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Aggiornato: 32 sec fa

Satelliti per l’ambiente – Parte prima

Mer, 11/27/2019 - 07:00

Uno degli elementi che caratterizza la nostra epoca è il fatto di aver sviluppato la scienza della Terra come non mai nella storia umana. E uno dei denominatori, anzi dei moltiplicatori di ciò, è stata l’osservazione del nostro pianeta dallo spazio.

Si tratta di una tecnologia che nasce per scopi militari negli anni Sessanta, e che utilizza una serie di applicazioni quali le telecomunicazioni, lo spionaggio e il posizionamento Gps tramite i satelliti geostazionari. L’osservazione dall’alto, infatti, ha sempre interessato i militari fin dalle prime “missioni aree” dei primi del ‘900, fino ad arrivare ai satelliti in grado di distinguere un oggetto di dieci centimetri, passando per gli aerei spia ipersonici degli anni Settanta.

Mano a mano che le tecnologie per l’osservazione dall’alto diventavano obsolete per i militari, passavano agli usi civili per l’osservazione dell’ambiente terrestre dallo spazio. Nel frattempo i due settori civili che più si sviluppavano erano le telecomunicazioni – che permisero i primi collegamenti televisivi tra un continente e l’altro – e il monitoraggio ambientale. Quest’ultimo prese il via sul fronte meteo, nel 1960, con il satellite meteorologico statunitense Tiros che trasmise la prima immagine televisiva della terra dallo spazio, proseguì poi con il satellite Nimbus nel 1964 – le cui immagini delle calotte polari sono state di recente recuperate e sono un punto di riferimento per valutare la perdita di ghiaccio in Artide e Antartide – per poi andare avanti nel decennio successivo con una serie di satelliti specifici per monitorare l’ambiente, come il Landsat 1 che nel 1972 fu il primo a monitorare dallo spazio le coperture forestali. Nel frattempo con l’introduzione dei computer prima a transistor e poi sempre più piccoli grazie ai circuiti integrati, aumentavano sia le prestazioni dei satelliti stessi, sia la capacità di calcolo a terra. Qualità necessaria per elaborare una quantità di dati sempre maggiore e far “girare” modelli matematici complessi, come quelli delle dinamiche dell’atmosfera e degli oceani.

Ozono da proteggere

Il primo risultato pratico e concreto dell’osservazione satellitare dell’ambiente fu la scoperta del buco nello strato d’ozono, provocato dai gas Clorofluorocarburi (CFC), utilizzati come propellenti nelle bombolette e nei sistemi di refrigerazione, come frigoriferi e aria condizionata.

La scoperta risale al 1974, mentre nel 1982, grazie ai satelliti, si evidenziò la dinamica in crescita del buco nello strato d’ozono e il fatto che fosse causato dall’immissione in atmosfera dei CFC; nel contempo a terra si provava che l’ozono protegge la superficie terrestre dal raggi ultravioletti che provocano, se non filtrati, tumori alla pelle.

La discussione internazionale sul fenomeno fu rapida. Iniziò nel 1985 e si concluse nel 1987 con il Protocollo di Montreal che mise al bando i CFC, non senza polemiche e opposizioni.

Le imprese della refrigerazione sostenevano l’impossibilità di sostituire questi gas, stabili, economici e collaudati, la Russia aveva una pianificazione quinquennale e la Cina, che era agli inizi del suo boom economico, temeva per la diffusione dei frigoriferi sul proprio territorio. Le prove dell’osservazione però erano incontrovertibili e i segnali circa il continuo allargamento del buco nello strato di ozono erano evidenti. Sui poli il fenomeno diventava sempre più evidente e dalle osservazioni si verificava in maniera evidente che una sola molecola di Clorofluorocarburi scindeva in ossigeno 40mila molecole d’ozono. In base a questi dati il bando fu totale e condiviso in tutto il mondo, al punto che nel 2007, venti anni dopo l’adozione del Protocollo di Montreal, la produzione di CFC è risultata zero e il buco nello strato d’ozono, che ha raggiunto il suo massimo nel 2000, nel 2018, secondo dati satellitari della Nasa è diminuito del 20%. E le previsioni danno un suo ripristino definitivo nel 2050.

Il tutto è avvenuto senza vittime perché il fenomeno è iniziato sui poli ed è stato arrestato prima che si espandesse alle aree abitate. Si tratta di una localizzazione che se da un lato ha evitato danni, dall’altro rende evidente l’utilità dei satelliti: una campagna di raccolta dei dati scientifici a terra sarebbe stata infatti molto più complicata e frammentaria, viste le problematiche ambientali delle regioni polari.

Spazio europeo

Negli anni Ottanta e Novanta, anche in base ai primi successi della campagna scientifica per lo strato d’ozono, l’osservazione della Terra dall’alto ebbe un incremento notevole, scindendo in maniera definitiva questo utilizzo dei satelliti dalla filiera militare. Nel 1973 gli stati membri dell’Unione europea decisero di fondare l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che divenne operativa con il lancio del primo satellite Made in Europe nel 1975, ben 4 anni prima della nascita dell’Unione Politica del Vecchio Continente visto che le prime elezioni europee sono del 1979. Successivamente l’Europa sviluppò una serie sempre più fitta di sistemi di monitoraggio ambientale autonoma dalla Nasa, i cui programmi erano di ottima qualità ma dipendevano dalla presidenza statunitense di turno e dalla contiguità con la ricerca militare.

«Abbiamo lanciato il primo satellite ambientale nel 1991, Ires 1, successivamente Ires 2 e dopo Envisat nel 2002 – che è rimasto in esercizio fino al 2012- , anche se in realtà il primo nostro satellite meteorologico è Meteosat. Correva l’anno 1978», ci dice Simonetta Cheli, capo delle strategie e dei programmi dell’osservazione della terra dell’Agenzia spaziale europea (Esa).

E il punto di svolta fu proprio il satellite Envisat, lanciato dall’Esa nel 2002, con una durata della missione di cinque anni che però arrivò a dieci. Grande quanto un autobus, pesante otto tonnellate, Envisat trasportava ben nove strumenti diversi per l’osservazione dell’ambiente, che coprivano ogni elemento della Terra, come acqua, terra, ghiaccio e atmosfera, incrociando tra loro diversi metodi di misura. Fu il primo, e l’unico, strumento a portare una massa simile di strumentazione che venne per la prima volta usata contemporaneamente. Insomma una vera e propria palestra per il monitoraggio ambientale con il quale gli scienziati potevano incrociare strumenti diversi su uno stesso fenomeno. «Dopo ciò abbiamo messo in orbita una serie di satelliti “tematici” che indagano su fenomeni precisi, come quelli della serie Cryosat che monitorano i ghiacci. Inoltre in questi quaranta anni abbiamo sviluppato filiere di monitoraggio specifiche e nel frattempo abbiamo messo a punto sistemi per l’elaborazione dei dati, sia nostri sia di terze parti, per capire al meglio i fenomeni terrestri, che sono complessi», prosegue Simonetta Cheli. Ora le missioni dei satelliti per il monitoraggio ambientale sono specifiche ed entrano nel dettaglio estremo dei fenomeni. Vedremo nella prossima parte di quest’articolo quali sono le osservazioni possibili e i programmi futuri del monitoraggio ambientale.

Immagine di Armando Tondo

Sugar Tax: come funziona negli altri Paesi?

Mar, 11/26/2019 - 16:00

Da settimane è un gran parlare e dibattere della cosiddetta “Sugar tax”, nome che si utilizza per indicare generalmente una tassazione su prodotti che contengono zuccheri in maniera eccessiva: se ne parla perché potrebbe essere introdotta, grazie alla manovra finanziaria di fine anno, per la prima volta anche in Italia.

Se e con quali regole sarà legge la possibile tassa sullo zucchero nella versione italiana non è ancora cosa certa, dato che la legge di bilancio che la contiene deve ancora passare al vaglio del Parlamento e tutto può essere ancora modificato. Ma uno sguardo a quanto succede fuori dai nostri confini può essere istruttivo: come si sono mossi in questi anni gli altri Paesi che hanno affrontato questo tema prima dell’Italia?

L’indicazione dell’Organizzazione mondiale della sanità

Molti Paesi in Europa e nel mondo stanno adottando politiche di tassazione come disincentivo all’acquisto di prodotti troppo dolci perché dannosi per la salute e fonte di obesità. Nella maggior parte dei Paesi sono tassate le bibite eccessivamente zuccherate.

Questa scelta è anche conseguenza di molti allarmi lanciati da diverse organizzazioni che si occupano di salute, in primis l’Organizzazione mondiale della sanità, che già in uno studio pubblicato nel 2016 indicava come valida l’idea di aumentare le tasse sulle bevande zuccherate per disincentivarne il consumo, soprattutto nei bambini, suggerendo una soglia del 20% di aumento del prezzo per renderlo un deterrente efficace. E contemporaneamente proponeva anche sussidi per diminuire il prezzo di frutta fresca e verdura del 10 e 20%.

Perché le bibite

Perché colpire proprio le bibite zuccherate? Perché, sempre secondo l’Oms, sono tra le maggiori responsabili di obesità e diabete. L’Organizzazione ha calcolato che, in media, una sola lattina di bibita zuccherata può contenere intorno ai 40 grammi di zucchero, corrispondenti a circa 10 cucchiaini. Una quantità davvero eccessiva, se si considera che le linee guida dell’Oms raccomandano, per prevenire l’obesità e non rovinare i denti, di mantenere un consumo di zucchero nell’arco di tutta la giornata pari a meno di 12 cucchiaini di zucchero per gli adulti (circa 50 grammi), e di ridurre l’introito quotidiano di saccarosio e simili a un massimo di 6 cucchiaini (circa 25 grammi) per ottenere ulteriori benefici per la salute.

La Sugar Tax in Europa

Ecco come si sono organizzati altri Paesi europei. Abbiamo preso in considerazione solo i nostri “omologhi” aderenti all’Unione Europea, confrontando alcuni articoli presenti su vari siti tra cui Il Fatto Alimentare.

Francia

La tassa va a colpire tutte le bevande zuccherate, anche quelle naturali, in base alla quantità di zucchero contenuta. Entrata in vigore nel 2012, prevedeva che le bevande con zucchero aggiunto fossero tassate a 7,5 euro ogni 100 litri. Dal 2018 è stata aggiunta una tassazione progressiva in base alla percentuale di zucchero e si va da 0.045 euro al litro per bevande con il 4% di zuccheri a 0,235 euro al litro per bevande con il 15% di zuccheri. L’obiettivo era di spingere i consumatori verso scelte più sane e le aziende verso le riformulazioni dei drink. Come poi è successo in Inghilterra, alcune aziende stanno effettivamente riformulando le composizioni, soprattutto da quando è entrata in vigore l’imposta progressiva: altre aziende hanno deciso di non modificare, mentre altre ancora avrebbero ridotto la dimensione delle bottiglie.

Regno Unito

Nel 2018 è entrata in vigore la “Soft drinks industry levy”, che tassa bevande analcoliche o poco alcoliche, pronte da bere o solubili che superano una certa soglia di zuccheri aggiunti in maniera artificiale. La misura è pensata specialmente per combattere la tendenza all’obesità nei bambini, incoraggiando le compagnie a riformulare le loro bevande per far loro contenere meno zucchero. La tassa è di 18 pence per litro (0,20 euro) per bibite con un contenuto variabile da 5 a 8 grammi di zuccheri ogni 100 ml, mentre se il contenuto supera gli 8 grammi per 100 ml l’importo sale a 24 pence per litro (0,27 euro). Secondo il sito del governo inglese, più del 50 % delle compagnie ha già riformulato i suoi drink per abbassare il livello di zuccheri artificiali e ha quindi potuto pagare meno tasse.

Anche in Irlanda è entrata in vigore una tassa simile, la Sugar Sweetened Tax, con una tassazione leggermente più alta per i drink più zuccherati, quelli che superano gli 8 grammi per 100 ml.

Belgio

La tassa, entrata in vigore nel 2016, colpisce tutte le bevande zuccherate e con edulcoranti. Colpendo anche i minimi quantitativi di zucchero e senza progressività, secondo alcuni sembrerebbe che abbia perso l’effetto della ricerca di un’alternativa “sana”.

Portogallo

Anche il Portogallo adotta questa misura dal 2017 e la tassa è di 0,82 euro a litro per le bevande con meno di 80 g di zucchero per litro e di 1,64 euro per quelle con più di 80 grammi/litro. Secondo un esempio contenuto in un articolo del Guardian risalente ai giorni dell’entrata in vigore della manovra, il prezzo di una lattina standard di Coca Cola ha subito un aumento di 5,5 centesimi.

Estonia

La sugar tax si applica sulle bevande dolcificate con un contenuto di zucchero di almeno 5 grammi per 100 ml. Interessa anche succhi, yogurt da bere e bevande vegetali. La norma, entrata in vigore l’anno scorso, prevede un periodo di transizione di due anni per permettere al mercato di assestarsi.

Ungheria

È stata introdotta una tassa su bevande e anche alimenti che contengono grandi quantità di zucchero, sale e caffeina. L’imposta è di 0,22 euro per litro per le bevande che contengono più dello 0,5% di zucchero.

Leggi anche:
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Alzheimer, studiosi italiani scoprono molecola che blocca la malattia

Mar, 11/26/2019 - 15:25

Lo studio è stato per ora condotto solo sui topi, ma rappresenta un passo in avanti verso la scoperta di un trattamento efficace per la malattia di Alzheimer, la forma di demenza senile più diffusa al mondo: un gruppo di ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) “Rita Levi-Montalcini” ha scoperto una molecola – l’anticorpo A 13 – in grado di bloccare l’Alzheimer nella prima fase del suo sviluppo facendo “ringiovanire” il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni.

Leggi anche: Alzheimer, un nuovo farmaco rallenta il declino

Due effetti benefici

Due sarebbero dunque gli effetti benefici sortiti sul cervello da questa nuova strategia: da un lato l’inibizione della malattia che viene frenata nel suo stadio iniziale, dall’altro la rigenerazione cerebrale mediante la nascita di nuovi neuroni (processo noto con il nome di neurogenesi).

Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation, è tutto italiano ed è stato diretto da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli della Fondazione EBRI Rita Levi-Montalcini e realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre.

Nuove possibilità di diagnosi e cura

Sebbene per i test sull’uomo ci vorranno ancora alcuni anni, secondo i ricercatori questa nuova strategia apre a nuove possibilità di diagnosi e cura: per quanto riguarda quest’ultima, i topi trattati con l’anticorpo hanno infatti ripreso a produrre neuroni a un livello quasi normale. Ora il prossimo passo sarà di verificare se nei topi il blocco della malattia perdurerà per almeno un anno. Quanto ai fini della diagnosi precoce, monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta potrà essere, in futuro, un potenziale strumento diagnostico per rilevare l’insorgenza dell’Alzheimer in uno stadio ancora molto precoce, quando cioè la malattia non è ancora accompagnata da sintomi.

Leggi anche: Dieta mediterranea contro l’Alzheimer, al via progetto Smart food

Viaggi, le città inquinate sono da evitare anche per brevi periodi

Mar, 11/26/2019 - 15:21

Se state pensando a una vacanza in una grande città informatevi non solo sul meteo, ma anche su quanto è inquinata. Secondo lo studio condotto dal dott. Jesus Arujo per l’Università della California di Los Angeles (UCLA), anche brevi periodi di esposizione agli alti livelli di smog di alcune città possono comportare danni alla salute dei visitatori.

La ricerca è stata condotta su un campione di 26 adulti sani e non fumatori in visita a Pechino nell’arco di 10 settimane nelle estati del 2014 e 2015. Tra i danni riscontrati in seguito alla loro visita a Pechino innanzitutto elevati livelli di grassi ossidati, aumento di infiammazioni cardiache e cambiamenti nella funzione enzimatica associati a malattie cardiache. In totale le concentrazioni di inquinanti atmosferici nei loro corpi sono aumentate dell’800%.

“È risaputo che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico è associata a un aumento delle malattie cardiovascolari“, ha commentato il dott. Jesus Araujo, nella ricerca. “Ma non si sapeva che una visita a breve termine in un luogo gravemente inquinato potesse avere un impatto significativo sulla salute”.

I visitatori esaminati dopo il viaggio a Pechino abitavano a Los Angeles, anch’essa inquinata, ma molto meno rispetto alla capitale cinese i cui tassi di inquinamento atmosferico erano in quegli anni superiori a quelli di Los Angeles del 371%. Negli ultimi tempi la situazione in Cina è migliorata, ma India e Cina rimangono le nazioni con le città più inquinate al mondo, secondo un’indagine internazionale condotta di recente da studiosi svizzeri. 

In Europa, le città in assoluto più pericolose per la salute sono Jawonzo in Polonia e Sarajevo in Bosnia, secondo le stesse rilevazioni. Segue la pianura padana nostrana: Sassuolo, Torbole Casaglia, Modena, Venezia, San Pietro in Gu (Padova), e poi Milano sono le città dove respirare è pericoloso. Il capoluogo lombardo si è classificato al 600esimo posto su un totale di 3.058 città analizzate in tutto il mondo per valutarne la presenza di PM 2.5 nell’aria.

Un recente allarme dell’OMS ha evidenziato come questi effetti negativi siamo particolarmente gravi per i bambini e i soggetti più deboli. 

Leggi anche:
L’aria inquinata aumenta il rischio di bronchiolite nei bambini
Lo smog uccide più delle sigarette: 8,8 mln di vittime all’anno
Smog, Italia prima in Europa per decessi

Photo by Ralf Leineweber on Unsplash

Viaggi, le città inquinate sono da evitare anche per brevi periodi

Mar, 11/26/2019 - 15:03

Se state pensando a una vacanza in una grande città informatevi non solo sul meteo, ma anche su quanto è inquinata. Secondo lo studio condotto dal dott. Jesus Arujo per l’Università della California di Los Angeles (UCLA), anche brevi periodi di esposizione agli alti livelli di smog di alcune città possono comportare danni alla salute dei visitatori.

La ricerca è stata condotta su un campione di 26 adulti sani e non fumatori in visita a Pechino nell’arco di 10 settimane nelle estati del 2014 e 2015. Tra i danni riscontrati in seguito alla loro visita a Pechino innanzitutto elevati livelli di grassi ossidati, aumento di infiammazioni cardiache e cambiamenti nella funzione enzimatica associati a malattie cardiache. In totale le concentrazioni di inquinanti atmosferici nei loro corpi sono aumentate dell’800%.

“È risaputo che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico è associata a un aumento delle malattie cardiovascolari“, ha commentato il dott. Jesus Araujo, nella ricerca. “Ma non si sapeva che una visita a breve termine in un luogo gravemente inquinato potesse avere un impatto significativo sulla salute”.

I visitatori esaminati dopo il viaggio a Pechino abitavano a Los Angeles, anch’essa inquinata, ma molto meno rispetto alla capitale cinese i cui tassi di inquinamento atmosferico erano in quegli anni superiori a quelli di Los Angeles del 371%. Negli ultimi tempi la situazione in Cina è migliorata, ma India e Cina rimangono le nazioni con le città più inquinate al mondo, secondo un’indagine internazionale condotta di recente da studiosi svizzeri. 

In Europa, le città in assoluto più pericolose per la salute sono Jawonzo in Polonia e Sarajevo in Bosnia, secondo le stesse rilevazioni. Segue la pianura padana nostrana: Sassuolo, Torbole Casaglia, Modena, Venezia, San Pietro in Gu (Padova), e poi Milano sono le città dove respirare è pericoloso. Il capoluogo lombardo si è classificato al 600esimo posto su un totale di 3.058 città analizzate in tutto il mondo per valutarne la presenza di PM 2.5 nell’aria.

Un recente allarme dell’OMS ha evidenziato come questi effetti negativi siamo particolarmente gravi per i bambini e i soggetti più deboli. 

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Photo by Ralf Leineweber on Unsplash

Alzheimer, studiosi italiani scoprono molecola che blocca la malattia

Mar, 11/26/2019 - 13:54

Lo studio è stato per ora condotto solo sui topi, ma rappresenta un passo in avanti verso la scoperta di un trattamento efficace per la malattia di Alzheimer, la forma di demenza senile più diffusa al mondo: un gruppo di ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) “Rita Levi-Montalcini” ha scoperto una molecola – l’anticorpo A 13 – in grado di bloccare l’Alzheimer nella prima fase del suo sviluppo facendo “ringiovanire” il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni.

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Due effetti benefici

Due sarebbero dunque gli effetti benefici sortiti sul cervello da questa nuova strategia: da un lato l’inibizione della malattia che viene frenata nel suo stadio iniziale, dall’altro la rigenerazione cerebrale mediante la nascita di nuovi neuroni (processo noto con il nome di neurogenesi).

Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation, è tutto italiano ed è stato diretto da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli della Fondazione EBRI Rita Levi-Montalcini e realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre.

Nuove possibilità di diagnosi e cura

Sebbene per i test sull’uomo ci vorranno ancora alcuni anni, secondo i ricercatori questa nuova strategia apre a nuove possibilità di diagnosi e cura: per quanto riguarda quest’ultima, i topi trattati con l’anticorpo hanno infatti ripreso a produrre neuroni a un livello quasi normale. Ora il prossimo passo sarà di verificare se nei topi il blocco della malattia perdurerà per almeno un anno. Quanto ai fini della diagnosi precoce, monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta potrà essere, in futuro, un potenziale strumento diagnostico per rilevare l’insorgenza dell’Alzheimer in uno stadio ancora molto precoce, quando cioè la malattia non è ancora accompagnata da sintomi.

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Presa! La bimba salvata nel naufragio a Lampedusa

Mar, 11/26/2019 - 10:45

La Guardia Costiera ha diffuso questo video dove si vede il salvataggio di 149 persone al largo di Lampedusa, di fronte all’Isola dei Conigli.
Fra di loro la piccola Faven di un anno. Gli uomini della Guardia costiera l’hanno sentita piangere e l’hanno ripescata in acqua , in ipotermia, ora è insieme alla sua mamma, salva anche lei.
Ben arrivata, piccola.

Chi ha l’artrosi non può fare attività fisica: falso. Ecco tre fake news sullo sport

Mar, 11/26/2019 - 07:00

Se si soffre di artrosi è meglio non fare attività fisica. Più si suda, più si dimagrisce. Se lo sport non lascia strascichi dolorosi a livello muscolare, vuol dire che l’attività non è stata efficace. Chi non ha mai sentito fare almeno una di queste affermazioni? Sebbene siano infatti in molti a ritenerle esatte, non sono altro che alcuni dei tanti falsi miti riguardanti l’attività fisica. E che l’Istituto superiore di sanità (Iss), l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale che sotto la vigilanza del ministero della Salute svolge funzioni di ricerca, sperimentazione, controllo, consulenza, documentazione e formazione in materia di salute pubblica, ha raccolto e smentito.

1. Se si soffre di artrosi è meglio non fare attività fisica.

Falso. Al contrario, l’esercizio fisico nelle persone affette da artrosi migliora il decorso della patologia, la motilità articolare e, di conseguenza, la qualità della vita. L’attività più indicata è quella aerobica a intensità lieve-moderata come il nuoto, l’acquagym o la bicicletta, che riduce il carico sulle articolazioni. Molto utili sono anche le discipline volte al rinforzo della muscolatura in prossimità delle articolazioni (ginnastica dolce, pilates, stretching o yoga). «Erroneamente – si legge sul sito dell’Iss – si pensa che le persone affette da artrosi debbano utilizzare le articolazioni colpite il meno possibile. Il rischio, in tal caso, è che si crei un circolo vizioso tra patologia artrosica e sedentarietà, con due conseguenze principali: 1) un peggioramento della patologia, e 2) un aumento del rischio di sviluppare altri problemi, come quelli cardiovascolari».

2. L’esercizio fisico è efficace solo se doloroso.

Falso. Il dolore è anzi un segnale con cui il corpo ci indica che si sta lavorando male oppure che si sta facendo uno sforzo eccessivo per le proprie possibilità. Come si legge sul sito dell’Iss, il dolore è quindi un segnale d’allarme e non di efficacia. Chi pratica attività fisica regolare lo sa: si possono tranquillamente svolgere esercizi anche molto intensi senza avvertire alcun dolore. «Possibili cause del dolore avvertito durante l’allenamento sono contratture, stiramenti o strappi. Questi eventi si verificano quando il muscolo viene sollecitato in maniera eccessiva o in caso di movimenti bruschi e violenti, soprattutto in persone non allenate. In questi casi è importante smettere l’allenamento e far riposare il muscolo per evitare un peggioramento della situazione. Eseguire un riscaldamento prima dell’allenamento con esercizi di allungamento muscolare, sia prima che dopo l’attività fisica, sono utili per prevenire questi eventi dolorosi».

3. Più sudo, più dimagrisco.

È falsa anche questa affermazione. Molte persone sono convinte che sudando si perda peso. «Da qui la frequenza di sauna e bagno turco, l’utilizzo di felpe o indumenti vari di materiale plastico durante l’allenamento, la pratica di attività fisica intensa nel tentativo di sudare tanto! In realtà attraverso il sudore perdiamo solo liquidi e sali minerali e non è possibile perdere grasso, come molti credono, poiché il sudore non lo contiene», si legge sul sito dell’Iss. Quando si suda la perdita di peso è quindi data esclusivamente dalla perdita di liquidi, e non dalla diminuzione dell’adipe accumulato.

Per conoscere le altre fake news sull’attività fisica smentite dall’Iss, clicca qui

Leggi anche:
L’attività fisica migliora l’olfatto
Oms: i giovani non fanno abbastanza attività fisica

Lombardia al top per la raccolta differenziata: siamo sicuri?

Lun, 11/25/2019 - 15:53

Tra i cosiddetti “Comuni Ricicloni” di Legambiente, particolarmente virtuosi per la raccolta differenziata ce ne sono 308 lombardi, che rappresentano il 20,3% delle città lombarde, per un totale di 1 milione e 661 mila abitanti. Legambiente assegnerà loro un premio domani, per aver raggiunto l’obiettivo di abbassare sotto i 75 kg per abitante i rifiuti indifferenziati, cioè tutto quello che non può essere riciclato. La provincia di Mantova è prima con l’87,1% di raccolta differenziata annua, buoni risultati anche per la provincia di Bergamo prima per la quantità di comuni (59) impegnati nel riciclo, come Telgate che con 5.068 abitanti arriva al 91% di rifiuti differenziati e Albino, che con 17.805 residenti arriva all’88,9%. Poi c’è Cremona, la cui provincia conta 43 città impegnate nel corso dell’anno a realizzare il 78,2% di raccolta differenziata, e Brescia che con 41 comuni ha totalizzato il 76,4%. E Milano? Nella Città metropolitana di Milano cresce il numero di Comuni Ricicloni rispetto all’anno precedente, da 36 a 40 per una percentuale totale di differenziata che si attesta sul 66%.

La classifica è realizzata sulla base dei dati del 2018 inviati dai Comuni e messi a disposizione di Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale), in totale la regione lombarda arriva a quota 70,8% di raccolta differenziata. E Milano? Nella Città metropolitana di Milano cresce il numero di Comuni Ricicloni rispetto all’anno precedente, da 36 a 40 per una percentuale totale di differenziata che si attesta sul 66%.

Un sistema problematico

Nonostante i dati incoraggianti, non è detto che tutto l’impegno di comuni e cittadini abbia conseguenze positive sull’ambiente. Si ricordino gli incendi alle discariche dello scorso anno, appiccati in Lombardia, ma dilaganti in tutta Italia per l’incapacità nella gestione dei rifiuti anche se differenziati. Come ha affermato a People for Planet Mario Grosso, docente di Solid Waste Management and Treatment al Politecnico di Milano: “Quello che noi separiamo alla fine viaggia da un impianto all’altro su gomma, con enorme impatto e poi magari finisce in discarica. Tutto questo per permettere agli amministratori dei Comuni di fare a gara per vantarsi delle loro percentuali di riciclo. Ma finché non si cambia sistema produttivo – cosa molto complessa – il problema rientrerà dalla finestra”.

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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Violenza, nel mondo vittima una donna su tre

Lun, 11/25/2019 - 15:04

Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, spesso il suo partner. Tre femminicidi su quattro avvengono in casa e il 63% degli stupri è commesso da un partner o ex partner. I dati arrivano da “Non una di Meno” il movimento femminista italiano che lotta per la parità di genere, secondo cui «la violenza non ha passaporto né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa».

I numeri sulla violenza contro le donne sono drammatici, tanto in Italia quanto nel mondo, e non risparmiano purtroppo neanche le giovani generazioni. E forse oggi, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vale la pena soffermarsi a leggerli.

Una donna su tre subisce violenza

A livello mondiale ogni anno sono un miliardo e duecento milioni le donne che subiscono violenza. Vale a dire che una donna su tre al mondo – 3,6 miliardi è la popolazione femminile globale – subisce violenza da parte di un uomo. In Italia le donne che hanno subito violenza almeno una volta nella vita sono sei milioni, tante quante la somma delle popolazioni di Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo messe insieme. Vale a dire una donna su 5, considerando che la popolazione italiana è formata da 31 milioni di donne. La maggior parte degli episodi di violenza è avvenuta tra le mura domestiche, e in molti casi anche alla presenza di bambini e bambine. Nei casi di violenza più efferata, quelli che portano alla morte della donna, l’omicida è un familiare o un ex familiare in 8 casi su 10 in Italia, e in 6 casi su 10 nel mondo. I dati arrivano dal dossier “Making the Connection” presentato da WeWorld Onlus alla Camera dei deputati proprio in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che si celebra oggi. «Per ‘violenza’ – spiega Greta Nicolini, portavoce della Onlus – si intende dallo schiaffo allo stupro, qualsiasi atto che una donna subisce da un uomo nell’arco della propria vita. Anche da parte del proprio padre».

Coinvolte anche le giovani generazioni

La violenza di genere non risparmia purtroppo neanche le giovani generazioni. Secondo una ricerca effettuata dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza, circa 1 ragazza su 10 è stata aggredita verbalmente dal proprio fidanzato – e in circa la metà dei casi l’episodio è avvenuto in pubblico – per futili motivi, e in un caso su 20 è stata addirittura picchiata; una ragazza su 5 ha subito scenate di gelosia per il suo abbigliamento o per essere stata troppo espansiva con altre persone, a detta del fidanzato; infine il 17% dei ragazzi controlla di frequente lo smartphone della fidanzata per verificare messaggi e chiamate. E in 3 casi su 4 la ragazza decide di perdonare questi comportamenti.

«Fondamentale educare al rispetto»

«Che sia fisica, psicologica o nella subdola forma della discriminazione, viviamo in una società pervasa dalla violenza di genere – afferma Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia, in prima linea nella lotta per i diritti delle donne e per molti anni avvocato di Telefono Rosa, sedendo anche nel direttivo dell’associazione -. I giovani replicano le strutture comportamentali a loro familiari e se queste implicano la violenza è molto probabile che diventeranno persone violente. La recente legge detta Codice Rosso ha introdotto nuovi e importanti strumenti a tutela delle donne vittime di violenza, ma resta un problema culturale. Dobbiamo educare al rispetto le nuove generazioni, far capire loro cosa sia giusto, affinché non replichino gli errori dei loro genitori».

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Legge Codice Rosso: nessuno sconto, né attenuanti

Con la legge detta Codice Rosso «abbiamo tolto la possibilità di concedere attenuanti» a chi usa violenza contro le donne perché ci deve essere «la certezza della pena». Lo ha affermato il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, che ha precisato: «Mi va bene che la pena abbia una funzione rieducativa, ma intanto ci deve essere la certezza della pena, e chi commette questi reati contro le donne deve sapere che pagherà un prezzo carissimo». Il numero dei femminicidi, ha detto Bonafede, «è un dato agghiacciante, una vera e propria emergenza sociale. Ogni quarto d’ora c’è una donna che subisce una violenza. E nella stragrande maggioranza dei casi chi esecita quella violenza è una persona che aveva le chiavi di casa».

Perché il 25 novembre?

Il 25 novembre non è una data scelta a caso per celebrare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. In questa data ricade l’anniversario di un brutale assassinio avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana ai tempi del dittatore Trujillo: tre sorelle considerate rivoluzionarie furono torturate, massacrate e strangolate, e i loro corpi vennero poi buttati in un burrone per simulare un incidente. La Giornata è stata istituita dall’Organizzazione delle nazioni unite nel 1999.

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Caffè, cioccolato e pasta: ecco la dieta amica del cuore

Lun, 11/25/2019 - 14:08

Zucchero bocciato senza appello. Promossi cioccolato e caffè, oltre a pane e pasta. Con i dovuti accorgimenti, ovviamente: caffè non più di tre al giorno; cioccolata anche 30-40 grammi al giorno purché fondente almeno all’80%; pane e pasta meglio se integrali (oppure di farro e orzo). La dieta “amica del cuore” oltre a essere buona per l’organismo è buona anche per il palato. Il punto sulla dieta salva-cuore è stato fatto a Roma, nel corso del congresso Platform of laboratories for advanced in cardiac experience (Place) che si è tenuto a Roma e a cui hanno preso parte quattromila cardiologi da tutto il mondo.

Effetti antiossidanti e anti-tumorali

Caffè e cioccolata avrebbero effetti antiossidanti sull’apparato cardiovascolare. Amico del cuore anche il pomodoro, soprattutto se cotto, perché libera una sostanza dall’azione anti-tumorale. L’uso di alcune spezie e aromi, poi, andrebbe a favore della longevità: origano, cipolla rossa, pepe, curry, zenzero, basilico e prezzemolo.

Pollice verso

Pollice verso invece per lo zucchero, ritenuto responsabile di favorire l’insorgenza di tumori e malattie cardiache e per i sostituti del pane come cracker e grissini, che provocano un picco di insulina facendo solo venire più fame.

Cosa fare per Venezia

Lun, 11/25/2019 - 10:01

Ieri si è svolta a Venezia una manifestazione indetta dal Comitato contro le Grandi Navi contro il Mose. Sotto una pioggia battente 500 coraggiosi si sono radunati in Campo Santa Margherita per raggiungere in corteo Campo Santo Stefano.

È la prima di altre manifestazioni contro quello che a detta del Comitato è una «Grande opera pubblica con grande ritardo, mai collaudata, che più che una certezza è una incognita concepita per uno scenario ormai superato».

Sono in molti a credere che il Mose non sia la soluzione, anzi può diventare un problema per la sopravvivenza della laguna visto che il fenomeno dell’acqua alta a Venezia sarà sempre più frequente negli anni a venire.

Quello che è accaduto nel capoluogo veneto può essere un’occasione importante per affrontare la questione del cambiamento climatico al di là dell’urgenza di questi giorni.

Paolo Cacciari in un bell’articolo su Comune-info ne propone alcune. In sintesi

Invitare Greta Thunberg a Venezia così che la città diventi  il simbolo della conversione ecologica planetaria.

Approvare un nuovo, esemplare Piano nazionale con l’obiettivo di azzerare le emissioni di gas a effetto serra (GES) in linea con gli impegni dell’accordo di Parigi sul clima. 

Inserire, tramite un articolo nella legge di bilancio, la Laguna di Venezia tra i Parchi naturali di interesse nazionale.

Per ridurre la capacità di invaso delle acque in Laguna: realizzare subito delle opere provvisionali urgenti alle quattro bocche di porto con sbarramenti removibili di immediata istallazione (navi autoaffondanti da posizionare in caso di acque alte eccezionali).

Vietare immediatamente la escavazione e il dragaggio di qualsiasi canale interno alla laguna fino a che non sarà certificata la fine del processo di erosione dei sedimenti lagunari.

Approvare e finanziare un piano di ripristino morfologico della laguna con il rialzo dei fondali delle bocche di porto ad una quota non superiore ai quattro metri al Lido e a Chioggia e di otto a Malamocco.

Riaprire ai flussi di marea le casse di colmata, le valli da pesca e rimuovere ogni sbarramento (compresa la diga foranea del Cavallino) che impedisce il ripascimento delle barene e dei bassi fondali lagunari.

E così via. Affidarsi agli esperti internazionali è un’altra proposta, come organizzare commissioni di controllo.

Le soluzioni ci sono e non sono un’opera che era probabilmente che era già inutile quando si è iniziato a costruirla.

Cercasi potenti di buona volontà.

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Foto di Free-Photos da Pixabay

“The Irishman”

Lun, 11/25/2019 - 10:00

Metti insieme Johnny Boy ( Robert De Niro) e don Michael Corleone (Al Pacino), mescolali con Tommy DeVito (Joe Pesci in “Quei bravi ragazzi”). Poi crea un affresco di tre ore e mezza che unisce storia del crimine e storia americana. Shakera il tutto con la maestria di un grande regista. Et voila, ecco “The Irishman”.

L’evento cinematografico dell’anno” (Rolling Stone). “È solo un minuto in meno di tre ore e mezzo e non vorresti che fosse per niente più breve” (The New Yorker). “Un monumento è una cosa complicata. Questo è grande e solido. E sorprendentemente delicato“ (“The New York Times”). Si potrebbe andare avanti per un bel po’: non sarà un caso se è piaciuto al 96 per cento dei critici internazionali, secondo Rotten Tomatoes, il più celebre aggregatore di recensioni cinematografiche del mondo .

Non vi piace Scorsese? Allora non guardate “The Irishman”. Perché questo è purissimo Martin Scorsese Doc. Ma allora probabilmente siete tra quelli che non vanno al cinema e che in tv vedono di tutto tranne che film.

In caso contrario, se l’avete perso in uno di quei pochi e piccoli cinema che l’hanno proiettato in questi giorni (così ha voluto la produzione) correte a vederlo su Netflix, dove è in onda dal 27 novembre.

E se non avete Netflix, fatevi invitare da un amico che ce l’ha.

La trama

Frank Sheeran (Robert De Niro) ha imparato a uccidere a sangue freddo durante la Seconda Guerra Mondiale, sparando a prigionieri di guerra tedeschi ai quali, prima, faceva scavare la fossa (e così bye bye al mito degli americani “buoni” durante la guerra contro i nazisti).

Finito il conflitto, trova lavoro come camionista, e impara rapidamente ad arrotondare la paga sottraendo parte della merce. Ma ben presto il suo mestiere diventerà quello di “dipingere case”, cioè colorarle col sangue che schizza dalle sue vittime.

Frank diventa un killer del boss mafioso Russell Bufalino (Joe Pesci). Taciturno, efficiente, fidato, viene “passato” da Russell al potente capo del sindacato camionisti Jimmy Hoffa (Al Pacino), sindacalista ma anche ammanicato con la mafia.

Hoffa però non lo usa solo come killer: Frank diventa uno dei suoi uomini di fiducia nel sindacato, e il suo accompagnatore ovunque: festeggiano insieme Natali e compleanni, e dividono le stanze d’albergo come una vecchia coppia. Sono amici, ammesso che questa parola abbia un senso nel mondo del crimine (e in realtà non ce l’ha).

Hoffa è anche il Virgilio che porta il film nell’inferno della Storia americana con la esse maiuscola: dalla fallita spedizione alla Baia dei porci per riprendersi Cuba all’omicidio di John Kennedy, sino al Watergate. Il film è basato sul libro “ I heard you paint houses” (in Italia “The Irishman”) di Charles Brandt, nel quale il vero Frank Sheeran, sicario della mafia, racconta la sua verità su molti fatti storici celebri, dall’omicidio di JFK e quello dello stesso Jimmy Hoffa.

Ma Scorsese non è Oliver Stone: più che i grandi eventi gli interessano gli uomini. “Volevo parlare della natura umana» ha dichiarato il regista. «Dell’amicizia, dei tradimenti, della possibilità o meno del perdono, del tempo e del rapporto con la morte”.

La vicenda si snoda nell’arco di oltre mezzo secolo, dagli anni Cinquanta al Duemila quando, nel lungo, magnifico finale, vediamo Frank vecchissimo, su una sedia a rotelle, solo in una stanza d’ospedale. Un finale nel quale non c’è adrenalina, non c’è epica. Il mito mafioso muore nella solitudine di un uomo anziano, che ormai è nell’inverno della vita.

Quei bravi ragazzi sono diventati vecchi

”Da quanto posso ricordare, ho sempre voluto essere un gangster”. È uno degli incipit più belli della storia del cinema. La voce fuori campo di Ray Liotta è la prima battuta di “Quei bravi ragazzi”. Un film che «è l’esplorazione di uno stile di vita» diceva Scorsese ai tempi (1990). «Mi sarebbe piaciuto che tutto il film fosse veloce quanto una pubblicità». E lo è: le inquadrature con la steadycam – che consente di avere riprese stabili anche quando l’operatore è in movimento – vertiginose e ininterrotte ci conducono in un mondo di uomini arroganti e sguaiati, crudeli e disinvolti, che vogliono scalare il potere criminale.

È un punto di svolta nel gangster movie: c’è un prima e un dopo “Quei bravi ragazzi”.

Un film che è adrenalina pura, è glamour, ma è anche famiglia, cibo, violenza e humour nero: il sugo ribolle nella cucina di mamma, mentre un uomo nel bagagliaio aspetta di essere ucciso.

Forse la ricorderete: è la splendida scena in cui i bravi ragazzi, andati a casa di DeVito-Pesci per cercare una pala, finiscono invitati a cena da sua madre (interpretata dalla madre di Scorsese, Catherine: la sua somiglianza col figlio Martin è impressionante) alla quale, come a ogni mamma italiana, non si può dire di no. Nemmeno se hai un tizio da ammazzare imprigionato nella tua auto.

Ora quei bravi ragazzi li ritroviamo qui, in “The Irishman”. “Quando ero ragazzo, pensavo che fossero gli imbianchini a dipingere case” dice all’inizio del film la voce fuori campo di Frank Sheeran-De Niro. E si vede un muro bianco improvvisamente schizzato di sangue. Puro Scorsese all’ennesima potenza.

Ma se ti aspetti un sequel di “Quei bravi ragazzi”, hai sbagliato film. I ragazzi sono cresciuti, sono diventati vecchi. Non sono più goodfellas che azzoppano un cameriere tanto per far vedere quanto sono cazzuti. Non più sono spari e soldi facili, donne e (discutibile) divertimento.

Ci sono gli spari, ma non c’è più il fascino. Sheeran-De Niro è un grigio travet dell’omicidio. E per ogni mafioso che compare, una didascalia ti avvisa subito che fine ha fatto: morto con tre colpi in faccia, ucciso con otto proiettili in un parcheggio, e via così.

Il loro compagno di viaggio non è una vita spericolata: è la morte.

O la solitudine della vecchiaia. Frank viene abbandonato pure dalla figlia, che vede in Sheeran un mostro più che un padre.

La saga italoamericana del crimine iniziata con i delinquenti di strada di “Mean Street”, proseguita con i criminali in ascesa di “Quei bravi ragazzi” e con i boss di Las Vegas di “Casinò” è arrivata al capitolo finale.

Un cast eccezionale

Che la coppia De Niro-Scorsese funzioni a meraviglia non è certo una novità. È il nono film che fanno insieme. Ma qui De Niro è perfetto nel recitare per sottrazione, più con i silenzi che con le battute, componendo il ritratto di un uomo che esegue il suo lavoro senza emozioni o sentimenti, senza provare rimorsi neppure quando tradisce amici e mentori. L’unico rimorso che ammetterà, infatti, riguarda una telefonata -piena di menzogne- fatta alla moglie dell’amico tradito.

È un uomo che ha ucciso troppo, compresi i suoi sentimenti.

Joe Pesci, che non compariva in un film da un decennio – e pare che convincerlo a tornare in scena sia stato tutt’altro che facile- è il contrario del gangster dalle incontrollate esplosioni di rabbia a cui ci aveva abituato in “Quei Bravi Ragazzi” o in “Casinò”. Ma freddo, pacato, gentile, è ancora più inquietante.

Al Pacino ha il ruolo più istrionico ed esplosivo. Il suo Hoffa, pieno di manie quasi infantili (la passione per i gelati, l’ossessione della puntualità) e dotato di un’oratoria travolgente e di rabbie fulminanti, è una delle sue migliori interpretazioni da molti anni a questa parte. E la magnifica lite con un rivale del sindacato – criminale quanto e più di lui, Anthony Provenzano (Stephen Graham) – su quanti minuti si può aspettare a un appuntamento, è un pezzo di commedia memorabile. E una lezione sui deliri può arrivare l’ego “macho”.

Di livello anche gli attori secondari (da Graham a Bobby Cannavale) tra i quali non poteva mancare Harvey Keitel, indimenticabile coprotagonista di “Mean Street”.

La sola donna con un ruolo rilevante in un film popolato di maschi è Anna Paquin nei panni della figlia di Frank, l’unica dotata di coscienza e morale.

Gli effetti speciali per l’invecchiamento funzionano?

Nel film vediamo De Niro e gli altri, che sono over 70, ringiovaniti di vari decenni o invecchiati sino a oltre ottant’anni. «Volevo fare un film con i miei amici» ha spiegato Scorsese. «Ci tenevo a farlo tutto con loro, senza ricorrere a un cast alternativo per far interpretare quei ruoli in gioventù».

Ci riesce grazie a una tecnologia costosissima, che ha fatto lievitare le spese sino a 160 milioni di dollari. «La sfida era far sì che gli attori potessero lavorare liberamente, senza protesi, caschi in testa o palle da tennis in bocca per riempire le guance. E gli effetti speciali della Industrial Light & Magic (l’azienda fondata da George Lucas ai tempi di ”Guerre Stellari” ndr) erano l’unico modo per farlo» ha detto il regista.

Ne valeva la pena? Il risultato vale la spesa? La scommessa non è vinta del tutto. A volte si ha l’impressione di una plastica facciale digitale, e pensi che un buon vecchio trucco avrebbe potuto sortire il risultato desiderato con molto meno spesa. Non vedi mai un De Niro scattante di nervosa sensualità come in “Taxi Driver”, e in qualche modo, anche nella “nuova versione” ringiovanita in digitale, resta il fatto che stai guardando un attore settantenne.

È più un inizio, e un indizio di dove questa nuova tecnologia può arrivare, che un risultato compiuto.

Ma è un film da cinema o da Netflix?

Premesso che solo Netflix ha avuto la forza di mettere in campo 160 milioni di dollari (la Paramount aveva mollato il colpo, spaventata dai costi), garantendo tra l’altro al regista la piena autonomia creativa, il risultato è cinema o miniserie tv?

In alcune scelte Scorsese sembrerebbe condizionato dal fatto che “The Irishman” è destinato al piccolo schermo: i primi piani abbondano, la camera è meno frenetica di quanto Scorsese ami di solito. Ma potrebbero essere scelte dettate da altri motivi: «Quando raggiungi la mia età» ha detto l’autore «diventi un po’ più lento, un po’ più contemplativo e meditativo».

Lasciamo quindi la parola al regista.

«The Irishman è stato prodotto da Netflix e questo in qualche modo ne ha allungato la durata. In altre parole, non ero sicuro se dovesse essere un film di due ore e dieci minuti o se poteva addirittura arrivare a quattro ore. Non ero nemmeno sicuro del luogo ideale di visione. E quindi, in un certo senso, l’ho reso puro nella mia testa. Mi sono detto: e se fosse solo un film?».

Perché, alla fine, che importa Netflix o non Netflix? “The Irishman” è l’ultimo (per ora) grande film di un grande regista: guardatelo dove volete, ma non perdetelo.

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Regola n. 3: il tempo minimo per un corretto investimento

Lun, 11/25/2019 - 07:00

Come abbiamo avuto occasione di spiegare, ci sono 3 regole basiche da osservare: 

Prima regola: investire nell’economia globale e non in settori, singoli titoli o mode del momento.

Seconda regola: investire con strumenti efficienti; non singoli titoli, ma strumenti di risparmio gestito

Terza regola, quella che analizzeremo oggi: investire per un tempo adeguato, in questo caso non inferiore ai 10 anni. 

L’ultima regola, infatti, per operare sui mercati azionari è quella di pianificare l’investimento in un corretto orizzonte temporale.

La natura di questi mercati e la loro storia ci insegnano che l’investimento su un indice azionario globale non può avere una durata inferiore ai dieci anni. Del resto, in questo periodo il mercato, pur riuscendo a catturare la crescita economica globale con risultati quasi sempre straordinari, non si sottrae alle forti oscillazioni che danno vita a cali anche del 40-50%.

Per esempio, nei quarant’anni che vanno dal 1976 al 2018 l’andamento dei principali cinquecento titoli del mercato americano (S&P 500) ha registrato un’imponente crescita di valore, da uno a 100 dollari, anche considerando il decennio di forti oscillazioni 2000-2010, denominato appunto «decennio perduto», in quanto gli andamenti negativi hanno impedito di chiudere il periodo in guadagno.

L’investitore consapevole che conosce la natura del mercato e le sue fluttuazioni, dettate dai cicli emotivi degli investitori, non dà peso a queste variabili, anzi le considera opportunità per comprare a prezzi più bassi («a sconto») titoli già presenti nel suo portafoglio.

Per pianificare i nostri portafogli, però, non possiamo fare affidamento solo ed esclusivamente sui mercati azionari. Pur essendo molto redditizi sul lungo periodo, nel breve termine le loro naturali oscillazioni rischierebbero di compromettere il raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Per questo è opportuno costruire portafogli per ogni singolo obiettivo che siano composti da obbligazioni e da azioni.

A seconda di come combineremo le due asset class, avremo differenti combinazioni di rischio-rendimento. Per esempio, se abbiamo 10.000 euro da investire potremmo avere le seguenti combinazioni:

  • Un portafoglio investito al 100% (10.000 euro) in obbligazioni.
  • Un portafoglio investito al 30% (3.000 euro) in azioni e al 70% (7.000 euro) in obbligazioni.
  • Un portafoglio investito al 50% (5.000 euro) in azioni e al 50% (altre 5.000 euro) in obbligazioni.
  • Un portafoglio investito al 70% (7.000 euro) in azioni e al 30% (3.000 euro) in obbligazioni.
  •  Un portafoglio investito al 100% (10.000 euro) in azioni.

Le diverse combinazioni hanno, storicamente (dal dopoguerra a oggi) e per ogni decennio, ciascuna il loro rendimento medio, massimo e minimo di portafoglio, con valori proporzionalmente più alti o più bassi in funzione della percentuale azionaria: da un 5,5% medio (ricordatevi sempre che nella media ci sono i valori minimi e massimi) per un investimento interamente obbligazionario (prima combinazione) a un 10,2% medio per un investimento completamente azionario (ultima combinazione).

Fin qui, nel processo di investimento avete identificato l’obiettivo da raggiungere, gli avete dato un tempo di maturazione e avete definito l’importo necessario per soddisfarlo. 

Ora dovete decidere quale livello di rischio accettare

Un punto da chiarire subito è che anche un asset completamente obbligazionario (apparentemente sicuro) ha le sue oscillazioni negative. Sono imprescindibili, fanno parte della natura stessa dell’investimento. Ciò che conta è essere consapevoli del rischio. In altri termini, bisogna sapere quale potrebbe essere la perdita massima di periodo e quanto tempo si dovrà aspettare affinché l’investimento faccia il suo corso e restituisca il capitale investito più la remunerazione attesa.

Questo è importante perché il livello di rischio accettato determinerà il rendimento atteso. In altre parole, è il rischio che ci assumiamo oggi a determinare il guadagno di domani.

Ma come identificare il rischio? E come potete misurarlo?

Nel processo di investimento dovete trattare il rischio in modo essenziale, poco accademico ma molto efficace. Per l’investitore è rischio tutto ciò che genera una perdita, quindi va misurato come «fattore di perdita», cioè come perdita massima di periodo conseguibile da quel determinato portafoglio.

Nella tabella seguente è riportato, con riferimento alle composizioni di portafoglio sopra elencate, un tipico esempio di mappa articolata per fattore di perdita, rendimento e durata.Prima di investire in un determinato portafoglio dovete essere consapevoli della durata minima dell’investiment

o e del rendimento atteso che potrà maturare, ma soprattutto accettare il fattore di rischio, e cioè che durante la vita dell’investimento potrebbe verificarsi una fase temporanea di perdita più o meno ampia, a seconda del portafoglio. Ma la perdita non è definitiva, e va gestita nei tempi corrispondenti alla natura dell’asset in cui investite.

Per esempio, la seguente tabella mostra come investendo sui mercati azionari per almeno dieci anni, solo nel 5% dei casi il mercato non è riuscito a essere in positivo. Sui vent’anni, addirittura, si è sempre (100%) ottenuto un risultato positivo.

La vera bravura dell’investitore consapevole, dunque, sta nel pianificare i diversi portafogli nei giusti orizzonti temporali. Così non avrà mai difficoltà a gestire i momenti di discesa dei mercati, perché avrà sempre davanti a sé il tempo necessario per recuperare.

Milano, l’editore Garzanti lascia 90 milioni di euro agli anziani

Dom, 11/24/2019 - 12:00

Dimenticati da molti, non da Livio Garzanti. Agli anziani, Livio Garzanti ha lasciato in eredità una cifra imponente, 90 milioni di euro. «Con la cultura non vivi», si dice sempre, ma con la cultura degli altri forse sì.

Livio Garzanti era figlio di Aldo, fondatore della casa editrice che porta il nome di famiglia, Garzanti, sorta dopo aver rilevato le Edizioni Treves nel 1936. Dalla fine degli anni Quaranta ha diretto la prestigiosa rivista culturale L’Illustrazione Italiana, nel 1952 ha preso la guida della casa editrice di cui è diventato presidente alla morte del padre, nel 1961. Livio Garzanti ha pubblicato Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, nel 1955, non proprio facile da pubblicare come un qualsiasi Tre metri sopra il cielo.
Sul primo incontro con Pasolini, disse: «Pensai a un personaggio uscito dall’Inferno di Dante: era magrissimo, il viso ossuto, gli occhi immensi, la bocca vuota quasi da morto; indossava un incongruo completo gessato da quattro soldi. Il tormento era già espresso lì, nella sua presenza». Figure che hanno contribuito a rendere meravigliosa l’Italia novecentesca ma che oggi probabilmente verrebbero derisi, osteggiati dalla stessa Italia. Mala tempora currunt, direbbero gli anziani saggi.

Capriccioso, umorale, cinico, dal carattere ruvido, Livio Garzanti è stato editore e milanese. È morto nel 2015 all’età di 93 anni, dopo che nel 1995 Garzanti Editore era stata venduta in parte a UTET in parte a Messaggerie Italiane e dopo che nel 1998 i cataloghi di varia e delle mitiche Garzantine erano stato scorporate.

90 milioni di euro sul conto corrente delle associazioni che si occupano dei disagi sociali degli anziani attraverso una Fondazione che porta il suo nome e quello della madre, a riprova che invecchiare è come tornare bambini.

Dalle prime indiscrezioni, Garzanti ha lasciato disposizioni precise al professor Mario Cera, l’uomo incaricato di gestire le sue volontà testamentarie, rese note solo recentemente: al di là della semplice e ordinaria assistenza, il fondo Garzanti servirà a creare una rete vitale intorno alla vita degli anziani, una vita che sia fatta di relazioni, stimoli, in una parola: qualità. In una «civiltà dell’ingiustizia» (come la definisce lo psichiatra Vittorino Andreoli) così pervasivamente attraversata da valori della produttività da allontanare chi produttivo non lo è più, o non vuole esserlo, gli anziani sono abbandonati.

«Le linee guida della Fondazione» ha spiegato il professor Cera «saranno formative, culturali, antropologiche, scientifiche, socio-economiche e assistenziali, combinate per una convergenza nuova sulla questione longevità». Parole che confermano l’auspicio del Professore Roberto Bernabei dell’associazione Italia Longeva:

«Un oliato percorso di continuità assistenziale è una forma di efficientamento del sistema, ma soprattutto un servizio concreto per il cittadino: c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel passaggio fra ospedale e territorio, senza abbandonarlo a se stesso»

Non solo abbandono: come spendono i soldi gli anziani?

L’elaborazione Censis sui dati Istat 2018 (in valori di milioni di euro) e sulle variazioni in percentuale rispetto al 2008 parlano chiaro: gli anziani sono ottimi consumatori e il mercato se n’è accorto da tempo:

Forse aveva ragione Jean Cocteau: «Il peggio quando si invecchia è che si resta giovani».

Una popolazione sempre più anziana, tutto sommato in buona salute, con molto tempo a disposizione. Un pubblico al quale il mercato ha saputo dare una risposta, specie i settori del senior living e dei viaggi, ma la società no. Per la maggior parte delle persone la longevità è certamente vista come un sogno realizzabile, sì, a patto, però, che sia la propria. Non la longevità altrui.

Ospedali, la “rivoluzione green” vale 15 miliardi di investimenti privati

Dom, 11/24/2019 - 07:00

Tra i dodici e i quindici miliardi di investimenti a carico dei privati, e almeno un miliardo all’anno di risparmio per la pubblica amministrazione: a tanto ammonterebbero, secondo i dati diffusi nel corso del Forum Sistema Salute a Firenze, le cifre della conversione alle energie verdi delle strutture ospedaliere italiane.

«Convertire gli ospedali italiani alle energie rinnovabili potrebbe costituire un leva efficace per attivare investimenti privati e aprire cantieri in tutta Italia. Ciò garantirebbe un impatto positivo sull’ambiente e nuovi posti di lavoro, e luoghi di cura più ‘puliti’», hanno spiegato gli esperti nel corso del Forum.

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I contratti di rendimento energetico

Lo strumento normativo di riferimento è il decreto legislativo 102/2014 che obbliga al miglioramento dell’efficienza energetica degli immobili di proprietà pubblica: la normativa prevede che per ottenere questo obiettivo si possa far ricorso ai contratti di rendimento energetico (Energy Performance Contract o E.P.C), in base ai quali il privato si fa interamente carico dell’investimento necessario per convertire l’alimentazione degli edifici pubblici alle energie rinnovabili, in cambio del quale l’ente pubblico provvede al pagamento di un canone decennale. Il costo del canone sarebbe inferiore al risparmio ottenuto in bolletta grazie all’efficientamento energetico, comportando un risparmio per l’ente pubblico e attivando meccanismi virtuosi per l’economia e l’ambiente.

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In Toscana conversione energetica per 11 ospedali

Secondo le stime dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, il sistema sanitario pubblico spende ogni anno ben sei miliardi di euro solo per pagare le bollette di elettricità e riscaldamento e per la manutenzione degli impianti energetici, molti dei quali ormai vecchi.

L’iniziativa è quasi realtà in Toscana, dove l’Azienda Usl Toscana Nord Ovest ha bandito due gare per la riconversione energetica di 21 edifici, di cui 11 ospedali. Come spiega Stefano Maestrelli, dirigente della Usl, «il risparmio ottenuto dall’ente pubblico è stimato in 3,7 milioni l’anno per dieci anni. In termini di impatto ambientale la Co2 risparmiata con la conversione energetica di questi edifici equivale a 15 mila veicoli l’anno in meno in giro per le strade toscane o a 35 mila nuovi alberi piantati. I cantieri attivati hanno generato 75 nuovi posti di lavoro, personale che dovrà occuparsi della manutenzione degli impianti e della gestione del contratto. Estendere questa novità a tutto il sistema ospedaliero nazionale è un’occasione per far ripartire gli investimenti privati, far risparmiare miliardi che lo Stato spende in bollette, fare bene all’ambiente e creare nuova occupazione».

Guardando all’intero territorio nazionale, la rivoluzione verde degli ospedali italiani «attiverebbe investimenti privati per un valore compreso tra 12 e 15 miliardi – spiega Maestrelli -. Tolto il canone da pagare all’investitore che si è fatto carico della riconversione energetica e considerato il risparmio ottenuto in bolletta, questi investimenti garantirebbero alla pubblica amministrazione una riduzione della spesa ordinaria pari a circa un miliardo l’anno per ogni anno della durata del contratto, che è decennale. Un importante contributo al bilancio statale».

Le società matriarcali erano avanti! Seconda parte

Sab, 11/23/2019 - 12:00

Leggi la prima parte qui

Il patriarcato si sviluppa sempre di più e i giovani maschi guerrieri si rendono conto che più i vecchi più praticano il sesso con le vergini e più si sentono in salute. E allora decidono che il vecchio può sì sverginare le ragazze ma solo con un fallo di legno, quindi si elimina il rapporto sessuale e la rottura dell’imene diventa una specie di rito in cui il simbolo fallico si piglia la maledizione e poi viene buttato via.

E anche questo rito viene abbandonato quando il maschio viene sostituito da una donna anziana fino ad arrivare all’eccesso opposto e la verginità diventa essenziale e l’anziana è colei che controlla che l’imene sia ancora intatto al momento del matrimonio.

Ma anche in questo caso abbiamo delle tradizioni che reggono per millenni. Sono andato a visitare un villaggio vichingo ricostruito perfettamente vicino a Stoccolma, si tratta di una specie di fortino quadrato costituito da grandi case, c’è la casa dei genitori, la casa dei figli maschi e la casa delle figlie femmine, la casa degli animali e la sala comune.
La casa delle femmine ha una piccola porticina rasoterra per permettere agli amanti delle fanciulle di entrare di notte senza essere visti dai genitori che si potrebbero imbarazzare. Il maschio deve entrare strisciando e se le ragazze non lo vogliono lo picchiano sulla testa ed è costretto ad arretrare. Presso i vichinghi le donne non potevano sposarsi se non erano già incinte, avevano capito che l’infertilità era più probabile fosse responsabilità dal maschio quindi volevano la garanzia che il matrimonio fosse fecondo. Poi che non fosse il marito il padre biologico del figlio non interessava a nessuno.

La forza della cooperazione

Qui andrebbe aperto un lungo capitolo sul fatto che la cultura patriarcale ha falsificato gli elementi di forza dell’evoluzione. 
Dopo gli anni ’70 e l’inizio del femminismo, Lynn Margulis scopre che la cellula non è il più piccolo organismo unitario ma è una cooperativa, cioè l’insieme del nucleo della cellula con il suo DNA e i mitocondri – più di mille in ogni cellula con un loro DNA –  che si riproducono con ritmi diversi da quello nel nucleo della cellula.

È incredibile che per decenni i biologi abbiamo guardato la cellula e visto i mitocondri ma solo la Margulis si rende conto che i mitocondri esistevano prima ancora della prima cellula e quindi la stessa origine della vita è cooperativo. La Coop sei tu. E la forza della società matriarcale è proprio questa grandiosa capacità di cooperazione: non c’è un re, è un popolo che si mette insieme e riesce a costruire grandiose costruzioni.

Lo straniero è una risorsa

Una storia meravigliosa di cui abbiamo una testimonianza documentata ci dimostra la forza delle popolazioni che riescono ad avere come primo punto ideale non la competizione, non la paura dello straniero ma la cooperazione.

Nel libro edito da Einaudi: Naufragi – dal quale mio padre ha tratto lo spettacolo Johan Padan e la descoverta de le americhe – è il diario di due naufraghi che finiscono in America presso i Calusa dei Mississippi, una popolazione matriarcale molto evoluta.

Questi due naufraghi vengono ospitati, trattati benissimo, curati e rifocillati e quando sono in forze incontrano un capo tribù – Nella zona praticamente si era formato un consorzio di decine e decine di etnie che collaboravano sotto il coordinamento di questa tribù matriarcale dei Calusa – che dice loro: «Ora che siete in salute, per favore, potreste fare l’amore con tutte le donne del nostro popolo?»

I due naufraghi restano lì 8 anni, perché il lavoro richiede un certo impegno… e si innamorano di questa popolazione. Per uno spagnolo conoscere i Calusa ero uno choc incredibile.

Abbiamo una visione del 1500 completamente falsata dai libri di scuola e dal cinema e non ci rendiamo conto che gli europei si lavavano due volte l’anno, vivevano in città dove sulle strade c’era uno strato di letame e di immondizia e quindi chi aveva i soldi girava con i tacchi alti e le zeppe, e che consideravano il rapporto sessuale un peccato.

Insomma, gli uomini e le donne del 1500 erano veramente una schifezza, non esiste un ritratto di un essere umano che sorride mostrando i denti perché semplicemente non avevano i denti, consideravano lavarsi i denti un peccato mortale che non si poteva assolutamente compiere per cui la Gioconda non ha un sorriso ambiguo è che se sorride ha un dente sì e uno no…

L’igiene è sexy

E invece le ragazze Calusa si lavavano i denti e il corpo, si profumavano e soprattutto non andavano a letto con le camice da notte con il buco con ricamato intorno “non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio”, no, per loro il sesso era la comunione con la Dea. Pensate a una cultura in cui tua mamma quando hai 13-14 anni inizia a chiederti: «Bambina ma hai scopato oggi? Se non lo fai cosa penserà tutta la gente del villaggio? Che sei una poco di buono perché non fai mai sesso?!? La divinità ti punirà, devi fare la comunione!?! Non ridi, non scopi ma dove vuoi andare a finire?»

Le società matriarcali erano avanti!

Ecco che con questa popolazione straordinaria i naufragi iniziano a fare sesso come dei matti, si innamorano di questo popolo e dicono loro la verità: «Stanno arrivando gli spagnoli e vi ammazzano tutti!» e i Calusa si chiedono:  ma come fanno gli spagnoli a ucciderci tutti se abbiamo dei guerrieri grandi e grossi e i naufragi spiegano che gli spagnoli hanno i cannoni, i fucili, i cavalli, le spade…

(Continua)

Il sito internet di Donne in Evoluzione

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La storia di Inanna (Prima parte)
La storia di Inanna (Seconda parte)

Via il glifosato dalle nocciole!

Sab, 11/23/2019 - 07:00

Un servizio della trasmissione Indovina chi viene a cena su Rai 3 ha ben raccontato il problema dell’uso massivo che viene fatto dei fitofarmaci e degli erbicidi nelle produzioni di nocciole della provincia di Viterbo, mostrando immagini di come «tutti i giorni si sollevano tonnellate di glifosato e diserbante in quella che è la monocoltura di nocciolo più estesa d’Italia».

«Anche soltanto vedendo il processo di raccolta si capisce l’impatto che ha sull’ambiente: la nuvola di polvere che per giorni si solleva, diffondendo molecole dell’erbicida che viene sparso sotto le piante anche prima della raccolta. Tonnellate di glifosato e diserbante, largamente impiegati dai proprietari dei noccioleti», ha raccontato il servizio.

Battaglia iniziata da tempo

Al momento della registrazione del servizio di Rai 3 «solo sei sindaci dei comuni interessati sul totale dei tredici comuni sul lago avevano vietato esplicitamente l’uso dei glifosati», ha precisato il presidente del Biodistretto della via Amerina e delle Forre in provincia di Viterbo, Famiano Crucianelli, che ha già avviato da tempo questa battaglia.

Già nell’agosto dello scorso anno Crucianelli dichiarava in un’intervista: «Sono preoccupato del fatto che in questa settimana di raccolta delle nocciole si presenti il rischio di uso, e di abuso, di erbicidi contenenti il principio attivo del glifosato. Questo anche in considerazione delle abbondanti piogge e della conseguente crescita di erba nelle coltivazioni. Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe una grave violazione delle ordinanze comunali e dello stesso decreto del ministro della Salute dell’agosto del 2016, emanato in attuazione del regolamento esecutivo dell’Unione europea. Con questo decreto il ministero intendeva revocare l’impiego degli erbicidi come il glifosato in periodo di pre-raccolta per evidenti ragioni di salute pubblica».

La situazione sta cambiando

A oggi però la situazione sta cambiando e tutti e tredici i comuni del Biodistretto della via Amerina e delle Forre si sono dati l’obiettivo di ridurre, se non addirittura azzerare, l’uso di fitofarmaci a cominciare dal glifosato. I tredici comuni interessati sono: Orte, Vasanello, Canepina, Vignanello, Vallerano, Gallese, Fabrica di Roma, Corchiano, Civita Castellana, Castel Sant’Elia, Nepi, Calcata, Faleria. «L’obiettivo principale è arrivare a una omogeneità delle ordinanze che regolano l’uso dei fitofarmaci o che, in altri casi, vietano l’uso di alcuni diserbanti come il glifosato«, ha affermato Crucianelli.

I produttori di nocciole avevano invocato una tregua sul fronte delle ordinanze comunali che limitano l’uso di pesticidi, ma su questo punto le amministrazioni non cederanno: «Non recediamo  di un millimetro – aggiunge Crucianelli -. Le ordinanze tanto contestate rappresentano la traduzione in ambito locale di leggi nazionali o regolamenti a livello europeo per quanto riguarda gli agrofarmaci. Non esiste un quadro di riferimento per quanto riguarda il glifosato, ma esistono prove e controprove dei danni causati da questo tipo di prodotto che giustificano ampiamente tali provvedimenti. La stessa multinazionale che lo produce ha fatto un passo indietro, annunciando di puntare nei prossimi anni su diserbanti alternativi. Non basta questo a far scattare quel principio di precauzione che i sindaci, come autorità sanitaria, possono e devono applicare? Cosa altro serve?».

Le produzioni biologiche sono la strada

Nel servizio di Indovina chi viene a cena la giornalista Sabrina Giannini aveva intervistato anche Ovidio Profili, un imprenditore locale che ha scelto da tempo l’agricoltura biologica. «La nostra polvere – ha spiegato Profili – è terra e basta. Le altre sono nuvole di chimica: l’erbicida resta, anche sulle piante, e va a finire nei polmoni delle persone che lavorano la terra e che abitano vicino».

La conduttrice Giannini aveva ricordato anche che «la gran parte di queste nocciole finisce nella universalmente nota crema spalmabile. Chi oggi ha il potere di chiedere la conversione in un’agricoltura più sostenibile è proprio l’acquirente principale, che garantisce un guadagno anche consistente».

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Altre fonti:

Ferrero e l’impatto sulle colture delle nocciole Glifosato, 13 comuni del Lazio si coalizzano per vietarlo

Benvenuti in mare aperto

Ven, 11/22/2019 - 15:00

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.

Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla.

Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare.

Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara.

Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.

Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. E’ stata energia pura. Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi.

Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto.

Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.

Non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo. Perché grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare.

Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo.

Vi siete spinti troppo lontani dalle vostre acque torbide e dal vostro porto sicuro. Noi siamo le sardine, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto.

E’ chiaro che il pensiero da fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare”.

Fonte: Pagina Facebook “6000Sardine”

Leggi anche: Sei anche tu una sardina?

Sei anche tu una sardina?

Ven, 11/22/2019 - 15:00

Se sei anti salviniano sei una sardina. Ma perché sardina? Beh perché, al contrario di quel che pensavi, in tanti la pensano come te, sei uno nella moltitudine, prezzo basso al bancone del super, ma alta qualità di omega 3: siamo tanti, contiamo poco se presi uno a uno, ma facciamo massa, e siamo un toccasana per la salute del Paese. Pesce grande mangia pesce piccolo? Ma tanti pesci piccoli insieme mettono in fuga il predatore.

È questo lo spirito giocoso ma serissimo partito da Bologna, il 14 novembre scorso, quando Matteo Salvini arriva alla carica della rossa Bologna, per lanciare al Paladozza la campagna elettorale regionale di Lucia Borgonzoni, e di getto migliaia di persone riempiono Piazza Maggiore per dire semplicemente no alla sua presenza guidate da una promessa «Saremo così tanti da stare stretti come sardine». E così fu. La prima manifestazione dal super basso delle “sardine”, silenti, stipate e ironiche. 

Chi ha pescato le sardine

Quella promessa, giunta via social naturalmente dagli ideatori del flashmob ittico che ha rovesciato il tavolo della politica italiana sono i giovanissimi Mattia SantoriRoberto MorottiGiulia Trappoloni e Andrea Garreffa. Hanno portato sul crescentone di Piazza Maggiore 15mila persone al grido di «Bologna non si Lega» o «Bologna non abbocca». E ieri in rete si sentivano i 5Stelle sussurrare: «una volta le sardine eravamo noi».

E ora, puoi controllare sulla pagina Facebook ufficiale, 60.128 follower, non si Lega neppure Modena (già raccolte 7mila sardine) e Sorrento, né Firenze (il 30 novembre sono attese addirittura 40 mila persone), né Milano (1 dicembre); Le Sardine si incontreranno anche a Sorrento (21 novembre), Reggio Emilia e Perugia (23), Rimini (24), Parma (25), Bari, Roma, Benevento.

Qui il Manifesto delle 6000Sardine:
Benvenuti in mare aperto

Il pesce grosso

Il contrattacco salviniano parte e si sviluppa naturalmente attorno a un concetto unico: dietro le sardine c’è il vecchio e brutto Pd. Il direttivo del movimento delle sardine, dichiaratamente apartitico, ovviamente smentisce duramente e denuncia – il tutto via social – un attacco frontale e personale: «Tutti i profili facebook degli organizzatori delle piazze sono sotto assedio. Una assessora di Pianoro (Bologna) è stata minacciata di morte dopo che Salvini l’ha messa alla gogna sulla sua bacheca degli orrori, solo per aver partecipato alla manifestazione. Una delle due promotrici di Modena (21 anni) ha dovuto oscurare tutti i suoi account ed è assediata da giornalisti».

Ma è ovvio che un movimento così energico ed anti salviniano non potrebbe mai non attirare parte della sinistra. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti si è complimentato con gli organizzatori su Twitter: «Grandi!». Mentre Firenze scalda i motori capeggiati dal millenial della direzione del Pd, Bernard Dika.

Come organizzare le sardine

A chi desidera organizzare anche a casa propria, i quattro ragazzi invitano a scrivere a 6000sardine@gmail.com per ricevere supporto, specificando

«Stiamo cercando di organizzarci per fare in modo che tutte le manifestazioni siano coerenti con il messaggio che abbiamo voluto dare. – scrivono, ma specificano – Per tutti gli aspiranti organizzatori: siete preziosi, ma proprio perché vi vogliamo bene non abbiate fretta. Prendete contatto con noi, aspettate a lanciare nuovi flash mob perché andrete incontro a un sacco di rischi e la vostra vita privata rischia di essere compromessa».

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