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Aggiornato: 6 ore 17 min fa

Wildlife Photographer of the Year 2019: i vincitori

Gio, 10/17/2019 - 11:00

Tra i vincitori anche due italiani: il giovane Riccardo Marchegiani con “Early riser” e l’altoatesino Manuel Plaickner con “Pondworld”.

Foto: ©Wildlife Photographer of the Year
(Natural History Museum, London)

Il mercato dell’arte non è più lo stesso

Gio, 10/17/2019 - 10:52

Capita sempre più spesso di entrare in un aeroporto, in una stazione ferroviaria o in metropolitana e trovare delle vere e proprie mostre di artisti più o meno conosciuti. E allora chi aspetta di salire sull’aereo e sul treno si gode per qualche minuto qualcosa di bello e si sa, il bello aiuta a vivere meglio.

A questi nuovi siti, o Hub come dicono quelli bravi, si aggiungono le fiere d’arte moderna e contemporanea che si tengono nelle varie città: Art Verona, Arte Fiera a Bologna, Miart a Milano, Artissima a Torino. Non si tratta solo di mostre ma, come nel caso del IV Festival dell’Outsider Art – Arte Irregolare che si è tenuto a Verona dal 4 al 6 ottobre, l’evento comprende anche performance, convegni, film, spettacoli diventando manifestazione culturale a tutto tondo.

E allora l’arte arriva anche a chi di solito di arte non se ne intende, a chi non frequenta le gallerie blasonate.

E il mercato a questo punto? Va meglio?

In realtà la questione è più complessa: se fino al 2008 l’arte era un investimento anche a rischio, nel senso che si scommetteva su un autore e si acquistava un’opera sperando che si sarebbe rivalutata nel tempo, oggi la crisi ha reso i compratori più prudenti e chi se lo può permettere acquista solo le opere di autori affermati. In pratica, come in altri settori è scomparso il compratore “medio”, rimangono i ricchi che vanno sul sicuro acquistando soprattutto autori stranieri.

È cambiato il mondo e i giovani

Dimentichiamoci il giovane artista che, cartella di disegni sotto il braccio, si presenta al gallerista chiedendo supporto. Oggi i ragazzi si organizzano diversamente facendo rete, rivolgendosi ai propri simili anche all’estero utilizzando, specie nei primi approcci, in maniera massiccia il Web.

Insomma, l’immagine dell’artista che incontra il mecenate che scommette sul suo futuro e lo accompagna nella crescita è roba d’altri tempi. I giovani artisti si aiutano da soli partecipando a mostre collettive autogestite, concorsi, borse di studio all’estero. L’artista moderno parla perfettamente un paio di lingue, viaggia, si confronta, crea relazioni, scambi.

Ed esce dagli schemi: se fino a  pochi anni la distinzione tra Arte “Insider” e Outsider era netta – da una parte gallerie, curatori paludati, artisti protetti e dall’altra i “battitori liberi” – oggi il confine si è sfumato e l’artista è protagonista della propria arte e del proprio essere artista.

Restate in contatto, ne vedremo delle belle.

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Immagine: opera di Augustine Noula, Collettivo Artisti Bolognesi

L’Andropausa non esiste! (Infografica)

Gio, 10/17/2019 - 07:14

Diceva Ippocrate nel IV secolo a.C.: “Tutte le parti del corpo che hanno una funzione, se usate con moderazione ed esercitate nell’attività alla quale sono deputate, diventano più sane, ben sviluppate ed invecchieranno più lentamente; ma se non saranno usate e lasciate inattive, queste diventeranno facili ad ammalarsi, difettose nella crescita ed invecchieranno precocemente”.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Un anno nero per le api italiane

Gio, 10/17/2019 - 07:00

Il 2019 sarà ricordato come uno degli anni più difficili per la produzione di miele in Italia. La produzione totale al momento sembrerebbe essere praticamente dimezzata rispetto alle attese, lo dicono dati recenti di Coldiretti, che confermano quelli diffusi a luglio da Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare. Ismea ha stimato perdite di 55 milioni di euro per le sole produzioni di miele di acacia, uno dei primi che viene raccolto nel Nord Italia. Per il miele di agrumi, uno dei primi mieli che si raccoglie soprattutto al sud, la stima del danno si aggirerebbe intorno ai 18 milioni di euro.

L’annata 2019: il clima pazzo fa male alle api

La vita delle api non è facile in questi anni: bizze del clima e inquinamento ne compromettono ogni giorno l’esistenza. In particolare, quest’anno ha piovuto molto nei primi mesi primaverili, rendendo difficile la raccolta del polline da parte di questi insetti, che hanno dovuto usare il poco miele prodotto per sfamarsi. A volte la produzione di miele non era nemmeno abbastanza per il loro sostentamento, e alcuni apicoltori raccontano che è stato necessario intervenire per aiutarle a sopravvivere fornendo loro sciroppo e miele, una procedura che solitamente si fa solo d’inverno.

Nei mesi a seguire, durante l’estate, il caldo e la siccità hanno drasticamente ridotto la quantità di fiori disponibili, aumentando la debolezza delle “famiglie” di api, costrette a ricerche estenuanti e affaticate dal calore, che quest’anno ha raggiunto picchi record. A queste si sono alternati spesso eventi estremi in tutta la penisola: grandinate, trombe d’aria, tempeste di acqua e vento.

Un anno nero anche per gli apicoltori

Una pena per le api e per gli apicoltori, che hanno dovuto lavorare molto di più per mantenere in salute le api e che a inizio stagione avevano investito denaro per questa annata, che per loro sarà probabilmente in perdita. Abbiamo parlato con alcuni di loro e molti raccontano di aver già deciso che quest’anno la produzione sarà praticamente inesistente, e che stanno già cercando di organizzarsi per il prossimo anno, cercando di mantenere forti e in salute le api. È un’annata nera che arriva a poca distanza da altre annate difficili, con un futuro che si prospetta sempre meno roseo per questo settore.

Saremo senza miele?

Il miele sugli scaffali dei nostri supermercati arriverà comunque, anche se molto sarà importato. Secondo recenti indagini Eurostat, l’ufficio statistico comunitario, su oltre 208.000 tonnellate di miele importato in Europa, il 39% è di provenienza cinese. In Italia, rivela Coldiretti, lo importiamo soprattutto dall’Ungheria, ma anche da noi sta arrivando il miele dalla Cina.

Come spesso accade per le produzioni dell’agroalimentare, si aprono quindi due questioni: una legata alla salute e alla sicurezza dei prodotti e una legata al sostegno delle produzioni locali.

Il miele prodotto in Italia e in Unione Europea deve sottostare a controlli e a un disciplinare di produzione molto preciso, regole strette che non sempre valgono nei paesi extra Ue. Come consumatori poi possiamo voler scegliere di sostenere gli apicoltori italiani in difficoltà e le produzioni locali e a km zero. L’indicazione è sempre quella di guardare all’etichetta, dove per legge deve essere indicata l’origine del miele contenuto nel vasetto.

Foto di David Hablützel da Pixabay

Com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo

Mer, 10/16/2019 - 16:20

Coincide con il cinquantenario di Mistero Buffo la pubblicazione del nuovo libro di Jacopo Fo (che diventa anche spettacolo) in cui svela il significato di crescere con due celebri e straordinari genitori come Dario e Franca.

«Mia madre era capace di stupire. Questo mi è sempre piaciuto di lei. E inizio da questa sua arte raccontando una storia che rende bene l’idea di come era.»

Parte da qui il libro di Jacopo Fo che raccoglie una lunga serie di ricordi e di episodi inediti per rispondere alla domanda che in assoluto gli è stata fatta più volte nel corso della vita: com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo? Ma anche: com’è crescere con due genitori così? Cosa ti hanno lasciato? Cosa hai imparato?
Domande alle quali pensava di essere preparato, ma mentre parlava succedeva sempre che nuovi ricordi ed emozioni gli riaffiorassero alla mente.

Così il principale testimone della grande coppia di artisti che ha incantato il pubblico e scosso per anni le nostre coscienze, ha deciso di portarci con sé nella sua fantastica e spesso scomoda famiglia, in quel suo mondo di attori e di guitti, di affabulatori, scenografi e disegnatori di favole che hanno ormai salde fondamenta nella storia del nostro paese.

Per acquistare il libro online clicca qui

L’intervista di Paola Marinozzi a Jacopo Fo: guarda il video su RAINEWS.IT

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Quando i negri eravamo noi

Mer, 10/16/2019 - 15:31

Nei giorni scorsi, in occasione del Columbus Day, Brent Staples sul New York Times ha pubblicato un’ampia ricostruzione degli anni della immigrazione italiana dell’800 negli Usa e della costruzione del mito di Colombo come atto di riparazione per le persecuzioni che gli italiani subirono, fino a casi di linciaggio di massa. Ne riportiamo la traduzione rielaborata di ampi stralci, è una lettura istruttiva anche per interpretare fenomeni di oggi.
QUI il testo integrale originale

I negri bianchi

Il Congresso degli Stati Uniti immaginava un’America bianca, protestante e culturalmente omogenea quando dichiarò nel 1790 che solo “i bianchi liberi, che sono emigrati o emigreranno negli Stati Uniti” potevano diventare cittadini naturalizzati. La visone razzista che omologava tutti i bianchi come “razza superiore” subì una rapida revisione quando ondate di immigrati culturalmente diversi provenienti dagli angoli più remoti dell’Europa cambiarono il volto del Paese.

Come lo storico Matthew Frye Jacobson mostra nella sua storia degli immigrati “Bianchezza di un colore diverso”, l’ondata di nuovi arrivati ​​generò il panico nella nazione e portò gli americani ad adottare una visione più restrittiva su chi fosse “bianco”. Giornalisti, politici, scienziati sociali e funzionari dell’immigrazione iniziarono a separare gli europei apparentemente bianchi in “razze”. Alcuni vennero designati “più bianchi” – e più degni di cittadinanza – di altri, mentre alcuni furono classificati come troppo scuri per essere socialmente accettati tra i bianchi.

Gli italiani del Sud dalla pelle più scura subirono le pene al pari dei neri su entrambe le sponde dell’Atlantico Il dogma razzista contro gli italiani del Sud trovò terreno fertile negli Stati Uniti. Come scrive lo storico Jennifer Guglielmo, contro i nuovi arrivati ​​si riversarono ondate di libri, riviste e giornali che “bombardavano gli americani con immagini di italiani sospetti razzialmente”. A volte venivano esclusi da scuole, cinema e sindacati o confinati nei banchi di chiese per i neri. Erano descritti dalla stampa come membri “swarthy” (bruni), “dai capelli crespi”, di una razza criminale e derisi nelle strade con epiteti come “dago”, “guinea” – un termine di derisione applicato agli africani schiavizzati e ai loro discendenti – e insulti  razzisti come “negro bianco” e “nigger wop” (guappo negro).

I lavori degli italiani

Gli italiani che erano venuti nel paese come “bianchi liberi” erano spesso contrassegnati come neri perché accettavano lavori “neri” nei campi da zucchero della Louisiana o perché sceglievano di vivere tra gli afroamericani. Ciò li rese vulnerabili ad azioni di mobbing da quegli stessi razzisti che hanno impiccato, sparato, smembrato o bruciato vivi migliaia di neri, donne e bambini in tutto il Sud.

Gli immigrati italiani furono accolti in Louisiana dopo la Guerra Civile, quando la classe dei piantatori aveva un disperato bisogno di manodopera a basso costo per sostituire i neri di recente emancipazione, che lasciavano posti di lavoro faticosissimi nei campi per un lavoro più remunerativo.

Questi italiani all’inizio sembravano essere la risposta sia alla carenza di manodopera che alla ricerca sempre più pressante di coloni che avrebbero sostenuto il dominio bianco. La storia d’amore della Louisiana con il lavoro italiano iniziò a peggiorare quando i nuovi immigrati iniziarono a protestare per i bassi salari e condizioni di lavoro disumane.

Italo-americani impiegati come manodopera a basso costo presso le banchine di New Oreleans, Louisiana (1900 ca) – NYTCREDIT: Library of Congress

I nuovi arrivati ​​avevano anche scelto di vivere insieme nei quartieri italiani, dove parlavano la loro madrelingua, preservavano le usanze italiane e sviluppavano attività di successo che condividevano in parte anche con gli afro-americani, con i quali fraternizzavano e si sposavano. Col tempo, questa vicinanza avrebbe portato a vedere i meridionali bianchi e i siciliani, in particolare, come non completamente bianchi e a vederli come possibili oggetto di persecuzioni – incluso il linciaggio – che erano stati normalmente imposti agli afro-americani.

Una strada di Little Italy, nella città di New York (1900 ca). NYTCREDIT: Library of Congress Stampa e razzismo

Esisteva nei giornali dell’epoca l’abitudine di pubblicizzare in anticipo le esecuzioni pubbliche, molto numerose, di afro-americani per attirare grandi folle ad assistervi  e di giustificare le esecuzioni etichettando le vittime come “bruti”, “demoni”, “rapitori”, “criminali nati” o “fastidiosi negri”.

I linciaggi di uomini di colore nel Sud erano spesso basati su accuse inventate di violenza sessuale. Come ha spiegato la Equal Justice Initiative nel suo rapporto del 2015 sul linciaggio in America, un’accusa di stupro si poteva verificare in assenza di una vera vittima e poteva essere collegata ad azioni come complimentarsi con una donna bianca per il suo aspetto o addirittura imbattersi in lei per strada.

Anche gli italiani erano descritti come banditi e membri delle classi criminali, “miseramente poveri e non qualificati”, “affamati e completamente indigenti”. Una storia del Times nel 1880 descriveva gli immigrati, compresi gli italiani, come “collegamenti di una catena discendente di evoluzione”. Queste caratterizzazioni raggiunsero un crescendo diffamatorio in un editoriale del 1882 che apparve sotto il titolo “I nostri futuri cittadini”. “Non c’è mai stata, da quando New York è stata fondata, una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati come gli italiani del sud che hanno affollato le nostre banchine durante l’anno scorso.”

Le peggiori invettive erano riservate ai bambini immigrati italiani, descritti come “assolutamente inadatti – stracciati, sporchi e portatori di vermi – ad essere collocati nelle scuole primarie pubbliche tra i bambini americani”.

L’eccidio di 11 immigrati a New Orleans

Tutto ciò arrivò ad una svolta nel 1891, quando a New Orleans 11 immigrati italiani furono linciati dalla folla che aveva assaltato il carcere in cui erano rinchiusi con accuse infondate.

La carneficina a New Orleans fu messa in moto nell’autunno del 1890, quando il famoso capo della polizia della città, David Hennessy, fu assassinato mentre tornava a casa una sera. Hennessy aveva molti nemici. Era stato anche processato per omicidio in relazione all’uccisione di un rivale. Un testimone chiaramente sospetto affermò di aver sentito Hennessy dire che i “dagoes” (nome spregiativo per gli italiani) gli avevano sparato; su questa base un gruppo di italiani furono accusati di complicità.

Le prove erano debolissime e ciò fu reso evidente dai verdetti di assoluzione che furono rapidamente emessi. Gli italiani però furono trattenuti in prigione in attesa di un secondo giudizio. I capi della folla che li linciò pubblicizzarono in anticipo i loro piani, sapendo benissimo che le élite della città – che bramavano di mettere le mani sulle imprese che gli italiani avevano costruito o odiavano gli italiani perché fraternizzavano con gli afro-americani – non avrebbero mai cercato giustizia per i morti. Dopo il linciaggio, un’indagine di un Gran Giurì giudicò lodevoli gli omicidi, trasformando quell’indagine in ciò che la storica Barbara Botein descrive come “forse uno dei più grandi sbianchettamenti della storia americana”.

Il sangue delle vittime di New Orleans era appena asciugato quando il Times pubblicava “Il capo Hennessy vendicato: Undici dei suoi assassini italiani linciati dalla folla”. Riferiva che la folla era stata composta “principalmente dell’elemento migliore” della società di New Orleans.  “Questi siciliani furtivi e codardi”, scrivevano i redattori, “i discendenti di banditi e assassini, che hanno trasportato in questo paese le passioni senza legge, le pratiche spietate … sono per noi un parassita, i nostri serpenti a sonagli. I nostri assassini americani sono uomini di sentimento e nobiltà rispetto a loro “.

Quest’anno, 128 anni dopo, la città di New Orleans ha chiesto pubblicamente scusa alla comunità italiana per l’eccidio.

Il linciaggio e le origini del Columbus Day

La festa federale in onore dell’esploratore italiano Cristoforo Colombo è stata centrale nel processo attraverso il quale gli italo-americani sono stati completamente omologati come bianchi durante il 20 ° secolo. La logica della festa è ricca di miti e ha permesso agli italo-americani di scrivere un ritratto elogiativo di sé stessi.

Pochi che marciano durante il Columbus Day sono consapevoli di quali siano le origini della festa o che il presidente Benjamin Harrison l’abbia proclamata come celebrazione nazionale nel 1892 sulla scia del linciaggio di New Orleans. Il proclama faceva parte di un più ampio tentativo di placare l’indignazione tra gli italo-americani e rispondere alla crisi diplomatica per gli omicidi che portò l’Italia e gli Stati Uniti sull’orlo della guerra.

Una sorprendente analisi della Pennsylvania State University e di Sabrina Nardin dimostra che il presidente Harrison avrebbe ignorato la carneficina di New Orleans se le vittime fossero state nere. Ma il governo italiano lo rese impossibile. Ruppe le relazioni diplomatiche e chiese un’indennità per le famiglie delle vittime che l’amministrazione Harrison pagò. Harrison fece persino appello al Congresso nel suo stato dell’Unione del 1891 per proteggere i cittadini stranieri – ma non i neri americani – dalla violenza della folla.

Il proclama del Columbus Day di Harrison nel 1892 aprì le porte agli italo-americani per scrivere sé stessi nella storia delle origini americane, in un modo che accumulava mito su mito. Come mostra la storica Danielle Battisti in “Whom We Shall Welcome”, hanno riscritto la storia dichiarando Colombo come “il primo immigrato” anche se non ha mai messo piede in Nord America e non è mai immigrato da nessuna parte (tranne forse in Spagna), e anche se gli Stati Uniti non esistevano come nazione durante il suo viaggio del XV secolo. La mitologizzazione, condotta nel corso di molti decenni, ha garantito agli italo-americani “un ruolo formativo nella narrazione della costruzione della nazione”. Inoltre ha legato strettamente gli italo-americani all’asserzione paternalistica, ancora oggi sentita, che Colombo “scoprì” un continente che era già abitato da nativi americani.

Gli italo-americani che lavorarono nella campagna che rovesciò le restrizioni all’immigrazione razzista nel 1965 usarono le fiction romantiche costruite intorno a Colombo a proprio vantaggio politico. Ciò dimostra ancora una volta come le categorie razziali che le persone considerano erroneamente come questioni biologiche derivino dalla creazione di miti altamente politicizzati.

Immagine di copertina: “Monument to the Immigrant,” commissionato dal “Marching Club” italo-americano di New Orleans: si trova lungo il fiume Mississippi a Woldenberg Park – Foto di William Widmer per il New York Times

Smog, Italia prima in Europa per decessi

Mer, 10/16/2019 - 12:35

Il “Rapporto sulla qualità dell’aria in Europa – 2019” dell’AEA (Agenzia Europea per l’Ambiente), pubblicato oggi, fotografa la qualità dell’aria d’Europa basata sugli ultimi dati ufficiali sulla qualità dell’aria provenienti da oltre 4mila stazioni di monitoraggio in Europa nel 2017. Quasi tutti gli europei che vivono in città sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico che superano le linee guida sulla qualità dell’aria stabilite dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Secondo l’analisi AEA, l’Italia ha il valore più alto dell’Ue di decessi prematuri per biossido di azoto (NO2) che si attestano a 14.600 sui 374mila totali in UE, e per ozono (O3) e il secondo valore più alto di decessi per polveri sottili (58.600).

Per Italia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania e Slovacchia le concentrazioni di polveri sottili (PM2,5) sono le più elevate. Tra le città italiane più inquinate c’è Torino, che contende a Parigi e Londra il primato di città europea più inquinata da NO2. Padova, invece, figura tra quelle con la più alta concentrazione media di PM2,5. Anche nelle aree rurali italiane vengono registrati valori fuori norma, come nella Pianura Padana, dove i limiti europei per i tre inquinanti principali vengono sistematicamente violati.

Il quadro generale europeo indica comunque un miglioramento della qualità dell’aria in Europa con effetti positivi sulla salute dei cittadini. Anche per l’Italia i valori delle morti per agenti inquinanti sono diminuiti rispetto al 2015, quando l’AEA stimava i decessi prematuri per NO2 nel nostro paese a 20mila unità. Ad esempio, nel 2016 le polveri sottili sono inferiori al 2015, per un totale di 17mila decessi prematuri in meno in tutta l’UE.

La Commissione europea sta organizzando il secondo forum UE sull’aria pulita, ospitato dal governo slovacco a Bratislava, dal 28 al 29 novembre 2019, per discutere dello sviluppo e dell’attuazione delle politiche, dei progetti e dei programmi europei, nazionali e locali su energia, agricoltura e meccanismi di finanziamento dell’aria pulita. Il forum è in linea con il patto verde europeo proposto da Ursula von der Leyen, che include l’obiettivo di rendere l’Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico e di garantire una giusta transizione verso l’inquinamento zero del continente europeo.

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È italiano il primo trapianto al mondo di vertebre umane

Mer, 10/16/2019 - 10:53

È tutto italiano il primo trapianto al mondo di vertebre umane. È stato eseguito all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. A beneficiarne un uomo di 77 anni colpito da cordoma, una forma maligna di tumore osseo.

I medici del Rizzoli hanno sostituito una parte di colonna vertebrale con quattro vertebre umane. L’operazione risale allo scorso 6 settembre. «Abbiamo ricostruito la colonna vertebrale del paziente nel modo più simile alla conformazione naturale, ripristinando un’anatomia perfetta grazie all’impianto di un osso con struttura identica a quello che abbiamo dovuto togliere a causa del tumore», spiega Alessandro Gasbarrini, direttore della Chirurgia Vertebrale a indirizzo oncologico e degenerativo del Rizzoli, che ha guidato l’equipe che ha effettuato il trapianto. 

Le quattro vertebre sono state conservate, prima di essere trapiantate, nella Banca del Tessuto Muscolo-scheletrico della regione Emilia-Romagna che ha sede al Rizzoli, la prima nata in Italia e la più importante per numero di tessuti conservati e distribuiti (fornisce oltre il 50% del tessuto da donatore utilizzato nel nostro Paese).

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Percorso di cura ottimale

Lo specialista spiega che, nel caso dei trapianti, «sostituire tessuto umano con tessuto umano è in linea generale quanto c’è di meglio per l’organismo, e questo vale anche per le ossa. Per quanto riguarda le vertebre fino ad oggi sono state sostituite con diafisi di femore, quindi un osso proveniente da un altro distretto anatomico, con una struttura differente da quella della vertebra e quindi con una minore possibilità di integrazione. L’impianto delle quattro vertebre nel paziente ci avvicina all’obiettivo di una perfetta fusione con la sua colonna vertebrale e ottimizza un percorso di cura con radioterapia, che non sarebbe stata compatibile ad esempio con una protesi in titanio».

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Immagine di copertina: Esercizi di riabilitazione del paziente sottoposto al trapianto di vertebre

Il teatro fa bene, sempre

Mer, 10/16/2019 - 09:00

Tutto è cominciato con qualche biglietto per uno spettacolo al teatro Stabile di Palermo che la compagnia Blitz ha regalato ai ragazzi del centro di accoglienza e alle scuole di italiano per stranieri in città.

Alla rappresentazione sono andati in pochissimi, comprensibile che fosse difficile seguire lo spettacolo per chi era appena arrivato in Italia o comunque aveva ancora molte difficoltà con la lingua.

Erano solo in 6 quella sera a teatro: Ibrahima Deme, Mbemba Camara, Moussa Sangaré, Souleymane Bah, Moussa Koulibaly e Bassi Dembele. E lo spettacolo è piaciuto loro un sacco, tanto che ne hanno visti altri e poi hanno pensato che quello poteva essere il loro mestiere.

I componenti della compagnia Blitz li hanno accolti ed è iniziata una collaborazione: Souleymane in Africa faceva il sarto e quindi poteva imparare velocemente a fare il costumista. Moussa faceva l’idraulico ed è diventato tecnico del suono. E così via.

Portatori sani di potenzialità

Generosi e bravi i ragazzi della compagnia teatrale? Certo ma non solo. Racconta Margherita Ortolani, una delle fondatrici di Blitz a Eugenia Nicolosi de Il Fatto: “Non abbiamo lavorato con questi ragazzi perché sono migranti ma perché sono portatori sani di potenzialità e di valori unici e imprescindibili. È questo il primo muro culturale da abbattere”.

Chiamatemi Mohamed Alì

Dopo due anni di duro lavoro, aggravato anche dalla condizione di vita dei ragazzi africani, la compagnia debutterà a fine ottobre a Palermo per poi continuare la tournée in tutta Italia con uno spettacolo dal titolo: “Chiamatemi Mohamed Alì” del drammaturgo congolese Dieudonné Niangoun con protagonista Ibrahima Deme.  

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Video-ricetta: le crepes vegane

Mer, 10/16/2019 - 08:18

Questa volta Manuela ci prepara delle interessantissime crepes vegane farcite con verdure. Belle e buone!

Ingredienti: 30 gr di farina di ceci e 90 gr di farina di grano tenero. 200 ml di latte vegetale non zuccherato, 2 cucchiai di olio di semi, 70 ml di acqua, 1 pizzico di sale.

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Turismo sostenibile: tutti ne parlano ma che fatica…

Mer, 10/16/2019 - 07:00

Bandire la plastica e ricordare ai viaggiatori che non è il caso di lavare ogni giorno la biancheria è utile, ma non basta la loro collaborazione per diventare una struttura alberghiera eco-friendly a tutti gli effetti. Esistono hotel all’avanguardia in questo campo, ma moltissimi ancora faticano a trovare una via d’uscita, soprattutto in Paesi come l’Italia dove la maggior parte sono medio-piccoli, a conduzione familiare e con un budget limitato a disposizione. È complicato adeguare nel giro di poco tempo una struttura datata alla necessità di offrire sistemi smart, moderni, in grado di minimizzare i consumi di energia, ottimizzare l’utilizzo delle risorse e soddisfare gli ospiti più attenti al Pianeta. Eppure qualche mossa efficace può aiutare a risparmiare risorse e a diventare più sostenibili da subito.

Tree Hotel, Harads, Svezia Non siamo tutti Greta…

Greta Thumberg ha deciso di evitare l’aereo e di attraversare l’Oceano Atlantico per arrivare al summit sul clima di New York del 23 settembre in barca a vela. La barca è quella di Pierre Casiraghi, la Malizia II, e non ha né bagno né cucina. Ci si arrangia con dei secchi per i bisogni, il cibo è liofilizzato, l’energia elettrica è prodotta con pannelli solari. Grandi propositi, seguiti da altrettanto grandi polemiche. La più ricorrente riguarda proprio Casiraghi, la cui famiglia figura tra i proprietari della Monacair – Monaco Helicopter Charter Company, che fa decollare qualcosa come 50 voli al giorno da Nizza o da Monaco. Elicotteri. Gli stessi elicotteri contro cui Greta si scaglia e che rappresentano un modo di viaggiare da cui dobbiamo slegarci sempre di più per evitare emissioni inutili di CO2. La verità, però, è ancora più semplice: la barca di Casiraghi costa qualcosa come 4 milioni di euro, è stata usata durante una serie di regate e sottoposta a manutenzione costante. Nessun cittadino comune desideroso di attraversare l’oceano per vedere la Grande Mela potrebbe permettersi un simile viaggio in barca in nome di un risparmio di CO2. In molti casi, se non esistono treni o altri mezzi meno inquinanti a disposizione, l’unica soluzione per evitare le emissioni generate da un volo è non viaggiare. No, non siamo ancora disposti a tanto e speriamo utopicamente che siano le compagnie aeree a rivelarci presto un piano serio per ridurre drasticamente le emissioni legate ai nostri spostamenti.

I viaggiatori vorrebbero più sostenibilità

Il Sustainable Travel report di Booking.com conferma la sensazione che spesso proviamo al momento di prenotare una struttura: vorremmo scegliere hotel attenti al proprio impatto ambientale, ma spesso non sappiamo come procedere, non troviamo filtri chiari sui motori di prenotazione, oppure non possiamo spendere di più per viaggiare sostenibile. Lo dice il 36% del campione intervistato. Percentuali simili indicano che spesso le mete descritte come sostenibili risultano meno appetibili (questo denota un problema di comunicazione delle destinazioni) e l’impossibilità di viaggiare sostenibile per via di impegni obbligati che mal si sposano con i buoni propositi. Resta però il fatto che il 72% dei viaggiatori sia convinto della necessità di prendere decisioni di viaggio sostenibili per salvare il Pianeta e preservarlo per le generazioni future, ma poi mancano informazioni chiare sulle ecolabel per le strutture ricettive, sebbene un terzo del campione sarebbe contento di scegliere un hotel in base a standard internazionali.

L’altro problema cronico è che si rivela più complicato fare scelte sostenibili quando si è in vacanza. Lo sappiamo tutti: viaggiare richiede organizzazione e verificare che ogni spostamento ed ogni attività siano ad impatto ambientale contenuto implica un’organizzazione ancora maggiore, spesso diventa una giungla. Ecco perché il 31% pensa che le vacanze siano un momento speciale, durante il quale non vuole preoccuparsi della sostenibilità. Questa risposta, vista da un’altra prospettiva, significa che viaggiare nel rispetto dell’ambiente deve diventare più semplice e le aziende dell’ospitalità devono darci una mano a rendere i comportamenti eco-friendly più agevoli da mettere in pratica.

Essere hotel plastic free non basta

Bisogna agire su sprechi e risparmio di risorse

Ormai è anche una moda, quella di bandire la plastica dagli esercizi commerciali. Una moda che ci piace e fa bene al Pianeta, ma non è sufficiente. Per un hotel bandire prodotti e stoviglie monouso dalla sala colazioni e nelle stanze è certamente un notevole passo avanti e può far risparmiare anche in termini monetari, ma è soltanto un piccolo passo, per quanto apprezzabile. Bisogna agire anche su altri fronti, che possono peraltro condurre ad un risparmio sul lungo periodo.

È necessario, soprattutto, riflettere seriamente sullo spreco di energia e puntare all’ottimizzazione delle risorse. “Riorganizzare” è la parola chiave. E qui scatta il vero problema: occorre investire sulla struttura, ad esempio puntare su interventi di isolamento termico o coibentazione, occorre dotarsi di infissi nuovi e sistemi di riscaldamento e ventilazione moderni, a basso consumo ed elevate performance.

È l’intero sistema-hotel che va ripensato. La MGM Resort International di Las Vegas, qualche anno fa, ha scelto di pagare una penale di 86 milioni di dollari per rescindere il contratto con la Nevada Power e passare da un operatore che garantisse l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili. Motivo: gli ospiti sono diventati più attenti a questi aspetti. D’altra parte, il cliente ha sempre ragione…

Cibo, elettrodomestici, rifiuti, illuminazione

Non è complicatissimo, per certi versi, rendere un hotel più sostenibile. Pensiamo al cibo. La comunità locale può offrire prodotti a km zero di qualità altissima, che non hanno bisogno di essere trasportati fino a destinazione generando emissioni inutili. Il menu del ristorante può offrire pasti vegani o vegetariani ed evidenziare la scelta di partner affidabili, che offrono prodotti genuini e bio. Utilizzare l’acqua del rubinetto è ovviamente preferibile alle bottiglie di plastica, per quanto siano riciclabili se conferite negli appositi contenitori. A questo proposito, non di rado si trovano contenitori per la raccolta differenziata negli spazi comuni ma non nelle camere… per quale motivo? Gli ospiti vanno messi in condizione di seguire comportamenti corretti. L’acqua è una risorsa preziosa non solo in tavola, per evitare sprechi si possono installare riduttori di flusso sui rubinetti, mentre l’acqua piovana si può raccogliere, trattare e destinare all’irrigazione o agli sciacquoni.

Non dimentichiamo la questione illuminazione, uno dei tasti dolenti. Le chiavi magnetiche assicurano che le luci delle stanze siano spente all’uscita degli ospiti, ma non tutte le strutture funzionano così. Si può però porre rimedio allo spreco di energia montando almeno sensori di movimento e, naturalmente, scegliendo lampadine a led o a basso consumo. Dovrebbe essere già così da tempo. Stesso discorso per gli elettrodomestici: se vanno cambiati, meglio spendere qualcosa in più e scegliere modelli di Classe A. Se poi l’energia e l’acqua calda vengono prodotte utilizzando pannelli solari, ancora meglio (ma anche questo implica un investimento non sempre possibile).

Gli ospiti vanno sempre coinvolti. Ogni scelta va comunicata efficacemente attraverso talloncini, brochure, contenuti sui canali online, altrimenti nessuno saprà mai di dover scegliere proprio quella struttura perché al Pianeta ci tiene quanto i viaggiatori. Sarebbe utile anche offrire biciclette a noleggio, dotarsi di colonnine di ricarica per i veicoli elettrici o almeno proporre itinerari e soluzioni per incentivare la mobilità sostenibile.

Quando poi gli ospiti se ne vanno entra in gioco il reparto housekeeping. Per la pulizia esistono da anni prodotti eco. Bando ai detersivi nocivi per l’ambiente e alle sostanze chimiche. I prodotti sostenibili detergono allo stesso modo, così come i prodotti per l’igiene personale che vengono solitamente inseriti nei set di cortesia a disposizione nelle camere e che, troppo spesso, comprendono ancora flaconi monodose in plastica (in qualche caso del tutto inutili e inutilizzati).

Immagine di copertina: Armando Tondo

Clima, nel Mediterraneo i danni arriveranno prima

Mar, 10/15/2019 - 15:30

Gli scienziati dell’Union for the Mediterranean, l’organizzazione intergovernativa che riunisce tutti i paesi UE e 15 paesi del Mediterraneo orientale e meridionale, hanno presentato, giovedì a Barcellona, un rapporto in cui è emersa la drammatica accelerazione dell’innalzamento delle temperature nell’area mediterranea, già sopra 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il che significa una velocità del 20% maggiore rispetto al resto del pianeta. Di questo passo, segnalano i ricercatori, entro il 2040 si arriverà a superare i 2,2°C con conseguenze disastrose per 250 milioni di persone.

Innanzitutto l’innalzamento del livello del mare: entro il 2100 potrebbe elevarsi di oltre un metro, a cui conseguirebbero alluvioni e scarsità di cibo, per via della scomparsa della biodiversità e dell’alta concentrazione di sale nel suolo, che porterebbe al collasso l’agricoltura dei territori costieri. 

Anche la siccità, dovuta alle sempre più frequenti ondate di calore, preoccupa il team di ricercatori. Infatti entro il 2040 molte zone si troveranno ad affrontare la sempre crescente scarsità di acqua, dovuta a una riduzione di 1000 metri cubi di acqua pro capite. 

Lo scenario che si palesa per i cambiamenti climatici in corso è molto grave. Le elevate temperature e il deterioramento della qualità dell’aria incideranno sulla salute delle persone, per l’aumentare delle patologie respiratorie e cardiovascolari, e sulla sicurezza alimentare, la scarsità d’acqua e di raccolti infatti non potranno che causare carestie.

 Ne risentiranno direttamente gli ecosistemi, minacciati dall’eccessivo sfruttamento del suolo, del mare e dall’alta concentrazione di inquinamento atmosferico. Le specie marine si stanno riducendo a causa dell’acidificazione e dell’aumento delle temperature del mare e questo comporta anche il proliferare di insetti, come le zanzare, portatori di malattie.

L’unico modo per far fronte al peggioramento climatico della zona del Mediterraneo è di adottare misure concrete per la riduzione dei gas serra. Il futuro fosco illustrato dagli scienziati è molto più vicino di quanto pensiamo.

Photo by Tanishq Tiwari on Unsplash

L’intollerabile infamia contro i curdi

Mar, 10/15/2019 - 15:09

200mila civili, chi braccato nell’area di confine nel nord est della Siria, chi costretto a lasciare la propria casa, e secondo l’Onu, il numero degli sfollati può aumentare fino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati, e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita dagli attacchi dell’esercito turco. 

I curdi sono una popolazione alla quale l’intero Occidente deve molto

Dal 2014 hanno combattuto eroicamente contro l’avanzata dell’Isis annientando di fatto il Daesh e rappresentano, di fatto, un’idea di Stato democratico, laico, evidentemente intollerabile a molti Stati del Medio Oriente. Uno Stato che i curdi aspettano dal 1920, quando con il trattato di Sèvres conobbero la gioia di vedere lo Stato del Kurdistan presente sulla cartina geografica, Una gioia durata 3 anni, distrutta dal turco Mustafa Kemal: nel 1923, con il Trattato di Losanna, la comunità curda venne smembrata tra Turchia, Siria, Iraq e Iran

“La Turchia è membro della Nato? Lo è. La maggioranza dei Paesi Ue sono membri Nato? Lo sono. Da quando le organizzazioni terroristiche vengono difese da membri della Nato?” ha dichiarato durante la giornata di lunedì il presidente turco Erdogan. 

Migliaia di civili che Erdogan si permette di chiamare terroristi

“I servizi sanitari nell’area, già indeboliti, hanno avuto conseguenze gravi dagli ultimi sviluppi – scrive in un comunicato l’Oms – L’ospedale nazionale di Ras al-Ain è chiuso e l’ospedale nazionale e due centri sanitari a Tall Abyad hanno servizi limitati dal 12 ottobre a causa dell’escalation delle ostilità che ha impedito l’accesso del personale. Tutte le strutture nei campi profughi ad Ain Issa e Ras al-Ain sono state evacuate”. 

L’esercito turco, secondo, dopo quello americano, per numero di soldati tra i Paesi membri della Nato, sta attaccando ogni base e appoggio civile: ospedali, centrali idriche, sedi di organizzazioni non governative. 

Nel nord della Siria erano rimaste solo due ong italiane, tra cui Un ponte per (Upp). È di ieri la notizia che è stata costretta a evacuare. Ora sul territorio è rimasta solo Mezzaluna rossa Kurdistan Italia onlus.

Cosa possiamo fare? Sostenerli

Tramite PayPal, che è immediato, basta accedere qui (e disattivare l’opzione dal riquadro “stai facendo un acquisto”, così l’importo arriva loro intero, senza commissioni), oppure, per chi non ha un conto PayPal, tramite qui.  

Anche la Chiesa, tramite l’organismo pastorale, si è mossa lanciando una colletta. Nel corso del 2019, Caritas Siria sta attuando 15 progetti per 6,3 milioni di euro, portando aiuto in tutto il territorio nazionale siriano a più di 100.000 persone, attraverso la distribuzione di aiuti alimentari, beni di prima necessità, sussidi economici, assistenza medica e psicologica, sostegno all’educazione scolastica e all’alloggio, protezione per i più vulnerabili (bambini, anziani e donne). Oggi servono aiuti ulteriori, urgenti. Si può donare attraverso il conto corrente postale n. 347013, con una donazione on-line sul sito www.caritas.it, o tramite bonifico bancario con causale “Emergenza Siria” a uno dei conti bancari elencati alla fine di questo articolo dell’Avvenire.

L’Europa deve decretare un embargo di ferro alla Turchia

E lo deve fare finché questa vergognosa aggressione al popolo curdo non finisce. Basta qualsiasi cosa alla Turchia. Niente viaggi e turismo, niente acquisti di prodotti turchi, facilmente individuabili dalle prime tre cifre del codice identificativo 869. “Che c’entra l’economia di un popolo con le scelte del suo Governo?”, chiede qualcuno, magari dal morbido della propria poltrona del proprio salottino illuminista. C’entrano, c’entrano sempre, e c’entrano sempre di più

Aspettare che l’Italia smetta di esportare armi alla Turchia (come ha soltanto promesso), che la Nato imponga una No Fly Zone, che l’Unione europea assuma una posizione sanzionatoria dura, unita, in grado di compensare la sua assoluta e programmatica inconsistenza in ambito militare non è sufficiente. Si chiede sempre che i governi si assumano le responsabilità delle popolazioni che rappresentano, ma mai che queste si assumano le responsabilità dei propri governi, quasi che il rapporto, anziché reciproco, fosse unilaterale

Il danneggiamento della stazione di pompaggio di Ras Al Ain, la principale fonte di acqua per quasi tutta l’area attaccata dall’esercito turco, ha aumentato il rischio di epidemie di malattie infettive: “Anche prima dell’escalation, diarrea acuta e febbre tifoide erano due delle malattie più frequenti nel nord est della Siria. L’aumento delle persone sfollate, il sovraffollamento e l’accesso limitato ad acqua e servizi sanitari provocheranno con grande probabilità un aumento delle patologie legate all’acqua. L’Oms chiede a tutte le parti del conflitto di preservare il diritto alla salute di centinaia di migliaia di civili innocenti, inclusi gli operatori sanitari e i pazienti”.

Crediamo nella democrazia, ma dobbiamo riconsiderare i nostri alleati

Lo ha detto Mazloum Abdi, comandante in capo delle Forze Democratiche Siriane, fazione arabo-curda collegata all’Ypg, spiegando su Foreign Policy la decisione dei curdi del Rojava di allearsi con Damasco in funzione anti-turca. L’accordo è arrivato grazie alla mediazione russa. “Noi non crediamo alle loro promesse – ha puntualizzato Abdi – ma è una questione di sopravvivenza”. 

Sopravvivere, nessuno dovrebbe ambire a sopravvivere

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Influenza, previsti 6 milioni di contagi. Parte oggi la campagna vaccinale

Mar, 10/15/2019 - 12:30

Parte oggi la campagna vaccinale contro l’influenza stagionale 2019-2020 che secondo le stime metterà a letto, nel corso dell’inverno, circa sei milioni di italiani. Il vaccino, spiegano i medici di medicina generale e i virologi, è molto importante per prevenire il diffondersi del contagio nella popolazione e soprattutto per evitare le complicanze più gravi che possono essere molto rischiose soprattutto per le fasce di popolazione più fragili, come bambini piccoli e anziani.

Come spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano nonché direttore scientifico di Osservatorio Influenza, quest’anno sono in circolazione due nuove varianti dei virus – H1N1 e H3N2 – che possono sviluppare forme influenzali particolarmente severe con un rischio maggiore di complicanze soprattutto nella fascia d’età pediatrica e nella popolazione anziana, rispettivamente. “La stagione influenzale in termini di stime potrà colpire circa 6 milioni di persone. È importante prepararsi all’inverno proteggendosi con il vaccino anti-influenzale. Purtroppo ancora oggi è necessario fare informazione per educare la popolazione, soprattutto le categorie a rischio, a ricorrere alla vaccinazione. Le domande arrivate in questi anni al sito Osservatorio Influenza evidenziano ancora il bisogno di spiegare in cosa consiste il vaccino, perché è opportuno eseguirlo, come gestire persone che sono fragili già a causa di altre malattie”.

Leggi anche: Influenza o raffreddore? Cinque domande per capirlo

Influenza e sindromi parainfluenzali 

Spesso l’efficacia della vaccinazione viene messa in discussione da una mancata conoscenza delle differenze tra i virus che causano l’influenza cosiddetta “stagionale” e che il vaccino contrasta, e i virus – ne esistono oltre 250 – responsabili delle cosiddette “sindromi parainfluenzali”, caratterizzate da sintomatologie simili.
 
L’influenza vera e propria si manifesta con febbre alta oltre i 38°, tosse e dolori muscolari. Altri sintomi comuni includono mal di testa, brividi, perdita di appetito, affaticamento e mal di gola. Possono verificarsi anche nausea, vomito e diarrea, specialmente nei bambini. La maggior parte delle persone guarisce in una settimana o dieci giorni, ma alcuni soggetti (quelli di 65 anni e oltre, bambini piccoli e adulti e bambini con patologie croniche), sono a maggior rischio di complicanze più gravi o peggioramento della loro condizione di base.

Chi può vaccinarsi

Il vaccino antinfluenzale è indicato per tutti i soggetti che desiderano evitare la malattia influenzale per varie motivazioni (timore della malattia, viaggi, lavoro, ecc) e che non abbiano specifiche controindicazioni. Il vaccino deve essere acquistato in farmacia con prescrizione medica.

Per chi è raccomandata la vaccinazione?

Come si legge sul sito del ministero della Salute il vaccino anti-influenzale viene invece offerto gratuitamente ai soggetti che per le loro condizioni personali corrono un maggior rischio di andare incontro a complicanze nel caso in cui contraggano l’influenza:

  • donne che all’inizio della stagione epidemica si trovano nel secondo e terzo trimestre di gravidanza
  • soggetti dai 6 mesi ai 65 anni di età affetti da patologie che aumentano il rischio di complicanze da influenza
  • soggetti di età pari o superiore a 65 anni
  • bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale
  • individui di qualunque età ricoverati presso strutture per lungodegenti.
Non è subito efficace

La protezione indotta dal vaccino comincia due settimane dopo l’inoculazione e perdura per un periodo di sei-otto mesi, poi tende a declinare: per questo motivo, e poiché i ceppi in circolazione possono subire mutazioni, è necessario sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale all’inizio di ogni nuova stagione influenzale.

La differenza sempre più sottile tra sport e marketing sportivo

Mar, 10/15/2019 - 12:00

Lo ammettiamo: siamo tra coloro che non si sono esaltati per l’impresa di Kipchoge che a Vienna questo fine settimana ha corso la maratona in meno di due ore. È stato superato un limite storico, le Colonne d’Ercole dell’atletica leggera. Un record che inevitabilmente evoca il dibattito sull’eterna sfida dell’uomo ai propri limiti. 

L’impresa di Kipchoge

Un record, per chi non lo sapesse, che non è stato omologato dalla federazione internazionale di atletica leggera. Perché non ottenuto nel corso di una gara, bensì di un tentativo ad hoc. Una sorta di record dell’ora di ciclismo, con la differenza che quella è una vera e propria specialità. Anche in occasioni di tanti superamenti di record dell’ora su due ruote, la tecnologia ha avuto un ruolo importante. A partire dal 1984 e dal primato stabilito da Francesco Moser con l’equipe del professor Conconi. Moser fu il primo a sforare il muro dei 50 chilometri in un’ora in bicicletta. Non a caso, anni dopo, quel record fu eliminato e derubricato a “miglior prestazione umana sull’ora”. 

Kipchoge è sceso sotto le due ore in un’impresa che potremmo definire di marketing sportivo, di comunicazione sportiva. Ma bisogna stare attenti ad alzare troppo il sopracciglio, perché è lo sport in generale che sta virando un questa direzione. Il tentativo del keniano è stato sponsorizzato interamente dall’azienda petrolchimica Ineos e dal suo numero uno Jim Ratcliffe. Un grande evento tra il marketing e l’agonismo. Con sette atleti che hanno collaborato al primato – in gergo si chiamano lepri – e con un’automobile sempre davanti a loro, con il tempo in sovrimpressione e un raggio laser sparato per dare il ritmo da seguire, la linea da tenere per scendere sotto le due ore. Kipchoge non è mai stato in testa, nemmeno per un chilometro sui quarantadue previsti. È sempre stato dietro il servizio di scorta agonistica, protetto dal vento. Ha corso “in carrozza” fino a quattrocento metri dal traguardo. Tutto questo in una competizione ordinaria non avviene. 

Cosa accade nel mondo del nuoto

Così come ai Mondiali di nuoto o alle Olimpiadi non si nuota in vasca da 25 metri, con fasci di luce indaco che attraversano la piscina e musica sparata a mille per due ore di fila (al punto da non riuscire ad ascoltare chi ti sta vicino). È quanto accade all’International swimming league (Isl), definita la Champions del nuoto, che nel week-end ha fatto tappa a Napoli. Anche qui c’è un finanziatore, in questo caso anche creatore dell’iniziativa: l’ucraino Konstantin Grigorishin. Ha dato vita a un circuito mondiale con tre tappe negli Stati Uniti, tre in Europa e la finale a Las Vegas. Il format è standard: una serie di gare (individuali e staffetta), con gli atleti divisi in quattro squadre. Le due gare finali ricordano le vecchie sei giorni di ciclismo: la gara all’australiana, con l’ultimo che viene eliminato ogni due giri. In piscina si disputano i cento metri stile libero: si parte in otto, in semifinale si resta in quattro e poi si svolge la finale a due. Gli atleti si divertono, il pubblico gradisce (soprattutto i più piccoli, ma non solo), i tradizionalisti storcono il naso soprattutto di fronte a questo spettacolo così distante dall’atmosfera classica del nuoto.

Lo sport sta cambiando sotto i nostri occhi

La scorsa settimana, il quotidiano spagnolo El Paìs ha intervistato il direttore generale del Liverpool Peter Moore che ha dedicato la sua vita al marketing dei videogames (Sega, Microsoft). Oggi è tornato nella sua città natale e svolge il suo lavoro per i Reds. Ha spiegato quanto sia cambiato il modo di vivere lo sport e quanto oggi sia difficile per gli sport attrarre il pubblico giovane. 

«Ci contendiamo il tempo di attenzione dei giovani. Un tempo si era legati al momento in cui tuo padre ti portava allo stadio. Oggi non succede più e non perché i giovani non siano più legati al calcio. Ma perché, attraverso la connettività, l’offerta per i più giovani è più ampia. Possono fare molte altre cose nella vita. Oggi non c’è mai tempo. Nel dopoguerra, c’erano le carte e il football. Il calcio di oggi richiede ore di attenzione. Il bambino moderno ha la giornata parcellizzata: dieci minuti qui, quindici minuti lì. Tutti gli sport hanno questo problema, anche la Nfl».

E ancora: «Il calcio deve coinvolgere di più i giovani. Stiamo considerando nuove angolazioni per le telecamere, immagini che ti fanno sembrare più vicino al campo, qualcosa che somigli al videogioco di Ea, Fifa. Dobbiamo pescare dove ci sono i pesci. Oggi i ragazzi preferiscono rimanere nelle loro stanze a guardare i loro youtuber preferiti o giocare a Fortnite, a Fifa, a Impact Legends. Quando ero piccolo, ho interagito giocando a calcio perché non c’era altro modo».

Il calcio, gli sport, devono somigliare sempre più ai videogames, devono diventare sempre di più “eventi”. Altrimenti non si vendono, quindi non attirano sponsor e non possono autosostenersi.

Può piacere o no, è questa la direzione imboccata. 

Un Nobel, anzi tre, contro la povertà

Mar, 10/15/2019 - 10:44

Il premio Nobel per l’Economia è andato ad Abhijit Banerjee, Esther DufloMichael Kremer per “il loro lavoro mirato a cercare un nuovo approccio per trovare risposte affidabili su come alleviare la povertà”.

Sono giovani i tre premi Nobel per l’Economia del 2019: Banerjee ha 58 anni ed è un economista indo-americano e lavora al Massachusetts Institute of Technology (MIT); Duflo, che ha 46 anni, è un’economista franco-americana e anche lei è impiegata al MIT; Kremer ha 54 ed è un economista americano dell’Università di Harvard.

I loro studi mirano a individuare quali investimenti hanno un maggior impatto sulla vita dei più poveri e per elaborarli hanno compiuto ricerche in India e in molti Paesi africani. Negli anni ’90 in particolare “Hanno dimostrato quanto possa essere efficace un approccio sperimentale, usando test sul campo per mettere alla prova una serie di interventi che avrebbero potuto migliorare i risultati scolastici nel Kenya occidentale”

Nella motivazione al Premio si legge anche: “Come risultato di uno dei loro studi, più di 5 milioni di ragazzi indiani hanno beneficiato di programmi scolastici di tutoraggio correttivo”.

Un nuovo approccio al problema della povertà globale

Come, per esempio “Suddividere questo problema in questioni più piccole e più gestibili, come ad esempio gli interventi più efficaci per migliorare la salute dei bambini” si legge ancora nella motivazione.

Un Nobel non istituito da Alfred Nobel

Il premio Nobel per l’Economia esiste dal 1968, quando la banca centrale svedese fece una ricca donazione alla Fondazione Nobel. Il premio infatti si chiama “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. A parte questo dettaglio, il premio Nobel per l’Economia viene assegnato con le stesse modalità e consegnato esattamente come tutti gli altri premi.

Leggi anche:
Premio Nobel per la Letteratura a Olga Tokarczuk e Peter Handke

Banche: il Profilo di Rischio, questo sconosciuto

Mar, 10/15/2019 - 07:00

Dopo aver scelto la banca e la tipologia di conto corrente è ora di compilare il proprio Profilo di Rischio. Se non si fa attenzione può diventare una cosa molto rischiosa…
Seguite i consigli di Vincenzo Imperatore!

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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 22 OTTOBRE 2019!

Pesticidi addio: vietato il glifosato nelle produzioni a marchio Coop e nei terreni di interi Comuni

Mar, 10/15/2019 - 07:00

Il glifosato, l’erbicida più usato al mondo, è un preparato non selettivo, ovvero uccide qualunque pianta e – così facendo – là dove spruzzato, crea assenza di vita.

Questa pratica di diserbo è erroneamente considerata come alternativa agli interventi meccanici ed è utilizzata sia dagli agricoltori per il controllo degli infestanti, sia dai semplici cittadini che irrorano fasce erbose nei pressi delle loro abitazioni.

Ma le notizie buone ci sono e sono più di una.

Da maggio di quest’anno la Coop ha eliminato il glifosato dai prodotti ortofrutticoli a proprio marchio, perché ritenuto dannoso per la biodiversità e perché sospetto cancerogeno secondo la IARC (International Agency for Research on Cancer, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) da ormai diversi anni, senza smentite, anzi.

Ma non è l’unico pesticida messo al bando da frutta e verdura della Coop: lo sono anche terbutilazina, s-metalacror, bentazone.

Agli inizi di febbraio è stata anticipata una lettera ai 116 fornitori a marchio Coop in modo che potessero organizzarsi per ricorrere a modalità alternative, ma saranno comunque concesse temporanee eccezioni in caso di oggettiva difficoltà,  che i fornitori dovranno comunicare in anticipo.

I primi frutti liberi dai pesticidi sono state le ciliegie, seguite dai meloni, sarà poi il turno di uva e clementine, per un totale di 15 colture nel corso del 2019.

Nei prossimi tre anni questo divieto verrà esteso a tutte le famiglie dei produttori ortofrutticoli a marchio Coop per un volume di 100.000 tonnellate di prodotti coinvolti.

«L’Italia è tra i primi Paesi in Europa per il consumo di pesticidi per ettaro coltivato che possono residuare negli alimenti e al tempo stesso contaminare l’aria, il suolo e l’acqua. Soprattutto le acque superficiali e sotterranee risultano contaminate da pesticidi con valori che spesso superano i limiti di qualità ambientale– si legge nella nota emessa da Coop sul proprio sito – Ridurre l’impiego dei pesticidi fino alla completa eliminazione delle molecole critiche è la strada da perseguire; Coop intende farlo attraverso step progressivi, in attuazione del principio di precauzione che ha assunto come linea guida.»

Ma non ci sono solo passi importanti da parte della grande distribuzione, verso la tutela di ciò che mangiamo e la tutela dell’ambiente agricolo: il Comune di Sesto Fiorentino in Toscana, ad esempio, con una delibera del giugno 2017, ha vietato da alcuni anni il glifosato su tutto il proprio territorio, in considerazione, si legge nella Delibera, dei dati allarmanti di inquinamento da pesticidi rilevati delle acque di Toscana e Umbria (Rapporto ISPRA Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale), della classificazione del preparato come “probabile cancerogeno per l’uomo” (IARC) e “interferente endocrino”, dell’esposizione che quindi si può avere per persone, piante ed animali al prodotto sia attraverso l’acqua, le bevande, e gli alimenti.

Lo stesso ha fatto il Comune di Carmignano, in provincia di Prato che ha messo al bando il pesticida con Ordinanza – rinnovata anno per anno – su tutto il territorio comunale, aree pubbliche e private, agricole ed extra agricole. L’ordinanza avrà validità fino al 31 dicembre 2019. Altri Comuni italiani stanno deliberando, se non il divieto, l’aumento dei controlli e altri accorgimenti come la creazione di Sportelli informativi sui pesticidi usati in ambito locale. Se non è un divieto vero e proprio, si spera che, anche in questi casi dove sembra essere aumentata la sensibilità, possa presto diventarlo.

È di qualche mese fa la notizia che un Consorzio di produttori, con un estensione territoriale su più Comuni, per la stessa tipologia di produzione, in questo caso il prosecco nel Valdobbiadene, ha approvato un regolamento valido per tutti gli aderenti, dove si vieta l’uso del glifosato in queste coltivazioni  (https://www.peopleforplanet.it/il-consorzio-del-prosecco-conegliano-valdobbiadene-vieta-luso-del-glifosato/)

Senza contare i Biodistretti, i quali, per definizione, non possono applicare l’uso di pesticidi all’interno dei propri protocolli e che quindi, oltre all’assenza di impiego di glifosato possono dare garanzia di assenza di altri pesticidi e di qualità delle acque superficiali e profonde.

Altre Fonti:

Allegato alla Deliberazione consiliare n.100 del 29.06.2017  del Comune di Sesto Fiorentino (FI)

https://www.e-coop.it/stop-ai-pesticidi

Stop al glifosato a Carmignano, ordinanza rinnovata

Foto di Th G da Pixabay

Alto Adige: non è (solo) questione di nome

Lun, 10/14/2019 - 16:08

Venerdì scorso il Consiglio provinciale di Bolzano è stato chiamato a votare il disegno di leggeDisposizioni per l’adempimento degli obblighi della Provincia autonoma di Bolzano derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea“. Si tratta, in sintesi, di un intervento normativo di routine, per dare attuazione al diritto dell’Ue e nel contempo adeguare allo stesso l’ordinamento giuridico locale.

In quell’occasione è stato approvato un emendamento, che, all’interno del comma 2 del primo articolo, sostituisce, nel testo italiano, “sistema territoriale altoatesino” con le parole “Provincia di Bolzano”, a cui è seguita discussione se “provincia” vada con la “p” maiuscola o minuscola, trattandosi, nel caso di specie, di un territorio e non di una istituzione.

L’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale? È un’altra questione

I media hanno ripreso la notizia con molto clamore. In particolare è riportata con enfasi la dichiarazione del presidente Arno Kompatscher che nel corso del dibattito ha affermato «Credo che il Governo italiano non si permetterà di impugnare questa legge, l’impugnazione sarebbe un grave affronto, e comunque non ci sarebbero problemi davanti alla Corte costituzionale». Il punto è che quanto detto non aveva alcun riferimento con la questione “Alto Adige” e “altoatesino”, trattandosi invece di un problema di conoscenza delle lingue italiana e tedesca per esercitare la professione di medico…

Forse non vi è stato quindi quell’attentato alla Costituzione paventato dalla coordinatrice di Forza Italia per il Trentino Alto-Adige, Micaela Biancofiore, né, sembra, via sia quell’urgenza voluta da Fratelli d’Italia che sta per depositare un’interrogazione «per fare piena luce e chiedere al governo di impugnare questa vergognosa legge che in un colpo solo intende calpestare la nostra storia e la nostra Costituzione».

E lo stesso Kompatscher ha successivamente ribadito ai media che «La denominazione Alto Adige non è stata abolita … non sarebbe neanche possibile, visto che la denominazione della Regione Trentino Alto Adige/ Südtirol è sancita dalla Costituzione».

Sì, le parole sono importanti, e in una terra di frontiera come quella altoatesina/sudtirolese lo sono anche di più, perché si portano appresso il peso degli accadimenti storici – sconosciuti ai più – che lì hanno caratterizzato l’ultimo secolo.

Ma alla fine, in questo caso, “è proprio vero che la notizia della fine dell’Alto Adige è, come avrebbe detto Mark Twain, fortemente esagerata.”

Bandire i SUV, cresce il movimento contro i mezzi più inquinanti e pericolosi

Lun, 10/14/2019 - 15:52

Non è difficile leggere nelle cronache di tutto il mondo di incidenti mortali causati da SUV. Anche in Italia sono all’ordine del giorno, e tra le vittime si annoverano soprattutto bambini. Bikeitalia ha lanciato in questi giorni l’appello: “non dovremmo forse iniziare a chiederci se è giunta l’ora di vietare la circolazione dei SUV nelle nostre città?”

SUV: inquinano e hanno un tasso di mortalità più elevato della media

Dotati di motori da 1,8 litri a 3 litri, i SUV hanno un tasso di mortalità più elevato della media – che si attesta all’1,4% per le berline tradizionali – arrivando sino al 2,4%. Non solo, per via dei motori più grandi e della massa pesante, i SUV generano emissioni di CO2 del 14% (16 g/km) superiori a un modello di autovettura a tre o a cinque porte equivalente.  Quindi, ogni spostamento del mercato dell’1% verso i SUV aumenta le emissioni di CO2 di 0,15g di CO2/km in media.

I SUV sono un paradosso, perché pericolosi anche per chi guida

Molte persone li acquistano per sentirsi più al sicuro, ma in realtà sono statisticamente meno sicuri delle auto normali, sia per i passeggeri che per gli altri.  Le probabilità di morire in un SUV sono dell’11% superiori rispetto a quelle di morire in una normale berlina.  La loro altezza li porta ad avere il doppio delle probabilità di capovolgersi negli incidenti e di uccidere pedoni infliggendo ferite alla parte superiore del corpo e alla testa. 

Le proteste dal basso si fanno sempre più frequenti, come le 25.000 persone che in occasione del Salone dell’Auto di Francoforte, hanno marciato sull’autostrada a piedi o in bici per protestare contro l’utilizzo dei SUV, per il loro alto livello di emissioni di CO2 e per l’incidente mortale di Berlino, per il quale sono morte quattro persone tra cui un bambino di 3 anni.

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