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Aggiornato: 1 ora 53 min fa

Ristorante solidale: a Natale si ripropone il “piatto sospeso”

Mer, 12/04/2019 - 10:00

Tutti conosciamo la tradizionale usanza napoletana del “caffè sospeso” per cui si lascia un caffè pagato al bar per uno sconosciuto che non può pagarlo da sé: ebbene, in questi giorni – e fino al 15 dicembre – facendo un ordine tramite l’app di Jast Eat nelle città di Milano, Torino, Roma e Napoli sarà possibile aggiungere un Piatto Sospeso del valore di 3,00€, 4,00€ o 5,00€ scegliendo tra riso, pasta, pollo, hamburger, panini e tante altre specialità.

Come funziona

Al termine dell’operazione i “piatti sospesi” lasciati dai clienti verranno raddoppiati da Just Eat e nei giorni 17, 18 e 19 dicembre, in concomitanza con la Giornata Internazionale della solidarietà Umana che cade il 20 di dicembre, verranno consegnati a comunità, case accoglienza e centri dedicati selezionate dalle Caritas locali.

Ristorante Solidale dal 2016

“Minor spreco di cibo” è un must già da qualche anno, recepito persino in una legge ad hoc, e le buone pratiche nel campo della ristorazione sono sempre più diffuse, come quella per quasi il 60% dei ristoranti di condividere con i dipendenti i cibi prossimi alla scadenza.

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Le migliori App contro gli sprechi di cibo (Infografica)

Il Piatto sospeso rappresenta però qualcosa di più: come afferma Daniele Contini, Country Manager di Just Eat in Italia, è “un circolo virtuoso per i ristoranti e per le persone, contribuendo a diffondere una cultura anti-spreco e a supportare i meno fortunati”

Nel 2018 sono stati consegnati 700 pasti e la speranza degli organizzatori per il 2019 è non solo di confermare quella cifra ma di far sì che questo progetto di food delivery solidale possa espandersi ulteriormente.

I Ristoranti aderenti

I piatti sospesi raccolti saranno preparati dai seguenti Ristoranti Solidali aderenti all’iniziativa di Natale:

Milano: Kombu, Chickebot, Mama Burger, This is not a Sushi Bar, Tram Laboratorio Tramezzino veneziano, Let’s Wok, Genuino, Maoji Street Food, e Mao Hunan.
Torino: Kombu, Piadineria Cuslè, Rizzelli,T-Bone Station, Hamburgherie di Eataly, Curry & Co.Taco Bang, La Mangiatoja.
Roma: Sushi in the box, Burger King, Pani e Ripieni, Mi Garba La Pizza, Naturale, T-Bone Station, TBSP-The BBQ & Smoke Project, Tyler, Fello Bistrot, Metro Gourmet Attitude, Miss Pizza Centocelle, Food Delivery Ex Mercato
Napoli: Pollo&Patate,Triclinium Gastronomia, Laura Bistrot, Pizza Loca, D’ausilio Macelleria Pub& Grill, Burger King, Hoop Bagel, Rosticceria Magia, Oca Nera, Kokore, O’ Sushi, I’m Pokè

Per maggiori informazioni: RistoranteSolidale.it

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Bambin Gesù, impiantato primo bronco stampato in 3D su bambino di 5 anni

Mer, 12/04/2019 - 08:00

Una gabbietta cilindrica stampata in tre dimensioni con un materiale bio-riassorbibile per restituire il respiro a un bambino di 5 anni: è stato effettuato all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma l’impianto di un bronco biocompatibile, primo intervento di questo genere in Europa.

Il piccolo paziente che ora, a neanche un mese dall’operazione, può tornare a casa, era affetto da broncomalacia al bronco sinistro, un cedimento della parete bronchiale che impediva il normale flusso di aria nel polmone sinistro. Il dispositivo impiantato, progettato e realizzato al Bambin Gesù grazie a un lavoro d’équipe durato oltre 6 mesi, consente ora al bambino di respirare autonomamente.

Cos’è la broncomalacia

La malacia dei bronchi, ovvero la perdita della funzione di supporto da parte degli anelli di cartilagine che compongono le vie aeree, è una lesione relativamente rara che produce una limitazione del normale flusso d’aria attraverso i bronchi conducendo all’insufficienza respiratoria. Inoltre tende ad impedire l’espettorazione, provocando l’intrappolamento delle secrezioni e favorendo le infezioni polmonari. Può avere origine genetica, ma può anche derivare da alcune forme di prematurità e manifestarsi in seguito a traumi e infiammazioni croniche.

L’intervento è durato 8 ore

Il delicato intervento, durato 8 ore, è stato eseguito il 14 ottobre scorso dal Adriano Carotti, responsabile dell’Unità di Funzione di Cardiochirurgia Complessa con Tecniche Innovative in collaborazione con i chirurghi delle vie aeree del Laryngo-Tracheal Team diretto da Sergio Bottero. Il bronco del bambino era schiacciato tra l’arteria polmonare sinistra e l’aorta toracica discendente: a causa delle difficoltà respiratorie nelle ore notturne il piccolo aveva bisogno del supporto di macchinari per la ventilazione non invasiva. Il dispositivo è stato posizionato all’esterno del bronco malato ancorando il tessuto indebolito alla gabbietta 3D con delle suture.

Il bronco stampato in 3D

Il bronco bio-riassorbibile stampato in tre dimensioni nasce da un progetto del Bambino Gesù basato su uno studio dell’Università del Michigan (Stati Uniti) dove sono stati eseguiti i primi 15 impianti di questo tipo. Il dispositivo personalizzato è stato disegnato sull’anatomia del piccolo paziente partendo dalle immagini bidimensionali (ottenute tramite Tac) poi rielaborate in tre dimensioni con sofisticate tecniche di bioingegneria. Il modello tridimensionale, una “gabbietta” cilindrica che riproduce la struttura del bronco, è stato quindi stampato con policaprolattone e idrossiapatite, composto bio-riassorbibile che verrà progressivamente eliminato dall’organismo dopo aver accompagnato la crescita dell’apparato respiratorio del bambino e restituito al bronco la sua funzionalità.

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In foto: il bronco stampato in 3D impiantato nel bambino di 5 anni

Trans, nessuna info sui bugiardini dei farmaci salvavita: quali rischi?

Mer, 12/04/2019 - 06:00

Gli individui transgender in Terapia Ormonale Sostitutiva devono assumere farmaci per il resto della propria vita. Ma i “bugiardini” di questi farmaci non menzionano affatto l’utilizzo da parte di questi individui. Significa che mancano totalmente le informazioni su effetti collaterali e dosaggi.

Nella vita quotidiana, questa mancanza sfocia nel paradosso: ragazze trans poco più che ventenni acquistano farmaci per la menopausa precoce, mentre ragazzi trans con documenti ancora non rettificati possono vedersi negare l’acquisto di un farmaco salvavita come il Testoviron perché vietato alle donne dalle regole antidoping.

Come se non bastasse, da ottobre il Progynova, assunto da individui transessuali MtoF, è passato in classe C. Non essenziale, non mutuabile. Da 2 euro, occorre ora sborsarne 10 per ogni scatola da 20 compresse, di cui ne vanno assunte 2-3 al giorno.

Invisibilità totale e paradossi

Immaginate una ragazza di 25-26 anni che, munita di regolare ricetta medica, si reca in una farmacia per acquistare un farmaco che dovrà assumere per il resto della sua vita. Un farmaco come il Progynova, ad esempio. Un farmaco prescritto a donne in terapia ormonale sostitutiva perché già in menopausa e che risentono dei disturbi connessi (vampate di calore, risvegli notturni e tutto ciò che influenza negativamente la vita in maniera duratura), o perché entrate in menopausa precoce, o in menopausa chirurgica dopo interventi di asportazione dell’utero e delle ovaie.

La farmacia consegna alla nostra ragazza il farmaco che le occorre, sebbene nessun medico le abbia diagnosticato alcuno dei disturbi sopra citati. Ha la necessità assoluta di assumere proprio quel farmaco, che le ha prescritto uno specialista, ma per un motivo diverso da quelli indicati sul bugiardino: è in terapia ormonale sostitutiva ma non in menopausa precoce, né tanto meno ha subito un intervento chirurgico. Quel farmaco le è stato prescritto perché è una ragazza trans. Deve assumerlo perché, seguita da un endocrinologo, sta affrontando un percorso di cambio sesso (MtoF, da maschio a femmina) e questo prevede l’avvio di una terapia ormonale sostitutiva che comporta l’assunzione di ormoni femminili. È tutto regolare, ma sul bugiardino nulla indica questo tipo di utilizzo. Sembra incredibile, eppure ufficialmente le ragazze e le donne trans in TOS assumono farmaci per la menopausa precoce o devono comunque rientrare in uno dei disturbi elencati sui bugiardini.

La situazione, fin qui già abbastanza surreale, lo diventa ancora di più se consideriamo che qualche mese fa la nostra ragazza trans, all’inizio del suo percorso, quando da pochissimo assumeva il suddetto farmaco, era esteticamente ancora un ragazzo. Gli effetti della TOS e dell’assunzione di ormoni (estrogeni, nel caso che usiamo come esempio) non si manifestano certo in un lampo! Può accadere quindi che a richiedere un farmaco per la menopausa precoce si presenti un ragazzo, magari con un po’ di barba, vestito con abiti tipicamente maschili, che si reca in farmacia con una regolare ricetta medica a suo nome (un nome maschile, almeno per ora) e acquista un farmaco per donne in menopausa precoce.

Non solo. In tutti i casi, quando gli effetti della TOS sono ormai evidenti e l’individuo ha assunto ormai un aspetto del tutto coincidente a quello del genere desiderato, fisicamente può continuare comunque a possedere un apparato riproduttivo del genere di nascita. Una donna trans – anche nel caso decidesse di affrontare un intervento di ricostruzione per avere a tutti gli effetti un corpo femminile – assumerà per tutta la vita farmaci per la menopausa precoce pur non avendo utero e ovaie.

Agli individui trans FtoM – persone di sesso femminile in TOS che affrontano una transizione verso il sesso maschile – non va assolutamente meglio. Il Testoviron, il farmaco a base di testosterone più utilizzato, viene prescritto per l’ipogonadismo, che genera impotenza, infertilità, calo del desiderio sessuale, depressione, senso di stanchezza. Anche in questo caso, il bugiardino non menziona l’utilizzo da parte degli individui transgender. Ma il paradosso è ancora più estremo. Il Testoviron, se assunto da donne, rientra nella categoria dei farmaci dopanti e l’Aifa ne vieta la vendita, così come per il Sustanon e per il Nebid. La conseguenza è che un individuo FtoM in TOS che non ha ancora i documenti rettificati non sempre riesce ad acquistare facilmente in farmacia un farmaco che comunque gli è stato prescritto regolarmente da un medico endocrinologo e per il quale presenta una valida ricetta. O, quanto meno, deve spiegare il motivo dell’utilizzo, un motivo che appunto non esiste sui “bugiardini”. Qualcosa non quadra. E quel qualcosa è il bugiardino.

Sui “bugiardini” le persone trans non esistono

La questione dei bugiardini, che non riportano informazioni sull’utilizzo dei farmaci da parte delle persone trans, non è soltanto una questione di principio legata a questi paradossi o ai conseguenti misunderstanding. Gli attivisti che abbiamo contattato per portare avanti la nostra inchiesta sono concordi nell’affermare che uno dei problemi maggiori è l’assenza di indicazioni sull’assunzione e sugli effetti collaterali. Iniziata la TOS, il ruolo del medico endocrinologo è fondamentale, non soltanto per il rilascio di una ricetta valida per l’acquisto di estrogeni o testosterone, quanto per il supporto, i consigli e le indicazioni sui dosaggi. Nel caso dell’assunzione di estrogeni, si può scegliere tra iniezioni intramuscolari, cerotti e capsule da assumere per via orale; nel caso del testosterone (quindi quando il paziente è un individuo di sesso femminile che intraprende un percorso FtoM) si può scegliere tra le iniezioni, i cerotti o il cosiddetto androgel. In ogni caso, è sempre il medico endocrinologo a decidere quantità e tempistiche di assunzione. Ogni individuo è diverso dagli altri, proprio come accade per qualsiasi altro medicinale.

I farmaci assunti dalle persone trans, appunto, sono ormoni. Non sono farmaci creati ad hoc. Sono farmaci assunti anche per altre ragioni diverse dal voler cambiare sesso. La differenza è proprio che i bugiardini indicano tutte queste ragioni tranne la TOS per il cambio di sesso, cioè l’assunzione che punta a compensare la mancata produzione degli ormoni del sesso opposto rispetto a quello di nascita, cioè quello “di arrivo” in cui la persona trans si identifica. Un individuo trans in TOS per poter assumere i medicinali prescritti deve ricadere in una patologia che nessun medico ha mai diagnosticato. Sulle ricette non è specificato il motivo per il quale il farmaco viene assunto, è sottinteso che chi assume ormoni sia in TOS, ma è sottinteso che se una ragazza assume un farmaco per la menopausa precoce dovrà soffrirne, o dovrà soffrire di un disturbo citato nel bugiardino.

La questione è molto complicata. Per modificare i bugiardini inserendo informazioni su dosaggi, effetti collaterali e tutto quanto viene solitamente riportato ­– ci riferiscono gli attivisti – occorrono studi scientifici che finora nessuno ha condotto né commissionato. I bugiardini non contemplano il mondo trans, forse perché è una nicchia di pazienti, forse per inerzia dei vari soggetti del sistema. Ci viene riferito, in via del tutto informale, che il mondo delle associazioni, i medici e il sistema sanitario italiano si stanno muovendo per trovare una soluzione. È in atto un tentativo di raccolta dati e informazioni utili basato sulle singole esperienze delle persone trans che assumono farmaci e vivono gli effetti – anche collaterali – della TOS giorno dopo giorno. Ma siamo soltanto all’inizio.

Da ottobre i farmaci costano di più

Come se non bastasse, dal 1 ottobre il Progynova è passato dalla Fascia A alla C, quella dei farmaci non essenziali e non rimborsabili. Il rincaro è enorme, tutto a carico di chi ne fa uso. Si tratta di uno dei farmaci più comunemente prescritti alle donne trans, prodotto dalla Bayer, che contiene come principio attivo estradiolo valerato. E’ un farmaco indispensabile. Ma non per il sistema sanitario. L’AIFA l’ha da poco declassato da fascia A a fascia C, rendendolo non più mutuabile. Saranno le donne trans quindi a doversi far carico del costo a prezzo pieno, considerando che il farmaco passa da 2 a 10 euro per una confezione da 20 compresse. Molte donne trans ne assumono 2-3 al giorno. 

Alcune stanno cercando un’alternativa, ripiegando su farmaci meno costosi. Ma non sempre è possibile ed occorre comunque una valutazione accurata da parte del medico specialista che segue la TOS. Ricompare, dunque, il problema dei bugiardini privi di indicazioni e controindicazioni.

Non sempre un farmaco vale l’altro, la sostituzione non è semplice e i rischi per la salute possono essere davvero alti. Inoltre, ogni organismo reagisce a suo modo. Ne avevamo parlato anche in un altro approfondimento dedicato alla carenza di questi farmaci indispensabili che, qualche mese fa, ha gettato nell’incertezza totale le persone trans in TOS e i loro medici.

L’unica certezza, anche stavolta, è che sospendere la terapia è impensabile. Non è soltanto questione di affrontare una rimascolinizzazione dell’aspetto fisico, ma di scompensi ormonali gravi. Mantenere la terapia a base di Progynova sembra, nella maggior parte dei casi, l’unica via percorribile. Ma a caro prezzo. 

Alle persone trans non resta che sperare di conquistare una maggiore attenzione e una maggiore tutela. “Diritti essenziali vengono di fatto negati all’improvviso e nessuno sembra saperne nulla. I medici non vengono informati  delle novità e spesso le apprendono sbigottiti insieme ai loro pazienti. Così è stato anche in questo caso”, ci dicono. Le persone trans chiedono, dunque, ancora una volta di veder riconosciuta la propria condizione dal punto di vista sanitario.

La situazione di emergenza ha spinto diverse associazioni trans a scrivere una lettera aperta indirizzata al Ministro della Salute Roberto Speranza, chiedendo di aprire un dibattito sulla salute trans, al di là del caso specifico. Sono seguite due interrogazioni parlamentari per sollecitare il parere del ministro da parte delle deputate Lisa Noja di Italia Viva e Gilda Sportiello del M5s. Riportiamo un frammento della risposta  a quest’ultima: “Tale riclassificazione, difatti, è stata, esaminata dalla Commissione Tecnico Scientifica dell’Agenzia Italiana del Farmaco, organo consultivo dell’Agenzia, che ha verificato la presenza sul mercato di alternative terapeutiche, di pari efficacia, rimborsate dal Servizio sanitario nazionale.
Va, inoltre, sottolineato che la riclassificazione è stata esaminata e concessa dall’AIFA su richiesta della ditta titolare dell’Autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco Progynova, che, il 4 marzo 2019, ha presentato formale istanza di riclassificazione del farmaco dalla classe A alla classe C
”. Ma è una risposta che non convince. Le alternative non sono vere alternative, secondo i diretti interessati, che continuano ad invocare misure serie a tutela del diritto alla salute e alla continuità delle cure, con particolare riferimento all’accesso alla terapia ormonale sostitutiva.

Leggi gli altri articoli della nostra inchiesta:
Come si fa a cambiare sesso
I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio

Image by kalhh from Pixabay

Clima, Onu: “Agire o capitolare”

Mar, 12/03/2019 - 16:09

È partita la conferenza mondiale sul clima dell’Onu, la COP25, a cui partecipano 196 paesi fino al 13 dicembre. Greta Thunberg è sbarcata questa mattina a Lisbona, di ritorno dagli Stati Uniti, dopo la traversata in barca a vela a emissioni zero. La conferenza si apre sullo scenario mondiale dell’emergenza climatica. Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, l’umanità è di fronte a una scelta per il futuro, che implica necessariamente l’adozione di misure serie per tutelare il pianeta, tenendo a mente che l’alternativa alla “speranza”, di migliorare agendo, è la “capitolazione”.

L’emergenza climatica

Dal 1998 al 2017 ogni anno i paesi del G20 hanno pagato un conto molto alto per via dell’intensificarsi dell’emergenza climatica: 16 mila morti e 142 miliardi di dollari l’anno. Non solo, 860 milioni di persone sono in condizione di insicurezza alimentare in Asia e Africa. 300 milioni di persone vivono in zone esposte a inondazioni e uragani per la perdita di habitat e protezione costiera. Un milione di specie animali e vegetali a rischio di estinzione. Circa il 66% dell’ambiente marino e tre quarti di quello terrestre sono stravolti dall’azione dell’uomo. Le colture globali sono a rischio per via della progressiva diminuzione di impollinatori con conseguente perdita di 577 miliardi di dollari di colture annuali.

Il costo della perdita della biodiversità è molto alto, insieme al restringimento dei ghiacciai. Gli obiettivi di decarbonizzazione delle industrie sono più urgenti di quanto non siano mai stati, dal momento che i gas serra hanno raggiunto livelli record. Guterres ha accentuato questo aspetto sottolineando che non c’è altro tempo da perdere e aggiungendo che se non si debella il carbone “tutti i nostri sforzi per combattere i cambiamenti climatici sono destinati al fallimento“.

Un’occasione per l’Africa

La COP25 arriva in un momento cruciale per il mondo e l’Africa in particolare. I paesi africani conoscono fin troppo bene i rischi posti dai cambiamenti climatici, nonostante le basse emissioni di gas serra dell’Africa, rimane il continente più vulnerabile ai cambiamenti climatici, con temperature superiori a 1,5 gradi Celsius. I danni collaterali ambientali sono molto elevati così come i rischi per le sue economie, a partire dagli investimenti infrastrutturali, ai danni all’agricoltura, facendola ripiombare in una situazione di precarietà e povertà che annullerebbe i progressi raggiunti.

Per l’African Development Bank sono necessari finanziamenti macroscopici per il continente, che richiedono capitali di almeno 3 trilioni di dollari per affrontare i cambiamenti climatici entro il 2030. Un passo è stato fatto con il lancio del progetto, di cui si parla alla COP25, Desert to Power, finanziato dall’African Development Bank e da privati, che grazie all’installazione di pannelli solari nel deserto del Ciad mira a garantire l’accesso universale all’elettricità per 60 milioni di persone (quanto l’Italia per intenderci) che vivono in Burkina Faso, Eritrea, Etiopia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Sudan, Gibuti, Senegal e Ciad.

Leggi anche:
Smentiti i negazionisti: cambiamenti climatici senza paragoni in almeno 2.000 anni
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Desertificazione e cambiamenti climatici

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Houston, abbiamo (tutti) un problema con le fake news

Mar, 12/03/2019 - 15:08

A Taiwan parlano del caso di Bibbiano, e lo fanno a fini propagandistici in vista delle prossime elezioni, esattamente come accade qui, in Italia.

Solo che lì, a Taiwan, dietro i content farm (i contenuti digitali di bassa qualità con cui viaggiano di solito le fake news, senza fonti, né, spesso, una sola sintassi che regga) c’è la Cina. Pechino non ha mai smesso di volersi riprendere Taiwan, il territorio ribelle da dover rieducare, e sta usando ogni mezzo per impedire la vittoria elettorale dei progressisti del Dpp, gli unici nell’intera Asia ad avere ottenuto importanti vittorie a tutela dei diritti degli omosessuali. Vittorie che non piacciono alla Cina.

Come riportato in un articolo apparso su Wired, la diffusione virale del presunto traffico di minori in Emilia nasce da un articolo pubblicato da un’agenzia multimediale taiwanese specializzata nella produzione di contenuti digitali e attiva anche tramite un proprio canale televisivo. 

ET-Today, questo il nome della società di comunicazione, con un articolo intitolato «Sei stato abusato sessualmente da tuo padre. Lo psichiatra altera la memoria dei bambini e gli fa il lavaggio del cervello per venderli ai pedofili» e firmato sotto lo pseudonimo “Galatina di frutta” fa scoppiare il caso di Bibbiano a Taiwan: quasi 5.000 interazioni sui social network per un pubblico potenziale di 7 milioni di lettori. Una bomba mediatica parzialmente congegnata mediante il rilancio di articoli apparsi sul sito di informazione vicino a CasaPound, Il Primato Nazionale, prontamente disinnescata dal Taiwan FactCheck Center, un’organizzazione che si occupa di risalire alle fake news e di bloccarle. L’organizzazione è attiva a Taiwan ma è riconosciuta a livello internazionale. 

Da noi, in Italia, alcuni giornalisti, editori e piattaforme collaborano con IFCN International Fact-Checking Network ma siamo ancora ben lontani dalla redazione di un piano contro le bufale dentro e fuori dalla rete; per il momento ci si limita a redigere report e a implementare soluzioni di mercato. I soggetti che hanno aderito al progetto sono: AGI – Agenzia Giornalistica Italia; ASSOCOM – Associazione Aziende di Comunicazione; CLASS Edizioni; CODACONS; Confindustria RadioTV; Facebook; FIEG – Federazione Italiana Editori Giornali; GEDI – Gruppo Editoriale; Google; Guardia di Finanza – Nucleo Speciale per la Radiodiffusione e l’Editoria; Il Messaggero; IAP – Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria; La7; Lavoce.info; Mediaset; Mondadori; Pagella Politica; RAI – Radiotelevisione Italiana; RCS Media Group; Reputation Manager; UNICOM – Associazione Imprese e Agenzie di Comunicazione; UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana; USPI – Unione Stampa Periodica Italiana; WRA – Web Radio Associate. Ne mancano ancora molti all’appello.  

In Italia le notizie false sono di casa: eccitano l’opinione pubblica, scatenano la caccia a un colpevole sempre nuovo, spostano voti. Immiseriscono il Paese, senza che nessuno possa dirsi davvero immune alla potenza mistificatrice della cosiddetta post-verità.

A cascarci non sono solo quelli che credono alla storia degli alberghi a 5 stelle con wifi per gli immigrati, lo siamo tutti, anche chi prova a informarsi in maniera più consapevole. Anche i radical chic, anche quelli non ancora disabituati a sfogliare giornali e libri.

Alla fine la mimo Daniela Carrasco diventata simbolo della rivolta cilena pare che si sia suicidata. Non sarebbe stata né uccisa né violentata dai Carabineros cileni. Essendo povera, la famiglia di Daniela non è riuscita a bloccare sul nascere l’onda virale che si è creata attorno alla morte della giovane artista di strada. Ci sta riuscendo soltanto ora, grazie a un’associazione di avvocate femministe cilene. Femministe interessate tanto al principio di verità quanto al principio di parità di genere. Perfino la fotografia circolata in rete non era quella di Daniela Carrasco ma di un’attrice che l’ha voluta omaggiare in questi giorni di protesta. Il fatto che Daniela si sia suicidata assolve i Carabineros che in Cile si stanno macchiando di crimini e le violenze, anche sessuali, contro la popolazione? Certo che no. L’indignazione verso l’abuso di potere che sta andando in scena in Cile è vera, reale, giusta, anche se a contribuire è stata (anche) la notizia falsa notizia della Mimo. 

Esiste una fetta di popolazione “studiata”, intelligente, a modino, superiore agli “webeti”, ai pecoroni del web, a quelli che si danno il “buongiornissimooo” pubblicando sul proprio profilo Facebook fotografie sgranate di rose finte? No. Siamo tutti manipolabili, bambini in cerca di un alfabeto digitale.

Con il riscaldamento globale aumentano i parti prematuri

Mar, 12/03/2019 - 13:17

Con l’aumentare delle temperature aumentano anche i parti prematuri: nei giorni in cui la massima supera i 32 gradi le nascite aumentano del 5% rispetto alle medie degli altri giorni. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change condotto da Alan Barreca dell’Università di California di Los Angeles (Stati Uniti).

Leggi anche: L’Organizzazione Mondiale della Sanità ai medici in sala parto: andate piano!

Parti anticipati anche di due settimane

Lo studio è stato realizzato esaminando i dati relativi alle temperature e ai parti effettuati negli Stati Uniti dal 1969 al 1988, mettendo in risalto come l’effetto dell’afa sia immediato – i parti risultano infatti aumentati il giorno stesso dell’esposizione alle alte temperature e il seguente – e non di poco conto, considerando che in alcuni casi la prematurità rilevata sia stata anche di due settimane. A causa dell’esposizione alle alte temperature, spiega lo studio, si stima siano nati in anticipo in media circa 25 mila neonati ogni anno, con una perdita totale di oltre 150 mila giorni gestazionali all’anno (con una perdita media quindi di 6 giorni di gravidanza).

Il riscaldamento globale cui stiamo andando incontro, si legge nello studio, potrebbe comportare un’ulteriore perdita di 250 mila giorni di gestazione all’anno entro la fine del secolo.

Leggi anche: I fissati con il riscaldamento globale hanno torto marcio: lo scrive Libero

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ai medici in sala parto: andate piano!

Difendiamo Padre Alex Zanotelli

Mar, 12/03/2019 - 11:12

Che tra Padre Zanotelli e Matteo Salvini non corra buon sangue è un gentile eufemismo.

L’ultimo scontro

L’agenzia Adn Kronos ha intervistato il missionario per un commento sulla notizia che l’ex ministro dell’interno è indagato dalla procura di Agrigento per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio sul caso della Open Arms.
Zanotelli, senza girarci troppo attorno ha risposto: «E’ grave che Salvini dica che per lui questa nuova inchiesta è una medaglia. Vuole dire che siamo alla disumanizzazione totale. E’ un uomo al quale non interessa nulla di chi soffre, non ha alcun senso morale. Come potrebbe guidare il Paese?”.

Non si è fatta attendere la risposta su Twitter di Matteo Salvini: “Ma Chef Rubio si è travestito da prete??” con la solita faccina sorridente di contorno. 

Salvini si riferisce a Gabriele Rubini, alias Chef Rubio con cui ha avuto vari scontri a colpi di tweet.

E come è accaduto per Chef Rubio anche Alex Zanotelli è stato preso di mira dai fan di Salvini sui social con valanghe di insulti e minacce di vario genere.

A difendere il prete ora si sono mossi i missionari comboniani in massa con una dichiarazione pubblicata su Nigrizia, perché anche la pazienza dei preti ha un limite. La riportiamo integralmente:

“Noi missionari comboniani sosteniamo con grande affetto e stima, senza se e senza ma, il nostro confratello Alex Zanotelli vittima di attacchi ignobili e ingiurie vergognose sui social e su tutti i mezzi di comunicazione. Attacchi innescati da alcune dichiarazioni che padre Alex ha rilasciato, un paio di settimane fa, all’agenzia AdnKronos.

Da più parti, si contesta il diritto di padre Alex di esprimere un giudizio politico sulla presenza dell’Occidente e dell’Italia in Iraq e si giudica questa posizione in contraddizione con il suo essere prete. E perché mai? Alex ha avuto il coraggio di affermare che i militari italiani in Iraq sono presenti per garantire al nostro paese il petrolio necessario alla nostra economia. E i nostri fratelli uccisi a Nassirya, alle cui famiglie va tutta la nostra solidarietà, non sono dei martiri ma sono morti nell’adempiere quel preciso compito di garantirci uno specifico interesse economico. Parole nette e chiare che sottoscriviamo.

Vogliamo ricordare a chi ha la memoria corta che padre Alex si è sempre speso per il Vangelo che si traduce in vita degna per gli ultimi della terra. Non da oggi, senza ipocrisie, prende posizione in favore della giustizia sociale e della pace, esponendosi in prima persona. Non si stanca di denunciare con passione le contraddizioni del nostro sistema economico e finanziario, che impoveriscono i popoli con cui spendiamo la nostra vita di missionari. E persevera nel testimoniare il ‘sogno di Dio’, cioè quel mondo di giustizia, pace e fratellanza universale che è il nostro orizzonte di impegno e servizio.
Per queste ragioni attaccare padre Alex è attaccare tutti noi. Schierati con lui, non contro qualcuno, sempre dalla parte del Vangelo e della giustizia.

Per chi volesse conosce la vita e il lavoro di Alessandro Zanotelli può trovare qui la sua biografia.

Noi restiamo affezionati a una sua frase nel maggio 1996 e che è sempre di grande attualità e che è diventata la bandiera del commercio equo e solidale: «Voi votate ogni volta che fate la spesa, votate ogni volta che schiacciate il telecomando, ogni volta che andate in banca sono voti che date al sistema». 

Leggi anche:
Alex Zanotelli: «La nonviolenza parte dall’informazione»
Un’intervista ad Alex Zanotelli
Diranno di noi ciò che diciamo dei nazisti

Il Pallone d’oro a Messi (senza sponsor, non sei nessuno)

Mar, 12/03/2019 - 11:00

«Il Pallone d’Oro? È solo un raduno di giornalisti e altre persone che votano per i loro amici». Firmato Johan Cruyff, uno che lo ha vinto tre volte e che quindi non può essere tacciato di essere mosso dall’invidia.

In effetti non è chiaro che cosa sia il Pallone d’Oro. È certamente un premio affascinante e prestigioso. Fa sempre parlare di sé, come gli Oscar o, per restare al giardino di casa nostra, al Festival di Sanremo.

Un tempo, era un premio riservati ai soli calciatori europei. Non avrebbero mai potuto vincerlo né PeléMaradona. Poi, il regolamento è cambiato. Venne istituito nel 1956 dalla rivista France Football e la prima edizione venne vinta dall’inglese Matthews.

Non è mai stato chiaro come considerare il Pallone d’Oro, un premio alla bravura del calciatore in sé oppure un premio all’annata disputata? Fatto sta che negli ultimi dodici anni, il premio si è adeguato all’assenza di concorrenza che sta caratterizzando il calcio ad alti livelli. Vincono sempre gli stessi. E così dal 2008 al 2017 hanno vinto sempre e solo Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Cinque Palloni d’oro a testa. Hanno vinto anche quando hanno le loro annate sono state deludenti dal punto di vista del risultato. L’unico intruso è stato Modric che lo scorso anno, forte della Champions col Real e del secondo posto ai Mondiali con la Croazia, è riuscito a strappare il premio dopo dieci anni di duopolio. Prima, c’era riuscito solo Kakà nel 2007.

Lionel Messi

Quest’anno si è tornati all’antico. Ha vinto di nuovo Lionel Messi nonostante la sua Argentina ha perduto la Coppa America e il suo Barcellona è stato brutalmente eliminato dal Liverpool in Champions League. In Coppa America, Messi è stato addirittura squalificato per tre mesi per le accuse di corruzione rivolte al comitato organizzatore reo, secondo il fuoriclasse, di aver favorito il Brasile. In Champions, il Barcellona è riuscito nell’impresa di farsi buttare fuori in semifinale dal Liverpool dopo aver vinto la partita d’andata per 3-0. Al ritorno Lionel e compagni sono stati battuti per 4-0 dalla squadra di Klopp (che poi ha vinto il trofeo): una delle sconfitte più umilianti della storia catalana. L’unico appiglio è la vittoria in campionato. Decisamente poco.

Che cosa vuole dire tutto ciò? Che lo sport – per fortuna non tutto – sta perdendo la propria caratteristica principale, la caratteristica che da sempre lo ha reso affascinante: la primazia del risultato. È chiaro che un calciatore del Liverpool avrebbe meritato di vincere il Pallone d’Oro. I Reds hanno vinto la Champions e stanno dominando il campionato dopo essere arrivati secondi lo scorso anno dietro il Manchester City. Avrebbe potuto vincere uno tra Van Dijk, Mané e Salah. E invece ha vinto Messi che probabilmente ha più sponsor dalla sua parte.

Cristiano Ronaldo

Un po’ quel che sta accadendo alla Juventus con Cristiano Ronaldo. Il portoghese ha un fatturato degno di una multinazionale e Maurizio Sarri è costretto a farlo giocare anche se non si regge in piedi. A turno, uno tra Dybala e Higuain – che oggi sono decisamente più in forma – sono costretti a rimanere in panchina perché non hanno lo stesso codazzo di sponsor del portoghese. Sono semplicemente – in questo momento – più forti sul campo. Non basta più. Come per la classifica del Pallone d’Oro. È la conferma che probabilmente il calcio è sempre meno uno sport e sempre più un business che prescinde dall’attività agonistica. Un po’ come la musica, il cinema, i videogames. Entertainment.

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Satelliti: cosa vedono e come

Mar, 12/03/2019 - 06:00

Informazione. Anzi: informazioni. Uno degli argomenti all’ordine del giorno è la libertà di circolazione delle informazioni.
In questo periodo sta facendo “notizia” l’abbandono della licenza Creative Commons da parte del quotidiano La Stampa e fino a qualche anno fa i dati ambientali raccolti dai satelliti (per altre informazioni si veda l’articolo pubblicato qui) erano di proprietà esclusiva di chi li raccoglieva, ma le cose stanno cambiando.

Se da un lato alcune risorse naturali, come per esempio l’Amazzonia, sono considerate un bene comune mondiale, non si capisce perché dati e immagini ripresi dall’alto non dovrebbero essere considerate nella stessa maniera. L’utilizzo di questi dati, oltretutto, in stragrande maggioranza è finalizzato da parte della comunità scientifica alla cura del Pianeta, più che all’ulteriore sfruttamento – anche perché chi sfrutta le risorse della Terra in linea di massima è in grado di pagare i dati, il cui costo è ininfluente rispetto alle economie scala possibili – ragione per la quale gli open data spaziali sono più che auspicabili.

La comunità spaziale internazionale sotto a questo punto di vista si sta muovendo. E la capofila è l’Europa. Già, perché se qualche segnale era arrivato dalla Nasa con la messa a disposizione gratuita delle immagini satellitari del programma Landstat, cosa che proseguirà anche con i prossimi passi dell’iniziativa, una svolta è stata data dalla Commissione Europea che ha dato mandato alla propria agenzia spaziale, l’Esa, di rendere accessibili dati e immagini del programma Copernicus che ha al suo interno le missioni Sentinel che possiedono un approccio integrato rispetto alle tematiche ambientali sia sotto al profilo dei fenomeni osservabili, sia dal punto di vista delle tecnologie.

Tradotto: l’Europa tiene sotto controllo il suolo, le aree forestali, le acque, sia marine, sia interne e anche fenomeni dinamici quali alluvioni, frane e altri tipi di dissesto idrogeologico. Un patrimonio di dati e immagini che è a disposizione di chiunque, privato o pubblica amministrazione voglia fare delle analisi ambientali di prima mano, per poi effettuare pianificazioni politiche e di gestione del territorio. Le risorse sono parecchie.

L’Esa infatti rende disponibili agli Stati Membri i Core Services che monitorano i mari, l’aria, il suolo, i cambiamenti climatici e che supportano anche la gestione degli eventi emergenziali. E non solo. Questi dati sono usati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) che si occupa di formare delle mappe tematiche dell’Europa che consentono il controllo di ciò che succede a terra.

Open data per gli utenti

La disponibilità da parte dell’Unione Europea di questi dati in formato Open Data risponde a una sfida più ampia che è quella di sfruttare risorse caratterizzate da un alto valore aggiunto di per sé al fine di sviluppare servizi e applicazioni utili, sostenibili in senso economico, al fine di rispondere alle esigenze degli utenti. «Sono i cosiddetti servizi downstream, tra cui rientrano anche le applicazioni commerciali che costruiscano Valore Aggiunto su dati telerilevati da satellite – commerciali o Open. – afferma Massimo Zotti, uno dei migliori esperti italiani sull’argomento – I servizi downstream seri in realtà sanno sfruttare non solo i dati satellitari, ma anche le informazioni e gli altri dati resi disponibili dai servizi essenziali che vengono offerti dall’Unione Europea, i Core Services di Copernicus».

Sentinelle del cielo

Vediamo cosa fa nel dettaglio una delle missioni dell’Esa, la Sentinel. Ogni missione Sentinel si basa su due satelliti gemelli per assicurare una copertura adeguata e per fornire dati in “doppia copia” al fine d’avere il massimo d’affidabilità. In questa maniera si abbassa molto la possibilità d’errore o malfunzionamento visto che i dati di un satellite sono utilizzati come strumento di controllo verso il suo “collega” e viceversa. Si tratta di missioni che utilizzano tecnologie come il radar, che ha la particolarità di produrre informazioni dal suolo anche in presenza di coperture e di sensori per immagini multispettrali, indispensabili per il monitoraggio del suolo, delle acque e dell’atmosfera.

Sentinel-1 è una missione radar, diurna e in orbita polare per i servizi terrestri e oceanici. Sentinel-1A è stato lanciato il 3 aprile 2014 e Sentinel-1B il 25 aprile 2016. Sono stati lanciati da un razzo Soyuz partito dalla Guiana francese.

Sentinel-2 è una missione di immagini multispettrali ad alta risoluzione in orbita polare per il monitoraggio al fine di fornire, per esempio, immagini di vegetazione, copertura del suolo e dell’acqua, corsi d’acqua interni e aree costiere. La missione può anche fornire informazioni per i servizi di emergenza. Sentinel-2A è stato lanciato il 23 giugno 2015 e Sentinel-2B è stato seguito il 7 marzo 2017. 

Sentinel-3 è una missione multi-strumento per misurare la topografia della superficie del mare, la temperatura della superficie del mare e della superficie terrestre, il colore dell’oceano e il colore della terra. La missione supporta i sistemi di previsione degli oceani, nonché il monitoraggio ambientale e climatico. Sentinel-3A è stato lanciato il 16 febbraio 2016 e Sentinel-3B il 25 aprile 2018.

Sentinel-5P è il precursore di Sentinel-5 per fornire dati tempestivi su una moltitudine di gas in tracce e aerosol che influenzano la qualità dell’aria e il clima ed è stato portato in orbita su un lanciarazzi dal Cosmodrome di Plesetsk in Russia il 13 ottobre 2017.

Sentinel-4 è un payload (ossia è un satellite ospitato su un altro satellite di carattere commerciale) dedicato al monitoraggio atmosferico che verrà imbarcato su un satellite Meteosat di terza generazione (MTG-S) in orbita geostazionaria.

Sentinel-5 è un payload che monitorerà l’atmosfera dall’orbita polare a bordo di un satellite MetOp di seconda generazione.

Sentinel-6 trasporta un altimetro radar per misurare l’altezza globale della superficie del mare, principalmente per l’oceanografia operativa e per gli studi sul clima.

L’esperienza europea dimostra come l’utilizzo dei dati possa non essere solo rivolto verso il mondo scientifico, o governativo per analizzare fenomeni e decidere politiche, ma come sfruttando gli open data si possa sviluppare anche l’economia grazie alla creazione di nuovi servizi, per rispondere a nuove esigenze.

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Campioni del mondo!

Lun, 12/02/2019 - 15:00

La nazionale italiana di basket con sindrome di Down ha battuto in finale i padroni di casa del Portogallo 36 a 22. Terza sul podio la Turchia.
La squadra: Davide Paulis (28 punti solo lui), Antonello Spiga, Emanuele Venuti, Alessandro Ciceri, Andrea Rebichini, Alessandro Greco. 
Allenatori: Giuliano Bufacchi e Mauro Dessì.
L’anno scorso un’altra vittoria al campionato mondiale a Madeira, vinti anche gli europei del 2017.

Decisamente un dream team questi ragazzi.

Una bambola paraolimpica

La Mattel ha prodotto una bambola con le sembianze di Bebe Vio, la campionessa mondiale paraolimpica di scherma.

«Guarda mamma, I’m a Barbie girl» ha commentato Bebe Vio in un video.
«Da piccola mi divertivo ad ‘infilzare’ Ken facendo tirare di scherma la mia Barbie. Era il mio modo per convincermi che l’astuzia e la tecnica potessero annullare le differenze fisiche con il bambolotto maschio. Oggi, il solo pensiero che qualcun altro potrà farlo con il mio personaggio mi riempie il cuore e mi ricorda la responsabilità che ho nei confronti di molti bambini. Spero di non tradirvi mai e di poter essere sempre più una fonte d’ispirazione».

Giornata Internazionale delle persone con disabilità

Si festeggia domani 3 dicembre e Repubblica dedica un lungo articolo a Chiara Coltri, ambasciatrice paraolimpica che dichiara: «Nella società l’uomo pensa che la donna sia più fragile, che abbia bisogno di aiuto, il cosiddetto “sessismo benevolo“, anche perché tutti abbiamo bisogno di cure. Nello sport questa idea scompare: la donna che vince medaglie viene vista dall’uomo come una ragazza forte, che vince, che ce la fa benissimo da sola». Anche quando quella donna è in carrozzina.

Non solo sport

Si chiama Poti Pictures ed è  una casa di produzione cinematografica di Arezzo nata nel 2015 con attori con disabilità intellettive e fisiche.
«Siamo dei pazzi, non ci poniamo limiti. Questi ragazzi erano spesso chiusi in istituti o in case con genitori anziani. Ora invece si ritrovavano protagonisti di avventure horror o di storie epiche», spiega il regista Daniele Bonarini, 41 anni intervistato da Raffaele Nappi per il Fattoquotidiano.it.

La casa di produzione oggi conta 4 dipendenti (tra cui due con disabilità intellettive che hanno dei contratti da attore e una regolare busta paga), nel 2018 si è registrata ufficialmente al Mibact e in appena 4 anni conta oltre 100 riconoscimenti.

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Tampon tax, Iva al 5% solo per gli assorbenti biodegradabili (ma introvabili)

Lun, 12/02/2019 - 13:25

Per gli assorbenti bio, ovvero per quelli compostabili o lavabili, l’Iva si abbassa dal 22 al 5% secondo quanto appena approvato dalla commissione finanze della Camera. Se da un lato la misura vorrebbe incentivare l’acquisto dei tamponi ecofriendly, dall’altra questa categoria di assorbenti è molto meno diffusa, e naturalmente più costosa di tutte le altre, per le quali la tassa sui consumi resta al valore standard del 22%. L’ipotesi di abbassarla era stata bocciata per l’impatto ambientale di questi prodotti, evidentemente ritenuto inferiore dal nostro Parlamento a quello delle lamette usa e getta tassate al 4% esattamente come i beni di primaria importanza.

Da notare che l’Iva al 5% è più alta della tassa sui parcheggi o sul tartufo fresco, mentre quella al 22% per tutti gli altri assorbenti non inquadrati come bio, ma che rimangono un bene di prima necessità in media per 30 anni di vita di ogni donna, vengono tassati tanto quanto sigarettebenzina o automobili.

L’auspicio è quindi quello di favorire una conversione degli acquisti verso assorbenti biodegradabili, come quelli della Bottega della luna realizzati in cotone biologico o in alternativa le coppette mestruali riutilizzabili, come quelle di OrganiCup.

Al contrario dell’Italia, la Germania sta varando per il 2020 la stessa tipologia di taglio sull’Iva dal 19 al 7% senza tuttavia distinguere tra tipologia di prodotto, misura tra l’altro già in vigore in altri paesi europei come CiproRegno Unito e Francia. Unico esempio virtuoso europeo è l’Irlanda, che non applica tasse ai tamponi.

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Foto di PatriciaMoraleda da Pixabay

Venezia e Mestre restano un unico Comune

Lun, 12/02/2019 - 11:25

L’affluenza complessiva al referendum consultivo è stata del 21,7 per cento, più alta a Venezia che a Mestre. Sullo stesso argomento si era votato già nel 1979, nel 1989 e nel 1994 (in questi il quorum era stato ampiamente raggiunto con la vittoria del No) e nel 2003 con l’affluenza al 39 per cento e il mancato raggiungimento del quorum.

Le città di Venezia e Mestre vennero unite nel 1926 in epoca fascista quasi contemporaneamente alla  nascita del polo Petrolchimico di Porto Marghera.

Allora il rapporto di abitanti tra i due poli era rovesciato rispetto a oggi:  Mestre contava poco più di 30mila abitanti mentre a Venezia risiedevano circa 175mila persone.

Oggi gli abitanti di Venezia sono meno di un terzo di quelli di settant’anni fa, mentre Mestre e le frazioni limitrofe ne contano oltre 180mila e i problemi sono molto diversi tra laguna e terraferma. I favorevoli alla separazione sostengono infatti che due amministrazioni distinte potrebbero affrontare meglio questi problemi e risolverli in modo diverso.

I contrari ritengono invece che la creazione dal nulla di un nuovo Comune andrebbe inutilmente contro le esigenze di praticità e controllo dei costi della spesa pubblica.

Nulla di fatto comunque, Venezia e Mestre rimangono un Comune unico, se ne riparlerà in un sesto referendum?

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Foto di Serge WOLFGANG da Pixabay

Care banche, non siete più credibili

Lun, 12/02/2019 - 11:00

Non siete più credibili!
Le banche hanno perso il loro capitale di fiducia ma continuano a immaginare (basta guardare gli spot pubblicitari) “un mondo  che non c’è”  basato sui residui deliri di onnipotenza o, peggio ancora, su incompetenze e scarsa visione strategica.

Secondo il Barometro della fiducia di Edelman, la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche a livello globale, la fiducia negli istituti finanziari è la più bassa registrata se paragonata ai livelli di fiducia di tutti gli altri settori di business.

Tuttavia, secondo una ricerca, fornitaci in anteprima, condotta da Trustpilot, la piattaforma di recensioni più influente al mondo, il settore del fin-tech costituisce un’eccezione. Più del 40% degli intervistati, infatti, ritiene che le aziende di questa branca del settore finanziario siano “altamente affidabili”.

Il motivo è semplice: queste attività nate in tempi più recenti non si portano dietro lo stesso pesante bagaglio delle aziende finanziarie tradizionali.

La sfida per queste giovani aziende è, dunque, quella di mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti.

E per questo la riprova sociale è per loro un fattore essenziale.

Ma esiste un altro fattore determinante per queste start-up e scale-up: ascoltano il cliente!

L’importanza dell’esperienza del cliente è tale da pesare più dell’innovazione agli occhi dei manager di aziende fin tech. Secondo un sondaggio effettuato dalla società di ricerca e consulenza London Research, quasi la metà di esse (il 46%) è, infatti, dell’idea che ciò che realmente fa la differenza per il proprio business sia la qualità dell’esperienza del cliente, rispetto al 38% che ritiene “il prodotto/l’innovazione” il fattore più importante, solitamente visto come la stessa ragion d’essere di una start-up.

L’esperienza del cliente è, inoltre, ritenuta significativamente più importante della notorietà del brand (7%), della reputazione online (5%) e del prezzo (4%).

Per un cliente di una banca sembra quindi che non sia più importante, cosi come avveniva nel secolo scorso, esibire il libretto di assegni di Unicredit o di Deutsche Bank per accreditarsi agli occhi dei propri stakeholders, in primis i fornitori.

Eppure i ragionamenti che fanno i giovani manager delle fin-tech sono di una linearità logica che accentuano ancor di piu l’arretratezza e l’obsolescenza del management delle banche tradizionali.

Non sono sicuramente filantropi ma hanno capito che le start-up e le scale-up necessitano di trarre profitto dalla qualità dell’esperienza del cliente per ragioni di marketing. E da ciò che dice effettivamente il cliente e non ciò che, nelle indagini di customer satisfaction delle banche tradizionali, si fa dire al cliente! La ricerca mostra, infatti, che più di un terzo delle aziende che hanno partecipato al sondaggio (35%) reputa le recensioni positive “fondamentali” perché un cliente potenziale si trasformi in un cliente effettivo e il 47% le ritiene “importanti”.

Non fanno altro che trarre buon uso dell’insoddisfazione del cliente legata ai metodi tradizionali di operare delle banche “classiche”, usandola come opportunità per mettere in buona luce la propria attività.

Nonostante le aziende fin-tech possano sempre evidenziare il fatto di operare in un settore altamente regolato, sembra che la rassicurazione più efficace per i consumatori sia quella data dalle recensioni positive e dai punteggi alti lasciati dai clienti che già si affidano a loro.

Nel frattempo, dopo Facebook con la sua moneta (Libra), dal 2020 Google offrirà anche il suo conto corrente chiamato “Cache”.

I mostri stanno arrivando e, citando simpaticamente Pippo Baudo, “io lo avevo detto 5 anni fa” (Io so e ho le prove – Chiarelettere, ottobre 2014) e qualche illustre professore di finanza (e anche qualche illustre giornalista)  arricciava il naso disgustato da tanto catastrofismo.

Incontri online, nel 2037 più di un neonato su due sarà un “e-bebè”

Lun, 12/02/2019 - 10:27

Entro i prossimi 20 anni al massimo, più di un bambino su due sarà un “e-bebè“, ovvero nascerà da coppie che si sono conosciute online. A sostenerlo è un’indagine condotta dagli studenti dell’Imperial College Business School di Londra per conto del sito di incontri online eHarmony.

Oggi una coppia su tre si conosce online

Dal rapporto, che si chiama “Future of Dating“, emerge che già entro il 2030 quattro bambini nati su 10 saranno e-bebè. Attualmente secondo i dati raccolti il numero di coppie che si conosce online sono in crescita e rappresentano un terzo del totale.

Le proiezioni effettuate indicano il 2037 come l’anno del “cambiamento”, in cui le coppie che si sono  conosciute tramite siti di incontri saranno di più di quelle che hanno avuto il primo approccio alla nella vita reale.

E-bike e monopattini elettrici: la famiglia dei RAEE continua ad allargarsi

Lun, 12/02/2019 - 06:00

C’erano una volta vecchi frigoriferi, lavatrici e qualche radio. Differenziare le apparecchiature elettriche ed elettroniche dagli altri rifiuti era abbastanza semplice. Oggi, invece, la famiglia dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) è sempre più grande: le ultime “new entry” sono dispositivi che fino a pochi anni fa non esistevano, come le e-bike, i monopattini elettrici, gli hoverboard, gli auricolari bluetooth e i seggiolini antiabbandono, da poco diventati obbligatori.

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E-bike: guida all’acquisto “for dummies”

Sigarette elettroniche, droni e lampadine

Sono Raee tutti i rifiuti che hanno al loro interno una componente elettrica o elettronica. È un insieme estremamente variegato per tipologia, dimensioni e funzionalità: «Le nuove mode, ma anche i progressivi sviluppi sui prodotti che mettono al centro l’elettronica – spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight, consorzio nazionale non a fini di lucro che si occupa della gestione dei Raee, delle pile e degli accumulatori esausti – fanno sì che la famiglia dei Raee debba continuamente allargarsi per comprendere prodotti che fino anche a pochi mesi prima non venivano considerati dal mercato o addirittura non esistevano». Per fare alcuni esempi diventeranno parte di questa famiglia di rifiuti, una volta giunti al termine della loro vita, i robot aspirapolvere così come le biciclette a pedalata assistita, ma anche le sigarette elettroniche, i droni e i segway. Oltre agli smartphone rotti, ai telecomandi, alle stufe elettriche e alle lampadine, siano esse a risparmio energetico, a neon o a led. Prodotti molto diversi tra loro, ma accomunati dalla presenza al loro interno di una componente elettrica o elettronica e che condividono l’obbligo di seguire un preciso percorso di raccolta, trattamento e smaltimento.

Risorse da non sprecare

I Raee rappresentano un’importante risorsa per quanto riguarda i principi che muovono l’economia circolare: «Sono infatti riciclabili per oltre il 90% del loro peso, ottenendo importanti quantitativi di plastica, ferro, alluminio e vetro», spiega Dezio. «La corretta gestione di un RAEE inizia però dalla sua conoscenza: sapere che il monopattino elettrico o l’e-bike, che magari abbiamo appena regalato a nostro nipote, quando non funzionerà più dovrà essere conferito separatamente, è il punto di partenza per dare vita ad una catena di valore».

Leggi anche: Modelli di economia circolare per arrivare a “Zero waste”

Ecco come si smaltiscono

Per il corretto smaltimento di grandi apparecchi elettrici ed elettronici come lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, è necessario organizzarsi per il conferimento diretto all’isola ecologica del proprio comune o per il ritiro da parte delle aziende rifiuti urbane. È bene sapere che in caso di acquisto di un nuovo elettrodomestico è possibile richiedere, in base alla normativa attualmente in vigore, l’applicazione dell’Uno contro uno, ovvero il negozio da cui stiamo comprando è tenuto a ritirare il vecchio apparecchio, se lo chiediamo.

Per quanto riguarda invece lo smaltimento dei piccoli Raee come cellulari, tablet, telecomandi, asciugacapelli, radioline, frullatori, fotocamere, rasoi elettrici, chiavette usb, caricabatterie, non è necessario andare in discarica. Da luglio 2016 è infatti entrato in vigore il cosiddetto decreto “Uno contro zero“, secondo cui l’apparecchio fuori uso – la legge parla di una misura che non deve superare i 25 centimetri sul lato più lungo del prodotto – si può consegnare direttamente nei negozi che vendono questi dispositivi senza effettuare alcun acquisto.

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Consigli utili su come sbarazzarsi dei propri vecchi Raee
Economia Circolare: come si riciclano i Raee

Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… lei non sa DOVE sono io!”

Dom, 12/01/2019 - 10:00

L’On. Flavio Di Muro, dai banchi del Parlamento, chiede rispetto. Rispetto per il momento, rispetto per i veri sentimenti, rispetto per la sua persona.
E con lo stesso rispetto si rivolge – non al Presidente della Camera – ma alla Tribuna, dall’altra parte dell’Aula, e annuncia di voler fare una dichiarazione.

È suspense.

Lento, si china sotto il banco a cercare qualcosa e, tra la merenda e il cellulare, trova l’astuccio. È già aperto, pronto all’uso. Ma non contiene penne, bensì un anello.

Guardando un non luogo qualsiasi, verso l’alto – come ogni uomo lungimirante sa fare – dichiara con orgoglio a un puntolino tra mille altri puntolini: “Elisa, mi vuoi sposare?”.

Ora – manco il tempo di sapere se il puntolino Elisa abbia detto sì o meno (e se si trovi effettivamente in Aula) – alla sinistra del Deputato Di Muro, altrettanto Onorevole – forse solo più corpulento – è semplicemente entusiasta. 

Batte le mani con forza, esclamandoo “Braaaavooo”, si alza in piedi, e giù: pacche sulla spalla. Che scena virile, che uomo, queste sì che sono le Istituzioni che vogliamo.

Usciamo finalmente dai formalismi e dalle imposizioni: riscopriamo i sentimenti, riconosciamo il fascino della spontaneità e dell’urgenza,  avalliamo l’interesse privato in atti d’ufficio! Sarà bellissimo.

Ed ecco, dunque, qualche (altra) situazione a cui potremmo assistere senza scandalizzarci più di tanto da questo momento in poi:

  1. La domenica a mezzogiorno, il Papa si affaccia su piazza San Pietro. Si schiarisce la voce e dichiara:
    “2 kg di zucchine, una busta di insalata, una confezione di clementini (che quelli coi semi proprio non li sopporto). Il prosciutto tagliato sottile e senza grasso. Quattro ciriole. Accettate buoni pasto esteri?”
  2. Nel remake di “Via col vento”, al cinema, gli occhi di tutti sono lucidi. Rhett Butler ha lasciato Rossella, ma lei ha smesso di fare i capricci, lei è cresciuta, lei ce la farà. La musica sale, l’inquadratura si stringe. Lei si rivolge verso la sala e ispirata conclude: “Che qualcuno c’ha un euro?”
  3. Finale di Champion League. A seguito di un intervento dubbio in area, l’arbitro fischia rigore. Si scatena l’inferno. Ma il direttore di gara ha un’arma, dalla sua. Uno schermo che può mostrargli ogni episodio dubbio. Dopo 20 minuti di attesa, lo stadio comincia ad averne abbastanza. Una telecamera rompe il protocollo e si avvicina: l’arbitro sta riguardando l’episodio finale di Lost. (In effetti dubbio parecchio).
  4. Il sacerdote celebrando un matrimonio: “Scusate, chi ha segnato?”
  5. In chiusura di TG1: “Caro, butta giù la pasta!”
  6. Il Giudice in Tribunale: “Posso chiedere l’aiuto del pubblico?”
  7. Durante l’arresto di un Capo Mafia: “Ci sarebbe mio fratello che è disoccupato…”
  8. Braccia al cielo all’unisono alla finale olimpica del nuoto sincronizzato: “Stanno a posto le nostre ascelle?”
  9. Alla consegna del Nobel per la pace, il premiato racconta la vecchia barzelletta del “Cavaliere Nero”.
  10. Di fronte a centinaia di rifugiati, annegati, dispersi, disperati, il Ministro dell’Interno fa propaganda e dichiara: “È finita la pacchia!”

Ok, ok, forse è troppo: lo ammetto. Sul finale ho esagerato.

Farmaci nell’ambiente, cresce la preoccupazione per gli animali e le persone

Dom, 12/01/2019 - 06:00

I farmaci sono contaminanti ormai rintracciabili in ogni parte del mondo e in ogni sistema, che sia un lago, un fiume o il suolo stesso. Succede perché i farmaci che assumiamo vengono in parte liberati nell’ambiente attraverso l’urina, o dispersi in vario modo, e si introducono negli organismi viventi per ingestione di acque contaminate, di pesci o carni di altri animali contaminati.

L’inquinamento da farmaci è un elemento di crescente preoccupazione per le potenziali conseguenze ambientali che può produrre, al punto che L’EMA (Agenzia europea per i medicinali) ha proposto alcune linee-guida regolatorie per valutare il rischio ambientale dei nuovi farmaci prima della loro registrazione. Secondo le indicazioni della Green Chemistry, un farmaco dovrebbe essere “benign by design”, cioè sicuro per l’ambiente sin dalla fase di progetto. Anche la Commissione Europea, alla luce dei dati che emergono dalle analisi ambientali, ha definito una serie di azioni per affrontare i rischi e le sfide legati ai rifiuti farmacologici.

Abbiamo parlato di questa problematica con la Dott.ssa Vitalia Murgia, Medico Chirurgo Pediatra collaboratrice dell’ISDE Italia (Associazione Medici per l’Ambiente).

In quali fasi possono diffondersi i farmaci nell’ambiente? Perché li troviamo davvero ovunque?

«I residui dei prodotti farmaceutici possono diffondersi nell’ambiente in molti modi: in fase di produzione, in fase di utilizzo e nello smaltimento.

La fonte primaria della presenza di farmaci nell’ambiente è il loro uso, più che la produzione in sé, e le modalità con cui si diffondono nell’ambiente possono variare a seconda che essi vengano usati per il trattamento dell’uomo o degli animali. I farmaci sono considerati contaminanti “emergenti”, o sarebbe meglio dire “contaminanti di preoccupazione emergente”. Questa preoccupazione nasce dalla presenza ubiquitaria di queste sostanze nell’ambiente: specchi d’acqua, fiumi, terreni, e da alcune loro caratteristiche peculiari che li rendono pericolosi, proprio per come sono stati “progettati”.

I farmaci devono infatti “durare” a lungo, devono avere una notevole stabilità che ne limita la biodegradabilità e per questo persistono per tempi piuttosto prolungati nell’ambiente. Inoltre il comportamento ambientale dei farmaci e dei loro metaboliti è in gran parte sconosciuto. Possono essere biologicamente attivi anche a basse concentrazioni, essere tossici (es. i farmaci oncologici), oppure attraversare le membrane biologiche, oppure avere più di queste caratteristiche al contempo».

Ci può fare un esempio concreto, in base ai dati in vostro possesso, che dia un’idea delle quantità presenti nell’ambiente in Italia?

«Prendiamo ad esempio il fiume più grande in Italia, il Po. Nel suo quarto punto di campionamento (denominato Po-S4), i carichi misurati (Fonte Istituto Mario Negri) corrispondono a circa 22 kg di farmaci vari immessi al giorno in acqua, a loro volta corrispondenti a 8 tonnellate di vari farmaci che transitano nel fiume Po all’anno.

Fiumi più piccoli, come l’Arno e il Lambro portano ovviamente carichi minori ma pur sempre significativi di farmaci. Lo stesso vale a livello europeo e mondiale. Cambiano i tipi di farmaci presenti e le quantità: specialmente dove molte malattie sono più diffuse per scarse condizioni igieniche e povertà o non ci sono impianti di depurazione (che un po’ riescono a trattenere alcuni farmaci), ma anche dove non viene fatta la raccolta differenziata per i farmaci – ovvero in moltissime parti del mondo – questa presenza è ancora più alta.

Si pensi che persino negli Stati Uniti una recente indagine su un campione di consumatori ha messo in luce che il 55% di loro li getta nell’immondizia e il 35% direttamente nel water. È ovvio che poi li si ritrovi in ogni parte dell’ecosistema».

Questo genere di inquinamento non ha conseguenze uguali per tutte le specie. Quali sono i rischi a oggi comprovati e per quali organismi?

«Il problema dell’inquinamento causato da alcuni farmaci determina rischi comprovati per la fauna in particolare.

Sono dimostrati effetti femminilizzanti e riduzione della fertilità nei pesci e nelle rane, disturbi del comportamento in molte specie animali, mortalità diffusa in specie sensibili a particolari farmaci. Cito un caso, una moria di avvoltoi causata dal consumo di diclofenac (un antinfiammatorio il cui uso è molto diffuso in zootecnia), ingerito, anche in bassissime dosi, mangiando carcasse di animali trattate con il farmaco. Gli avvoltoi sono molto sensibili a questo farmaco che anche in dosi minime provoca loro danni renali così gravi da portarli alla morte.

Desta molta preoccupazione la presenza nell’ambiente di farmaci che agiscono come interferenti endocrini, cioè sostanze che mimano l’azione di alcuni ormoni, e la presenza di residui di antibiotici che possono creare fenomeni di resistenza batterica pericolosi per la salute umana e animale. Per il futuro si teme che il fenomeno possa incrementarsi ulteriormente perché l’aumentata sopravvivenza, in particolare nei paesi sviluppati, porta all’uso estensivo di farmaci e molte persone ne assumono più d’uno contemporaneamente (in età avanzata alcune persone possono assumere anche fino a 10-12 molecole al giorno). Si tratta, insomma, di un fenomeno che non può più essere trascurato».

Cosa può essere fatto fin da subito?

«La Commissione Europea si sta facendo carico del problema e nel marzo 2019 ha presentato al parlamento Europeo una comunicazione sull’“Approccio strategico dell’Unione europea riguardo all’impatto ambientale dei farmaci”.

Medici e farmacisti sono gli interlocutori diretti dei pazienti per quanto riguarda il corretto uso dei farmaci e possono fare molto, ciascuno nel suo campo di azione, per limitare l’entità del fenomeno e prevenire la diffusione dei farmaci nell’ambiente. Possono fare molto anche i cittadini, con il corretto smaltimento ed evitando l’abuso.

Altro tassello fondamentale, la “progettazione ecologica” per lo sviluppo di farmaci con un minor impatto ambientale, la promozione dell’impiego di metodi di fabbricazione più rispettosi dell’ambiente, di metodi più efficaci di depurazione delle acque, e infine il ruolo fondamentale che i professionisti della salute possono svolgere nel comunicare ai pazienti il miglior utilizzo e smaltimento dei farmaci».

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Le società matriarcali erano avanti! Ultima parte

Sab, 11/30/2019 - 11:00

Prima parte
Seconda parte

E abbiamo anche un altro documento incredibile che racconta il primo incontro tra gli Spagnoli di De Leon che arriva con un gruppo di 600 guerrieri e il capo della guerra – i Calusa non avevano un re ma dei capi che venivano nominati soltanto nelle emergenze – e questo capo di guerra parla spagnolo perché dai naufragi non volevano soltanto imparato le tecnologie o prendere il Dna ma hanno voluto conoscere la lingua e abbiamo la cronaca di un cronista di questa spedizione che ci racconta il dialogo.

De Leon dice: «Sottomettetevi al re di Spagna, al nostro Dio» e il Calusa risponde: «Noi sappiamo chi siete voi perché già altri sono venuti e ce l’hanno detto, sappiamo che siete ladri e assassini e con voi non ci potrà essere pace, solo guerra e siccome sappiamo che siete bravi a combattere in campo aperto abbiamo deciso di attaccarvi con le imboscate e vi ammazzeremo tutti. E, per inciso, voi che venite qui a combattere, qui morirete e non lo state facendo per la ricchezza vostra e dei vostri figli ma per il Re di Spagna: siete dei coglioni».

Dopodiché li massacrano tutti e il Re di Spagna dopo 5 spedizioni che finiscono in un macello vieta la colonizzazione della Florida perché abitata da mostri.

E questa popolazione continua a ospitare indiani che scappano dalla conquista, neri che scappano dalla schiavitù, bianchi rinnegati, a un certo punto cambia nome e sono i Seminole, l’unica popolazione indigena di tutta l’America che non viene mai sconfitta.

Seminole invincibili

Negli anni ’70 scoprono che nei trattati di pace con gli Stati Uniti d’America c’è una clausola che dice che non devono rispettare le leggi nazionali ma solo quelle federali, quindi aprono dei Casino in tutti gli stati in cui è vietato aprirli e diventano ricchissimi. Oggi un terzo di Las Vegas è in mano ai Seminole, sono proprietari degli Hard Rock Cafè, del Tabacco Pueblo e American Spirit. I loro tre prodotti sono quelli che fanno molto male ai bianchi: gioco d’azzardo, alcol e sigarette. Perché loro sono ancora in guerra e sono invincibili.

Questo per raccontare quanto questa concezione sia esattamente il contrario di quella che abbiamo noi oggi: noi temiamo l’invasione degli extracomunitari, dei neri, degli arabi, abbiamo paura che ci colonizzino. Queste popolazioni sono partite dal contrario, hanno resistito per 5 secoli perché combattevano contro i bianchi ma se i bianchi si volevano unire a loro, rispettavano le loro leggi li accettavano, accettavano altre tribù che erano state loro nemiche, accettavano i neri, chiunque volesse vivere in pace con loro faceva l’amor con loro.

È una cosa grandiosa.

C’è una grande ricerca che sto cercando di fare e vorrei che altri mi aiutassero che va a rintracciare la storia della società matriarcale nei millenni, quello che è restato, le tracce che ci dimostrano non solo che esistevano ma ci dimostra la loro grandezza.

La cultura dei Bantu

Un esempio meraviglioso è la storia della scoperta della cultura presso i Bantu. Nella nostra Genesi è raccontata la storia di Eva che mangia la mela dall’albero della conoscenza e da quell’atto arrivano tutte le disgrazie.

La storia dei Bantu è completamente diversa: gli esseri umani scoprono che il dio del cielo ha il fuoco e lo vogliono anche loro e allora partono i più grandi guerrieri e con scale e armi riescono ad aggrapparsi alle nuvole e arrivano in cielo dove trovano un nano che prendono in giro, deridono. Il nano si arrabbia e li butta giù a calci.

Allora parte un altro gruppo di eroi, ancora più eroici e subiscono la stessa sorte.

A questo punto si fa avanti una ragazza che dice: non capite niente, ci penso io.

Arriva su, incontra il nano e invece di prenderlo in giro canta e balla con lui, probabilmente in una tradizione più antica non si tratta solo di canto e danza. Il nano è entusiasta di questo incontro e fa salire la fanciulla nel secondo cielo dove c’è un secondo nano e ancora lei balla e canta con lui e così via per sette volte. Sette nani…

Passato anche il settimo, il nano entusiasta le dice: «Ti faccio salire da mio padre». Lei sale nell’ottavo cielo e il padre le dice: «Visto che sei stata così gentile con i miei figli che son piccolini ma simpatici e tutti li prendevano in giro ti regalerò non solo il fuoco ma anche la medicina, l’astronomia, la matematica, ecc».

Esattamente il contrario di quello che è accaduto a Eva…

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Foto di USA-Reiseblogger da Pixabay

Dolore dei bimbi in pronto soccorso, gli esperti: “Troppo spesso ignorato”

Sab, 11/30/2019 - 06:00

Sei bambini su dieci che arrivano in pronto soccorso avvertono dolore. A volte lo riportano come sintomo prioritario, altre come sintomo di accompagnamento. Eppure nelle sale d’emergenza italiane la percezione del dolore da parte dei più piccoli viene ancora troppo spesso ignorata, trascurando un elemento centrale per il benessere dei bambini e dei loro genitori e per l’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra le famiglie e il personale sanitario che prende in cura i bimbi.

Non riconoscere il dolore pediatrico peggiora la qualità della vita

Sebbene negli ultimi anni siano stati fatti importanti progressi a livello clinico sia nella misurazione del dolore pediatrico, sia nella definizione di un adeguato approccio terapeutico per affrontare il dolore nei bambini, dal punto di vista farmacologico e non solo, «il 60% dei bambini che giunge in pronto soccorso presenta dolore come sintomo prioritario o di accompagnamento. Tuttavia il dolore dei bambini ancora troppo spesso non viene preso in considerazione in maniera adeguata e ne peggiora la qualità della vita, incrinando talvolta la relazione tra i familiari e gli operatori sanitari». Il dato arriva dallo studio PIPER (Pain In Pediatric Emergency Room), volto a valutare la capacità di trattare il dolore pediatrico nei pronto soccorso italiani, e a parlarne è Franca Benini del Centro Veneto per la Terapia del Dolore e Cure Palliative Pediatriche dell’Università di Padova, che ha presentato i risultati della ricerca che ha coinvolto 46 sale pronto soccorso in tutta Italia nel corso del XXXI Congresso nazionale dell’Associazione culturale pediatri (Acp).

Lo studio PIPER

Obiettivo dello studio PIPER era fornire un aggiornamento sulla gestione del dolore nei bambini nei pronto soccorso italiani analizzando la qualità̀ dell’approccio terapeutico attraverso la somministrazione di un questionario ai pronto soccorso partecipanti. Iniziata nel 2009, l’indagine ha visto coinvolte 46 sale di emergenza italiane che nel periodo preso in considerazione dallo studio hanno conteggiato globalmente più di 900 mila accessi. Dall’analisi delle risposte fornite al questionario è emerso che il 74% dei centri misura il dolore del piccolo paziente in pronto soccorso durante il triage effettuato dagli infermieri, e che nell’80% dei casi questo dato viene registrato in cartella clinica dal momento che il dolore in due casi su tre è un sintomo sufficiente per assegnare il codice di accesso al pronto soccorso. Per quanto riguarda il personale medico che lavora nelle sale d’emergenza, è emerso che il 56% dei medici (quindi poco più di uno su due) misura sempre il dolore al momento della prima visita e che il 28% (poco più di uno su quattro) lo rivaluta anche successivamente per misurare l’efficacia della terapia impostata.

Piccoli cambiamenti, grandi passi in avanti

Se da una parte, si legge in una nota dell’Acp, le conclusioni dello studio sottolineano che la corretta gestione del dolore nel bambino nell’emergenza/urgenza rappresenta un obiettivo ancora da raggiungere, dall’altra evidenziano però che per fare significativi passi in avanti basti poco: «La sola adesione allo studio PIPER ha portato nell’80% dei centri partecipanti a un cambiamento significativo nel corretto uso dei farmaci antidolorifici e a una maggiore sensibilità sulla tematica della gestione del dolore. Nell’89% dei centri si è dato avvio a percorsi formativi sul tema, nel 59% alla proposta e allo sviluppo di protocolli di gestione e nel 72% all’introduzione di nuovi strumenti per la misurazione del dolore».

Investire nella formazione

Poiché ampi miglioramenti sono possibili – oltre che auspicabili – gli esperti spiegano che molto si può fare soprattutto nell’ambito della formazione del personale sanitario, affinché medici e infermieri del pronto soccorso siano in grado di avere gli strumenti adeguati per valutare e gestire al meglio il dolore del bambino, fattore ancora troppo spesso trascurato a scapito del benessere dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

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Frozen 2 delude, ma non è una sorpresa

Ven, 11/29/2019 - 14:26

Una storia con un’eroina non è necessariamente una storia femminista. E Frozen non lo è mai stata, sebbene ne conti ben due. La vicenda gira attorno a due sorelle principesse: la più anziana Elsa ha poteri magici e le sue mani schizzano ghiaccio, ma i suoi genitori le fanno indossare dei guanti a vita perché lei, pasticciona drammatizzata, con questo super potere sa fare solo guai, tipo ferire la sorella. Va a finire che i guanti non li toglie mai davvero, neppure una volta divenuta donna. In esilio dal suo regno come una strega – che ha il potere di creare uomini di neve viventi – non riesce mai a fare qualcosa di utile. Tutto quello che emerge, alla fine, è la sua abilità di cantante, oltre ovviamente alla sua bellezza, di perfetto accordo con i suoi abiti stupendi, cosa che giustifica i miliardi di euro in merchandising. Elsa è ben più bella, bionda e alta della sorella minore: altro che collaborare, quel che resta in mente è una futile gara di bellezza, per di più tra sorelle, che rispecchia i più tradizionali cliché.

Detto questo, i messaggi del film restano un po’ imbarazzanti anche altrove: sempre troppo semplici, anche per i bambini. Si va dal concetto che sopprimere il tuo sé autentico è molto pericoloso; al fatto che la paura sia un’emozione negativa; mentre l’amore è positivo e trionfa. Il meta-livello si spinge fino al punto che le principesse in pericolo non hanno bisogno di un maschio per salvarsi: grazie mille! Ma per il 2013 – anno di uscita di Frozen – l’idea che le donne possano avere una storia indipendente dagli uomini non sembra una novità così significativa. Tra una cosa e l’altra, Anna poi si sacrifica per la sorella, in perfetto stile crocerossina.

Frozen 2, nessun messaggio progressista

Tuttavia il primo Frozen, almeno terminava con un vero bacio d’amore tra sorelle adoranti e, questo, nel tempo in cui comunque viviamo, è stato effettivamente considerato blandamente rivoluzionario. Il film aveva criticato la narrativa della principessa immobile: e questo era sufficiente per definirlo femminista. Con Frozen 2 le cose peggiorano: chi si aspettava una storia finalmente progressista resterà deluso.

Elsa inizia un’altra avventura, con la sorella Anna al seguito. Le due eroine emergono dal loro viaggio più forti e più intelligenti di prima, ma il più grande cambiamento di Frozen 2 potrebbe riassumersi nel fatto che Elsa arriva a indossare i pantaloni. Non ridete, dopo “Volevo i pantaloni” degli anni ’90 questa necessità potrebbe sembrarvi poco: ha comunque un senso per un’Elsa che fino a ieri combatteva gli elementi correndo sugli iceberg con un abito scollato, fatto di veli, e con lo strascico. Adesso ha guadagnato qualcosa di più pratico e se vi sembra poco, non lo sarà per quei poveri genitori che dopo i due anni di vita non riescono – e chissà come mai! – a infilare niente di diverso che gonne in tulle alle loro figlie femmine. (E sia chiaro: Elsa non abbandona completamente le gonne – aggiunge solo un paio di pantaloni al repertorio.)

I personaggi passano il tempo a dirsi a vicenda cosa provano, in una tendenza suicida che è parlare invece di mostrare: l’anticinema. Vestiti e rapporti di superficie sono la chiave di un sequel davvero mal riuscito.

Mentre Elsa è tecnicamente una creazione Disney di appena sei anni fa, la sua origine è ancora radicata in una fiaba pubblicata nel freddo nord Europa nel 1845. I vincoli di quella storia – qualcuno deve governare il suo regno nevoso e indossare le gonne grandi e avere il reale matrimonio, anche se non è lei – si sentono tutti, e rendono impossibile anche per il Frozen 2 della Disney evolversi nella storia moderna che gli autori avevano annunciato.

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