoria Ambiente e Sviluppo) a chi «offre risposte pratiche ed esemplari alle maggiori sfide del nostro tempo».

Nel 2015 è stato assegnato a Gino Strada.
Nelle scorse settimane è stato conferito a Yacouba Sawadogo (o Savadogo) agricoltore del Burkina Faso che aveva già vinto il Farmers Friend 2017.
Yacouba è un bellissimo signore di quasi 80 anni – ma l’età non è precisa perché si basa sui raccolti a cui si ricorda di aver partecipato – che durante una gravissima siccità negli anni ’70 restò nel suo Paese per cercare di trovare una soluzione al disastro, mentre tanti altri abbandonavano campi e villaggi stremati dalla carestia.
Yacouba Sawadogo decise di recuperare i terreni ormai desertici migliorando l’antica tecnica delle fosse Zai.
Iniziò il suo progetto scavando delle buche durante i circa otto mesi della stagione secca, le riempì di foglie, di escrementi animali e di altri concimi che favoriscono non solo la nascita di piante ma anche il riprodursi delle termiti; e queste, a loro volta, scavano piccole gallerie che rendono poroso il terreno e aiutano a trattenere l’acqua durante la stagione delle piogge.
Yacouba costruì anche muretti in pietra sempre per trattenere l’acqua.
Inizialmente gli diedero del pazzo ma lui resistette e continuò caparbiamente il suo lavoro. E funzionò.
Negli anni successivi Yacouba, assistito da un altro agricoltore, Mathieu Ouédraogo, e da 17 figli e 40 nipoti, riuscì a creare a Gourga, suo villaggio natale, una vera e propria foresta di 50 acri, visibile dal satellite. Lì coltiva mais, sorgo e miglio perché, come dichiara lui stesso: “il cibo è indispensabile per l’umanità. Se c’è abbastanza da mangiare e se l’approvvigionamento alimentare è assicurato, allora cresceremo. Ma se non abbiamo abbastanza da mangiare, non saremo in grado di crescere. Quindi, prima di tutto, dobbiamo garantire la sicurezza alimentare”. Indiscutibile.
Il governo gli ha espropriato una parte della foresta, ha tagliato gli alberi e ha costruito case. Però Yacouba non si è arreso. Ha intentato una battaglia legale ma soprattutto non ha mai smesso di far crescere nuove piante.
Il “pazzo” del villaggio è diventato il “saggio” del villaggio e ora grazie a questo premio – che prevede anche un contributo di 290mila euro – l’ “eroe” del villaggio.
Yacouba Sawadogo è protagonista del film documentario The Man Who Stopped the Desert, realizzato dalla 1080 Films nel 2010 e vincitore di 7 premi cinematografici.

Qui il trailer

 

Fonti:
https://www.afrik21.africa/burkina-faso-a-80-ans-yacouba-sawadogo-recoit-le-prix-nobel-alternatif-a-stockholm/
https://www.dw.com/fr/yacouba-sawadogo-lhomme-qui-a-sauv%C3%A9-des-milliers-de-paysans/a-45621224
https://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/24215-yacouba-sawadogo-burkina-faso

 

Trump non ammette la sconfitta| Kamala Harris, prima donna vicepresidente | 6 regioni a rischio lockdown | Scozia: no schiaffi ai figli per legge

Dom, 11/08/2020 - 06:25

Corriere della Sera: Kamala Harris, prima donna vicepresidente: «Ispirazione per ogni ragazzina nera»;

Il Giornale: Il “semaforo” cambia ancora: sei Regioni a rischio lockdown;

Il Manifesto: Il Covid cancella il Natale, piazze nelle mani dei prefetti;

Il Mattino: Cotugno, malati soccorsi nelle auto: «Sono centinaia, tutti con la polmonite»;

Il Messaggero: Basta schiaffi ai figli per legge, da oggi vietato punire fisicamente un bambino in Scozia;

Ilsole24ore: Digital tax per aiutare negozi e Pmi italiane, il Parlamento vuole cambiarla – Google, l’antitrust e l’equilibrio del potere nel digitale;

Il Fatto Quotidiano: Fondazione Open, indagati Renzi, Boschi e Lotti. L’ex premier: “Pm cercano la ribalta mediatica”. Ecco perché l’inchiesta va avanti;

La Repubblica: Joe Biden eletto 46esimo presidente Usa: “Onorato di guidare il nostro grande Paese”. Trump non ammette la sconfitta | Live tv Festa a Washington. Il ritratto di Joe: da senatore negli anni ’70 all’ultima sfida;

Leggo: Coronavirus, ministero dell’Interno: possibile chiudere strade o piazze anche prima delle 21;

Tgcom24: Trump non ammette la sconfitta, assicura un’azione legale e non inviterà Biden alla Casa Bianca | E si rifugia nel… golf | Foto;

Covid-19, Torino mette i letti in chiesa e vuole richiamare gli infermieri positivi

Sab, 11/07/2020 - 19:12

Immagine simbolo quella della chiesa – sebbene si tratti della chiesa di un ospedale – allestita con letti distanziati destinati ad accogliere i malati che non sappiamo più dove mettere. “La situazione degli ospedali è drammatica più o meno in tutta Italia, in alcuni è addirittura tragica”, ha chiarito Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza, alla trasmissione Un giorno da pecora su Rai Radio Uno. “Il sistema va al collasso se non si riescono a curare i pazienti che hanno altre malattie oltre al covid”, ha aggiunto. E questo ormai è un dato di fatto.

In Piemonte mancano posti-letto, non solo nelle terapie intensive, ma anche nei normali reparti. Situazione particolarmente critica a Torino e Novara. Nel capoluogo si sta allestendo un ospedale da campo che a breve sorgerà nel quinto padiglione al Parco del Valentino (funzionerà grazie all’impiego degli specializzandi dalla azienda universitaria Città della Salute). A Novara l’iperafflusso di pazienti covid ha imposto per qualche ora la chiusura del pronto soccorso. Il problema sono in primis i posti letto per la degenza ordinaria e in subordine le terapie intensive.

Negli ospedali i posti letto Covid devono salire, e quindi si utilizzano gli spazi degli ambulatori, le palestre per la fisioterapia, le mense e le sale gessi, e addirittura le sale congressi e le cappelle o le chiese. Ma per animare questi nuovi spazi serve più personale, e qui arriva il dramma: Torino sta pensando di chiedere al governo una deroga per far tornare in servizio gli infermieri positivi asintomatici nei reparti covid.

L’immagine della chiesa occupata dai letti si riferisce all’ospedale San Luigi di Torino, che ha occupato anche la cappella e la sala congressi.

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Spezie: come utilizzarle in cucina (Infografica, seconda parte)

Sab, 11/07/2020 - 16:00

Pepe, peperoncino, fino allo zenzero. Seconda parte del nostro viaggio fra le spezie da utilizzare in cucina.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Clicca qui per vedere la prima parte

Quando noi italiani eravamo i negri

Sab, 11/07/2020 - 15:00

Negli anni 60 nell’Italia settentrionale i meridionali, gli immigrati provenienti dalle regioni del sud Italia, erano considerati inferiori e chiamati terroni. Si raccontavano molte storie sulla loro incapacità di capire le cose più elementari. Ad esempio si diceva che non sapevano cosa fosse il bidé e che lo riempivano di terra e ci coltivavano il basilico. Era comodo perché bastava aprire il rubinetto per dare acqua alle piante.

I meridionali vivevano una condizione simile a quella che avevano vissuto gli emigranti veneti, lombardi e piemontesi andando a vivere negli Stati Uniti.

Ma gli stessi emigranti settentrionali, una volta rientrati in Italia ripagavano dello stesso razzismo, gli italiani che dal sud andavano nella valle del Po’.

All’inizio degli anni ’80 mi trovai in una bar vicino a Perugia, gestito da una coppia che aveva passato 20 anni in Belgio e che ben conosceva il disprezzo diffuso versi gli italiani che arrivati lì “per rubare il lavoro”. Quando entrai c’erano davanti al bancone due neri, ancora rara avanguardia di una massa di diserederati che dall’Africa martoriata da colonialismo e guerre, erano venuti a cercar fortuna in Umbria. La donna mi chiese subito cosa desiderassi bere dando platealmente a me la precedenza sui neri che erano arrivati per primi. Mi misi a discutere con lei su questa mancanza di buona educazione ma sembrava che non vedesse nessuna analogia tra lei, 30 anni prima in Belgio e questi due ragazzi con la pelle nera.

Ognuno rischia di essere il negro di qualcun altro. Ma poi si fa alla svelta a dimenticare.

Chi arriva a cercare lavoro viene facilmente visto come una minaccia. Ed è difficile far notare che i nostri emigranti sono stati una risorsa positiva per tutte le nazioni nelle quali sono andati a lavorare. Certo tra i migranti c’è un’alta percentuale di persone disperate che a volte arrivano a delinquere… Noi italiani abbiamo esportato la mafia… Ma gli aspetti negativi dovuti alla presenza di cattivi soggetti sono certamente controbilanciati abbondantemente dai vantaggi.

Oggi i popoli industrializzate fanno pochi figli e se non ci fosse l’apporto dei giovani immigrati la nostra popolazione sarebbe in calo e questo sarebbe un dato molto negativo anche perché la durata dell’età aumenta e abbiamo un numero crescente di disoccupati. Gli immigrati pagano le pensioni e in alcune nazioni anche l’assistenza sanitaria per gli anziani.

Falso anche che essi rubano il lavoro. In realtà svolgono mansioni che non vengono accettate dai cittadini delle nazioni industrializzate perché di basso livello e bassa retribuzione. Inoltre molti immigrati sono persone istruite, con una grande capacità di iniziativa e passione e ben presto riescono a dar vita ad attività imprenditoriali dando impulso e vitalità al mondo delle imprese. E i dati ci mostrano che questi imprenditori immigrati fanno aumentare il Pil e con  le tasse che pagano contribuiscono a coprire i costi della cosa pubblica ben più di quanto pesino sui bilanci statali.

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Bye Bye Donald!

Sab, 11/07/2020 - 09:59

Joe Biden ce l’ha fatta. C’è voluta una lunga attesa, dovuta allo strano sistema elettorale Usa. Biden ha avuto 4 milioni di voti in più di Trump ma in teoria avrebbe potuto perdere per il sistema del “Collegio elettorale”. 

Link al mio articolo precedente

Era già successo 4 anni fa a Hillary Clinton: 3 milioni di voti in più rispetto a Trump ma sconfitta come numero di delegati al voto per la nomina del Presidente.

E’ un bene per il clima

Trump ha fatto uscire gli Usa dall’Accordo di Parigi per il clima, l’accordo internazionale volto a ridurre l’inquinamento, in nome della priorità dell’economia sull’ambiente.

L’obiettivo centrale dell’accordo di Parigi è rafforzare la risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico mantenendo un aumento della temperatura in questo secolo ben al di sotto di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e perseguire gli sforzi per limitare ulteriormente l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius

All’opposto di Trump, Biden ha promesso che, appena insediato, (sostituirà Trump alla Casa Bianca a gennaio) riporterà gli Usa nell’Accordo e organizzerà un summit con le imprese più inquinanti del paese per studiare strategie di riduzione dell’effetto serra.

E’ un bene per la salute.

Sono note le posizioni negazioniste di Trump che lo hanno portato perfino a ostacolare gli stati federali, le contee, le città che cercavano di adottare misure restrittive per contenere la diffusione del Covid-19, sbandierando sempre il  primato dell’economia anche sulla salute e minimizzando lo spaventoso numero di morti che si sono registrati finora nei soli Stat Uniti (oltre 235.000 ad oggi).

Ha fatto in tutti i modi la guerra all’Obama Care, la legge voluta da Barak Obama che amplia almeno in parte l’assistenza sanitaria pubblica (negli Usa se non hai i soldi per un’assicurazione privata efficace e costosa ti possono essere negate cure anche a volte salvavita).

Ha negato i fondi Usa all’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusandola di essere troppo benevola nei confronti della Cina.

Da Biden ci si aspetta un radicale cambio di rotta anche in ambito sanitario (sperando che, al suo insediamento a gennaio, non sia più necessario contro il Coronavirus).

E’ un bene per l’eguaglianza sociale.

La politica di Trump contro le minoranze è stata da incubo: dal muro con il Messico alla separazione degli adulti immigrati clandestini dai loro bambini; dalla benevolenza verso gli eccessi della polizia contro i neri al sostegno dato ai movimenti più radicali dei suprematisti bianchi.

Ora tutto questo potrà cambiare.

Biden non avrà vita facile.

L’amministrazione Biden comunque non avrà vita facile, anche al di là del tentativo di delegittimazione nei suoi confronti che Trump sta portando avanti accusando il rivale di brogli elettorali senza nessuna prova.

Biden Non avrà la maggioranza nel Senato Usa e 6 dei 9 componenti della Corte Suprema (l’equivalente della nostra Corte Costituzionale) sono conservatori.

In ogni caso la sconfitta di Trump è una delle poche buone notizie di quest’anno difficile.

Bye Bye Donald!

Foto di Darren Halstead

Idea fai da te: perline di carta!

Sab, 11/07/2020 - 09:00

Dal canale YouTube Come fare con Barbara ecco un breve video che spiega, passo passo, come realizzare perline con la carta da origami!

Un’idea creativa per autoprodurre gioielli colorati oppure da utilizzare come decorazioni per la nostra casa.

Fonte: Come fare con Barbara

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Le ricette di Angela Labellarte: Caramelle con Ricotta e Pere

Sab, 11/07/2020 - 07:00

Ingredienti

Per la pasta
Semola 100 gr.
Farina 0 200 gr.
Uova 3
Sale 1 pizzico
Olio 1 cucchiaio

Per il ripieno
Ricotta di pecora 500 gr.
Pere 400 gr.
Sale
Timo 1 mazzetto + rametti per la decorazione
Parmigiano 2 cucchiai

Per il condimento
Noci
Burro
Parmigiano

Preparazione
Mettete tutti gli ingredienti per la pasta in un cutter o in una planetaria fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo.
Trasferite il composto in una ciotola, copritelo con un piatto e lasciatelo riposare per 30 minuti per farlo ammorbidire.
In una ciotola mescolate la ricotta, le pere sbucciate e tagliate a dadini, il timo, il parmigiano e il sale. Amalgamate gli ingredienti mescolando delicatamente.
Prendete la pasta risposata e preparate una sfoglia sottile, utilizzando un mattarello o l’apposita macchinetta. Tagliate la sfoglia a rettangoli, aggiungete il ripieno, arrotolate ciascun rettangolo su se stesso e sigillate formando una caramella (non vi diamo le misure del rettangolo così potete realizzare caramelle della misura che più piace o che meglio riesce!).
Cuocete le caramelle in una pentola con acqua in ebollizione per qualche minuto, disponetele su un piatto da portata, condite con una salsa composta dalle noci, il burro fuso e il parmigiano e decorare con qualche rametto di timo.

Foto di Angela Prati

La guerra dei social a Trump | Dove la seconda ondata è peggiore della prima | Rinvio delle tasse nelle zone rosse

Sab, 11/07/2020 - 06:25

Corriere della Sera: In Pennsylvania cresce il vantaggio di Biden: Casa Bianca a un passo, attesa per il discorso. I Repubblicani ricorrono alla Corte Suprema;

Il Giornale: La guerra dei social a Trump: così bloccano il presidente Us;

Il Manifesto: Rider, a Milano è sciopero continuo. Intanto la logistica vara un protocollo;

Il Mattino: Covid: indici in calo e meno morti, il paradosso della Campania «gialla»;;

Il Messaggero: Divorzio, la Cassazione: «Lei dorme col compagno? L’ex può non pagare l’assegno di mantenimento»;

Ilsole24ore: Terapie intensive e ricoveri, le regioni in cui la seconda ondata è già peggiore della prima;

Il Fatto Quotidiano: Record di contagi in Germania e Svezia. 60mila nuovi casi in Francia. Usa: oltre 120mila casi;

La Repubblica: E’ morto Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh;

Leggo: Nuovo Dpcm, multe a chi non rispetta i divieti: «Fino a 560 euro per chi viola il coprifuoco»;

Tgcom24: Decreto Ristori bis, nuovi congedi parentali per le aree rosse | Rinvio delle tasse per tutte le attività chiuse nelle zone rosse;

Spezie: come utilizzarle in cucina (Infografica)

Ven, 11/06/2020 - 17:30

Iniziamo a esplorare il mondo delle spezie in cucina con le principali dalla A alla M. Aneto, cannella, liquirizia, fino alla noce moscata.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Per vedere la seconda parte dell’infografica clicca qui

Gli Shang: quando i re neri dominarono la Cina

Ven, 11/06/2020 - 15:30

Circa 5.500 anni fa l’inizio delle guerre di colonizzazione condotte dai pastori guerrieri e la nascita delle società servili e schiaviste aprì un periodo molto turbolento. Le civiltà delle pianure irrigue vennero a più riprese sconvolte da ogni sorta di eventi violenti, e da processi di meticciato.

In particolare due popolazioni ebbero una storia molto particolare.

In Egitto si venne a creare una coalizione di diversi gruppi etnici che vivano sotto il dominio dei faraoni. La Bibbia narra la storia di Mosé che cappeggia la rivolta di questo gruppo al dominio del re e riesce a organizzare una fuga di massa verso la Palestina, alla ricerca di una terra nella quale vivere in libertà.

Marx e Freud erano convinti che gli ebrei fossero un popolo nato dalla fusione di tribù di origini diverse che si uniscono per fuggire dall’Egitto.

E che non fossero un popolo etnicamente omogeneo con tradizioni comuni lo dimostra il fatto che Mosé scendendo dalla montagna con le tavole della legge che Dio gli ha donato, trova un gran numero di ebrei che stanno adorando il toro simbolo di fertilità, va su tutte le furie e ordina ai suoi uomini più fedeli di massacrare tutti gli eretici: 3 mila persone vengono così uccise a colpi di spada.

Alcuni storici ipotizzano che tra i primi ebrei che fuggono dall’Egitto ci fossero anche alcuni gruppi di neri che a quei tempi vivevano in gran numero sotto il tallone dei faraoni come ci mostrano molti dipinti che ritraggono gruppi di operai tra i quali vediamo persone di pelle nera. Questa ipotesi è supportata anche dall’analisi del dna di alcuni gruppi di ebrei neri come i Lemba del Sud Africa. Secondo alcuni questi ebrei neri sono semplicemente popolazioni che si sono convertite all’ebraismo ma l’analisi del dna mostra una parentela genetica con la casta sacerdotale risalente agli inizi della storia ebraica.

Ma esiste un altro indizio della presenza di una tribù nera tra gli ebrei che lasciarono l’Egitto guidati da Mosé: un’impronta culturale.

La cultura ebraica è infatti unica nell’evoluzione umana nel Mediterraneo.

Essa si distingue per un approccio alla realtà che potremmo definire per certi versi scientifico. Non esiste un’altra cultura mediterranea che abbia messo al centro del suo rapporto con la divinità lo studio della parola. Il dovere di ogni ebreo (maschio) è quello di studiare la Bibbia e comprenderne i significati reconditi.

Gli ebrei divennero ben presto abili commercianti perché avevano un vantaggio culturale sui popoli pagani. Chi adorava la divinità degli alberi e quella dei cereali era influenzato profondamente dal valore mistico di quel che esisteva. Nella valutazione del valore di una merce entrava in gioco il valore della divinità che a quella merce era collegata. Ogni cosa aveva una sorta di anima, quindi, che non andava offesa.

Scambiare letame con frutta poteva offendere lo spirito della frutta.

Faccio un esempio: Enrico della Banda Bardò mi ha raccontato che volendo pagare un corso che aveva seguito presso i discendenti dei Maya in Chiapas aveva arrotondato la cifra per offrire un contributo solidale alla lotta di quel popolo.

Il dirigente zapatista incaricato di incassare il pagamento si era però opposto al fatto di prendere più denaro, spiegando che avevano passato molto tempo a discutere per determinare l’esatto prezzo di quel che avevano offerto e per essere sicuri che ne venisse fuori un bel numero. I numeri infatti hanno un valore particolare, simbolico, benaugurale o malaugurale, scaramantico ben più importante del valore in termini di quantità di denaro. Se tutto ha un valore che prescinde dalla semplice utilità pratica commerciare diventa un’attività complessa. Ugualmente è difficile osservare la realtà e comprendere le leggi naturali se vediamo nei fenomeni l’azione volontaria e cosciente di forze soprannaturali.

Gli ebrei avevano una concezione della Divinità come entità che era onnipresente. Dio è la forza che genera tutti i fenomeni. Ed è l’unica forza in campo, non esiste nessun’altro elemento che determina i fenomeni. Il demonio è un disturbo che è previsto e interno al disegno divino. Il demonio non ha nessuna reale possibilità di misurarsi con la potenza di Dio.

Quindi tutto, essendo tutto Dio, è equivalente. Quindi non ho nessuna remora a scambiare letame con fiori. E anzi la comprensione del valore d’uso e del valore di mercato delle merci fa parte del mio processo di comprensione della realtà attraverso il quale approfondisco la mia conoscenza della parola di Dio. Ecco cosa intendo con un approccio quasi scientifico.

La propensione all’analisi, tramandata di padre in figlio, ha dato agli ebrei una ricchezza culturale che ha permesso loro di eccellere nelle scienze e nella filosofia. È impressionante notare che più del 20% dei premi Nobel sia di origine ebraica e che alcuni dei pensatori che hanno determinato la cultura occidentale moderna siano ebrei, ad esempio Marx, Freud, Eisenstein. È quello che Cavalli Sforza, che con le sue ricerche sul dna ha dimostrato che discendiamo tutti da un piccolo gruppo di donne nere, definisce dna culturale.

In una data incerta, tra il 1.700 e il 1.500 aC. la Cina è dominata dal popolo Shang che mantenne il potere per circa 600 anni. Questo popolo era nato anch’esso dalla fusione di tribù con una diversa provenienza. Sappiamo anche che tra di essi c’erano dei neri perché ci vengono indicati come neri alcuni re Shang. Questo popolo portò in Cina la coltivazione del riso e la costruzione di canali per irrigarlo. Un sistema complesso che richiedeva una notevole conoscenza delle leggi dell’idraulica. Nella cultura Shang sono presenti alcuni caratteri essenziali della cultura San africana. I 6 rametti che danno origine alla creazione divennero ideogrammi composti da 6 segni di due tipi. Questo concetto venne poi sviluppato descrivendo ogni fenomeno con due esagrammi accostati, indicati da sassolini bianchi e neri disposti su una tavola con 12 buchi divisi in due file da 6. Questo modello, costruito su base aritmetica e geometrica, in modo analogo a quanto sappiamo del sistema pitagorico, è alla base della medicina e della scienza tradizionale cinese, dell’agopuntura come della chimica, avanzatissime in Cina fin dall’antichità. Ma questo modello e questo sistema di scrittura simbolica non l’hanno inventato gli Shang: era già noto in Africa e oggi lo ritroviamo in un gioco molto diffuso: la Mancala.

Il nucleo della filosofia cinese

Nella cultura Shang era presente inoltre l’idea di una divinità unica e onnipresente comune ad alcune popolazioni nere e agli ebrei. Questo diede loro una predisposizione al commercio che era fonte principale della loro economia.

Ma essi non veneravano un Dio impersonificato come gli ebrei, ma piuttosto una divinità che è l’energia che genera e modella il mondo. Non credendo a un Dio a nostra immagine e somiglianza diedero vita a un regno molto tollerante sul piano religioso, inglobando nel loro modello sia le ritualità della loro tradizione che le divinità e i riti dei popoli vinti. Il periodo Shang è unanimemente riconosciuto come l’epoca che ha visto lunghi periodi di pace ai confini e all’interno del regno, proprio perché la loro cultura fortemente matriarcale era basata sull’inclusione, la trattativa e la cooperazione. Nella loro cultura erano presenti i principi base di quella che diventerà l’arte della guerra taoista: il grande generale è colui che riesce a evitare le battaglie.

Quando gli Shang vennero sconfitti dagli Zhou, nel 1.100 aC. essi reagirono mostrando grande flessibilità di pensiero. I loro capi si presentarono agli invasori dicendo: “Avete vinto, siete voi i più forti. Ma queste terre danno messi abbondanti e ricchezza perché noi gestiamo il sistema dei canali, se non ci lasciate continuare a fare il nostro lavoro questo regno diventerà povero”. Gli Zhou, dimostrarono anch’essi grande flessibilità trasformando gli Shang in una casta di tecnici.

Ecco che per la prima volta nella storia del mondo vediamo l’esistenza di un gruppo sociale che deve la propria posizione privilegiata alla capacità di ottenere risultati dalle proprie conoscenze. Gli Shang sono quindi votati allo studio e alla ricerca di nuovi sistemi per aumentare la ricchezza della dinastia dominanti. Questo portò a uno sviluppo tecnologico e filosofico enorme.  

Grazie al fatto che nella cultura Shang era presente un concetto di divinità immateriale, una volta sconfitti essi svilupparono un’idea originale del mondo: l’universo è governato da leggi naturali che si possono scorgere nella natura geometrica e aritmetica di ogni parte del mondo. Essi erano liberi da qualsiasi fedeltà al loro Dio in quanto esso era un fenomeno non un’entità personalizzata. Essi indicavano la divinità come il nulla che genera ogni cosa ed è l’anima di ogni cosa. Cosa è importante nella coppa? Il vuoto che permette di riempirla d’acqua; cosa è importante nella porta? Il vuoto che permette di oltrepassarla. Questa visione della divinità come forma soggiacente il tutto permise agli Shang di convertirsi senza problemi a qualunque forma di venerazione degli Dei. Quindi non solo si convertirono alle religioni dei popoli che via via conquistarono la Cina ma diventarono spesso ottimi interpreti delle ritualità. Sapevano inscenare riti spettacolari ed emozionanti e quindi erano stimati come sacerdoti.

Il loro approccio alla realtà lo troviamo oggi nel taoismo.

Degli Shang come gruppo etnico invece non ci sono tracce. Uno degli ultimi Shang che riusciamo a identificare è secondo alcuni Confucio, che visse intorno al 500 aC.

Infatti gli Shang compresero ben presto che continuare ad essere un gruppo etnico identificabile, che occupava una posizione socialmente privilegiata, li esponeva al rischio di persecuzioni razziali e quindi decisero di rinunciare alla propria identità etnica grazie a matrimoni misti e alla rinuncia della rivendicazione della propria appartenenza razziale.

Ma l’impronta che essi diedero alla cultura cinese fu anche per questo di enorme portata.

La casta dei sapienti portò avanti il modus operandi Shang. Nel 1.200 aC. essi avevano cominciato la realizzazione di uno dei progetti più grandiosi e complessi della storia umana: la costruzione di un canale navigabile che unisse il Fiume Giallo alla Yan Tze Kiang. La forza di questo progetto stava nel fatto che ogni chilometro di canale permetteva di irrigare nuove superfici che diventavano da subito produttive e di velocizzare i trasporti delle merci e quindi ripagavano in pochi anni l’investimento. Quest’opera andò così avanti per 2.400 anni e fu portata a termine degli imperatori mongoli.

Le cronache di corte ci raccontano che il principe mongolo che aveva autorità sul bacino del Fiume Giallo, subito dopo il suo insediamento, convocò i funzionari imperiali e ordinò che venissero deportati tutti i contadini che vivevano lungo il fiume perché gli serviva spazio per far pascolare i suoi armenti. La cronaca registrò la risposta di un funzionario che gli disse che certamente avrebbero predisposto subito lo sgombero dell’immensa pianura abitata da centinaia di migliaia di contadini, però chiedeva al luminosissimo principe di considerare che un terreno coltivato a riso rende molto di più di un terreno adibito a pascolo. Il funzionario mostrò poi alcune tabelle che rendevano semplice comprendere la differenza di produttività e l’ammontare del denaro incassato con le tasse sui raccolti, molto superiore a quanto avrebbe guadagnato il principe dall’allevamento. Quando il principe capì quanto fosse vantaggiosa l’agricoltura irrigua fu talmente entusiasta che rinunciò alla deportazione dei contadini e anzi stabilì la riduzione delle tasse sui raccolti perché per i mongoli era immorale ottenere guadagni tanto enormi senza nessuna fatica.

E ovviamente affermò la sua stima per i funzionari che avevano saputo fino ad allora gestire una macchina economica e fiscale tanto complessa e redditizia.

E anche sotto i mongoli la casta dei tecnici nipoti dei nipoti degli Shang continuò a prosperare.

E questo era perfettamente in linea con la filosofia taoista: il grande re comanda senza comandare perché sa comunicare ai suoi sudditi il desiderio di seguire la giusta via. Il suddito valente ubbidisce ai desideri del re prima che questi li esprima in forma di ordini, perché il suddito valente si preoccupa di procurare ogni vantaggio al re.

E fa impressione accorgersi che i funzionari di corte ammansirono i conquistatori mongoli con motivazioni analoghe a quelle utilizzate dagli Shang con gli invasori Zhou 2.300 anni prima, quando li avevano convinti a lasciare a loro la gestione del sistema dei canali. Un approccio concreto e creativo ai problemi era la costante della filosofia taoista, la capacità di osservare la realtà e di capire dove potevano trarre vantaggio era l’aspetto originale della loro cultura. Così come gli ebrei, grazie alla loro divinità unica e onnipresente, ebbero un vantaggio culturale enorme nello sviluppo dei commerci e nelle scienze, così gli Shang grazie alla loro idea di divinità “diffusa” furono in grado di eccellere nelle scienze e nel culto.

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Covid-19, l’Italia sfiora i 500 morti al giorno. “Il 15% dovuti allo smog”

Ven, 11/06/2020 - 13:10

Se ne è parlato subito, ma nuove conferme irrobustiscono il pericolo smog di fronte al rischio di morte derivato da coronavirus. Da sempre lo smog prodotto soprattutto dal traffico su gomma, dai riscaldamenti e dalle fabbriche – e che si concentra dunque nelle grandi città – è un fattore di alto rischio per la popolazione. Ma un nuovo studio conferma questa correlazione soprattutto per chi ha contratto il covid-19: tra loro lo smog è responsabile in media di 15 decessi su 100.

Harvard: l’aumento delle polveri sottili aggrava i malati

A dirlo una ricerca di Harvard, che ha stimato le percentuali di morti per coronavirus causati da una prolungata esposizione all’inquinamento atmosferico, a livello globale. Attraverso un modello matematico, si è arrivati alla conclusione che in media circa il 15% delle morti di questa malattia possono essere attribuite alla lunga esposizione all’inquinamento dell’aria. E forse quindi non a caso, con l’arrivo del freddo, e dunque con un aumentato uso dei mezzi a motore e dei riscaldamenti, uniti alle fitte nebbie che stanno interessando pianure e vallate, stiamo assistendo in questi giorni a un aumento sostanziale del numero di positivi al Coronavirus e delle morti sia in Italia che in tutto il mondo. Ieri il nostro Paese ha sfiorato per la prima volta dall’inverno scorso i 500 decessi – concentrati nel Nord-est del Paese: la zona più sviluppata e inquinata – destando in conferenza stampa, ieri sera, le preoccupazioni degli esperti del Ministero della Salute.

I Paesi meno inquinati hanno meno morti

I ricercatori hanno inserito i dati epidemiologici sul Covid-19 raccolti la scorsa primavera in Italia, negli Usa e in Cina e quelli da satelliti sull’esposizione al PM2.5, arrivando alla conclusione descritta. A conferma, si muore di più di covid-19 dove c’è più inquinamento: abbiamo una media del 19% in Europa, e appunto un 15% in Italia, che diventa 18% in Francia, 16% in Svezia, 14% nel Regno Unito, 26% in Germania, 22% in Svizzera, 21% in Belgio, 19% nei Paesi Bassi, 11% in Portogallo, 8% nella verde Irlanda e 29% nella Repubblica Ceca. Fuori dall’Europa si raggiunge addirittura il 27% in Cina, 12% in Brasile, 6% in Israele e appena il 3% in Australia e solo all’1% in Nuova Zelanda.

“Ecco perché tanti morti in Lombardia”

Se una persona vive per decenni in un luogo dove ci sono livelli alti di particolato ha una maggiore probabilità di sviluppare sintomi gravi”, ha detto Francesca Dominici, a capo del team di ricercatori. “È un risultato che non sorprende chi studia gli effetti delle polveri sottili sulla salute. Sappiamo già che l’esposizione di lungo periodo al microparticolato causa infiammazioni ai polmoni e problemi cardiocircolatori. E sappiamo che le persone con problemi al sistema respiratorio e cardiocircolatorio contagiate da covid-19 hanno un tasso di letalità più alto”. Ecco dunque spiegato, il record di mortalità lombarda: “La Pianura  padana è una delle zone più inquinate d’Europa e questo potrebbe avere avuto un ruolo anche nell’alto numero di vittime che si sono registrate in Lombardia”, ha aggiunto.

 Nella foto Bergamo, una delle città più inquinate d’Europa

Scegliere il consulente finanziario

Ven, 11/06/2020 - 07:00

Il rapporto del cittadino comune con le banche è spesso influenzato dalla presunta (ed ingenua) consapevolezza che la nostra relazione goda di “privilegi e di particolari attenzioni” solo perché abbiamo un buon rapporto con il “direttore”, figura simbolo di un “potere che fu” la cui amicizia, conoscenza o stima ostentiamo, per un caffè al bar o anche per un semplice saluto di riconoscimento in filiale, quasi come se fosse uno status.

Oggi tutte le funzioni decisionali sia in materia creditizia che nella fissazione dei prezzi sono accentrate nelle torri cablate delle direzioni generali e ben poche “facoltà” deliberative sono rimaste nelle mani del “direttore” che funge solo da coordinatore delle direttive impartite dall’alto e pressa i suoi consulenti-venditori a vendere ciò che gli hanno imposto di collocare.

Siate invece consapevoli che una figura determinante, molto spesso anche più preparata tecnicamente del “direttore”, in termini di indirizzo nelle scelte di gestione dei risparmi o anche di finanziamento degli investimenti, e’ proprio il consulente-venditore.

E’ con lui che trascorriamo più tempo a parlare prima di prendere le nostre decisioni; è con lui che occorre instaurare un rapporto di trasparenza e lealtà; è lui che può gestire meglio le pressioni per il collocamento dei prodotti spazzatura. Perché , ricordatevi, che più si sale nella scala gerarchica – direttore, super direttore, mega direttore galattico per dirla alla Fantozzi – più l’autonomia di pensiero e l’etica è controllata e gestita dal top management.

Soprattutto al bar con il direttore si sono consumate (e si consumano) le più subdole vendite di prodotti finanziari che nulla avevano a che fare con l’esigenza del cliente.

Il momento della scelta, quando ci è consentito (!!!), del consulente diventa quindi determinante nel percorso di educazione finanziaria che stiamo tentando di fare su questo giornale da oltre 4 anni.

Gli attori in scena appartengono a 4 tipologie:

Il consulente bancario, con contratto di lavoro dipendente, quello che troviamo agli sportelli delle filiali e che essendo stipendiato dalla banca e talvolta incentivato-premiato per la vendita dei prodotti della casa, si trova costretto ad eseguire gli ordini di scuderia per evitare ulteriori pressioni e trasferimenti in luoghi scomodi.

Il promotore finanziario, un libero professionista per la vendita “fuori sede” di prodotti finanziari e con un rapporto monomandatario con una banca. Il loro centro d’affari è la costruzione di un portafoglio d’investimento con i prodotti che la banca ha deciso di inserire nel catalogo. Tale decisione si concretizza con un accordo commerciale di distribuzione (collocamento) tra la società che crea il prodotto e la banca che lo propone ai suoi clienti. I soggetti che devono guadagnare sono quindi tre! In parole povere se la banca non è remunerata, non paga la società che costruisce il prodotto e non retrocede le provvigioni al promotore che cambia spesso casacca. Ecco perché molto spesso quelle banche non permettono ai clienti di comprare un prodotto di una altra casa spesso utilizzando la formula che “il prodotto non esiste o è troppo rischioso”. Per questo la loro consulenza si definisce “non indipendente”.

Il consulente finanziario indipendente, legato solo al cliente in base ad un mandato ricevuto, può aiutare il risparmiatore a orientarsi meglio, a evitare prodotti poco efficienti o troppo rischiosi. Ponendo in concorrenza più intermediari, può trovare le migliori condizioni sul mercato e utilizzare strumenti che le banche di solito non propongono perché semplici e/o a basso valore aggiunto per se stesse. Viene remunerato solo dal risparmiatore e pertanto, non essendo assillato da pressioni sulle vendite (dato che non riceve alcun compenso dagli intermediari), il professionista indipendente ha tempo di seguire i mercati ed è in grado di far cogliere ai suoi clienti le opportunità per ottenere un rendimento in linea con le proprie aspettative, mantenendo sempre il controllo sul rischio concordato. La parcella di un professionista indipendente è di solito inferiore rispetto ai prelievi praticati dalla banca, sotto forma di commissioni e spese, direttamente dal conto del cliente a fronte degli investimenti effettuati. Deve essere davvero bravo però per scegliere quei prodotti e quelle banche che gli permettono di massimizzare i rendimenti e soprattutto di minimizzare i costi per il cliente.

E poi esiste una quarta figura di cui si parla poco, molto sviluppata in Svizzera e nei paesi anglosassoni: il Gestore esterno indipendente (External Asset Manager). Si tratta di una società di gestione del risparmio (S.G.R. o Asset Manager) che ha come centro d’affari la gestione del portafoglio. Sono di fatto “i fornitori” dei prodotti finanziari alle banche che poi li rivendono a costo maggiorato ai loro clienti.
Queste società gestiscono sia fondi d’investimento che direttamente e in maniera indipendente i portafogli dei clienti.

Per la tutela delle disponibilità dei loro clienti i gestori esterni si avvalgono comunque di banche che accettano però di essere solo depositarie (guadagnano solo una piccola percentuale sulle masse in gestione): praticamente il cliente riesce ad accorciare la filiera andando direttamente dal “produttore” come se fosse un soggetto professionale o istituzionale risparmiando costi e guadagnando in personalizzazione.

Essendo il primo anello della catena della distribuzione finanziaria, non vengono pagati dai prodotti, ma applicano in chiaro le loro commissioni ai clienti per creare una gestione personalizzata.
I consulenti finanziari di queste società possono concentrarsi solo sulle esigenze del cliente perché non sono remunerati in base al prodotto che scelgono ma sui capitali dei clienti che gestiscono grazie all’indipendenza della società per cui operano.

A voi la scelta!

Farmaco anti-Covid: ‘Costa 5 euro, venduto a 2mila’ | Borse, ancora euforia post voto Usa | Cina: stop ingresso agli italiani

Ven, 11/06/2020 - 06:25

Corriere della Sera: Rezza: «Segnale non buono dai nuovi dati, il virus corre e dobbiamo frenarlo» Cirio: classificare il Piemonte su numeri reali;

Il Giornale: È rissa sul farmaco anti-Covid: ‘Costa 5 euro, venduto a 2mila’;

Il Manifesto: Con qualunque esito siamo nell’anno quinto del trumpismo;

Il Mattino: Lockdown a Londra, la fuga dalla città: auto incolonnate e traffico in tilt;

Il Messaggero: Seconda casa, posso andarci? Regioni rosse, arancioni e gialle, ecco le nuove regole;

Ilsole24ore: Borse, è ancora euforia post voto Usa. Piazza Affari recupera il 10% in 4 giorni – La Fed rispetta le attese e lascia i tassi d’interesse invariati;

Il Fatto Quotidiano: Danimarca, “lockdown” per 280mila, abitano vicino agli allevamenti di visoni a rischio;

La Repubblica: Biden verso la vittoria. Trump: “Stop allo spoglio”. Ma primi ricorsi respinti dai giudici;

Leggo: La Cina vieta l’ingresso agli italiani: sospesi i permessi di soggiorno;

Tgcom24: Artico, gli animali cambiano abitudini per il surriscaldamento: cuccioli a rischio;

Animali: i maghi del travestimento (Infografica)

Gio, 11/05/2020 - 16:00

Tutti conosciamo il famoso camaleonte ma esiste anche l’insetto stecco, l’insetto foglia e la Mantide fantasma.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Immigrati criminali

Gio, 11/05/2020 - 15:00

Indiscutibilmente tra gli immigrati il numero dei criminali è superiore alla percentuale presente nei paesi ospitanti.

Ma questo fatto varia enormemente da paese a paese.

La Francia e l’Inghilterra sono indiscutibilmente i due paesi dove la criminalità e il terrorismo sono più diffusi tra gli immigrati.

Possiamo ben dire che si tratta di nazioni con una fortissima tradizione coloniale dove l’atteggiamento verso gli immigrati di alcune etnie non è mai stato particolarmente ospitale. Il Canada e la Svezia sono invece esempi di una grande capacità di relazione con gli immigrati. Si è investito molto nell’integrazione e questo fatto ha dato i suoi frutti in termini di pace sociale e minimizzazione dell’incidenza delle tipologie criminali.

Dovremmo chiederci quale follia guida il comportamento degli stati verso gli immigrati, quando vediamo paesi come l’Italia dove centinaia di migliaia di immigrati vengono accolti in centri di raccolta senza che venga gestita un’attività di formazione e socializzazione, dove si vive in condizioni igieniche spaventose, si mangia uno schifo e dove essi sono esposti a ogni tipo di sopruso da parte di chi dovrebbe ospitarli assisterli e proteggerli. E che esempio diamo a questi ospiti lasciando che bande di corrotti intaschino milioni di euro di contributo statale senza che vi sia un controllo sulla qualità dei servizi offerti? Le intercettazioni telefoniche di alcuni grandi faccendieri ci fanno sapere che queste lobby criminali parlano dell’assistenza agli immigrati come di un affare più redditizio dell’eroina. E che dire delle centinaia di migliaia di immigrati che vengono fatti lavorare in nero con paghe vergognose, trattati dai caporali come spazzatura della quale è lecito abusare anche fisicamente? Certamente se si accoglie in questo modo chi arriva in Italia fuggendo da guerre e miseria, si dà proprio un buon esempio. Quel che diciamo loro con i fatti è che il nostro paese è regolato dal sopruso, dalle astuzie dei furbi, dalla prevaricazione dei prepotenti. Forse, se temiamo la criminalità degli immigrati, dovremmo iniziare a occuparci di reprimere duramente la nostra nazionale, italica malavita. 

Ma cosa vengono a fare qui questi negri?

Quando si discute con chi è preoccupato per le orde straniere sul suolo patrio si arriva presto a dire che se queste persone arrivano qui da noi non possiamo stupirci perché per secoli abbiamo depredato i loro territori di esseri umani e materie prime. E negli ultimi 70 anni abbiamo investito cifre di denaro colossali per finanziare colpi di stato condotti da bande di assassini, ladri, torturatori.

A questo punto l’obiezione è sempre la stessa: non si può sempre andare a cercare le cause di quel che succede oggi secoli addietro.

Bhe, innanzi tutto bisognerebbe rendersi conto che se per secoli distruggi le economie locali forse poi qualche contraccolpo lo sperimenti. Pochi si rendono conto che la distruzione sociale in Africa è stata per secoli condotta in modo scientifico. Ad esempio vietando ai contadini di coltivare gli orti. Sembra incredibile ma in Rodesia c’erano leggi che prevedevano il taglio di una mano per chi coltivava patate. I neri dovevano dedicarsi esclusivamente alle culture industriali importate dai bianchi e dovevano comprare dai bianchi il cibo. E bianchi potevano vendere ai neri ma i neri non potevano vendere ai bianchi (vedi gli studi dell’economista Nanni Arrighi sulla Rodhesia: Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa, Einaudi, Torino, 1969).

Ma non si tratta solo di cause antiche.

Dopo che Bush ha dichiarato la Guerra al Terrore il numero di morti per le guerre che dal 1945 era in costante diminuzione è repentinamente di nuovo aumentato.

E non si può non ricordare che i peggiori terroristi islamici erano inizialmente formati e finanziati dai servizi segreti Usa, inglesi e francesi: Saddam era stato un ottimo alleato nella lotta contro i socialisti iracheni, Bin Laden e i Talebani venivano utili contro gli invasori sovietici dell’Afghanistan, l’Isis  fu appoggiata per abbattere la dittatura siriana, le bande che oggi dilaniano la Libia furono foraggiate per combattere Gheddafi.

E gli eserciti occidentali che dovevano combattere il terrorismo hanno sparato su migliaia di donne e bambini, distrutto città e villaggi, torturato, stuprato, fatto affari con l’eroina. Al tempo dei Talebani l’Afghanistan produceva meno del 5% dell’oppio mondiale, oggi supera il 90%.

Come si può pensare che simili comportamenti non inducano milioni di persone a odiarci e molti di più a fuggire verso l’Europa dopo che il loro paese è stato ridotto a un cumulo di macerie?

Ma l’aggressione dei paesi industrializzati, contro i paesi più poveri, non è solo politica o militare. I nostri pescherecci, muniti di devastanti reti a strascico, stanno depredando le coste africane gettando nella miseria i pescatori locali. I nostri prodotti agricoli arrivano sui mercati dell’Africa a prezzi inferiori di quelli locali, grazie agli aiuti di stato (finanziamenti per i raccolti, l’allevamento, gasolio detassato, mutui agevolati eccetera).

Che dire poi dei sistemi di protezionismo nascosto che mettiamo in atto per sabotare le esportazioni dai paesi del sud del mondo?

Dietro alle innocue classificazioni sulla forma delle banane che l’Unione Europea ha redatto c’è un semplice sistema per escludere tutte le buonissime banane che vengono per lo più coltivate dai contadini locali. Decine di varietà di banane che sono un po’ più piccole ma più saporite dei bananoni prodotti dalle grandi piantagioni dove si coltivano ibridi che richiedono coltivazioni forzate, concimazioni e irrigazione che i contadini di quei paesi non si possono permettere. Noi possiamo vendere tutto quello che vogliamo in Africa, loro possono vendere solo quello che noi classifichiamo come vendibile sui mercati europei.

Questa si chiama guerra commerciale, ma noi la chiamiamo globalizzazione. Fa dei morti anche se non sanguinano. E produce milioni di disoccupati. Dove volete che vadano a cercare un futuro migliore?

E ancora alcune multinazionali, grazie alla corruzione di governanti locali, possono attingere alle materie prime pagando prezzi enormemente ribassati. E ancora si finanziano gruppi politici malleabili perché corrotti e ovviamente incapaci di investire nello sviluppo economico, visto che sono per lo più impegnati a derubare le casse dello stato. Quindi, quando vediamo migliaia di disperati sui barconi che solcano il Mediterraneo da sud verso nord, dovremmo chiederci prima di tutto, quale sia la misura dell’orrore che abbiamo portato nelle loro case per arricchire i nostri civili e legali stati democratici.

Quando si dice “aiutiamoli a casa loro” si dice una cosa giusta, ma poi si dovrebbe cominciare rinunciando alla spietata guerra economica che stiamo conducendo contro le loro economie locali.

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Dpcm, librerie aperte ovunque: andiamoci, leggiamo, se non ora, quando?

Gio, 11/05/2020 - 13:17
Il mondo protegge le librerie da Amazon

Il 30 ottobre la Francia è tornata in confinement, come dicono i francesi: si può uscire soltanto per accompagnare i figli a scuola, per fare attività fisica nelle vicinanze della propria abitazione, e per acquistare beni di prima necessità, tra cui, stavolta, non compaiono i libri. Apriti cielo. Il Sindacato delle librerie francesi, degno dell’appellativo di sindacato, ha bollato il provvedimento del governo, che apre come “un’autostrada ad Amazon“, ed editori di prestigio internazionale come Gallimard passando per intellettuali e nomi noti come Tahar Ben Jelloun, Jacques Attali, Françoise Nyssen e circa altri 250, hanno chiesto al presidente Emmanuel Macron di ritirare il provvedimento e riaprire le librerie, cosa che comunque sono intenzionati a fare a breve molti sindaci mediante lo strumento delle ordinanze. Oltralpe la lotta contro i colossi dell’e-commerce (che fatturano miliardi senza né versare tasse nei paesi di distribuzione né lasciare margine di concorrenza ai librai, quelli veri, in carne e ossa), si fa sul serio. Si fa sul serio persino negli Stati Uniti, patria di Jeff Bezos, amministratore delegato di Amazon, il cui patrimonio personale – da non confondere con il fatturato della sua azienda – ha sforato i 200 miliardi di dollari: Bookshop.org, la piattaforma di e-commerce nata per sostenere le librerie indipendenti e la microeconomia territoriale, solo nel mese di ottobre 2020, ha raccolto più di 7,5 milioni di dollari. E in Italia?

Da noi i libri sono davvero beni di necessità?

Con il nuovo Dpcm, in vigore da domani 6 novembre al 3 dicembre 2020, le librerie rimangono aperte perché i libri sono stati considerati “beni di prima necessità”, come conferma l’allegato 23, recante la lunga lista degli esercizi commerciali ritenuti essenziali: supermercati, negozi di elettronica, ferramenta, centri per il giardinaggio, farmacie e negozi di ottica, oltre a edicole, cartolerie, negozi di biancheria, calzature, cosmetici e giocattoli. Una decisione salutata positivamente dalle associazioni di categoria: “con la decisione di oggi si sostengono le librerie che stanno subendo una continua erosione di quote di mercato da parte degli store online, un disequilibrio che mette a rischio non semplici negozi, ma presidi sociali e culturali essenziali per le nostre città e, più in generale, per la vita democratica del Paese”, hanno dichiarato Ricardo Franco Levi e Paolo Ambrosini, rispettivi rappresentanti di AIE (Associazione Italiana Editori) ALI (Agenzia Libraia International). L’imminente periodo di Natale è uno dei più importanti per il settore libraio, e i picchi di vendite si registrano tra novembre e dicembre.

Resta da capire se i libri saranno beni di necessità anche per i cittadini. Stando alle indagini Istat, non è proprio così: a leggere almeno un libro all’anno in Italia è il 40% della popolazione, così ormai da tre anni. Fortuna vuole che l’essere umano sia però qualcosa in più delle fotografie e dei dati raccolti da chi lo analizza e se saremo capaci di rinunciare a scrivere l’ennesima polemica inutile passivo-aggressiva via social per leggere qualcosa scritto da altri, qualcosa che sia bello, utile, divertente, o più semplicemente altro da noi, è presto per dirlo. “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto”, a dirlo, uno dei più grandi scrittori che la Terra abbia avuto il piacere di ospitare, Jorge Luis Borges.

(Illustrazione di Josh Cochran)

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Prodotti assicurativi del Liechtenstein: si è svegliata l’IVASS?

Gio, 11/05/2020 - 12:00

A volte scrivere serve.

Più o meno in concomitanza con la pubblicazione  del nostro articolo della scorsa settimana relativo ai rischi insiti nei prodotti made in Liechtenstein, c’è stata la sospensione del lancio sul mercato italiano del prodotto assicurativo di Prisma Life, una primaria compagnia assicurativa del piccolo principato.

Probabilmente le autorità di casa nostra, in primis l’IVASS (l’autorità di vigilanza assicurativa), si sono svegliate dal torpore in cui erano cadute negli ultimi anni richiedendo chiarimenti ed il blocco del lancio alla Fma (Autorità di Vigilanza del Mercato Finanziario del Liechtenstein), visto che l’autorità di casa nostra non ha potere di intervento sulle compagnie estere.

A dire il vero, almeno fino ad oggi, nella sezione italiana del sito di questa compagnia non sono piu` disponibili, contrariamente a quanto presente fino a qualche settimana fa, i documenti relativi al prodotto dedicato ai risparmiatori di casa nostra.

Non solo ma, aspetto ancora più rilevante, non vi sono neppure più notizie relative al distributore, cioè il soggetto che avrebbe dovuto venderle.

Eppure nelle scorse settimane erano apparsi alcuni articoli sulla stampa tedesca che preannunciavano in pompa magna l’imminente lancio di un prodotto retail (una polizza assicurativa Unit Linked )dedicato al mercato italiano da parte di PrismaLife.

E’ stato solo un caso, probabilmente, perchè i problemi di PrismaLife erano noti già da tempo anche all`IVASS.

Infatti, secondo il sito mlm-news.net, Prisma Life, fondata nel 2000 nel Liechtenstein fa parte di un gruppo finanziario tedesco (AFA Ag) interamente controllata da un singolo imprenditore,  Sören Patzig, che è anche a capo di una società di brokeraggio finanziario che distribuisce i prodotti di PrismaLife secondo lo schema del marketing multilivello.

E ciò in barba ad ogni regola di disciplina del conflitto di interessi, visto che chi distribuisce il prodotto è anche proprietario della Compagnia di Assicurazioni. Il distributore, infatti, dovrebbe essere indipendente e fornire consulenza ai potenziali clienti.

Non solo ma l’azienda è chiacchierata dalla fine del 2016, quando il giornale Süddeutsche Zeitung ne segnalò i notevoli problemi finanziari, parlando di una “notevole strozzatura di liquidità” e della ricerca attiva di investitori per aumentare il capitale proprio.

Cosa che pare sia avvenuta nelle scorse settimane, con l’acquisto del 25% delle azioni di PrismaLife da parte della compagnia assicurativa tedesca Barmenia, di cui AFA AG è il maggiore distributore in Germania.

E’ stato solo un caso.

Ma, come disse Voltaire, ” il caso non esiste: tutto e’ prova ovvero punizione, ricompensa o…….previdenza

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Economia circolare: parliamo di carta

Gio, 11/05/2020 - 07:00

La carta più antica che conosciamo risale al 150 dopo Cristo e arriva dalla Cina: veniva realizzata con gli stracci e per secoli, fino alla rivoluzione industriale, questo era il motivo  che ne limitava la diffusione.

La carta moderna arrivò nel 1844. In quella data, infatti, un tessitore sassone di nome Friedrich Gottlob Keller brevettò un processo per produrre carta dalla pasta di legno, consentendo la produzione di massa che prima era ostacolata dalla scarsità degli stracci. Fu subito un successo. L’improvvisa disponibilità della carta, con il calo di prezzo, permise la stampa di libri, periodici e giornali, diffondendo la cultura e sconfiggendo l’analfabetismo. Nella sola Inghilterra tra il 1861 e il 1900 si passò da una produzione di carta di 96 mila tonnellate a 648 mila all’anno.

Con questa rivoluzione si aprì anche una serie di problemi ambientali. La carta, infatti, divenne rapidamente un grande consumatore di legno vergine, e quindi di foreste, veniva raffinata e sbiancata con il cloro, aveva un enorme consumo d’acqua e si riciclava poco.

Oggi, e non da poco tempo, per fortuna tutto è cambiato.

Il 75% delle fibre vergini di cellulosa necessarie alle cartiere italiane è di provenienza certificata, con marchio del Forest Stewardship Council (FSC), a fronte del fatto che solo il 10% delle foreste globali lo sono. Lo sbiancamento della carta oggi avviene con sostanze rispettose dell’ambiente, visto che le cartiere, per trattare le fibre vergini, non usano il cloro gassoso. Il consumo d’acqua in quaranta anni è diminuito del 66%.

Efficienza energetica

Le cartiere italiane, impianti produttivi molto energivori, sono i grandi protagonisti dell’efficienza energetica industriale, con la generazione per autoconsumo e il recupero energetico. In venti anni hanno aumentato l’efficienza del 20% e la cogenerazione in questi stabilimenti, dove serve sia elettricità sia calore, oggi è diventata una regola.

L’Italia è tra i primi in Europa per l’utilizzo di carta riciclata. Nel 2017 sono stati raccolti 3,3 milioni di tonnellate di macero, 54,2 kg di carta e cartone procapite: più 0,5% sull’anno precedente.

Si tratta di dati importanti, specialmente alla luce del fatto che negli ultimi anni la produzione dei rifiuti urbani è diminuita. Non solo. Il fronte degli imballaggi cellulosici è il più virtuoso e vede un tasso di riciclo del 79,7%: venti anni fa era del 37%. In pratica otto su dieci degli imballaggi su base cellulosica viene riciclato. È una posizione, quella dell’Italia, dovuta al fatto che si tratta di una nazione storicamente priva di risorse e materie prime, in questo caso la materia è il legno e le risorse quelle forestali, e che quindi ha sviluppato nei decenni scorsi un’attitudine quasi naturale al riciclo.

Macero in primo piano

Il macero oggi è la fonte primaria della fibra utilizzata per i prodotti di carta.

Attenzione però: le fibre non sono tutte uguali e i processi industriali si sono evoluti negli anni per ottimizzare l’impiego delle fibre cellulosiche da riciclo, che non sono assolutamente tutte uguali, specialmente per ciò che riguarda l’impiego finale. Lo standard EN 643, del Cen (Comitato europeo per la standardizzazione), identifica 95 tipi di diverse tipologie di carte da riciclare, definendo sia le percentuali massime d’altri materiali non cartacei ammessi sia quelli proibiti, che non devono mai essere presenti nella carta da macero destinata al riciclo.

Si sta lavorando a livello europeo e italiano per evitare fenomeni distorsivi sul fronte ambientale del riciclo da parte dei paesi extraeuropei.

La questione è semplice. Da alcuni anni, infatti, siamo diventati esportatori di carta da macero. Ossia forniamo la materia ad altri paesi, fuori dalla Ue. E fin qui tutto bene. Il problema è che in questi paesi, principalmente asiatici, i vincoli sulle politiche ambientali sono pressoché nulli. Ed ecco, allora, che si trova sul mercato internazionale carta prodotta con il macero a prezzi inferiori rispetto a quella europea. Si tratta di un caso di dumping ambientale che rischia di mettere in crisi aziende virtuose sotto il profilo delle tecnologie per l’ambiente.

Prossimità positiva

Lo sviluppo del riciclo, in tutti i settori – carta compresa – è quello della prossimità, riducendo così le emissioni di CO2 legate al trasporto e creando lavoro a livello locale.

Un esempio di best practices è quello di Parigi, dove carta e cartone sono avviati al riciclo in quattro stabilimenti vicini. L’agenzia municipale per i rifiuti domestici di Parigi, Syctom, infatti, include nei contratti di vendita della carta e del cartone recuperati una clausola di prossimità che vincola l’impresa assegnataria a lavorare la materia al massimo nei Paesi confinanti.

E l’Italia su questo fronte è in buona posizione. La distanza media di conferimento alle piattaforme di riciclo è di 17,3 km, mentre l’industria nazionale ha un tasso d’utilizzo della carta da macero di oltre il 55,2%. Ogni 100 tonnellate di carta prodotte in Italia, 55 provengono dalla carta da riciclo. La raccolta della fibra secondaria nel nostro paese ha due canali. Il primo è quello delle imprese di trasformazione a valle delle cartiere, dalle quali arrivano gli sfridi (ossia i residui del prodotto) delle lavorazioni e gli imballi dalla grande distribuzione organizzata e dalle imprese. Si tratta di materia selezionata all’origine, di buona qualità già senza passare a ulteriori trattamenti di selezione e pronta, quindi, per l’utilizzo in cartiera. Il secondo canale è quello della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che ha bisogno di una selezione preventiva e più accurata, prima di arrivare in cartiera. In assenza del riciclo questa carta sarebbe un rifiuto da spedire in discarica: il suo riutilizzo nei processi produttivi evita la realizzazione di venti discariche di medie dimensioni ogni anno.

Cittadini protagonisti

La raccolta differenziata di carta e cartone ha ormai una lunga tradizione, ma essendo dipendente dai comportamenti dei cittadini è stata oggetto di particolare cura. Da anni, infatti, è attivo Comieco, il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica, i cui aderenti sono i produttori, gli importatori e i trasformatori di prodotti a base di cellulosa e al quale possono aderire anche i recuperatori. La sua attività è la stipula di convenzioni e la gestione del sistema di raccolta e riciclo dei rifiuti su base cellulosica all’interno dei comuni.

Il consorzio ha coperto nel 2015 il 68,6% dei comuni, l’78,2% della popolazione e ha raccolto in convenzione 1,4 milioni di tonnellate di carta e cartone, erogando ai comuni convenzionati 98,5 milioni di euro.

Il processo industriale per la trasformazione della carta da macero avviene prima con la raccolta e lo stoccaggio a cui, nelle piattaforme di riciclo, segue la separazione della carta e cartone da materiali d’altro tipo, come le plastiche e i metalli. Fatto ciò, carta e cartone sono pressati, legati in balle e inviate in cartiera, dove vengono sminuzzati e successivamente sbiancati per eliminare gli inchiostri. In seguito si riduce il tutto in poltiglia aggiungendo acqua calda e si passa all’affinamento, che consente d’ottenere una maggiore purezza dell’impasto. In base a ciò che si vuole ottenere in uscita, a questo punto si aggiunge una certa percentuale di pasta di cellulosa vergine e il processo di riciclo è finito.

La pasta di cellulosa ora è pronta per entrare nel processo produttivo “normale” della carta, esattamente alla stregua della materia prima vergine. In Italia un foglio di giornale torna in “attività” attraverso il riciclo in 21, mentre per una scatola di cartone ce ne vogliono due.