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Aggiornato: 1 ora 42 min fa

Coronavirus blocca la sugar e plastic tax |Cremazione, i costi: “una vergogna”

Ven, 04/24/2020 - 06:25

Il Mattino: Coronavirus Campania, altri 3mila test: 44 positivi, 4.282 il totale dei contagi. In Italia 464 morti e 2.646 casi | In Lombardia altri 200 morti e casi oltre quota 70mila ma a Milano nuovi contagi in calo In Campania cinque vittime in 24 ore | Nuove accuse dagli Usa: in Italia contagi nove volte di più di quelli diagnosticati;

Il Manifesto: Un nuovo focolaio scoppia a Ischia, infettata anche una bimba di 3 anni;

Il Fatto Quotidiano: Oms: “In Rsa la metà delle vittime in Europa”. Spagna, “under 14 fuori casa un’ora al giorno” “I casi in Cina erano il quadruplo nella 1° fase”;

Il Giornale: La fattura per la cremazione “È un’altra vergogna di Stato” Schiaffo ai parenti delle vittime del Covid 19;

Tgcom24: TORINO, PER 14ENNE MALATA INTERVIENE LA FARNESINA: SARÀ OPERATA IN GERMANIA – La mamma di Rebecca ha vinto la sua battaglia: la 14enne sarà presto operata in Germania SI È MOSSA LA FARNESINA;

Leggo: Coronavirus, “Recovery Fund”: ok Ue alla richiesta di Conte. «Italia in prima fila». Merkel, disaccordo su come finanziarlo Video;

Il Sole 24 Ore: Def: Pil -8%, deficit -10,4%, debito 155,7%. Verso 10 miliardi alle piccole imprese e 12 ai creditori della Pa. Deficit 2020 oltre il 10%. Stop a sugar e plastic tax;

Il Messaggero: Smog, lo strano caso della Capitale: più 30% mentre in tutto il mondo cala | Trasporti, domani via a test Fase 2;

Corriere della Sera: Amazon ci invita a comprare meno: boom ecommerce insostenibile;

La Repubblica:Università, l’ultimo boom delle matricole.

Nuovo round UE: possibile un accordo sul Recovery Fund

Gio, 04/23/2020 - 22:25

I 27 paesi UE hanno dato mandato alla Commissione europea di presentare una proposta di dettaglio su un fondo comune finanziato dai paesi europei per aiutare i paesi colpiti dal coronavirus, tra cui in prima fila l’Italia, i cosiddetti Recovery Fund che, con una denominazione diversa, dovrebbero essere una versione dei Coronabond per i quali si battevano alcuni stati: oltre all’Italia tra gli altri anche Francia e Spagna.

Soddisfatto Conte

Il primo ministro italiano, di cui qui potete vedere le dichiarazioni nel video riportato sulla sua pagina Facebook, si è detto soddisfatto per i “grandi progressi, impensabili fino a poche settimane fa”.

Von der Leyen: “parliamo di migliaia di miliardi”

La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha detto che con il Recovery Fund “non parliamo di miliardi, parliamo di migliaia di miliardi” senza nascondersi che la questione sarà ancora oggetto di dibattito tra i governi e che non tutto è stato concordato. Si è detta comunque ottimista: “Ci sono idee che possono funzionare”.

Angela Merkel: “la Germania sta bene se l’Europa sta bene”

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato, parlando anche a quella parte dell’opinione pubblica tedesca preoccupata da misure di questo genere: “Voglio dire in modo molto chiaro che una risposta comune del genere è nell’interesse anche tedesco. La Germania sta bene solo se anche l’Europa sta bene.” Tuttavia la Merkel ha anche detto che non si è ancora tutti d’accordo su come finanziare il RecoveryFund “se con sussidi o con prestiti”.

E la differenza tra queste due alternative (sussidi o prestiti) di fatto fa tutta la differenza del mondo.

Un nuovo round di una partita non ancora terminata

Insomma un nuovo round di una partita non ancora terminata. In questo round si può dire che gli stati del Sud Europa, tra cui l’Italia, abbiano segnato un punto a favore. Ma come diceva il compianto Vujadin Boskov, allenatore tra le altre anche della nazionale serba di calcio: “Partita finisce quando arbitro fischia”.

Il modello svedese di risposta al coronavirus: fiducia tra cittadini e stato

Gio, 04/23/2020 - 19:11

Il Guardian ospita una riflessione di Lars Trägårdh, professore di storia e studi della società civile presso l’Ersta Sköndal University College di Stoccolma, in Svezia e di Umut Özkirımli, professore ospite presso l’IBII (Institut Barcelona d’Estudis Internacionals) sulla risposta che i vari Paesi, e in particolare la Svezia, stanno dando alla crisi mondiale da coronavirus. Una riflessione che apre degli squarci non solo su come è ma anche su come potrà essere il rapporto su stato e cittadini. Di seguito la traduzione di un ampio stralcio del loro intervento.

Stati diversi, risposte diverse alla pandemia

Le risposte alla pandemia da covid-19 differiscono significativamente da un Paese all’altro, anche tra i Paesi più ricchi, modellate da lasciti storici, cultura politica e costumi sociali.

Lo storico svedese Sverker Sörlin ha osservato di recente che non c’è una sola pandemia globale ma molte, ognuna modellata in base a una logica nazionale. Con gli articoli di People For Planet sulla Cina, la Germania, la Corea del Sud, Cuba, il Vietnam, il Giappone, la Spagna, l’India, il Brasile … ne stiamo dando testimonianza. Sörlin sostiene che l’epidemia rispecchia ogni società colpita: non esiste un nemico biologico universale, questo virus globale colpisce le società tanto quanto gli individui.

In effetti la pandemia costituisce un enorme stress test per i paesi, un test che porta alla superficie le loro strutture sociali profonde. Valori, istituzioni e pratiche, che in tempi ordinari sono parzialmente nascosti da mode e tendenze globali, vengono improvvisamente alla ribalta.

Ci sono sempre state delle differenze, ma con il coronavirus ci siamo anche trovati soggetti a risposte pandemiche europee molto diverse.

Il modello svedese di risposta al coronavirus

La Svezia, di cui People For Planet si è già occupato, ha optato per un approccio “morbido” (e molto controverso) guidato dall’epidemiologo di stato Anders Tegnell. Invece del blocco draconiano, il distanziamento sociale in Svezia è una questione di autoregolazione. Ai cittadini è stato chiesto di usare il loro giudizio e di assumersi la responsabilità individuale all’interno di un quadro basato sulla fiducia reciproca, piuttosto che sul controllo dall’alto verso il basso.

Un “modello svedese” con cui il paese ha scelto di deviare dal percorso seguito da molti, compresi i suoi vicini nordici che hanno invece adottato il lockout.

Casi e morti di coronavirus in Svezia e Italia a confronto

Ad oggi, 23 aprile, in base ai dati ufficiali, in Svezia si registrano 1.659 casi di coronavirus ogni milione di abitanti, contro i 3.089 in Italia.

I morti per coronavirus, sempre secondo i dati ufficiali, in Svezia sono 200 ogni milione di abitanti, in Italia 415.

Lockout o fiducia stato-cittadini

Il blocco non è solo una questione legata a salvare vite umane, ma mira anche a mitigare il carico di lavoro degli ospedali sovraffollati.

C’è anche da considerare peraltro che un blocco totale per salvare vite comporta enormi costi per il tessuto sociale, al di là del dibattito sulla salute contro l’economia.

In Svezia si è considerato che un blocco totale non sarebbe stato sostenibile a lungo termine. Se le scuole fossero state chiuse, per esempio, i genitori avrebbero dovuto lasciare il lavoro. Ciò avrebbe potuto peggiorare le cose rimuovendo i lavoratori in settori critici come l’assistenza sanitaria o esponendo i nonni alla malattia, per non parlare del privare i bambini di momenti cruciali per la loro formazione a scuola.

In una società come quella svedese in cui l’uguaglianza di genere e i diritti dei bambini sono fondamentali questi rischi hanno toccato un nervo scoperto.

D’altra parte si è considerato che il blocco avrebbe potuto funzionare per le classi medie e alte che dispongono di case confortevoli e penalizzare i meno abbienti. In Svezia le scuole sono istituzioni chiave innanzitutto per i bambini svantaggiati e per i genitori single e/o a basso reddito.

Rispetto delle “distanze sociali”: multe o appello alla responsabilità?

Ciò solleva la questione se le scelte politiche in tutto il mondo siano fatte su basi scientifiche rigorosamente razionali o se riflettano vincoli e possibilità culturalmente radicati. Prendi le distanze sociali: ora sembra essere un obiettivo condiviso a livello internazionale. La scelta cruciale è tra il conseguimento attraverso comandi supportati da minacce di multe e arresti o attraverso raccomandazioni che fanno appello al senso di una responsabilità individuale condivisa.

In Svezia il percorso scelto sembra meno draconiano ma è probabilmente più impegnativo per i cittadini poiché sposta l’onere dalle leggi e dalla polizia all’autoregolamentazione.

In Svezia società si dice samhälle

Anche in Svezia ci sono molti che chiedono una chiusura più radicale della società. Potrebbe ancora accadere. Ma altri continuano a chiedere di mantenere la calma, ricordandoci che la parola società in Svezia è samhälle, che significa anche “tenersi insieme”. Temono che le misure più severe comportino la privatizzazione della sofferenza.

Le reazione in Europa al modello svedese

L’esperimento svedese, tuttavia, tocca chiaramente un nervo scoperto all’estero, dove solleva timori e scetticismo. La scelta non è semplicemente tra libertà individuale e dominio autoritario. In Spagna per esempio le misure di blocco godono anche di un ampio sostegno popolare. Ma anche lì si sollevano voci di dissenso quando le conseguenze sociali del blocco diventano più chiare. “Liberate i nostri bambini!” ha detto in un post di Facebook del 15 aprile Ada Colau, sindaco di sinistra di Barcellona, paradossalmente poco prima che il governo di Madrid dichiarasse che le scuole non sarebbero state riaperte.

Ritornerà lo stato, ma quale?

Non c’è dubbio che ciò che vedremo – a livello globale, sulla scia della crisi del coronavirus – è il ritorno dello stato. La domanda è: quale stato.

Per leader del calibro del primo ministro ungherese, Viktor Orbán, del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, e del presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, che sono impegnati a sfruttare la pandemia per consolidare ulteriormente il loro governo autoritario, la risposta è chiara: meno liberalismo e meno democrazia. Ma l’esempio svedese mostra, a modo suo, che è possibile un’altra risposta: il rollback della democrazia neoliberista e il ritorno dello stato sociale socialdemocratico.

Secondo lo storico svedese Sörlin è saggio rispettare i cittadini come esseri responsabili, etici, uguali nei loro diritti e responsabilità. Questo può, in effetti, essere il modo migliore per sviluppare la reciprocità che è il segno distintivo di una società che incoraggia la fiducia: la fiducia reciproca tra cittadini e tra cittadini e stato.

Una giornata con la Croce Rossa, reportage da Lodi

Gio, 04/23/2020 - 16:20

“Questo Corona, prima stava in carcere e ora guarda che combina”. Una battuta che lascia senza parole, specie se a dirla è un anziano mentre riceve la spesa a domicilio dalla Croce Rossa. Il signor Gianni (nome di fantasia) si affaccia al balcone accanto a sua moglie, e quando lei si allontana, confessa: “Ha un principio di Alzheimer, da una parte forse è anche un bene che non sia sempre cosciente di tutto quello che passa ai Tg, ma ho paura per lei, non vorrei mai lasciarla sola, magari a finire in quelle case di riposo a prendersi il virus da sola, senza nessuno che la curi”. Passare qualche giornata al fianco della Croce Rossa fa tornare voglia di parlare delle persone per quello che sono, non casi, non numeri. Persone, irriducibilmente, con le loro idiosincrasie, i loro pregi e difetti, il loro umorismo, nonostante tutto.

La Croce Rossa Italiana

La Croce Rossa non ha bisogno di presentazioni. Quella italiana, per tutti la CRI, venne fondata con il nome di Comitato dell’Associazione Italiana per il soccorso ai feriti ed ai malati in guerra a Milano il 15 giugno 1864, ad opera del Comitato Medico Milanese dell’Associazione Medica Italiana, ben due mesi prima della firma della Convenzione di Ginevra. Dal supporto sanitario a quello logistico, dai controlli negli aeroporti ai presidi sulle strade per monitorare le zone rosse colpite dal Covid19, dalla spesa e i farmaci portati a casa delle persone al trasporto di pazienti quando le ambulanze del 118 sono piene, sono tantissime le attività portate avanti quotidianamente dalla CRI nell’emergenza in corso, elencarle tutte sarebbe operazione lunga. Meglio parlare delle persone.

“Il Coronavirus è arrivato a Codogno. Non scorderò mai quando ho ricevuto quella chiamata alle due e mezza di notte”. Lucia Fiorini, la responsabile della Croce Rossa di Lodi, ripercorre i primi giorni con un tono di voce quasi incredulo. “Non era un incidente stradale, non era un terremoto, un evento che, per quanto disastroso, rimane circoscritto. Era il Coronavirus, quel virus”. Nella notte del 21 febbraio, Fiorini ha chiamato i suoi volontari, tutti in divisa, a preparare i mezzi e le attrezzature per l’indomani. “Da lì non so dire cosa sia successo, dal primo intervento a Codogno per deviare gli accessi al Pronto Soccorso, abbiamo cominciato a trasportare persone con polmoniti, ogni ora, ogni giorno, su tutto il territorio”. Quante persone? “Tante. Non sappiamo quanti casi ci sono a Lodi, perché non tutte le macchine di Lodi operano su Lodi. All’inizio ci chiamavano dal Sacco, poi Crema, domenica ci hanno chiamato per andare a prendere dei pazienti a Cremona e portarli all’aeroporto di Bergamo Orio al Serio”. Che fine hanno fatto quei pazienti? “Ora sono a Düsseldorf, non sappiamo mai il destino delle persone che trasportiamo, questo è uno degli aspetti più strazianti a livello psicologico”. In emergenze lunghe e logoranti come queste, stare concentrati sul servizio è quasi una necessità. E così, anche quando si porta la spesa all’anziano che ti trattiene perché ha bisogno di parlare, di scacciare la solitudine, bisogna sempre riconoscere quando è il momento di andarsene.

Chi sono le persone che chiamano il supporto psicologico

Al numero verde 800 06 5510 per il supporto psicologico h24 è boom di richieste di aiuto, con una media di 279 chiamate al giorno. Persone anziane, sole, che chiedono compagnia, assistenza, informazioni, supporto psicologico, o semplice conforto. “CRI per le Persone” si chiama il servizio, e Francesco Rocca, il responsabile nazionale della Croce Rossa, prova a dare un profilo delle quasi 22mila persone che hanno chiamato l’800 06 5510: in media hanno 74 anni, più della metà è donna, di tutte le condizioni economiche e sociali, con il marito che non c’è o è intubato. “È il segno di come l’isolamento di molti anziani sia un dramma sociale. Da una parte vediamo una società iper connessa, dall’altra assistiamo a forme di solitudine che colpiscono anzitutto gli anziani, ma non solo”. È per questo che ogni comitato territoriale della CRI ha aperto linee telefoniche per accessi più rapidi al “telefono amico”. A Lodi sono tre professioniste psicologhe e psicoterapeute a darsi i turni, dalle 10 alle 14 la prima, dalle 14 alle 18 la seconda, dalle 18 alle 23 la terza. Di ciascuna è riportato il numero di cellulare sui volantini distribuiti nelle case dei più fragili, “Spesso è più facile condividere con uno sconosciuto di cui però sai che ti puoi fidare”.

Già, fiducia

In periodi di lockdown capita di sfogliare con più frequenza i libri e i dizionari. Dice la Treccani: “Fidùcia s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»] (pl., raro, -cie). – 1. Atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità”. Non c’è ambito o strumento che sfugga alla fiducia. Sempre la Treccani, ne riporta qualche esempio: “f. in Dio, negli uomini, nella fraternità umana, nella scienza, nel progresso sociale; f. nella vittoria; f. di riuscire; f. nella propria stella, nelle proprie forze; f. nell’esito di un’impresa; guardare con f. all’avvenire; ferma f.; f. illimitata, assoluta, incondizionata; avere, nutrire f.; perdere la f.; dare un attestato, una prova di f.; ispirare f.; guadagnare, meritare, godere, avere la f. di qualcuno” e così via. A ciascuno lo sforzo di un po’ di fiducia.

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Grazie al lockdown, le api potrebbero salvarsi dall’estinzione

Gio, 04/23/2020 - 15:51

Le api, piccoli insetti impollinatori gialli e neri, sono fondamentali per l’esistenza degli interi ecosistemi naturali e agrari.

La loro sopravvivenza è, però, a rischio, a causa dell’eccessivo uso di pesticidi e della diffusione di virus e parassiti. Se le api si estinguessero e smettessero di impollinare, l’equilibrio di interi ecosistemi verrebbe stravolto con conseguenze catastrofiche: gran parte del cibo di cui ci nutriamo non crescerebbe più e molte specie vegetali scomparirebbero.

Gli sbalzi climatici degli scorsi mesi hanno provocato uno sconvolgimento anche nel “lavoro” di questi insetti impollinatori: nel mese di febbraio, a causa dell’improvviso aumento delle temperature, 50 miliardi di api si sono risvegliate quasi 2 mesi prima del previsto ma il ritorno del freddo improvviso e l’eventuale congelamento dei fiori, avrebbe potuto sterminarle con problemi anche nella produzione del miele.

Tuttavia, la diffusione del coronavirus e il conseguente lockdown avvenuto in gran parte del mondo, ha rappresentato uno spiraglio di luce per le nostre amiche api: gran parte delle attività umane sono state bloccate e la natura ha ricominciato a fiorire. L’interruzione della falciatura, ossia il taglio dell’erba, ha permesso a moltissimi fiori selvatici di crescere ai bordi delle strade e questa è una bellissima notizia per le api, che possono usufruire di una maggiore quantità di polline e contribuire a mantenere in equilibrio gli ecosistemi agrari e naturali.

La notizia è stata diffusa da Plantlife, la più grande organizzazione europea per la conservazione delle piante selvatiche che ha stimato che, con il blocco della falciatura e la diminuzione dello smog dovuta all’assenza di macchine e trattori, ben 700 specie di fiori selvatici hanno ricolorato le strade.

Mentre restiamo a casa per stare al sicuro in questi tempi strani e difficili, un numero crescente di persone sta scoprendo di nuovo la bellezza fuori dalle porte di casa, trovando conforto nella natura; i colori vibranti che hanno dipinto i bordi delle strade possono dare sollievo anche all’anima più stanca “, commenta Ian Dunn, Amministratore Delegto di Plantlife, “la riduzione dei processi di falciatura non solo sono positivi per la fauna selvatica e per il nostro benessere, ma contribuiscono anche alla necessità urgente di affrontare l’emergenza climatica“.

Facendo sbocciare i fiori naturalmente ed evitando di stravolgere il paesaggio urbano con prati artificiali e aiuole di cemento, contribuiremmo ad alimentare la storia d’amore tra api e fiori, uno scambio armonioso necessario alla sopravvivenza degli ecosistemi vegetali urbani e al mantenimento della biodiversità.

Un simile atto di responsabilità e rispetto ci aiuterebbe a mantenere un ambiente più sano, colorato e pulito. “Dobbiamo riconvertire noi stessi e tornare a uno stato più ‘selvaggio’, accettando il meraviglioso ‘disordine’ della natura“, commenta Kate Petty, responsabile della campagna Road Verge promossa da Plantlife.

Vivere in un ambiente più “selvaggio”, senza alimentare processi di antropizzazione e cementificazione, ci permetterebbe di vivere in armonia con tutte le creature terrestri e godere di paesaggi rilassanti e piacevoli, che sarebbero un toccasana non solo per i nostri occhi, ma anche per la nostra salute e quella di tutto il Pianeta.

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OMS: Covid-19, metà morti Ue in case di cura e RSA

Gio, 04/23/2020 - 15:01

“Il quadro di queste strutture è profondamente preoccupante”, lo ha detto il direttore regionale dell’Oms Europa, Hans Kluge, annunciando che quasi metà delle persone morte per coronavirus in Europa erano residenti di case di cura. Kluge ha parlato in una conferenza stampa, dove ha sottolineato l’urgente e immediato bisogno di ripensare il modo in cui operano le case di cura oggi e nei mesi a venire. Anche perché “per molto tempo avremo a che fare con questo virus”. Kluge ha fatto anche un riferimento alle “persone compassionevoli e dedicate che lavorano in quelle strutture spesso sovraccaricate di lavoro, sotto-pagate e prive di protezione adeguata: sono gli eroi di questa pandemia”.

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Un virus con cui vivremo a lungo

“Abbiamo nel mondo quasi 2,5 milioni di casi ora segnalati all’Oms e oltre 160.000 morti. Vediamo tendenze diverse nelle diverse regioni e persino all’interno delle regioni. E alcuni, colpiti all’inizio della pandemia, stanno iniziando a vedere un nuovo aumento dei casi. Non dobbiamo commettere errori: abbiamo ancora molta strada da fare“. “Questo virus sarà con noi per molto tempo. Non c’è dubbio che lo stare a casa e altre misure di allontanamento fisico abbiano ridotto con successo la trasmissione in molti Paesi. Ma questo virus rimane estremamente pericoloso”. “Le prime prove suggeriscono che la maggior parte della popolazione rimane suscettibile” al coronavirs.

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L’angoscia delle mamme per la Fase 2: chi protegge i sentimenti dei bambini?

Gio, 04/23/2020 - 12:09

Siamo alle porte della fase 2 e ancora manca un progetto chiaro sull’infanzia.

Così scrive Ilaria Fontana, psicologa e psicoterapeuta in un lungo articolo pubblicato su Psb-Privaci e Sicurezza dove mette in evidenza un problema non da poco: “La totale disattenzione del governo alla salute psicofisica dei bambini”.

“I punti fermi della loro vita, le abitudini, i ritmi della scuola e del gioco sono stati sconvolti, così come i legami familiari e di amicizia si sono ridotti a immagini bidimensionali sullo schermo di un cellulare.

Il virus e la paura dei bambini

Scrive la d.ssa Fontana: “Dall’inizio della quarantena molti sono i genitori che mi hanno raccontato dei tanti piccoli cambiamenti che stanno osservando nei loro figli, i giochi dei bambini fino ai 7-8 anni hanno come tema ricorrente la battaglia a un nemico, la fuga, il nascondersi, il dottore, la costruzione di capanne e tane.

Così come sono visibili delle piccole regressioni evolutive, l’irrequietezza e l’agitazione. Tutti segnali attraverso i quali, in mancanza di un linguaggio razionale, i bambini esprimono la paura.

Certo il nostro modo di vivere non sarà più quello di prima, molto probabilmente mascherine e guanti diventeranno gli accessori delle collezioni estate 2020/2021 sia per gli adulti che per i bambini. Ma l’impatto emotivo per i piccoli sarà nettamente superiore poiché la differenza sta negli strumenti che si hanno a disposizione per elaborare e gestire il cambiamento“.

Non è così semplice

“Pensare di far uscire un bambino di 3-4 anni di casa con indosso la mascherina e i guanti per proteggersi da un virus non equivale a chiedergli di infilare le galosce per proteggersi dalla pioggia. Mi risulta difficile immaginare di far uscire un bambino di casa dopo 60 giorni di isolamento e chiedergli di comportarsi come un cane al guinzaglio.

Le mamme sanno bene che non si può negare a un bambino piccolo di sedersi a fare merenda con i suoi amichetti, di abbracciare, toccarecorreresaltare e perfino cadere. Perché? Perché sono questi i  comportamenti che la natura induce da centinaia di migliaia di anni in ogni essere umano per esplorare e crescere.

I bambini sono come spugne

“L’invito è che lo Stato non faccia l’errore che molti fanno difronte a un bambino piccolo” avverte Ilaria Fontana “cioè di sottovalutare la sua capacità di comprensione ed elaborazione delle informazioniI bambini assorbono tutto quello che li circonda, umoritensioniparolecomportamenti e in base alla loro capacità di intendere e di immaginare  costruiscono da soli ‘teorie‘.

Quali saranno le conseguenze del Covid-19 sulle emozioni, i desideri e i comportamenti dei bambini probabilmente lo sapremo con certezza solo tra qualche mese, ma nel frattempo non si può sottovalutarne l’importanza.

Vi è sicuramente bisogno che qualcuno si ponga il problema di come organizzare spazi aperti a prova di bambino, di favorire l’esistenza di organizzazioni educative e ludiche in alternativa e sostituzione alle case e ai genitori. C’è bisogno che qualcuno pensi a come alleggerire la pressione emotiva nei bambini, perché così come il paese ha bisogno di ri-partire, i bambini hanno bisogno di ri-vivere”.

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Foto di lisa runnels da Pixabay

Covid-19, trovate tracce in acque di scarico: “Utili per individuare nuovi focolai”

Gio, 04/23/2020 - 10:57

Uno studio dell’Istituto superiore di sanità ha individuato la presenza dell’RNA del virus SARS-CoV-2 nelle acque di scarico di Roma e Milano. Gli autori dello studio, che verrà pubblicato a breve, spiegano che il campionamento delle acque reflue permetterà di scovare la diffusione del virus nella popolazione e la presenza di eventuali focolai epidemici.

Guidati da Giuseppina La Rosa del Reparto di Qualità dell’acqua e salute del Dipartimento Ambiente e salute dell’Iss, i ricercatori hanno finora effettuato campionamenti a Roma e Milano. “Abbiamo selezionato e analizzato per la ricerca del virus un gruppo di 8 campioni di acque di scarico raccolti dal 3 al 28 febbraio a Milano e dal 31 marzo al 2 aprile a Roma – spiega La Rosa -. In 2 campioni raccolti nella rete fognaria della zona Occidentale e Centro-orientale di Milano è stata confermata la presenza di RNA del nuovo coronavirus. Nel caso di Roma lo stesso risultato positivo è stato riscontrato in tutti i campioni prelevati nell’area orientale della città”.

La ricerca è stata quindi estesa ad altri campioni di acque reflue provenienti da una rete di raccolta in diverse regioni costruita negli anni nell’ambito di un progetto finanziato dal Centro Nazionale di prevenzione e Controllo delle Malattie (CCM) del ministero della Salute.

Niente panico

Il ritrovamento dell’RNA del virus SARS-CoV-2 nelle fognature acque di scarico non comporta nessun rischio per la popolazione. Tutt’altro: il risultato rafforza anzi la prospettiva di usare il controllo delle acque delle fognature dei centri urbani come strumento non invasivo per rilevare precocemente la presenza dell’infezione nella popolazione. Uno strumento che potrà risultare utile soprattutto durante la fase 2 che comporterà la – inizialmente graduale – “riapertura” del Paese alla vita “normale”. “Nella fase 2 la sorveglianza potrà essere utilizzata per monitorare in modo indiretto la circolazione del virus ed evidenziare precocemente una sua eventuale ricomparsa – spiega Luca Lucentini, direttore del Reparto di Qualità dell’Acqua e Salute dell’Iss – consentendo quindi di riconoscere e circoscrivere più rapidamente eventuali nuovi focolai epidemici. Una strategia che viene già usata per altri virus, come quello della polio. Aver trovato nelle acque di scarico RNA virale, che quindi non necessariamente rappresenta un virus infettivo, è un risultato che non sorprende e non implica alcun rischio per la salute umana”.

Il controllo della pandemia

“Il risultato potrebbe essere d’aiuto nel controllo della pandemia – afferma il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro -. Gli esiti del nostro studio si associano a quelli di altri gruppi di ricerca che in Olanda, Massachusetts, Australia e Francia hanno a oggi rinvenuto tracce del virus negli scarichi”.

Nessun rischio per l’acqua potabile

Il ritrovamento nelle fognature dell’RNA virale non implica alcun problema per l’acqua potabile, spiega Lucentini: “Il ciclo idrico integrato, cioè il processo che comprende potabilizzazione delle acque e sistemi di fognatura e depurazione – conclude lo studioso – è certamente sicuro e controllato rispetto alla diffusione del virus responsabile di Covid-19, come anche di altri patogeni“.

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Idea riciclo: facciamo una ciotola con carta di giornale!

Gio, 04/23/2020 - 10:00

Dal canale YouTube Laboratorio Pupetti, Paola ci insegna un modo semplice per realizzare una ciotola 100% riciclata con carta di giornale! Una bella idea creativa e particolare per abbellire la nostra tavola e perchè no, anche un’idea regalo per amici e parenti! Cosa serve:

  • Un giornale (la quantità dipende da quanto grande vogliamo la nostra ciotola);
  • Ciotola per dare la forma desiderata
  • Colla;
  • Pennello;
  • Pellicola trasparente o simili.
Fonte: Laboratorio Pupetti

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Giornata mondiale del Libro e del Diritto d’autore

Gio, 04/23/2020 - 09:31

Dalle 11 fino alle 20 sul sito www.capolavoridellaletteratura.org e sui siti di Ministero dell’Istruzione, Repubblica, Corte dei conti, TIM-Operazione Risorgimento Digitale e ACI una maratona letteraria in streaming organizzata dalla Fondazione De Sanctis in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura.

Durante la giornata potrete ascoltare brani di capolavori letterari letti da Corrado Augias. Claudio Bisio. Anna Bonaiuto, Giovanni Floris, Maurizio De Giovanni, Alessandro Haber, Francesco Pannofino, e moltissimi altri

Per commentare in diretta la Maratona sarà possibile utilizzare l’hashtag #CapolavoriDellaLetteratura

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Covid19, sfuggire al lockdown via mare: multe della Guardia di Finanza

Gio, 04/23/2020 - 07:00

Multe in mare per chi trasgredisce il lockdown in barca. Su 107 soggetti fermati e controllati in mare, 9 sanzioni amministrative elevate e 2 persone denunciate. È il bilancio delle operazioni di contrasto alla diffusione del contagio da Covid19 svolte dal Reparto aeronavale della Guardia di Finanza di Ancona. In totale, come riporta un giornale locale, gli interventi di controllo sulla costa marchigiana eseguiti dalla Guardia di Finanza sono stati 89, e le sanzioni, inflitte per violazione ex art. 4 del d.l. 25 marzo 2020 n°19, hanno un massimale di 3.000 euro.

Proprio qualche giorno fa i giornali riportavano il caso del palermitano Domenico Finazzo, 62 anni, che ogni giorno paga una multa di 300 euro pur di non rinunciare a recarsi in spiaggia. Ex imprenditore, in cinque giorni ha ricevute cinque sanzioni, ciascuna da 300 euro, tutte prese sulla spiaggia di Mondello, dove si recava a prendere il sole. «Vivo di rendita, posso permettermelo. Ero titolare di un supermercato che poi ho chiuso. La piscina, il cemento, sono un’altra cosa. A me piace la sabbia e il mare», ha dichiarato in un’intervista a Il Napolista. «Il sole guida le mie scelte», ha poi aggiunto.

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25 aprile, Festa della Liberazione: sì ma quale?

Gio, 04/23/2020 - 07:00

Se guardo al nostro momento storico, ho la sensazione che sia richiesta prevalentemente la “Libertà di”…

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“Ecologismo? È Scienza sprecata” | UK: 41mila vittime, doppio delle stime | Covid, italiani mai così generosi: donati oltre 657 milioni

Gio, 04/23/2020 - 06:25

Il Manifesto: Covid e clima, un’imperdibile occasione per ripensare tutto;

Il Fatto Quotidiano: Earth Day – 50° anniversario celebrato online. Ecco 15 gesti quotidiani per aiutare il pianeta. “L’ecologismo? Ormai è una scienza sprecata”;

Il Giornale: Da 4 maggio ok a spostamenti. Ma solo nella propria Regione. Le ipotesi sul tavolo del governo per la fase 2: dagli spostamenti entro i confini regionali alle riaperture di negozi e bar;

Tgcom24: UNA 28ENNE DI MANTOVA – Donna incinta curata con il plasma di pazienti che hanno battuto il virus: è il primo caso al mondo;

Leggo: Coronavirus, allo Spallanzani hanno isolato il virus nelle lacrime di una paziente: «Potenziale fonte di contagio»;

Il Messaggero: Studio in Francia: «La nicotina protegge contro il virus». Direttore Sanità: ancora un’ipotesi;

Il Mattino: Coronavirus negli Usa, il New Tork Times: campagna disinformazione degli 007 cinesi. La Francia mette in guardia tutta Europa: «Immunità bassa, rischio seconda ondata» «In Gran Bretagna 41.000 vittime: oltre il doppio delle stime ufficiali» ;

Il Sole 24 Ore: Trump: niente più Green Card per almeno due mesi. Piano per le Pmi;

Corriere della Sera: I medici cinesi si risvegliano dal coma con la pelle nera: ecco cosa è accaduto;

La Repubblica: Italiani mai così generosi come per l’emergenza coronavirus: donati oltre 657 milioni di euro.

Giuliano Pisapia: «Blocchiamo gli aiuti di stato a chi evade nei paradisi fiscali!»

Mer, 04/22/2020 - 19:00

Giuliano Pisapia, avvocato, europarlamentare, già sindaco di Milano, ha lanciato dalla sua pagina Facebook una proposta che volentieri rilanciamo. Di seguito il testo.

Blocchiamo gli aiuti di stato a chi evade nei paradisi fiscali!

«Mentre in Italia il dibattito pubblico si concentra su MES ed Eurobond, nonostante manchi ancora oggi una proposta concreta, dalla Danimarca giunge una lezione che potremmo subito applicare. Il paese scandinavo ha infatti deciso di escludere le società con sedi nei paradisi fiscali dai fondi pubblici destinati al sostegno alle imprese per fronteggiare la crisi economica provocata dal COVID-19.

La logica è chiara e lineare: perché utilizzare i soldi dei contribuenti per aiutare chi, tramite l’evasione, ha indebolito il sistema sanitario nazionale?

La spesa pubblica è un bene comune, ma affinché sia sostenibile è necessario che ognuno proporzionalmente faccia la sua parte.

I paradisi fiscali, a cui si applica la misura, purtroppo sono solo quelli extra-UE, ma in mancanza di una fiscalità comune, quello lanciato dalla Danimarca è un segnale importante.

Nel provvedimento approvato ieri da Copenaghen è stato inoltre proibito alle aziende che beneficiano degli aiuti di Stato di pagare i dividendi agli azionisti a meno di non ripagare prima il debito accumulato nei confronti dei contribuenti.

Come si vede “volere è potere”. Copenaghen ha aperto una strada che anche il nostro Paese può seguire. Subito.

È un segnale importante perché in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo le diseguaglianze e le iniquità diventano ancora di più intollerabili.

In particolare da parte dei furbi che trasferiscono la propria sede legale in qualche paradiso fiscale.»

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Chi saranno il primo e l’ultimo…

Mer, 04/22/2020 - 17:30

Dichiarazioni roboanti e populiste (“soldi a tutti e subito”) e impegni disattesi (“in 48 ore le banche erogheranno i finanziamenti”) sono state la sceneggiatura della più grande farsa politica degli ultimi anni, il Decreto Liquidità.

Finora nessuno ha ancora visto un solo euro e, come già anticipato su queste colonne, le trappole e i vincoli ostruzionistici creati dal sistema bancario sono stati agevolati dalla vaghezza ed imprecisione del dettato legislativo. Non è colpa delle banche perché “loro” hanno continuato a fare le “banche”, con i loro deliri di onnipotenza, le loro inefficienze e i loro paradossi che spesso sono border line tra il drammatico e il grottesco.

Al momento sto ancora aspettando il “primo” imprenditore che mi mostri con soddisfazione il “trofeo” (copia dell’estratto conto con l’accredito) della erogazione del finanziamento previsto dal decreto liquidità.
Ma soprattutto sono preoccupato per “l’ultimo” entrepreneur che riceverà il prestito perché sono certo che il tempo di attesa sarà fatale per la sua sopravvivenza.

Nel frattempo ho pensato di raccogliere le prove di tutto ciò.
A tal proposito ho lanciato sul mio profilo Facebook l’hashtag #primoeultimo invitando gli imprenditori a segnalarmi e descrivermi, anche privatamente su Messanger, le loro ordinarie storie di vita vissuta in banca in questi giorni. Ovviamente in attesa di ricevere la notizia del #primoeultimo.
Perché ho la sensazione che Pinocchio al cospetto dei nostri attuali politici sia stato un profeta.

Facciamo diventare virale l’hashtag #primoeultimo. E’ un esercizio di cittadinanza attiva.
Proviamoci e tra un mese ci ritroveremo su PeopleforPlanet per raccontare, in forma anonima, i casi più eclatanti.

Ognuno può fare la sua parte. Insieme contro il Coronavirus

Mer, 04/22/2020 - 17:00

Nel panorama mondiale, in questo periodo di emergenza, sono moltissime le iniziative solidali nate per solidarietà verso le persone più fragili, per colmare quelle lacune lasciate dal sistema o semplicemente per regalare un sorriso.

Anche in Italia la solidarietà non è mancata. Tra le buone azioni messe in moto di cui siamo stati partecipi spettatori, vogliamo citare l’iniziativa di Feeling Felt, il brand di design ecosostenibile che, alla qualità del Made in Italy, unisce la filosofia e l’arte del riciclo, contribuendo alla lotta al cambiamento climatico e all’inquinamento da plastica. Durante questo periodo di quarantena forzata, Feeling Felt, ha dato vita alla piattaforma Feeling Better a supporto della cittadinanza per affrontare al meglio questo straordinario tempo.

“L’idea è nata dal significato stesso di Feeling Felt, un termine che deriva dalla psicologia e significa letteralmente “sentirsi sentito”, ovvero entrare in empatia in modo incondizionato con le persone e l’ambiente che ci circonda. In un momento come questo riteniamo sia fondamentale esprimere il nostro supporto nei confronti degli italiani e sensibilizzare su quanto ognuno possa fare la differenza, come nella lotta contro i cambiamenti climatici anche contro l’attuale emergenza sanitaria”. Spiega Barbara Gangemi, Co-Founder & Creative Director Feeling Felt.

Un’idea che, nel concreto, ha dato vita ad uno spazio virtuale nato per risponde a tre differenti esigenze:

  • Aiutare: suggerimenti per aiutare i medici e il personale sanitario che sta combattendo in prima linea questa battaglia;
  • Sorridere: buone notizie e pillole di felicità per provare a vedere il bicchiere un po’ meno vuoto e sentirsi meglio;
  • Sopravvivere: strumenti utili e iniziative che aiutano ad affrontare insieme la quarantena nel migliore dei modi.

“Il progetto sta avendo molto successo da parte degli utenti, che non sono solo spettatori, ma contribuiscono in prima persona all’aggiornamento quotidiano della piattaforma, condividendo con noi i progetti che ritengono interessanti attraverso i social. È così che cerchiamo di diffondere empatia, gentilezza e un senso di appartenenza alla società. Perché nessuno può fare tutto, ma ognuno può fare qualcosa, e insieme possiamo prenderci cura l’uno dell’altro e rendere il mondo un posto migliore.” Continua Barbara  “Un piccolo gesto può avere ripercussioni ampie e inattese dall’altra parte del pianeta, non si tratta di poche persone perfette, ma di tutte quelle imperfette che, unite, provano a cambiare le loro abitudini.”

Il brand nato a sostegno dell’ambiente, inoltre, per sostenere chi sta combattendo in prima linea questa battaglia, sposa la solidarietà con concrete  iniziative, impegnandosi a devolvere il ricavato degli ordini ricevuti nel mese di aprile alla Protezione Civile.

“Crediamo che questo periodo di sospensione abbia anche degli aspetti positivi: mentre noi siamo costretti a casa a guardare le strade solo dalla finestra vediamo la natura che si sta riappropriando dei propri spazi, respiriamo aria più pulita, l’acqua è cristallina e il cielo limpido. 

Ma è proprio su questo paradosso che dovremmo riflettere per capire che non siamo i padroni della Terra ma i suoi ospiti.

Ci immaginiamo un ritorno alla “normalità” dove il concetto stesso di vita quotidiana possa essere rivisto sotto una chiave etica e ci auguriamo che questa crisi possa essere vista come l’opportunità di umanizzare il settore moda e rallentare il fast fashion.

Ora che abbiamo acquisito consapevolezza, non ci resta che usarla per creare un futuro più sostenibile.”

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Siamo nel più grande esperimento di home working della storia, usiamolo

Mer, 04/22/2020 - 17:00

Qualcuno ha scritto – a ragione – che, se in questi giorni di isolamento forzato non riusciamo a imparare nulla, come singoli e come comunità, allora è inutile incolpare l’ambiente circostante o l’amaro destino: il problema è piuttosto la nostra profonda mancanza di disciplina. Ho provato, dunque, a enumerare qualche punto di riflessione che ho accumulato in questo mese e più di quarantena.

L’isolamento delle nazioni e delle regioni non giova

In cima alla considerazioni c’è la controprova del fatto che, in questo momento storico, nessun isolamento può giovare alla vita di una nazione, di una regione, di una provincia: cercare di affermare la libertà di una comunità – o la sua “sovranità’”, come oggi va di moda dire – pretendendo di renderla indipendente dall’unione di stati di cui fa geograficamente e storicamente parte non farà altro, nel lungo periodo, che peggiorarne il complessivo livello di vita. Il Times ha messo giu’ un articolo abbastanza onnicomprensivo dei 38 giorni che hanno portato la Gran Bretagna, guidata da un sovranista convinto che eredita i deliranti anni della preparazione alla Brexit, al recente disastro in cui si trova oggi. Non vale neppure la pena attardarsi a considerare la tragicità di un ipotetico scenario in cui l’Italia, colpita al cuore dalla attuale pandemia, si fosse trovata al di fuori della zona Euro. Non serve ricordare che, in ultima istanza, persino il decantato “Modello Lombardia” è stato negli anni figlio dell’isolamento politico di quella regione. L’isolamento ha un costo gigantesco, ad ogni livello, sia quando esso costituisca la piattaforma di un programma politico, sia quando esso sia l’architrave di un provvedimento preso nel seno di una emergenza. In questo, si faccia attenzione, Boris Johnson e Vincenzo De Luca potrebbero, alla lunga, abbracciare più tesi in comune di quanto non appaia a prima vista.

Il peso della competenza nei luoghi decisionali

Il secondo punto che questi giorni hanno evidenziato è il prezzo gigantesco della competenza e della necessità di averne nei luoghi decisionali. Gli eventi hanno mostrato in modo plastico che a tenere le redini della corsa sono esclusivamente i leader che posseggono i principi cognitivi essenziali, sanno cosa sia una misura, un esperimento, una peer-review, capiscono cosa sia un percentile, una varianza, una deviazione standard e abbiano compreso appieno la responsabilità di produrre e mantenere dati chiari e apertamente comunicabili – perché il principio fondamentale di qualunque analisi è che non esiste modello senza una alta qualità di dati. Questo chiama alla responsabilità di tutti: non è più possibile, nel 2020, non possedere le nozioni basilari della matematica e della fisica teorica e sperimentale su cui si fondano secoli di progresso scientifico e tecnologico, perché tale progresso è oggi così potentemente in marcia da rendere non solo inefficienti ma addirittura perniciosi i pensieri di tutti coloro che non riescono a maneggiarne il vocabolario. Non è un caso che i paesi che meglio stanno rispondendo a questa crisi sono quelli che hanno eletto leader come la Merkel, che in pochi minuti riescono a comunicare, in modo scientificamente corretto, solo e non oltre l’essenziale.

I confini strangolano l’Europa

Al terzo posto c’è il cosiddetto elefante nella stanza, per dirla con gli anglosassoni, ossia il concetto di Stato: della sua sicurezza, dei suoi confini e della loro difesa. Questa crisi mette a nudo la vetustà di ciascuna di queste nozioni che ancora oggi ci appaiono reali e necessarie quasi solo per pigrizia morale ma che, per chi scrive, tramonteranno in un futuro prossimo così come hanno fatto altre idee, altrettanto radicate nella storia universale dell’uomo, quali ad esempio la schiavitù. Oggi, una parte sostanziosa e sostanziale del nostro continente vive nonostante i confini, e non grazie ad essi. Per le moltitudini che lavorano in paesi diversi da quelli di origine, e viaggiano attraverso di essi per motivi professionali, mantenendo rapporti personali trasversalmente in più stati, l’ordalia di residenze reali, fiscali, doppie tassazioni, diritti di cittadinanza e di voto sono inesplicabili. Sono fardelli insensati. Anzi, sono una vera e propria concreta truffa ai danni delle vite dei cittadini. L’idea stessa di Stato e di sicurezza nazionale sono l’implementazione di principi apertamente discriminatori che si ammantano di uno straccio di moralità per rendersi minimamente passabili. Abbiamo chiuso le frontiere e stiamo vedendo morire i raccolti ovunque, limitarsi le scorte di beni essenziali, bloccarsi i cantieri di costruzioni, solo per fare qualche facile esempio. Oggi vediamo provato quanto milioni di cittadini continuano a negare per convenienza, ovvero che il diritto di voto riservato agli aventi diritto di cittadinanza (e non ai lavoratori) è un sopruso, perché la nostra stessa vita di cittadini comunitari esiste solo in quanto una miriade di stranieri comunitari o extracomunitari la rendono possibile, ed il motivo per cui gli stati istituiscono visti e carte di lavoro è esclusivamente quello di limitare il potere decisionale di cui queste persone avrebbero assoluto diritto. La cittadinanza, dunque, è in realtà l’ultima versione della schiavitù, riveduta e corretta per le masse degli anni duemila. Abbiamo usato la difesa della cultura come arma di repressione di massa. Ma questa crisi ci suggerisce che, proprio come un tempo si giustificava la necessità di vendere e acquistare schiavi fornendo interpretazioni etiche e religiose più o meno arzigogolate, oggi si giustifica lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in nome della sicurezza nazionale.

Senza la rete non saremmo sopravvissuti

Il quarto punto è la rete. Anni di tecnologia gettati via nell’inutile fumo di selfie e storie sui social non hanno minimamente intaccato la serietà e la giustezza delle motivazioni per cui sono nati, decenni fa, la commutazione a pacchetto e con essa internet, una delle sue incarnazioni. La rete è stata sottoposta, in questi giorni, a stress test micidiali, ed ha tenuto. L’infrastruttura costruita dall’uomo, fatta di macchine virtuali e risorse “elastiche”, ha permesso di continuare a vivere nonostante una crisi sanitaria di dimensioni planetarie. Oggi possiamo dirlo, con evidente cognizione di causa, che senza la rete non saremmo sopravvissuti. Non lo avrebbero fatto gli ospedali, le strutture sparse per il mondo, le istituzioni, l’istruzione. Gli affetti. Decenni di ricerca e successivi decenni di ingegneria hanno reso quelle che un giorno venivano nebulosamente definite “autostrade informatiche” il nostro necessario substrato umano. È davvero, questo, il secolo di Alan Turing.

Velocità della politica, velocità della tecnologia

Il quinto punto, a corollario del precedente, ci dice che non siamo preparati, come consesso umano, alla velocità evolutiva della tecnologia. La politica, che è rimasta il luogo della nostra agorà, del discorso, del discernimento e dell’approfondimento necessari a costituire le leggi della nostra società, ha tempi caratteristici di diversi ordini di grandezza superiori a quelli della tecnologia. Se è vero che in Grecia hanno fondato la democrazia alcune migliaia di anni fa, è anche vero che lo hanno fatto non tanto perché allora fossero più intelligenti di quanto lo siamo noi oggi, ma perché quel processo, per essere esplorato e affinato, ha richiesto tempi lunghissimi che la storia all’epoca ha potuto concedere, visto che si trovava a doversi relazionare con un processo tecnologico che si rinnovava nei secoli e non nei quinquenni. Se i suoi contemporanei avessero avuto a disposizione il cloud, difficilmente avremmo visto nascere Solone. Questa sintesi tra politica e tecnologia, oggi, non l’abbiamo ancora trovata. Di sicuro, però, possiamo dire che tutti i tentativi di forzare la politica sulla tecnologia – dagli albori del berlusconismo, fino ai deliri della democrazia diretta – non hanno prodotto risultati esaltanti. La politica ha funzionato e funziona ancora quando rispetta i suoi tempi, che sono naturalmente lunghi. La tecnologia crea i database, la politica europea crea il GDPR– i cittadini devono istruirsi ed imparare che la prima crea eccitazione, la seconda regolamentazione, e questi due poteri devono rimanere autonomi e separati in ciascuno di noi, come singoli, così come nella nostra comunità umana, altrimenti si finisce con l’eleggere come presidente degli Stati Uniti uno che rincorre le idiozie sulle cure per il covid-19 proferite dai network televisivi il giorno prima.

Siamo nel più grande esperimento di home-working della storia

La riflessione numero sei riguarda l’organizzazione del lavoro e l’idea che ne abbiamo. Qualcuno ha scritto, a ragion veduta, che ci troviamo nel più grande esperimento di home working che l’umanità abbia mai conosciuto su scala globale. Da oggi sappiamo, dati alla mano, che una parte consistente delle professioni può svolgersi da casa, se si hanno le infrastrutture necessarie a disposizione, delegando ai singoli e alle organizzazioni familiari la responsabilità di organizzare la propria vita privata e lavorativa. Dove non esistono limitazioni oggettive imposte dalla logistica o dalla produzione, non c’è alcun bisogno che le persone vivano la maggior parte della propria vita quotidiana in un ufficio. Non è necessario affrontare spese di fitto e utenze per luoghi che vengano aperti alle 7 e mezzo del mattino. Non è necessario preparare visti e documenti per rilocarsi da una nazione all’altra. Moltissime persone possono lavorare da casa in maniera assolutamente produttiva e, stando a casa, riuscire a curare la propria salute e quella dei propri cari con maggiore attenzione. Aldilà del solito panico spicciolo, non è un male che uomini e donne re-imparino a fare una spesa, a cucinare per sé e per i propri figli, a parlare più spesso con i loro insegnanti. Una maggiore qualità del cibo porterà a una maggiore attenzione alla propria salute e a un minor numero di casi critici da curare per la sanità pubblica – dunque, in ultima analisi, ad una migliore capacità, da parte del sistema sanitario, di rispondere a crisi come quella che stiamo vivendo. È anche il momento, per ciascuno di noi, di produrre con qualche spietatezza una analisi del proprio lavoro: se per completare in modo proficuo una giornata professionale siamo costretti a inviare lettere, firmare carte, bollare e controbollare, attendere o apporre timbri, allora forse il nostro ruolo ha un certo grado di superfluità. Se è così, e sapete immaginare almeno tre o quattro modi per semplificare il vostro ruolo o persino lasciarlo scomparire, forse è arrivato il tempo di cercare un altro impiego o fare semplicemente altro nella vita, perché un lavoro inutile ha un costo sociale spesso assai significativo.

Un’era che si chiude e l’esempio di Elon Musk

Al numero sette, a conclusione, c’è il nostro ordinamento sociale ed il modo in cui decidiamo di muoverci nel mondo. Ci sono, dunque, i trasporti. Se ripensiamo al mondo del lavoro ci accorgiamo che non è del tutto giustificato avere scuole che aprano i battenti alle sette o alle otto del mattino, costringendo maree illimitate di automobili o trasporti pubblici ad ingolfarsi su strade, cieli e rotaie. In queste ore, per la prima volta nella storia dell’uomo, il petrolio ha raggiunto un prezzo negativo: ti pagano per portare via i barili. È l’epitaffio finale su un’era che, più che in fase di tramonto, si è completamente conclusa. I motori a sedici valvole, quattro otto o dodici cilindri, le iniezioni elettroniche, le cinque sei o otto marce sono tutti lasciti del passato, facciamocene una ragione. Così come le librerie – checche’ decida il governo italiano, che le riapre assieme alle cartolerie in un disperato eppure puerile provvedimento – anche il petrolio ed il sistema di trasporti privati basati su di esso sono al capolinea. L’auto del domani non è solo elettrica, è piuttosto una piattaforma software aggiornabile da remoto, che riceve bug fix come le nostre app sui cellulari, ed ha nella guida autonoma e nell’intelligenza artificiale il suo mercato del futuro. Il trasporto pubblico avrà più a che fare con la condivisione del privato. L’uomo che più ci ha scommesso, Elon Musk, ha prodotto prima di altri respiratori adattando parti hardware e software destinati alle auto, dimostrando come in questa nuova prospettiva la programmabilità sia alla base della produzione e come i mezzi di trasporto del domani richiederanno sempre più ingegneri del software e sempre meno ingegneri meccanici.(Elon Musk e’ lo stesso che, il prossimo 27 maggio, farà ripartire le missioni spaziali della NASA). In questi giorni di quarantena, un po’ tutti noi abbiamo osservato i cieli limpidi di Roma, Napoli, Berlino, Londra, Parigi. Non è più solo un auspicio. Ora è una necessità impellente mantenerli tali il più possibile, soprattutto per la nostra salute.

Non ho paura di non sapere”

In definitiva, dalla più forte crisi planetaria degli ultimi decenni esce rafforzato il punto di vista del celebre premio Nobel per la Fisica, Richard Feynman: “Non ho paura di non sapere”. Un concetto che è quasi una estensione dell’ancor più celebre adagio di Socrate. Il mondo è sempre stato e sarà sempre più di chi questa paura non solo sa gestirla ma persino renderla ragione di curiosità per il futuro. “E’ più interessante vivere senza sapere – diceva il fisico statunitense – piuttosto che avere risposte che potrebbero essere sbagliate”. Oggi queste parole viaggiano non solo sui suoli nudi e vuoti di Città del Vaticano, sulla Mecca desolata, nelle sinagoghe prive di essere umano. Esse sono il concreto progetto per il futuro, non una semplice speranza. Possiamo lavorare perché questi siano i giorni più interessanti della nostra breve (e magari intensa) permanenza sul pianeta. Senza aver paura di non sapere. Ma cercando di usare tutto il nostro tempo a disposizione per conoscere quel poco – o tanto – che, come umanità, sappiamo.

Covid-19, studio italiano scova metodo per predire gravità dell’infezione

Mer, 04/22/2020 - 15:00

Un metodo tutto italiano, nato dall’intuizione di un ricercatore che ha avuto – e vinto contro – il Covid-19, potrebbe aiutare i medici che si trovano a fronteggiare le infezioni da nuovo coronavirus SARS-CoV-2 a distinguere i pazienti che molto probabilmente peggioreranno da quelli che, invece, avranno esiti migliori, evitando di sottovalutare i casi caratterizzati da sintomi lievi. I medici potranno così decidere se ricoverare un paziente o curarlo in casa, pianificando l’assistenza migliore per ciascun malato senza gravare inopportunamente sulle risorse ospedaliere. Lo studio, frutto del lavoro svolto su 236 pazienti affetti da Covid-19 nell’ospedale “Guglielmo da Saliceto” di Piacenza, è stato pubblicato sulla rivista Radiology.

La ricerca, realizzata in collaborazione con il Dipertimento di Medicina e chirurgia (DiMeC) dell’Unità “Scienze Radiologiche” dell’Università di Parma, è stata supervisionata da Emanuele Michieletti, primario di Radiologia dell’ospedale di Piacenza. Ma l’idea alla base dello studio è di Davide Colombi, radiologo di 37 anni, prima firma dell’articolo: è stato lui, dopo aver affrontato in prima persona il Covid-19 ed esserne guarito, a pensare che potesse fare la differenza, in termini di migliore offerta sanitaria per i pazienti e di risultati in termini di guarigione, individuare un metodo per capire se un malato che presenta sintomi inizialmente lievi ha bisogno di essere ricoverato in ospedale o può essere seguito a distanza. Indicazioni che guidino i medici nel comprendere se il paziente peggiorerà o meno, evitando di sottovalutare i casi con sintomi lievi, che potranno tornare utili soprattutto alle realtà che ancora si trovano a combattere con numeri di infezioni così elevati da non aver posto per tutti in ospedale.  

Coinvolti 236 pazienti

Nel corso dello studio sono stati esaminati 236 pazienti con 68 anni di età media affetti da Covid-19. Di questi, 59 erano donne (il 25%). Di tutti i pazienti sono stati valutati diversi parametri tra cui età, presenza di patologie preesistenti e valori del sangue (tra cui i livelli della proteina C-reattiva, una delle proteine presenti nell’organismo durante uno stato infiammatorio, e della lattato-deidrogenasi, i cui livelli elevati nel sangue indicano la presenza di danno a carico di alcuni tessuti). I casi più gravi che sono stati ricoverati in terapia intensiva (o che non sono sopravvissuti) erano più anziani rispetto a quelli che non sono stati ricoverati in quello stesso reparto o che sono guariti (età media 73 anni contro 62) e avevano una più alta prevalenza di malattie cardiovascolari.

I sintomi lievi possono peggiorare rapidamente

Per ogni paziente i medici hanno esaminato attraverso la tomografia computerizzata la porzione del polmone rimasta sana, ovvero non intaccata dall’infezione da Covid-19, e hanno poi  incrociato i dati della tomografia con le altre caratteristiche del malato precedentemente rilevate. Hanno così potuto individuare delle indicazioni pratiche per prevedere la prognosi più probabile e riuscire a stabilire se, pur in presenza di sintomi lievi, le condizioni del paziente erano destinate a peggiorare.

Covid-19: prognosi molto variabili

L’infezione Covid-19 è associata a prognosi molto variabili: in generale i numeri raccolti finora ci dicono che richiede la ventilazione meccanica fino al 17% dei casi e mostra una mortalità che varia dall’11% al 15%, ma nel particolare è difficile stabilire come potrà evolvere la situazione del singolo malato. In alcuni pazienti, infatti, la malattia decorre senza particolari complicazioni, mentre in altri casi soggetti che presentavano sintomi inizialmente lievi si sono poi ritrovati a combattere contro un peggioramento rapido caratterizzato da polmonite grave e insufficienza respiratoria.

È proprio questo scenario, che purtroppo in queste settimane di emergenza sanitaria si è ripetuto spesso, che i medici dell’ospedale di Piacenza mirano a modificare, fornendo indicazioni per evitare di dimettere persone con sintomi lievi che, a dispetto delle apparenze, con tutta probabilità andranno incontro a un peggioramento grave e rapido.

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La ballerina che con la pizzica esorcizza il Coronavirus

Mer, 04/22/2020 - 14:00
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Venerdì 17 Aprile 2020, mi trovavo per le strade di Lecce a girare un documentario per la regione Puglia e il FAI, regolarmente autorizzato dalla Questura di Lecce. Intorno alle 19:00 da Piazza Sant’Oronzo proveniva una splendida melodia Salentina che rompeva improvvisamente un silenzio a dir poco surreale. Recandomi in piazza ho potuto assistere ad una scena fantastica, una ballerina vestita di nero ballava la pizzica proprio sul mosaico della famosa “Lupa di Lecce”, simbolo della nostra città. E’ forse questo il simbolo della Pizzica, esorcizzare con il ballo questo periodo così triste, danzare freneticamente al tramonto nella centralissima piazza di Sant’ Oronzo, credendo che domani sarà tutto finito e che torneremo a riabbracciarci tutti, con il calore che contraddistingue il popolo Salentino. Ho approfittato per documentare questo evento tanto inaspettato quanto affascinante! Ringrazio pubblicamente Il Canzoniere Grecanico Salentino per il brano, e la casa discografica Ponderosa Music Records per la concessione dell’utilizzo dello stesso.

Roberto Leone

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Mobilità sostenibile, Milano alle stelle sulla fiducia che non merita

Mer, 04/22/2020 - 13:00

Ogni giorno uno spazio su Milano e Lombardia
People For Planet ha tutti i giorni uno spazio dedicato specificamente alla situazione a Milano e in Lombardia, il cratere del virus in Europa, dando voce ai fatti ed ai testimoni di quanto è accaduto e sta accadendo. Milano e la Lombardia sono una delle aree chiave del paese. Quello che è accaduto e sta accadendo qui ha effetti su tutti i cittadini italiani.

L’idea di Milano di ripartire anche grazie a un potenziamento della mobilità sostenibile è entusiasmante: riesce nel doppio obiettivo di diminuire l’affollamento sui mezzi in ottica pandemia, e diminuire il traffico e dunque le emissioni correlate al contagio e alle morti per covid-19. Il Guardian sottolinea che si tratta del piano più ambizioso d’Europa nel togliere spazio alle auto per darlo a pedoni e ciclisti, Greta Thumberg applaude e ci illumina di fronte al mondo intero. Manna per Milano, accusata in questi giorni dalla sua stessa maggioranza di votarsi invece al “suicidio” per l’annuncio di non voler riaprire area B e C nella fase 2 di riapertura.

Pare difficile credere loro

Sebbene vorremmo tanto, pare difficile credere alle promesse di Milano. Il 4 febbraio 2019, l’assessore alla Mobilità Marco Granelli rispondeva così alle nostre domande in merito: “Oggi abbiamo 215 km di piste – ci diceva Granelli – e arriveremo a 300 per l’inizio del 2021. Ci sono 10 progetti in opera, il primo dei quali, questa settimana, porterà una pista ininterrotta da Conciliazione, via Amendola, e fino a Lotto. Abbiamo destinato a questo 30 milioni”. Invece, la pista di via Amendola deve ancora essere terminata, un anno dopo.

Granelli vs Granelli

Se confrontiamo quanto riportato da Granelli e ripreso dal Guardian con quanto annunciato da lui stesso già un anno fa, cadono le braccia. Granelli dice oggi: “Stiamo predisponendo atti e progetti per mettere in strada circa 35 km di nuovi percorsi ciclabili, da aggiungere ai poco più di 200 già esistenti, in un tempo compatibile con l’emergenza. E i primi saranno realizzati in maggio e giugno 2020”. Quindi per stessa voce dell’assessore, oggi abbiamo esattamente gli stessi chilometri di piste che avevamo un anno fa, nonostante le promesse e i presunti 30 milioni investiti”. Difficile credere, onestamente, che con la recessione in atto, adesso improvvisamente faremo i miracoli.

Il progetto di Milano, araba fenice

“Stiamo mettendo in campo un’azione straordinaria di realizzazione di percorsi ciclabili e di zone 30”, ha detto Granelli nel post che un paio di giorni fa ha eccitato il mondo e ci ha eletto a simbolo di fenice che rinasce, in modo green per giunta, dalle sue ceneri.

Tre sono le modalità alle quali abbiamo pensato – ha spiegato -. La prima è fare percorsi ciclabili e pedonalità che allarghino i marciapiedi dove è necessario camminare meno fitti, nel minore tempo possibile, in sola segnaletica. Significa tracciare in strada, lungo le principali direttrici, percorsi ciclabili lungo i marciapiedi, e tra il marciapiede e la sosta, e disegnare allargamenti dei marciapiedi laddove più stretti. Ci abbiamo già provato in qualche iniziativa di urbanismo tattico, e funziona. Un primo esempio sarà l’asse tra piazza San Babila e Sesto Marelli lungo corso Venezia, corso Buenos Aires, viale Monza. Una seconda modalità sarà utilizzare i controviali di assi della nostra città facendoli diventare zone 30 e far circolare le biciclette insieme con gli altri, ma in migliori condizioni di sicurezza e a bassa velocità. L’esempio è l’asse da piazzale Lagosta nel quartiere Isola fino al Parco Nord lungo viale Zara e viale Testi. Una terza modalità è insieme fare percorsi ciclabili e mettere in sicurezza strade e incroci lungo alcuni assi. Un mix di segnaletica e struttura. L’esempio è l’asse tra piazza Bande Nere e Bisceglie lungo via Legioni Romane, via Berna e via Zurigo, con ciclabile in segnaletica tra marciapiedi e sosta e messa in sicurezza degli incroci con allargamenti dei marciapiedi e sicurezza degli attraversamenti pedonali. L’idea è anche che questa compresenza di segnaletica e struttura limitata alle parti essenziali, può essere la modalità per i nostri quartieri: fare zone 30 in questo modo ad esempio al quartiere Forlanini o Corvetto o all’Isola.
E infine – conclude – con questa emergenza diminuire gli spostamenti significa più consegne a domicilio di farmaci e alimentari, ma anche altro, e poi più assistenza domiciliare e accompagnamenti. Per questo serve che in ogni strada ci siano posti di sosta per carico e scarico, oppure sosta breve. E qui stiamo lavorando per un piano speciale di posti di sosta breve in tutte le strade. L’idea è stupenda. Chissà se ce la faremo.

La fase 2 sui mezzi

Per quanto riguarda i mezzi pubblici, le misure anticontagio sui mezzi pubblici comprenderanno un contingentamento all’accesso in metro. ATM informerà “quando si giungerà al livello di saturazione, e poi sulle carrozze e sui bus segnaleremo sul pavimento e sui sedili la distanza da tenere, e possibilmente anche nelle stazioni della metropolitana, alle fermate in strada. Noi e ATM faremo il massimo, chiediamo fin d’ora ai cittadini di seguire bene le regole e aiutarci”.

“La nostra metropolitana – ha spiegato Granelli – trasportava circa 1.400.000 persone ogni giorno. Per tenere la distanza di un metro, pur mettendo il massimo del servizio, come nel pieno della stagione invernale, questo numero dovrà scendere al 25-30%. Per raggiungere questo obiettivo possiamo lavorare per una forte collaborazione tra istituzioni, cittadini e imprese. E cioè con il lavoro a distanza, la diversificazione degli orari e dei tempi bisognerà diminuire il numero degli spostamenti e spalmare gli orari, diminuendo le ore di punta”.

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