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Aggiornato: 3 min 8 sec fa

Ti ricordi “La vita segreta delle piante”?

Sab, 10/26/2019 - 11:35

È quel libro, di Cleve Backster, che più di 40 anni fa raccontò esperimenti condotti sulle piante con attrezzature simili alla macchina della verità: sensori elettrici attaccati alle foglie… Tramite questi test si dimostrava la telepatia vegetale, svenimenti vegetali di fronte alla violenza e addirittura la capacità della verdura di ricordare una persona che aveva ucciso dei gamberetti di fronte a loro.

Ne uscì anche uno sceneggiato televisivo: Andromeda, che fece furore. Grazie alla testimonianza di un ficus benjamin veniva smascherato un assassino!

Le piante non sono telepatiche

La cattiva notizia è che da allora nessuno scienziato è riuscito a ottenere risultati simili. Quindi possiamo supporre che le piante non siano telepatiche e non siano validi testimoni nei processi per omicidio. La buona notizia è che le piante sono capaci di fare parecchie cose che ce le fanno apparire quasi senzienti.

Curioso notare incidentalmente che nonostante in 40 anni nessuno sia riuscito a replicare gli esperimenti di Backster, il web è pieno di articoli che parlano di questi esperimenti come se fosse scontato che funzionano veramente. E alcuni arrivano a citare questi esperimenti come se fossero novità dell’ultima settimana…
Ma torniamo alle cose straordinarie che fanno le piante.

La mimosa è veramente pudica?

Se fai cadere per un metro e mezzo una pianta di mimosa pudica, questa sviene afflosciandosi istantaneamente per ammortizzare la caduta. Se però la prendi al volo, evitandole l’impatto col terreno, dopo un po’ che ripeti questa pratica la pianta capisce che non c’è pericolo e smette di afflosciarsi. E a distanza di 28 giorni è ancora capace di ricordarsi che le cadute che provochi non la mettono in pericolo e continua a non afflosciarsi. Il che è interessante perché molti insetti hanno una memoria che non va oltre le 48 ore.

Il meccanismo a rete

Le piante compiono parecchie azioni affascinanti e gli scienziati si stanno dedicando a risse selvagge sull’interpretazione di queste capacità. Alcuni sostengono che da qualche parte devono avere qualche cosa di simile a un cervello al momento che ricordano e sono capaci di prendere decisioni… Non proprio un cervello nel senso classico del termine, una specie di “meccanismo a rete”…
Se fai sentire a una pianta la registrazione del suono che fa un bruco quando mangia una foglia, quella inizia a produrre tossine per rendersi indigeribile.
Il mais e il fagiolo di Spagna, quando vengono attaccati dai bruchi, emettono un odore che attira alcune vespe che si mangiano i bruchi.
Le piante sentono se le proprie radici si stanno avvicinando a sostanze tossiche o ad altre piante e cambiano direzione.
Le piante producono segnali elettrici e chimici, serotonina e dopamina (DOPAMINA, quella sostanza che ci rende … Sulle piante fa lo stesso effetto?).
E se vengono colpite emettono anche una sostanza che sugli animali ha un effetto anestetico, l’etilene. Quindi c’è da sospettare che sentano il dolore.
E se le piante individuano un pericolo emettono odori capaci di mettere in allarme altre piante… Sono in grado di emettere fino a tremila sostanze diverse… Diversi odori… Se queste sostanze fossero un vocabolario avrebbero più parole dell’italiano medio.
Le piante sanno dove sono, sentono l’acqua, sentono il sole, i rumori, hanno il senso dell’alto e del basso e percepiscono la vicinanza di altre piante e riconoscono le loro simili.

Anche i vegetariani sono cattivi?

Questo fatto che le piante sono meno stupide di quel che si pensava, pone una serie di domande filosofiche molto profonde.
Tanto per cominciare c’è da domandarsi: i vegetariani sono cattivi? Sinceramente da tempo mi pongo il problema. Non saprei dire se dal punto di vista etico esista una grande differenza tra un carnivoro e un vegano. Personalmente ho individuato una mia particolare dieta per quando sto male e ho bisogno di riconciliarmi con l’universo: rinuncio a cibarmi di qualsiasi creatura senziente, sia essa vegetale o animale. Quindi mangio solo semi, miele, latte e uova non fecondate. Questa dieta l’ho chiamata RUBISMO, mangi quel che puoi rubare senza uccidere. Cioè, le piante lo sanno che se fanno i semi così buoni poi arriva qualcuno che se li ruba. La loro strategia riproduttiva anzi si basa proprio su questo tipo di comportamento. Quindi non dovrebbero incavolarsi troppo. Con il latte, le uova e il miele la questione è eticamente un po’ bastarda, ma comunque non ammazzi nessuno.
Ovviamente in casi estremi potrei scegliere di alimentarmi solo di semi e di frutti (ciliegie, cereali eccetera). Ovviamente una visione restrittiva potrebbe sostenere che mangiare un chicco di grano è un’azione simile a un infanticidio. Quindi resterebbe eticamente valido solo alimentarsi della polpa non fruttifera dei frutti: cioè posso mangiare ciliegie, albicocche, prugne, cocco e pomodori, fragole e mele, a patto di non masticare i semini (anzi mangiare pomodori sarebbe molto etico visto che il nostro processo digestivo non danneggia i semi, a patto di farla poi in mezzo ai prati, infatti se i semini finiscono nelle fogne poi marciscono a causa della lunga permanenza a mollo).

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Foto di Jeon Sang-O da Pixabay

Com’è fatta l’auto elettrica di Toyota che non ha bisogno di ricarica

Sab, 10/26/2019 - 10:00

La Toyota tenta di aggirare l’ostacolo con una proposta alternativa: mettiamo insieme i pannelli solari migliori che possiamo permetterci, le batterie più efficienti sul mercato e diamo vita a un’auto che possa viaggiare per sempre. Così ha iniziato, insieme alla Sharp e alla New Energy and Industrial Technology Development Organization giapponese (NEDO) di testare quest’idea su una Prius allestita ad hoc.

Le auto elettriche ci permettono di superare il problema della dipendenza dai combustibili fossili, ma hanno bisogno di elettricità e soprattutto di una vera rete di ricarica che oggi in molti Paesi del mondo fatica a sorgere in maniera capillare. Il sole invece resta sempre acceso per tutti ed è gratis, l’importante è avere a disposizione batterie con una capacità adeguata per immagazzinare l’energia solare e alimentare le auto anche quando il sole non c’è. Un altro vantaggio è che un’auto simile permetterebbe di oltrepassare in fretta la fase delle ibride (su cui comunque la Toyota punta in questi anni), una fase obbligata per via, appunto, anche della mancanza di un’infrastruttura di ricarica per le elettriche già al momento disponibile.

Ma c’è un problema. Questo tipo di tecnologia non potrà essere realtà nel breve periodo. Toyota e Hyundai hanno già introdotto modelli con pannelli solari sul tetto, ma a mala pena riescono ad alimentare il sistema audio della vettura. Esiste già un modello di Prius, ad esempio, ma la batteria si ricarica soltanto quando l’auto è parcheggiata. E con l’energia fornita dal pannello si va avanti al massimo per 6 km. Nonostante tutto, però, dallo scorso luglio la Toyota è al lavoro sulla sua Prius di prova, pur sapendo che l’epoca in cui un’auto sfreccerà soltanto grazie a un pannello solare e senza dover essere ricaricata attraverso la rete elettrica è molto lontana.

Ci sono invece buone notizie dalla Sharp, che ha realizzato il prototipo di un pannello in grado di convertire energia con un’efficienza del 34% (rispetto al 20% dei pannelli sul mercato). Va considerato che i pannelli utilizzati da Toyota, Sharp e NEDO sono spessi soltanto 0,03 mm, quindi si possono apporre anche su superfici curve. Su tutta la superficie dell’auto, quindi, o quasi. Inoltre, anche in movimento la ricarica può procedere. Dalla NEDO assicurano che, se l’auto venisse guidata per 4 giorni alla settimana per un massimo di 50 km al giorno non occorrerebbe mai ricaricarla. Uno dei prossimi test, in agenda per marzo 2020, sarà condotto a Tokyo. Il motivo è semplice: un’auto del genere potrebbe funzionare benissimo in climi soleggiati, ma cosa accade dove invece il sole splende di meno? La risposta sarà preziosa per decidere se, come e quando tentare di produrre il veicolo su larga scala.

Carta “bloccata”: il paradosso dell’eccessivo riciclo

Sab, 10/26/2019 - 07:00

La materia “prima seconda” (la materia ottenuta al termine del processo di recupero dei rifiuti che può essere riutilizzata) che si recupera con la raccolta differenziata, infatti, spesso prende la strada dell’estero per essere avviata al riciclo, molte volte in Cina.

Ed è proprio il gigante asiatico, alcuni mesi fa, ad aver messo in crisi il settore del riciclo europeo, alzando, per motivi ambientali, gli standard delle materie prime seconde dall’estero, bloccando di fatto l’importazione. Già, perché la qualità della differenziata e quindi della materia prima seconda prodotta in Europa lascia troppo spesso a desiderare: la filiera della raccolta, per alcuni materiali come la plastica, presenta deficit non indifferenti, che per anni sono stati ignorati anche perché la destinazione di questo materiale era oltreconfine.

Una situazione che sta mettendo in crisi il settore, benché la responsabilità di ciò non stia tutta in questo fenomeno ma vada ricondotta anche alla politica, che per molti anni non ha dato seguito a un apparato legislativo che dia la possibilità di effettuare il passaggio dallo stato di rifiuto a quello di materia prima.

Parliamo dei decreti end of waste (EoW) che devono essere ancora varati dal ministero dell’Ambiente per ogni rifiuto/materiale e che l’attuale ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha avviato, dopo una fase di stallo durata diverse legislature.

«Sulla materia stiamo facendo due cose in parallelo – ci ha detto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. – La prima è quella di aver messo in piedi un gruppo di lavoro di esperti per i decreti end of waste che ho letteralmente tirato fuori dai cassetti della vecchia legislatura. In questa maniera abbiamo avviato un processo che per alcuni materiali è già in fase avanzata. Si tratta di un processo per il quale ci vuole tempo. Oltre a ciò stiamo proponendo emendamenti per poter costruire un percorso giuridico per lo sviluppo dell’end of waste».

In tutto ciò il settore più virtuoso di tutti, quello della carta, che ha un tasso di circolarità del 57%, vede all’orizzonte uno stop preoccupante, anche perché nell’attesa dei decreti si è profilato il blocco delle autorizzazioni per nuovi impianti.

«Non è accettabile che per una paralizzante interpretazione giuridica in materia di EoW non sia possibile richiedere le autorizzazioni per riciclare e recuperare rifiuti. Se le norme non tengono in considerazione la continua evoluzione tecnologica in materia, si compromette il ruolo del settore cartario nell’Economia Circolare, ad esempio nel riciclo di materiali compositi e complessi.

Per questo va recepito l’art. 6 della direttiva rifiuti 851/2018, che prevede un serie di criteri per l’autorizzazione caso per caso a livello regionale – ha detto il Presidente di Assocarta Girolamo Marchi al termine dell’audizione per l’indagine conoscitiva in materia di EoW di fronte alla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. – E senza un sistema di end of waste è difficile pensare a un “Green New Deal”. Molte iniziative imprenditoriali sono bloccate e questo impedisce di aumentare il riciclo della carta e di essere più efficaci in termini di Economia Circolare, bloccando proprio l’innovazione della quale abbiamo una straordinaria necessità. Inoltre, occorre accelerare i tempi per le autorizzazioni ordinarie. È inconcepibile che, nel momento in cui ci si lamenta di carenza di impianti per il riciclo della carta, l’autorizzazione della cartiera di Mantova sia ancora relegata nelle pagine della cronaca dei quotidiani e non sia già nelle statistiche ISTAT con le 500 mila tonnellate di riciclo in più che potrebbe garantire, pari ad 1/11 della capacità attualmente installata in Italia».

L’impianto di Mantova è la cartina di tornasole dello stallo.

La riconversione della ex cartiera per carte grafiche di Mantova – settore in crisi – in una azienda per la produzione di cartoni ondulati per l’imballaggio – settore in crescita che fa un grande utilizzo di fibra di cellulosa da riciclo – è bloccata per l’opposizione a livello locale, contraria sia all’impianto di riciclo, sia all’inceneritore che dovrebbe smaltire, con recupero energetico, le fibre a fine vita.

Già, perché anche la fibra di cellulosa ha un fine vita.

Dopo essere stata riciclata per sette volte, infatti, la nostra fibra non ha più la lunghezza necessaria per realizzare carta o cartone di qualità e deve essere smaltita. Le strade sono due. L’incenerimento con recupero energetico, che se svolto presso una cartiera consente un utilizzo molto efficiente dell’energia (sia elettricità, sia calore), aumentando in tal modo la competitività delle imprese nazionali, che pagano l’energia il 25% in più rispetto alle loro concorrenti europee; oppure la discarica.

E anche il bilancio della CO2, nel caso dell’incenerimento, è positivo perché si emette quella che è stata sequestrata all’origine negli alberi utilizzati per ottenere la fibra di cellulosa.

«Avendo un intero sistema coordinato di produzione, riciclo e smaltimento, potremmo dare più stabilità al settore ed essere meno dipendenti dalle importazioni asiatiche», ci dice Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta. Il problema della carta, infatti, non risiede nella raccolta di bassa qualità ma nel fatto che se ne raccoglie più di quella che si ricicla. Ossia siamo troppo virtuosi nella raccolta differenziata di questo materiale e mancano gli impianti.

«Servono semplificazioni e sono anni che le chiediamo, adottando a livello nazionale i decreti per l’end of waste su molte filiere dei rifiuti che sarebbero in grado di semplificare la vita del riciclo a oltre 55 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e urbani. – ci dice il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – Si tratta di un terzo della produzione complessiva di queste tipologie di rifiuti. E oltre a ciò abbiamo altre due barriere. La prima è quella rappresentata dal fatto che i prodotti realizzati secondo la circolarità hanno un mercato in salita dovuto alla non applicazione di norme come i criteri minimi ambientali nelle gare d’appalto da parte dei due terzi delle stazioni appaltanti pubbliche, che in sostanza non rispettano la legge. La seconda è quella dell’impiantistica. In Italia servono mille nuovi impianti di riciclo. Perché è necessario dirlo con chiarezza: rifiuti zero, non significa impianti zero».

Appare chiaro, quindi, che al di la dei proclami in Italia abbiamo le tecnologie per un riciclo a 360 gradi ma bisogna applicarle nel concreto realizzando tutti gli impianti necessari, compresi gli inceneritori per quell’ultimo 5-10% di rifiuto che non sarà possibile riciclare e che non dovrà andare in discarica.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Le ragazze di Porta Venezia cercano sorelle (anche con mascherina)

Ven, 10/25/2019 - 15:00

Da 6 semisconosciute a 40 celebrità in 4 anni. Crescono in numero e in fama le Ragazze di Porta Venezia: né giovani, né belle, né magre, né grasse… né per forza nulla, a parte provocanti. E cercano nuove sorelle: perché non fondare le Ragazze di Porta Nuova a Torino, o Le Ragazze del Pilastro a Bologna, o le Ragazze del Corvo a Catanzaro? In fondo, invadere l’Italia pacificamente è la loro energia fondante, dall’inizio, cioè da quando, nell’ottobre del 2015, un gruppo di donne portò colore e scompiglio a Milano, nel dinamico e multietnico quartiere di Porta Venezia, distinguendosi proprio per l’assenza di un filo conduttore. Ognuna diversa dall’altra, ma tutte sfacciate, si fecero chiamare “Le ragazze di Porta Venezia”. Oggi alcune indossano una mascherina anti-smog, tra cui La Pina. Un modo per celarsi, mutarsi, ma anche un modo per esternare angosce molto milanesi, ovviamente con sfumature sul rosa bambolina. Siamo cattive, ma siamo anche tanto fragili, nel Paese con più morti da particolato sottile.

La storia

La storia inizia ancora prima, ovvero quando Myss Keta debutta nel 2013. Solo due anni dopo però arriva il successo, con il video del brano “Le ragazze di Porta Venezia”, appunto. La canzone racconta la vita di una generazione combattuta tra voglia di farcela e situazioni sentimentali difficili da catalogare, diventando in breve un inno del girl power e della comunità LGBTQ+. La crudezza del testo avvicina in poco tempo Myss Keta all’icona di uno stato d’animo generazionale.

Esattamente 4 anni dopo, qualche giorno fa, esce la nuova versione del brano, allargando il collettivo di ragazze con la presenza di grandi volti, tra questi Elodie, La Pina e Victoria Cabello, a cui si associano le ormai storiche La Cha Cha, La Iban, Miuccia Panda e La Prada.

Il filmato parte con la descrizione a parole del progetto: «Il 19 ottobre 2015 un gruppo spregiudicato di ragazze portò disordine e scompiglio a Milano, nel tranquillo e colorato quartiere di Porta Venezia. Le ragazze, tutte diverse tra loro ma egualmente provocanti, diffusero la loro libertà nella città meneghina (e non solo) facendosi conoscere come “Le ragazze di Porta Venezia”». In questi anni le ragazze sono state tutt’altro che buone: sono cresciute in forza, numero e favole.

Myss Keta: la musica

Myss Keta è considerata oggi una realtà innovativa in grado di raccontare come pochi prima di lei una delle zone più creative e vibranti della città, lungo corso Buenos Aires. Tra le sue uscite ricordiamo “Una vita in Capslock”, “Paprika” che vanta la presenza di grandi nomi della discografia italiana, tra cui appunto Elodie, Gué Pequeno e Mahmood; che danno il meglio di loro per partecipare alla chiamata della Ragazza per raccontare la quotidianità milanese.

Il futuro

Il video dell’ultimo brano “Le ragazze di Porta Venezia – The Manifesto”, è quindi molto più di una semplice canzone. Non solo un ode alla libertà d’espressione a qualsiasi livello, e in qualsiasi luogo, ma anche il simbolo della sorellanza che rispetta e accetta, senza giudizio, che tu indossi un velo, una mascherina anti-smog o un boa verde. Piacerebbe, se davvero il fenomeno riuscisse a dilatarsi in altre città italiane, che l’immagine femminile del gruppo fosse rispettata a tutti i livelli, con il massimo rispetto per l’ottimo lavoro svolto finora dal regista Simone Rovellini.

I 10 migliori Film girati a Matera, Città del Cinema

Ven, 10/25/2019 - 12:00

Oltre 80 film girati nei Sassi e dintorni (senza contare documentari di valore e serie televisive di successo) fanno di Matera una delle città cinematografiche più conosciute al mondo. Una sorta di set a cielo aperto che ha stimolato la creatività di grandi maestri del cinema e dell’industria internazionale che nel corso del tempo hanno scelto ambientazioni di epoche diverse tra chiese rupestri, paesaggi ancestrali e architetture disuguali. È stato anche il cinema ad imporla come Capitale europea della cultura nel 2019 (#matera2019). Ho scelto i migliori 10 film secondo il mio gusto critico valutandone il valore artistico. Aspettando l’anno prossimo l’uscita del nuovo episodio di James Bond, per il momento resta saldamente in testa Pier Paolo Pasolini.

IL VANGELO SECONDO MATTEO di Pier Paolo Pasolini, 1964

 ll film che consegna una dimensione internazionale a Pasolini come regista di grande talento.  La terra cinematografica di Gesù posta nel Meridione d’Italia adoperando 13 località di diversi regioni con il ruolo capitale di Matera che con i suoi antichi Sassi e la Gravina da quel momento diventa una sorta di Gerusalemme cinematografica nell’immaginario globale. Pasolini continua a prendere attori dalla strada e a unirli ai suoi amici intellettuali che sono chiamati a interpretare gli apostoli. La madre è la Madonna anziana. Gesù ha lo splendido volto di uno studente antifranchista basco incontrato per caso da Pasolini e che lo doppierà con la possente voce di Enrico Maria Salerno. La sceneggiatura, tratta integralmente dal testo evangelico, è resa cinematografica con scene indimenticabili e di grande valore. A 50 anni dell’uscita secondo l’Osservatore Romano “Il più bel film sulla storia di Cristo”.

LA LUPA di Alberto Lattuada, 1953 

Il film  è una trasposizione dell’omonima novella di Giovanni Verga che trasferisce l’azione in tempi moderni dalla Sicilia a Matera offrendo al regista “una scenografia di indiscutibile risalto” come ebbe a scrivere in una sua recensione l’autorevole rivista “Cinema nuovo”. Distribuito dalla Paramount, sceneggiato da Alberto Moravia che risiedendo a Matera ebbe l’intuizione di sostituire i contadini verghiani con le lavoratrici della fabbrica di tabacco, il film si avvale dell’interpretazione della sensuale attrice algerina Kerima che circondata da Ettore Manni, Giovanna Ralli e May Britt, con il suo splendido corpo segna una pellicola straordinaria. Le grotte, gli antri, le vedute dei Sassi, le osterie prese dal reale, la Festa della Bruna sono magnificamente illuminate dal direttore della fotografia Aldo Tonti che valorizzò molto le potenzialità espressive e figurative di Matera con la sua particolare tipologia urbana.

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI di Francesco Rosi, 1979 

Riuscita messa in scena filmica dell’omonimo libro di Carlo Levi in cui Francesco Rosi fotografa in forma compiuta il mondo contadino scoperto al confino dall’intellettuale antifascista. Se il protagonista è magnificato da un monumentale Gian Maria Volonté, il regista si serve di Matera per ricostruire le scene collettive del libro che si riferiscono alla mentalità e ai costumi popolari. I paesaggi naturali sono quelli di Aliano e Craco. Una riflessione politica e sociologica sul meridionalismo che sarà apprezzata in tutto il mondo. 

THE PASSION OF THE CHRIST di Mel Gibson, 2003 

Una delle pellicole più celebri della storia del recente cinema. Grazie al film Matera nella carta del mondo diventa punto cardinale del cineturismo globale. Un blockbuster mistico religioso sugli ultimi giorni di Cristo, benedetto da Papa Wojtyla, riattualizza Matera come Gerusalemme indicando a masse considerevoli di turisti una nuova meta internazionale. Film controverso per le scene di violenza e realismo crudo, accusato anche di antisemitismo. La critica si è divisa non risparmiando feroci stroncature. Realizzato con uno budget di 30 milioni di dollari ne ha incassato oltre 600. Ancora oggi quando viene trasmesso in tv fa ascolti da record. 

GLI ANNI RUGGENTI di Luigi Zampa,1962 

Uno tra i più graffianti registi italiani due anni prima di Pasolini porta in trasferta un bel cast (Nino Manfredi, Salvo Randone, Gastone Moschin, Angela Luce) tra Ostuni e Matera. I personaggi umiliati e offesi si muovono nei Sassi di Matera appena sgomberati dai residenti. L’assicuratore scambiato per gerarca in missione ispettiva offre momenti di grande comicità. Un’amara satira sociale in una riuscita commedia tratta da un racconto di Gogol

L’ALBERO DI GUERNICA di Fernando Arrabal, 1975 

Una delle pagine più celebri e drammatiche della guerra civile spagnola in un film dai toni surrealisti viene girato a Matera per il consiglio di Pasolini dato all’eretico regista. Spicca l’interpretazione di Mariangela Melato in un film che ha sfrenate fantasie che s’ispirano in maniera dichiarata ai quadri di Goya e Picasso. La tenerezza e il furore corale accendono ancora entusiasmo per una vicenda terribile del Secolo breve. 

IL DEMONIO di Brunello Rondi, 1963 

Il regista, fratello del più celebre critico Gian Luigi, cineasta d’ispirazione pasoliniana, gira un film fascinato dai riti contadini legati al malocchio e alle streghe. Conturbante l’israeliana Dalia Lahvi nella parte dell’indemoniata. Ma sul film dominano le pratiche magiche e superstiziose della Basilicata. Alcune scene de “L’esorcista” di Friedkin hanno una similitudine impressionante con la posseduta materana al punto da immaginare un’ispirazione diretta del film italiano. Splendido bianco e nero che ben valorizza luci e ombre dei Sassi, la natura murgiana, l’abbazia di Montescaglioso, luoghi sparsi di Miglionico.

MARY MAGDALENE di Garth Davis, 2018

 Il regista del film, Garth Davis, ha scritto alla fine delle riprese: “Matera è la sede spirituale di Gerusalemme al cinema. Ho pensato spesso a Pasolini nel corso della lavorazione e ho compreso perché egli aveva amato così tanto Matera per il suo film, sembra proprio l’antica Gerusalemme.
Il luogo è magico, antico e ultraterreno, con rovine  drammaticamente incontaminate”. Il film racconta in chiave femminista la storia di Maria Maddalena, seguace di Cristo interpretato da Joaquin Phoenix ancora non Joker. Mistico, civile e possente nella riuscita. 

WONDER WOMAN di Patty Jenkins, 2017 

Campione d’incassi che ha rivoluzionato l’immaginario dell’eroina DC Comics, girato negli esterni nello splendore di Matera, Ravello e Palinuro. Una straordinaria metafora del postmoderno contemporaneo. La mitologia e la fantascienza che si prendono per mano in alcuni dei luoghi più amati e riconosciuti del villaggio globalizzato culturale. L’eroina-amazzone più amata di sempre decide di combattere insieme agli umani per fermare un conflitto mondiale. Trionfo per la protagonista Gal Gadot

VELOCE COME IL VENTO di Matteo Rovere, 2016 

Vincitore di sei David. Cinque tecnici (fotografia, trucco, montaggio, suono ed effetti speciali) oltre a quella di miglior attore protagonista a un grande Stefano Accorsi, che nelle sue interviste ha spesso ricordato che il pomeriggio delle riprese a Matera della corsa clandestina, il 17 ottobre del 2014, sentì il boato della città diventata capitale europea della cultura. Ispirato alla vera storia di un pilota maledetto. Ha rilanciato il cinema di genere e rivelato il grande talento del regista Matteo Rovere

Foto: M.C.Dalbosco

Maltempo e dolori: confermato legame

Ven, 10/25/2019 - 11:44

“Il dolore alla schiena diventa insopportabile quando l’umidità nell’aria aumenta”. “Il ginocchio duole di più quando fuori piove”. “Il mal di testa si scatena con la bassa pressione”. Quante volte abbiamo sentito fare queste affermazioni? E quante volte abbiamo pensato che fosse frutto della suggestione? E invece non è solo “l’impressione” dei diretti interessati: i  dolori si intensificano davvero quando l’umidità aumenta, e se c’è vento forte si acuiscono ulteriormente.

Emicrania, artrite, fibromialgia

O, almeno, così sembra essere secondo uno studio realizzato dall’Università di Manchester (Regno Unito), da cui emerge che le persone che soffrono di condizioni di salute croniche (emicrania, dolore neuropatico, artrite, fibromialgia) hanno il 20% in più di probabilità di soffrire di dolore proprio nei giorni caratterizzati da elevati livelli di umidità e vento. I ricercatori sono giunti alle loro conclusioni esaminando i dati inseriti in una app per smartphone da più di 2600 persone che dovevano registrare i sintomi quotidiani, e incrociandoli con quelli delle condizioni climatiche del luogo rilevate dallo stesso smartphone.

Leggi anche: Come ho guarito l’emicrania con aura con un semplice gesto

Umidità e vento peggiorano il dolore

Lo studio  ha mostrato che “nei giorni umidi e ventosi e con bassa pressione le probabilità di provare più dolore, rispetto a un giorno medio, sono circa del 20%”, spiega Will Dixon, del Centro di epidemiologia contro l’artrite dell’università. In particolare il fattore che fa la differenza nell’intensificarsi del dolore è l’umidità, soprattutto in presenza di bassa pressione e vento forte. Nessuna associazione è stata invece osservata con la temperatura. Lo studioso precisa però che, “nonostante molte ricerche abbiano esaminato l’esistenza e la natura di questa relazione, non vi è alcun consenso scientifico”.

Perché la salvaguardia dell’ambiente non è un “hobby per benestanti”

Ven, 10/25/2019 - 10:00

Dal doppio filo (stretto) che lega crisi ambientali e sociali, come emerge dai più autorevoli rapporti in merito, si capisce che la tutela dell’ambiente riguarderà sempre più persone, e che non saranno quelli che “hanno la pancia piena” i primi a doversene occupare o a patirne le conseguenze.

Anche se dopo la grande partecipazione alle proteste per il clima di fine settembre la sensazione è più positiva, c’è sempre chi rimane scettico sulla volontà dei giovani, degli attivisti in genere, di modificare qualcosa del loro modo di vivere, e ritiene dunque tutto vano, e c’è anche (ancora) chi pensa che i cambiamenti climatici non siano un problema per tutti, ma solo un hobby per agiati.

Attraverso ciò che dice la scienza vogliamo mostrare loro che non è così, e che saranno proprio gli agiati a pagarne meno le conseguenze.

I cambiamenti climatici riguarderanno territori vasti e risorse importanti

Durante l’ultimo uragano Dorian abbattutosi nei primi giorni di settembre sulle Isole Bahamas, è accaduto che Trump non abbia concesso ai cittadini residenti lo status temporaneo di soggiorno negli Stati Uniti.

Questi fenomeni climatici sono e saranno sempre più frequenti e questo episodio, preso ad esempio perché più recente, apre a riflessioni più vaste: secondo i più autorevoli esperti e scienziati le migrazioni di massa, infatti, con l’aggravarsi della crisi climatica riguarderanno progressivamente tutti e lo faranno senza bisogno di aspettare a lungo.

Ghiacciai, maree e acidificazione oceani

Secondo l’ultimo Ipcc Special Report “Ocean and Cryosphere in a Changing Climate” (il comitato scientifico sul clima dell’Onu, dedicato a oceani e ghiacciai)  diffuso nel mese di settembre, l’innalzamento del livello del mare aumenterà la frequenza di eventi estremi a livello del mare, che occorrono ad esempio durante l’alta marea e le tempeste intense. Eventi che si sono verificati una volta al secolo in passato accadranno ogni anno, entro la metà del secolo. Ma non solo.

In queste aree vivono quasi due miliardi di abitanti del pianeta. 670 milioni di persone nelle regioni di alta montagna e 680 milioni nelle zone costiere basse dipendono direttamente da questi sistemi. Quattro milioni di persone vivono permanentemente nella regione artica mentre le piccole isole ospitano 65 milioni di persone. Detto ciò, se stiamo perdendo i ghiacciai e il mare salirà in modo preoccupante, come asseriscono nel report, i numeri di coloro che dovranno spostarsi appare già molto significativo.

È probabile che alcune nazioni insulari diventino inabitabili a causa del cambiamento climatico e della criosfera legato al clima, anche se, precisano, è complesso determinare un numero effettivo di migranti, giacché le soglie di abitabilità rimangono estremamente difficili da valutare.

In Italia anche il tema dei ghiacciai è centrale, poiché dalle loro acque dipende una parte dell’agricoltura delle regioni settentrionali, centinaia di migliaia di lavoratori nel settore turistico e la produzione di energia idroelettrica, che pesa il 16,5% del totale nazionale. Secondo il report, questi ghiacciai, insieme a quelli dell’Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell’Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l’80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici.

Il riscaldamento degli oceani e la conseguente acidificazione impatteranno inevitabilmente la pesca e ciò interesserà anche il Mediterraneo.

Il report citato (link documento) è scienza, ovvero contiene 7000 lavori scientifici di 104 studiosi, provenienti da oltre 30 Paesi, che sono stati consultati. Si tratta di fatto del primo documento approfondito sulla scomparsa dei ghiacciai e sulle mutazioni del mare.

I numeri attesi delle migrazioni

Siamo quindi dentro una crisi sistemica che riguarda tutti. Un altro documento meno recente (ottobre 2018) ma sempre Panel internazionale IPPC, stimava già – in relazione a questo “tutti” – che da qui al 2050 sia attesa la migrazione di almeno 200 milioni di persone a causa del surriscaldamento climatico. 

Secondo il rapporto di Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani il cambiamento climatico quale minaccia di ridurre in povertà 120 milioni di persone entro il 2030. E specifica un altro aspetto importante: è molto probabile che gli impatti del riscaldamento globale non solo comprometteranno i diritti basilari alla vita, all’acqua, al cibo e alla casa per centinaia di milioni di persone, ma metteranno a rischio anche la democrazia e lo stato di diritto.

Perché, se le nazioni ricche riusciranno ad operare gli aggiustamenti necessari ad affrontare temperature sempre più estreme, quelle più povere non ci riusciranno. Generando così un evidente paradosso: il Sud geopolitico del planisfero, responsabile del 10 per cento delle emissioni, dovrà subirne il 75 per cento delle ricadute, precipitando in una situazione di “apartheid” di fatto.

Leggi anche: Nel 2030 si perderanno 80 milioni di posti di lavoro a causa dello stress termico

Le estinzioni

Alcuni effetti diretti provocati dell’aumento della CO2 nell’atmosfera, attraverso il ben noto effetto serra e il conseguente aumento della temperatura del pianeta, sono più facilmente riconoscibili ed evidenti: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare e aumento dell’acidità marina, siccità, ondate di calore, incendi, desertificazione; sono evidenti anche alcune conseguenze indirette come le carestie, le migrazioni e le carestie, perché già accadono; ma molte altre si presenteranno in maniera del tutto imprevedibile.

Per esempio le estinzioni, che, oltre alle cause dirette già esposte  sono provocate anche dal bracconaggio e dalla caccia incontrollata, stanno aumentano in maniera esponenziale; specie animali e vegetali che non esistono più in nessun luogo della terra, e che – nella loro catena – avevano una specifica funzione e ruolo.

Caro amico che hai problemi più importanti a cui pensare

Alcuni tutt’oggi pensano che se molte specie verranno spazzate via è triste, ma l’uomo è specializzato in estinzioni, ha estinto intere civiltà umane: a confronto cosa saranno piante o animali! Questi  problemi se li pongono solo i ricchi agiati e anche un po’ snob, che non hanno il problema di arrivare a fine mese.

Invece purtroppo saranno le fasce più deboli ad esserne interessate per prime, quelli che davvero non arrivano a fine mese, e prima di loro quelli che nemmeno arrivano ad inizio mese.

Quelli più ricchi e “con la pancia piena” non saranno i primi almeno a soffrire il caldo, le carestie, la mancanza di acqua e i disordini che accompagneranno queste sciagure.

Per questo pensare che l’ambiente sia un hobby per chi sta bene è proprio sbagliato: la questione ambientale è la più importante delle questioni sociali (ed economiche, di conseguenza).

Leggi anche: Le aree più povere d’Europa sono quelle più colpite dall’inquinamento atmosferico

Altre Fonti:

https://www.huffingtonpost.it/entry/il-mondo-rischia-un-apartheid-climatico_it_5d1223d3e4b0aa375f539667

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/09/26/news/rapporto-ipcc-stiamo-perdendo-i-ghiacciai-il-mare-salira-in-modo-preoccupante-1.37509302?fbclid=IwAR3BZCeGJmXH6D9YzoOHrbEWc4GXR3NyHhEAHU4NxFf-sJ_p2BRrsnVeDrM

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/09/11/news/l_ambiente_non_e_un_hobby_ma_la_vera_questione_sociale-235781890/?ref=fbpa&fbclid=IwAR0gITIkvIAH9J4GY_p5Rsey-vAynKVYoqlWhb-z8U5vZFr4m5wzEjAZRRo

Foto di Iván Tamás da Pixabay

25 ottobre: giornata mondiale della pasta e della dieta mediterranea

Ven, 10/25/2019 - 09:51

Che si fa a pranzo oggi? Un piatto di pasta

È una frase che si sente dire verso mezzogiorno o l’una o le due, dipende dalle latitudini, in migliaia di case italiane.

Un piatto di pasta risolve velocemente un pasto e apre furiosi dibattiti  che in confronto quello sulla finanziaria è una gentile discussione tra aristocratici.

L’amatriciana con la cipolla? Sia mai! La carbonara con l’aglio? Vade retro satana!
E guardate che gli spaghetti aglio olio e peperoncino sono difficilissimi!
Pasta corta o lunga? Apriamo il dibattito!
E quella al farro, al kamut, integrale, si può chiamare pasta?
Su una cosa siamo tutti d’accordo: dev’essere al dente!

Buon World Pasta Day!

E se volete delle idee per il pranzo di oggi ecco qui di seguito alcune ricette buonissime!!!

La ricette di Angela Labellarte: spaghetti alla Carbonara
Le ricette di Angela Labellarte: spaghetti con rucola e pomodorini
Spaghetti con crema di peperoni e semi di papavero
Le ricette di Angela Labellarte: calamarata spigola e limone
Le ricette di Angela Labellarte: Caramelle con Ricotta e Pere
Speciale ricette da Gela: pasta cu’ l’agghia, l’ogghiu e ‘u peperoncino
Pasta ‘ncasciata

Foto di RitaE da Pixabay

Mobilità: perché le formiche non si incolonnano nel traffico?

Ven, 10/25/2019 - 09:00

Un gruppo di ricercatori ha osservato come le formiche siano in grado di mantenere un flusso regolare anche quando il loro numero aumenta vertiginosamente su uno stesso percorso. Che vuol dire? Che alle colonie di formiche non capita mai di esasperarsi mentre sono bloccate nel traffico, nonostante il loro pendolarismo senza fine, perché si muovono senza intoppi, molto meglio di noi, indipendentemente dalla lunghezza del tratto di strada da fare e indipendentemente dal fatto che, notoriamente, viaggiano sempre in colonna, ma non si fermano mai. Com’è possibile? E cosa possono imparare da loro le nostre strade e autostrade, i nostri automobilisti?

Un trasporto efficiente è fondamentale per la mobilità, ma anche per la funzione cellulare e la sopravvivenza di gruppi di animali“, scrivono gli scienziati del Research Center on Animal Cognition (CNRS) e dell’Università dell’Arizona, che hanno pubblicato il loro studio, pubblicato su eLife. Guardando al “traffico animale”, il team ha puntato gli occhi sulle formiche, perché, “nonostante la loro semplicità comportamentale, sanno gestirsi perfettamente per evitare la formazione di ingorghi ad alta densità“, hanno aggiunto.

Il team ha condotto 170 esperimenti per osservare come si spostano le formiche tra il loro nido e una fonte di cibo, scoprendo che quando la densità del traffico aumenta, i flussi di formiche prima si gonfiano e poi si stabilizzano, a differenza del traffico umano che, al di sopra di una certa densità, rallenta fino a fermarsi.

Questo succede quando il livello di densità (di veicoli o corpi) supera il 40% per gli esseri umani, mentre nelle colonie di formiche il flusso di traffico non ha mostrato segni di declino, mai, neppure quando la densità ha raggiunto l’80%.  Scrivono i ricercatori che “gli esperimenti hanno rivelato che le formiche adattano il loro comportamento alle circostanze, accelerano a densità intermedie, evitano collisioni a densità elevate ed evitando di entrare in piste sovraffollate”. In poche parole, le formiche, a differenza nostra, rispetto sempre quel che noi chiamiamo distanza di sicurezza.

Inoltre, a differenza degli umani, le formiche evitano la “trappola del traffico” grazie a un insieme di regole molto fluide, che adattano il loro comportamento al flusso. In definitiva, mentre le persone pensano al traffico come a un ostacolo per la propria personale traiettoria, e reagiscono pensando solo al proprio obiettivo, la formica pensa a se stessa come parte del traffico, come una parte del tutto, e si applica perché i suoi movimenti restino fluidi con il resto del gruppo.

Con le “elettriche” le auto cambiano il modo di fare pubblicità

Ven, 10/25/2019 - 07:00

I big dell’automotive, negli ultimi anni, si sono ritrovati a dover realizzare campagne per convincere ad acquistare veicoli nuovi – ibride, elettriche – con caratteristiche per lo più ignote alla maggior parte dei consumatori. I messaggi pubblicitari stanno cambiando, ma forse non lasciano il segno come vorrebbero.

Cambiano le auto, cambia la pubblicità

Negli Stati Uniti è stato realizzato un esperimento interessante. Sono stati mandati 308 volontari nelle concessionarie di 10 Stati e questi hanno riferito che quasi nella metà dei casi le auto elettriche non erano pubblicizzate in maniera adeguata, che le plug-in non erano ben visibili nei parcheggi dei rivenditori, che spesso i test-drive non si potevano fare perché le auto non erano state ricaricate. Un certo numero di analisti sostiene poi che i produttori non investano ancora somme adeguate per pubblicizzare le auto elettriche, al punto che Fiat Chrysler Automobiles non avrebbe speso nulla per reclamizzare la Fiat 500e negli Usa, e Nissan, Toyota e Ford hanno investito soltanto una frazione esigua del budget per far conoscere ai consumatori potenziali le caratteristiche di Leaf, Prius Prime, Fusion e C-Max Energi. Non ne vale forse la pena? O forse per qualcuno la pubblicità non serve più ad aumentare le vendite? Di sicuro resta utilissima per costruire l’immagine di un brand e la sua reputation.

Fino a poco tempo fa i messaggi pubblicitari mostravano auto simili a robot, mostri tecnologici, aggressivi, pronti a sfidare la strada. Oggi il registro è in parte cambiato, ci si scontra con consumatori a cui non importa nulla di possedere un’auto perché vivono in un mondo in cui la sharing economy ha cambiato il volto della mobilità nei grandi centri urbani. L’auto è tra i nemici numero uno dell’ambiente, non è più simbolo di libertà e spensieratezza ma responsabile della cattiva qualità dell’aria che respiriamo. L’auto non è più uno status symbol per moltissime fasce di consumatori. Tocca allora alla comunicazione dare all’auto un’identità nuova, tessendo una narrazione che vede protagonista uno stile di guida eco-friendly, il rispetto del Pianeta e l’abbandono dei carburanti tradizionali. Peccato però che questi modelli inquinino lo stesso, seppur molto meno, che costino ancora molto, che i consumatori restino perplessi sulle performance e che con i messaggi pseudo-ambientalisti si rischi di scadere nel greenwashing (un neologismo per intendere le operazioni di marketing ecologico con poca realtà davvero attenta all’ambiente). Oltre tutto, dati alla mano, il trend ambientalista si è tradotto nella ricerca di altre soluzioni per spostarsi più che nell’acquisto in massa di veicoli più green.

Fare pubblicità a un’auto oggi è tutt’altro che semplice, ma ha ragione Ford: non è il caso di risparmiare. E alla fine tutti investono ugualmente, se non altro per questioni di immagine. E alcune strategie di comunicazione si rivelano molto interessanti.

Volkswagen riparte dal Dieselgate… e non lo nasconde!

Decisione coraggiosa, quella di inserire in uno spot un errore così clamoroso, lo scandalo Dieselgate del 2015. Volkswagen ha deciso di sottolineare l’ammissione di colpevolezza e di renderlo un nuovo “punto zero” della propria storia. Si riparte da lì, con tante scuse, cercando di contrapporre a quella fase critica e allo sbaglio una nuova epoca e nuove auto. “In the darkness, we found the light”, recita il playoff di uno spot perfetto dal punto di vista narrativo, che parla alla pancia del consumatore. Uno spot proiettato peraltro in un’occasione di spicco, le NBA Finals. La fenice rinasce dalle proprie ceneri, in un nuovo contesto fatto di nuove tecnologie e di nuove opportunità. La svolta è incarnata da Buzz, il furgone elettrico, erede del mitico T2.

Audi sfida Tesla al Super Bowl

Altra occasione di visibilità estrema, quella scelta da Audi per mostrare e-tron, il suo primo modello elettrico, dato come rivale delle auto Tesla e in vendita dal 2021. Da notare che uno spazio pubblicitario al Super Bowl costa 5 milioni di dollari, molto denaro anche per uno storico produttore di auto che ha un budget massiccio a disposizione; basti pensare ai competitor citati in precedenza che invece non investono molto – ed è un eufemismo – sulla sponsorizzazione di modelli elettrici. Anche in questo caso, lo storytelling tenta di far colpo sui sentimenti più profondi dello spettatore: nello spot, un giovane attraversa un campo fino alla casa del nonno, che lo attende sulla soglia e lo conduce in garage, dove gli mostra il nuovo e-tron, l’auto del futuro. È solo un sogno purtroppo, un sogno in cui però è chiaro che il passato apre simbolicamente le porte al futuro. L’intento è altrettanto chiaro: Audi ci tiene a mostrarsi protagonista della transizione.

Le polemiche sullo spot anti-elettrico della Toyota

A far discutere più di tutti è stata però la Toyota, che decide di prendere in giro le auto elettriche. In questo, con protagonista la Corolla Hybrid, l’auto attraversa temporalmente tutti gli step del mondo della mobilità partendo dalle corse a cavallo, finché non supera anche un’auto elettrica in sosta per la ricarica. E qui scatta la polemica, perché Toyota etichetta la sua auto come “self charging”, mostrando ancora una volta di voler scommettere non sull’elettrico ma, appunto, sull’ibrido, che secondo la casa produttrice presenta meno problemi di affidabilità e non presenta la seccatura della ricarica.

Quanto è sincero uno spot?

La risposta ironica a questa domanda cruciale è racchiusa in un altro spot realizzato per Toyota, in questo caso per la Auris ibrida qualche anno fa: “Guidare per credere”. A dirlo è l’attore/guidatore che al volante riceve scosse quando la macchina della verità appesa al suo collo segnala una bugia riguardo le prestazioni del veicolo.

I sacchetti di plastica dovevano salvare l’ambiente

Gio, 10/24/2019 - 15:36

In un’intervista alla BBC il figlio di Sten Gustaf Thulin, l’inventore dei sacchetti di plastica, ha affermato che suo padre rimarrebbe sconvolto se vedesse in che modo la sua invenzione ha accelerato l’inquinamento ambientale. Cinquant’anni fa, l’ingegnere svedese aveva infatti progettato il sacchetto di plastica pensandolo come sostituto di quello di carta e soprattutto come contenitore da utilizzare all’infinito. La ragione che l’aveva spinto a ideare un’alternativa ai sacchetti di carta era proprio la possibilità che un domani l’uomo avrebbe potuto ridurre la produzione di carta prodotta dall’abbattimento degli alberi.  

Il fatto che le persone, invece, dopo il primo utilizzo cestinino i sacchetti di plastica per Sten Gustaf Thulin non era nemmeno concepibile. L’idea di sacchi di polietilene in un pezzo solo è stata brevettata dall’azienda di imballaggi dove lavorava l’ingegnere svedese, la Celloplast. L’obiettivo era di creare un prodotto accessibile a tutti e con un impatto ambientale sostanzialmente positivo.
Purtroppo non è andata affatto così. Le Nazioni Unite stimano che ogni anno vengono prodotti circa un trilione di sacchetti di plastica l’anno, una quantità esorbitante di plastica che soffoca gli ecosistemi marini e naturali, considerato anche che i sacchetti si decompongono dopo centinaia di anni.

Cosa ci insegna questa storia? Forse che tutto ha un costo, e che il vero successo ambientale è evitare il consumo, quando possibile, piuttosto che sostituire un prodotto.

Leggi anche: I sacchetti biodegradabili sono un flop totale?
Fare la spesa: perché non possiamo evitare i sacchetti di plastica?
Foglie di banano al posto dei sacchetti di plastica
Il boomerang dei sacchetti bio a pagamento

Alzheimer, nuove speranze: un farmaco rallenta il declino

Gio, 10/24/2019 - 15:00

Contro l’Alzheimer, la forma di demenza più diffusa al mondo, potrebbero esserci nuove speranze. Potrebbe infatti essere in arrivo la prima terapia in grado di rallentare il declino cognitivo: un farmaco sperimentale che si chiama Aducanumab, ovvero un anticorpo specifico contro la proteina beta amiloide, da sempre principale indiziata nell’insorgenza di questa forma di demenza.

Prima terapia contro l’Alzheimer

Il farmaco è stato messo a punto dall’azienda statunitense Biogen, che prevede di presentarne richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio negli Stati Uniti all’inizio del 2020: se l’immissione in commercio verrà approvata dalla Food and Drug Administration (FDA, l’Agenzia statunitense per gli alimenti e i medicinali), la molecola diverrebbe la prima terapia autorizzata per ridurre il declino clinico nella malattia di Alzheimer.

Leggi anche: Dieta mediterranea contro l’Alzheimer: al via progetto “Smartfood”

Aducanumab riduce il declino

L’annuncio arriva dalla stessa azienda, che nel marzo 2019 aveva gelato le molte aspettative riposte in questa molecola interrompendo anticipatamente i trial clinici in corso a seguito di risultati deludenti: una nuova analisi condotta su un set più ampio di dati, spiegano da Biogen, ha dimostrato però che Aducanumab funziona, è farmacologicamente e clinicamente attivo ed è  in grado di ridurre gli accumuli di proteina beta amiloide nel cervello e di rallentare il declino clinico, con un profilo di sicurezza e di tollerabilità coerente con gli studi precedenti.

«Siamo fiduciosi di poter offrire ai pazienti la prima terapia che riduce il declino clinico causato dalla malattia di Alzheimer e le potenziali implicazioni di questi risultati in patologie che presentano caratteristiche simili», ha commentato Michel Vounatsos, Amministratore Delegato di Biogen. «Di fronte a una patologia così devastante, che colpisce decine di milioni di persone del mondo, l’annuncio di oggi rappresenta davvero una speranza nella lotta contro questa malattia».

Implicazioni anche per Parkinson e Sla

Michele Vendruscolo, del dipartimento di chimica dell’Università di Cambridge ed esperto del settore, in un commento all’Ansa ha spiegato che «questo annuncio è importante perché Aducanumab, se approvato dalla FDA, sarà il primo farmaco capace di curare l’Alzheimer. Altrettanto importante è il fatto che Aducanumab dimostra che intervenire sull’aggregazione del peptide beta amiloide è un approccio terapeutico efficace: questa dimostrazione aprirà la strada per lo sviluppo di altri composti ancora più potenti per l’Alzheimer e per altre malattie neurodegenerative, inclusi Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».

Leggi anche: Non solo mediterranea: anche la dieta giapponese fa bene alla salute

Poliomelite, eradicato secondo ceppo. Ne resta solo uno

Gio, 10/24/2019 - 12:57

“Una pietra miliare per la salute globale”. Così Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha definito l’eradicazione del secondo ceppo del virus della poliomelite, quello contrassegnato col numero 2 (poliovirus 2). L’annuncio dell’ufficializzazione dell’eradicazione è stato dato oggi dall’Oms, in coincidenza con il World Polio Day.

Poliomielite: un virus, tre ceppi

All’origine della poliomielite ci sono tre ceppi di uno stesso virus (poliovirus 1, 2 e 3) che, pur dando vita a una identica sintomatologia e quindi a una medesima manifestazione della patologia, differiscono tra loro per caratteristiche genetiche e virologiche che li fanno comportare come tre virus separati e, per questo, sono da combattere singolarmente.

L’ultimo caso di poliomielite causato dal poliovirus 3 (ceppo 3) è stato identificato in Nigeria nel 2012, mentre la dichiarazione dell’ultimo caso di malattia causata dal poliovirus 2 risale al settembre 2015. Ora resta solo un ceppo da sconfiggere, il poliovirus 1, presente in Afghanistan e Pakistan e di cui sono stati registrati 88 casi dall’inizio dell’anno nei due Paesi: “Rimaniamo fortemente impegnati per assicurare che tutte le risorse necessarie siano messe in campo per eradicare tutti i ceppi”, ha precisato Ghebreyesus.

Ricostruire Gaza grazie a mattoni fatti di cenere

Gio, 10/24/2019 - 10:00

Sostituire gli aggregati e la sabbia, ingredienti essenziali per la produzione di calcestruzzo e importati da Israele, con le macerie di Gaza. Ci è riuscita una donna che tra quelle macerie ci è cresciuta e ha studiato, Majd Mashharawi, ingegnere civile presso l’Università islamica di Gaza.

Durante il percorso universitario, inizialmente affiancata da un’altra donna, la collega Rawan Abdulatif, Majd si è focalizzata sul problema principale della sua terra, la ricostruzione degli edifici distrutti, resa sempre più difficile dalla necessità di importare cemento e altri ingredienti proprio da Israele, che da anni detiene il monopolio dei flussi di persone e merci sul territorio palestinese, con forti limitazioni.

Nel 2007 Israele mise al bando i materiali da costruzione a Gaza per timore che si rivelassero a “doppio uso” ed evitare che venissero utilizzati per costruire bunker e altri edifici militari. La misura restrittiva è stata periodicamente inflitta a Gaza e ancora oggi gli abitanti palestinesi devono passare innumerevoli controlli e ottenere permessi da svariate agenzie governative prima di potere importare cemento e altri materiali edilizi per ricostruire o completare le proprie abitazioni. Una relazione stima che solo un terzo del cemento necessario per la ricostruzione ha superato il confine.

La scarsità di forniture ha fatto salire il prezzo del cemento mentre decine di migliaia di persone sono ancora sfollate o senzatetto. I mattoni sostenibili (green cake) nascono dal bisogno di compensare la necessità del cemento con elementi sostenibili ed economici: «Abbiamo scoperto – dice Majd – che non possiamo sostituire completamente il cemento, possiamo ridurre la quantità che usiamo nella miscela ma non possiamo sostituirlo.»

Le fabbriche di asfalto di Gaza producono circa 6 tonnellate di cenere (un sottoprodotto della combustione del carbone e del legno) alla settimana, da qui l’idea: invece di seppellire le ceneri nel terreno e nelle discariche (pratica tanto diffusa in Palestina quanto pericolosa perché inquina suolo e falde acquifere) Mashhrawi e Abdulatif hanno iniziato a utilizzare la cenere come riempimento per blocchi, prendendo esempio dalle famiglie, che con lo stesso tipo di cenere riscaldano le proprie abitazioni e cucinano.

Da materiale di scarto altamente dannoso per l’ambiente a speranza per il futuro, la cenere è quel che rimane in Palestina, ma Mashhrawi, che oggi continua da sola la ricerca, è più determinata che mai a ripartire proprio da lì, dalla cenere. Solo la guerra del 2014 ha distrutto circa 18.000 abitazioni e ha danneggiato oltre 200.000 edifici. Edifici che grazie alla determinazione di una donna ingegnere potrebbero risorgere dalle proprie ceneri. Letteralmente, come dimostra questo video:

Leggi anche:
Edifici che si ricostruiscono coi mattoni riciclati direttamente sul posto
Ristrutturare green: soluzioni, materiali, risparmi

Immagine di copertina di Norsk Folkehjelp Norwegian People’s Aid

Storie strane, divertenti, impossibili

Gio, 10/24/2019 - 09:00

Nel mare di notizie tragiche ogni tanto si incontra qualche storia che dimostra che l’essere umano ha momenti in cui stacca la spina, combina un guaio, si diverte.

Mio padre diceva sempre che ogni giorno abbiamo 5 minuti di “mona”, parola veneta intraducibile che in questo contesto significa un momento in cui si è particolarmente stupidi, imbranati. Possono passare mesi, diceva, in cui durante quei 5 minuti si dorme ma se sei sveglio ti capitano quelle cose in cui pensi immediatamente dopo: «Ma dove avevo la testa?» Niente paura, sono i 5 minuti di “mona” che hanno colpito.
E sono internazionali, come dimostra questa breve raccolta di notiziole.

Arrestato il broccolo!

È stato arrestato a Londra durante una manifestazione del movimento ambientalista ‘Extinction Rebellion’ un uomo perfettamente vestito da broccolo con in mano un cartello con scritto ‘Sono di provenienza locale e rispettoso dell’ambiente’.
Esultanza tra tutti i bambini del mondo: sempre detto loro che i broccoli sono cattivi.

Maestro, i pantaloni!

Il concerto “China Nights” organizzato al Teatro Dal Verme di Milano per celebrare i 70 anni della Repubblica popolare cinese era quasi finito quando al direttore d’orchestra Mihai Tang sono caduti i pantaloni. Invidiabile l’aplomb degli orchestrali che hanno continuato a suonare come se il maestro non fosse rimasto in mutande.
Potete vedere il video su Repubblica

Renzi come Harry Potter

Si tratta di un video che l’ex premier ha filmato per lanciare l’evento alla stazione Leopolda. Si vede Renzi che esce da un portone con fare baldanzoso. Ma il portone è chiuso, proprio chiuso.
Renzi ha imparato a passare dalle porte senza aprirle?
Qui il video

Troppo basso!

Il 5 ottobre in Indonesia si è organizzata una bella parata miliare per celebrare il  74esimo anniversario delle Forze Armate. Tra le altre iniziative un elicottero doveva esibirsi davanti al pubblico ammirato. Peccato che volasse troppo basso e lo spostamento d’aria delle pale ha fatto volare i teloni decorativi e il gazebo dove si trovava l’orchestra militare. Nessun ferito, tranne l’orgoglio dell’esercito.

Il cinghiale perde acqua!

L’idea non era male: simulare un incidente d’auto per colpa di un cinghiale particolarmente aggressivo. È successo a Tempio Pausania quando due uomini hanno richiesto l’intervento della forestale esibendo anche il cadavere dell’animale che secondo loro aveva invaso la carreggiata provocando l’incidente. Peccato che il veterinario chiamato dai forestali abbia constatato che la povera bestia era morta per ben altri motivi e soprattutto era stata scongelata da poco.
I due rischiano la reclusione da uno a cinque anni e di diventare vegani.

Dichiarazioni di emergenza climatica? Sì, purché contengano l’«act now»: agire ora e senza mezzi termini

Gio, 10/24/2019 - 07:00

Le Dichiarazioni di emergenza climatica stanno prendendo campo ovunque; Governi centrali e locali che, all’estero ma anche in Italia, sulla spinta di una rivolta pacifica e a macchia d’olio che chiede impegni da parte di tutti, sono chiamati a fare scelte coraggiose, a dichiarare l’emergenza climatica e ad agire subito concretamente

Agire senza vie di mezzo e senza titubanze: con la dichiarazione di emergenza ambientale si mira a questo; è quello che chiedono i movimenti di ribellione pacifica è quello che gli stessi amministratori locali chiedono ai governi centrali. E chiedono con forza e decisione prese di coscienza e azioni conseguenti, affinchè non restino parole vuote o che portano a risultati minimi ed insufficienti.

In Canada, in Australia, nel Regno Unito, e negli Stati Uniti e Svizzera, è concentrata oggi la maggior parte delle amministrazioni locali, corrispondenti a 43 milioni di cittadini, che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica. Tra queste città importanti come Londra, Basilea, New York, San Francisco, Melbourne ed Edimburgo.

Il report dello scorso 8 ottobre dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) parla chiaro ed evidenzia come la soglia massima di sicurezza di aumento della temperatura media globale (1,5 °C) rischi di essere superata nel 2030 se non si interverrà urgentemente, e che il superamento di tale soglia comporterà alterazioni climatiche irreversibili.

In Italia fino a luglio 2019 hanno preso atto di questa emergenza: Torino, Milano, Napoli, Siracusa, Lucca; e anche altri comuni piccolissimi, come Acri, in Calabria, ufficialmente il primo italiano a ratificare il 19 aprile scorso l’emergenza climatica.

Il nostro governo nazionale non ha riconosciuto la gravità della situazione: in Senato il 5 giugno scorso è stata respinta, tra le proteste degli attivisti dei Fridays for Future, la mozione in cui veniva richiesta la dichiarazione di emergenza climatica in Italia, a favore di una più vaga volta “a combattere i cambiamenticlimatici con una spinta a nuove azioni sostenibili”; e dunque sono i movimenti per il clima, ma anche le città ora a  decidere di farsi avanti per denunciare l’emergenza ambientale e a spingere per darsi obiettivi ambiziosi.

Duecento sindaci europei, tra cui quelli di Milano, Bologna, Firenze, Arezzo, Mantova, Modena, Torino, hanno firmato in maggio una lettera per chiedere all’Unione europea di stabilire un quadro più serrato e target più alti per raggiungere zero emissioni nette di gas serra entro il 2050.

La riduzione entro il 2050 però non convince dal basso, a partire dai giovani attivisti di Friday for Future, ma anche da Extinction Rebellion (XR), il nuovo movimento britannico ambientalista e pacifico che promette (e fa) azioni di ribellione nelle città per chiedere ai Governi di raggiungere invece l’obiettivo di emissioni zero entro il 2025, ovvero prima di raggiungere quei livelli di cambiamento che prospetta l’IPPC, e senza aspettare il 2050.

Sul movimento XR leggi anche: Extinction Rebellion, il movimento della ribellione pacifica per salvare il pianeta

Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la devastazione planetaria non hanno subito alcun arresto, nonostante i vani tentativi di trasformare il settore economico, di regolare le emissioni, di proteggere la biodiversità. Le misure adottate fino a oggi sono state timide e fondate sul compromesso. La tassazione ambientale in Italia è in crescita dal 1980 a oggi, ed è passata da 20 a circa 60 miliardi di euro l’anno (3,5% del Pil e 8% del totale delle imposte e contributi). Solo una piccola parte di questo gettito deriva da imposte che hanno come base imponibile l’inquinamento o l’uso di risorse: solo l’1%!

Si diffonde così questa rivolta pacifica, colta, creativa, dei sit in, della mobilitazione, che non smuove solo le coscienze. Sempre più cittadini comprendono quanto critica stia diventando la trasformazione globale: siamo in quella condizione in cui il riconoscimento di una enorme minaccia comune può essere un innesco politico formidabile per grossi cambiamenti, che si tratta poi di governare o di subire.

E quindi ci vuole più coraggio

Ci vogliono scelte radicali e solide subito. Senza mediazioni e senza dilettantismo.

E il coraggio, secondo tutti i movimenti, devono avere per primi i Comuni e i Sindaci, il livello amministrativo che vive più a stretto contatto coi cittadini e i loro problemi, che sempre più spesso sono legati al clima e all’ecologia. Sì, perché non dobbiamo considerare la sola emergenza climatica: c’è anche una crisi ecologica, che forse è meno mediatica, ma non meno importante. Entrambe sono drammatiche, perché sappiamo bene l’importanza del mantenimento della biodiversità per tutti i cicli vitali: un esempio per tutti, se spariscono – come sta accadendo a ritmi serrati – gran parte degli insetti volanti e non (inclusi gli impollinatori), siamo spacciati anche noi.

La politica non fa dunque abbastanza per avviare la conversione ecologica, non ci sono impegni coraggiosi, non sono la priorità nell’agenda politica di qualsiasi governo, dal Presidente del Consiglio fino all’amministratore del più piccolo dei Comuni.

E la dichiarazione di emergenza ambientale è un atto politico importante che se è solo simbolico risulta, agli attivisti, agli esperti, ma a noi tutti interessati a vedere un cambiamento di rotta,  solo uno specchietto per allodole.

Per questo viene chiesto ai governi e alle imprese di agire ora, per trasformare i loro modelli  i modelli di economia circolare e intraprendere politiche radicali per rendere le attività umane sostenibili sia ambientalmente che socialmente: perché l’innovazione tecnologica sia a beneficio della collettività, per tutelare i lavoratori e i soggetti deboli della società, per arrestare lo sfruttamento delle risorse oltre i limiti naturali di rigenerazione e darsi tempi certi per arrivare alla completa de-carbonizzazione delle fonti di energia a favore di quelle rinnovabili.

Le risoluzioni per dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica non da meno sono uno strumento importante, se risponde a queste esigenze, e proprio perché in questi atti si riconosce la gravità di una situazione in corso e in peggioramento se non verranno presi provvedimenti, non può essere accettabile un atto senza impegni concreti e coerenti con la parola “emergenza”.

Quell’act now chiesto a gran voce dai movimenti, ma anche e soprattutto dagli scienziati, dagli esperti di ambiente ed ecologia, da chi si occupa di ambiente e non solo da ora, si può tradurre in “mettiti subito in azione Sindaco”, segui un percorso davvero coraggioso! che comprenda pianificazione e investimenti (e coerente allocazione di risorse) di sostegno:

  • sull’economia verde e circolare (pdf Ministero Governo) sia per le imprese che urbana (aumento spinto della differenziata, tutti i principi del “rifiuti zero”),
  • sulla mobilità sostenibile (veicoli elettrici, incremento percorsi ciclabili), alla sostituzione progressiva di approvvigionamenti da fonti fossili e rinnovabili (reddito energetico/incremento pannelli, efficientamento edifici, biogas),
  • sull’agricoltura biologica (distretti biologici e impegno contro i pesticidi),
  • sulla ri-mappatura e all’incremento significativo del verde urbano (pianificazione del verde, progetto orti urbani, nuovi nati, isole verdi, manutenzione senza danneggiare),
  • sugli acquisti ecocompatibili da parte delle PA e per la sensibilizzazione sui i consumi ecocompatibili per i cittadini e giovani generazioni (plastic free nelle scuole e negli edifici pubblici, ai pubblici eventi, incremento quote acquisti verdi, riuso degli oggetti, riprogettazione per il riciclo e recupero dei beni).

E sempre dai movimenti e dai loro attivisti, come per gli scienziati e gli esperti di ambiente ed ecologia,  c’è anche un altro messaggio, e questo vale per tutti:  perché tutti siamo chiamati a fare scelte che, se non sono proprio definibili coraggiose, almeno ci portano fuori dalla nostra zona di confort per aprire completamente il nostro sguardo all’emergenza. Il nostro “benessere e stile di vita” attuale è incompatibile con la vita sul pianeta per le prossime generazioni. Per vivere come stiamo facendo in Italia avremmo bisogno di 2,6 pianeti – e questa è scienza, non un’opinione politica.

Pertanto non dobbiamo vivere nelle caverne, precisano, ma bisogna cambiare la nostra economia a partire dalle nostre scelte. E modificarle tutti, senza stravolgerle ma farlo fin da subito.

Altre Fonti:

https://www.ipcc.ch/2019/

https://extinctionrebellion.it/

Immagine di copertina: Armando Tondo

Michele Dotti: l’albero dei soldi

Gio, 10/24/2019 - 07:00

Per sensibilizzare la popolazione del mondo sull’importanza di piantare alberi per il nostro benessere, Michele Dotti ha creato l’albero dei soldi, attirando una certa attenzione da parte dei passanti…
Secondo voi quanto valore economico genera un albero all’anno?

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Guarda e leggi anche:
Michele Dotti: la sua (straordinaria) casa ecologica
Dalle Filippine la legge più green di sempre: piantare alberi per laurearsi
Piantare alberi per la salute di tutti: persone e pianeta

Le tecnologie del futuro (Infografica)

Gio, 10/24/2019 - 06:38

Batterie multiuso, energia dal mare, il tanto blasonato 5G, l’agricoltura di precisione… cosa ci aspetta il futuro?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Pareri non richiesti e luoghi comuni: 5 cose da non dire alle persone con disabilità

Mer, 10/23/2019 - 15:43

Dalla signora che si complimenta perché vai al lavoro “così ti tieni occupata”, a quella che chiede “ma chi è questo bel ragazzo, tuo fratello?”, passando per il giovane che “mamma mia sei una grande! Io al posto tuo mi sarei già buttato da un ponte, davvero!”.

Le frasi che “fanno salire il crimine”

Sono diverse (e spesso pessime) le osservazioni e le considerazioni che le persone con disabilità si sentono rivolgere dai cosiddetti “normodotati”.
A stilare una sorta di “Top five” delle cose da non dire a una persona con disabilità ci ha pensato Marina Cuollo, scrittrice e umorista, che in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook interpreta – con tanto di trucco e travestimenti – cinque personaggi da lei incontrati che le hanno regalato altrettante frasi di quelle che “fanno salire il crimine”, come lei stessa afferma nel video.

“E’ passato un po’ di tempo dal mio ultimo video – ha scritto Marina nel suo post -. Per la vostra gioia stavolta mi sono avvalsa della collaborazione di più soggetti di dubbia credibilità, tra cui la famigerata Signora Concetta, esperta di luoghi comuni e dispensatrice di considerazioni non richieste“.

Cosa succede quando metti insieme le pessime uscite della gente e una videocamera? Facile, un nuovo video. Ovvero: 5 cose da non dire alle persone con disabilità.Lo so, è passato un po’ di tempo dal mio ultimo video, ma per la vostra gioia sta volta mi sono avvalsa della collaborazione di più soggetti di dubbia credibilità, tra cui la famigerata Signora Concetta, esperta di luoghi comuni e dispensatrice di considerazioni non richieste.Se non condividete ve li mando tutti a casa.

Pubblicato da Marina Cuollo su Domenica 20 ottobre 2019

La calciatrice dalla Nazionale Elena Linari dice «sono omosessuale»

Mer, 10/23/2019 - 15:00

È la prima calciatrice internazionale italiana a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità.

La calciatrice Elena Linari, giocatrice dell’Atlético Madrid e della nazionale italiana, lo ha detto ai microfoni Rai. E una cosa normale, appartenente alle libertà di orientamento personale, diventa un caso.

Prova di ciò sono le dichiarazioni dell’allenatrice della squadra azzurra Milena Bertolini che ha trovato questa dichiarazione molto «coraggiosa». «In Italia, purtroppo, per l’omosessualità e la possibilità di vivere liberamente, abbiamo ancora una mentalità arretrata», ha detto l’allenatrice in una conferenza stampa a Roma augurandosi che il coming out di un calciatore possa avere «un impatto fondamentale» per i giovani. Nel calcio, soprattutto maschile, l’omosessualità rimane un vero tabù, e questo è particolarmente vero in Italia dove frequentemente fioccano dichiarazioni omofobe. «Qui a Madrid non ho alcun problema», ha detto Elena Linari. «In Italia sono la prima ad aver paura di affrontare l’argomento perché non so come le persone potrebbero reagire. Ho paura del giudizio della gente».

La forza, però, le è arrivata dagli affetti familiari. Elena Linari ha raccontato di quando ha confidato a sua nonna, di 80 anni, la propria omosessualità. «”Ho tanta paura per te perché non siete tutelate”, mi ha detto mia nonna e io sono scoppiata a piangere. “Se le persone sono felici“, ha detto mia nonna, “non vedo dove sia il problema”»

Immagine da vivoperlei.calciomercato