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Magazine Online di Ecologia, Benessere e Solidarietà
Aggiornato: 1 ora 27 min fa

Ceuta: Gli sbarchi sono sintomi di tragedie, non cause

Mer, 05/19/2021 - 15:30

Circa 8 mila migranti – tra cui adolescenti, donne e bambini – in meno di due giorni a Ceuta, enclave spagnola in Marocco. Quasi tutti i migranti avrebbero raggiunto Ceuta a nuoto o a piedi. E un altro naufragio al largo di Sfax, sulla spiaggia di Tarajal, in Tunisia, con almeno 50 morti e 24 dispersi.

Una crisi migratoria decisa a tavolino, o quasi

Secondo i giornali spagnoli, il governo marocchino avrebbe allentato i controlli alle frontiere come ritorsione dopo la decisione di Madrid di accogliere nel paese per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, il movimento nazionalista che da oltre 40 anni chiede al governo centrale marocchino l’indipendenza del territorio del Sahara Occidentale. A questo, si aggiunge il dubbio che il Marocco “usi” i flussi migratori verso la Spagna per ottenere denaro da parte dell’Ue e della Spagna in particolare in cambio di cooperazione. Dubbio più che legittimo, visto che già è successo in passato.

Salvataggi ma anche lacrimogeni

Alla crisi migratoria il governo spagnolo ha risposto schierando militari nei punti critici, 200 addetti tra poliziotti e agenti della Guardia Civil inviati in rinforzo. ″È una grave crisi per la Spagna e per l’Europa”, ha detto il premier Pedro Sánchez prima di volare personalmente a Ceuta per una visita d’urgenza insieme al ministro dell’Interno Fernando Grande -Marlaska, assicurando che il Paese avrebbe agito “con fermezza di fronte a qualsiasi sfida e circostanza”. Sarebbero circa 2.700 i migranti già espulsi e rimpatriati. Circa mille, invece, sarebbero i minori per ora scortati nel Centro di permanenza temporanea degli immigrati della città autonoma che si affaccia sul Mediterraneo. Juan Jesus Vivas, presidente-sindaco di Ceuta, a radio Cadena Ser, ha parlato di “invasione”.

Secondo El Pais, il flusso di arrivi iniziato martedì 18 maggio è diminuito, ma via mare continuano ad arrivare persone, spesso con sintomi di ipotermia, denuncia il quotidiano spagnolo.

Se da un lato la fotografia di Juan Francisco, l’agente del Gruppo Speciale di Attività Subacquee della Guardia Civil (GEAS) di stanza a Ceuta ritratto con in braccio un bambino di appena due mesi, salvato per miracolo dall’annegamento, ha fatto il giro del mondo, dall’altro, media indipendenti denunciano l’utilizzo di lacrimogeni da parte dell’esercito.

Sintomi, non cause

Tragedie, che di emergenziale non hanno più nulla, dal momento che si ripetono sempre uguali a sé stesse, da anni. E se di emergenze si vuole parlare, che si abbia l’onestà intellettuale di non definirle imprevedibili: Guerre, land grabbing, colonialismo economico e conseguente sfruttamento delle risorse del territori, disastri ecologici, dovuti sia all’aumento demografico sia allo sviluppo senza regole del neoliberismo, persecuzioni e pandemie, non solo da Covid-19, sono le cause principali delle migrazioni. Cause che sono strettamente legate tra di loro. Cause che vanno analizzate, seguite e capite tanto quanto gli sbarchi, che delle tragedie sono i sintomi avvertiti dalla nostra cara e vecchia e sonnacchiosa Europa. Non le cause.

Niente scuse! La tua felicità dipende da te! La parola a Massimiliano Sechi

Mer, 05/19/2021 - 15:00

Dal TEDx Talks una storia straordinaria raccontata da una persona che ci insegna il valore della vita e la forza che spesso non sappiamo di avere dentro.

TEDx Talks

“La tua felicità dipende da te. Per qualcuno può sembrare scontato, per qualcuno ridicolo, per altri spaventoso. Ciò che viviamo è il riflesso di ciò in cui crediamo, ma soprattutto il risultato di ciò che facciamo. Capita spesso di ritrovarsi a chiedersi che senso abbiano avuto tutte le esperienze che abbiamo vissuto, specialmente quelle difficili da superare, ma se guardassimo la nostra esistenza da un’altra prospettiva ci potremmo rendere conto che niente è accaduto per caso. Tutto è connesso, da prima della nostra nascita, a dopo la nostra morte. Per vedere tutto questo, bisogna voler essere davvero protagonisti della propria vita. Senza scuse.”

Massimiliano Sechi nasce nel 1986 con una grave malformazione, chiamata focomelia, che impedisce il completo sviluppo degli arti inferiori e superiori. In quel momento inizia la storia di un ragazzo che come tanti fa di tutto per essere felice, ma che deve scontrarsi con gli sguardi delle persone, il pietismo, il bullismo, il proprio handicap e soprattutto con la paura di essere giudicato inferiore e non all’altezza. Max tenta allora di dimostrare alle persone di essere normale, di essere come loro, di poter raggiungere grandi traguardi e che non c’è alcun motivo di provare pena per lui. Oggi dedica le proprie giornate ad aiutare le persone a capire che indipendentemente da dove parti – se hai ben chiaro dove vuoi arrivare, se decidi di non avere scuse e capisci l’importanza di essere davvero te stesso – c’è sempre un buon motivo per essere felici. Il vero successo si nasconde dietro la tua felicità, ed è determinato da quanto ciò che fai è allineato con ciò che sei.

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Gaza, cartoline dall’inferno e il coraggio di dire #NotInOurNames

Mer, 05/19/2021 - 12:00

Il diritto di esistere. La legalità internazionale. Muoiono sotto le bombe israeliane, nell’inerzia complice della comunità internazionale. Muoiono i più indifesi tra gli indifesi: i bambini

A Gaza muore l’umanità. Il diritto di esistere. La legalità internazionale. Muoiono sotto le bombe israeliane, nell’inerzia complice della comunità internazionale. Muoiono i più indifesi tra gli indifesi: i bambini. Ma la stampa mainstream misura i tunnel di Hamas distrutti dai bombardamenti israeliani, narra dell’”aggressione” subita da Israele, ma della gente di Gaza non interessa. Per fortuna, c’è chi si ribella a questa vergogna mediatica e cerca, come può, di dar voce a chi cerca di sopravvivere nell’inferno di Gaza. Globalist prova a darne conto, giorno per giorno. Cosa stia subendo in questi giorni di guerra la popolazione della Striscia, lo racconta questa lettera del l direttivo di Salaam Ragazzi dell’Olivo-Milano. La lettera e le drammatiche testimonianze in essa raccolte è del 17 maggio.

La vita sotto le bombe

“Care/i amiche e amici di Salaam, stiamo seguendo con molta preoccupazione ​ quanto sta succedendo in tuttala Palestina, di cui ​ certamente siete tutte/i a conoscenza. In particolare siamo molto angosciati per i nostri amici del REC , i 103 bambini/e affidati, le loro famigli e tutta la popolazione di Gaza, sottoposta , ancora una volta, ai tremendi e devastanti bombardamenti daparte dell’esercito ​ israeliano. Cerchiamo di stare in contatto (quando si riesce..) con il direttore e altri operatori del REC i quali ci hanno detto che per ora loro e le loro famiglie stanno “bene”, cioè sono salvi; purtroppo non possono allontanarsi da casa per andare a visitare le famiglie dei bambini affidati, per cui , al momento, non possiamo avere loro notizie. I racconti dei nostri amici del REC sono tremendi; le zone maggiormente bombardate, oltre a Gaza City, sono proprio quelle a Nord della striscia (vicino al confine con Israele), dove si trovano loro e i nostri bambini affidati (nel campo profughi di Jabalia e nei villaggi circostanti). I bambini sono spaventatissimi e non sanno più come gestirli; dormono a terra vicino ai muri o sul terrazzo d’uscita della casa, oppure escono in strada, ma non sanno mai cosa sia meglio fare…non c’è nessun posto sicuro dove andare, dove fuggire. Ci salutano, ogni volta, non sapendo se domani saranno ancora vivi…

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Clima e pace, “Urgente mettere in circolo conoscenze e tecnologie”

Mer, 05/19/2021 - 09:00

“Tante cose stanno contribuendo ad attenuare una dinamica che potrebbe divenire dirompente, dai negoziati sul clima agli avanzamenti tecnologici che stanno rendendo profittevole – non solo efficace – adottare modi di produzione e consumo ecologici. La cosa più urgente da fare però resta quella di mettere in circolo le conoscenze e anche le tecnologie adatte a contrastare l’influenza dei cambiamenti climatici sulle guerre. Quelle restano appannaggio dei Paesi con più mezzi”, lo ha detto a People for Planet Emiliano Alessandri dell’OSCE, nel corso del Bologna Peacebuilding Forum.

Per il clima, contro la guerra

“Sempre di più, i sostegni allo sviluppo andranno anche concepiti da un punto di vista ecologico, e il nesso clima-conflitti dovrà diventare ancora più centrale alle strategie messe in campo dalle organizzazioni internazionali così come dalle singole nazioni nelle proprie iniziative legate alla promozione della sicurezza internazionale”, continua Alessandri. Il Bologna Peacebuilding Forum è organizzato dall’Agency for Peacebuilding in collaborazione con la John Hopkins University SAIS di Bologna e la rete di ricerca New-Med dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), in corso il 18 e 19 maggio (Puoi partecipare cliccando qui). L’edizione di quest’anno è dedicata allo studio delle interconnessioni tra clima, ambiente e conflitti.

Paesi arabi, Asia e bacino del Nilo

“Il clima è quasi sempre una con-causa o un fattore di aggravamento di tensioni esistenti. Non dovremmo attendere scenari estremi – tanto meno catastrofici – per agire. Il cambiamento climatico – attraverso la riduzione delle aree rurali fertili e la pressione sulle fonti idriche – sta già contribuendo attivamente a inasprire tensioni in atto tra popoli e società umane. È stato ampiamente dimostrato che l’insicurezza alimentare legata a eventi climatici che hanno alterato le produzioni agricole abbia – nell’area del Mediterraneo – inasprito bisogni sociali poi sfociati in tensioni domestiche e internazionali come la ‘Primavera Araba’ – foriera poi di svariati conflitti veri e propri. La competizione per le acque dolci ha già causato conflitti in Asia Centrale e rischia di scatenarne altri in Africa, nel bacino del Nilo, giusto per citare due casi.

Il paradosso delle strategie per il clima

La crescita dei conflitti esacerbati dai cambiamenti climatici sarà significativa per due motivi, assicura l’esperto, uno dei quali spesso trascurato. “Vi saranno conflitti causati più o meno direttamente da fattori legati al cambiamento climatico. E vi saranno conflitti legati paradossalmente alle strategie messe in atto dagli Stati per ovviare alle sfide poste dal cambiamento climatico. Si pensi ad esempio alla corsa alle energie come il gas naturale – una dinamica legata alla differenziazione energetica che però rischia di scatenare conflitti attorno ai giacimenti emersi nel Mediterraneo orientale”.

La bomba migranti

Anche i Paesi più sviluppati saranno e sono a rischio. “Certo, avranno molti più strumenti per affrontare le sfide climatiche, ma diventeranno ancora di più un magnete per ampi movimenti umani, principalmente dal Sud del pianeta. I Paesi sviluppati poi saranno sottoposti a sfide a più livelli, proprio perché più strutturate e complesse le loro società. Lo si è già visto con la pandemia – i paesi ‘ricchi’ sono stati in grado di mobilitare più risorse che quelli ‘poveri’ ma le loro società hanno subito un duro colpo perché molte più attività e abitudini sono state messe a repentaglio. Le sfide climatiche avranno effetti simili: le società più complesse e moderne avranno più mezzi per affrontarli ma molte più dinamiche si incepperanno. Si pensi all’impatto dell’innalzamento dei livelli del mare su Paesi densamente popolati e ad alta concentrazione urbana, rispetto allo stesso effetto su Paesi più arretrati ma anche con economie più semplici”, conclude Alessandri.

Il cambiamento climatico si combatte anche a tavola

Mer, 05/19/2021 - 08:00

No agli imballaggi, privilegiare i prodotti sfusi e di stagione, quando possibile acquistare “alla spina“, bere acqua di rubinetto anziché di bottiglia, scegliere saponi ecologici per l’igiene personale e della casa: sono alcuni dei suggerimenti che arrivano dall’app contro lo spreco alimentare Too Good To Go, che ha raccolto dieci consigli per combattere il cambiamento climatico tra le mura domestiche. Perché la spesa e l’alimentazione hanno un ruolo importante nel ridurre l’inquinamento: basti pensare che gli sprechi di cibo costituiscono l’8% delle emissioni di anidride carbonica.

Un problema attuale più che mai, se si considera che la temperatura media europea di giugno 2019 è stata la più alta mai registrata a livello globale, con uno 0,1ºC  in più rispetto al valore più elevato annunciato nel 2016.

Ecco cosa possiamo fare nel nostro piccolo, tutti i giorni:

1. Acquistare prodotti di stagione. Seguire il ciclo naturale e stagionale degli alimenti permette di evitare l’inquinamento dovuto al trasporto dei prodotti dall’estero, nonché l’eventuale uso di fertilizzanti e prodotti chimici.

2. Comprare a km zero. Preferire i prodotti a chilometro zero o a miglio zero (se si parla di quelli ittici) è una buona pratica nei confronti dell’ambiente, oltre che un incentivo a supporto dell’economia locale e delle proprie tasche: i trasporti via terra, aria o mare hanno infatti un elevato impatto sull’inquinamento e influiscono anche in termini economici.

3. Ridurre gli imballaggi e privilegiare prodotti alla spina. La maggior parte dei prodotti in commercio, anche verdure e frutta, è avvolta in confezioni di plastica, polistirolo o carta, spesso del tutto inutili. Prediligere prodotti alla spina (o sfusi) è uno dei primi passi da compiere in termini di salvaguardia ambientale, poiché consente anche di moderare le quantità e di acquistare solo ciò di cui si ha realmente bisogno.

4. Preferire l’acqua del rubinetto a quella in bottiglia. In Italia ogni anno vengono utilizzate tra i 7,2 e gli 8,4 miliardi di bottiglie di plastica (dossier Legambiente). È fondamentale quindi limitare il consumo di acqua in bottiglia utilizzando quella di rubinetto, potabile in quasi tutte le città italiane. Si può valutare anche l’utilizzo di un depuratore che, collegato direttamente alla rete idrica, purifichi l’acqua prima che arrivi nel bicchiere. Dove possibile, andrebbe valutata l’ipotesi di usare bottiglie di vetro e riempirle alla fonte ogni volta che serve. Per quando si è fuori casa, infine, portare con sé una borraccia al posto delle bottigliette di plastica.

5. Occhio allo spreco. Prima di considerare un prodotto non più buono, verificarne la freschezza. Un esempio sono le uova. Per scoprire se possono ancora essere mangiate basta seguire il vecchio metodo del bicchiere d’acqua, in cui l’uovo va immerso: se va a fondo poggiandosi su un lato è ancora fresco, mentre se rimane dritto va consumato il prima possibile. Se invece galleggia non può più essere consumato.

6. Scarti e avanzi possono essere utilizzati per preparare ricette originali. Le bucce di patate, ben lavate, possono essere fritte, mentre le foglie di ravanelli, normalmente scartate, possono essere utilizzate per creare un pesto. Non buttare mai il pane secco, che può essere grattugiato. Altre belle idee si trovano in questo video.

7. Raccogliere in modo differenziato gli scarti organici. Gli scarti organici vanno differenziati correttamente per poterli avviare alla trasformazione in compost, fertilizzante naturale che restituisce sostanza organica alla terra, adatto anche per l’orto e le piante di casa, e in biometano.

8. Fare la spesa con le shopper riutilizzabili. Non dimenticare di fare i propri acquisti con– le buste per la spesa riutilizzabili, possibilmente di stoffa.

9. Per l’igiene personale e delle stoviglie utilizzare prodotti ecologici. Esistono in commercio molti saponi e detersivi ecologici, di facile reperibilità: per fare la nostra parte nei confronti dell’ambiente basta solo fare la scelta giusta.

10. Salvare cibo fresco invenduto. Per contribuire alla lotta contro lo spreco, l’app Too Good To Go ha creato le Magic Box, grazie alla quale bar e ristoranti possono mettere in vendita il cibo invenduto a fine giornata a prezzi ridotti. I consumatori non devono far altro che geolocalizzarsi, cercare i locali aderenti, ordinare la propria Magic Box, pagarla tramite l’app e andarla a ritirare nella fascia oraria specificata per scoprire cosa c’è dentro.

Foto di LEEROY Agency da Pixabay

Articolo del 4 luglio 2019

Il nuovo decreto Draghi è definitivo | Bonus vacanze | Fedez chiede di essere ascoltato dalla Commissione di vigilanza Rai

Mer, 05/19/2021 - 06:25

Corriere della Sera: NUOVO DECRETO DRAGHI. Il nuovo decreto Draghi è definitivo: così cambia il coprifuoco. Le date delle riaperture;

Il Giornale: “Denise? Sono 17 anni che so”, parla il testimone anonimo;

Il Manifesto: Omofobia, contro il ddl Zan arriva la legge delle destre;

Il Mattino: Addio al Maestro Franco Battiato, il professore della musica italiana. La malattia misteriosa e quel post | Video;

Il Messaggero: L’INCENTIVO Bonus vacanze, fino a 500 euro per soggiorni in alberghi o agriturismo: le novità in arrivo;

Ilsole24ore: Da Amazon ai rider, per un milione di lavoratori della logistica arriva un aumento di 104 euro;

Il Fatto Quotidiano: Il G20 presieduto dall’Italia verso il no alla liberalizzazione dei brevetti sui vaccini anti Covid;

La Repubblica: Rousseau nega i dati degli iscritti ai legali M5S. La replica: “State macchiando la storia del Movimento”;

Leggo: Concertone, Fedez chiede di essere ascoltato dalla Commissione di vigilanza Rai;

Tgcom24: Migranti, nuovo naufragio nel Mediterraneo: almeno cinquanta i dispersi;

Metà degli under 35 vive a casa con i genitori

Mar, 05/18/2021 - 14:30

La metà degli adulti under 35 vive ancora a casa con i genitori. Pagati male e a volte non pagati affatto, è per loro quasi impossibile permettersi una casa. Lo dice una indagine realizzata dal Consiglio nazionale dei giovani, in collaborazione con Eures, condotta su un campione di 960 giovani tra 118 e 35 anni.

Le donne? Più penalizzate

Poco più di un giovane su tre (il 37,2%) ha un lavoro stabile, il 26% precario e il 23,7% è disoccupato. Al Sud la maggior parte dei giovani è disoccupata (il 31,7%) o precaria (30%). Le donne – guarda un po’ – sono quelle nella situazione peggiore: solo il 30,1% di loro ha un contratto stabile, contro il 43,6% dei colleghi maschi.

Il 32,5% ha lavorato gratis

Pur di trovare un’occupazione, il 54,6% degli intervistati ha accettato almeno una volta di lavorare in nero, il 61,5% un lavoro sottopagato e il 32,5% ha lavorato gratuitamente.

Dallo studio emerge che la maggior parte dei giovani italiani ha scarsa fiducia nei confronti del sistema pensionistico: ben il 73,9% pensa che l’assegno che riceverà non permetterà una vita dignitosa.

Moda green: ecco le prime sneaker realizzate con i funghi

Mar, 05/18/2021 - 13:30

Siamo partiti con Greta Thumberg, abbiamo partecipato a flash mob e abbiamo raccolto migliaia di firme; tutto questo per un obiettivo comune, detto anche “benessere sostenibile”. Abbiamo visto grandi multinazionali come Mc Donald’s cambiare le loro abitudini sostituendo le classiche cannucce con altre ricavate dalla carta, insomma, ognuno sta facendo il suo per pesare di meno sulla nostra amata “Gaia”.

Chiaramente questa evoluzione è frutto di anni e sperimentazioni che col tempo sono riusciti a dare i loro frutti, ma cosa succede se l’innovazione e il riciclo dovessero diventare parte integrante dei nostri giorni o addirittura del nostro abbigliamento? Ultimamente, grandi multinazionali come Nike e Adidas, stanno provando ad imporre sul mercato prodotti nati da “una seconda chance” o meglio, prodotti di scarto che lavorati in una determinata maniera possono rivelarsi molto performanti.

L’innovazione parte dalle “radici”

Sono sempre stato un amante del vintage e da tutto ciò che lo caratterizza, dalle auto alle biciclette, dalla musica alle sneakers e proprio in questi anni ho notato con piacere che parecchie icone del passato sono tornate in auge portando, inoltre, una buona ventata di freschezza!

Pensiamo alle Stan Smith, vero e proprio caposaldo di un’azienda che ha fatto di questa scarpa uno dei suoi cavalli da battaglia più apprezzati in tutto il mondo. È stata realizzata in pelle, in pelle sintetica, in tessuto e addirittura con i velcri al posto dei lacci! ma la vera novità consiste in un’idea a dir poco rivoluzionaria, utilizzare una molecola contenuta nelle radici di un particolare fungo chiamato “Reishi” o ganoderma per ricavarci un prodotto molto simile in tutto e per tutto alla pelle.

Tale molecola è il micelio, estratto dall’apparato vegetativo del fungo (niente meno che le radici, quello che invece viene consumato sulle nostre tavole è il frutto). Stando ai risultati scientifici il “Mylo” risulta essere addirittura più resistente della pelle, biodegradabile e molto più veloce da produrre. Le particolari serre che vengono usate per la produzione sono verticali e con un periodo vegetativo di due mesi, dunque; nonostante tale progetto, per ora, sia solo un concept possiamo dire che, produttività, efficienza e sostenibilità sembrano essere le parole chiave della nuova moda sostenibile.

Cultura, collaborazioni e ..sana concorrenza

Aldilà dei concept e delle nuove idee non dobbiamo dimenticarci che tutto ciò viene fatto per delle ragioni ben precise; limitare il consumo di materie prime, evitare sprechi ma soprattutto per dimezzare (o abbattere) l’inquinamento. Secondo le statistiche ogni anno si riversano circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici nelle acque degli oceani e per sensibilizzare la popolazione mondiale, sempre Adidas, ha collaborato con la nota rivista ambientalistica “Paerley” elaborando e infine mettendo in commercio prodotti creati con gli scarti plastici che sono stati raccolti dalle spiagge e dalle isole galleggianti di tutto il mondo. Ciò ha creato scalpore, suscitando un grande interesse generale alimentato ancor di più dal fatto che artisti e stilisti del calibro di Pharrel Williams e Stella McCarteney hanno partecipato alle collaborazioni dando un tocco di stile e di personalità a prodotti che, grazie a questa “seconda vita”, saranno in grado di far capire l’importanza del riciclo anche alle generazioni future.

C’è da dire che, dove vi è innovazione e progresso anche la concorrenza chiaramente non manca. Fortunatamente, grazie a questa nuova concezione di economia verde e circolare il guadagno sembra essere passato in “secondo piano” per lasciare spazio alla creatività e alla sostenibilità.

Proprio come Adidas, anche Nike ha lanciato una nuova linea interamente prodotta su base di scarti; si chiama “Space hippie”. Nata dall’idea di voler creare un connubio fra i materiali facilmente reperibili e appunto gli scarti di lavorazione. Le loro calzature sono prodotte con l’85-90% di materiale riciclato, e inoltre per spedire le scarpe, stanno cercando di sostituire la scatola doppia con una confezione singola, realizzata anch’essa per il 90% in materiale riciclato.

Dunque, sembra che a livello globale qualcosa si stia muovendo, chiaramente non saranno né le sneakers nè le t-shirt a salvarci dall’effetto serra o dallo scioglimento dei ghiacci, ma almeno possiamo dire che il pensiero collettivo sta cambiando e anche a livello politico le istituzioni si stanno dando da fare.

Non dimentichiamoci però, che la Terra è composta da persone come noi e per forza di cose sta a noi contribuire a questa rivoluzione direttamente con i piccoli gesti.

Il meraviglioso nuovo decreto Riaperture (il coprifuoco va a sparire, riapertura degli stadi e dei Parchi, cene al chiuso)

Mar, 05/18/2021 - 12:30

Da domani 19 maggio entra in vigore il nuovo decreto sulle riaperture: tanto per iniziare, il coprifuoco si sposta alle 23. Resta il limite delle 4 persone per le visite a parenti e amici. Ma riapriranno a metà giugno, anticipati di 15 giorni, i parchi tematici. Dal 1° luglio ci sarà la riapertura delle piscine coperte. Ferme al momento discoteche e sale da ballo. Il – notevole – passo avanti è possibile grazie ai dati epidemiologici definiti dal governo “molto buoni”.

I prossimi (fantastici) passi

Nelle zone gialle, il coprifuoco scatterà a mezzanotte dal 7 giugno e il 21 giugno sarà abolito. Dal 1° giugno si può prendere il caffè al bancone del bar, e si potrà cenare al coperto. Al tavolo si potrà stare anche in più di 4 persone, a patto si tratti di uno stesso nucleo familiare. La riapertura delle palestre è stata anticipata al 24 maggio. Il protocollo prevede che “sia assicurata la distanza interpersonale di almeno 2 metri e che i locali siano dotati di adeguati sistemi di ricambio dell’aria senza ricircolo”. Si deve inoltre evitare di lasciare gli indumenti indossati per l’attività fisica in luoghi condivisi, ma riporli in zaini e borse personali. Il gestore “potrà disporre il divieto di accesso alle docce”. Dal 1° luglio possono riaprire, come detto, anche le piscine al chiuso, i centri termali e i centri benessere. In vasca si dovrà garantire un distanziamento di 7 metri quadri. Negli spogliatoi e nelle docce “si dovrà prevedere l’accesso contingentato, evitare l’uso comune di asciugacapelli che al bisogno dovranno essere portati da casa”.

Allo stadio con il tampone

Si torna anche negli stadi di calcio e alle altre competizioni sportive, con il limite di 1.000 persone all’aperto e 500 al chiuso. Ad esempio, sono 4300 gli spettatori ammessi alla finale di Coppa Italia fra Atalanta e Juventus in programma il 19 maggio alle 21, il 20% della capienza. Accesso ai vaccinati, a chi farà il tampone 48 ore prima dell’evento (tramite App Mitica) e ai guariti dal Covid-19.

Via allo sci

Il 22 maggio riaprono gli impianti da sci. Dovrà essere limitato il numero di presenze giornaliere mediante l’introduzione di un tetto massimo di titoli di viaggio vendibili, determinato in base alle caratteristiche del comprensorio sciistico.

OK a sale gioco e casinò. Nessun limite ai centri commerciali

Ripartono anche (addirittura) le sale giochi, le sale scommesse, le sale bingo e i casinò, con le note misure di sicurezza (misurazione del la temperatura, il mantenimento di almeno 1 metro di distanza tra gli utenti…). Dal 22 maggio i centri commerciali potranno essere aperti anche il sabato e la domenica, nei giorni festivi e prefestivi.

Cambiano i parametri di rischio

Entrare nelle varie fasce di rischio per una regione avrà criteri diversi. I parametri scendono da 21 a 12, l’incidenza dei contagi sostituirà l’Rt, mentre saranno determinanti il tasso di ospedalizzazione nonché quello di saturazione delle terapie intensive. Si sta in area rossa con oltre il 40% dell’occupazione dei posti letto in area medica e oltre il 30% in terapia intensiva; si resta in giallo se l’occupazione delle terapie intensive è sotto il 20% e l’area medica sotto il 30%; si sale da giallo ad arancione se in terapia intensiva si sale sopra il 20% e in area medica sopra il 30%.

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Brebemi: i veicoli elettrici ricaricati dall’asfalto

Mar, 05/18/2021 - 11:30

La Brebemi inizia la sperimentazione che farà ricaricare i veicoli elettrici direttamente dall’asfalto. Prende il via ufficialmente la sperimentazione del sistema per fornire l’alimentazione a automobili, autobus e veicoli commerciali elettrici mediante carica induttiva dinamica o statica, senza contatto.

Al via i lavori

Perché questo sia possibile, servirà un sofisticato sistema installato sotto la carreggiata. Per questo, nei prossimi mesi, una cordata di aziende lavorerà al test sull’efficacia del sistema. Assieme ad Autostrada A35 Brebemi-Aleatica, ci sono ABB, Electreon, Fiamm Energy Technology, Iveco, Iveco Bus, Mapei, Pizzarotti, Politecnico di Milano, Prysmian, Stellantis, Tim, Università Roma Tre e Università di Parma.

Il sistema già testato in Israele

Il progetto vedrà la costruzione di un anello di asfalto di 1.050 metri alimentato con una potenza elettrica di 1 MW, chiamato “Arena del Futuro”, posizionato in un’area privata dell’autostrada, vicino all’uscita Chiari Ovest. Lì, grazie alla tecnologia “Dynamic Wireless Power Transfer”, sviluppata dalla startup israeliana Electreon – i veicoli elettrici potranno ricaricarsi in ambiente statico e dinamico. Il sistema è già stato testato su un breve tratto di strada a Tel Aviv, in Israele.

Per garantire una maggiore sicurezza stradale e ottimizzare i consumi dei veicoli commerciali verranno utilizzate connessioni 5G e il sistema IoT (Internet delle cose), mentre la pavimentazione stradale sarà modificata al fine di renderla più durevole e non alterare l’efficienza della carica induttiva.

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A tavola contro i tumori? Con zenzero e peperoncino, insieme

Mar, 05/18/2021 - 08:00

La notizia arriva da uno studio pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, la rivista dell’American Chemical Society, da cui emerge che a interagire creando uno scudo contro la proliferazione delle cellule tumorali sono in particolare due sostanze, la capsaicina e il 6-gingerolo, responsabili del sapore piccante rispettivamente del peperoncino e dello zenzero. Via libera, allora, a qualche buona ricetta di cucina in cui possono essere sapientemente mescolate, a tutto vantaggio del benessere.

Zenzero e Peperoncino. Combinazione Antitumorale vincente

Tra i generi alimentari antitumorali, quindi, possono annoverarsi anche zenzero e peperoncino. Gli studi per ora sono stati condotti solo in laboratorio, ma i risultati parlano chiaro: la capsaicina del peperoncino e il 6-gingerolo dello zenzero interagiscono con uno stesso recettore cellulare coinvolto nella crescita tumorale legandosi a esso, inibendo così lo sviluppo della neoplasia. A fare la differenza sarebbe proprio la combinazione tra le due sostanze: il potenziale anticancerogeno del 6-gingerolo sembra infatti aumentare proprio grazie alla combinazione con la capsaicina.

Se per quanto riguarda lo zenzero la nuova ricerca non fa che confermare le proprietà antitumorali di questa spezia che riduce il rischio di tumore all’intestino, per quanto concerne il peperoncino, invece, questo studio riabilita la capsaicina come sostanza potenzialmente benefica: se, infatti, in passato diversi studi avevano attribuito a questa sostanza capacità soprattutto analgesiche e antimicrobiche, alcune ricerche hanno invece messo in evidenza, come spiegano gli autori della ricerca, che regimi alimentari ricchi in capsaicina potrebbero favorire l’insorgenza del tumore allo stomaco.

L’esperimento sui topolini con la Capsaicina e il 6-gingerolo conferma l’interazione antitumorale

Per indagare il ruolo di queste due sostanze e della loro interazione nella prevenzione tumorale i ricercatori cinesi della Scuola di farmacia dell’Università di Henan hanno nutrito per diverse settimane alcuni topolini predisposti allo sviluppo del tumore al polmone con la capsaicina, altri con il 6-gingerolo e altri ancora con una combinazione delle due sostanze: hanno così  constatato che i topi che avevano assunto esclusivamente la capsaicina avevano sviluppato la neoplasia, contro la metà dei topi nutriti con 6-gingerolo, mentre solo il 20% dei topolini cui erano state somministrate entrambe le sostanze aveva sviluppato il tumore.

Capsaicina: analgesica e antinfiammatoria

La capsaicina (o capsicina) è un composto organico presente nei peperoncini e responsabile del loro sapore piccante. Venne identificata per la prima volta nel 1919, e da allora dati i numerosi effetti biologi cui dà vita è stata oggetto di molti studi. Una delle proprietà fisiologiche più riconosciute alla capsaicina è quella analgesica: in particolare aiuta a controllare il dolore a livello periferico (può essere utilizzata per desensibilizzare i recettori del dolore ai quali si associa), motivo per il quale può essere utilizzata nella terapia di alcuni stati dolorosi periferici dovuti a diversi disturbi (tra cui artrite reumatoide, nevralgia post-erpetica, neuropatia diabetica). Inoltre può essere utile nel controllo delle infiammazioni delle mucose (mucositi) indotte da chemioterapia e radioterapia. Infine un recente studio pubblicato su Plos One dai ricercatori della University of Vermont ha messo in evidenza che mangiare peperoncino allunga la vita: sebbene il meccanismo tramite cui il consumo di questa spezia riduca la mortalità non è ancora stato individuato, gli autori dello studio spiegano che i benefici per la salute derivano dal consumo di capsaicina, e dipendono dal fatto che questa sostanza ha effetti antimicrobici e antiossidanti che, uniti alle sue capacità di prevenire l’obesità e modulare il flusso sanguigno coronarico, possono influenzare indirettamente – in modo benefico – la formazione della flora batterica intestinale.

L’assunzione di capsaicina negli studi condotti fino a oggi si è generalmente rivelata sicura e ben tollerata, anche se assunta ad alte dosi può avere una potenziale attività irritante sulle mucose: è bene dunque evitarne l’assunzione se si soffre di emorroidi. Nonostante non sia possibile a oggi individuare un dosaggio di capsaicina standard e riproducibile, in diversi studi è stata suggerita l’assunzione giornaliera di 1-3 mg di capsiato (che è un precursore della capsaicina). E’ in ogni caso bene ricordare che durante la gravidanza e l’allattamento, e nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute, l’utilizzo della capsaicina deve essere preventivamente discusso con il medico.

Zenzero: antitumorale e digestivo…

Lo zenzero viene consumato in tutto il mondo come spezia e come ingrediente per la fitoterapia. Diversi i poteri che gli vengono attribuiti, tra cui la capacità di ridurre la nausea indotta dalla gravidanza e di alleviare il dolore osteoarticolare e muscolare. La sua efficacia è attribuibile perlopiù ai gingeroli, le sostanze che gli conferiscono il sapore pungente, dotate di proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, antitumorali, calmanti e digestive. Tra i  gingeroli, il 6-gingerolo è il principale componente farmacologicamente attivo dello zenzero, noto in particolare per l’attività antitumorale che si esplica su diversi percorsi biologici: partecipa infatti ai processi che portano all’apoptosi cellulare, cioè al suicidio programmato delle cellule tumorali; interviene nella regolazione del ciclo cellulare che porta alla crescita della neoplasia, ostacolandolo; inibisce l’angiogenesi, cioè la vascolarizzazione che apporta nutrimento ai tumori, bloccando la crescita della massa tumorale.

Se i benefici dello zenzero sono diversi, è sempre bene però non esagerare. L’assunzione eccessiva di zenzero può infatti causare dolori e bruciori di stomaco e disturbi intestinali con flatulenza e diarrea. Le dosi giornaliere utilizzate negli studi che ne hanno indagato le proprietà fitoterapiche (riferite a soggetti adulti, con più di 18 anni) variano da 0,5 a 4 grammi al giorno di zenzero disidratato e polverizzato. Sebbene lo zenzero sia facilmente reperibile sotto forma di rizoma essiccato, perfetto da utilizzare ad esempio in cucina, a scopo fitoterapeutico gli estratti secchi sono preferibili poiché standardizzati nei principi attivi (gingeroli). Infine in gravidanza o nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute l’utilizzo dello zenzero, così come l’assunzione di qualsiasi altro integratore o prodotto fitoterapico, deve essere preventivamente discusso con il proprio medico.

Articolo del 6 Aprile 2018

Ryanair in rosso Covid | Legno, rame, grano e caffè: la corsa alle materie prime | Nuova archiviazione per Salvini

Mar, 05/18/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Così finirono all’asta (senza il suo consenso) dipinti e icone di Gina Lollobrigida;

Il Giornale: Il Fisco ora controllerà tutto: chi sono i primi a rischio;

Il Manifesto: DDL ZAN «Basta falsità, approvare la legge contro l’omofobia»;

Il Mattino: Ryanair in rosso Covid, perdite per 815 milioni;

Il Messaggero: Violenza donne, durante la pandemia richieste di aiuto cresciute del 79,5%;

Ilsole24ore: Criptovalute, continua il ribasso. Ecco le prospettive del bitcoin;

Il Fatto Quotidiano: Caso Riace, il pm ha chiesto quasi otto anni di reclusione per Lucano e 4 per la compagna. Viminale: “Risarcimento da 10 milioni di euro”;

La Repubblica: Legno, rame, grano e caffè: la corsa alle materie prime manda i prezzi alle stelle. “Così la produzione è a rischio”;

Leggo: La Gran Bretagna riparte, riaprono pub e cinema: «Ci si può anche abbracciare». Ma si teme la variante indiana;

Tgcom24: Nuova archiviazione per Salvini: le sue frasi non istigarono a delinquere contro Carola Rackete;

Stai zitta giornalista!

Lun, 05/17/2021 - 19:00

Vuoi tu la gentilezza verso gli avversari politici oppure vuoi la rissa selvaggia? Quanto pesano le parole d’odio?

Ne parliamo con Paola Rizzi e Silvia Garambois autrici di “#Stai zitta giornalista” il libro che raccoglie gli insulti e le minacce contro le donne che fanno informazione.

Troia, cesso, devi morire, meriti lo stupro” dall’hate spreech allo zoombombing, una raccolta di alcune delle offese suoi social media, sui muri ma anche con azioni di vero stalking contro le colleghe impegnate sui fronti più caldi del giornalismo. Una scelta nata da “un’incazzatura lenta” per mettere in luce e contrastare questo fenomeno sempre più preoccupante.

Jacopo Fo

La Sierra Leone ha venduto una parte della sua foresta pluviale alla Cina

Lun, 05/17/2021 - 17:17

Il governo della Sierra Leone con la Cina hanno raggiunto un accordo da 55 milioni di dollari per costruire un porto di pesca industriale su 100 ettari di spiaggia e foresta pluviale protetta.

Per ambientalisti, proprietari terrieri e gruppi per i diritti si tratta di “un catastrofico disastro umano ed ecologico“.

Le sabbie dorate e nere della spiaggia di Black Johnson che circondano il parco nazionale della penisola dell’area occidentale della nazione africana sono, tra l’altro, la sede di specie in via di estinzione come l’antilope duiker e il pangolino. Le acque Le acque dell’area sono ricche di fauna marina tanto che i pescatori locali producono il 70% per cento del pesce per il mercato interno.

Secondo il ministero per la pesca della Sierra Leone, la struttura sarebbe un porto per tonni e “altre grandi navi da pesca” destinati a essere esportati nei mercati internazionali. Il patto stilato con la Cina, includerebbe anche una “componente di gestione dei rifiuti” per “riciclare i rifiuti marini e di altro tipo e trasformarli in prodotti utili“.

Il governo ha affermato che la spiaggia era il “luogo più adatto” per la costruzione e ha rivelato che il ministero delle finanze aveva messo da parte un pacchetto di risarcimenti di 13,76 miliardi di leone (più di 1 milione di euro) per proprietari terrieri colpiti.

L’accordo è giunto all’improvviso e la situazione non è ancora molto chiara. Tuttavia, gli impatti sociali e ambientali di questo progetto potrebbero essere devastanti per il territorio e i suoi abitanti. La realizzazione del porto di pesca industriale, distruggerebbe la foresta pluviale, saccheggerebbe gli stock ittici e inquinerebbe i luoghi di riproduzione dei pesci e diversi ecosistemi.

La spiaggia interessata si trova a Whale Bay, così chiamata perché da lì si vedono balene e delfini.

Il Guardian riporta anche la testimonianza di James Tonner, che possiede terreni a Black Johnson che ha avviato una campagna di crowdfunding per ottenere una revisione giudiziaria.

Il dottor Sama Banya, presidente emerito della Conservation Society of Sierra Leone, ha dichiarato che lo sviluppo proposto avrebbe un impatto “disastroso” sul turismo e “sull’industria ittica che dovrebbe sostenere“.

Emma Kowa Jalloh, ministro della pesca della Sierra Leone, ha detto ai giornalisti: “Vorrei solo fare un appello alla gente: ‘siate pazienti, vogliamo essere sviluppati, vogliamo crescere, vogliamo essere classificati come un paese emergente. Ci deve essere sviluppo e qualcuno deve sacrificarsi”.

Fonte: The Guardian

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Lotti di Amazzonia in vendita su Facebook: L’inchiesta della BBC

Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti

Lun, 05/17/2021 - 10:00

Pubblichiamo di seguito i commenti tratti dal web di due giovani italiani, uno vivo, l’altro non più, sulla questione palestinese. Il primo è Massimo Ragnedda, tra le altre cose docente di Comunicazione e Giornalismo alla Northumbria University, che ne scrive sulla sua pagina Facebook. Di lui potete leggere altro qui.

La prigione Palestina

“La Striscia di Gaza è universalmente riconosciuta come una prigione a cielo aperto. Una prigione dove circa 2 milioni di persone vivono intrappolati senza possibilità di uscire. Il 40% di loro è minorenne. I punti di accesso e uscita sono sigillati, e controllati da una parte da Israele e dall’altra dall’Egitto. La Striscia di Gaza ha la terza più alta densità di popolazione al mondo, dove l’85% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari, dove più del 60% dei giovani è disoccupato, dove più del 40% della popolazione non ha abbastanza cibo per mangiare, dove circa 300mila bambini sono traumatizzati dalla Guerra e hanno bisogno di aiuti psicologici. Una situazione semplicemente insostenibile e inumana. All’interno di questa prigione, dove centinaia di migliaia di bambini (sopra)vivono a stento, piovono bombe. Solo ieri notte (il 14/05/2021) ben 160 aerei da Guerra israeliani hanno ripetutamente bombardato la Striscia di Gaza. Sono già centinaia i morti e tra loro una trentina di bambini. Innocenti. Come tutti I bambini. I numeri saliranno. La violenza si intensificherà. Le armi parleranno. Da entrambi le parti. E questo allontanerà ancora di più la pace. Città israeliane un tempo simbolo della possibile convivenza tra palestinesi e ebrei (Lod, Ramle, Acco, Jisr el Zarkaora) sono teatri di scontri e violenze tra ebrei e arabi israeliani. Città sull’orlo della Guerra civile, mentre gli estremisti da entrambi le parti (Hamas da una parte e Netanyahu dall’altra) buttano benzina sul fuoco allontanando la possibilità di una pace”.

Israele non può continuare a rubare

Israele ha ovviamente il diritto ad esistere. Ovviamente. Ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che anche la Palestina ha il diritto ad un suo stato, alla sua libertà e alla sua indipendenza. Israele non può continuare impunemente a costruire sui territori palestinesi, ad andare contro la legge internazionale, a rubare (letteralmente) le case dei palestinesi. Non può. Israele è ostaggio di estremisti di destra, razzisti e violenti, che portano avanti un piano razionale che punta a espellere tutti i palestinesi da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania. E lo fanno con il supporto di Netanyahu e dei partiti religiosi ebrei. E lo fanno con il silenzio della comunità internazionale. Lo fanno perché è difficile criticare Israele.

Condannare non significa essere antisemiti

“Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti (come la propaganda israeliana vergognosamente dipinge chiunque critica l’illegale occupazione militare dei territori palestinesi). Né tantomeno significa sostenere Hamas o gli estremisti islamici che, anzi, traggono forza proprio dalle violenze israeliane. Che rispondono con violenza alla violenza israeliana. Che allontanano la pace. Anche Gaza è ostaggio di estremisti che traggono la loro forza dalla lotta contro l’occupazione israeliana. In Palestina vivono milioni di persone, musulmane e cristiane (ortodossi o cattolici), e che come noi chiedono solo di poter vivere nella loro terra. Possibilmente in pace. Possibilmente in una democrazia non governata da estremisti religiosi. Non si può continuare a far finta di non vedere l’arroganza, la violenza e i soprusi dell’esercito di occupazione israeliano. Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti. Significa semplicemente condannare l’occupazione militare di uno Stato ai danni di un altro. Punto”.

L’80% delle vittime è civile

La cosa che più colpisce nei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza è il numero delle vittime civili. Secondo dati dell’ONU ben l’80% dei morti sotto le bombe israeliane era composto da civili innocenti. Un dato veramente impressionante e che non può lasciare indifferenti. Questo significa che ogni 10 persone assassinate da Israele solo 2 erano target militari. Non si può sparare nel mucchio con la speranza di colpire qualche terrorista. È un po’ come se lo Stato che dà la caccia a dei criminali sparasse in mezzo alla folla con la speranza di uccidere, tra gli altri, qualche colpevole. Altro dato agghiacciante è che il 20% delle vittime era formato da bambini, l’essenza stessa dell’innocenza, mentre due terzi dei feriti sono donne e minori. Come si può tollerare tutto questo? Come si può rimanere indifferenti dinanzi a questi crimini?

“Come una scatola di gattini”

Esprimeva lo stesso concetto, ma in modo più poetico, Vittorio Arrigoni, che scriveva quanto segue nel gennaio del 2009. Da allora le cose, come spiega Anna Maria Selini qui, sono parecchio peggiorate.

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale al-Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini e l’ultimo miagolio soffocato”. Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua: “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste”. Il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati”. A questo punto il dottore si china verso una scatola e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite al-Fakhura di Jabalya, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito.

La ricette di Angela: Tortine Pere e Caprino

Lun, 05/17/2021 - 08:00

Ingredienti per 15-20 pezzi

2 Pere di media grandezza
Caprino 150 gr.
Granella di nocciole q.b.
Timo q.b.
Sale q.b.
Olio extra vergine di oliva q.b.

Per la pasta brisée

Farina 250 gr.
Burro 125 gr.
Acqua fredda: 80-100 ml.
Sale q.b.

 

Preparazione

Per la pasta brisée disporre la farina sulla spianatoia, aggiungere il sale e il burro a tocchetti. Impastare aggiungendo acqua fredda sino ad ottenere un impasto omogeneo. Coprire con un panno e lasciar riposare in frigorifero per 30 minuti circa.
Stendere l’impasto con l’aiuto di un matterello sino ad ottenere una sfoglia con spessore di circa 2,5 millimetri e tagliare utilizzando le formine a vostra scelta o la rotella tagliapasta formando dei rettangolini da 5 cm x 3.

Tagliare le pere e il caprino a fettine piuttosto sottili, disporli sulle forme di pasta brisée, aggiungere il sale, il timo, la granella di nocciole e un filo d’olio. Infornare a 220°C in forno preriscaldato per 20 minuti circa.
Servire le tortine calde, ma anche fredde non sono niente male!

Tempo di preparazione: 1 ora

Ricetta vegetariana: sì

Ph: Angela Prati

Discoteca: la proposta di Milano | Caso Grillo: cosa può succedere ora | Coprifuoco, l’apertura di Speranza

Lun, 05/17/2021 - 06:25

Corriere della Sera: «Notte in discoteca per 2.000 persone. Tamponi prima e dopo ai non vaccinati» La proposta a Milano;

Il Giornale: Caso Grillo, depositati nuovi atti: cosa può succedere ora;

Il Manifesto: Tra povertà e diaspora, la protesta si allarga ai campi rifugiati in Libano;

Il Mattino: Coprifuoco, l’apertura di Speranza: «Dati migliorano, si può superarlo» Torna l’ipotesi delle ore 24;

Il Messaggero: Pallavolista incinta, la società ritira la citazione. Lara Lugli: «Grande vittoria per i diritti delle donne»;

Ilsole24ore: Acciaio, plastiche, cemento e bitume: il rincaro dei prezzi rallenta i cantieri edili – Preventivi alle stelle;

Il Fatto Quotidiano: Gaza, vertice Onu: “Subito cessate il fuoco”. Ma Netanyahu dice: “Operazione richiede tempo”. Palazzo media distrutto: dubbi e precedenti;

La Repubblica: Chi ha una laurea in Scienze delle religioni potrà insegnare storia e filosofia. Ma è polemica;

Leggo: Denise Pipitone, l’avvocato di Piera Maggio a Domenica In: «La lettera anonima parla di testimoni oculari. Hanno paura»;

Tgcom24: Andare in vacanza? Si può, ecco il vademecum anti-Covid per l’estate;

Quanta acqua c’è negli alimenti che mangi? L’impronta idrica

Dom, 05/16/2021 - 17:00

Che cos’è l’impronta idrica (water footprint) di un prodotto

E’ il volume totale di acqua dolce consumato da una persona, da un servizio o da un processo produttivo. Comprende l’acqua, prelevata da fiumi, laghi e falde acquifere (acque superficiali e sotterranee) precipitazioni piovose, che viene impiegata in agricoltura, industria e usi domestici.

Il concetto di impronta idrica è nato nel 2002 grazie al Professor Arjen Y. Hoekstra, oggi Direttore scientifico del Water Footprint Network.

Si legge sul sito del WWF: “I problemi idrici sono spesso legati alla struttura dell’economia globale. L’impronta idrica dimostra i legami esistenti tra il consumo di acqua in un luogo e gli impatti sui sistemi di molti altri luoghi del pianeta. Diversi paesi hanno, infatti, esternalizzato significativamente la propria domanda d’acqua con l’importazione di beni ad alta intensità idrica. Ciò determina forti pressioni nelle regioni esportatrici, in cui spesso mancano meccanismi di corretta gestione e conservazione delle risorse idriche.”


Esempi di impronte idriche

Per produrre un hamburger di 150 grammi servono circa 2.500 litri d’acqua (si tiene conto anche dell’acqua consumata per produrre il foraggio per alimentare gli animali)

  • Un chilo di pasta: circa 1.710 litri;
  • Un pomodoro: circa 13 litri;
  • Un chilo di carne di pollo: 4.300 litri;
  • Un chilo di carne di maiale: 6.000 litri;
  • Un chilo di carne di manzo: circa 15/16.000 litri;
  • Un chilo di mele: 822 litri;
  • Un chilo di mais: 1.220 litri;
  • Un chilo di zucchero: 1.780 litri;
  • Una tazza di caffè: circa 130/140 litri;
  • Per un chilo di caffè tostato: 18.900 litri;
  • Un bicchiere di latte: circa 200-250 litri;
  • Un bicchiere di vino: circa 120 litri;
  • Un uovo: 135 litri;
  • Un chilo di formaggio: oltre 3.000 litri

L’agricoltura consuma 70% delle risorse idriche mondiali, l’industria il 22%, l’uso domestico l’8%.

I dati presentati sono tratti dal sito Waterfootprint.it, uno dei portali più attivi nella campagna per l’uso sostenibile di acqua dolce. Si tratta comunque di dati medi, in quanto l’impronta idrica varia anche a seconda del luogo e, nel caso dei prodotti agricoli, anche del periodo in cui vengono raccolti e il modo in cui vengono lavorati.

Una spremuta di arance fresche “costa” 50 litri di acqua, un succo di arance confezionato arriva a mille! L’impronta idrica delle pesche nettarine prodotte in Italia è pari a 450 litri/kg, mentre in Cina è 1.120 litri/kg.

E a proposito di Italia: l’impronta idrica media pro capite degli italiani è di 2.232 metri cubi di acqua dolce l’anno. Siamo i maggiori consumatori d’acqua d’Europa e secondi al mondo. Peggio di noi gli Stati Uniti con un’impronta idrica media pro capite di 2.483 metri cubi di acqua dolce l’anno, al terzo posto la Thailandia con 2.223 metri cubi.

L’impronta idrica globale ammonta a 7.452 miliardi di metri cubi di acqua dolce all’anno, pari a 1.243 metri cubi pro capite.

La Fondazione BCFN, Barilla Center for Food & Nutrition, in un dossier presentato il 22 marzo 2016 in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua scrive: “Se, da un lato, mettiamo sempre più attenzione alle azioni della vita quotidiana, come chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti, e la utilizziamo sempre con maggior parsimonia, dall’altro non ci rendiamo del tutto conto di quanta acqua invisibile si nasconda in quello che mangiamo ogni giorno e quanto potremmo impattare meno sull’ambiente e sul consumo delle risorse con l’alimentazione.”

Perché l’impronta idrica non è segnalata in etichetta?

Al momento dell’acquisto di un bene non è possibile prendere in considerazione l’impronta idrica, cioè quanta acqua è “costata” quel prodotto, perché nessuno la segnala in etichetta.

Probabilmente il dato spaventerebbe l’acquirente… D’altra parte non possiamo nascondere che il calcolo sarebbe costoso e complesso.

In Italia, dal 2016, è in vigore la norma ISO 14046:2014 che “specifica principi, requisiti e linee guida relativi alla valutazione dell’Impronta Idrica (Water Footprint) di prodotti, processi e organizzazioni basata sulla valutazione del Ciclo di Vita (LCA)” ma non ha fra i suoi scopi la comunicazione, sotto forma di etichette o certificazioni, dei dati.

Fonti:

Articolo del 28 Gennaio 2018

Capelli: 5 alimenti amici e utili per contrastarne la caduta

Dom, 05/16/2021 - 15:00

Dal canale YouTube Detective Salute, Deborah Pavanello ci consiglia 5 alimenti amici dei capelli e ci spiega il perché faremmo bene a portarli sulla nostra tavola. Nella lista non troverete nulla di dolce! Gli Zuccheri infatti sono da evitare il più possibile se si vuole stare bene e se si vogliono avere capelli sani. Le cellule che compongono il capello richiedono un apporto regolare di precisi nutrienti, che vanno assicurati attraverso una dieta equilibrata. Ecco, nel video, quali sono i 5 alimenti che l’esperta ci suggerisce.

Detective Salute

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Kamut: sappiamo che stiamo mangiando una marca?

Dom, 05/16/2021 - 08:00

Avete mai notato quella piccola “R” a fianco del nome sull’etichetta? Quando decidiamo di comprare del Kamut sappiamo che stiamo in realtà comprando un marchio?

Il nome comune del grano che la maggior parte di noi conosce come Kamut è Khorasan (triticum turanicum), varietà da sempre coltivata in Medio Oriente.

A metà degli anni ’70 Bob Quinn, agricoltore, decide di associare a questa qualità di grano il nome “Kamut”, dopo aver letto questa parola in un dizionario sui geroglifici dell’antico Egitto, che traduceva, appunto, il nome del grano.

Negli anni ‘90 registra il marchio e da quel momento chi vuole utilizzarlo può farlo solo alle condizioni della Kamut International, che prevedono tra l’altro che il grano Khorasan sia “coltivato secondo il metodo biologico, mai ibridato o geneticamente modificato”, come chiarisce il sito della società. L’adesione al disciplinare, garantisce l’azienda, è anche una tutela per consumatori e per i contadini stessi.

Come spiega il chimico Dario Bressanini sul suo Blog e sul suo libro “Le bugie nel carrello” (Chiarelettere), “qualsiasi agricoltore, anche in Italia, può seminare il grano Khorasan, ma non lo può chiamare Kamut. Il valore commerciale del suo raccolto finisce così per essere talmente basso da non ripagare gli svantaggi della coltivazione, tra cui principalmente le basse rese”.

Questo perché il marchio, essendo più conosciuto e abilmente commercializzato, la fa da padrone sugli scaffali dei supermercati.

Il Kamut ha un grande successo, specialmente in Italia, che è il primo mercato europeo.
In generale, dai consumatori viene associato a una maggior digeribilità, a un sapore diverso rispetto ad altri grani commerciali ed è ricco di proteine, qualità che potrebbe aver mantenuto per non essere stato sottoposto a ibridazioni industriali, come successo ad altri grani.
Geneticamente non è molto diverso dal grano duro e non è privo di glutine, per cui non è adatto ai celiaci.

Si tratta comunque di caratteristiche presenti anche nel suo omologo “no-logo” grano Khorasan, che non viene coltivato secondo il disciplinare dell’azienda di Quinn ma che può comunque essere coltivato con metodo biologico o con alcuni accorgimenti e che viene coltivato anche in alcune zone del sud Italia.

Non si tratta di una presa in giro del consumatore, la Kamut International è chiara: spiega che il brand e il disciplinare collegato hanno lo scopo di tutelare l’origine del grano, la qualità e il metodo di coltivazione. Si tratta semplicemente, come spiega anche Bressanini, di una buona strategia di marketing che ha permesso di associare il marchio Kamut a un tipo di grano che avrebbe anche un altro nome.

E’ giusto però conoscere cosa abbiamo nel piatto e sapere anche da dove arriva: come spiega il sito dell’azienda di Quinn, il Kamut viene coltivato quasi tutto negli Stati Uniti e in Canada, viene importato in Europa e lavorato – anche in Italia – per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati.

Se ci crucciamo nella ricerca di alimenti biologici e a km 0, senza accorgerci, abbiamo fatto il giro del mondo per un pacchetto di grissini.

Non sarebbe meglio pensare di coltivarlo anche in Italia? Lo stesso Quinn, l’inventore del marchio Kamut, in una intervista al Sole24Ore di qualche anno fa, se lo augurava (e qualche azienda oggi ci sta lavorando): “Mi piacerebbe si sviluppasse in Italia una filiera completa, anche no-branded (senza marchio) ma biologica, perché l’effetto contaminazione è il primo veicolo per diffondere una cultura ecosostenibile. Il grano Khorasan biologico è oggi una piccolissima nicchia nel mondo che ha titolo per ambire a crescere”.

Articolo del 6 luglio 2018