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Aggiornato: 37 min 45 sec fa

I 10 migliori film di Totò

Ven, 11/08/2019 - 11:00

Il principe De Curtis in arte Totò ha interpretato come protagonista ben 97 film, rari quelli come “partecipazione straordinaria”. In nove partecipa ad episodi, ma alcuni sono stratosferici, infatti due li ho messi in top ten, in una scelta difficile e che forse da tutti non sarà condivisa perché ognuno ha il suo totoismo. Massacrato dalla critica (con poche eccezioni) al massimo del successo, rivalutato dopo la sua morte, amatissimo dal pubblico di ieri, di oggi e sicuramente di domani. La sua icona adorna caffè, barbieri, ristoranti, pizzerie, salotti a dimostrazione di essere una figura nazionale di riferimento con il suo eversivo linguaggio e una mimica rimasta insuperabile. Quando non c’era YouTube ripetevamo a memoria dialoghi e macchiette. Oggi lo vediamo e lo rivediamo continuando ad esorcizzare i mali della vita con le sue sane risate. Questi i suoi migliori dieci film. A prescindere dalle pinzillacchere.

TOTO’, PEPPINO E LA MALAFEMMINA di Camillo Mastrocinque,1956

Capolavoro assoluto di comicità in sodalizio con Peppino De Filippo una delle sue migliori spalle di sempre, non a caso citato nel titolo (il successo dede vita ad un serie di Toto, Peppino e…). Nato attorno alla celebre canzone di Totò, si sviluppa come viaggio dei due fratelli Caponi stralunati meridionali e campagnoli che vanno con la sorella a redimere Teddy Reno nella Milano del boom. La dettatura della lettera è probabilmente la scena più comica del cinema italiano. Indimenticabile anche l’arrivo a Milano vestiti da cosacchi. Ma il film è un divertimento continuo sia che si metta alla berlina un ghisa milanese di piazza Duomo o che si lancino pietre al vicino. Una sorta di rivincita della questione meridionale.

TOTO’ A COLORI di Steno, 1952

Primo film italiano a colori che il papà dei Vanzina magnifica con una strepitosa antologia di sketch che Totò aveva reso popolare negli spettacoli di rivista che avevano attraversato in lungo e in largo la penisola. Battute epocali che ancora si citano, sberleffi alla politica (l’onorevole nel treno), ma anche agli esistenzialisti d’epoca con il celebre sputo nell’occhio. Totò è anche un Pinocchio snodato e metafisico che avrà dato da pensare a quello di Garrone prossimo venturo. Strepitoso finale funambolico con Totò nei panni da direttore d’orchestra. Ha tramandato il regista: “Non era il caso di stare a fare della regia. Fu come se avessi dato la macchina da presa in mano a Totò. I suoi tempi erano perfetti”.

UCCELLACCI E UCCELLINI di Pier Paolo Pasolini, 1966

Totò, salvo l’eccezione non riuscita da Rossellini con “Dov’è la libertà”, era sempre stato schivato dagli autori ma in questo film ottiene un protagonismo da cineteca trovandosi ad essere il papà di Ninetto Davoli in uno dei film più intensi nella riflessione pasoliniana. Totò il comico, una sorta di Charlot napoletano cammina con il ragazzo di vita conosciuto per caso da Pier Paolo sul set della “Ricotta” di cui è mentore innamorato. Sono i due eroi , che di cognome fanno simbolico “Innocenti”, in un film saggio che resta a futura memoria . Li segue un corvo che ha la voce del poeta Leonetti che racconta loro la storie di fraticelli francescani che trovano narrazione filmica negli stessi attori. Il volatile ammonisce i due viandanti in un on the road di metaforico impatto.

GUARDIE E LADRI di Steno e Monicelli, 1951

Due grandi registi e un pugno di strepitosi sceneggiatori (Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Ruggero Maccari) plasmano il miglior Totò neorealista in coppia con Aldo Fabrizi (anche sceneggiatore) maresciallo panzone che insegue il ladro Ferdinando Esposito. Le loro famiglie diventano amiche come poteva essere al tempo con grande umanità. Carlo Delle Piane figlio di Totò, Ave Ninchi la moglie di Fabrizi in una girandola di gag e battute molto divertenti con un retrogusto sociale perfettamente riuscito. Vertice del neorealismo comico. Totò non ride mai come Buster Keaton. Unico film apprezzato dalla critica d’epoca. Nastro D’argento per Totò e Palma d’oro a Cannes come migliore sceneggiatura.

MISERIA E NOBILTA’ di Mario Mattoli, 1954

La regia artigiana di Mattoli mette in scena magnificamente l’omonima farsa di Eduardo Scarpetta e Marchesi sceneggia il tema della fame dei poveri che devono arrangiarsi contro lor signori. Illuminato da un colore sfavillante il personaggio di Felice Sciosciammocca è un Pulcinella senza epoca dotato dalla capacità di essere scrivano (anche qui c’è una lettera molto divertente). Epica danza degli spaghetti, dialoghi comici intramontabili, commedia degli equivoci con i poveri travestiti da nobili. Spesso rasenta il vaudeville. Con Totò anche Carlo Croccolo, Dolores Palumbo e una procacissima Sophia Loren in un classico del teatro napoletano che diventa classico del cinema partenopeo.

LASCIA O RADDOPPIA di Camillo Mastrocinque, 1956

Anno mirabile per Mastrocinque che con Totò ne gira 5 di gran levatura. Di gran successo catapultare Totò nelle vicende della maggiore trasmissione di successo televisivo degli albori, quasi fosse uno dei veri concorrenti del quiz alle prese con Mike Bongiorno e la valletta Edy Campagnoli. Totò a proprio agio nei panni del nobile “povero” Gagliardo della Forcoletta esperto di ippica. Numeri da capogiro con Carlo Croccolo maggiordomo. Attorno si aggiunge un’improbabile vicenda di gangster e belle dive. Ma a distanza di mezzo secolo si ride come allora.

LA BANDA DEGLI ONESTI di Camillo Mastrocinque, 1956

Qui sceneggiano Age e Scarpelli inventando per Totò il personaggio del portinaio Antonio Bonocore (nome omen) che con il tipografo Giovanni (il solito Peppino De Filippo) e il pittore d’insegne Felice (uno strepitoso Giacomo Furia) incarnano l’italico sogno di far quattrini facili falsandoli magari per andare in pellegrinaggio a Lourdes. Intreccio perfetto per una vicenda molto comica e tutelatrice dei buoni sentimenti. I furbi che non mancano mai sono ben tratteggiati. Totò giganteggia da par suo in buona sintonia dei suoi due compagni. Peccato non aver riproposto il trio in altri film.

GLI ONOREVOLI di Sergio Corbucci, 1963

Film che ha preso fama e mito nel corso del tempo. Diviso in episodi per protagonisti che si candidano alle elezioni in diversi partiti. Su tutti giganteggia Totò nella parte riuscitissima di Antonio La Trippa, uomo della società civile si direbbe oggi candidato con un partito che oggi definiremmo sovranista. Il claim ossessivo “votantonio votantonio” è ancora presente nell’immaginario collettivo come gli appelli notturni al caseggiato con megafono artigianale. Come il mister Smith di Frank Capra, Totò La Trippa manderà a carte 48 il complotto dei farabutti. Consegnando alla storia la sua effige di eroe anticasta.

L’ORO DI NAPOLI di Vittorio De Sica, 1954

Film ad episodi tratto dai racconti di Giuseppe Marotta. Accusato di bozzettismo incarna il ventre della Napoli dell’epoca. A partire dall’episodio con Totò “Il guappo”: ma Totò non può mai essere guappo. Totò è un povero diavolo con numerosi figli, tiranneggiato da Don Carmine che da dieci anni abita, di prepotenza in casa sua. Un giorno Don Carmine si ammala e finalmente Saverio trova il coraggio di buttarlo fuori di casa. Totò di mestiere fa il pazzariello. Ruolo che lo consegna alla santificata memoria dei napoletani.

TOTO LE MOKO di Carlo Ludovico Bragaglia, 1949

Parodia napoletana riuscitissima del film di Jean Gabin “Il bandito della Casbah” di Duvivier. Commedia degli equivoci del suonatore di banda Totò e che invece di suonare ad Algeri diventa capo dei banditi. Una girandola di gag e balletti mimici ne fanno un film molto divertente in tutto il suo indovinato trattamento. Totò canta, balla, fa il finto duro. Apprezzato anche in Francia e in Belgio. Da vedere e rivedere.

Chi vuol fare la scorta alla Senatrice Liliana Segre?

Ven, 11/08/2019 - 09:53

L’annuncio che alla senatrice Liliana Segre è stata assegnata una scorta ha provocato l’indignazione di molti.

Inaudito che una signora con un passato così faticoso, e malgrado questo così serena e gentile, sia costretta ad andare in giro accompagnata dai carabinieri perché minacciata.

Perfetto ieri sera Il Punto di Paolo Pagliaro a Otto e Mezzo

Su Twitter Enrico Bertolino, comico milanese, ieri mattina lancia una proposta:

Nonostante sia davvero deprimente il fatto che una Persona mite ed Educata debba essere difesa da vili attacchi di Trogloditi da tastiera come scorta,se mi accettassero ,un turno lo farei volentieri per Lei.#iomialzo pic.twitter.com/evDgNIjWzU

— Enrico Bertolino (@enricobertolino) November 7, 2019

Il tweet viene ripreso ieri sera dalla trasmissione radiofonica Caterpillar su Radio Due e i conduttori Massimo Cirri e Sara Zambotti chiedono agli ascoltatori chi sia disponibile a fare un turno di scorta, con che auto e dove.

Viste le risposte sia al tweet di Bertolino che in trasmissione, la Senatrice Segre ha a disposizione auto e scorta gratis in tutta Italia, addirittura il titolare di un autolavaggio si è reso disponibile a lavare gratis le macchine di chi vuole fare un turno di scorta così che la signora abbia la certezza di entrare in auto pulite.

E se non bastasse, grande attenzione è stata data anche all’aspetto ecologico della questione: Bertolino ha un’auto elettrica e molti si sono dichiarati in possesso di auto a metano o a gas. Salvo anche l’ambiente.

Senatrice, qui ci sono varie opzioni e la redazione di People For Planet  sta un po’ sparsa in tutta Italia. Se vuole, a disposizione: #iomialzo.

Leggi anche: L’astensionismo contro il razzismo

Chi sono i 14 street artist più famosi al mondo?

Ven, 11/08/2019 - 07:00

In questa infografica abbiamo selezionato i migliori street artist del mondo, da Banksy a Miss Van, Borondo e Roa.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

L’importanza della «tradizione idrica»

Ven, 11/08/2019 - 07:00

Cambiamenti climatici. Due parole che possono rappresentare una mutazione negli stili di vita ai quali siamo abituati. Anche quelli più elementari come l’uso delle risorse idriche.

In un prossimo futuro, infatti, con il maggiore calore, la desertificazione potrebbe riguardare anche l’Italia. Secondo le analisi del Cnr, infatti, è a rischio desertificazione ben il 21% del territorio italiano, il 41% del quale è localizzato nel Sud del Paese. «Sono numeri impressionanti che raccontano di un problema drammatico di cui si parla pochissimo», dice Mauro Centritto, direttore dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche. E l’analisi delle regioni interessate al fenomeno è netta. Sarà interessato dalla desertificazione, durante questo secolo, il 70% del suolo siciliano, il 57% di quello pugliese, il 58% del Molise e il 55% della Basilicata, mentre Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania hanno una percentuale che oscilla “solo” tra il 30 e il 50%. In questa chiave appare chiaro che la corretta gestione delle risorse idriche sarà un punto di volta per preservare le risorse agricole dei nostri territori e che la soluzione non potrà essere l’utilizzo di risorse fossili per la gestione agricola, come spesso si fa oggi, ma un insieme di tecnologie: da quelle rinnovabili a quelle tradizionali. E proprio queste ultime potrebbero essere una delle carte vincenti, specialmente per quanto riguarda l’area del Mar Mediterraneo, che in passato ha fatto un grande uso di tecniche tradizionali per la gestione idrica.

Foggare per l’acqua

Un sistema tradizionale ma efficace è quello usato per secoli sulle sponde del Mar Mediterraneo per avere acque nelle zone aride: le foggare. Si tratta di sistemi drenanti sotterranei che creano un flusso idrico sotterraneo in grado di convogliare sia l’acqua delle piogge, sia l’umidità della notte. A Gourara, una regione sahariana del Touat, i tunnel sotterranei sono migliaia e consentono il rifornimento idrico a quasi 300mila persone; lo stesso sistema è usato in Iran sugli altopiani dove l’80% dell’acqua disponibile si ottiene con questi sistemi. La foggara di Gravina in Puglia, lunga tre chilometri, è stata messa a punto più volte durante i secoli ed era in “produzione” fino alla fine del ‘700. Si tratta di un sistema, quello delle foggare, alternativo ai pozzi e che al contrario di questi ultimi non danneggia le falde acquifere forandole.

L’utilizzo di tecniche tradizionali non è una semplificazione della complessità ma al contrario si tratta di una presa d’atto della complessità e della sua gestione. Reticoli di sentieri su zone aride altro non sono che canalizzazioni in grado di captare il massimo dell’acqua durante le rare piogge convogliando l’acqua verso cisterne sotterranee, mentre i terrazzamenti, usati per la risicoltura in Asia, altro non sono che sistemi per ottimizzare la gestione dell’acqua senza doverla risollevare.

Oasi: non solo per l’acqua

Il modello più efficiente è quello dell’oasi, nella quale si formano dinamiche favorevoli alla creazione di un micro sistema biologico nel quale l’acqua, ma spesso anche solo l’umidità, sono l’innesco per la creazione di un ambiente accogliente grazie a un ciclo virtuoso. Basta una singola palma piantata in una depressione con pochi rami alla base per innescare un processo biologico nel quale si condensa il vapore acqueo, si attirano insetti e si produce materiale biologico. Da qui si può determinare un effetto moltiplicatore che aumenta l’estensione dell’oasi. Ed è un processo che può essere anche innescato dagli esseri umani, realizzando “effetti oasi” anche in aree non desertiche e creando isole di migliore vivibilità. «L’oasi è un insediamento umano in situazioni geografiche inclementi che utilizza risorse rare, disponibili localmente, per innescare un’amplificazione crescente di interazioni positive e realizzare una nicchia ambientale fertile e auto sostenibile le cui caratteristiche contrastano l’intorno sfavorevole»: sono parole di Pietro Laureano, uno dei massimi studiosi in materia di tecniche idriche tradizionali, pronunciate ancora nel 1988.

La scelta di Matera

Le scelte devono essere integrate e un esempio di ciò è rappresentato dai Sassi di Matera, dove da un lato si è lavorato per rimuovere la patina di negatività che li ricopriva, specialmente per chi conservava la memoria storica dell’abitarci nel secolo scorso, dall’altro per ottimizzare le risorse e recuperarne gli utilizzi tradizionali. Il lavoro sulla negatività è iniziato presentando la candidatura dei Sassi, poi accettata, come Patrimonio dell’Umanità Unesco, mentre sull’altro fronte si è lavorato sulla ristrutturazione del patrimonio edilizio in sintonia con il passato.

«Ho presentato i Sassi di Matera come un paesaggio culturale organizzato in base alla scarsità di risorse, alla necessità di un uso appropriato e collettivo e al costante riciclo di esse, al risparmio di terra e acqua, al controllo del calore e dell’energia solare. Essi rappresentano la persistenza di un paesaggio preistorico ancora presente nei labirinti cavernosi sottostanti le strutture costruite. Si tratta di un brillante sistema di gestione delle risorse idriche ed energetiche, dell’organizzazione sociale della comunità, dello spazio abitativo e del modello urbano: un modo di vivere lento, verde e salutare, un modello di sostenibilità – afferma Piero Laureano. – Così Matera, basando il suo futuro sulla cultura e le tradizioni, è diventata un’attrazione nazionale e internazionale e con questa strategia ha vinto la competizione, a livello di tutte le città d’Italia, per divenire Capitale Europea della Cultura per il 2019. È la dimostrazione della resilienza degli insediamenti storici e che l’architettura popolare e le tecniche tradizionali non sono qualcosa di superato, ma un sistema di conoscenza geniale che dal lontano passato indica le soluzioni future».

L’adattamento al clima che cambia – perché è certo che dovremo adattarci – non passerà solo attraverso tecnologie innovative ma anche usando tecniche tradizionali e antiche, a bassa intensità energetica, sulle quali innestare anche sistemi di controllo digitali, magari da satellite.

Immagine: Armando Tondo

La bufala mondiale delle piante da interni che purificano l’aria

Gio, 11/07/2019 - 15:41

Le piante da interni migliorano la qualità dell’aria in casa? Una bufala. La ricerca appena conclusa alla Drexel University ha scandagliato 30 anni di studi sull’argomento e sfatato del tutto il mito, nato nel 1989 con uno studio della NASA. All’epoca gli scienziati scoprirono che un certo numero di comuni piante da interno era in grado di rimuovere efficacemente i composti organici volatili (COV) dall’aria. L’esperimento, condotto per capire se le piante avrebbero potuto contribuire a purificare l’aria nelle stazioni spaziali, ha dato vita al mito delle piante che puliscono l’aria negli ambienti domestici e d’ufficio.

Da allora, sono stati condotti una serie di studi sperimentali che avallavano i risultati della NASA. Il professore di ingegneria architettonica e ambientale Michael Waring e uno dei suoi studenti di dottorato, Bryan Cummings, hanno condotto nuovi studi sull’argomento, non convinti dalle ricerche e dai test precedenti perchè condotti in ambienti non realistici. Spesso questi studi venivano realizzati collocando una pianta in vaso in una camera sigillata (spesso con volume di un metro cubo o inferiore), in cui veniva iniettato un singolo COV, di cui gli scienziati monitoravano il decadimento per molte ore e addirittura giorni. Per capire meglio come le piante in vaso possano rimuovere i COV dagli ambienti interni, i ricercatori hanno esaminato i dati di una dozzina di esperimenti pubblicati. Hanno poi valutato l’efficacia della capacità di un impianto di rimuovere i COV dall’aria utilizzando una metrica chiamata CADR o tasso di erogazione di aria pulita.

Calcolando la velocità con cui le piante dissipano i COV, hanno scoperto che l’effetto delle piante sulla qualità dell’aria negli scenari del mondo reale è sostanzialmente irrilevante. I sistemi di trattamento dell’aria nei grandi edifici sono risultati significativamente più efficaci nel dissipare i COV negli ambienti interni. Hanno misurato che occorrerebbero centinaia di piante in una singola stanza per eguagliare la capacità di purificazione dell’aria di una singola macchina per purificare l’aria. I ricercatori suggeriscono persino che l’effetto dell’apertura di due finestre in una casa influisce molto di più sulla purificazione dell’aria dalle tossine rispetto all’azione prodotta da centinaia di piante nello stesso ambiente.

Questo è certamente un esempio di come i risultati scientifici possano essere fuorvianti o male interpretati nel tempo“, afferma Waring concludendo la presentazione della ricerca. “Ma è anche un ottimo esempio di come la ricerca scientifica dovrebbe continuamente riesaminare e mettere in discussione i propri risultati per avvicinarsi alla verità fondamentale della comprensione di ciò che realmente accade intorno a noi“.

La ricerca sottolinea dunque ancora una volta come, per respirare un’aria che non danneggi la nostra salute siano indispensabili e sempre più urgenti politiche ambientali rivolte a ridurre le emissioni derivanti dalla mobilità e dall’industria, ma anche dall’arredamento e dalle pitture domestiche, come pure ai sistemi di raffreddamento e riscaldamento, tra i principali responsabili dell’inquinamento dell’aria, interna o esterna, assieme a una maggiore sensibilità delle persone verso stili di vita sostenibili. Anche pensare di pulire l’aria interna agli ambienti con i purificatori, si è mostrato infatti al momento una non-soluzione.

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Photo by Julia Stepper on Unsplash

Bimbo con malattia incurabile abbandonato in ospedale: scatta gara all’adozione

Gio, 11/07/2019 - 13:37

E’ stato abbandonato in ospedale alla nascita perché affetto da una malattia rarissima e ora per lui è scattata una gara di solidarietà per dargli una famiglia.

Abbandonato dai genitori alla nascita al Sant’Anna di Torino, ha ora preso il via per lui una gara di solidarietà per trovargli una famiglia: la Casa dell’Affido del Comune, insieme al Tribunale dei minori, valuterà le richieste di affido e adozione che stanno arrivando in queste ore da ogni parte d’Italia.

Affetto da Ittiosi Arlecchino

Il bimbo si chiama Giovannino, ha circa 5 mesi di vita ed è affetto da Ittiosi Arlecchino, una malattia così rara da non essere neanche compresa nell’elenco delle malattie rare, al momento incurabile. Questa malattia comporta una particolarissima condizione della pelle che al momento della nascita si presenta secca e spaccata su tutto il corpo sotto forma di grandi e spesse squame, simili a placche che ricordano la nota maschera, che poi evolvono in una grave e cronica desquamazione della pelle.

Questa malattia causa elevati livelli di mortalità dopo la nascita perché comporta gravi problemi di regolazione della temperatura corporea, oltre a problemi alimentari, infezioni e disturbi respiratori. I bambini che sopravvivono, sebbene abbiano un’attesa di vita normale, possono sviluppare una grave malattia della pelle (eritrodermia con desquamazione), problemi agli occhi e ritardo nello sviluppo motorio e sociale.

“Figlio di tutto il reparto”

Daniele Farina, direttore della Neonatologia dell’Ospedale Sant’Anna di Torino dove il bimbo è nato, concepito con un trattamento di fecondazione eterologa, racconta che il piccolo – “che è un po’ il figlio di tutto il reparto, con 40 mamme e 10 papà” – ha superato indenne le prime e insidiose settimane di vita “quando era altissimo il rischio di infezioni e sepsi. E ora, dopo che la sua storia è stata resa nota dalla stampa, abbiamo ricevuto già una decina di chiamate da parte di famiglie in tutta Italia che vorrebbero adottarlo“, si legge in un articolo di Rainews. Per i bambini con questa malattia “il pericolo è di fissurazioni, infezioni e sepsi. Nelle prime settimane di vita la mortalità è molto elevata”, ha spiegato il medico. Ma a Giovannino non è accaduto, “e anzi il piccolo è in condizioni discrete. Siamo stati fortunati”.

Leggi anche: Il dermatologo spiega i casi in cui la nostra pelle ci segnala la presenza di una malattia autoimmune

Seggiolini antiabbandono: l’obbligo scatta oggi

Gio, 11/07/2019 - 11:35

L’obbligo di installare nelle automobili i sistemi di allarme antiabbandono per i seggiolini adibiti al trasporto di bambini fino ai 4 anni di età entra in vigore oggi, 7 novembre, anziché a partire dal 6 marzo 2020 come precedentemente previsto. La notizia arriva da una circolare esplicativa del ministero dell’Interno diramata nel pomeriggio di ieri.

Secondo la legge 117/2018Introduzione dell’obbligo di installazione di dispositivi per prevenire l’abbandono di bambini nei veicoli chiusi“, l’obbligo di installazione dei sistemi di allarme antiabbandono avrebbe dovuto avere effetto a partire dal 6 marzo 2020, ovvero 120 giorni dopo l’entrata in vigore del decreto ministeriale attuativo del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, “Regolamento di attuazione dell’articolo 172 del Nuovo codice della strada in materia di dispositivi antiabbandono di bambini di età inferiore a quattro anni” che ha fissato le caratteristiche tecniche dei dispositivi che è stato pubblicato il 23 ottobre sulla Gazzetta Ufficiale, prevedendo l’entrata in vigore 15 giorni dopo, e quindi il 7 novembre 2019.

Leggi anche: Il primo airbag per i seggiolini auto dei bambini

Cosa si rischia se non ci si mette in regola

La circolare esplicativa del ministero dell’Interno diramata nel pomeriggio di ieri spiega invece che l’obbligo parte da oggi, e che chi non si doterà di questi dispositivi incorrerà, sempre a partire da oggi, nelle violazioni previste dal nuovo articolo 172 del Codice della Strada, con sanzioni amministrative da 81 a 326 euro, la decurtazione di 5 punti dalla patente e la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi se si viene colti a commettere la stessa infrazione più di una volta nel giro di due anni.

Che caratteristiche devono avere i dispositivi antiabbandono

Come spiega l’Asaps (Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale) il decreto ministeriale attuativo del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti prevede che i dispositivi dovranno attivarsi automaticamente e dovranno essere dotati di un allarme in grado di avvisare il conducente della presenza del bambino nel veicolo attraverso appositi segnali visivi e acustici o visivi e aptici, percepibili all’interno o all’esterno del veicolo, e potranno essere dotati anche di un sistema di comunicazione automatico per l’invio di messaggi o chiamate. Il decreto stabilisce anche le caratteristiche tecniche di questi dispositivi, che potranno essere integrati all’origine nel seggiolino, oppure come dotazione di base o come accessorio del veicolo, ricompreso nel fascicolo di omologazione dello stesso veicolo, oppure come sistema indipendente dal seggiolino e dal veicolo.

Per agevolare l’acquisto di questi dispositivi è stato istituito un fondo per un incentivo di 30 euro per ciascun dispositivo acquistato.

Allarme all’aeroporto di Amsterdam!

Gio, 11/07/2019 - 10:02

Sono circa le 20.30 di un mercoledì 6 novembre qualsiasi quando la faccia di Mentana al Tg7 non promette nulla di buono: «Allarme all’aeroporto di Amsterdam Schipol» dichiara «Non si sa ancora nulla tranne che un aereo che doveva andare a Madrid è bloccato in pista con 25 passeggeri a bordo e stanno arrivando molte ambulanze».

Si vede chiaramente  che il conduttore se potesse farebbe partire una maratona di sei ore ma non può: Lilli Gruber incalza e le notizie che la giustificherebbero sono ancora troppo poche.

60 secondi di pubblicità e gli aggiornamenti a fine telegiornale sono ancora scarsi: «Si sa solo che il pilota ha schiacciato il pulsante di allarme dirottamento mentre si stavano imbarcando i passeggeri, alcuni sono già a bordo e la zona è stata sgomberata» poi Mentana dà gli indici di Borsa e lo spread e saluta ma con la faccia di chi pensa che ci rivedremo prestissimo.

Da quel momento in poi il nulla, stamattina le maggiori testate giornalistiche aprivano su altre notizie, e dell’allarme di Amsterdam? Niente, a una ricerca più accurata ecco un breve trafiletto che spiega: “Un pilota su un aereo per un volo Amsterdam-Madrid ha lanciato accidentalmente un allarme di dirottamento che ha scatenato un importante allarme di sicurezza e conseguente dispiegamento di forze dell’ordine sulla pista dello scalo per l’attivazione dei protocolli sui dirottamenti. Circa un’ora dopo, la compagnia spagnola Air Europa ha annunciato che un pilota aveva attivato accidentalmente l’allarme”.

E la storia finisce qui, se volete farvi due risate andate su Twitter e cercate #Amsterdam.
Qui di seguito il video di un passeggero che ha registrato le scuse del pilota.

Il lago di Bolsena sta morendo

Gio, 11/07/2019 - 07:00

Un’intera area a rischio ambientale, stretta tra sversamenti fognari inquinanti, un progetto geotermico anch’esso inquinante e in zona sismica, e i noccioleti, che succhiano acqua e sputano veleni, minando un’aerea archeologica

«Il principale problema del lago di Bolsena è la disinformazione, per questo la nostra Associazione è fortemente impegnata in attività didattiche e in conferenze pubbliche per diffondere la conoscenza del suo ecosistema». Piero Bruni, ingegnere presidente dell’Associazione Lago di Bolsena è un signore sorridente, molto determinato a difendere il suo territorio, benché abbia raggiunto i 92 anni. «Il nostro obiettivo è che tutto il bacino diventi un’area biologica, senza colture intensive, senza geotermia e senza scarichi di liquami fognari nel lago, ma la strada da seguire è tutta in salita».

Il lago di Bolsena si trova tra le Terme di Saturnia e gli ultimi 11 abitanti di Civita di Bagnoregio, il più bel borgo morente d’Italia, nella parte alta del Lazio, a Nord di Roma. «Ma contro il nostro sogno di vivere in un ambiente ecocompatibile – aggiunge Bruni – ci sono diversi problemi, fra i quali, il più pressante è l’impianto geotermico di Castel Giorgio, previsto nella confinante regione Umbria, per produrre energia elettrica con pozzi profondi oltre 2000 metri. Il progetto, in via di imminente autorizzazione, prevede di estrarre 1000 tonnellate all’ora di fluidi geotermici da sotto il bacino del Tevere e di reimmetterli sotto il bacino del lago di Bolsena. Il rischio è che i fluidi geotermici, che contengono alte percentuali di arsenico e altre sostanze cancerogene, risalgano lungo le numerose faglie presenti nella caldera vulcanica, inquinando l’unica falda acquifera superficiale, della quale fa parte il lago di Bolsena e dalla quale viene prelevata l’acqua per la nostra rete potabile».

«È possibile che altrove le centrali geotermiche siano compatibili con l’ambiente – aggiunge Giancarlo Breccola, vicepresidente della stessa Associazione -, ma qui, oltre che contaminare la falda acquifera, possono provocare un aumento del rischio sismico, già abbastanza alto».

«Non vogliamo che la falda del lago venga inquinata dai fluidi cancerogeni della centrale – aggiunge Rosella Di Stefano, insegnante -. La gran parte dei cittadini sostiene i sindaci e le associazioni che tutelano il territorio; per questo si è attivato un grande movimento che sta raccogliendo contributi spontanei con il crowdfunding. Grazie all’aiuto di tutti, alla fine del mese sarà presentato un ricorso al TAR».

«Altro grave problema è che il collettore fognario, a causa di frequenti guasti, riversa nel lago i liquami di otto Comuni che si affacciano sullo specchio lacustre, anziché avviarli interamente al depuratore, situato più lontano, lungo il fiume emissario Marta», aggiunge Breccola.

Attualmente il lago è minacciato anche dalla proliferazione di centinaia di ettari di nuovi noccioleti, che richiedono molta acqua irrigua e numerose quantità di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti, come chiarisce la stessa Arpa (lo si può leggere a pag. 83 del pdf “Piano di Caratterizzazione Lago di Vico – ARPA Lazio“). “Inoltre la falda acquifera ha già dato quello che poteva dare e non c’è più acqua disponibile per colture irrigue aggiuntive”, spiega Breccola. Come ha riconosciuto il sindaco del Comune di Bolsena, «il lago oggi è letteralmente sotto attacco». Insieme alle associazioni, protestano docenti dell’Università di Viterbo, ingegneri, geologi e tecnici, esperti conoscitori della zona, come pure studiosi dell’Istituto Superiore di Sanità.

«Io collaboro facendo educazione nelle scuole – mi dice Rosella Di Stefano – con un progetto didattico che fa conoscere il lago di Bolsena a tutti gli oltre 800 ragazzi delle scuole medie del bacino lacustre. Oltre a studiare dispense preparate da studiosi del territorio, i ragazzi vanno con il battello pubblico sul lago a pescare il plancton con appositi retini e, una volta tornati a terra, lo esaminiamo con il microscopio; noi insegnanti li portiamo a visitare aziende agricole biologiche e a fare campionamenti di microplastiche sulle spiagge. I nostri studenti sanno bene che l’anello che raccoglie i reflui urbani è incompleto; infatti, spesso accade che i vari campeggi, bar e ristoranti che si trovano lungo la costa occidentale, non coperta dal collettore, scaricano abusivamente i loro reflui nel lago».

Riguardo alla coltivazione del nocciolo, che sta aumentando attorno al lago di Bolsena, «il nostro timore è che accada quello che è successo al vicino lago di Vico – continua Di Stefano -. Lì, negli ultimi decenni, si è sviluppata una mono-coltura i cui trattamenti con fitofarmaci e fertilizzanti hanno determinato un grave stato di degrado. Il lago di Vico ha un volume d’acqua che è la trentesima parte di quello del lago di Bolsena. Essendo piccolo il suo degrado è stato rapido, ma per lo stesso motivo il suo stato ecologico potrebbe essere ripristinato in pochi decenni con opportuni drastici provvedimenti, avendo un tempo di ricambio dell’acqua di circa 20 anni. Il lago di Bolsena si inquina più lentamente, ma il suo degrado rischia di essere irreversibile perché il suo tempo di ricambio è stimato in 300 anni! Se lo perdiamo, non possiamo più salvarlo», specifica l’insegnante.

«Bisogna anche riflettere sulle conseguenze che l’agricoltura intensiva può avere sulla salute umana. Secondo autorevoli studi, alcune sostanze tossiche usate in agricoltura sono entrate nella catena alimentare umana aumentando tumori, leucemie, disturbi della tiroide e addirittura danni neurologici, specialmente nei bambini – prosegue Di Stefano -. Gli agricoltori oggi beneficiano di incentivi economici per coltivare noccioli in modo biologico per i primi 5 anni, ma quando la pianta è diventata produttiva i coltivatori abbandonano il biologico e iniziano a usare fitofarmaci, anche perché la Ferrero non comprerebbe nocciole che non hanno un adeguato calibro e certe caratteristiche. Tra l’altro, in alcuni campi attorno al lago, sono stati piantumati noccioleti in area con vincolo archeologico, dove le radici delle piante possono gravemente danneggiare i depositi esistenti a poca profondità, determinando una perdita di patrimonio storico-artistico».

Autismo: salute fisica e alimentazione

Gio, 11/07/2019 - 07:00

Torniamo a Villa Sardini, Pieve Santo Stefano, Lucca, per continuare a parlare con Francesca Bogazzi (e Jacopo Fo) di autismo. In Italia, purtroppo, siamo ancora indietro con lo studio dei rapporti tra alimentazione e autismo.

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Ecomondo: troppe auto in Italia e pochi mezzi

Mer, 11/06/2019 - 16:00

Il numero di auto italiane nel 2018 è aumentato rispetto al 2017, ad oggi si contano 644 auto ogni 1000 abitanti, il più alto d’Europa. È quanto emerso dalla Relazione sullo stato della green economy presentata ieri a Rimini, nel contesto di Ecomondo.
Siamo dunque in controtendenza rispetto a una media europea che, come testimonia la crisi del settore auto tedesco, incentiva sempre più i mezzi ecologici, la bicicletta in primis, ma anche i mezzi pubblici, anche per motivi economici legato alle ospedalizzazioni e alle morti premature da smog. Problema che tra l’altro ci vede primi in Europa.

Emissioni in crescita

Il dato sulla crescita inesorabile delle auto tricolori si si collega inevitabilmente alla crescita delle emissioni di gas serra dal 2014 al 2018, attestandosi intorno alle 426 MtCO2eq e senza accennare a diminuire. Realtà comune in questo senso a tutta Europa: negli ultimi quattro anni il processo di riduzione delle emissioni si è fermato, anzi, è lievemente aumentato (+0,6%). Oltre alla Polonia, gli aumenti maggiori si sono registrati in Francia e Spagna (rispettivamente +2% e +4%), mentre l’Italia e la Germania sono più stabili intorno al +0,5%.

Solo il Regno Unito presenta dati in controtendenza: a seguito delle importanti politiche di sostituzione delle centrali a carbone che gli hanno permesso di ridurre le emissioni di oltre il 10% negli ultimi quattro anni. Ciliegina sulla torta, nel 2018 in Italia il consumo lordo di energia (+2%) cresce più del Pil (0,9%).

Elettrificazione, a che punto siamo

Il contraltare della crescita dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra è dato dallo stato dell’elettrificazione del parco veicoli italiano.
Sebbene l’Italia sia uno dei paesi UE con la quota più alta di auto con carburanti alternativi (circa 8,5%), è molto indietro nelle vendite di auto elettriche. Se in Germania si sfiora quota 68mila auto elettriche vendute nel 2018, in Italia siamo sotto le 10mila unità.

Ma non dobbiamo disperare, nei primi sei mesi del 2019 si registra invece un aumento delle immatricolazioni delle auto elettriche del +119%.

Per quanto riguarda il settore delle e-bike, l’Italia è il quinto mercato europeo. Infine, la Relazione rileva che la maggior parte degli autobus pubblici è parecchio datata, è alimentata ancora a diesel, e la flotta di autobus pubblici è diminuita nell’arco dell’ultimo decennio, passando da oltre 58.000 unità nel 2005 a circa 51.000 nel 2017. Gli e-bus sono presenti solo in alcune città, come Milano, Torino, Bergamo e Cagliari.

In generale questa fetta di dati mostrano come la conversione green sia al palo in Italia, anzi sia peggiorata negli ultimi quattro anni. Nella Relazione si segnala appunto il significativo ritardo nell’adozione di misure di adattamento al cambiamento climatico da parte delle città italiane.

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Photo by Deva Darshan on Unsplash

Il morbillo colpisce due volte: causa “amnesia immunitaria”

Mer, 11/06/2019 - 12:58

Cancella la memoria del sistema immunitario distruggendo una grossa percentuale del corredo di anticorpi, esponendo così l’organismo a una maggiore suscettibilità alle malattie, sia virali che batteriche. Il virus del morbillo è dunque più pericoloso di quanto ritenuto finora: a parlarne, in un articolo sulla rivista Science, è un gruppo di studiosi guidati da Michael Mina e Stephen Elledge dell’Howard Hughes Medical Institute di Boston.

L’amnesia immunitaria

Nei soggetti infettati – e non vaccinati – il virus del morbillo produce una sorta di amnesia immunitaria: il loro organismo “dimentica” i patogeni che ha già incontrato, risultando maggiormente esposto a infezioni batteriche e virali poiché non è più in grado di riconoscere gli agenti infettivi.

Distrugge il corredo immunologico

Questa “amnesia immunitaria” è stata documentata per la prima volta in un gruppo di 77 bambini olandesi, coinvolti in due studi internazionali, che non erano stati vaccinati contro il morbillo: dalla ricerca è emerso che questi bambini avevano perso tra l’11 e il 73% del loro corredo immunologico, a seconda della gravità dell’infezione.

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Emergenza morbillo: 1200 decessi in Madagascar e l’epidemia in corso negli USA

Morbillo: infezione è un rischio a lungo termine

Il risultato è stato confermato da una simile sperimentazione sui macachi. “Il virus del morbillo è più pericoloso di quanto immaginiamo: ora sappiamo che l’infezione è un rischio a lungo termine per chi viene colpito”, ha spiegato Elledge, che ha precisato anche che “il vaccino ha benefici addirittura superiori all’atteso, dal momento che può proteggere anche da infezioni secondarie alla malattia. Questi nostri risultati mettono ancora più in risalto l’importanza della vaccinazione su larga scala“.

Dalai Lama: ripensiamo alle reincarnazioni

Mer, 11/06/2019 - 12:32

Il 25 ottobre il Dalai Lama ha parlato per due ore con gli studenti nella sede del Government College di Dharamsala in India e tanto ci ha messo a definire il mito secolare delle Reincarnazioni affermando che l’intero sistema tibetano è basato su un retaggio feudale dominato da “reincarnati” – o tulku – che non sono sempre all’altezza, e di alcuni dei quali si «vergogna».

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama già tre anni durante un’intervista al New York Times aveva dichiarato: «Tutte le istituzioni religiose, tra cui il Dalai Lama, si sono sviluppate in circostanze feudali, corrotte da sistemi gerarchici, e hanno cominciato a discriminare tra uomini e donne; sono giunti a compromessi culturali con leggi simili alla Sharia e al sistema delle caste. Pertanto (con me), l’istituzione del Dalai Lama, con orgoglio, volontariamente, si è conclusa».

Probabilmente queste dichiarazioni hanno molto a che fare con il fatto che il governo cinese ha affermato che avrebbe scelto il prossimo Dalai Lama.

Il capo spirituale tibetano ha ribadito un concetto già espresso nel suo pre-testamento del 2011al compimento dei 76esimo anno di età: «Man mano che l’era degenerata progredisce» ha scritto «…sempre più reincarnazioni di alti lama vengono riconosciute, alcuni per motivi politici e con mezzi inappropriati e discutibili, come la legge del governo per “certificare i Buddha viventi”

Un’era degenerata

E agli studenti ha ribadito: «Le istituzioni devono essere di proprietà della gente, non di un individuo, come la mia stessa istituzione, l’ufficio del Dalai Lama dovrebbe finire, o almeno cambiare con i tempi che cambiano».

Nel pre-testamento scrive anche: «All’età di circa novant’anni consulterò gli alti lama delle tradizioni buddiste tibetane, la nostra gente e altre persone che seguono il buddismo tibetano e rivaluterò se l’istituzione del Dalai Lama debba continuare o meno».

Il prossimo sarà una donna?

La decisione sul prossimo Dalai sarà comunque presa col parere di una divinità femminile di nome Palden Lhamo e si celebrerà la cerimonia della divinazione.

Tra le soluzioni prospettate nel suo Testamento, il Dalai Lama parla della possibilità di proiettare una sua stessa “emanazione” nella mente di un lama “vivente”, un saggio o un giovane selezionato ma potrebbe anche essere una donna e con un “corpo attraente”.

Magari Santità, magari.

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Foto di John Hain da Pixabay

Ex-Ilva: una lunga storia irrisolta

Mer, 11/06/2019 - 11:00

I numeri sono semplici: l’Ex-Ilva di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa, dà lavoro a 10.700 operai di cui 8.000 solo a Taranto (cifra che raddoppia se calcoliamo l’indotto) e produce ogni anno acciaio per 24 miliardi di euro.

Malgrado questo la ArcelorMittal vuole andarsene da Taranto.

Cos’è lo scudo penale

L’Ilva inquina, e molto. Quindi lo stabilimento deve essere messo a norma tramite un “piano ambientale”. Vista però l’importanza occupazionale e produttiva l’Ex-Ilva continua a funzionare e la nuova proprietà avrebbe dovuto provvedere all’attuazione del piano nei tempi e modi previsti al momento dell’accordo.

Nel 2015 il governo Renzi, per “proteggere” gli eventuali acquirenti e mantenere l’occupazione ha approvato un decreto dove si escludeva la responsabilità penale di chi avrebbe gestito l’acciaieria «in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del Piano ambientale». In pratica, la dirigenza dell’acciaieria non poteva essere denunciata per danno ambientale durante l’attuazione del piano stesso, sempre che ne fossero rispettati i tempi.

La scorsa settimana un voto al Senato ha rimosso lo scudo penale e quindi ecco che la ArcelorMittal ha deciso di rinunciare all’acciaieria. O almeno così dichiara.

Come si è arrivati a rimuovere lo scudo penale, le decisioni prima prese e poi ritirate e poi ancora ribadite è magnificamente spiegato in un lungo articolo su Il Post

Il problema è l’eliminazione dello scudo penale?

In molti – Pd in primis – accusano l’Azienda anglo-indiana posseduta per il 40% dal magnate indiano Lakshmi Mittal di usare lo scudo penale come scusa per rinunciare e chiedono al Governo di ripristinarlo così da verificare se quello della società è un bluff come da più parti si sospetta.

La Borsa racconta un’altra storia

La Borsa di Amsterdam, dove è quotata ArcelorMittal, tra lunedì e martedì, cioè nei giorni in cui il gruppo ha formalizzato al Governo l’intenzione di abbandonare la partita Ilva ha visto aumentare le azioni del gruppo del 6,1%. In un articolo de Il Sole 24 ore si analizza il perché di questo fantastico rialzo che in pratica è presto detto: l’abbandono – sempre che non ci siano novità nella trattativa con il Governo – frutterebbe al colosso dell’acciaio 1,2 miliardi di dollari annui nel breve periodo se si calcolano le perdite annuali (600 milioni di dollari), il canone d’affitto (200 milioni) e il mancato investimento promesso per 400 milioni di dollari.

La crisi dell’acciaio

L’acciaieria attualmente perde tra gli uno e i due milioni di euro al giorno per la crisi del mercato internazionale dell’acciaio iniziata nel 2018.
A questi problemi vanno aggiunti quelli dell’altoforno 2, che secondo i magistrati non è sicuro e potrebbe avere bisogno di pesanti investimenti per essere messo in sicurezza, tanto che si potrebbe arrivare a doverlo spegnere causando ulteriori danni all’azienda.  

Come andrà a finire?

Aspettiamo l’incontro di oggi tra l’Azienda e il Governo.
Scrive Il Post: “Secondo molti esponenti della maggioranza, a quel punto ArcelorMittal metterà sul tavolo le sue vere richieste: potrebbero andare da uno sconto sulla prossima rata che la società deve pagare (1,5 miliardi di euro su un totale di circa 4, tra affitti, investimenti e piano ambientale) al permesso di dimezzare i dipendenti, licenziando 5 mila lavoratori”.

E a Taranto si continua a morire

Tra i lavoratori impiegati nello stabilimento Ex-Ilva di Taranto si registra il 500% di casi di cancro in più rispetto alla media della popolazione generale della città, non impiegata nello stabilimento. È questa l’ultima stima, pubblicata nel 2018, dell’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona)

Mantenere l’occupazione è incompatibile con salvaguardare la salute dei cittadini di Taranto?
Scrive Gad Lerner su Repubblica: “Il grande sconfitto, insieme ai tarantini, è il riformismo: ovvero qualsivoglia progetto di riconversione che rendesse compatibile la produzione dell’acciaio con la bonifica del territorio. Sviluppo e salvaguardia dell’ambiente: in altri Paesi europei ci sono riusciti. A Taranto ci hanno provato in tanti, almeno a parole. Non ci è riuscito nessuno”.

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Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi

Mer, 11/06/2019 - 07:00

Piantare alberi per contrastare l’aumento delle temperature, per facilitare il ciclo dell’acqua, per fissare la C02, per ombreggiare ed anche per assorbire particolato e rumore. Per tantissime ragioni, perché tutte queste sono funzioni che possono assolvere le alberature di alto fusto e il verde (arbusti e manto erboso) in genere.

Leggi anche: Cambiamenti climatici: una soluzione efficace è piantare alberi

E, dal riconoscimento di tutti questi aspetti, oltreché sulla scia e come sorta di misura di compensazione per tutte le perdite boschive avute – con gli incendi avvenuti dalla Siberia all’Amazzonia, dall’Africa all’Indonesia – sono nate iniziative lodevoli che si stanno già avviando in varie parti di Italia e del mondo, per incrementare il numero degli alberi.

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60 milioni di alberi, 1 per ogni abitante in Italia

La spinta in Italia è derivata anche da una iniziativa chiamata 60 milioni di alberi, ovvero più o meno uno per ogni abitante in Italia. Una iniziativa nata inizialmente come appello promosso dal presidente di Slow Food Carlo Petrini, da Stefano Mancuso, scienziato e direttore di LINV (International Laboratory for Plant Neurobiology) e dal vescovo di Rieti (e di Amatrice) Domenico Pompili.  Tutti tre si sono espressi, nel formulare questo appello, anche a nome delle Comunità «Laudato Si’», ovvero di quei collettivi di idee e azione fioriti intorno alla famosa enciclica pubblicata da papa Francesco nel 2015, che ha incitato a un cambio di passo su ambiente e clima.

Enzo Bianco, presidente del Consiglio Nazionale dell’Anci, l’associazione che raggruppa oltre 7 mila comuni, si è rivelato, tra i primi, entusiasta del progetto.

E anche dal sito del CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, istituito presso il Ministero delle politiche agricole, forestali e del turismo si legge, a proposito dell’iniziativa: “Una bella idea che va trasformata in un progetto a scala nazionale, basato su criteri scientifici, ovvero non basta dire “piantiamoli”, servono spazi e luoghi idonei, materiale vivaistico controllato e risorse per le cure colturali“.

Dove serve e come farlo (garantendo la cura nel tempo)

E come affermano dal CREA, allo stesso modo, si esprimono altri esperti in alboricoltura a livello nazionale. Prima di tutto i luoghi. Secondo molti di loro i luoghi idonei sono necessariamente le città. Gli alberi devono essere piantati dove servono, dove c’è inquinamento, dove serve ombreggiamento, dove la CO2 antropica si produce. Le aree urbane rappresentano solo il 2% delle terre emerse e producono oltre il 70% della CO2, e le piante sono migliaia di volte più efficienti nel fissare CO2 e inquinanti quanto più sono vicine alle sorgenti che le emettono. Le radici inoltre trattengono il terreno, aiutano a drenare e sono quindi un sistema ideale per garantire maggiori stabilità di pendii. Non esiste perciò un motivo per cui le città non dovrebbero essere piene di verde, non esiste una sola controindicazione.

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Ma è fondamentale che, una volta realizzate, queste piantumazioni abbiano chi se ne prende cura: questi nuovi alberi, che siano piccoli di età o più grandi, devono essere “allevati”, a maggior ragione se sono piante “giovani”. Lo stesso vale, anche se in misura minore, per un albero più grande, per esempio di tre metri di altezza, anche qui è necessario garantire irrigazione, controllo della crescita con regolarità e se l’ancoraggio può andar bene o invece danneggiare il fusto in crescita.

La manutenzione a volte può essere anche più costosa della spesa di impianto, ma è così importante per garantire attecchimento e sopravvivenza che, come dicono tutti gli esperti in materia, non può non essere prevista o sottostimata.

Può bastare piantare alberi per contrastare il cambiamento climatico?

La risposta è no, non è sufficiente. Serve, è indispensabile anche per il benessere dentro le città, per i tanti altri fattori sopra esposti, ma non è l’unica misura necessaria per contrastare e nei tempi rapidi in cui occorre farlo, il cambiamento climatico e l’innalzamento delle temperature.

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Lo spiega bene Stefano Mancuso, tra i promotori dell’iniziativa: anche modificare i propri consumi è fondamentale, quello che si chiama cambiamento dei consumi dal basso. Ma anche questo richiede tempo: le scelte ragionate delle persone si ottengono attraverso il contagio virtuoso che comunque non è immediato, anzi è un processo troppo lungo e non ce lo possiamo permettere.

Servono anche, e contemporaneamente dunque, energiche azioni politiche ed economiche, per avere cambiamenti più rapidi di rotta.

Per esempio includere la protezione della natura e la difesa dell’ambiente nella nostra Costituzione – in questa direzione va la proposta di legge costituzionale depositata in Commissione Affari Costituzionali della Camera un anno fa – oltreché procedere con le Dichiarazioni di emergenza ambientale ed ecologica, come si sta già facendo in alcuni Comuni.

Estendere in Costituzione il dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2) anche all’ambiente e alle future generazioni, va a guardare al futuro, non solo al presente. Consumare risorse irriproducibili, danneggiare gli ecosistemi irreparabilmente è un crimine contro chi verrà dopo di noi, e lo è anche per noi, perché gli scenari che si presentano indicano mutamenti rapidi: per cui è importante per una Costituzione di uno Stato che la Repubblica “riconosca e garantisca la tutela dell’ambiente come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Promuova le condizioni per uno sviluppo sostenibile” (così suonerebbe la seconda parte dell’art. 9 dopo le modifiche).

Ma anche far capire agli imprenditori che la rivoluzione verde è una enorme opportunità per il futuro delle nostre aziende, supportandone le scelte in tali direzioni, smascherando chi fa solo greenwashing enon pianifica e investe realmente in termini di green economy. E al tempo stesso, guidare questa rivoluzione con scelte politiche lungimiranti in termini di incentivi/disincentivi, di tasse e servizi, di sostegno alla ricerca e di aiuti alle imprese.

Altre fonti:

https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/piantiamo-60-milioni-alberi-per-ogni-cittadino-italiano-92d1cc40-d4b5-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml
https://www.crea.gov.it/-/piantiamo-60-milioni-di-alberi-per-contrastare-il-cambiamento-climatico
https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2019/09/08/news/se_vivere_green_non_basta_piu_-235539186/

Immagine di copertina di Armando Tondo

Genitori tengono a casa i figli per protesta: in classe c’è un’alunna disabile

Mar, 11/05/2019 - 14:30

Ogni anno la stessa storia, centinaia di bambini hanno bisogno di un’assistenza mirata, invece per loro la scuola comincia più tardi. Perché al Ministero scoprono a settembre che vanno coperte le cattedre di sostegno. A Cornegliano Laudense, la scuola era iniziata miracolosamente lo stesso giorno per tutti gli alunni, inclusi quelli con disabilità, senza esclusioni. Ci hanno pensato i genitori a escludere. E fa sorridere (amaramente) che l’episodio sia avvenuto proprio in provincia di Lodi, città dove lo scrittore Alberto Arbasino ha ambientato La bella di Lodi, forse il ritratto più efficace del ceto medio borghese della bassa Lombardia, città resa famosa per un altro episodio di esclusione scolastica a danno dei bambini: la sindaca della Lega aveva provato a escludere dalla mensa scolastica alcuni bambini stranieri appigliandosi a ingarbugli burocratici non imputabili ai genitori degli stessi. La sindaca è stata sconfessata dal Tribunale di Milano.

I FATTI

I genitori di alunni di una classe della scuola primaria hanno tenuto a casa per un giorno i figli per protestare contro le difficoltà che a loro avviso provocherebbe la presenza di una bambina disabile in classe. L’episodio risale all’11 ottobre scorso, ma è venuto alla luce soltanto negli ultimi giorni, complice la battaglia a colpi di striscioni e circolari tra genitori e gli insegnanti. Incalzata dai genitori, in protesta da giorni, la dirigente scolastica della scuola, Stefania Menin, lo scorso martedì ha indetto una riunione con loro per calmare gli animi e trovare una soluzione, in presenza di un rappresentante del Prevvidorato. 

Poco prima della riunione, 50 persone, fra docenti e insegnanti provenienti dal territorio del Lodigiano, hanno organizzato una manifestazione silenziosa, con, anziché urla, semplici striscioni: “La scuola è di tutti”. Pochi giorni prima, nella scuola Ada Negri, era stata diramata una comunicazione ufficiale che richiamava ai valori dell’inclusione e al principio costituzionale dell’universalità della scuola pubblica.

Non protestiamo contro la bambina in classe” ha fatto sapere il padre di un alunno coinvolto nella protesta dei genitori, “ma contro le risposte della scuola” perché giudicate inadeguate o mancanti, da parte della scuola. 

Al di là delle dichiarazioni lasciate dopo che la notizia è andata sui giornali, la responsabilità è però chiara: le famiglie hanno volutamente messo da parte una compagna che ha un deficit cognitivo ed è seguita da un’insegnante di sostegno. La bambina, così come i suoi genitori, già quotidianamente sottoposti a difficoltà, di fatto hanno subito una discriminazione. Anche perché, come ha spiegato la stessa preside della scuola, Stefania Menin, la situazione è molto meno grave di quanto lamentano i genitori: “Capisco le preoccupazioni dei genitori, ma bastava parlarne con noi per capire che il nostro istituto sta facendo tutto il possibile. Il giorno dello sciopero, la madre della bambina con disabilità era stata avvisata appena in tempo che non c’era nessuno a scuola e per questo aveva inventato una scusa per non portarla in classe. La bambina è seguita in tutte le 38 ore scolastiche settimanali con un sostegno. L’insegnante di classe non è mai da sola. Il nostro istituto ha sempre puntato sull’inclusione. La situazione poi è molto meno grave rispetto a come viene descritta: nei nostri otto plessi abbiamo altri 130 casi, molti dei quali più complicati da gestire”. 

Dunque il caso non rientrerebbe nemmeno tra gli alunni con deficit e disabilità che hanno bisogno di un’assistenza mirata ma non la ricevono, o la ricevono tardi, e quindi sono costretti a cominciare la scuola dopo i loro compagni, con tutte le difficoltà che ne derivano. 

In Italia solitamente la vergona sta nei numeri

1 bimbo su 2 è senza sostegno

285 euro il valore mensile delle pensioni di invalidità, che le associazioni hanno chiesto al governo di aumentare, partendo dai disabili più gravi. 

245mila gli alunni con disabilità iscritti alle scuole statali. 

165mila gli insegnanti di sostegno, di cui 65.890 su posti in deroga, un record che conferma la tendenza progressiva e in aumento vertiginoso negli ultimi anni. 

A Cornegliano Laudense, stavolta, la vergogna alle sole famiglie.

Foto di moritz320 da Pixabay

Tumore al seno, allo studio test del sangue per diagnosi precoce

Mar, 11/05/2019 - 12:43

Un semplice esame del sangue potrebbe prevedere lo sviluppo del cancro la seno con cinque anni di anticipo rispetto al manifestarsi dei segni clinici tipici della malattia. Lo studio che descrive il funzionamento dell’innovativo test è stato presentato alla Conferenza sul cancro del National Cancer Research Institute (NCRI) 2019 a Glasgow, in Scozia, dai ricercatori della School of Medicine della Nottingham University (Regno Unito) che lo hanno messo a punto.

Come funziona l’esame del sangue

Le cellule tumorali, spiegano gli autori della ricerca, producono delle proteine – i cosiddetti antigeni associati al tumore – che portano l’organismo a produrre anticorpi contro di loro (gli autoanticorpi). Gli studiosi hanno quindi sviluppato pannelli di antigeni associati al tumore, già noti per essere associati al carcinoma mammario, per rilevare se nei campioni di sangue prelevati dai pazienti erano presenti autoanticorpi contro di loro. La nuova analisi del sangue sarebbe infatti proprio in grado di identificare la presenza di questi autoanticorpi legati al cancro al seno, prevedendo lo sviluppo della neoplasia con alcuni anni di anticipo.

Diagnosi precoce per il tumore al seno

Secondo quanto riporta la Press Association il test ha identificato correttamente il carcinoma mammario nel 37% dei campioni di sangue prelevati da pazienti affetti dalla neoplasia, e allo stesso tempo è stato anche in grado di dimostrare che il 79% dei campioni di sangue dei partecipanti al gruppo di controllo non presentava tracce di tumore.

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Daniyah Alfattani, dottoranda di ricerca che ha partecipato allo studio, presentando la ricerca alla conferenza del NCRI ha spiegato che “i nostri risultati dimostrano che il cancro al seno induce autoanticorpi contro pannelli di specifici antigeni associati al tumore. Siamo stati in grado di rilevare il cancro con ragionevole precisione identificando questi autoanticorpi nel sangue”. Ha anche aggiunto che, sebbene servano ulteriori studi per migliorare l’accuratezza di questo test, i risultati ottenuti sono incoraggianti e “una volta incrementata la precisione dell’esame sarà possibile utilizzarlo per diagnosticare precocemente questo tumore”. Il che potrebbe avvenire anche nei prossimi 4-5 anni, se verranno stanziati investimenti sufficienti per svolgere nuovi studi.

Clima, Accordi Parigi: USA fuori, Cina e India dentro

Mar, 11/05/2019 - 12:40

Come promesso nella campagna elettorale del 2016, l’amministrazione Trump ha proceduto ieri al ritiro ufficiale degli USA dal patto internazionale per il clima di Parigi del 2015, firmato da 195 paesi. Nel frattempo il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente cinese Xi Jinping si apprestano a firmare domani un documento che attesta l’irreversibilità degli accordi di Parigi. La cooperazione tra Europa e Cina diventa pertanto piuttosto decisiva. Per far funzionare l’accordo senza gli Stati Uniti occorre necessariamente ottenere il rispetto dei limiti di emissioni da altri importanti inquinatori come la Cina e l’India. Soprattutto perché secondo i parametri delle Nazioni Unite, Cina e India sono considerati paesi in via di sviluppo e quindi non obbligati a contenere le emissioni.

Fra un anno le elezioni americane

Il ritiro USA sarà valido tra un anno, a partire dal 4 novembre 2020, lo scenario potrebbe quindi ancora cambiare con le elezioni americane 2020. Tuttavia, come riconosce Lisa Friedman sul New York Times, anche se gli Stati Uniti eleggeranno un democratico nel 2020, non è detto che l’eventuale rientro andrebbe a buon fine. L’accordo di Parigi è il secondo patto globale sui cambiamenti climatici a cui gli Stati Uniti hanno aderito sotto un’amministrazione democratica e abbandonato sotto una repubblicana, come quando George W. Bush ritirò gli Stati Uniti dal protocollo di Kyoto del 1997.

Il popolo americano si dissocia dal governo

Negli Stati Uniti, gli ambientalisti stanno premendo su governi locali, città e imprese per ridurre le emissioni e passare a fonti di energia rinnovabile come l’energia solare ed eolica. Centinaia di governi e imprese locali hanno sottoscritto impegni sulle emissioni nell’ambito di un movimento chiamato We Are Still In, che spera di mostrare al mondo che gli americani sono dietro l’accordo di Parigi, anche se l’amministrazione non lo è. Le cosiddette promesse del governo subnazionale sono volontarie e non esiste un modo concordato per calcolare fino a che punto i loro sforzi si stanno muovendo collettivamente verso l’impegno del presidente Barack Obama di ridurre le emissioni di circa il 28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025.

Gli Usa sono il primo paese a notificare all’Onu l’uscita dagli accordi di Parigi ma ve ne sono altri 10 che non hanno ancora ratificato l’intesa compresi TurchiaIran e Iraq.

La posizione dell’India

L’India, che ha recentemente ratificato gli accordi di Parigi (ma non la loro irreversibilità), arriverà a produrre emissioni di Co2 del 73% superiori a ora nel 2030. A fronte dell’emergenza climatica di New Delhi, il governo indiano si è impegnato a ridurre di un terzo le emissioni di gas serra entro il 2030, puntando soprattutto sulle fonti di energia rinnovabile, in gran parte su fotovoltaico ed eolico. Soprattutto perché l’India conta ancora sul carbone per il 60% dell’energia elettrica consumata. 

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Il tennis italiano maschile è uscito dal tunnel e dal cliché morettiano

Mar, 11/05/2019 - 12:00

Il lungo tunnel del tennis maschile italiano si procurò persino un passaggio in “Aprile” di Nanni Moretti: “Muscoli!… Così non ti vengono quelle spallucce vittimiste dei tennisti italiani, che perdono sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa loro”.

Era il 1998 che poi fu anche l’anno dell’ultima finale di Coppa Davis, diciotto anni dopo quella persa dal gruppo Panatta Barazzutti Bertolucci Zugarelli. Un gruppo storico che ha monopolizzato la narrazione del tennis maschile in Italia. Ogni minimo exploit, che avvenisse a Roma, a Parigi, a Montecarlo, scattava l’immancabile intervista agli eroi del tempo che fu. Poi ovviamente c’è Pietrangeli, ma bisogna arretrare ulteriormente.

Il tennis italiano ha vissuto di fiammate, fondamentalmente di illusioni. Quella che volta che Canè andò a due punti dalla vittoria contro Lendl a Wimbledon. Quella volta che Camporese portò Becker al quinto set. Che poi furono due. Quella volta che battemmo la Spagna in Coppa Davis. Quella che volta che Canè battè Wilander. Eccetera eccetera

Adesso, però, qualcosa è inaspettatamente e rapidamente cambiato. È successo sotto i nostri occhi. In un anno, meno di un anno, l’Italia del tennis si è ritrovata tra le mani il numero otto del mondo che parteciperà alle finali Atp di Londra: l’equivalente del vecchio Masters. E anche qui tutti a dire che non capitava da Panatta e Barazzutti.

Matteo Berrettini

Il tennista è Matteo Berrettini che non ha nulla del cliché del tennista italiano. Innanzitutto ride, è allegro, è positivo. Non è imbronciato, non spacca racchette, non è perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Anzi, la solidità mentale è uno dei suoi punti di forza. Dà l’idea della gioia di vivere. Poi sa anche giocare a tennis: ha un gran dritto e un servizio notevole. È arrivato in semifinale a Flushing Meadows, è entrato nei primi dieci e si è qualificato per il torneo tra gli otto tennisti più forti del mondo.

Berrettini è quel che potrebbe essere definito un tennista italiano atipico. Anche perché il più forte che abbiamo avuto in questo periodo è stato Fabio Fognini grande talento in grado di essere anche il numero nove della classifica mondiale. Ma anche uno da cui in campo potevi e puoi sempre aspettarti di tutto. Nel bene e nel male.

Jannik Sinner

Il volto nuovo del tennis italiano non è soltanto Matteo Berrettini. C’è anche Jannik Sinner, 18 anni e mezzo, di Bolzano, che è appena entrato tra i primi cento del mondo. Anche lui irreprensibile sul campo, almeno fin qui. Non ha timore di dichiarare che il suo obiettivo è diventare il numero uno, il più forte di tutti. Sinner è il manifesto degli anti-bamboccioni.

In un’intervista al Giornale, ha detto: «La mia determinazione arriva dalla famiglia, così come la cultura del lavoro. Mio papà fa il cuoco e mia mamma lavora come cameriera nello stesso rifugio. Ancora oggi. Mi seguono da lì. Quand’ero piccolo magari telefonavo dopo una sconfitta e mia mamma a volte rispondeva: “Non chiamarmi adesso, sto lavorando!”. Questo insegna a mettere l’impegno davanti a tutto. Loro sono un esempio per me. E quella testa lì non è da tedesco, è da Sinner». Prepariamoci.

L’Intelligenza Artificiale ci salverà

Mar, 11/05/2019 - 11:18

Factmata è una società fondata da Dhruv Ghulati insieme a due professori universitari per combattere la disinformazione sul web: fake news (notizie false), hater (insultatori e odiatori), spam, propaganda.

Il progetto di Dhruv Ghulati

Un’intelligenza artificiale che interpretando il linguaggio scova i contenuti “a rischio”.
Spiega Ghulati: «L’intelligenza artificiale oggi è sufficientemente avanti nell’analisi linguistica da poter individuare frasi ambigue che potrebbero non essere credibili o argomentazioni che potrebbero essere poco attinenti al vero».

Ecco cosa dice in tema di informazione e pubblicità sul web: «C’è un problema di modello di business della rete. In un mondo guidato dalla pubblicità, chi scrive contenuti per il web non ha incentivi a fare buona informazione. Se si vendono sottoscrizioni è diverso, ma se si vende pubblicità l’unico incentivo che hanno è guadagnare click, pagine viste. Quindi m’interessa molto capire se i governi sono interessati a pagare, quindi a incentivarli, i giornalisti che scrivano contenuti di qualità. Anche i pubblicitari, dal canto loro, dovrebbero pagare di più in un contesto dove il modello di business prevede la scrittura di contenuti di buona qualità. Questo è il perno su cui dovremmo lavorare per pulire il web utilizzando il mercato».

Il progetto ha già raccolto 1 milione di dollari di finanziamenti in soli due anni.

Su Il Fatto Quotidiano l’intervista completa a Dhruv Ghulati.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay