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Aggiornato: 6 min 33 sec fa

Smartphone, ecco come riciclare (in casa) il tuo vecchio amico

Mer, 10/23/2019 - 12:57

Sebbene il mercato spinga i consumatori all’acquisto di nuovi modelli più performanti, il problema dello smaltimento dei vecchi telefoni è un problema reale. La startup Refurbed, specializzata nella vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche usate e funzionanti, ha calcolato che in Italia solo il 40% di questi dispositivi viene smaltito in modo adeguato. Purtroppo, più di 1 dispositivo su 2 viene gettato nelle comuni discariche, il che significa che tonnellate di sostanze tossiche e metalli pesanti non biodegradabili vengono rilasciati nell’ambiente. Eppure si tratta di componenti e materie prime preziose, che potrebbero essere recuperate in funzione dell’economia circolare.

In quest’ottica, scegliere di acquistare un telefono rigenerato consente di sfruttare apparecchi ancora utilizzabili, in buone condizioni e a un costo decisamente ragionevole. Si stima nel 2020 in Europa il mercato dei telefoni usati varrà oltre 10 miliardi.

Nuova vita, nuovi usi

Un vecchio telefono però può ancora vivere, in altre forme. Per esempio come ripetitore Wi-Fi: scaricando app come Netshare no root thetering sul vecchio e sul nuovo telefono si può estendere la linea in punti dove non arriva. Oppure può diventare un baby monitor, ovvero come telecamera di sicurezza per tenere sotto controllo i bambini da una stanza all’altra. Anche in questo caso ci sono delle app che vanno installate sui due device: Cloud Baby Monitor, Dormi o Baby Monitor 3G.

Ancora, il vecchio smartphone può far risparmiare molto sull’acquisto di telecamere di sicurezza per interni. Posizionandolo nel modo giusto e tenendo il Wi-Fi acceso, applicazioni come Presence, Manything o AtHome Camera, inviano sul nuovo telefono notifiche su eventuali movimenti in casa. Per gli automobilisti il vecchio smartphone può diventare una dash cam, cioè una telecamera interna per tutelarsi in caso di incidenti, o un gps da lasciare attivo all’interno dell’auto quando la si parcheggia e non la si sposta per lunghi periodi.

Photo by Rodion Kutsaev on Unsplash

Come acquistare un bene dalle aste fallimentari

Mer, 10/23/2019 - 10:00

Quante volte abbiamo sentito di amici e conoscenti che hanno fatto “il grande affare” comprando un bene da una vendita fallimentare… e perché a noi non è mai capitato? Forse perché non conosciamo gli strumenti per cercare e trovare quello che ci serve.

E allora oggi, con l’aiuto di due professionisti esperti nel settore delle vendite fallimentare, provvediamo a colmare questa lacuna. Ne parliamo infatti con il dott. Alessandro Torcini, commercialista di Empoli, e con il dott. Stefano Andreani, commercialista di Firenze.

Il portale delle vendite pubbliche

Dott. Torcini, per prima cosa: come funziona la pubblicità delle vendite all’asta?

«Diciamo subito che la dizione esatta è “Portale delle Vendite Pubbliche”, abbreviato in PVP. Per chi ama conoscere la fonte normativa aggiungo che è stato istituito dall’art.13, comma 1, lett. b, n.1 del Decreto-Legge 27 giugno 2015, n.83 convertito con modificazioni dalla L. 6 agosto 2015, n. 132. Perché mi sembra importante citare la norma? Perché questo provvedimento ha modificato un articolo del codice di procedura civile, l’art. 490: il codice di procedura – che è stato emanato nel 1942! – prevedeva un obbligo di affissione, mentre oggi si è creato un portale on-line dove devono essere pubblicati tutti gli avvisi di vendita relativi alle procedure esecutive e concorsuali, oltre ad altri procedimenti per i quali la pubblicazione è prevista dalla legge.»

Cos’è in pratica questo Portale? 

«Si tratta di un sito web – https://venditepubbliche.giustizia.it/pvp/ – messo a disposizione dal Ministero della Giustizia per la pubblicità delle vendite dei beni delle procedure esecutive e concorsuali in genere. Inoltre può essere utilizzato per la prenotazione delle visite e per la successiva vendita mediante asta telematica.»

Quindi tutti i beni venduti nelle aste fallimentari sono presenti all’interno del PVP?

«Certo! Quando un privato accede al sito, trova per prima cosa un motore di ricerca suddiviso in 5 macro-categorie: Immobili, Mobili, Crediti e Valori, e Altro. Una volta selezionata la categoria di interesse, la ricerca verrà affinata grazie a menu a tendina seguendo i quali si arriva a ciò che si cerca»

Abbiamo provato anche noi e confermiamo che la ricerca è davvero intuitiva e semplice. Cercando sotto “Immobili”, potremo scegliere Immobile residenziale, di qui la tipologia di abitazione, stringendo poi il cerchio nella zona che ci interessa. E questo vale anche per auto e moto, o per altri beni quali ad esempio elettrodomestici, eccetera.

Fare un’offerta

E una volta che si sia trovato quanto cercavamo? Come posso presentare la mia offerta?

«L’offerta si può presentare con varie modalità e la vendita può essere con partecipazione fisica o anche con modalità telematiche. Ogni annuncio indica chiaramente come deve essere presentata l’offerta e come si svolge la vendita. Nel caso di vendite telematiche, le istruzioni rilasciate dal ministero per la presentazione delle offerte, in questo caso – appunto – telematiche, sono reperibili a questo indirizzo web dove può essere scaricato il manuale in pdf.»

I vantaggi dell’acquisto a un’asta

Dott. Andreani, che vantaggi ha un privato ad acquistare dal PVP? In un’asta non ci sono margini di contrattazione… anzi, se ci sono più offerte il prezzo del bene aumenta.

«Quest’ultima affermazione è corretta: si tenga presente, tuttavia, che, proprio nell’interesse di quella che noi chiamiamo “la procedura” – cioè nell’interesse sia del fallito che dei suoi creditori – di solito si parte con un prezzo molto allettante, che difficilmente arriva al valore di mercato del bene anche dopo eventuali rilanci d’asta»

Quindi nella vendita pubblica c’è solo una convenienza economica?  

«Direi proprio di no, nel senso che c’è molto di più, e anche un po’ meno… Vediamo anzitutto cosa NON troviamo: quando si acquista un bene fra privati il codice civile prevede alcune garanzie per il compratore, per esempio per quanto riguarda i “vizi” dei bene (compero una lavastoviglie che, si scopre poi, non scalda l’acqua del lavaggio); sugli automezzi la legge prevede una garanzia obbligatoria; ecco, questo tipo di tutele non esiste quando si acquista per il tramite delle aste giudiziarie.»

«Però, proprio perché il bene proviene da una procedura che ne deve garantire la “bontà giuridica”, chi compera ha altre garanzie: i beni che acquisti da un’esecuzione fallimentare sono “liberi” per quanto riguarda i problemi giuridici, dalle esecuzioni/fallimenti:

  • ti arrivano “candeggiati” da ogni gravame, ipoteca, sequestri, ecc.
  • non sei soggetto a revocatorie
  • e sei hai acquistato un immobile hai una sorta di “condono permanente”, ovvero nei sei mesi successivi all’acquisto puoi sanare le irregolarità come se fosse aperto il condono edilizio»

«Dai privati tutto questo non c’è.»

Reddito di cittadinanza, l’Inps pubblica i numeri

Mer, 10/23/2019 - 09:00

1,5 milioni le domande presentate per un totale di
2,28 milioni di persone coinvolte (di cui 1.47 milioni tra Sud e Isole)
118mila nuclei percettori di pensione di cittadinanza (138mila persone coinvolte)
982mila le domande accolte fino all’8 ottobre
415mila quelle respinte
126mila sono in lavorazione

39mila nuclei hanno perso il diritto: perché

5% per rinuncia del beneficiario
10% per variazione della situazione reddituale
37% per variazione della composizione del nucleo a eccezione di nascita e morte
47% per variazione congiunta della composizione e della situazione economica del nucleo

Gli assegni più alti e quelli più bassi

482,36 euro l’assegno medio mensile erogato
Il 68% (oltre 645mila) percepisce un importo mensile inferiore a 600 euro e l’1% (quasi 5mila) uno superiore a 1.200 euro
più in specifico:
613 euro mensili vengono dati ai nuclei con a carico un mutuo
212 euro (quello più basso) per chi ha la pensione di cittadinanza (over 67) e vive in affitto
il 21% dei nuclei resta sotto i 200 euro mensili (oltre 197mila)
il 3,5% dei nuclei percepisce dai 1.000 ai 1.200 euro (quasi 33mila)

Dove?

849mila nuclei (56%) al Sud e Isole
425mila nuclei (28%) nelle regioni del Nord
249mila nuclei (16%) nelle regioni del Centro .

A chi?

Nel 90% dei casi il reddito di cittadinanza risulta erogato a un italiano, nel 6% a un cittadino extra-comunitario in possesso di un permesso di soggiorno,
nel 3% a un cittadino europeo
nell’1% a familiari dei casi precedenti.

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Reddito di cittadinanza, come funziona in 10 punti chiave
Il caso della pagina Facebook dell’Inps e il flop del reddito di cittadinanza

La Cucina Vegana di Manuela: crema pasticcera

Mer, 10/23/2019 - 07:50

Ingredienti: 1 mela Bio, 300 ml di latte di mandorle non dolcificato, 2 cucchiai di amido di mais, 4 cucchiai di malto di riso, la scorza di 1 limone e 1 bastoncino di cannella.

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La Cucina Vegana di Manuela: i pancakes (video-ricetta!)
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Ecotassa sugli aerei: cosa cambia tra gli Stati europei?

Mer, 10/23/2019 - 07:00

“Bisogna smettere di usare l’aereo e spostarsi in treno”. Benché nasca in bocca agli ecologisti più ortodossi e non sempre sia praticabile, la frase parte da un dubbio condivisibile da tutti: perché i treni hanno le ecotasse e gli aerei no, nonostante i primi inquinino molto meno dei secondi? Il trasporto aereo è responsabile del 4,9% del riscaldamento climatico globale, eppure, salvo in alcuni Stati, sembra godere di una sorta di immunità, esentasse, neanche a dirlo. Mentre l’elettricità usata dai treni è tassata, il carburante utilizzato dagli aerei continua a non essere tassato, né una sua eventuale tassazione viene presa in considerazione durante i vertici mondiali, non ultimo, l’accordo di Parigi, dove una tassa sugli aerei non è stata presa in considerazione.

Il Governo francese, guidato da un Emmanuel Macron sempre più deciso a proseguire la transazione ecologica che tanti problemi gli ha creato con i ‘gilet gialli’, lo scorso 9 luglio ha comunque annunciato l’introduzione di un’ecotassa sui biglietti aerei che entrerà in vigore a partire dal 2020. Concretamente, si tratterà di un sovrapprezzo variabile tra 1,50 e 18 euro per i voli in partenza dalla Francia, fatta eccezione per la Corsica e i lontani territori d’Oltremare risalenti alla colonizzazione. L’ecotassa non verrà applicata su nessun secondo volo in caso di scalo. In questo modo il Governo francese stima un gettito di 182 milioni di euro destinato a finanziare progetti di infrastrutture meno impattanti sull’ambiente, come le ferrovie. Un’iniziativa buona ma insufficiente, secondo il quotidiano francese Le Monde: «Rispetto al costo di un biglietto necessario per andare in capo al mondo, questa tassa resta un piccolo contributo. E si aggiunge ad altre che sono destinate a finanziare la sicurezza, la manutenzione degli aeroporti e le istituzioni del settore (come nel caso della Direzione generale dell’aviazione civile)».

In altri Paesi però l’ecotassa funziona benissimo, come nel Regno Unito, dove il Air Passenger Duty è stato introdotto nel 1994, varia tra i 14 e gli 86 euro e ogni anno fa guadagnare 3,34 miliardi di euro, con un disincentivo a usare l’aereo in virtù di altri mezzi più ecologici per un risparmio annuale di 300mila tonnellate di anidride carbonica in meno. È presto per escludere manovre correttive da parte della Francia rispetto all’ecotassa, certo gli esempi virtuosi a cui rifarsi sono tanti: Regno Unito, Germania, Austria, Norvegia e Svezia. L’Italia, per il momento, è esclusa dalla lista.

Foto di Holger Detje da Pixabay

Come la tv aiuta la propaganda del leader della Lega

Mar, 10/22/2019 - 15:00

Alla fine sono arrivati. I dati Agicom di settembre confermano i dubbi: sulle sette reti giornalistiche Matteo Salvini rimane il politico più trasmesso. Ad agosto ha goduto di 280 minuti di parola sui telegiornali, più del triplo di tutti gli altri leader politici, Giuseppe Conte compreso, che nonostante fosse premier anche durante lo scorso governo, è stato trasmesso 128 minuti, seguito da Nicola Zingaretti (112), Luigi Di Maio (92) e Silvio Berlusconi, lontano da tutti, sia dagli altri, sia dai gloriosi anni Novanta, con appena 53 minuti di apparizioni in tv. 

Dopo la crisi di governo e il clamoroso autogol si credeva Salvini ormai fuori gioco, almeno per un po’, invece ci ha pensato la televisione a rimetterlo in campo, a dispetto delle continue lamentele del capitano, che invece lamenta censure e faziosità a suo sfavore. 

Una polemica, questa, che è stata sciolta dall’Authority, presieduta da Angelo Marcello Cardani, con le «Tabelle relative al pluralismo politico/istituzionale in tv, relative a settembre 2019» da cui emerge che né il Carroccio né il Capitano hanno subito contraccolpi mediatici. Anzi. Dai dati forniti da Agcom emerge che a monopolizzare gli spazi di parola dei singoli soggetti politici sono il premier Giuseppe Conte, primo in tutti i Tg, e Salvini nel ruolo di inseguitore. Unica eccezione è Studio Aperto dove il leader del Carroccio viene scavalcato da Silvio Berlusconi.

A settembre, Conte ha fatto un salto di visibilità, è in testa nei tempi di parola (243 minuti) tra i telegiornali Rai, Mediaset e La7, mentre Salvini si ridimensiona (160) ma continua a surclassare, di molto, gli altri leader politici. 

A minare la par condicio e la corretta informazione in Italia c’è però un fatto, meno eclatante ma tutt’altro che marginale, riguardo ai fatti della Lega: le dichiarazioni trasmesse in tv sono tutte di Salvini. Un soliloquio unico, ipnotico, che non si registra per gli altri partiti, le cui dichiarazioni si disperdono in un chiacchiericcio di voci e volti spesso senza nessun peso politico o del tutto sconosciuti al pubblico a casa. 

Nei tg della Rai, a settembre, a nome della Lega, non compare nessun altro, se non Salvini, tra i primi venti. Idem a Mediaset. Soltanto La7 affida il microfono anche ad Antonio Maria Rinaldi e Attilio Fontana. Insomma, un pluralismo solo apparente, quello in Italia. Salvini parla, parla, continua a parlare a qualsiasi microfono, semplicemente per un motivo: audience

Audience che non fa che rafforzare la sua immagine, soprattutto per l’eco che i suoi video tv, tagliati e montati ad hoc dalla “Bestia”, lo staff che cura l’immagine del Capitano, suscitano sui social mediante un preciso sistema di propagazione (questo video della giornalista Milena Gabanelli svela tutti i retroscena). 

Del resto a confermare la macchinazione è stato anche Luca Morisi, il noto consulente d’immagine di Matteo Salvini, durante una lezione organizzata da Youtrend a Torino. «Il nome della Bestia l’ho copiato dalla campagna elettorale di Barack Obama («The Beast» era proprio la struttura creata, con un peso schiacciante di internet, per arrivare alla Casa Bianca)» ha detto il quarantaseienne Morisi di fronte a 50 giovani aspiranti spin doctor. Ai quali, ha poi dato alcuni consigli. 

Eccone 7: 

  1. Pubblicare fino a 17 post al giorno.
  2. Parlare alla pancia degli italiani con messaggi che più toccano temi divisivi e più generano partecipazione.
  3. Disporre di un Tool per ascoltare il ‘sentiment’ della Rete e individuare l’argomento più discusso per partecipare al dibattito.
  4. Applicare lo schema TRT: Televisione, Rete, Territorio. 
  5. Veicolare i messaggi grazie a circa 800-1.000 fedelissimi che ricevono il link dei post su una chat WhatsApp e poi li rilanciano su ogni mezzo digitale.
  6. Profilare, fin nei minimi dettagli in barba alla privacy, gli utenti-fan.
  7. Spendere soldi, tanti soldi.

Soldi che fino a ieri provenivano anche dalle tasche dei cittadini e che ora, invece, si limitano alle donazioni, a 1/3 dello stipendio di ogni eletto della Lega, e stando alle indagini in corso, forse, anche dalla Russia. 

Sigarette elettroniche, dall’Iss l’invito a vigilare sugli effetti

Mar, 10/22/2019 - 14:51

Un’allerta di grado 2 – su un totale di 3, e quindi di livello intermedio – è stata diramata riguardo alle sigarette elettroniche al ministero della Salute e agli assessorati regionali di tutta Italia dal Sistema Nazionale di Allerta Precoce dell’Istituto Superiore di Sanità. L’obiettivo è vigilare sulle malattie polmonari che possono insorgere nelle persone che utilizzano questi dispositivi alla luce dell’insorgenza delle gravi lesioni polmonari riscontrate negli Stati Uniti.

Leggi anche: Sigarette elettroniche, sottovalutato il pericolo per il cuore

Negli Usa sono stati registrati circa 1300 casi e 26 morti, soprattutto tra i più giovani, a causa della polmonite chimica, irritazione ai polmoni causata dall’inalazione di sostanze tossiche. La maggior parte aveva utilizzato prodotti per e-cig contenenti tetraidrocannabinolo (Thc, il principio attivo della cannabis), mentre altri avevano usato prodotti a base sia di Thc che di nicotina e altri ancora ricariche solo a base di nicotina.

Sotto accusa in particolare alcuni liquidi per le ricariche

I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi (organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America il cui compito è sorvegliare, prevenire e suggerire gli interventi più appropriati in caso di malattie ed epidemie, ndr) hanno segnalato che molti dei casi di polmonite chimica registrati risultano collegati all’uso di prodotti illegali, acquistati su canali non ufficiali e da rivenditori non autorizzati.

Il problema, spiegano gli esperti, non sarebbero le sigarette elettroniche ma alcune sostanze utilizzate come solventi di estrazione presenti in alcune cartucce per la ricarica. Per questo l’invito dei CDC è di non comprare le ricariche da rivenditori non autorizzati.

La Serie A è tornata all’italiana, Brera ne sarebbe orgoglioso

Mar, 10/22/2019 - 12:00

I sogni muoiono all’alba. E l’alba, in questo caso, è l’ottava giornata del campionato di Serie A. Facciamo un passo indietro. Nel calcio è in atto da tempo una sorta di rivoluzione culturale. Che ha in Arrigo Sacchi il suo leader storico e in Guardiola il generale contemporaneo. Un altro modo di intendere il calcio, che nega il comportamento speculativo. Bisogna giocare sempre per attaccare, tenere la palla tra i piedi il più possibile. La negazione del caro, vecchio calcio all’italiana cantato da Gianni Brera di cui quest’anno è stato celebrato il centenario della nascita. Un affronto per la stella polare del giornalismo sportivo italiano. Lui che sul gioco all’italiana, di rimessa, catenaccio e contropiede, ci aveva praticamente imbastito una teoria antropologica.

Oggi Brera non sarebbe a proprio agio nel commentare il tiqui taca, il calcio delle ripartenze, delle transizioni, del possesso palla esasperato. Lui che già soffrì i successi del Milan di Sacchi. Sarebbe inorridito nel vedere che anche le cosiddette provinciali hanno sposato il calcio contemporaneo. Ai suoi tempi le provinciali erano il coriaceo Padova di Nereo Rocco, o anche – più tardi – l’Ascoli di Carletto Mazzone, giusto per fare due esempi.

Quest’anno il calcio italiano ha provato e sta provando a cambiare il corso della propria storia

Lo ha fatto partendo dal club più rappresentativo. La Juventus ha abiurato il suo calcio speculativo e ha sostituito Allegri, vincitore di cinque scudetti consecutivi, con Maurizio Sarri profeta del nuovo corso. Uno che quando sente parlare di “gestione della gara” gli viene l’orticaria. Per lui, le partite vanno aggredite non gestite. La Juventus vuole vincere l’agognata Champions e vuole farlo lasciando un’impronta col gioco. Vincere non è più l’unica cosa che conta. E al traino della Juventus si sono mosse altre squadre italiane. Il Milan ha scelto Giampaolo, il Genoa ha puntato su Andreazzoli, la Sampdoria ha preferito Di Francesco, la Roma il portoghese Fonseca, al Sassuolo è rimasto De Zerbi. Senza dimenticare Gasperini e la sua Atalanta che col quarto posto dello scorso anno hanno addirittura conquistato il diritto di giocare la Champions.

Come detto in apertura, i sogni muoiono all’alba

E una cosa è sognare il calcio scintillante delle squadre di Guardiola e Klopp, un’altra dover sopportare le traversie per una traghettamento che è tutt’altro che semplice. Sono bastati meno di due mesi per una decisa di inversione di rotta. Il Milan ha salutato Giampaolo, la Sampdoria ha dato il benservito a Di Francesco, il Genoa ha detto addio ad Andreazzoli (anche se non ha abbandonato la filosofia, affidandosi a Thiago Motta), e alla Roma Fonseca si sta rendendo protagonista di un’inattesa conversione all’italianismo. L’unico che sta resistendo è proprio il leader del partito del bel gioco: Maurizio Sarri che con la sua Juve è in testa al campionato, ha vinto a Milano contro l’Inter convincendo sul piano del gioco ed è in testa nel suo girone di Champions.

Dopo appena otto giornate di campionate, la Serie A non può essere più considerata un laboratorio calcistico. Alle prime difficoltà, i club hanno ammainato le vele, arretrato il raggio d’azione e sposato un più tranquillizzante calcio difensivo. Il calcio italiano, la Sampdoria, ha persino richiamato Claudio Ranieri che col suo modo di intendere il football – certamente non raffinato – ha compiuto la più straordinaria impresa calcistica dalla vittoria della Grecia agli Europei del 2004: la vittoria del campionato inglese con il Leicester.

Brera avrebbe sogghignato

Gli italiani non possono tradire la propria storia, è una questione di Dna. Lui, ovviamente, lo avrebbe scritto da dio e togliendosi più di qualche sassolino dalle scarpe.

Bike sharing, Roma ci riprova con Uber

Mar, 10/22/2019 - 11:29

Jump, il servizio di bike sharing acquistato da Uber lo scorso anno per 200 milioni, già attivo in 18 metropoli europee e americane, sbarca a Roma. Color rosso fuoco, Jump si prenota tramite l’app di Uber, costa 20 centesimi al minuto, e ha biciclette dotate di cestello e porta smartphone, con pedalata assistita. La flotta attuale è composta da 700 e-bike, che entro fine anno verrà rimpolpata arrivando a 2800 bici elettriche. Il servizio copre una superficie di 57 km quadrati, dal centro ai quartieri Eur, Coppedè, Monteverde Nuovo e Fleming. La speranza è che almeno questo servizio resista ai numerosi atti vandalici che hanno affossato i precedenti esperimenti. 

Le biciclette Jump possono raggiungere i 25 km/h, tuttavia non sono fornite di casco, sul sito web del servizio anche se agli utilizzatori viene consigliato di indossarlo. Consiglio che in futuro potrebbe diventare obbligo con l’approvazione del disegno di legge del senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Bertoldi, il quale imporrebbe casco, targa e assicurazione per le biciclette con pedalata assistita.

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La biblioteca di Helsinki è la migliore al mondo

Mar, 10/22/2019 - 10:00

Che i Paesi del Nord Europa siano più avanti quanto a politiche green e sociali è cosa nota. Quando però lo si tocca concretamente con mano, semplicemente andando a visitare una biblioteca, si rimane comunque sempre stupiti.

Andiamo per esempio in Finlandia, un Paese che si è posto l’obiettivo di emanciparsi dai combustibili fossili entro il 2035 e una capitale, Helsinki, che punta a diventare un esempio per le politiche green anche per il turismo. Lo si vede subito arrivando in città: le auto ci sono, ma la scelta di mezzi pubblici è ampia, dai tram ai bus, ed è pieno di mezzi alternativi in condivisione, dalle bici ai monopattini elettrici, letteralmente una miriade, usati giorno e notte dagli abitanti. Si tratta di una città piccola e con un centro molto ridotto, percorribile anche a piedi, ma quando arrivi in una città che ha una “filosofia” diversa te ne accorgi. E non solo per lo stile di vita green, ma anche per il concetto di condivisione, alla base di alcuni dei progetti più moderni della città.

Oodi, una biblioteca futuristica

Non si può non notarla: anche se Helsinki è una capitale del design, che ha dato i natali ad esempio ad Alvar Aalto, ed è ricca di palazzi moderni dal disegno particolare, la biblioteca svetta per il suo tetto dall’andamento sinuoso.

Anche se non si conosce la storia di questa biblioteca, inaugurata a dicembre 2018, già meta di più di due milioni di visitatori e premiata in agosto come “miglior biblioteca pubblica al mondo” dalla federazione Internazionale della Associazioni e Istituzioni Librarie per l’anno 2019, si è incuriositi ed invitati ad entrare.

Il progetto è dello studio finlandese ALA Architects, che ha lavorato con materiali e con un disegno che permettessero di rendere l’edificio energeticamente efficiente. La progettazione si è svolta in maniera partecipata con gli abitanti e il risultato sono 17 mila metri quadri di biblioteca, accessibile a tutti.

Il piano terra è una zona di accoglienza, con un cafè, uno shop, spazi per eventi, un punto dove chiedere informazioni e riconsegnare i libri. Il libro riconsegnato entra in un sistema automatizzato che ne scansiona i dati e lo convoglia nel giusto cestello. Dopodiché arriva un simpatico bibliotecario-robot, che sposta i libri e li riporta nei propri spazi.

Mentre al piano interrato c’è addirittura un cinema/teatro, al primo piano c’è una grossa sala comune, con una scalinata coperta di tessuto dove ci si può sdraiare per riposarsi, leggere i propri libri o studiare, così come si può fare nei divanetti e nelle poltroncine sparse per il piano.

La condivisione

Quello che stupisce però di questo piano sono gli spazi in condivisione, prenotabili gran parte delle volte gratuitamente. Da una parte si vede una lunga tavolata di computer dallo schermo enorme, di ultima generazione e molto potenti, ai quali si possono vedere ragazzi che stanno tagliando filmati, o che disegnano con tavolette grafiche.

Dall’altro lato un tavolo dedicato al lavoro manuale e tecnico: una macchina da cucire, un ferro da stiro, oggetti per plastificare o tagliare carta e altri materiali, stampanti laser 3D e plotter sono a disposizione di chiunque voglia usarli con rispetto. “Affittare è meglio che comprare” è uno degli slogan sui cartelloni della biblioteca, che ha voluto dar valore anche ai lavori artigianali, immaginando che alcuni strumenti siano usati solo una parte del tempo che occorre per realizzare un oggetto, e che quindi possono essere tranquillamente noleggiati. Le stampe si pagano, ma gran parte degli oggetti può essere utilizzata gratis, a patto di prenotarli e non danneggiarli. Bibliotecari solerti sono pronti ad aiutare chiunque abbia bisogno di informazioni.

Intorno a questi grandi tavoli si aprono le stanze che si possono prenotare per studiare o lavorare da soli, in coppia o in gruppo, le sale conferenze, ma anche stanze con videogiochi e consolle per divertirsi senza doversi comprare una X – Box. Ci sono degli studi di registrazione, per suonare, per girare video, addirittura una cucina, gran parte dei quali sono gratuiti.

Per affittare gli spazi più grandi come il cinema e la zona eventi si paga, con questo concetto: se si tratta di un evento che la biblioteca ritiene possa essere culturalmente rilevante (secondo criteri disposti dal Ministero dell’Educazione e della Cultura) allora il prezzo sarà scontato. Per capirci: affittare il cinema da 250 posti per 4 ore con il “Cultural price” costa 386 euro, Iva e pulizie comprese.

Il Paradiso dei libri

L’ultimo piano è il Paradiso dei libri (si chiama proprio così). Uno spazio pieno di luce con ampie vetrate che permettono di sfruttare al meglio la luce naturale e il pavimento di legno di abete finlandese, ondulato, che si apre davanti agli ospiti con un’offerta di 100 mila libri, in diverse lingue, 7 oasi lettura, punti dove prenotare dischi e film, un caffè e una balconata che danno sulle vie della città e un angolo bambini.

Nella punta estrema di questa grande “nave” c’è infatti un corner dove mamme con bambini di tutte le età vengono a passare le loro giornate, bimbi a piedi scalzi girano per lo spazio che è aperto sulla biblioteca ma studiato in modo da non disturbare gli altri lettori. Tanto silenzioso e riposante che c’è pure un punto-nanna per i neonati.

Investire nella cultura e nella condivisione

Quello che stupisce di questo progetto è la fiducia nella condivisione e l’investimento nella cultura. La Finlandia è un Paese piccolo, Helsinki ha 630 mila abitanti, il Pil pro-capite dei finlandesi è superiore alla media europea, ma l’idea di investire in una biblioteca non è scontata. Invece Oodi, “Ode” in finlandese, questo è il suo nome, scelto anch’esso attraverso la condivisione con i cittadini, è il regalo che i finlandesi si sono voluti fare per i 101 anni di indipendenza della nazione, a dicembre del 2018. È costato 98 milioni di euro, 30 dei quali pagati dallo stato Finlandese, il resto investito dalla città.

Un Paese nato povero e contadino, che ha scelto di investire nella cultura dei suoi cittadini: «Fin dall’inizio della nostra storia abbiamo capito che l’unica risorsa che avevamo era il capitale umano – ha spiegato il sindaco di Helsinki Jan Vapaavuori  a pochi giorni dall’inaugurazione, come riporta Il Sole24Ore -. Niente meglio di una biblioteca poteva simboleggiare il nostro modo di intendere la nazione, una società aperta, trasparente e egualitaria che ha come valori l’istruzione continua, la cittadinanza attiva, la libertà di espressione. La democrazia si fonda infatti su un popolo istruito e critico, la dobbiamo difendere!»

Non sarà un caso che gli studenti finlandesi sono spesso tra i primi posti dei test Pisa (Il Programma per la valutazione internazionale dello studente), e che la Finlandia nel 2016 sia stata definita da una ricerca della Central Connecticut State University il paese più “alfabetizzato” al mondo.

Gli anni del Male

Mar, 10/22/2019 - 09:00

Solo 4 anni di pubblicazioni, dal 1978 a metà del 1982 sono bastati a un gruppo di autori per rivoluzionare il panorama satirico italiano e rimanere nella memoria dei più a oltre 40 anni di distanza.

La mostra curata da Angelo Pasquini, Mario Canale, Giovanna Caronia Carlo Zaccagnini, con i suggerimenti dall’aldilà di Vincino Gallo si apre venerdì 25 ottobre e chiuderà il 7 gennaio 2020 al We Gil di Roma.

L’invenzione delle fake news

Il Male è rimasto famoso soprattutto per i suoi falsi, perfette copie di giornali nazionali che riportavano notizie assolutamente false ma verosimili.

Come racconta Jacopo Fo (uno dei fondatori della rivista) nel suo libro Com’è essere figlio di Dario Fo e Franca Rame edito da Guanda: “Ad esempio, quando l’Italia fu eliminata dai mondiali di calcio del 1978, in semifinale, dall’Olanda, realizzammo un falso del Corriere dello Sport con un titolo a caratteri cubitali: ’Annullati i mondiali!’ Una cazzata epocale, ma il falso era tecnicamente perfetto. Centosessantamila italiani comprarono una copia del nostro giornale e fecero lo scherzo a milioni di connazionali. A Napoli ci furono addirittura caroselli di auto con bandiere tricolori, clacson, mortaretti e il falso del Corriere dello Sport agitato dai finestrini. Un bordello nazionale.»

Un parterre eccezionale

La redazione de Il Male era composta dai disegnatori: Vincino (direttore del giornale), Perini, Angese, Sferra, Jacopo Fo, Carlo Cagni, Cinzia Leone, Alain Denis, Pino Zac, Vauro e Mannelli (questi ultimi tre usciti dal giornale dopo i primi tre numeri).
C’erano i disegnatori di Cannibale, poi diventati collaboratori organici del Male: Pazienza, Tamburini, Scozzari, Liberatore, Mattioli. Collaboratori abituali del Male erano anche Topor, Wolinskj, Reiser, Wilhelm (questi ultimi di Charlie Hebdo’). E diversi disegnatori del Canard Enchainé. Gli scrittori: Saviane, Pasquini, Lo Sardo, Jiga Melik (Alessandro Schwed), Canale, Sparagna. I grafici: Marcello Borsetti, Giovanna Caronia, Cinzia Leone, Francesca Costantini. Lo specialista dei collage fotografici, Francesco Cascioli. Collaboratori saltuari sono stati alcuni grandi scrittori  come Umberto Eco, Italo Calvino, Leonardo Sciascia, Stefano Benni.

La mostra contiene una ricca documentazione fotografica e talvolta filmata. Iniziative che in alcuni casi hanno causato denunce e processi a carico dei redattori: il Male è stato il settimanale più denunciato e sequestrato dal Dopoguerra.

Gran belle bestie

Scrive ancora Jacopo Fo: “Un successo colossale, sesso, vaffanculo a tutti, 186 denunce per oltraggio alla religione, al capo dello Stato italiano e a capi di Stato stranieri, alla pubblica morale. 83 denunce le avevo prese io personalmente. Ma mi firmavo con uno pseudonimo. Una volta arrivò l’ufficiale giudiziario con una denuncia per Giovanni Karen, che era il mio alias. E io gli dissi che non sapevamo chi fosse e che ci mandava i disegni per posta anonimamente. Avere un nome falso a volte serve. Avevamo anche un direttore responsabile che pagavamo solo perché si facesse processare al nostro posto. Se fossimo finiti tutti in galera, nessuno avrebbe mandato avanti il giornale, così era venuta l’idea di assumere un capro espiatorio. I nostri direttori responsabili sì che avevano fegato. Perché lo sapevano che si sarebbero immolati. Nessuno venne mai condannato, e questo fu veramente strano. In effetti eravamo delle bestie.”

Come scegliere il Consulente Finanziario

Mar, 10/22/2019 - 07:00

Abbiamo trovato la banca migliore, il conto corrente più adatto alle nostre esigenze, abbiamo compilato il Profilo di Rischio
Ora è il momento di affidarci a un consulente finanziario per investire i nostri risparmi. Ce ne sono di 2 tipi…

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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 29 OTTOBRE 2019!

Rifò prende il tuo vecchio vestito e lo trasforma

Mar, 10/22/2019 - 07:00

Niccolò Cipriani era in Vietnam quando ha realizzato con i suoi occhi il problema della sovrapproduzione che grava sul settore dell’abbigliamento. «Le strade di Hanoi sono piene di negozi dal nome “Made in Vietnam” che vendono tutti capi di abbigliamento prodotti in Vietnam, esportati in Occidente, non venduti in Europa e rispediti in Vietnam per non abbassare i prezzi del mercato occidentale. Una volta non venduti, questi indumenti vengono direttamente gettati in discarica o in un inceneritore. Nell’industria tessile si produce molto di più di quanto venga consumato», racconta Niccolò. Preso atto del sistema che sta dietro all’industria, a Niccolò tornò in mente l’antica tradizione pratese del rigenerare tessuti, e pensò di iniziare a utilizzare tutti i vestiti che vengono buttati per rifarci un nuovo filato (Rifò, in toscano, è non a caso il nome scelto per la sua nuova azienda). La società è stata costituita nel luglio 2018 mentre il progetto era partito con un crowdfunding nel novembre 2017.

La crescita è a razzo. «Siamo passati da 2 dipendenti a 5 in questo momento, e per quest’anno prevediamo di allargare ulteriormente il team. Vendiamo molto sia online che con negozi che rivendono i nostri prodotti, e quest’anno dovremmo superare i 250.000 euro di fatturato, che è triplicato rispetto allo scorso anno. Mentre scriviamo, sul sito sono sold out buona parte dei prodotti.»

Assieme a Niccolò, l’azienda è stata fondata nel 2017 da Clarissa Cecchi. Obiettivo: produrre capi e accessori realizzati interamente con fibre tessili rigenerate al 100%. A renderli speciali, come e più di altre aziende attive nel campo della sostenibilità, la nuova tecnologia che ha permesso loro di riciclare anche gli onnipresenti jeans – molto, troppo resistenti, e finora impossibili da riutilizzare -, con i quali Rifò produce morbidi maglioncini in cotone dal colore complesso e indefinibile, derivato dalla scelta di non tingere nuovamente il capo eliminando quindi l’uso di coloranti e prodotti chimici. Un successo. La stoffa è derivata al 100% da tessuto denim riciclato e rigenerato, al 97% in cotone. Il restante 3% è composto da altre fibre non specificate: quelle di cui sono fatte le cuciture dei jeans. Il maglione di cashmere è una novità di questo autunno, prodotto a partire da vecchi maglioni che vengono sfilacciati, trinciati fino a riportarli allo stato di fibra per poi produrre un nuovo maglione, che non viene tinto. Così teli, magliette, berretti, sciarpe.

Le imprese basate sulla sostenibilità e il riciclo sono il futuro? «Sì, però non ci deve essere solo la sostenibilità, ci deve essere anche il prezzo, la qualità e il design. Non basta da sola la sostenibilità per essere competitivi nel mercato, quella è un valore aggiunto una volta che siamo competitivi con prezzo e design. All’inizio abbiamo dovuto dare credibilità al nostro progetto, e non è stato facile. Abbiamo dovuto dimostrare che un capo rigenerato è di qualità, ed è adatto per essere indossato tutti i giorni». Tra le difficoltà che un giovane imprenditore del verde, come Niccolò, ha dovuto affrontare, anche il fatto che «siamo indietro sul lato legislativo, perché non si può ancora considerare un vecchio indumento come rifiuto e non come bene economico» (qui ne avevamo già parlato in merito alla lana).

Le idee buone di Rifò non finiscono qui. Il “Servizio Forever” permette, dopo 2 anni dall’acquisto, di rendere il prodotto per poterlo rigenerare di nuovo. In cambio, si ha diritto a un buono acquisto di 10 euro.

Ma se l’idea piace e si vuole aiutare Rifò, si può diventare un punto di raccolta vero e proprio inviando un carico superiore ai 10kg: si avrà diritto al 20% di buoni in più su ogni spedizione effettuata.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Continuiamo a occuparci dello scandalo dei farmaci da banco

Lun, 10/21/2019 - 16:24

Abbiamo scritto al Ministro Speranza, ma fino ad ora non abbiamo avuto risposta. La domanda era “I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Cosa intende fare il ministero?
Nel frattempo, mentre il Ministro non risponde, a rispondere sono i nostri lettori. Potete leggere i commenti in fondo all’articolo di Miriam Cesta che linkiamo qui sotto.

People For Planet sta lanciando una video inchiesta in Europa, per far vedere qual è la reale differenza di costi di certi farmaci da banco in Inghilterra, Olanda, Francia e Germania.

I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Perché?

Sophie Power la maratoneta che ha corso 170 km allattando suo figlio di tre mesi. La foto virale (oggetto di insulti)

Lun, 10/21/2019 - 15:29

Fa Power di cognome ed è un’ultrarunner. Ultra ancor più di runner. Sophie Power è un’ultramamma. Ha completato l’Ultra-Trail du Mont Blanc (UTMB), un’ultramaratona da 170 chilometri in montagna, in 43 ore e 33 minuti allattando suo figlio di 3 mesi durante la gara. La sua foto in una sosta a Courmayeur col piccolo Cormac attaccato al seno ha immediatamente fatto il giro del mondo, beccandosi anche un’immancabile selva di sgradevoli commenti online, dal “che schifo” al “non puoi farlo in un posto più privato?”.

“Gli atleti durante la gara fanno continuamente pipì a bordo strada, quindi non ero preoccupata di cacciare le tette”, scrive lei stessa sul Telegraph. Di più: consapevole che la sua storia riassuma in un colpo solo la bellezza dello sport estremo e la delicatezza del triplo ruolo mamma-lavoratrice-sportiva, l’atleta 37enne inglese ha deciso di utilizzare questa fragorosa notorietà per promuovere sulle sue piattaforme social i benefici dello sport in gravidanza.

Intanto il racconto di questa ultra-maternità è da capogiro: “L’UTMB – spiega con una tranquillità disarmante – è un’ultra-maratona, ma si cammina molto e si sale ogni 10.000 metri. Durante la gara ero costretta a tirar su la maglietta e il reggiseno sportivo per tirare a mano il latte dietro gli alberi, praticamente ovunque potevo, perché i miei seni erano gonfi e dolorosi. La prima volta che ho potuto allattare al seno è stata dopo 16 ore di gara ed ero in agonia. Mio marito non ha potuto raggiungermi prima con mio figlio Cormac di tre mesi perché durante la gara non ti è permesso incontrare il tuo team. Ci sono solo circa sei o sette punti in cui puoi fermarti con il tuo supporto. Se li incontri al di fuori di questi, sei squalificata. A nessuno importava che stavo allattando, ma un fotografo ha chiesto a mio marito se poteva fare una foto…”.

La foto però ferma un momento, e può nascondere un contesto. “Se avessi potuto ampliare lo scatto, avreste visto che il mio amico Matt stava contemporaneamente cambiando le batterie nella mia torcia per la testa e rifornendo la mia borsa con più cibo, mentre mio marito stava cercando di darmi da mangiare un sandwich all’avocado”. E poi, chi l’ha detto che essere mamma per un’atleta deve per forza essere uno svantaggio? “So di poter superare una notte di ultra-maratona senza bisogno di dormire, anche se la seconda notte dell’UTMB vedevo i demoni e le mie allucinazioni erano orrende: vedevo piumoni attaccati agli alberi. La cosa grandiosa di essere una neomamma è che sei abituata a non dormire: la partenza della gara è alle 6 di sera, che è un momento terribile per iniziare una gara. La maggior parte delle persone si sarebbe alzata in tarda mattinata, ma io avevo due bambini piccoli, quindi siamo saliti sul ghiacciaio e abbiamo fatto delle escursioni lì intorno durante il giorno. Il secondo giorno di gara stavo salendo un sentiero molto ripido per Champex-lac, e mio marito mi aspettava lì con un tiralatte. Ho fatto un pisolino di 20 minuti e mi sono sentita una persona diversa”.

Una situazione “normale” se non fosse già estrema di per sé. Il punto però è che una volta pubblicata sul profilo Twitter della rivista americana Runners World, la foto ha scatenato una sequela di reazioni negative. “Ho pensato – continua Power – che fosse davvero triste. Ma accettando di condividere la foto abbiamo visto quale impatto straordinariamente positivo potrebbe avere sulle donne di tutto il mondo. Si tratta di promuovere il lato della salute della gravidanza, e anche dopo il parto. La storia non parla di me, non si tratta dell’allattamento al seno durante una gara, ma di quanto sia incredibile il corpo femminile. Si tratta di come le donne incredibilmente forti possano essere dopo il parto e come, in realtà, dovremmo essere in grado di tornare in forma. Abbiamo solo bisogno di supporto”.

Articolo di Mario Piccirillo – Su gentile concessione de ilnapolista © – Riproduzione riservata

Pellicce, anche la Slovacchia vieta le pellicce. L’Italia tace

Lun, 10/21/2019 - 15:16

Anche in Slovacchia è finita l’era degli allevamenti di animali per la produzione di pellicce, il divieto approvato dal parlamento sarà effettivo dal 1° gennaio 2021, con possibilità di arrivare al 2025 per dismettere l’attività degli allevamenti esistenti. Il risultato è stato raggiunto grazie all’attività di mobilitazione della ONG slovacca Humànny Pokrok (“Progresso umano”) che in 7 mesi ha raccolto 80mila firme ed è riuscita a far depositare una specifica proposta di Legge e ad avviarne l’iter legislativo.

Sale così a 13 il numero di paesi UE che hanno vietato gli allevamenti per la produzione di pellicce. L’Italia non è tra questi. Da noi sono ancora attivi 16 allevamenti di visoni, che ogni anno causano la morte di circa 180.000 animali, nonostante il lavoro della Lav (Lega anti vivisezione), che ha presentato tre distinte proposte di legge (C99, C177, S211), in attesa da anni sia alla Camera che al Senato.

Intanto, pochi giorni fa, in California è stata approvata la legge più restrittiva al mondo per la messa al bando delle pellicce: non solo si vietano gli allevamenti, ma è bandita la commercializzazione stessa del prodotto, vietando quindi anche l’import. La legge fissa sanzioni di 500 dollari per ogni singolo articolo di pellicceria commercializzato o prodotto, seguita da una seconda sanzione di 750 dollari per singolo articolo in caso di reiterazione entro l’anno, e da un’ulteriore sanzione di 1.000 dollari in caso di recidiva. Anche New York sta valutando. 

Non c’è dubbio che si tratta di notevoli passi in avanti, ma dal punto di vista della sostenibilità ambientale va ricordato che le cosiddette eco-pellicce andrebbero comunque ripensate. Le pellicce sintetiche sono infatti costituite da fibre polimeriche sintetiche come acrilicomodacrilico e poliestere, ovvero da plastica. Queste fibre sono prodotte da sostanze chimiche derivate da carbone, aria, acqua, petrolio e calcare. Immettere nel mercato una grande quantità di questi capi in sostituzione delle pellicce “vere” non aiuta comunque in nessun modo l’ambiente, soprattutto se non vengono riciclate come tutti gli altri rifiuti plastici (cosa al momento impossibile visto il mix di cui sono composte). Tra l’altro, i finti “peli” si staccano molto facilmente dal capo d’abbigliamento, disperdendosi nell’ambiente.

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Cosa sta succedendo in Catalogna?

Lun, 10/21/2019 - 15:00

Tutto è cominciato con il referendum del 2017, quando il movimento indipendentista catalano ha indetto un referendum non riconosciuta dal tribunale costituzionale spagnolo che chiedeva al popolo catalano di esprimersi per l’indipendenza della regione.

Già in quell’occasione iniziarono gli scontri: la polizia spagnola cercò di impedire l’entrata ai seggi provocando una forte indignazione anche da parte di chi non era d’accordo sul referendum: il diritto di voto non si tocca, dicevano.

Al referendum partecipò meno del 40% della popolazione e ovviamente vinsero i Sì. Il risultato non venne riconosciuto dal governo spagnolo, al tempo guidato da Mariano Rajoy, e questo acuì la tensione nelle piazze.

Le condanne ai separatisti

Lunedì 14 ottobre la Corte Suprema spagnola ha condannato 12 leader separatisti con l’accusa di sedizione, disobbedienza e abuso di fondi pubblici, infliggendo pene detentive fino a 13 anni.

Lasciata cadere invece l’accusa più grave: quella di ribellione.

E queste condanne hanno scatenato il caos con manifestazioni nell’intera Catalogna.

Il tutto complicato dalle prossime elezioni spagnole che si terranno il 10 novembre (le quarte in quattro anni).

Finora si contano un centinaio di feriti e una trentina di arresti ma i numeri son destinati a salire. È stata sospesa a data da destinarsi la partita di calcio Barcellona-Real Madrid.

La protesta non accenna a placarsi malgrado il socialista Pedro Sanchez, Primo Ministro ad interim sia molto più accomodante del predecessore Rajoy, conservatore.

Cosa accadrà?

Pedro Sanchez cerca di non esacerbare il clima alternando dichiarazioni concilianti e toni severi nel condannare le manifestazioni violente e all’interno del suo partito non tutti sono d’accordo nel negare decisamente l’indipendenza catalana.

Questo atteggiamento potrebbe favorire l’estrema destra Vox e il partito liberale Ciudadanos che sostengono l’unità nazionale e bollano Sanchez come traditore.

Presidente o attivista?

Pedro Sánchez oggi si recherà a Barcellona per visitare gli agenti di polizia feriti durante i disordini ma non intende incontrare Quim Torra, capo della Generalitat – ufficialmente il più alto rappresentante dello stato in Catalogna – in quanto lo accusa di aver alimentato le proteste violente invece che aver cercato una soluzione diplomatica. Le proteste in tal senso arrivano anche dal sindaco di Barcellona Ada Colau che ha dichiarato: «Stiamo vedendo un presidente che sembra più attivista che un presidente. Non abbiamo bisogno di un presidente che partecipi alle dimostrazioni invece di spiegare la situazione e come pensa che dobbiamo affrontarla».

Torra infatti ha affermato di sostenere «Tutte le manifestazioni che si stanno facendo in Catalogna» e ha ringraziato «Tutti i manifestanti, le migliaia di persone che sono oggi in tutte le strade, autostrade e autostrade della Catalogna, il suo spirito civile e pacifico ». 

A questa dichiarazione Pedro Sanchez ha ribattuto: «Il primo dovere di qualsiasi funzionario pubblico è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, nonché la sicurezza di qualsiasi spazio pubblico o privato contro comportamenti violenti. Il secondo è preservare la convivenza tra tutti i membri della società civile ed evitare la frattura della loro comunità. Il suo comportamento si è spostato nei giorni scorsi esattamente nel modo opposto».

La situazione è complicata e probabilmente a definirla saranno le elezioni del 10 novembre.

Foto di lecreusois da Pixabay 

Ideato cioccolato buono per i diabetici, è “made in Italy”

Lun, 10/21/2019 - 12:48

E’ “made in Italy” un nuovo tipo di cioccolato che può essere consumato anche da chi soffre di diabete perché non causa l’aumento della glicemia. Messo a punto da un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma, l’ingrediente segreto che rende il nuovo cioccolato adatto anche ai diabetici è l’oleouropeina, una sostanza contenuta nelle olive e nelle foglie dell’olivo, già nota per essere responsabile dell’effetto protettivo dell’olio extravergine sul metabolismo.

Il nuovo cioccolato è stato sperimentato su 25 pazienti con diabete di tipo 2 e su 20 soggetti sani utilizzati come gruppo di controllo che sono stati invitati a consumare 40 grammi di crema al cacao e nocciole normale oppure arricchita con il 4% di oleuropeina. Dallo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Clinical Nutrition, è emerso che mangiare 40 grammi di questo cioccolato non modifica in alcun modo la glicemia come accadrebbe con altri tipologie di cioccolato: in questo modo, spiegano i ricercatori, anche i diabetici potranno sfruttare le proprietà antiossidanti del cioccolato, che consumato in dosi moderate ha potenziali effetti protettivi sul sistema cardiovascolare.

Leggi anche: Niente sensi di colpa sul cioccolato, specie se è fondente

«I risultati – spiega Francesco Violi, professore ordinario di Medicina Interna dell’Università e presidente del Collegio dei Docenti Universitari di Medicina Interna (COLMED), che ha coordinato lo studio – mostrano che nei diabetici il consumo di cioccolato all’olio d’oliva riduce il picco glicemico che si ha due ore dopo l’ingestione del cioccolato normale: la glicemia media dopo il consumo di 40g di cioccolata è di 140 mg/dl, dopo aver mangiato quella arricchita con oleuropeina scende a 125 mg/dl».

Leggi anche: A Roma c’è la pasticceria per chi è a dieta

Imprenditoria italiana in crisi: i fuffa-coach non sono la soluzione

Lun, 10/21/2019 - 11:00

Lavoro da oltre 30 anni per i piccoli imprenditori che, ricordiamo, rappresentano l’80% del tessuto produttivo del nostro paese. Se dovessi individuare un parametro che evidenzi il livello della sua lenta evoluzione, sicuramente la massiccia partecipazione ai corsi-seminari motivazionali dei fuffa-guru rappresenta un indicatore molto significativo.

Ma là dove c’è un business di successo, c’è un’offerta che incontra una domanda. Semplice e banale. Pagano migliaia di euro poche ore di auto-esaltazione e poi considerano un costo (non un investimento) l’implementazione di fondamentali strumenti di gestione aziendale.

E quindi mi sono chiesto: perché i micro-piccoli imprenditori, con profondi gap in termini di competenze gestionali, accorrono poi in massa a quei momenti di esaltazione collettiva che insegnano ad aumentare l’autostima, a incanalare al meglio le proprie risorse ed energie interiori per ottenere il successo nella vita professionale e privata?

Provate a guardare qualche evento del genere cercando gli appositi link sul web.

Si tratta di veri e propri show dove più bravo sarà il protagonista sul palco, più forte sarà la musica, più vivaci e splendenti saranno i colori e più si esce da un corso del genere carico a pallettoni, a mille, pieno di energie e di bellissime sensazioni.

Non è una cosa strana. È perfettamente normale e sarebbe un problema il caso contrario!

Si tratta però sempre e comunque di spettacoli, dopo i quali vai a dormire come Rambo e l’effetto dura qualche giorno. Ma dopo… non ti resta nulla, hai solo ricevuto un po’ di temporaneo sollievo. Una vera e propria droga.

Dopodiché, quando finisce l’effetto elettrizzante, inizia la cosiddetta fase calante dopo la quale stai pure peggio di prima. Perché non ti ha lasciato nulla. Eppure in quel momento non ci pensavi, volevi solo star bene, volevi farti caricare.

Il successo di questi corsi si basa sulla efficienza della macchina organizzativa, su una imponente campagna di marketing e soprattutto sulla capacità e bravura dei fuffa-coach che hanno ben capito il meccanismo chimico e psicologico, assolutamente naturale, su cui agire.

A questo punto è chiaro perché questi corsi sono perfettamente inutili e anzi dannosi. Perché contribuiscono a distrarre ancor di più il piccolo imprenditore dalla analisi delle sue esigenze.

Ciò che manca, infatti, alla classe dei nostri piccoli imprenditori, che dovrebbero passare da un modello dinastico a un sistema manageriale, sono le competenze basiche di una gestione manageriale dell’impresa.

Introduzione di sistemi di controllo di gestione, implementazione di indagini di customer satisfaction, gestione della identità visiva, gestione delle risorse umane e attivazione di un modello di marketing tailor-made.

Senza questi modelli-strumenti, non bastano passeggiate sui carboni ardenti per scongiurare la crisi.

Ma perché poi il piccolo imprenditore si blocca nel momento in cui deve decidere di azionare il cambiamento e riorganizzare la propria azienda?

Perché hanno alcuni punti di vista, universali e sbagliati, rappresentati ormai da frasi divenute idiomatiche. Quali sono?

“Non è colpa mia”

Il più facile e anche il più diffuso idiotismo nelle aziende a conduzione familiare. La stragrande maggioranza dei piccoli imprenditori si incarta già a questo primissimo livello, affidando la responsabilità a degli ostacoli esterni, attribuibili ad altri componenti familiari della compagine aziendale 

“E se poi il controllo di gestione evidenzia miei limiti?”

Questo concetto ha a che fare con una cosa che ci inculcano fin da bambini: il terrore di sbagliare e di sentirsi un “fallito” perché non sei riuscito nell’intento. E quindi meglio evitare di controllarsi

“Lo faccio solo se i miei collaboratori mi seguono…”

Non c’è alcuna speranza di avere successo con una strategia del genere, si fallisce ancora prima di cominciare, perché il proprio impegno deve essere rivolto al 100% al cambiamento. Bisogna essere disposti in prima persona a pagare il prezzo in termini di tempo, denaro ed energia da metterci.

“Se la maggior parte non lo vuole fare, un motivo ci sarà…”

Ma il motivo non è quello che tutti pensano. E cioè che è “la cosa giusta o la più intelligente da fare”. Al contrario, raramente “tutti” fanno la cosa più intelligente. Il motivo per cui “(non) lo fanno tutti” è che la scelta più facile è non uscire dalla propria “zona di comfort”.

Ricordatevi che se la “massa” è pigra, il mercato è veloce.

Arte e chimica della schiuma del cappuccino

Lun, 10/21/2019 - 10:00

Se siete amanti del cappuccino al bar converrete che un buon cappuccio è fatto da due cose: un buon caffè e una buona schiuma. Soffermiamoci su quest’ultima: a volte è più cremosa, altre così schiumosa che si possono vedere grandi bolle al suo interno, altre volte dopo pochi secondi si scioglie.

Vi siete mai chiesti da cosa dipende? È l’abilità del barista? È la qualità del latte? È la “macchina” che lo produce? Abbiamo provato a chiederlo al professor Pellegrino Conte, docente ordinario di Chimica Agraria presso l’Università degli studi di Palermo e che ha dedicato un articolo molto specifico alla chimica del cappuccino, un tema che usa per aprire le prime lezioni e interessare gli studenti. Abbiamo scoperto che un fattore determinante è una cosa a cui non avevamo pensato: la temperatura.

Professor Conte, cosa rende la schiuma del cappuccino “buona”?

«Prima di tutto dobbiamo premettere che la cremosità della schiuma del cappuccino è una cosa abbastanza soggettiva in termini di gradevolezza. Io personalmente preferisco quando la schiuma è un po’ consistente, quasi solida. Quando sono in un bar dove posso scherzare con il barista gli spiego: ‘questo è il principio di Stokes-Einstein: se lo zucchero rimane sulla schiuma del cappuccino per un tempo indefinito il cappuccino è “buono”, se scende subito allora non mi piace’. Se la schiuma del cappuccino è in grado di ‘reggere’ lo zucchero vuol dire infatti che è abbastanza consistente».

Ma come si ottiene quindi una schiuma cremosa e consistente?

«Dal punto di vista chimico la schiuma è una emulsione, e la sua consistenza dipende da quanta aria si riesce a incorporare nel latte.
Da questo punto di vista non è diversa dalla maionese: quando facciamo la maionese mescoliamo uova, olio e altri ingredienti il più possibile, in modo da creare un’emulsione. Non solo ‘rompiamo’ le goccioline di olio in modo che siano sempre più piccole, ma cerchiamo anche di far entrare aria. Anche il gelato funziona così: ci piace quando è bello soffice, e questo si ottiene quando le bolle di aria incorporata nel gelato sono tante e molto piccole. Quando a volte lo riprendiamo dal freezer dopo averlo già aperto una volta, notiamo che è più duro: questo perché si è un po’ sciolto in precedenza e le microbollicine di aria se ne sono andate.
La stessa cosa vale quindi per la schiuma del cappuccino: è tanto più soffice quante più sono numerose e piccole le bollicine di aria che si riescono ad incorporare».

E concretamente come si fa a far entrare queste piccole bolle nel latte?

«Al bar il barista ha a disposizione nella macchina del caffè un getto di vapore da immettere nel latte. Quando il barista immette vapore nel latte, di fatto introduce del gas e quindi monta il latte con quel gas.
Il latte deve però essere freddo: perché dal punto di vista fisico-chimico, più freddo è un liquido, più è alta la quantità di gas che riesce a scogliere nel liquido.
Se viene usato latte caldo, o che non viene messo in frigorifero, il latte caldo scioglie meno gas rispetto allo stesso latte messo in frigorifero. Anche il bricco utilizzato deve essere freddo: basterebbe ad esempio metterlo nel frigorifero tra un cappuccino e l’altro.
A volte viene fatto, altre volte alcuni bar hanno una vaschetta di acqua fredda o ghiaccio dove appoggiare il bricco, altre volte non c’è il tempo di farlo: in questo caso il primo cliente avrà una schiuma consistente, gli altri sempre meno man mano che il latte si scalda.»

La qualità del latte c’entra qualcosa?

«Anche la qualità del latte è importante: per ottenere una schiuma consistente e quindi sciogliere per bene il gas nell’emulsione, è necessario avere un latte che contenga un buon numero di proteine del latte, e meno grassi. Questo perché i grassi del latte impediscono lo scioglimento del gas, mentre le proteine lo favoriscono, influendo soprattutto sulla permanenza delle bollicine di aria, e quindi sulla durata della schiuma. Non vuol dire che il latte intero non sia adatto, anzi: con il latte intero la schiuma viene bene e di buona consistenza, semplicemente si dissolve più velocemente. Il latte scremato fa una schiuma più duratura, ma può risultare meno soddisfacente al palato, anche se si tratta sempre di gusti. In più generalmente il cappuccino viene consumato abbastanza velocemente per cui anche la schiuma di latte intero non fa in tempo a dissolversi».

Quindi abbiamo detto: temperatura e tipo di latte influiscono sulla schiuma del cappuccino. Il gesto che fa il barista nel versare la schiuma nella tazza ha una qualche incidenza?

«Sì e no. Dipende anche dalle abitudini e in generale dalle zone in cui prendiamo il nostro caffè. Io sono campano, lavoro in Sicilia e vivo a Bassano del Grappa, quindi negli anni ho conosciuto quasi tutti i modi di fare il cappuccino in Italia… Nella mia esperienza solitamente al Nord viene versata solo la schiuma, mentre al Sud viene versata la parte liquida e poi la schiuma, che rende il cappuccino un po’ più simile al caffelatte come sapore, ma anche qui dipende dai gusti».

Una buona schiuma si può fare anche a casa?

«Sì, a casa si possono usare quei ‘cappuccinatori’ a freddo, per lo più formati da un pistone che salendo e scendendo fa entrare aria nel latte. Nei bar si usa l’aria ad alta pressione della macchinetta perché è più veloce e la pressione aiuta a creare le piccole bolle in emulsione».

La qualità del latte c’entra qualcosa?

«Anche la qualità del latte è importante: per ottenere una schiuma consistente e quindi sciogliere per bene il gas nell’emulsione, è necessario avere un latte che contenga un buon numero di proteine del latte, e meno grassi. Questo perché i grassi del latte impediscono lo scioglimento del gas, mentre le proteine lo favoriscono, influendo soprattutto sulla permanenza delle bollicine di aria, e quindi sulla durata della schiuma. Non vuol dire che il latte intero non sia adatto, anzi: con il latte intero la schiuma viene bene e di buona consistenza, semplicemente si dissolve più velocemente. Il latte scremato fa una schiuma più duratura, ma può risultare meno soddisfacente al palato, anche se si tratta sempre di gusti. In più generalmente il cappuccino viene consumato abbastanza velocemente per cui anche la schiuma di latte intero non fa in tempo a dissolversi».

Quindi abbiamo detto: temperatura e tipo di latte influiscono sulla schiuma del cappuccino. Il gesto che fa il barista nel versare la schiuma nella tazza ha una qualche incidenza?

«Sì e no. Dipende anche dalle abitudini e in generale dalle zone in cui prendiamo il nostro caffè. Io sono campano, lavoro in Sicilia e vivo a Bassano del Grappa, quindi negli anni ho conosciuto quasi tutti i modi di fare il cappuccino in Italia… Nella mia esperienza solitamente al Nord viene versata solo la schiuma, mentre al Sud viene versata la parte liquida e poi la schiuma, che rende il cappuccino un po’ più simile al caffelatte come sapore, ma anche qui dipende dai gusti».

Una buona schiuma si può fare anche a casa?

«Sì, a casa si possono usare quei ‘cappuccinatori’ a freddo, per lo più formati da un pistone che salendo e scendendo fa entrare aria nel latte. Nei bar si usa l’aria ad alta pressione della macchinetta perché è più veloce e la pressione aiuta a creare le piccole bolle in emulsione».

Immagine di copertina: Armando Tondo