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Aggiornato: 1 ora 34 min fa

Covid-19, Oms: no ai “passaporti per l’immunità”

Lun, 04/27/2020 - 09:15

Non c’è a oggi alcuna prova che chi abbia già avuto l’infezione Covid-19 e l’abbia sconfitta sia immune al nuovo coronavirus Sars-Cov-2 e sia quindi certamente al riparo dal riammalarsi nuovamente. Dunque il conferimento del cosiddetto “patentino” o “passaporto” di immunità che molti governi stanno pensando di conferire, tramite la somministrazione dei test sierologici, alle persone che hanno livelli di anticorpi tali da dimostrare che abbiano debellato l’infezione, non solo non ha basi scientifiche su cui posarsi, ma potrebbe addirittura aumentare il rischio di diffusione del nuovo coronavirus.  

Il monito dell’Oms

L’avvertimento arriva dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) secondo cui è molto probabile che le persone che riceveranno il patentino di immunità dal Covid-19 (Coronavirus disease 2019), sentendosi ormai fuori pericolo, potrebbero smettere di attuare comportamenti prudenti come usare la mascherina e mantenere la distanza di sicurezza fisica, costituendo un pericolo per sé e per gli altri.

Quasi tre milioni di infezioni nel mondo

Più di 2,8 milioni di casi di Covid-19 sono stati confermati a oggi in tutto il mondo, per un totale di circa 200 mila decessi. Le restrizioni imposte nei vari Paesi ai movimenti dei cittadini nel tentativo di arginare la diffusione del virus hanno paralizzato l’economia globale, e ora Governi e cittadini premono per tornare, seppur gradualmente, alla normalità. Molti paesi tra cui Germania, Italia e Regno Unito stanno iniziando a testare la presenza di anticorpi contro il nuovo coronavirus nelle loro popolazioni e alcuni Governi stanno prendendo in considerazione la possibilità di consentire alle persone che hanno sconfitto la malattia di tornare a muoversi e a lavorare. La scorsa settimana, ad esempio, il Cile ha dichiarato che inizierà a rilasciare “passaporti sanitari” per le persone che si ritiene siano guarite dalla malattia.

Patentino immunità fuori luogo

Purtroppo, però, “attualmente non ci sono prove che le persone che si sono riprese dal Covid-19 e hanno anticorpi siano protette da una seconda infezione“, ha affermato l’Oms in una nota informativa. Di conseguenza il “patentino per l’immunità” non avrebbe alcun valore scientifico. Come ha ben spiegato in un articolo su Peopleforplanet Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova e dell’Unità operativa complessa di Microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera, “non abbiamo ancora dati a sufficienza per stabilire se la rilevazione degli anticorpi tramite test sia un segnale di immunità o parte della patologia – spiega l’esperto -. Ci sono molte malattie infettive in cui gli anticorpi aggravano la malattia. La verità è che non si può dire nulla. Non sappiamo nemmeno se questi anticorpi siano neutralizzanti, non sappiamo quanto durino, non sappiamo se siano parte del problema e se siano specifici. Ciò che stiamo facendo è un esercizio di proiezione per analogia: poiché in altre malattie avvengono determinati processi, si ritiene che lo stesso debba accadere anche in questa infezione. Ma di questa patologia non conosciamo nulla e dunque la prudenza è d’obbligo”, precisa lo studioso.
Secondo l’esperto, quindi, parlare di “patentino di immunità” è per lo meno prematuro, se non fuori luogo.

Leggi anche:
Test sierologici e tamponi diagnostici: come funzionano, che differenze ci sono

Milano, “Per l’Area C facciamo come Bruxelles”

Lun, 04/27/2020 - 07:33

Grandi discussioni a Milano in merito alla possibilità di ripartire aprendo anche il centro storico alla massa di auto che soffoca da sempre la città più colpita dall’inquinamento dell’aria, e guarda caso anche dalla pandemia di coronavirus. Proprio quando c’è l’ennesima conferma (italiana questa volta) sottolinea che il particolato trasporta il coronavirus, indi smog uguale più malati covid-19.

Milano è simile a Bruxelles

Anche il Belgio – come l’intera Lombardia – sta pagando un prezzo molto alto a causa del Coronavirus, scrive su Facebook Genitori Antismog, l’Associazione che da anni lotta per una Milano più pulita e più vivibile. E Bruxelles come Milano ha sempre sofferto molto di traffico e di inquinamento, soprattutto di biossidi d’azoto (NO2) a causa dei diesel.

Bruxelles ha avuto una semplice idea per favorire il distanziamento fisico nella “fase 2” e garantire alle persone la possibilità di muoversi: trasformare l’hypercentre (di dimensioni simili alla nostra Area C – 2×2,5 km invece di 3km), in zona residenziale a priorità pedonale. Vuole dire che non viene chiuso al traffico, ma che la carreggiata può essere usata dalle persone, che pedoni e bici hanno priorità e che le auto e le moto devono andare al massimo a 20 km/h. In questo modo è possibile garantire alle persone maggiori spazi per muoversi rispetto ai già fin troppo stretti marciapiedi del centro. “Gli automobilisti avranno quindi il diritto di circolare, ma dovranno abituarsi all’idea di avere i pedoni in mezzo alla strada…”.

Una possibilità prevista dal Codice

A Milano, in Area C è possibile farlo? Certo! Non serve neanche usare la “creatività” suggerita dal Sindaco Sala. E’ sufficiente applicare il Codice della strada che prevede appunto la possibilità di creare zone residenziali dove la priorità è garantita ai pedoni e ai ciclisti.

Come riportato nel documento di FIAB Ciclobby Onlus: tale ambito è “regolato dall’Art. 135 comma 12 del Regolamento del Cds e indica una strada o zona a carattere abitativo e residenziale nella quale i conducenti di veicoli devono osservare particolari norme di comportamento. Tali regole vigenti sulle strade residenziali, sono indicate in apposito pannello integrativo abbinato al segnale di Strada Residenziale (Fig. II 318), ed esse sono emanate con ordinanza del sindaco che stabilisce il limite di velocità, che in genere si aggira tra 10 e 20 km/h, e il rispetto della precedenza nei confronti di pedoni e ciclisti sull’intero tratto di strada.”

Cosa aspettiamo quindi? È sufficiente un’ordinanza e la posa di soli 43 cartelli: tanti quanti sono i varchi di AreaC, conclude l’Associazione.

Fase 2 «A distanza o rischi» |Mascherine: prezzo a 0,50€ | Brad Pitt demolisce Trump

Lun, 04/27/2020 - 06:25

Il Messaggero: Dal 4 maggio sì a parchi e take away. Spostamenti tra regioni ancora vietati.Ok visite ai parenti Bozza del Dpcm. Conte: «Restiamo a distanza o rischi» Lo sport riparte come previsto: prima i singoli poi le squadre;

Corriere della Sera: Sì ai funerali, no alle messe. Ira della Cei: «Violata la libertà di culto». Gli esperti: «Fino al 25 maggio ancora troppi rischi»;

Leggo: Mascherine, prezzi bloccati a 0,50 euro: l’annuncio di Conte;

Il Giornale: Fase 2, l’ira del centrodestra: “Conte massacra interi settori”;

La Repubblica: Il lavoro crolla: 1,7 milioni di occupati in meno nel 2020;

Il Manifesto: Balibar: «L’Europa è in crisi, o si reinventa solidale o esplode»;

Il Mattino: Negli Usa tornano a salire le vittime e la Spagna apre all’ora d’aria per under 14. Missionari contro Bolsonaro, il Brasile nel caos con 400 morti al giorno di coronavirus Bill Gates e la moglie Melinda pronti a coprire le spese per il vaccino anti Covid: «Sarà un bene comune» Alcol e metanolo come antidoto al Covid ma nella Repubblica Dominicana muoiono in 109 morti;

Tgcom24: Usa, Brad Pitt “diventa” il dottor Anthony Fauci e demolisce Trump;

Il Sole 24 Ore: Materie prime e geopolitica: ecco perché Trump vuole la Groenlandia;

Il Fatto Quotidiano: Africa – Poche terapie intensive, ventilatori introvabili, lockdown infattibile: 30mila casi ed è paura.

Conte: dal 4 maggio inizia la fase 2

Dom, 04/26/2020 - 22:14
Dal 4 maggio

“Dal 4 maggio riapre la manifattura, le costruzioni e tutto l’ingrosso funzionale ai due settori”, annuncia il premier nella conferenza stampa del 26 aprile, ore 20.25, “sul presupposto che le aziende rispettino i protocolli di sicurezza sul luogo di lavoro. Ne abbiamo elaborato uno ancor più rigoroso. Prima del 4 maggio verranno consentite le attività per preparare i luoghi di lavoro in conformità con il protocollo”.

All’interno della regione dal 4 maggio gli spostamenti saranno consentiti per “comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute. Si aggiunge la possibilità di spostamenti mirati per far visita a congiunti. Siamo consapevoli che molte famiglie sono state separate, vogliamo consentire visite mirate nel rispetto delle distanze, con uso di mascherine e divieto di assembramento. Non sono consentiti party familiari e ritrovi”. Rimane il divieto a spostarsi in altre regioni, se non per motivi lavorativi, situazioni di necessità e cause di salute. “Introduciamo una regola più stringente per coloro che presentano una sintomatologia respiratoria e febbre superiore ai 37,5: non è più raccomandato, ma devono rimanere presso il proprio domicilio, limitare al massimo i contatti sociali e avvertire il medico curante“, afferma il premier.

“Consentiamo l’accesso a parchi, ville e giardini pubblici condizionato al rigoroso rispetto delle distanze e all’adozione di misure per contingentare gli ingressi. I sindaci potranno disporre la chiusura delle aree se non sarà possibile assicurare il rispetto di queste misure.”

Capitolo attività sportiva: “Ci si potrà allontanare dalla propria abitazione, se si tratta di attività sportiva più dinamica bisogna rispettare una distanza di 2 metri Se è semplice attività motoria, un metro”.

“Per quanto riguarda le cerimonie funebri, dal 4 maggio saranno consentite cerimonie funebri con la presenza al massimo di 15 congiunti, con l’uso di mascherine e nel rispetto delle norme di distanziamento sociale, possibilmente all’aperto”, dice il presidente del Consiglio.

Bar e ristoranti: Dal 4 maggio sarà consentita attività di ristorazione da asporto, non sarà possibile consumare i pasti nei locali o nelle vicinanze.

Sarà possibile la ripresa degli allenamenti per gli sport individuali.

Dal 18 maggio

Il 18 maggio è prevista la riapertura di musei e biblioteche.

Riapriranno anche i negozi al dettaglio attualmente chiusi.

Sempre dal 18 maggio saranno consentiti gli allenamenti per gli sport di squadra.

Non c’è ancora nessuna previsione su se e quando potranno ricominciare i campionati degli sport di squadra, tra cui il calcio.

 Dal 1 giugno

Il primo giugno è la data prevista per la riapertura di bar, ristoranti, barbieri, parrucchieri, centri di massaggio con limitazioni di accesso che saranno definite.

Resta chiusa la scuola

Nonostante le evidenti difficoltà per le famiglie, resterà chiusa la scuola per tutto il resto dell’anno scolastico. Gli esami di stato saranno effettuati attraverso dei colloqui individuali a distanza.

Foto di Serghei Trofimov

Bill Gates: “Così batteremo il coronavirus”

Dom, 04/26/2020 - 19:30

Nel 2015 nel corso di un “Ted Talks” Bill Gates, imprenditore e filantropo, fondatore di Microsoft, avvertiva che l’umanità e in particolare i Paesi più avanzati avrebbero dovuto investire piuttosto che in armi in sistemi di prevenzione per fronteggiare possibili prossime epidemie, molto più pericolose di una guerra. Adesso con la sua Fondazione sta investendo per combattere il Covid-19.

Sul suo sito gatesnotes.com ci racconta cosa fare, come intervenire, con quali prospettive. Di seguito la traduzione di ampi stralci.

Il ruolo della Fondazione Gates

«In tempi normali, la Gates Foundation impiega più della metà delle sue risorse per ridurre i decessi per malattie infettive. Queste malattie sono la ragione per cui un bambino in un paese povero ha una probabilità 20 volte maggiore di morire prima dei cinque anni rispetto a uno in un paese ricco. La Fondazione investe nell’inventare nuovi trattamenti e vaccini per queste malattie e assicurarsi che vengano consegnati a tutti coloro che ne hanno bisogno. Le malattie includono HIV, malaria, tubercolosi, poliomielite e polmonite. Ogni volta che c’è un’epidemia come Ebola, SARS o Zika, lavora con i governi e il settore privato per aiutare a modellare i rischi e aiutare a galvanizzare le risorse per creare nuovi strumenti per fermare l’epidemia. È stato grazie a queste esperienze che nel mio discorso del TED del 2015 ho parlato del fatto che il mondo non è pronto per un’epidemia respiratoria. E purtroppo in seguito non è stato fatto abbastanza.

Ora che l’epidemia è arrivata ci sono molti sforzi in corso. Più di 100 gruppi stanno lavorando ai trattamenti e altri 100 ai vaccini. Stiamo finanziando un sottoinsieme di questi, monitorandoli tutti da vicino. È fondamentale guardare ogni progetto per vedere non solo le sue possibilità, ma anche le probabilità che possa essere dimensionato per aiutare il mondo intero.»

Quando torneremo alla normalità?

«È del tutto comprensibile che l’attenzione si stia rivolgendo a una sola domanda: “quando potremo tornare alla normalità?”

Il lockout ha causato un dolore incommensurabile per lavori persi, per le persone isolate e per il peggioramento delle disuguaglianze. Le persone hanno voglia di ricominciare.

Sfortunatamente, anche se abbiamo la volontà, non abbiamo la strada per farlo, non ancora.

Prima che possiamo tornare agli affari e alla vita come al solito, avremo bisogno di alcuni nuovi strumenti innovativi che ci aiutino a rilevare, trattare e prevenire il Covid-19.»

Un nuovo test per rilevare il coronavirus facile come i test di gravidanza fai da te

«Non possiamo sconfiggere un nemico se non sappiamo dove sia. Per riaprire l’economia, dobbiamo testare un numero sufficiente di persone per poter rilevare rapidamente i focolai emergenti e intervenire in anticipo. Non vogliamo aspettare che gli ospedali inizino a riempirsi e muoiano più persone.

L’innovazione può aiutarci ad aumentare i numeri. Gli attuali test del coronavirus richiedono che gli operatori sanitari eseguano tamponi nasali, il che significa che devono cambiare i loro dispositivi di protezione prima di ogni test. Ma la nostra fondazione sta supportando una ricerca che utilizza tamponi che possano essere utilizzati autonomamente dalle persone e che producono risultati altrettanto accurati. Questo approccio è più rapido e più sicuro, le autorità dovrebbero essere in grado di approvare il tamponamento a domicilio o in altri luoghi piuttosto che avere persone che rischiano ulteriori contatti in ospedale.

Un altro test diagnostico in fase di sviluppo funzionerebbe in modo molto simile a un test di gravidanza domiciliare. Ti farai il tampone al naso ma invece di inviarlo a un centro di elaborazione lo metterai in un liquido e poi lo verserai su una striscia di carta che cambierà colore se sarà presente il virus. Questo test potrebbe essere disponibile tra qualche mese.»

Fare i test alle persone giuste

«Abbiamo bisogno di un altro progresso nei test, ma dal punto di vista sociale, non tecnico: standard coerenti su chi debba essere testato. Se il paese non mette alla prova le persone giuste – lavoratori essenziali, persone sintomatiche e coloro che sono stati in contatto con qualcuno che è risultato positivo – allora stiamo sprecando una preziosa risorsa e potenzialmente perdendo grandi riserve per combattere il virus. Le persone che non hanno sintomi che non fanno parte di uno di questi tre gruppi non dovrebbero essere testate fino a quando non ci saranno abbastanza test per tutti. Viceversa le persone dei 3 gruppi andrebbero testate, tutte.»

Tracciare i contatti

«La seconda area in cui abbiamo bisogno di innovazione è la traccia dei contatti. Una volta che qualcuno risulta positivo, i funzionari della sanità pubblica devono sapere chi altro potrebbe aver contagiato.

Possiamo seguire l’esempio della Germania: intervistare tutti coloro che risultano positivi e utilizzare un database per assicurarci che tutti i loro contatti siano seguiti. Questo approccio è lungi dall’essere perfetto, perché fa affidamento sulla persona infetta per segnalare accuratamente i propri contatti e richiede un sacco di personale per dare seguito a tutti di persona. Ma sarebbe un miglioramento rispetto al modo sporadico in cui la traccia dei contatti viene ora fatta.

Una soluzione ancora migliore sarebbe l’adozione ampia e volontaria di strumenti digitali. Ad esempio, ci sono app che ti aiuteranno a ricordare dove sei stato; se mai sei positivo, puoi rivedere la cronologia o scegliere di condividerla con chiunque venga a intervistarti sui tuoi contatti. E alcuni hanno proposto di consentire ai telefoni di rilevare altri telefoni vicini utilizzando il Bluetooth ed emettendo segnali tra di loro. Se qualcuno risulta positivo, il telefono della persona positiva invierà un messaggio agli altri telefoni e i loro proprietari dovranno essere sottoposti a test. Se la maggior parte delle persone scegliesse di installare questo tipo di applicazione, probabilmente sarebbe di aiuto.»

Gli studi per il trattamento del covid-19

Naturalmente, tutti coloro che risultano positivi al test vorranno immediatamente conoscere le opzioni di trattamento. Tuttavia, in questo momento, non esiste alcun trattamento per COVID-19. L’idrossiclorochina, che agisce modificando il modo in cui il corpo umano reagisce a un virus, ha ricevuto molta attenzione. La nostra fondazione sta finanziando una sperimentazione clinica che fornirà un’indicazione se funziona su COVID-19 entro la fine di maggio e sembra che i benefici saranno nella migliore delle ipotesi modesti.

Ma diversi candidati più promettenti sono all’orizzonte. Uno prevede il prelievo di sangue da pazienti che si sono ripresi da Covid-19, assicurandosi che sia privo del coronavirus e di altre infezioni e somministrando il plasma (e gli anticorpi che contiene) alle persone malate. Diverse grandi aziende stanno lavorando insieme per vedere se questo ha successo.

Un altro tipo di candidato come farmaco prevede l’identificazione degli anticorpi più efficaci contro il nuovo coronavirus e la loro produzione in laboratorio. Se funziona, non è ancora chiaro quante dosi potrebbero essere prodotte; dipende dalla quantità di materiale anticorpale necessaria per dose. Nel 2021, i produttori potrebbero essere in grado di effettuare da 100.000 trattamenti a molti milioni.

Se tra un anno le persone parteciperanno a grandi eventi pubblici – come giochi o concerti in uno stadio – sarà perché i ricercatori hanno scoperto un trattamento estremamente efficace che fa sentire tutti al sicuro di poter uscire di nuovo. Sfortunatamente, in base alle prove che ho visto finora, probabilmente troveranno un buona protezione, ma non una che garantisca al 100%.»

La corsa alla ricerca del vaccino

Ecco perché dobbiamo investire in una quarta area di innovazione: fare un vaccino. Ogni mese in più necessario per produrre un vaccino è un mese in più in cui l’economia non può tornare completamente alla normalità.

Il nuovo approccio di cui sono più entusiasta è noto come un vaccino RNA.

A differenza di un vaccino antinfluenzale, che contiene frammenti del virus dell’influenza in modo che il sistema immunitario possa imparare ad attaccarli, un vaccino con RNA fornisce al tuo corpo il codice genetico necessario per produrre frammenti virali da solo. Quando il sistema immunitario vede questi frammenti, impara come attaccarli. Un vaccino RNA essenzialmente trasforma il tuo corpo nella propria unità di produzione del vaccino.

Ci sono almeno altre cinque ricerche che sembrano promettenti. Ma poiché nessuno sa quale funzionerà, alcune di esse devono essere finanziate in modo che possano avanzare tutti alla massima velocità contemporaneamente.»

Pensare alla futura distribuzione del vaccino

«Anche prima che esista un vaccino sicuro ed efficace, i governi devono capire come distribuirlo. I paesi che forniscono il finanziamento, i paesi in cui vengono condotti i processi di sviluppo e quelli più colpiti avranno tutti una buona ragione per cui dovrebbero ricevere la priorità. Idealmente, ci dovrebbe essere un accordo globale su chi dovrebbe ottenere prima il vaccino, ma, dato il numero di interessi in competizione tra loro, è improbabile che ciò accada. Chiunque risolva equamente questo problema avrà fatto un grande passo avanti.»

Bill Gates in una recente intervista ha dichiarato che metterà a disposizione tutto il supporto economico e logistico necessario perché vengano realizzate miliardi di dosi del vaccino nel minor tempo possibile, senza che nessuno ci speculi sopra: il vaccino deve essere un “bene comune”.

Verso la “fase 2”

«La maggior parte dei paesi sviluppati entrerà nella seconda fase dell’epidemia nei prossimi due mesi. In un certo senso, è facile descrivere questa fase successiva. È semi-normale. Le persone potranno uscire, ma non così spesso e non in luoghi affollati. Immagina ristoranti che ospitano persone distanziate e aeroplani dove ogni posto di mezzo è vuoto. Le scuole dovranno essere riaperte, ma non puoi riempire uno stadio con 70.000 persone. Le persone lavoreranno e spenderanno, ma non tanto quanto  prima della pandemia. In breve, i tempi saranno anormali ma non anormali come durante la prima fase.

Le regole su ciò che è consentito dovrebbero cambiare gradualmente in modo da poter vedere se il livello di contatto stia iniziando ad aumentare il numero di infezioni. I paesi meno evoluti saranno in grado di apprendere da altri paesi che dispongono di sistemi di test efficaci per comprendere quando sorgono problemi.»

Il caso “Microsoft China”

«Un esempio di riapertura graduale è Microsoft China, che ha circa 6.200 dipendenti. Finora circa la metà sta andando al lavoro. Stanno continuando a fornire supporto ai dipendenti che vogliono lavorare a casa. Insistono che le persone con sintomi restino a casa. Richiedono mascherine, disinfettanti per le mani e pulizia più intensiva. Anche al lavoro, applicano le regole di distanza e consentono viaggi di lavoro solo per motivi eccezionali. La Cina è stata conservatrice riguardo all’apertura e finora ha evitato qualsiasi rimbalzo significativo del virus.»

Il difficile percorso della transizione alla “fase 2”

Il principio di base dovrebbe essere quello di consentire attività che hanno un grande beneficio per l’economia o il benessere umano ma che presentano un piccolo rischio di infezione. Ma mentre scavi nei dettagli e guardi attraverso l’economia, l’immagine diventa rapidamente complicata. Non è semplice come dire “puoi fare X, ma non Y.” L’economia moderna è troppo complessa e interconnessa per questo.

Ad esempio, i ristoranti possono tenere i commensali a due metri di distanza, ma avranno una catena di fornitura efficiente e senza rischi per i loro approvvigionamenti? Saranno redditizi con questa capacità ridotta? L’industria manifatturiera dovrà cambiare le fabbriche per tenere i lavoratori più distanti. La maggior parte delle fabbriche sarà in grado di adattarsi alle nuove regole senza una grande perdita di produttività? Ma come lavorano le persone impiegate in questi ristoranti e fabbriche? Prendono un autobus o un treno? E i fornitori che spediscono pezzi in fabbrica? E quanto le aziende dovrebbero insistere affinché i loro dipendenti si presentino al lavoro? Tornare al lavoro in questo contesto può essere considerato un obbligo?

Non ci sono risposte facili a queste domande. Alla fine, i leader a livello nazionale, regionale e locale dovranno fare dei compromessi in base ai rischi e ai benefici dell’apertura di varie parti dell’economia.»

La pandemia definirà la nostra era

«La seconda guerra mondiale fu il momento decisivo per la generazione dei miei genitori. Allo stesso modo, la pandemia di coronavirus – la prima in un secolo – definirà questa era. Ma c’è una grande differenza tra una guerra mondiale e una pandemia: tutta l’umanità può lavorare insieme per conoscere la malattia e sviluppare la capacità di combatterla. Con gli strumenti giusti a portata di mano e un’implementazione intelligente, alla fine saremo in grado di dichiarare la fine di questa pandemia e rivolgere la nostra attenzione su come prevenire e contenere la prossima senza farci trovare nuovamente impreparati.

E ci sono così tanti eroi da ammirare in questo momento, inclusi gli operatori sanitari in prima linea. Quando il mondo alla fine dichiarerà la pandemia finita, dovremo ricordarlo e ringraziarli tutti per questo.»

Immagine: Centro “Bill and Melinda Gates Foundation”

Politecnico di Milano: “Materne ed elementari possono riaprire”

Dom, 04/26/2020 - 16:00
Lo studio del Politecnico

È in arrivo uno studio del Politecnico di Milano che potrebbe cambiare il quadro di riferimento: lo studio è arrivato alla conclusione che si possono riaprire materne ed elementari (forse anche le medie), seguendo determinate regole.

Il gruppo di lavoro del Politecnico ha elaborato questo studio prendendo in considerazione 7/8 “ambienti”: scuola, trasporti, lavoro, finanza, società civile, commercio, cercando poi di identificare tutte le relazioni tra i sistemi. Secondo il Politecnico di Milano si potrebbero riaprire materne ed elementari tenendo presente i fattori: Istituti vicini a casa, orari diversi, distanziamenti.

Il rettore del Politecnico, Ferruccio Resta, ha spiegato al Corriere della Sera che “gli ingegneri del Politecnico hanno lavorato su vincoli dati: se dunque il vincolo sarà la distanza di 1 o 2 metri, perché gli adulti possono andare in ufficio o sul tram mantenendo quella distanza e gli studenti no? Ovviamente si tratterebbe di una scuola diversa da quella che conosciamo, in termini di orari, turni, composizione delle classi”

La situazione attuale

Bambini e ragazzi sono isolati in casa, senza scuola da circa due mesi e alcuni anche senza la didattica a distanza che secondo i dati del ministero dell’istruzione non ha raggiunto il 20 per cento degli studenti.

Didattica a distanza che del resto può funzionare con i bambini più piccoli solo se hanno l’aiuto e la vicinanza di un adulto che li affianchi.

10 milioni di under 18 che non possono andare a scuola. Di questi quasi 8 milioni di under 14 che oltre che dal punto di vista logico anche legale non possono essere lasciati da soli a casa.

Le scuole non rientrano nel piano di riaperture a cui sta lavorando il governo neanche per la “fase 2” perché – si dice – gli alunni non sono in grado di rispettare le regole sul distanziamento sociale, non esistono strutture adeguate per permetterlo e non c’è personale a sufficienza per gestirlo.

Secondo Franco Locatelli, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, per la stessa ragione bisogna dimenticarsi anche della possibilità “dei campi estivi e degli oratori. Questo deve essere chiarissimo”.

Secondo l’Isat le famiglie con figli in cui entrambi i genitori lavorano sono circa 3 milioni e mezzo. A queste si sommano le famiglie con un solo genitore o dove i genitori si alternano che sono oltre 2 milioni e mezzo. Un totale di 6 milioni di famiglie particolarmente esposte al problema.

E lasciare i figli ai nonni (se ci sono) non si può, non si deve, dicono, perché sono particolarmente esposti ai rischi covid-19

Il governo…

Il governo cosa fa? La ministra dell’istruzione Lucia Azzolina ha nominato l’ennesimo “comitato di esperti” composto da 18 persone (un altro comitato di esperti? Sì, un altro). Con le scuole chiuse, a seconda delle zone, a partire da fine febbraio o dai primi di marzo, la prima riunione del comitato è avvenuta il 23 aprile (sì, il 23 aprile!).

La ministra della famiglia, Elena Bonetti ha proposto tre misure di sostegno alle famiglie: un bonus baby sitter da 600 euro (domanda: è previsto il controllo della salute della baby sitter? Risposta: non è previsto); un assegno mensile fino a dicembre variabile da 160 a 80 euro, a seconda dell’ISEE, per ogni figlio con meno di 14 anni; l’estensione dei congedi parentali di altri 15 giorni per chi ha figli fino a 12 anni, con lo stipendio ridotto al 50% (beninteso solo per chi ha un lavoro dipendente e uno stipendio e sempre che possa rinunciare a metà stipendio).

Comuni e associazioni del volontariato cercano soluzioni

A macchia di leopardo, in assenza di direttive da parte dello stato e delle regioni, diversi comuni stanno cercando, insieme ad organizzazioni di volontariato, di mettere a disposizione alcuni spazi pubblici per organizzare attività didattiche e di svago, di socializzazione e didattiche, servendosi di operatori comunali e di volontari. Ma al momento non esiste un protocollo di sicurezza nazionale per queste attività. Potranno riaprire i servizi educativi, gli asili nido, gli spazi gioco, le ludoteche? E come? Non si sa e mancano ormai pochi giorni al 4 maggio, data fatidica per la prevista “fase 2”

Arciragazzi ha proposto un progetto che si basa sulla collaborazione tra enti territoriali e terzo settore: chiede che vengano individuati luoghi, come biblioteche, parchi, oratori e musei, che possano servire per l’attività ludica e di socializzazione e che in inverno possano affiancare le scuole nelle lezioni.

La ministra Bonetti ha dichiarato che metterà a disposizione 35 milioni di euro per enti del terzo settore, associazioni di volontariato, oratori e centri estivi, per organizzare attività per i bambini. Quando? Come? Al momento non si sa.

La scuola fattore per la ripartenza

La scuola può essere un fattore fondamentale per la ripartenza. Molti stati europei, (Germania, Danimarca…) hanno studiato e stanno applicando strategie per la riapertura. Non considerare la scuola in quest’ottica sarebbe un errore e significherebbe lasciare ancora il carico della gestione dei minori tutto addosso alle famiglie. E non bisogna dimenticare che anche bambini e ragazzi hanno bisogno di relazioni sociali per il loro sviluppo.

Rimedi naturali per aumentare le difese immunitarie

Dom, 04/26/2020 - 16:00
Cosa sono i virus e come si diffonde un’infezione

Prima di conoscere i rimedi naturali che possono aiutarci ad aumentare le nostre difese immunitarie, vediamo cosa sono i virus, come agiscono sul nostro organismo e cosa può fare il nostro corpo per difendersi.

I virus sono particelle dotate di una molecola di RNA o di DNA, cioè di un genoma, racchiusa in un rivestimento proteico cui si aggiunge, in alcuni casi, un secondo rivestimento più esterno.

Si tratta di agenti patogeni che per sopravvivere hanno bisogno di infettare le cellule di un ospite animale o vegetale, così da sfruttarne le strutture cellulari per replicarsi.

Per questo, i virus cercano di entrare in contatto con il nostro organismo attraverso la pelle e le mucose danneggiate, la congiuntiva, il tratto gastrointestinale e le vie aeree per poterlo infettare: dopo essersi introdotto nel nostro corpo, il virus replica il proprio genoma in una cellula, poi in un’altra cellula e in un’altra ancora e l’infezione prosegue con conseguenze più o meno gravi.

La malattia che si sviluppa in seguito all’infezione, infatti, dipende da quali cellule vengono infettate, dal danno cellulare provocato dall’infezione e dalla durata dell’infezione. Se il virus non danneggia in modo significativo le cellule, risultiamo asintomatici, cioè privi di sintomi evidenti. Se il patogeno altera la funzione cellulare o provoca la morte delle cellule, i sintomi che possono comparire sono malessere, febbre, cefalea, dolori muscolari e sintomi respiratori anche gravi che, in alcuni casi, possono portare al decesso della persona contagiata.

Il nostro sistema immunitario ovviamente interviene per difenderci dall’attacco e, in caso di successo, il virus viene debellato in due o tre settimane dal nostro corpo: in questo arco di tempo, il virus cercherà di passare a un altro organismo per continuare a sopravvivere e replicarsi.

Il sistema immunitario ci difende dalle infezioni

Quando un agente infettivo supera la nostra prima linea di difesa data da cute, mucose e altre barriere fisiche e chimiche, si trova a dover fare i conti con i meccanismi aspecifici e specifici pronti a debellarlo.

Le componenti del sistema immunitario, infatti, lavorano insieme per rimuovere il responsabile dell’infezione e conferire l’immunità permanente verso il patogeno.

Le cellule del sistema immunitario si occupano di fagocitare l’agente infettivo, riconoscono e uccidono le nostre cellule infettate, aumentano le difese delle cellule circostanti a quelle infette e, infine, producono anticorpi specifici contro il patogeno, così da rendere più rapida ed efficace la risposta nel caso in cui quel patogeno si ripresenti.

Quando un virus compare per la prima volta tra la popolazione come nel caso del nuovo coronavirus, nessuno ha ancora sviluppato anticorpi per quel patogeno, dunque il virus si diffonde più velocemente e i contagi aumentano in modo esponenziale.

Se poi il nostro sistema immunitario è già provato da altre patologie o se risulta indebolito da altri fattori – ad esempio lo stress – un’infezione virale può fare non pochi danni.

Il nostro sistema immunitario funziona meglio se seguiamo un’alimentazione sana ed equilibrata, in grado di fornire al nostro corpo tutti i macronutrienti e i micronutrienti necessari a lavorare al meglio, tra cui vitamine e minerali.

Anche l’attività fisica sostiene il sistema immunitario poiché diverse cellule del sistema immunitario si mobilitano proprio in seguito a un esercizio fisico moderato.

Oltre a mantenere delle sane abitudini è poi possibile rafforzare la risposta del nostro corpo grazie all’assunzione di rimedi naturali.

Aumentare le difese immunitarie non significa diventare immuni dal virus ma offrire al nostro organismo un aiuto in più per rispondere all’eventuale infezione e aumentare le possibilità di successo.

Rimedi naturali per aumentare le difese immunitarie

Per aumentare le difese immunitarie, la fitoterapia sfrutta piante definite immunomodulanti, immunostimolanti e adattogene.

Si tratta di rimedi naturali venduti normalmente in erboristeria e in farmacia e la cui assunzione è grado di aumentare la risposta dell’organismo all’attacco di agenti patogeni.

Tra le piante e i rimedi naturali maggiormente utilizzati per aiutare il nostro corpo a far fronte a un’infezione virale troviamo ad esempio l’echinacea (Echinacea purpurea), che può essere assunta sotto forma di sciroppo, capsule o tintura madre, da sola o in sinergia con propoli o altre piante immunostimolanti tra cui la rodiola (Rhodiola rosea) che ha anche azione sul tono dell’umore, un aspetto da non sottovalutare in questo periodo di forte stress.

Dell’echinacea si utilizzano il rizoma e le parti aeree e la dose giornaliera consigliata è pari a 900 mg di droga al giorno, che corrispondono a circa 60 gocce di tintura madre da assumere tre volte al giorno. I trattamenti con echinacea non devono essere prolungati per più di otto settimane.

Un’altra pianta utile per aumentare le difese immunitarie e ad azione adattogena e antivirale è l’Eleutherococcus senticosus. Dell’eleuterococco si utilizza la radice, da assumere sotto forma di decotto, capsule, compresse o tintura madre. Questa pianta aiuta ad accrescere la resistenza dell’organismo e a migliorare il quadro clinico nelle persone affette da sindrome influenzale. Per trarre beneficio dall’eleuterococco si assumono 3-4 grammi di droga al massimo al giorno, pari a 40 gocce di tintura madre al dì o a 4-6 compresse da 500 mg l’una.

Oltre a echinacea ed eleuterococco, negli stati influenzali sono molto utili anche le bacche di schizandra (Schisandra sinensis). I frutti di questa liana sono tradizionalmente consumati in un infuso noto come omilla tea, a base di schizandra e pinoli. Si tratta di un rimedio efficace e sicuro per i quali non sono noti effetti collaterali rilevanti: si possono assumere da 1,5 a 6 g di bacche essiccate al giorno o, in alternativa, capsule contenenti 100 mg di estratto al giorno.

Infine, come dimenticare l’astragalo (Astragalus membranaceus), pianta dall’azione immunostrimolante e antivirale. La preparazione più frequente in questo caso è la tintura madre al assumendone 2-4 millilitri tre volte al giorno.

Fonti:
Echinacea
Rodiola
Eleuterococco
Astragalo

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Il ritorno al futuro non sarà così semplice…

Dom, 04/26/2020 - 13:43
Guardali lì, come corrono felici

Sfrecciano – i motorini delle consegne a domicilio – in tutte le direzioni. Padroni della strada, che si contendono con i furgoni dei corrieri, sciamano garruli in ogni dove.

Chi spiegherà loro che, da un momento all’altro, i sensi unici ricominceranno ad esserlo davvero? Sarà il Premier in persona, con apposito DPCM, a dichiarare che il codice della strada tornerà a sostituire la legge del west? 

Guardali lì, come poltriscono felici

L’inquilino del quarto piano e la ragazza del quinto hanno deciso di passare la quarantena insieme. Cucinano a turno, prendono il sole in terrazzo, sembrano una coppia affiatata e longeva.

Chi spiegherà loro – e soprattutto a lei – che tra poco la fidanzata del tipo potrà attraversare la città e affacciarsi legittimamente a casa di lui? Sarà come in Mediterraneo: il militare italiano se ne va, il greco torna e si ritrova la moglie incinta. Uno dei due (onestamente non ricordo chi) tiene l’asino; ma – a quanto si percepisce da qui – almeno non ci sono equini o bambini da spartirsi, al momento.

Guardaci lì, come eravamo belli

Ad assaltare l’autobus in arrivo, fregandocene di far scendere chi di dovere, prima di salire noi. Ad ogni porta e ad ogni finestrino – senza macchina e senza paura – mentre il conducente gridava «Signo’, e va’ avanti, che tra il gomito di quel vecchio e il ginocchio del pischello c’è posto!»

Chi ci insegnerà l’antica arte britannica di fare la fila alla fermata? Chi ci preparerà per i test d’ingresso per accedere alle vetture a numero chiuso?

Insomma, il ritorno al futuro non sarà mica così semplice

E non solo perché la normalità del passato non sarà quella di domani, ma anche perché molti di noi in questa parentesi di sospensione si sono trovati proprio bene.

Pratica, semplificata, ergonomica e senza impegno:

– “Non ti ho mai dimenticata, da quando mi hai lasciato 8 anni fa.  Vediamoci!” Non si può: c’è la quarantena.

– “Ohhh, quanto è cresciuto suo figlio, signora! Vieni qui, piccolo, dammi un bacio!”  Non accade più: siamo in quarantena.

“Alle 10 ci vediamo nella stanza del personale per festeggiare la figlia della cognata dell’ex marito della nuova collega, che si è laureata”  Niente da fare: è la quarantena, baby.

L’isolamento è pure utile

Insomma, una volta che ci fai l’occhio e ci prendi la mano, l’isolamento è pure utile. Certo, ha un costo in termini di libertà. Ma siamo certi che la nostra quotidianità di prima ne fosse così piena?

Siamo i più fichi di tutti perché abbiamo imparato la Resilienza o avevamo un tremendo bisogno di pausa dalla nostra vita?

Non posso dire che questi due mesi di isolamento siano stati il momento di più ampia autodeterminazione della mia esistenza.

Però ho una certezza: oggi so chi, cosa mi sia mancato e perché.
So chi e cosa non mi sia mancato, al di là del perché.
So ciò a cui vorrei tornare e ciò che vorrei poter archiviare.

Se è vero che molti si accorgono di ciò che hanno quando lo perdono, a me è successo il contrario.
Ho scoperto di poter viaggiare più leggera.
Ho scoperto il fascino dei no.
Che – domani – renderanno più belli e preziosi i pochi sì.

Fontana: “regolarizzare 2500 operatori”. Ma la Regione si è scordata i 2000 OSS in graduatoria

Dom, 04/26/2020 - 11:00

Ogni giorno uno spazio su Milano e Lombardia
People For Planet ha tutti i giorni uno spazio dedicato specificamente alla situazione a Milano e in Lombardia, il cratere del virus in Europa, dando voce ai fatti ed ai testimoni di quanto è accaduto e sta accadendo. Milano e la Lombardia sono una delle aree chiave del paese. Quello che è accaduto e sta accadendo qui ha effetti su tutti i cittadini italiani.

Assumere a tempo indeterminato i 2500 operatori sanitari che sono venuti in Lombardia ad aiutare nell’emergenza Covid19 e, soprattutto, niente più tagli alla Sanità pubblica, burocrazia più snella. Un bel discorso quello che il presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha tenuto nel corso del consiglio regionale, riunitosi al Pirellone il 16 aprile. Regolarizzare, giustissimo, ma perché non a partire da quelli fermi in graduatoria?

“E noi, a cosa serviamo?”

A chiederselo sono i circa 2000 operatori socio sanitari (Oss) che nonostante abbiano partecipato al concorso pubblico per assunzione a tempo determinato bandito dall’ASST Niguarda di Milano, sono ancora fermi, nonostante le segnalazioni, le missive inviate tramite sindacati poco solleciti, e l’interesse che parte della stampa ha sollevato, ormai quasi un mese fa. 

Riportiamo per intero la lettera inviataci da Lea – la cui identità, per evitare ritorsioni, verrà omessa – ha scritto a nome di 2000 persone, ferme, senza risposta alle proprie domande.

“Salve, mi chiamo Lea e sono una vostra fedele lettrice.

Sono un’Operatrice Socio Sanitaria (Oss) e le scrivo, a nome della categoria della quale faccio parte, perché abbiamo bisogno di voce ma soprattutto di denunciare pubblicamente fatti odierni che ci stanno penalizzando e deludendo.

Io ed altrettanti quasi 2000 colleghi abbiamo recentemente partecipato ad un concorso pubblico per assunzione a tempo indeterminato bandito dall’ ASST Niguarda di Milano. Ad oggi questa grande azienda ha una propria graduatoria di merito, che nonostante l’emergenza sanitaria da cui siamo stati investiti, procede con le assunzioni molto a rilento nonostante l’enorme carenza di personale! Ma non è solo questo a provocare malcontento.

La cosa che ci sta indispettendo ancor di più e che provoca mal d’animo in tutti noi sta nel fatto che da mesi, questa grande ed illustre Asst ha appaltato agenzie interinali con contratti co.co.co. per sopperire allo stato di necessità, anziché accelerare le chiamate ed assunzioni di noi in attesa! Ma non è finita qui. 

Ad oggi si parla addirittura di stabilizzare questo personale su proposta del presidente Fontana, cosa che in realtà non potrebbe avvenire nemmeno per Legge Madia! 

Quindi non solo siamo stati lasciati in attesa, ma noi idonei in una graduatoria dopo aver partecipato ad un concorso pubblico, ci stiamo ritrovando scavalcati da chi invece utilizza, a questo punto, corsie preferenziali! 

Abbiamo sentito le dichiarazioni del governatore Fontana sulla stabilizzazione di 2500 operatori sanitari (tra medici, infermieri ed oss) in vista dei fondi stanziati.

Questa sarebbe l’ennesima ingiustizia a nostro discapito, ma non le nascondo che saremo già pronti e ci stiamo preparando per agire anche per via legale se sarà necessario. 

Siamo tantissimi uniti in questa battaglia.

Ma prima di arrivare a questo Vorremmo chiedere un aiuto! Vorremmo che qualcuno prendesse le nostre parti con un atto di denuncia. Abbiamo bisogno di un tramite per poter parlare con le Istituzioni, far sentire la nostra voce e poter dire che esistiamo anche noi delle graduatorie!

 Perché nel pubblico si entra tramite concorso pubblico e con non pochi sacrifici, studio, preparazione e soldi spesi.

Siamo delusi dal fatto che sembra che adesso questa manovra voglia essere messa in atto ai fini di consenso politico, vista le delusioni manifestati nella gestione dell’emergenza!

Ma anche perché i concorsi pubblici non devono servire solo per fare cassa e guadagno mettendo in attesa Operatori nell’illusione di poter avere un lavoro che ci spetta di diritto, a maggior ragione in vista dell’emergenza e della necessità di rinfoltire le fila nella sanità attuale che sono carenti.

A noi spetta la priorità.

Non vogliamo essere penalizzati solo perché non abbiamo accettato contratti a termine, interinali, comunque situazioni di precariato dove non davano sicurezza e stabilità economica nella famiglia. 

Spero che almeno voi leggerete questa mia breve/lunga lettera di sintesi. 

Avrei ancora molto da dire credetemi.

Siamo rimasti inascoltati ed emarginati nell’ultimo gradino del sistema sanitario nazionale, ma mi creda anche noi siamo necessari e fondamentali.

Ho scritto a molti giornalisti ma mi auguro che con lei avrò fortuna.

Nella speranza che prima o poi, tra i messaggi giornalieri riuscirete a leggere la mia, Vi ringrazio a priori a nome non solo di tutti gli oss idonei della graduatoria Niguarda, ma anche delle migliaia di colleghi in Italia che si trovano in questa situazione”.

Ogni giorno uno spazio su Milano e Lombardia – Gli articoli precedenti:

23 aprile: Dal 21 febbraio lavorano e vivono blindati nella rsa, risultato? Zero contagi
22 aprileMobilità sostenibile, Milano alle stelle sulla fiducia che non merita
21 aprileFase 2, Milano a tutto smog
20 aprileIl 74% dei residenti in Lombardia è contrario alla riapertura il 4 maggio
19 aprile: Lodi, in emergenza Covid-19 la Sindaca torna sulle mense: appello contro sentenza del giudice
18 aprile: Covid-19. Giorgio Armani: “Basta con gli sprechi della moda”
17 aprile: Divorzio lombardo: 72 ore di litigi tra Comune e Regione, e non solo
16 aprileLombardia: se centinaia di morti al giorno vi sembran pochi…
15 aprileLanciata una raccolta firme per commissariare la sanità della Lombardia

Come costruire un orto verticale con i pallet

Dom, 04/26/2020 - 10:00

Costruisci il tuo orto verticale da tenere sul terrazzo, in casa o in su una parete esterna della tua casa! Livello di difficoltà basso e realizzabile in pochissimo tempo! Cosa serve:

  • Pallet della misura che preferiamo;
  • Carta abrasiva per carteggiare la superficie del legno;
  • Impregnante;
  • Vernice scura per scrivere successivamente i nomi delle piante (facoltativo).
  • Telo impermeabile o sacchi neri (andranno forati una volta installati). In alternativa possiamo sostituire i teli direttamente con i vasi delle piante;
  • Forbici;
  • Spillatrice (nel caso in cui usiamo i teli / sacchi);
  • Terriccio;
  • Erbe aromatiche o fiori!
Fonte: leroymerlinitalia

Leggi anche:
Piante aromatiche: colori e odori per riempire giardino e balcone
Riciclo green: costruire un vaso di fiori (o ortaggi) con una cassetta di legno

Covid: fine del turismo di massa? |Giallo su salute Kim Jong-un | Guariti immuni? Zero prove

Dom, 04/26/2020 - 06:25

Leggo: 25 Aprile, Conte alle Fosse Ardeatine: «Per non dimenticare»;

La Repubblica: Mattarella solo e con mascherina sull’Altare della Patria. “Rinasceremo come allora” video RepTv Frecce tricolori in volo sui silenzi di Roma;

Il Sole 24 Ore: Dal bonus vacanze al tax credit: ecco il piano del governo per l’estate. Chi abita al mare può fare già il bagno – Il coronavirus metterà fine al turismo di massa? – Così Airbnb cerca di rilanciarsi per il dopo Covid-19;

Tgcom24: Meno malati per il sesto giorno di fila, per la prima volta scendono anche quelli in isolamento domiciliare | Altri 415 morti, 163 in Lombardia ma i dati migliorano;

Il Fatto Quotidiano: Mondo – Gran Bretagna, oltre 20mila vittime. Usa, 1.258 morti in 24 ore: minimo da 21 giorni. “Staff Trump vuole stop a briefing quotidiano”;

Il Messaggero: Bill Gates pronto a finanziare vaccino Virus, in Europa oltre 120.000 morti;

Il Giornale: Virus, spunta nuovo allarme “Guariti immuni? Zero prove”;

Corriere della Sera: Proteste anti lockdown: 100 arresti a Berlino. Spagna anticipa l’allentamento delle misure. Mascherine: sarà fissato un prezzo massimo;

Il Mattino: Corea del Nord, giallo su salute Kim Jong-un;

Il Manifesto: Dieci mesi a digiuno, Mustafa se ne va 20 giorni dopo Helin.

Incentivi per la bici, “la nuova carta igienica”

Sab, 04/25/2020 - 20:00

“Nel prossimo decreto legge, ci saranno incentivi per l’acquisto di bici, bici elettriche e monopattini”, così la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli al Corriere della Sera rispetto alle prospettive per la fase 2. La cosa è fondamentale: da un lato permette di limitare l’uso dei mezzi pubblici, dall’altro consente di farlo senza ricorrere all’uso in massa dell’auto privata, fonte di polveri sottili, tanto pericolosi con e senza covid-19. Tuttavia, che le bici continuino a non essere considerate strategiche dalla nostra politica è stato evidente da subito. Da quando, in pieno lockdown, i meccanici potevano stare aperti per garantire ai lavoratori essenziali la possibilità di spostarsi in auto, ma non in bici (nei fatti i negozi di ricambi per bici non potevano aprire e sono tutt’ora chiusi).

“La nuova carta igienica”

Come ha scritto il Guardian, l’Australia sta facendo fatica a fronteggiare il boom di richieste di bici. La chiamano “la nuova carta igienica” perché in molti Paesi anglosassoni – nessuno ha mai capito esattamente perché – la paura della pandemia ha portato ad esaurire le scorte di carta igienica. Allo stesso modo, si vive adesso la gran corsa ad accaparrarsi le bici. Il mezzo è considerato perfetto per fronteggiare la crisi e il post-crisi. Solitario, distanziante, veloce, pratico. Un altro Paese non particolarmente avvezzo all’uso della bici e che vi sta ricorrendo in massa è il Regno Unito: già a inizio marzo la Bbc elencava le bici come una delle poche industrie in forte crescita a seguito della pandemia. Insieme ai giochi da casa, al materiale per orto e giardino, libri elettronica e caffè, è boom di biciclette anche in Uk.

Boom anche negli Usa

Come riporta il New York Times, stessa storia nella patria dei suv. Le vendite crescono, soprattutto le bici per bambini e ragazzi, ma anche per professionisti di ogni tipo, medici compresi, che vogliono un’alternativa alla metropolitana. E possibilmente un’alternativa in linea con la diffusa voglia di salute, benessere e rispetto reciproco. Secondo il giornale americano, la cosa ha già gonfiato i prezzi oltreoceano, dove una due ruote è passata dal prezzo medio di 500 dollari a 800. Motivo in più per apprezzare gli incentivi in arrivo, ma anche per non aspettare troppo a scegliere.

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Come non farsi rubare la bici: i consigli di un ladro Marche, la destinazione dell’anno (in bici)

I dati mondiali al 25 aprile e l’anomalia della Lombardia: letalità al 18,3%!

Sab, 04/25/2020 - 18:00
Le statistiche della Johns Hopkins University

La Johns Hopkins University raccoglie i dati di casi confermati, morti e ricoverati in tutti i paesi. Secondo i dati ad oggi, 25 aprile, sono gli Stati Uniti ad avere il più alto numero di casi accertati e di morti, l’Italia  è terza per numero di casi ufficiali e seconda per  numero di morti.

Complessivamente nel mondo si registrano 2.812.000 casi (553.000 in più rispetto a 7 giorni fa) e 197.000 morti (42.000 in più rispetto a 7 giorni fa)

Negli Usa 21.000 morti in più nell’ultima settimana

Continua l’impressionante escalation di casi negli Usa, dove nell’arco di una settimana si è passati da  707.000  a 905.000  Nello stesso periodo il numero dei morti per Covid-19 in Usa è cresciuto da 31.000 a 52.500.

New York City da sola conta ad oggi quasi17.000 morti e, assieme alla Lombardia, rappresenta il principale focolaio del covid-19 nel mondo.

Nonostante questi numeri impressionanti, Trump continua la sua polemica contro i governatori di vari stati Usa che hanno ordinato il blocco delle attività e suggerisce le sue soluzioni estemporanee per combattere il virus, come ad esempio iniettarsi del disinfettante nel corpo.

L’apparente anomalia dell’Italia

Anche dalle statistiche della Johns Hopkins si conferma l’apparente anomalia dell’Italia che avrebbe un tasso di letalità molto superiore a qualsiasi altro paese. Confrontando casi accertati e numero di morti dichiarati da ciascun paese in Italia il tasso di letalità sarebbe del 13,5% contro una media mondiale di tutti gli altri paesi escluso l’Italia del 6,5%.

Gli strani numeri della Lombardia

L’anomalia italiana è in realtà tutta concentrata in Lombardia, dove con circa 71.000 casi confermati (7.000 in più rispetto a una settimana fa) e circa 13.000 morti (1.000 in più rispetto a 7 giorni fa) il tasso di letalità è addirittura il 18,3%! Al di fuori della Lombardia il tasso di letalità italiano è simile a quello di altri paesi dove il coronavirus è molto diffuso, come ad esempio la Spagna. È in Lombardia quindi che i conti non tornano. Se poi si ricorda che è ormai pacifico che nella regione i morti per Covid-19 sarebbero stati finora molti di più di quelli attribuiti al virus (vedi la strage nelle case di riposo, con tanti morti per “polmonite”), il pensare che i casi presenti nella regione siano molti di più di quelli ufficiali è più che un sospetto e questo spiegherebbe un tasso di letalità altrimenti incomprensibilmente così elevato.

E le proposte di riapertura delle attività in Lombardia il 4 maggio sono oggi fonte di preoccupazione da parte di molti, come confermato da un sondaggio realizzato pochi giorni fa da People For Planet tra i residenti nella regione.

Le classifiche ufficiali

Di seguito le classifiche dei primi 10 paesi con i dati in migliaia in base alle statistiche ufficiali riferite a: casi confermati; morti.

I segni (+) e (-) indicano le variazioni nella posizione in classifica rispetto a 7 giorni fa.

Casi confermati
  • 905.000 Stati Uniti
  • 220.000 Spagna
  • 193.000 Italia
  • 160.000 Francia
  • 155.000 Germania
  • 145.000 Regno Unito
  • 105.000 Turchia (+)
  • 88.000 Iran
  • 84.000 Cina (-)
  • 69.000 Russia (+)
Morti
  • 52.000 Stati Uniti
  • 26.000 Italia
  • 23.000 Spagna
  • 22.000 Francia
  • 20.000 Regno Unito
  • 7.000 Belgio
  • 6.000 Germania (+)
  • 6.000 Iran (-)
  • 5.000 Cina
  • 4.000 Olanda

Italiani depressi e neri coraggiosi

Sab, 04/25/2020 - 18:00

Vedi la prima parte qui

Scartammo l’idea di incollare i peli della barba di William sul mio viso. L’idea ci fece ridere ma non era attuabile: viaggiando seduti vicini ad altri viaggiatori il trucco sarebbe stato visibile. Dovevamo escogitare qualche cosa d’altro.

Poi fummo sopraffatti da tutte le difficoltà che avremmo incontrato e che parevano insormontabili: non sapevamo nulla della strada che avremmo dovuto percorrere per arrivare al nord. Una volta arrivati a Savannah forse saremmo potuti salire su un piroscafo… Ma quanto sarebbe costato il biglietto? Quanti giorni sarebbe durato il viaggio? Quanto avremmo speso per mangiare? Sarebbe stato necessario fermarsi in un albergo per dormire? Come potevamo procurarci gli abiti adatti ad un padrone bianco?

Nei giorni successivi, con molta cautela, iniziammo a raccogliere informazioni.

Nella bottega dove William lavorava arrivavano a volte dei viaggiatori, e al mercato di Macon si incontravano schiavi che attendevano i loro padroni vicino all’albergo, girando tra i banchi della frutta, seduti sotto il portico o sdraiati a riposare sul fieno di una stalla insieme ai cavalli. William chiedeva loro da dove venissero e cercava di portare la conversazione sul percorso che avevano fatto, sul costo dei biglietti, sulle locande dove dormire.

A nord di Savannah c’era la grande città di Charleston, per arrivarci dovevamo prendere una nave…. Da lì bisognava prendere un’altra nave per Philadelphia, e lì finalmente saremmo stati fuori dal territorio schiavista, ma il nostro viaggio doveva poi continuare. La strada per arrivare in Canada era ancora lunga ma non avevamo trovato informazioni sul percorso che avremmo dovuto prendere da lì in avanti…

Un bianco molto malato

Poi un giorno trovammo la soluzione per nascondere il mio viso femminile.
Avrei finto di essere un bianco molto malato. Avrei cosparso il mio mento e il labbro superiore con un impiastro medicamentoso coperto da una fasciatura.
E per rendere ancora migliore il camuffamento decidemmo di procurarci un paio di occhiali. William riuscì a comprarne un paio con le lenti verdi.

Poi una schiava che avevo incontrato in un emporio di Macon, frequentato dai neri, mi raccontò il suo viaggio da Washington a Macon, insieme ai suoi padroni, che avevano dormito in un albergo. Riuscii a farmi descrivere l’albergo e con rammarico scoprii che era usanza firmare un registro per essere ospitati. E io non sapevo scrivere. Era vietato qualsiasi insegnamento per gli schiavi. La punizione per chi imparava era la frusta e i bianchi scoperti a insegnare dovevano pagare una multa di 250 dollari.

Ma anche per questo problema trovammo la soluzione: visto che ero un bianco molto malato avrei avuto anche il braccio e la mano destra avvolti in bende e medicamenti.

Dovemmo lavorare sodo per mesi per ottenere dai nostri padroni il permesso di assentarci per due giorni per fare visita a mia madre, poco prima di Natale. Così avremmo avuto un po’ di tempo prima che la nostra fuga venisse scoperta e iniziassero a darci la caccia. Ma non avevamo idea di quanti giorni avrebbe impiegato l’allarme a diffondersi e quanto lontano sarebbe arrivato.

Andiamo!

Avevamo racimolato 107 dollari, una cifra enorme per due schiavi. Avevamo nascosto i miei vestiti da uomo nella mia stanza, dentro un comò che William aveva costruito per me, avevamo comprato un barattolo di Opodeldoc, un intruglio estremamente puzzolente fatto con sapone, alcool, acqua, canfora, artemisia e rosmarino. Avevamo gli occhiali con le lenti verdi… eravamo pronti a gettarsi in quella folle avventura!

Il 21 dicembre 1848, prima dell’alba, uscivamo dalla mia stanza, io già vestita da uomo bianco malato. La grande casa era ancora immersa nel sonno. Quando arrivammo alla porta che dava sul retro io fui colta da un’ondata di terrore e scoppiai sommessamente a piangere. Nella mia testa correva l’orrore di quel che avremmo dovuto subire se ci avessero presi. William mi abbracciò e mi tenne contro il suo corpo. Dopo poco mi ripresi e dissi: “Andiamo!”

Impiegammo più di un’ora a raggiungere a piedi la stazione di Macon. Avevo il sangue che mi batteva in testa mentre compravamo i biglietti per il treno.

Salimmo accomodandoci in uno degli scompartimenti del quarto vagone.
Attendevamo con ansia il momento della partenza. Per raggiungere Savannah avremmo percorso più di 200 chilometri, quasi 8 ore di viaggio.
Essere arrivati su quel treno ci sembrava già un miracolo.
Poi mi si gelò il sangue quando vidi che sulla banchina c’era il falegname per il quale William lavorava. Anche lui lo vide. Il falegname avanzava lentamente guardando dentro ogni scompartimento del treno, come se cercasse qualcuno. Cosa era successo? Possibile che la nostra fuga fosse già stata scoperta? William si schiacciò contro la parete della carrozza. Ora il falegname era a due scompartimenti dal nostro, pochi metri e avrebbe guardato noi. Il mio cuore non batteva più. Poi sentimmo il fischio della locomotiva  e il treno partì.

Poco dopo un bianco si sedette di fronte a me. Ero ancora scossa per il passato pericolo ma mi resi conto che un’altra minaccia era incombente. Riconobbi l’uomo, era il signor Cray, un amico di famiglia degli Smith che mi conosceva fin dall’infanzia; due sere prima aveva cenato con i miei padroni alla villa, e io lo avevo servito. Mi avrebbe riconosciuto?
Poco dopo la partenza il signor Cray si rivolse a me dicendo: “È una splendida mattina!” Avevo paura che se avessi parlato lui avrebbe riconosciuto la mia voce. Feci finta di non sentire e continuai a guardare fuori dal finestrino.
Il signor Cray ripeté la domanda e allora io decisi di fingermi sorda e di non poter parlare a causa della fasciatura. Mi girai verso di lui e indicai il mio orecchio con l’indice della mano sinistra, scuotendo la testa. William capì al volo le mie intenzioni e parlò per me: “Il mio signor padrone è sordo, signore.”
Anche questo sotterfugio sembrò funzionare perché il signor Cray rinunciò a fare conversazione con me. Sentii alcuni altri viaggiatori commentare che era una grande menomazione essere sordi.
Il viaggio fino a Savannah continuò senza altre difficoltà. I bianchi parlarono animatamente dei soliti argomenti: negri, cotone e abolizionisti.

Arrivammo ​​a Savannah all’imbrunire

Una grande carrozza collettiva, tirata da 4 cavalli, una corriera, ci portò insieme ad altri viaggiatori fino ad una locanda dove tutti scesero per mangiare qualche cosa. Io restai sulla corriera per evitare rischi e William andò a prendermi un vassoio con una tazza di the e una fetta di torta di mele. Dopo un’ora la corriera ripartì e di lì a poco arrivammo al porto dove comprammo i biglietti e salimmo sul vaporetto diretto a Charleston, South Carolina.
Quando salimmo a bordo notai che il capitano dell’imbarcazione e gli altri passeggeri mi guardavano con sospetto. Mi ritirai subito nella mia cuccetta, William prese le bende e l’Opodeldoc e andò nella sala dove c’era una stufa per riscaldare le fasce cosparse di  unguento. Così ebbe modo di spiegare ai passeggeri che lo interrogavano che ero molto malato e che stavamo andando a Philadephia nella speranza di trovare una cura per i miei reumatismi. La puzza dell’Opodeldoc sembrò convincere i signori bianchi che ero veramente molto malato. Mentre William scaldava l’unguento in un pentolino uno dei passeggeri disse: «Che cos’hai lì?». Lui rispose: «Opodeldoc, signore».
Un uomo con una grande pancia commentò: «Questa puzza è sufficiente per uccidere venti uomini!».
William mi portò le bende intrise di Opodeldoc e poi andò a dormire sul ponte della nave, con gli altri schiavi. Per fortuna la notte era calda.

Consigli non richiesti

La mattina dopo uscii dalla mia cuccetta per andare a fare colazione assistita dal mio schiavo. Il capitano della nave si informò gentilmente sulla mia salute. Ebbi l’impressione che a causa della mia infermità provasse pena per me.
Mentre mangiavo William andò sul ponte. Il capitano allora mi disse: «Signore, lei ha un ragazzo molto attento; ma faccia attenzione quando arriverà al nord. Ora si comporta bene ma tutto potrebbe cambiare quando sarete in mezzo agli abolizionisti. Ho conosciuto persone che hanno perso i loro schiavi appena sono arrivati».
Prima che potessi rispondere un bianco con un panciotto ricamato con colori vivaci, il mento ispido, gli occhi iniettati di sangue e la bocca piena di pollo è intervenuto consigliandomi di vendere subito il mio schiavo. Me lo avrebbe comprato lui in cambio di buoni dollari d’argento.
Cercando di parlare con la voce molto bassa e profonda risposi: «Non voglio venderlo, signore, è uno schiavo fedele e non posso andare avanti senza di lui.»

Allorché quello esclamò: «Mi fa sempre impazzire sentire un uomo parlare di fedeltà dei negri. Non ce n’è uno che non taglierebbe la corda se ne avesse la possibilità!»
Un ufficiale dell’esercito, che viaggiava anch’esso con uno schiavo mi disse: «Mi scusi, signore, credo che lei rischi di rovinare il suo ragazzo. Ho sentito che gli ha detto grazie. Vi assicuro , signore, niente rovina uno schiavo così presto come dirgli grazie. L’unico modo per mantenerli al loro posto è farli tremare come foglie. Come ha visto quando parlo al mio scatta come un fulmine, e se non lo fa lo scortico a frustate».

Cambio di programma

Arrivammo il giorno dopo a Charleston, il molo era pieno di gente e scendemmo per ultimi dal vaporetto per paura di incontrare qualcuno che ci riconoscesse. Andammo all’ufficio del porto dove chiedemmo di comprare i biglietti per Philadelphia, ma scoprimmo che in inverno le navi passeggeri non facevano servizio. Comprammo allora due biglietti per Wilmington, North Carolina.

Il capo dell’ufficio chiese sospettoso chi fosse William. Lui rispose che era il mio schiavo. Dovevamo firmare il registro di viaggio e io dissi che avendo la mano dolorante non potevo scrivere: «Potrebbe registrarmi lei? Io mi chiamo William Johnson». Ma il capo dell’ufficio portuale disse che lui non avrebbe scritto nulla per me, perché non mi conosceva. Alzò la voce dicendo che non potevamo imbarcarci se non avevamo documenti per me e il mio schiavo. Proprio in quel momento entrò nell’ufficio l’ufficiale che aveva viaggiato con noi. Era lievemente alticcio ma questo non gli impedì di capire subito la situazione e senza pensarci su disse: «Io conosco bene quest’uomo!» Il giovane capitano del piroscafo diretto a Wilmington sentendo che l’ufficiale dichiarava di conoscerci  disse: «Mi prendo io la responsabilità di firmare il registro». Così ottenemmo il permesso di imbarcarci e io mi chiusi subito in cabina mentre William dormiva sul ponte.

Il treno per Richmond

Arrivammo a Wilmington il mattino successivo e lì prendemmo il treno per Richmond, Virginia.

Su quel treno c’era uno scompartimento riservato alle famiglie più agiate e agli invalidi e il capotreno mi fece accomodare lì, mentre William si dovette sistemare altrove. Nel mio scompartimento si sedettero anche un uomo molto ben vestito con un abito di flanella color cachi e le sue figlie che portavano ampi scialla di lana rosa. Mi interrogarono sulla mia malattia e sulla destinazione del mio viaggio e io dissi che soffrivo di reumatismi e che andavo a Philadelphia per curarmi. L’uomo parve preoccuparsi per il mio stato di salute, mi raccontò di conoscere bene la sofferenza che danno i reumatismi, mi consigliò un medico di sua conoscenza e mi regalò anche un piccolo libro, che presi ringraziandolo e poi misi subito nel panciotto senza aprirlo per il timore di sbagliarmi e guardarlo tenendolo al contrario.

A un passo dal traguardo

Poi mi offrirono da bere e da mangiare, e io accettai ringraziandoli. Vedendomi stanca le sorelle si tolsero gli scialli e ne fecero un cuscino. Mi invitarono a sdraiarmi e a usarlo per stare più comoda appoggiandoci la testa. Lo feci e finsi di addormentarmi. Quando pensarono che dormissi una delle sorelle disse: «Povera me, in vita mia non mi sono mai sentita così emozionata vicino a un gentiluomo!» Dentro di me tirai un sospiro di sollievo, evidentemente il mio camuffamento funzionava se riuscivo a passare per un uomo tanto bene da far innamorare una ragazza!

Arrivati a Richmond abbiamo dovuto cambiare treno e abbiamo raggiunto la costa poco oltre Fredericksburg dove abbiamo preso il piroscafo per Washington e poi ancora il treno fino a Baltimora, ultima città in territorio schiavista.

Ma quando stavamo per arrivare alla stazione è entrato nel nostro scompartimento il capotreno che mi ha detto che per continuare il viaggio oltre Baltimora dovevo esibire i documenti che provassero che lo schiavo che era con me era effettivamente mio. Io dissi che non avevo con me l’atto di acquisto del mio schiavo perché non pensavo di averne bisogno per raggiungere Philadelphia. Così arrivati alla stazione fummo accompagnati nell’ufficio del capostazione il quale ribadì che se non avevo l’atto di proprietà del mio schiavo non potevo proseguire perché se lo schiavo non era mio il legittimo proprietario poteva richiedere alla ferrovia di essere risarcito perché si era concesso a uno schiavo senza documenti di uscire dai territori schiavisti.

Liberi!

Io trovai il coraggio di rispondere con decisione che non potevano trattenermi. Ma intanto il terrore mi faceva tremare l’anima perché vedevo infrangersi il nostro sogno a un passo dal traguardo.
Nell’ufficio c’erano altri passeggeri che iniziarono a protestare dicendo che viste le mie pessime condizioni di salute il capostazione doveva lasciarmi proseguire il viaggio. La discussione andò avanti per alcuni minuti durante i quali non avevo il coraggio di guardare il viso di William per timore che la nostra disperazione trasparisse.
Poi il capostazione si mise le mani nei capelli dicendo agli altri passeggeri: «Non so proprio cosa fare! C’è un regolamento da rispettare!» Alla fine dopo altre insistenze da parte dei presenti accettò di lasciarci andare. Così salimmo sul treno per Philadefhia. Quando la campanella suonò annunciando la partenza, sospirai trattenendo le lacrime: forse ce l’avevamo fatta.
Erano le otto di sera. La mattina successiva arrivammo finalmente a Philadelphia. Era il giorno di Natale e noi eravamo liberi!

Post scritto
Ellen e William Craft non andarono in Canada. Entrarono in contatto con i gruppi antischiavisti, di Philadelphia e parteciparono a incontri pubblici del movimento raccontando la storia della loro fuga. E si sposarono ufficialmente.
L’anno successivo venne approvata dal Senato degli Stati Uniti una legge infame che prevedeva che gli schiavi fuggiti negli stati non schiavisti venissero arrestati e riconsegnati ai loro proprietari.
I Craft fuggirono allora a Londra, dove, nonostante il forte razzismo diffuso, poterono vivere del loro lavoro, William faceva il falegname, Ellen la sarta. Ebbero 5 figli.
Scrissero un libro sulla loro fuga: Correre mille miglia per la libertà. Questo libro ebbe un certo successo ed essi parteciparono a molte manifestazioni abolizioniste e tennero conferenze in diverse città. Nel 1870, dopo l’abolizione della schiavitù, tornarono negli Stati Uniti; con il denaro raccolto grazie all’aiuto del movimento antischiavista comprarono un podere di 1800 acri, a Woodville, Georgia, dove fondarono una scuola per neri la Woodville Co-Operative Farm School. La scuola dovette chiudere però nel 1878 per mancanza di fondi. William si recò per 3 volte in Africa, nel Dahomey (oggi Benin) dove fondò una scuola e sostenne altre iniziative per lo sviluppo sociale ed economico. Cercò anche di convincere il re a vietare il commercio degli schiavi. Non ebbe successo. Ellen morì nel 1891 a 67 anni, William nel 1900 a 78 anni.

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Foto di Andrew Martin da Pixabay

Sondaggio WWF: il 90% degli asiatici vuole chiudere i mercati di animali selvatici

Sab, 04/25/2020 - 17:27

Il 7 aprile, nella giornata mondiale della Salute, il Wwf ha pubblicato i dati di un sondaggio d’opinione sul Covid-19 e sul mercato di animali selvatici condotto in 5 aree asiatiche: Hong Kong, Giappone, Maynmar, Thailandia, e Vietnam. Che il mondo sia alle prese con la peggiore pandemia del recente passato è un fatto. Ma mentre sul legame tra il COVID-19 e le malattie zoonotiche (cioè trasmesse dagli animali all’uomo) il parere degli esperti è unanime, non c’è alcun dubbio, sulla possibilità di eliminare i mercati di fauna selvatica, riducendo così le malattie zoonotiche e i virus che ne derivano, l’opinione pubblica si divide. O meglio, noi occidentali siamo portati a credere che gli asiatici siano restii a interrompere quella che noi reputiamo una tradizione alimentare. Le abitudini sono “dure a morire”, si dice, senza provare a chiedere il parere dei diretti interessati. Lo ha fatto il WWF, sia pure su un campione di 5000 persone, e no, gli asiatici non sono affatto contrari alla chiusura dei mercati di animali selvatici, anzi, il 93% di loro è propenso a sostenere gli sforzi dei governi e dei ministri della Sanità locali per chiudere tutti i mercati illegali e non regolamentati che vendono animali selvatici.

Metodologia del sondaggio

Tra il 3 e l’11 marzo 2020, GlobeScan, per WWF, ha intervistato 1.000 individui in ciascuno dei 5 mercati analizzati. I 5.000 intervistati sono stati selezionati online casualmente, con campioni rappresentativi di genere ed età della popolazione di ciascun mercato. In Myanmar, trattandosi di un nuovo mercato di indagine, il campione era costituito prevalentemente da giovani. L’adesione alla chiusura dei mercati si registra in Giappone, dove il 59% della popolazione ha dichiarato che non ci sono mercati di fauna selvatica nel Paese e il 54% si è detto favorevole alla loro chiusura. Stando così le rilevazioni, le medie delle risposte sono state calcolate sui 4 mercati, escluso il Giappone.

Nelle interviste, per “animali selvatici” si è inteso “animali terrestri non addomesticati e non allevati, con esclusione di insetti e di animali acquatici”.

Altri dati emersi dal sondaggio

Il 9% degli intervistati da GlobeScan ha dichiarato di aver acquistato o di conoscere qualcuno che ha acquistato fauna selvatica negli ultimi 12 mesi in mercati di animali, ma l’84% dice che è improbabile o molto improbabile che acquisterà prodotti derivanti da fauna selvatica in futuro. E negli ultimi 12 mesi, quali animali ha acquistato?

Lo stop della Cina è solo temporaneo, passata l’emergenza non si deve tornare indietro

Il 24 febbraio il governo cinese ha imposto il divieto assoluto di consumo di animali selvatici. “La Cina ha fatto un buon passo in avanti vietando la caccia, il commercio, il trasporto e il consumo di animali selvatici e il Vietnam sta lavorando a provvedimenti simili”, ha affermato Christy Williams, direttore regionale del programma Asia Pacifico del WWF. “Altri governi asiatici devono seguire l’esempio cinese, chiudendo i mercati di fauna selvatica ad alto rischio e mettendo fine a questo commercio una volta per tutte: questa è una strada obbligata per salvare vite umane e contribuire ad evitare che i drammi sociali e le turbolenze economiche che tutto il mondo sta subendo si ripetano ancora”. Peccato che il divieto sia temporaneo, non permanente, come inizialmente si era detto, e molte testate giornalistiche, italiane e internazionali, hanno scritto che, passata l’emergenza, sui banchi dei mercati cinesi sono ricomparsi animali vivi.

Petizione di Animal Equality all’Onu per chiudere i wet market

Chiudere i wet market, subito. La petizione per la messa al bando dei wet market lanciata con una campagna mondiale il 2 aprile dall’associazione Animal Equality ha raccolto oltre 200 mila firme in pochi giorni, di cui più di 100.000 solo in Italia. “Questi punti di vista rappresentano ormai la maggioranza crescente di esperti scientifici e legislatori che chiedono la chiusura immediata dei “mercati umidi”, si legge nella petizione.

Non solo Covid-19: il 61% dei patogeni umani è di origine zoonotica

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riferito che l’attuale pandemia di COVID-19, insieme ad almeno il 61% di tutti i patogeni umani, ha origine zoonotica. Il commercio di animali selvatici contribuisce ad aggravare la diffusione delle zoonosi, lo si è visto con altre recenti epidemie: SARS, MERS, Ebola, tutte ricondotte a virus che si diffondono dagli animali alle persone.

I mercati di animali selvatici: dopo la distruzione degli habitat, rappresentano la seconda minaccia per la biodiversità

Il commercio insostenibile di animali selvatici è una gravissima minaccia diretta alla biodiversità a livello globale, seconda solo alla distruzione degli habitat. Dal 1970, le popolazioni di animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci) sulla Terra sono diminuite in media del 60%. A dirlo non è la facinorosa ong animalista di turno, ma l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) che a conclusione del suo ultimo rapporto, riferito al 2019, scrive nero su bianco che il 25% delle specie animali globali rischia l’estinzione.

Ormai è chiaro, sul tavolo non ci sono soltanto le “abitudini alimentari”, ma le tutele di tutti. Tocca solo scegliere, e gli asiatici sembrano decisi a fare la scelta giusta.

FONTI ARTICOLO
Sondaggio completo WWF su Covid-19 e mercati dei animali selvatici in Asia (italiano)
Report su biodiversità (inglese)

Video girato di Animal Equality (attenzioni, immagini forti!!!)

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“Nessun partigiano colpito da Covid”: intervista al Presidente del Museo della Resistenza di Torino

Sab, 04/25/2020 - 16:30

Sul finire degli anni Novanta, quando ancora nessuno si sognava di dire che il 25 aprile fosse una festa divisiva, la città di Torino fu sollecitata dalle associazioni della Resistenza affinché si dotasse di un museo dedicato alla storia della Seconda Guerra Mondiale e delle sue conseguenze, la Resistenza e la Deportazione. Era importante che si edificasse lì, nell’ex città sabauda, un luogo in cui ricordarsi le difficoltà del farsi grandi, liberi e repubblicani, così nacque il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà. Perché la resistenza, è un concetto diffuso e da diffondere. Abbiamo scambiato due chiacchiere con Roberto Mastroianni, Presidente del Museo e da sempre promotore di iniziative culturali e artistiche.

Ha notizia di qualche partigiano ammalato di Covid? 

A quanto mi risulta nessun partigiano è stato colpito dal Covid, anzi, a Torino abbiamo Bruno Segre, ex partigiano, avvocato e campione della lotta per i diritti civili per tutta la storia repubblicana, che oggi, a 102 anni, è ancora con noi ad animare attività culturali e politiche in difesa di diritti e libertà. Mi sembra un buon esempio di quanto la resistenza sia anche resilienza.

Come commenta la proposta di sostituire il 25 aprile con una giornata dei caduti del Covid19? 

Come si potrebbe commentare l’avanspettacolo o il cabaret. Il 25 aprile è, insieme al 2 giugno, la data più importante del nostro calendario civile: è festa di liberazione, perché si festeggia l’elemento fondante della nostra storia e identità repubblicane. La liberazione infatti è la rottura storica che permette di fondare l’ordine repubblicano e riscattare la barbarie nazi-fascista, ricucendo un territorio e una collettività. Non c’è storia repubblicana, non c’è democrazia e non c’è Italia, senza liberazione. Francamente trovo imbarazzante che ci siano ancora esponenti politici che mettono in discussione la storia repubblicana, senza avere il coraggio di farlo apertamente e inventandosi delle boutade da avanspettacolo come questa. Strano paese l’Italia, unico in Europa, in cui ci sono ancora politici che rifiutano un elemento fondante dell’identità nazionale ed europea, definendosi patrioti. Strano paese sul serio.

È una guerra il Covid? 

No! È un’epidemia e dovremmo finirla di usare la metafora bellica, che non solo non è utile cognitivamente, culturalmente e politicamente, ma crea problemi nell’azione di contrasto del fenomeno. Le epidemie sono eventi tragici e traumatici, a volte di portata maggiore delle guerre, forse ancora più traumatici e imprevedibili delle guerre aggiungerei e per nostra sfortuna non facilmente gestibili come invece in qualche modo sono i conflitti bellici. La guerra in fin dei conti ha una sua razionalità geopolitica, mentre le epidemie si ascrivono ai fenomeni naturali, insondabili e ingestibili nelle loro logiche ed è per questo che ci fanno ancora più paura. 

Quindi il Covid è peggio di una guerra.

Michel Foucault, un grande filosofo francese del secolo scorso, scriveva negli anni Settanta che le epidemie sono ciò che di più sconcertante esista, in quanto mettono in crisi i nostri sogni modernisti di controllo e dominio della realtà. Ed è interessante, in questa prospettiva, che pochi stiano ricordando che l’epidemia della spagnola produsse in Europa nel secolo scorso più morti che entrambi i conflitti bellici. Forse usare la metafora bellica è una forma di esorcismo, che però rischia di divenire retorica politica utile a forme di controllo.

Anziani, cura degli anziani, cura del passato. Come conciliare passato e futuro, oggi?

Nell’idea di persona e di libera espressione della persona umana, che si trovano così bene espressi nell’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale; nella necessità di mettere assieme passato e presente, memoria e innovazione. Per questo non possiamo che pensare a un welfare che tenga assieme giovani e anziani in una prospettiva di conciliazione. 

Un pensiero resistente per oggi? 

Resistere è volontà di non essere governati. Nel senso di non essere governati da apparati e forme di governo che non siano capaci di permettere la libera espressione della persona umana.

25 aprile 2020: una grande piazza virtuale. La diretta su People For Planet

Sab, 04/25/2020 - 15:17

CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO

In streaming su People For Planet, la manifestazione consegna un ideale testimone al Bella Ciao dell’Anpi cantato dai balconi di tutta Italia che seguirà subito dopo.

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25 Aprile, lontani ma vicini grazie a un grande evento online (dove disponibile il testo dell’appello a cui hanno aderito oltre 1300 protagonisti italiani della cultura, della società civile, dello spettacolo e dello sport, tra cui Jacopo Fo, direttore creativo di People For Planet)

Il rastrellamento del Quadraro: per non dimenticare

Sab, 04/25/2020 - 15:15

Balena il nome in codice dell’operazione. In questo video l’appello di superstiti e attori per non dimenticare.
Video appello realizzato da QuadraroAprile44.

I Rolling Stones a sorpresa cantano com’è vivere ai tempi del Coronavirus

Sab, 04/25/2020 - 15:00

“Living in a ghost town” è infatti il titolo del loro nuovo singolo (il primo dal 2012) e del relativo video, online a sorpresa dalla sera del 23 aprile. Registrata in parte l’anno scorso per un nuovo album che deve ancora vedere la luce, è stata completata ora, ed esprime molto bene come si vive nell’epoca del “lockdown”, chiusi in casa. Il video mostra immagini di città e strade vuote in tutto il mondo, da Londra a Kyoto a Los Angeles, mentre Jagger canta: “Sono un fantasma che vive in una città fantasma/ non sto andando da nessuna parte/zitto tutto solo/così tanto tempo da perdere/solo con lo sguardo fisso sul telefono/ogni notte sogno che tu venga/ e ti infili nel mio letto”. È bluesy, è rock, non manca un pizzico di reggae. È molto Stones. In attesa del vaccino vero e proprio, è un’ottima medicina per l’anima.