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Aggiornato: 1 ora 39 min fa

World Emoji Day

Mer, 07/17/2019 - 13:25

Secondo l’indagine condotta da Top Doctors in occasione del World Emoji Day che cade il 17 luglio, una persona su 2 ritiene che le emoticon rivestano un ruolo fondamentale nella creazione di connessione intellettuale e vicinanza emotiva tra due interlocutori.

Ogni anno il 17 luglio si festeggia il World Emoji Day, la giornata dedicata alle “faccine” che ogni giorno colorano le nostre conversazioni virtuali. In occasione della ricorrenza, Top Doctors ha condotto un’indagine per capire quanto gli italiani utilizzano le emoji e che importanza le stesse assumono nell’interazione digitale.

Stando ai risultati, la diffusione delle emoticon è massima: l’83% del campione le utilizza spesso o in ogni conversazione virtuale. Nonostante ci sia ancora qualche scettico, le emojii sono quindi ormai parte integrante delle interazioni online, al punto che, per buona parte degli interpellati, è consuetudine usarle anche nelle mail di lavoro.

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Foto di Pixaline da Pixabay 

Addio ad Andrea Camilleri: successo, vita ed entusiasmo

Mer, 07/17/2019 - 13:00
Fonte: Fanpage.it

Dalla stampa nazionale:

ANDREA CAMILLERI, 1925-2019. Dialetto e umanità: così lo hanno capito tutti. Andrea Camilleri, il successo arrivato a 67 anni e i libri in 120 lingue: “dialetto per diletto” e umanità, così si è fatto capire in tutto il mondo.

Con lo scrittore siciliano se ne va una delle stelle di riferimento della letteratura contemporanea che da direttore di produzione in Rai fu “scoperto” all’età della pensione da Sellerio, arrivando a vendere oltre 10 milioni di copie. Con il suo “vigatese” (lingua pittoresca e standardizzata) è riuscito a farsi capire da chiunque, con il suo eloquio ipnotico ha vissuto una terza giovinezza nel suo agire pubblico e politico, da uomo di sinistra Camilleri sono.

Andrea Camilleri è morto. Avrebbe compiuto 94 anni il prossimo settembre. Se ne va una delle più popolari e maestose stelle della letteratura contemporanea, tradotta in 120 lingue, venduta in oltre 30 milioni di copie. Uno scrittore che con quel “dialetto per diletto” usato per il suo commissario Montalbano è diventato una pietra miliare della scrittura italiana. La lingua della propria regione trasformata in passepartout nazionale.

Il “vigatese”, dialetto standardizzato e italianizzato, proverbiale, pittoresco e continuamente spiegato. Con quei verbi appuntiti, gli aggettivi e sostantivi irruviditi, il miracolo linguistico Camilleri – il suo “italiano bastardo”, quel “flusso di un suono” – si è fatto case-study espressivo unico, prepotente e innegabile. Ben oltre la Ferrante-mania o le radicali genialità stilistiche di un Gadda. Camilleri si è fatto capire da chiunque. E parafrasando clandestinamente Alberto Moravia “abbiamo perso prima di tutto un romanziere, e di romanzieri ne nascono solo tre o quattro in un secolo”. Poi c’è l’invenzione del personaggio letterario. E qui forse c’è un pizzico in più di casualità nel successo che di furbesca premeditazione. Salvo Montalbano, commissario come Maigret, con una “o” aggiunta in omaggio al grande Manuel Vazquez Montalban e al suo Pepe Carvalho, omo di ciriveddro e d’intuito, è una figura cesellata a tutto tondo, alquanto burbero e spigoloso, con un passato che i lettori hanno imparato a scoprire pagina dopo pagina. Nulla di eccezionale, ma tutto di superlativo. Complice il faccione calvo di Luca Zingaretti in tv, e la regolarità con cui Camilleri e la sua saga edita da Sellerio hanno trascinato verso i piani alti delle vendite il giallo, Montalbano ha assunto il valore di archetipo letterario in mezzo ad un profluvio di epigoni più o meno maldestri, più o meno scopiazzati. Continua a leggere (Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT di Davide Turrini)

  • LE DUE GRANDI LEZIONI CHE ANDREA CAMILLERI RICEVETTE IN VITA. La prima grande lezione che Camilleri ha ricevuto nella sua vita risale al 1949, precisamente quando stava sostenendo l’esame di ingresso per entrare come allievo regista all’Accademia di Arte Drammatica di Roma. Lo scrittore racconta la storia con la sua voce calda e da fumatore accanito, spiegandoci e raccontandoci, parola dopo parola, la situazione. Dopo le due ore e mezza previste dalla prova, il giovane Camilleri consegna il compito e il maestro di regia Orazio Costa, dandogli la mano gli dice “Sappia che io non condivido nulla di ciò che ha scritto e detto in queste due ore. Arrivederla.

Di conseguenza, lo scrittore convinto di non essere stato ammesso, lascia l’alberguccio in cui alloggiava per andare a casa di un suo amico e girare Roma.

Quando giunge il giorno della partenza, passa da quell’alberguccio per controllare se fosse arrivata della corrispondenza per lui: due sono le missive, la prima da parte di suo padre per avvertirlo che fosse stato ammesso all’Accademia e la seconda che lo avvisa del fatto che le lezioni erano cominciate da sei giorni. Così quando Andrea Camilleri si presenta a scuola il professore di regia Orazio Costa gli domanda perché fosse arrivato solo quel giorno e lo scrittore: “Perché pensavo che non sarei mai entrato dato che lei mi disse che non condivideva”. “Alt” interrompe il professore: non condividere non significa che le opinioni o le idee dell’altro sono sciocche. Ed ecco la prima grande lezione: ascoltare sempre fino in fondo le ragioni dell’altro, anche se non le si condivide. Continua a leggere (Fonte: LIBRERIAMO.IT)

  • CAMILLERI ATTRAVERSO LE SUE FRASI. Andrea Camilleri non c’è più. Lo ricordiamo attraverso 10 sue frasi, testimonianza di impegno civile e di senso dell’humour.

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»Continua a leggere (Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT di Bruno Patierno)

Fonte immagine STYLE24.IT

Stop alle botticelle in città, solo nei parchi

Mer, 07/17/2019 - 12:30

Grazie a un nostro emendamento non sarà più consentito il servizio di piazza con animali, le cosiddette botticelle, se non all’interno di parchi o riserve naturali, o in caso di manifestazioni pubbliche di carattere religioso culturale, storico e di tradizione popolare. In questi casi resta in capo al Comune la facoltà di rilasciare la licenza. Potranno continuare a prestare servizio di piazza le slitte nelle località e nei periodi di tempo in cui ne è consentito l’uso”. Lo afferma il M5S in commissione Trasporti.

Ovviamente i Comuni – spiegano i deputati e le deputate M5S – che hanno una conoscenza specifica del territorio, tramite deliberazione di giunta, potranno riconvertire le licenze in altri titoli autorizzativi per servizi taxi e di noleggio con conducente. Tuteliamo così la sicurezza e il benessere degli animali utilizzati per il trasporto di piazza, ma anche l’incolumità delle persone e la sicurezza della circolazione stradale, garantendo al tempo stesso l’occupazione per gli operatori del settore. Il provvedimento, richiesto a gran voce da tanti cittadini e associazioni di settore, sarà in Aula già la prossima settimana per l’approvazione in prima lettura”.

Fonte “Stop alle botticelle in città, solo nei parchi” di ANSA.IT

Dai microchip al gore-tex: ecco come la “corsa alla Luna” ha generato una rivoluzione tecnologica

Mer, 07/17/2019 - 10:24

Potremmo definirla la “tecnologia arrivata dalla Luna” o meglio “grazie alla corsa alla Luna”. Sono almeno 30.000 i materiali e gli oggetti nati dagli studi e le applicazioni ideati per il programma Apollo nella lunga corsa allo Spazio. Molti sono ormai di uso comune nella vita quotidiana, come il gore-tex delle tute degli astronauti oggi utilizzato per le giacche a vento, il velcro che sostituisce bottoni e chiusure lampo, o ancora le gomme da masticare al fluoro e il rivestimento in teflon che rende le pentole antiaderenti.

L’impatto rivoluzionario dei microchip

Si calcola che per ogni dollaro dei circa 25 miliardi spesi negli anni Sessanta per il programma Apollo, le ricadute tecnologiche ne abbiano prodotti tre. Delle tecnologie nate dalla corsa alla Luna, alcune hanno avuto un impatto rivoluzionario, come quella alla base dei circuiti elettronici miniaturizzati: i microchip che hanno permesso di costruire i personal computer e che oggi sono alla base degli smartphone sono stati derivati direttamente dai computer di bordoutilizzati sia nel modulo lunare che nel modulo di comando delle missioni Apollo.

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Foto di Wilfried Pohnke da Pixabay 

Camilleri attraverso le sue frasi

Mer, 07/17/2019 - 10:06

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»

«Che paìsi era quello indove uno che era stato ministro e presidenti del consiglio ’na gran quantità di vote, aviva avuto riconosciuto in via definitiva, ma prescritto, il reato di collusione con la mafia e continuava a fari il senatore a vita?»

«Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.»

«In gioventù percepisci il tempo come un’entità astratta, nella maturità acquisti la nozione di un tempo in qualche modo collegato concretamente al tuo esistere, nella vecchiaia… Nella vecchiaia raggiungi la consapevolezza che il tempo è un flusso continuo che scorre al di fuori di te.»

«È il pensiero della morte che aiuta a vivere.»

Fonte immagine: www.flickr.com/

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 2

Mer, 07/17/2019 - 09:02

Milano sarà calda come Dallas. Il clima e le città nel 2050

Mer, 07/17/2019 - 08:00

Fra trent’anni cammineremo su marciapiedi infuocati. L’asfalto di Corso Sempione a Milano o Piazza Castello a Torino in estate sarà incandescente quanto oggi le strade di Dallas, città del profondo Sud americano, dove si circola solo in auto con l’aria condizionata ai massimi. Il clima sarà subtropicale, caldo e umido. A Città del Vaticano, e nella circostante urbe romana, il termometro salirà anche di più ma la brezza marina allevierà la calura, proprio come avviene ora ad Adana, nella Turchia meridionale.

È il verdetto di uno studio pubblicato su Plos One che analizza quali impatti avrà la crisi climatica su 520 città del mondo da qui al 2050, creando paralleli allarmanti. Londra somiglierà meteorologicamente all’attuale Barcellona, Monaco di Baviera a Milano, Stoccolma a Budapest, Seattle a San Francisco, Madrid a Marrakech ed Edinburgo a Parigi.

Oltre tre quarti delle principali città del pianeta subiranno cambiamenti «sorprendenti» per temperatura e piovosità, avvertono i ricercatori dell’Università ETH di Zurigo. Ancor più grave, il 22 per cento delle metropoli, tra cui Singapore e Giakarta, soffriranno condizioni climatiche estreme, mai sperimentate prima al mondo. E tutto questo, avverte il professor Tom Crowther, in base a modelli di previsione che considerano un riscaldamento terrestre «moderato». Ovvero che le emissioni di CO2 si stabilizzino entro la metà del secolo.

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Il caso e la sfortuna non c’entrano. A causare i tumori è l’ambiente

Mer, 07/17/2019 - 07:00

La sfortuna non c’entra: l’insorgenza di un tumore non dipende dalla malasorte o dal caso. Un gruppo di studiosi dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dell’Università Statale di Milano guidati da Piergiuseppe Pelicci, direttore della Ricerca Ieo e professore di Patologia generale all’Università Statale di Milano, e Gaetano Ivan Dellino,  ricercatore, in collaborazione con i colleghi dell’Università Federico II di Napoli, ha scoperto che dietro a una delle alterazioni del Dna più frequenti e importanti per lo sviluppo del cancro, le traslocazioni cromosomiche, non ci sono il caso o la sfortuna, come ipotizzato fino a oggi, ma degli specifici input che le cellule ricevono dall’ambiente esterno, quest’ultimo condizionato a sua volta dall’ambiente in cui viviamo e dal nostro stile di vita.

Il cancro non si sviluppa per caso o sfortuna

I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Nature Genetics, sembrerebbero dunque rappresentare un primo colpo inferto al mito della casualità del cancro lanciato da Bert Vogelstein della Johns Hopkins Medical School (Baltimora, Stati Uniti), uno degli scienziati contemporanei più autorevoli, quando sulla rivista Science in tre studi pubblicati nel 2016, 2017 e 2018 sostenne come due mutazioni su tre nei tumori fossero dovute a errori casuali effettuati durante i meccanismi di replicazione del Dna delle cellule, e quindi inevitabili. Siccome queste mutazioni venivano considerate del tutto casuali, Vogelstein ha concluso i suoi studi sostenendo che avverrebbero in ogni caso, anche se il nostro pianeta fosse perfetto e i nostri stili di vita irreprensibili. Quindi non possiamo fare nulla per evitare di ammalarci di cancro: possiamo solo sperare che non tocchi a noi, contando sulla fortuna.

Le traslocazioni cromosomiche

Un tumore si sviluppa quando una singola cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni, detti “geni del cancro” o “oncogeni”. Gli autori dello studio pubblicato su Nature Genetics spiegano che possono essere di due tipi le alterazioni presenti nei geni del cancro: le mutazioni, che causano piccoli cambiamenti della struttura di un gene, e le traslocazioni cromosomiche, che causano la fusione di due geni. «Le traslocazioni sono la conseguenza di un particolare tipo di danno a carico del DNA, ossia la rottura della doppia elica», spiega Dellino. Come per le mutazioni, gli studiosi pensavano che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare, come ipotizzato da Vogelstein. «Al contrario il nostro lavoro mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche. Studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma: possiamo prevedere quali geni si romperanno con una precisione superiore all’85%. Tuttavia solo una piccola parte di questi darà poi origine alle traslocazioni, cioè alla fusione di due geni rotti. La questione centrale, che cambia la prospettiva della casualità del cancro, è che l’attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall’ambiente nel quale si trovano le nostre cellule, e che a sua volta è influenzato dall’ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti, per esempio dal tipo di microbi con cui conviviamo, dalle sostanze che ingeriamo, ecc., non certo dalla sfortuna».

Non allentare sulla prevenzione

Le traslocazioni forse in futuro potranno essere usate come marcatore per identificare il rischio di sviluppare neoplasie o come bersaglio per mettere a punto farmaci che aiutino a prevenire il cancro. «Per ora non abbiamo capito esattamente quale sia il segnale che induce la formazione delle traslocazioni, ma abbiamo capito che proviene dall’ambiente. Ci stiamo lavorando», afferma Piergiuseppe Pelicci, coordinatore  dello studio dello Ieo e della Statale. Che spiega che, anche grazie a questo studio, la prevenzione in campo oncologico torna ad assumere un’importanza centrale: «Abbiamo dimostrato che non esiste una base scientifica che ci autorizzi a sperare nella fortuna per evitare di ammalarci di tumore. Anzi: ora abbiamo un motivo in più per non allentare la presa sulla prevenzione riguardo allo stile di vita, al tipo di mondo che vogliamo, ai programmi di salute che chiediamo al nostro servizio sanitario. E anche al tipo di ricerca scientifica che vogliamo promuovere».

Foto di Darwin Laganzon da Pixabay

Ecco i potenziali tormentoni dell’estate 2019

Mar, 07/16/2019 - 21:20

Anche quest’anno li sentirete ovunque: sono quei motivetti che escono apposta d’estate per non darvi tregua, per poi svanire a settembre: le canzoni tormentone. Vediamo cosa ci riserva la musica estiva quest’anno

Qualcuno di voi è già al mare, lo capiamo dal fatto che sui social network le foto cominciano ad arrivare. Qualcun altro sta per partire, qualcuno lo farà tra qualche settimana o non lo farà proprio. In ogni caso, accesa la radio non avrete scampo: sarete stalkerizzati da quei motivetti che escono apposta d’estate per non darvi tregua, per poi svanire alle prime impressioni di settembre. Non è un caso che sia così, sono realizzati con questo scopo. Parliamo dei tormentoni estivi, le canzoni che vengono costruite appositamente per fare da colonna sonora delle vostre vacanze: che poi questa colonna sonora vi piaccia o no, ve la dovrete comunque sorbire (a meno di non cambiare stazione, spegnere la radio o saltare il brano in streaming).

Squadra che vince non si cambia, e in tanti, che hanno vinto l’estate scorsa, tornano a sfidarsi nell’agone del tormentone estivo. A volte, e perché non farlo, ripetendo la stessa formula. Ci sono dei veri specialisti, che sono ovunque, e partecipano alla sfida in più squadre. Nel mondo del tormentone tutto è collegato. Chi vincerà lo sapremo, come ogni anno, intorno a Ferragosto.

Come nei mondiali di calcio di una volta, in cui la partita inaugurale era appannaggio dei campioni in carica, iniziamo la nostra carrellata partendo dai vincitori della scorsa estate, che oggi sperano di rifare il colpaccio…

Jambo, Takagi & Ketra, Omi e Giusy Ferreri

House Music, elettronica e un pizzico di musica etnica ed esotismo. Più la voce roca e graffiante di Giusy Ferreri che, vi piaccia o no, è inconfondibile. Era la ricetta di Amore & Capoeira, il tormentone dell’estate scorsa, cantato a squarciagola anche dei bambini, ignari di cosa significasse quel “non dirmi buonanotte, almeno questa sera”. Takagi & Ketra ci riprovano, cambiando un ingrediente e aggiungendone un altro: in squadra entra anche Omi, che apre il pezzo con un rap, e, al posto del Brasile, c’è l’Africa. Che è solo lo sfondo della solita storia d’amore in terra esotica (“tra il cielo e la Savana tutto girava, Jambo Bwana dicevi tu guardando me”).

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Veterinario gratis per chi adotta animali nei canili

Mar, 07/16/2019 - 17:10

L’Umbria è la prima regione italiana in cui sarà possibile adottare un cane o un gatto ottenendo il rimborso delle spese medico veterinarie.

L’Umbria è la prima regione italiana in cui sarà possibile adottare un cane o un gatto ottenendo il rimborso delle spese medico veterinarie. La proposta – primo firmatario Marco Squarta (Fdi) seconda firmataria Carla Casciari (Pd) – è diventata legge: “In questa maniera – dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia – gli umbri che vivono in condizioni di fragilità potranno prendersi cura di un animale e allo stesso tempo si svuoteranno gradualmente le strutture che rappresentano un costo per le casse pubbliche e un impegno per i gestori. 

E’ un provvedimento di grande civiltà e dovrebbe essere esteso a livello nazionale”.  Il testo della legge prevede “l’erogazione delle prestazioni veterinarie gratuite, compresa la microchippatura e la sterilizzazione” degli animali, per i loro nuovi padroni “in situazione di svantaggio economico” oppure disabili. Nelle nuove disposizioni in materia di sanità e servizi sociali rientrano anche i cani e i gatti “impiegati negli interventi assistiti con animali” ossia quelli utilizzati per la pet therapy.“

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Neofascisti italiani e mercato nero dei missili in Ucraina

Mar, 07/16/2019 - 15:29

«Ho un missile aria-aria di fabbricazione francese da vendere. Ti interessa?». A scrivere è Fabio Del Bergiolo, 60 anni, ex ispettore delle Dogane in servizio a Malpensa, candidato al Senato nel 2001 per Forza Nuova nel collegio di Gallarate. Il destinatario del messaggio intercettato via WhatsApp dalla Digos di Torino è un combattente italiano reduce del Donbass.

La notizia dell’operazione della polizia coordinata dalla procura torinese che ha portato all’arresto di tre persone per detenzione e posta in vendita di arsenali militari e armi da guerra sta facendo il giro dei giornali nazionali. Pistole, in prevalenza di produzione austriaca, tedesca e statunitense trovate sotto il letto dell’ex aspirante senatore Del Bergiolo. Ma anche fucili d’assalto tipo «bullpup» Steyr Aug, Colt M16 in dotazione all’esercito Usa, una Steyr Mannlicher usata dai Gis dei carabinieri. E un moschetto Carcano 91, del tutto simile a quello utilizzato da Lee Oswald per uccidere John Fitzgerald Kennedy. Un pezzo d’antiquariato che inserito in un contesto fatto di svastiche e monili nazi-fascisti assume un valore quantomeno simbolico.

Agli agenti dell’antiterrorismo De Bergiolo ha confessato il piano di vendita del missile: «Sono amico di Alessandro Monti, per motivi lavorativi, commercializzando aerei. Alcuni mesi fa mi ha detto di avere un contenitore con dentro un missile e che gli serviva la mia consulenza per venderlo». In un magazzino di Oriolo, nei pressi di Voghera, Del Bergiolo ha visionato l’arma. «Abbiamo aperto il portellone e fatto scivolare fuori la testata». Ha scattato delle foto e ha stimato un prezzo, come usa fare ogni consulente: tra i 450 e 500 mila euro. Poi il missile, fatto arrivare in Italia lungo un percorso ancora ignoto, è stato trasferito a Rivanazzano Terme.

Elementi a sufficienza per destare la preoccupazione di chiunque. Difficile immaginare la pioggia di dichiarazioni se dietro l’arsenale ci fosse stata una qualche cellula anche lontanamente collegata a islamici, immigrati, ong, Soros, e via dicendo. Dal Governo però tutto tace, solo Matteo Salvini, poche ore fa da Genova, sulla questione ha detto: «L’ho segnalata io, sono contento di essere stato utile a trovare dei missili. Era una delle tante minacce di morte che mi arrivano quotidianamente di cui non faccio pubblicità ma questa volta i servizi segreti parlavano di un gruppo ucraino che attentava alla mia vita. Penso di non aver mai fatto niente di male agli ucraini ma abbiamo inoltrato la segnalazione e non era un mitomane. Sono contento sia servito a scoprire un arsenale di qualche demente». Peccato che, a detta della stessa procura, la pista dell’attentato contro Matteo Salvini si sia rivelata da subito un vicolo cieco senza «consistenza investigativa».

Un manipolo di neofascisti “isolati”, dunque, possedeva un arsenale militare. Cosa potevano mai farsene? Immetterlo nel mercato nero, ad esempio. Un mercato illecito di armi tutt’altro che piccolo e con piazza l’Ucraina, specie la regione del Donbass dove si consuma la battaglia silenziosa della Russia.

Nel corso della Guerra Fredda l’Ucraina produsse per l’Unione Sovietica i missili più avanzati (tra cui gli SS-18) e continuò a farlo anche dopo il crollo dell’URSS. La fabbrica di Yuzhmash è stata uno dei principali fornitori della Russia fino alla deposizione dell’ex presidente filo-russo dell’Ucraina Viktor Yanukovych e la conseguente frattura commerciale con la Russia. La fabbrica, in forte crisi, ha così iniziato a vendere armi tramite i canali del mercato nero. Un mercato internazionale frequentato da acquirenti illustri, almeno stando a un report pubblicato ad agosto 2017 dall’International Institute for Strategic Studies (IISS).

Michael Elleman, esperto in difesa missilistica presso l’IISS e autore del report, ha indicato la fabbrica di missili Yuzhmash nella città ucraina di Dnipro come uno dei più accreditati fornitori della Corea del Nord, il cui progresso nei test dei missili balistici si spiega solo con l’ipotesi che abbia acquistato tecnologie militari dall’estero. Traffici ingenti dove non si esclude la presenza attiva di frange dell’estrema destra italiana, rispetto alla quale lo Stato italiano dovrebbe alzare il livello di guardia. «Il materiale sequestrato – ha spiegato il questore di Torino Giuseppe De Matteis – merita la massima attenzione. È un’operazione che ha pochi precedenti investigativi in Italia».

È di criminalità e fondi illeciti che vivono le cellule estremiste, comprese quelle di estrema destra, non certo di «Dio, Patria e famiglia».

Photo Credit: www.tpi.it

L’insostenibile peso ecologico dell’avocado

Mar, 07/16/2019 - 12:15

Non c’è ristorante cool che non lo serva e non c’è alcun blog di cibo vegano che non lo consigli: è l’ avocado la star indiscussa la cucina degli ultimi anni.

Reso popolare solo pochi anni fa negli Stati Uniti dagli immigrati di origine sudamericana, il frutto miracoloso ha velocemente varcato l’Atlantico, spopolando anche da noi.

Eppure, a dispetto delle tante proprietà nutrizionali, l’avocado cela un lato oscuro, fatto di sfruttamento delle comunità che lo producono e di danni irreparabili alla biodiversità.

Tutto comincia in Messico

Il principale produttore mondiale di avocado è il Messico, e in particolare lo Stato di Michoacàn, situato nella parte centrale del Paese e affacciato sul Pacifico.

Qui sorgono la maggior parte delle piantagioni ma, in questa stessa zona, sono anche presenti preziose foreste di conifere, che vengono abbattute a ritmi vertiginosi per lasciare spazio alle piante di avocado.

«Per soddisfare la crescente domanda di avocado gli agricoltori espandono sempre di più le piantagioni, anche a costo di abbattere alberi secolari – spiega Greenpeace -. Per crescere, l’avocado necessita di grandi quantità d’acqua, molta più di quella che servirebbe alla foresta. L’acqua viene, quindi, prelevata dai fiumi circostanti e dal sottosuolo, a scapito delle popolazioni e della fauna locali, che devono affrontare anche un ulteriore insidioso problema: la contaminazione delle falde acquifere a causa dall’utilizzo di insetticidi e fertilizzanti».

Le comunità locali sono tra due fuochi: da una parte la volontà di aumentare i profitti coltivando il frutto tanto richiesto e, dall’altro, la consapevolezza di fomentare un sistema agricolo del tutto insostenibile.

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Chi è Ursula von der Leyen e cosa può succedere con il voto di oggi a Strasburgo

Mar, 07/16/2019 - 11:36
Fonte:
La Repubblica

Commissione Ue, il giorno del voto per Ursula von der Leyen. La ministra tedesca della Difesa, Ursula von der Leyen, candidata designata dai Ventotto alla presidenza della Commissione europea, si sottoporrà al voto del Parlamento di Strasburgo. (Video in diretta: REPUBBLICA.IT)

Dalla stampa nazionale:

VON DER LEYEN, COME FUNZIONA IL VOTO DI OGGI E COSA PUÒ SUCCEDERE DOPO. (…) È il giorno del giudizio per Ursula von der Leyen . La ministra tedesca della Difesa, indicata dal Consiglio europeo come presidente della Commissione, dovrà passare dal voto del Parlamento nella seduta del 16 luglio. L’Eurocamera, riunita in plenaria a Strasburgo, esprimerà il suo verdetto tra le 18 e le 20, dopo il discorso tenuto da von der Leyen nella stessa mattinata di martedì. In caso di via libera dell’assemblea, la donna politica tedesca potrà passare agli step successivi per la scelta dei commissari e la formazione dell’esecutivo comunitario. In caso contrario, come ironizzano alcuni a Strasburgo, «saltano le ferie»: il Consiglio europeo, l’istituzione che riunisce i capi di Stato e Governo della Ue, dovrà rimettersi al lavoro per selezionare una nuova figura in tempi stretti. In quel caso l’Europarlamento dovrebbe tornare al voto a settembre, dopo la pausa estiva in calendario ad agosto.

Come funziona l’elezione in Parlamento e cosa può succedere? Dopo la scelta del Consiglio, avvenuta con voto a maggioranza qualificata, il presidente passa al vaglio degli eurodeputati. Il via libera scatta in caso di maggioranza, cioè la metà più uno dei parlamentari. In teoria il margine richiesto sarebbe di 376 eurodeputati su 751. Von der Leyen avrà bisogno “solo” di 374 voti su un totale di 747 parlamentari, visto che mancano all’appello tre eurodeputati catalani esclusi dal Parlamento e il danese Jeppe Kofod, nominato ministro a Copenaghen e in attesa di essere sostituito). Il voto è a scrutinio segreto. In caso di esito favorevole, von der Leyen porterà avanti la procedura per l’insediamento della Commissione entro i termini stabiliti. In particolare, il neo-presidente sceglie insieme al Consiglio «l’elenco delle altre personalità che propone di nominare membri della Commissione», a propria volta sottoposte a un processo di selezione di fronte all’Eurocamera. E in caso di esito negativo? Se von der Leyen resta al di sotto della soglia necessaria, il Consiglio è obbligato a individuare entro un mese un nuovo candidato, sottoponendolo alla stessa procedura con l’Eurocamera. Continua a leggere (Fonte: ILSOLE24ORE.COM)

  • Ue, Von der Leyen: “Se Europa fosse donna sarebbe Simone Veil. Io nemica di chi vuole indebolire l’Unione” Riferendosi agli investimenti per un’economia senza emissioni di co2, Von der Leyen aggiunge che “dobbiamo avere un’economia forte perchè se vogliamo spendere prima occorre guadagnare“.

Ampio il suo discorso, che spazia su più punti: “Intendo realizzare una perfetta parità di genere nella prossima Commissione. Se i governi non presenteranno un numero sufficiente di candidati donne non esiterò a chiedere altri nomi”. E sulla Brexit dice di essere disposta a una “possibile proroga del deadline previsto”. Ma afferma che per lei “una cosa solamente è importante: l’Europa va rafforzata e chi la vuole fare fiorire mi avrà dalla sua parte, ma chi vuole indebolire questa Europa troverà in me una dura nemica”.

Intervenendo a Strasburgo Von der Leyen dice anche che presenterà “un accordo verde per l’Europa nei primi cento giorni del mio mandato”. “Una delle sfide pressanti” per l’Ue “è mantenere il pianeta sano. È la più grande responsabilità e opportunità del nostro tempo”, ha sottolineato von der Leyen. Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT)

  • Chi è Ursula von der Leyen, tra molta politica e tanta famiglia. Madre di sette figli e attuale ministro della difesa della Germania, è al governo con Merkel sin dall’inizio della sua “era”.

Ursula Gertrud von der Leyen, è il nome completo della candidata designata dal Consiglio alla presidenza della Commissione Ue, che se approvata dal Parlamento europeo, diventerà la prima donna ad assumere la massima carica dell’Unione europea. Ministro della difesa in Germania, membro dell’Unione Cristiano Democratica tedesca (CDU) e appartenente al Partito popolare europeo, von der Leyen è molto vicina alla cancelliera Angela Merkel.

Ursula Albrecht, questo il suo nome alla nascita, prima che prendesse quello del marito, nasce nel 1958 a Ixelles, comune della città di Bruxelles, dove suo padre Ernst Albrecht è stato uno dei primi funzionari europei dal 1958. Prima di trasferirsi ad Hannover in Germania, quando suo padre ha iniziato a ricoprire il ruolo di Primo ministro della Bassa Sassonia, von der Leyen ha trascorso gran parte della sua infanzia in Belgio (…)

Iscritta alla CDU fin dal 1990, la sua carriera politica inizia nel 2001, quando ottiene un mandato locale presso la regione di Hannover, che abbandonerà tre anni dopo, perché il 4 marzo 2003, a seguito della vittoria di Christian Wulff e la sua seguente nomina a Presidente della regione,  von der Leyen diventa ministro degli Affari Sociali, delle Donne, della Famiglia e della Salute della Bassa Sassonia.

Due anni più tardi, nel novembre del 2005, entra a far parte del governo federale tedesco, scelta dalla Cancelliera Angela Merkel per diventare ministro della Famiglia, Anziani, Donne e Gioventù della Germania, ruolo che ricoprirà fino al 2009. (…) Leyen (2009) viene nominata Ministro del lavoro e degli affari sociali della Germania e poi nel 2013 ministro della Difesa tedesca diventando così la prima donna a occupare tale incarico, che ricopre ancora oggi.

Ha sempre avuto problemi con i suoi compagni di partito più conservatori, a causa delle sue posizioni avanzate ad esempio in sostegno delle coppie gay. Dopo l’esplosione della crisi greca invece fece spaventare quelli più a sinistra, mostrando posizioni estremamente dure contro il Pese mediterraneo, ben oltre, si racconta, di quelle dei falchi più aggressivi. Continua a leggere (Fonte: eunews.it)

Ecofuturo 2019: Jacopo Fo intervista Fabio Brescacin (Ecor/NaturaSì)

Mar, 07/16/2019 - 09:08

Una lunga intervista nella quale il presidente di Ecor/NaturaSì fa il punto sulle attività per il consumi responsabili e sostenibili, come la svolta nel settore dell’acqua, naturizzata e dinamizzata, senza bottiglie, e del ruolo dell’agricoltura biologica per intrappolare la CO2 nei terreni, al fine di combattere i cambiamenti climatici.

La mappa dell’Italia inquinata

Mar, 07/16/2019 - 08:00
Le acciaierie dell’Ilva viste dal quartiere Tamburi di Taranto, dicembre 2017. (Ivan Romano, Getty Images)

Cosa vuol dire convivere con l’inquinamento? La prima risposta è sotto gli occhi di tutti: vuol dire fare i conti con le polveri di ferro e carbone che si levano dalle acciaierie di Taranto nei giorni di vento, e che costringono i bambini a non andare a scuola. O con il divieto di mangiare i formaggi prodotti vicino alle fabbriche di Portovesme in Sardegna: contengono varie sostanze velenose. E i cartelli “non calpestare” affissi in alcuni giardinetti di Bresciail terreno è impregnato di diossine e pcb, altre sostanze tossiche. Gli esempi sono infiniti, l’Italia è disseminata di aree contaminate da sostanze chimiche pericolose: è l’eredità di decenni di attività industriali. Questo inquinamento diffuso lascia un segno profondo sulla salute collettiva.

La seconda risposta va cercata nello studio appena pubblicato dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che analizza lo stato di salute della popolazione residente in 45 luoghi contaminati, tra quelli che il ministero dell’ambiente considera “di interesse” per le bonifiche: si tratta di 5,9 milioni di abitanti in 319 comuni. È il quinto rapporto Sentieri, il sistema di controllo epidemiologico nazionale condotto nei territori a rischio.

Per compilarlo, decine di ricercatori hanno raccolto e analizzato i dati delle fonti accreditate su mortalità, ricoveri ospedalieri, incidenza di tumori e anomalie congenite nel periodo tra il 2006 e il 2013. Poi hanno osservato quanto quei dati si discostano dalla media regionale, cioè quanti casi sono “in eccesso”. Hanno cercato in particolare le patologie e i tumori per cui esiste un “rischio specifico”, cioè quelle che la letteratura scientifica ha già collegato con ragionevole certezza alle sostanze tossiche presenti in quei siti.

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Brutti, sporchi e cattivi: prima puntata!

Mar, 07/16/2019 - 07:36

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La fiction delle telestreet. Di Claudio Metallo e Carlo Reposo

Diciasette anni fa, prima dell’attuale esplosione delle web-series, prima di youtube, facebook, twitter e instagram, dei giovani videomaker diedero vita ad uno dei primi esperimenti di fiction autoprodotta del nuovo millennio: la location era Bologna e correva l’anno 2002. A reggere le fila di questo stranezza eravamo in tre: Carlo Reposo, Lorenzo Cassulo ed io (Claudio Metallo).
La nostra serie (42 puntate che variavano dai 5 agli 8 minuti di durata) s’intitolava: Brutti, sporchi e cattivi – storie di poco conto. Il titolo denotava la nostra voglia di  non prenderci per niente sul serio: a qualsiasi critica avremmo risposto con “Ma che ti frega: sono storie di poco conto”.

Erano gli anni delle “Telestreet” (o “televisioni di strada”) è una rete di microemittenti televisive senza fini di lucro, che trasmettono via etere attraverso tecnologie analogiche e digitale terrestre (DVB-T) a basso costo”. Questa è la definizione presa da Wikipedia, ma per noi le Telestreeet erano molto molto di più.
Una di queste “Teleimmagini” trasmetteva dallo spazio pubblico autogestito EX MERCATO 24 di Bologna.
Molti contenuti mandati in onda erano documentari girati dai volontari della redazione, altri erano presi dalla rete.
Noi abbiamo deciso di fare qualcosa che non c’era: una fiction che in maniera scherzosa parlasse di noi e dei luoghi “ribelli” e al contempo festaioli che frequentavamo a Bologna.

Tra questi c’era l’Ex Mercato 24, in cui si erano svolte le prime chiacchierate intorno alla fiction e che è il luogo in cui abbiamo girato il maggior numero di scene, dopo il laboratorio-casa di Carlo.
C’erano il Link di via Fioravanti, il TPO di viale Lenin e la storica sede del Livello 57 all’inizio di via Stalingrado.
Quest’ultimo è stato in seguito sgomberato.

La storia, in brevissimo, era questa: un gruppo variegato di persone occupa uno stabile disabitato: ma anche una multinazionale dell’agroalimentare è interessata all’immobile e farà di tutto per farlo sgomberare.

Quando abbiamo iniziato a realizzare BSC, Bologna era ancora amministrata da Guazzaloca, il sindaco macellaio di centrodestra. Macellaio nel senso che era proprio uno che vendeva carne. Nel giro di poco tempo la città avrebbe subito la metamorfosi, autoritaria e modaiola assieme, culminata con il periodo di Cofferati. Un momento storico in cui tutto mutò radicalmente ed anche il tempo libero cominciò ad essere regolamentato rigidamente dalle famose delibere antidegrado. Un modello destinato a spargersi a macchia d’olio in quasi tutta Italia.
Ognuno di noi militava a modo suo contro quella mentalità chiusa incarnata da quelle giunte comunali, che hanno spesso assecondato gli istinti più bassi della gente. Noi eravamo ancora all’università, studiavamo al DAMS (Carlo ed io) e a Scienze della Comunicazione (Lorenzo).

Brutti, sporchi e cattivi – storie di poco conto, era uno dei tanti modi per rispondere a questa chiusura.  Era una risposta, forse anche inconsapevole, all’omologazione che ci veniva richiesta ed imposta.
Non avevamo un copione scritto, bensì un semplice canovaccio fatto di una serie di scene da girare, che poi suddividevamo nelle puntate.
Una delle frasi che diventò uno degli slogan cult della serie era: “La casa è un dovere averla”. Fu pronunciata da Adam, il nostro grande primo attore, in una delle sue straripanti improvvisazioni. Quando la sentimmo ci sganasciammo dalle risate.

Quella frase l’abbiamo fatta nostra perché in fin dei conti poteva significare che era un dovere lottare contro quel sentimento di paura, che montava a Bologna ed in Italia. Quella stessa paura che avrebbe alimentato la xenofobia, il razzismo e la repressione che avrebbero portato a leggi vergognose contro i migranti e sulle droghe, leggi che hanno riempito le carceri e fatto alzare alle stelle i profitti dei narcotrafficanti delle organizzazione criminali italiane.

Il 90% delle battute (ed anche delle riprese) era totalmente improvvisato e quasi tutto: “buona la prima”. Questo modo di girare era dettato da tanti fattori, sicuramente dalla nostra voglia di divertirci e di trattare questioni importanti che affrontavamo ogni giorno con ironia, prendendoci in giro, facendo un po’ la parodia di noi stessi e di quello che facevamo. Non perché non ci credessimo, ma era una maniera per farci guardare meglio la realtà. Un’altra delle ragioni era che bisognava fare in fretta. Tutti i partecipanti a BSC erano nostri amici o conoscenti che si prestavano al nostro obiettivo. C’era chi lavorava, chi studiava e chi aveva sicuramente di meglio da fare e quindi dovevano girare più velocemente che potevamo. Solitamente, facevamo tutto nei fine settimana, dalla mattina a sera e certe volte pure di notte.  Carlo, Lorenzo ed io c’eravamo dati dei ruoli che richiedevano una certa presenza su quello che molto forzatamente possiamo chiamare ‘set’.

Carlo si era prefissato di finire tutto entro un anno esatto dall’inizio delle riprese, io non ero molto convinto, ma alla fine la spuntò lui (accollandosi una gran parte del montaggio). E per fortuna, se no chissà quando avremmo finito di girare e con la mole di materiale che ci ritrovavamo chissà quando avremmo finito di montare! Per l’epoca non avevamo dei cattivi computer, ma avevamo delle pessime telecamere e i risultati si vedono chiaramente. Anche l’audio spesso lascia a desiderare, per essere buoni.
BSC, uscita in qualche centinaia di dvd autoprodotti, è stata trasmessa da molte telestreet, tra cui Teleimmagini, la telestreet che diramava i suoi contenuti nell’etere dall’Ex-Mercato 24.
E adesso ve la potete gustare su People for Planet!

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Nello sport uno non vale uno

Mar, 07/16/2019 - 07:00

Si possono vincere più punti dell’avversario e si può perdere la partita. Succede spesso, non solo a tennis. È successo domenica a Wimbledon a Roger Federer che al termine della finale più lunga delle storia del torneo, con il primo e insolito tie-break giocato sul 12-12 del quinto set, si è arreso a Novak Djokovic.

Tre tie-break si sono giocati e tre tie-break ha vinto Djokovic. Senza nemmeno tante storie. Federer ha vinto il secondo e il quarto set rispettivamente 6-1 e 6-4. E nel quinto e decisivo set ha avuto anche due match-point sul proprio turno di battuta e non li ha capitalizzati. Sembra assurdo ma quello che viene unanimemente considerato il tennista più forte della storia, ha giocato male i momento più importanti della finale di Wimbledon.

In barba al principio stabilito dal povero Roberto Casaleggio, nello sport uno non vale uno. In realtà potremmo affrontare il discorso anche inerpicandoci lungo i sentieri della politica ma non ci sembra il caso. Nello sport certamente non è così. E non soltanto nel tennis. Ci sono momenti che sono più importanti di altri. Si può sbagliare un rigore in una partita, lascerà certamente di più il segno lo stesso ai rigori di una finale che sia Mondiale o di Champions.

Lo straordinario fascino dello sport è la sua intrinseca similitudine con la vita. Non tutti i momenti sono uguali. Non tutti gli attimi della nostra giornata rivestono la stessa importanza.

Ci sono momenti in cui si è chiamati a offrire il meglio di sé per affrontare situazioni nuove che ci spingono ad andare oltre i nostri limiti. È questo lo sport. Il fuoriclasse, il più forte è colui il quale riesce a offrire la prestazione più esaltante nei momenti chiave dell’incontro. E può capitare che un signore della racchetta come Roger Federer giochi con apparente superficialità i due punti più importanti del suo Wimbledon. Com’è capitato a lui nel quinto set in occasione dei due match-point. È raro, molto raro, che non vinca il più il più forte. È il motivo per cui i grandi campioni quasi sempre accettano il verdetto del campo. Sono in grado, sia pure con grande dolore e spesso a denti stretti o dopo qualche tempo, di riconoscere la superiorità dell’avversario e i propri limiti. Di avere più o meno costantemente la radiografia di sé stessi, per poi sapere dove intervenire se si ha ancora la forza di farlo. 

La conta numerica, nello sport come nella vita, serve a ben poco. Puoi vincere mille gare e arrivare alle Olimpiadi e fartela addosso. C’è un giorno che è più importante di altri. E in genere il fuoriclasse è colui il quale quel determinato giorno lo sente arrivare. Ha una sveglia fisiologica. Poi c’è la sconfitta che tocca anche ai fuoriclasse e va guardata in faccia. Questo è il fascino dello sport: la perenne spinta ad andare oltre i propri limiti, agonistici e mentali. Altrimenti si resta indietro. 

Immagine di Armando Tondo

Altro che ignoranti, le capre riconoscono le emozioni

Lun, 07/15/2019 - 21:15

Lo studio sulla rivista Frontiers in Zoology: le capre sarebbero in grado di distinguere lo stato emotivo dei propri simili ascoltandone i versi.

Smettete di prenderle a paragone di ignoranza e stupidità: a quanto pare, le capre sono molto più sveglie, intelligenti ed empatiche di quanto si possa pensare. Tanto da essere persino in grado di distinguere lo stato emotivo dei propri simili semplicemente ascoltandone i versi, senza neanche guardarli o sentirne l’odore. A scoprirlo un’équipe di scienziati della Queen Mary University of London, dell’Università degli Studi di Torino e dell’Eth di Zurigo: i ricercatori hanno infatti appena mostrato che le capre (ma la scoperta si può ragionevolmente estendere a molti altri mammiferi) non solo riescono a discernere le emozioni dei propri pari ascoltandone i belati, ma potrebbero addirittura esserne anche emotivamente influenzate, secondo un fenomeno noto come ‘contagio emozionale‘. La ricerca è stata appena pubblicata sulle pagine della rivista Frontiers in Zoology.

“È importante studiare la vocalizzazione degli animali“, spiega Livio Favaro, uno degli autori dell’articolo, ricercatore all’Università di Torino e all’Università di Lione St. Etienne, “perché veicola molte informazioni sullo stato di salute degli individui e, indirettamente, anche sull’ecosistema in cui vivono. Ed è altrettanto interessante comprendere se e come gli animali comprendano e interpretino le vocalizzazioni dei propri simili. Sappiamo infatti che nella maggior parte dei mammiferi lo stato emotivo e le condizioni esterne agiscono su molti parametri fisiologici, per esempio il battito cardiaco, la muscolatura della laringe e la respirazione, e dunque influenzano il tipo di vocalizzazione“. Per comprenderlo, gli scienziati hanno deciso di prendere a modello le capre, animali che – a dispetto dei cliché – possiedono capacità cognitive spiccate, hanno una forte organizzazione sociale ed emettono vocalizzazioni per mediare le interazioni con i propri simili.

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Un bilancio a cinque anni dalla legalizzazione della marijuana in Uruguay

Lun, 07/15/2019 - 16:00

Nel dicembre del 2013, cinque anni e mezzo fa, l’Uruguay divenne il primo paese al mondo a legalizzare la produzione, la distribuzione e la vendita della marijuana. La legge, molto ampia nel suo contenuto, fu appoggiata dal governo progressista dell’allora presidente José Mujica con l’obiettivo di ridurre il consumo delle droghe e combattere i profitti illeciti della criminalità organizzata. L’iniziativa di Mujica fu molto criticata, sia dall’opposizione uruguaiana sia da alcuni governi e organizzazioni internazionali, tra cui l’Organo internazionale per il controllo degli stupefacenti (INCB, dall’inglese International Narcotics Control Board, un ente indipendente di esperti istituito dalle Nazioni Unite), che parlò di violazione del diritto internazionale.

Negli ultimi cinque anni l’Uruguay ha implementato passo dopo passo tutti gli aspetti della legge, tra cui la vendita legale della marijuana in farmacia, uno dei passaggi più difficili da realizzare: e nel frattempo molti altri posti del mondo hanno iniziato simili sperimentazioni. Il giornale spagnolo Díario ha provato a fare un bilancio delle cose che hanno funzionato e quelle che invece sono andate storte, raccontando i successi ottenuti dal governo uruguaiano e le diverse “zone grigie” che sono emerse nel corso del tempo.

La legge sulla legalizzazione della marijuana in Uruguay
La norma approvata cinque anni e mezzo fa prevede tre vie legali per ottenere la marijuana da usare a scopo ricreativo: la coltivazione di un massimo di sei piante per abitazione; l’acquisto di marijuana ai club della cannabis, autorizzati ad avere un massimo di 99 piante; e la vendita in farmacia di pacchetti da cinque grammi di marijuana a 220 pesos (poco più di 6 euro), fino a un massimo di 40 grammi al mese. La legge autorizza la coltivazione e vendita di due varietà di cannabis: la cannabis indiana e la cannabis sativa, che contengono THC, cioè il principio attivo comunemente associato all’effetto stupefacente della marijuana, tra il 7 e il 9 per cento. Sono previsti poi altri limiti.

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Truffati? No, colpevoli di atavica ingordigia

Lun, 07/15/2019 - 15:00

Un istinto, questo, che, nonostante l’influenza della cultura, della educazione e dello scorrere dei tempi, resta in noi dormiente per poi manifestarsi nel momento in cui i nostri comportamenti devono misurarsi in rapporto ai soldi, alle proprietà, al successo.

È, soprattutto, la brama a spingerci oltre, fuori dal seminato, al camminare in punta di piedi sul filo dell’immoralità.

Questa nostra fame atavica ci spinge a commettere illeciti, a cadere in tranelli a essere puzzle di disegni truffaldini.

A questa fame bisognerebbe dare un freno attraverso la punizione. Non quella post-mortem immaginata da Dante nella Divina Commedia, ma metaforicamente attraverso una pena terrena.

Nei miei libri e nei miei articoli ho sempre puntato il dito contro la mancanza di cultura finanziaria nel nostro Paese e contro i “mostri” (i banchieri e chi per loro).

Conosciamo poco d’economia, perché i concetti sono difficili, i termini complessi. Perché ci sono troppe nozioni alle quali è difficile appassionarsi.
E poi ci sono le lobby che sguazzano nel mare dell’ignoranza dei risparmiatori, manipolabili.

Le banche cattive, i consulenti furfanti, i furbetti che mangiano i risparmi.

Ad essere coerenti, però, dobbiamo ammonire anche chi permette ai “villain” un gioco facile.

C’è un male che nasce nell’avidità su citata.

C’è un’equazione in finanza, una formula semplicissima comprensibile anche a un bambino, che tutti dovrebbero conoscere per evitare spiacevoli sorprese:

Alto rischio = alto rendimento”, “basso rischio = basso rendimento”

Tenetela a mente.

In queste settimane abbiamo sentito parlare di Alex Fodde, giovane svizzero che si fingeva broker, oggi accusato di truffa aggravata, abusiva attività finanziaria e autoriciclaggio.

Alex prometteva ai risparmiatori grandi guadagni a “rischio zero” presentandosi come l’uomo che aveva un fondo investimenti da 850 milioni di euro. In circa tre anni grazie alla truffa ha ottenuto 3,5 milioni di euro.
Ora la sua avventura è finita, perché è stato arrestato. Il ragazzo ha sbagliato e pagherà, di truffatori è pieno il mondo.

A farmi rabbia, però, è chi parla di truffati e chi senza vergogna si definisce truffato. Io molti di quei “truffati” li arresterei, condannati magari a 6 mesi per reato di avidità. Li punirei, punirei quella fame.

Perché è chiaro che, tenendo presente l’equazione di prima, i soggetti in questione più che da Alex sono stati truffati dalla loro stessa brama.

Rischio zero = alto rendimento” è una funzione che non esiste, o almeno non esiste al di fuori del campo dell’avidità. 


I “truffati” non hanno dato peso alle promesse fatte loro, perché erano accecati dal denaro, dalla possibilità di guadagnare senza rischiare nulla. Accecati dal successo.
Al posto delle pupille avevano il simboletto del dollaro. Non si preoccupano affatto delle insostenibili condizioni d’essere dei loro accordi.

Dicono che la legge non accetta ignoranza, loro hanno ignorato consciamente e andrebbero puniti.
L’articolo 712 del codice penale menziona come reato quello dell’incauto acquisto:

Chiunque, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per la entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda non inferiore a dieci euro. Alla stessa pena soggiace chi si adopera per fare acquistare o ricevere a qualsiasi titolo alcuna delle cose suindicate, senza averne prima accertata la legittima provenienza.

A Napoli (vi porto l’esempio della mia città ma succedeva in tante altre metropoli) qualche tempo fa c’era la pratica del pacco. Ovvero ti mostravo il prodotto che ti volevo vendere a prezzo vantaggioso, tu accettavi di comprarlo e io nella confezione non ti ci mettevo il prodotto ma un mattone per simulare il peso della merce acquistata. Quando il “cliente” tornava a casa scopriva il pacco.

Ecco che colui che aveva adottato tale pratica era additato come “mariuolo”, come Alex Fodde, chi lo riceveva come “truffato” (o fesso, fate voi).

Perdonatemi ma tra le truffe di Alex e i pacchi non trovo alcuna differenza.
Ci sono le stesse premesse (affare estremamente vantaggioso) e gli stessi reati (truffa e incauto acquisto). Nessun innocente.

C’è un clamoroso concorso in reato degli acquirenti! Basta sgravarli dalle responsabilità, così imparano.

È per questo che non parliamo di finanza ma di una forma estrema e immorale di egoismo che guida gli affari, tanto da prendere le sembianze di uno dei motori principali per lo sviluppo dell’economia. L’avidità, l’incauto acquisto, è fonte primaria di frodi e corruzione. L’avidità è un male e andrebbe combattuto così come volete siano affrontati i cattivi banchieri e i truffatori.

Non possiamo puntare sempre il dito sugli altri per incolparli delle nostre rovine, dei nostri debiti finanziari, delle nostre crisi.

Credete che la vostra brama sia giusta e vi aiuti a vivere in un mondo senza scrupoli? Vi sbagliate profondamente, dovrete fare i conti con essa, peccato capitale.

Lasciamo agli avidi, via punizione, la possibilità di assumersi le proprie responsabilità.