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Aggiornato: 33 min 24 sec fa

Com’è tenace Riace

Lun, 10/28/2019 - 14:00

Senza grandi clamori e proclami, la settimana scorsa gli abitanti di Riace si sono ritrovati e hanno iniziato a fare pulizia: dopo un anno di inattività la polvere era tanta all’interno dei laboratori e delle botteghe. Niente che non si risolva con il biologico olio di gomito.

La luce si vede in fondo al tunnel

Anche per la decisione della Commissione Tributaria che ha stabilito che Domenico Lucano non aveva commesso alcuna infrazione nell’applicare al 4% l’Iva nella gestione del 2011 per l’Emergenza Nord Africa. La Finanza aveva contestato la decisione – per altro di tutti i Comuni d’Italia – e aveva richiesto il pagamento di 324mila euro per recuperare la maggiorazione dell’Iva che secondo loro doveva essere applicata tra il 20 e il 21%.
E, visto che la Commissione Tributaria ha stabilito che la richiesta era: “non esigibile ma neanche fondata” l’Agenzia delle Entrate dovrà pagare 10mila euro al Comune di Riace per le spese sostenute.

Un anno difficile

La situazione nel paese non è florida, l’anno di esilio di Mimmo Lucano e le inchieste hanno fatto bei danni. Molti migranti sono stati trasferiti, altri hanno lasciato Riace, gli operatori hanno perso il lavoro.

Scrive Chiara Sasso in un bell’articolo su Comune-info: “Gli asini della fattoria didattica anche loro messi sotto sequestro, perché le stalle non hanno l’agibilità, e poco importa se la maggioranza degli uffici pubblici compreso il tribunale di Locri si trovano nella stessa situazione… La furia dello Stato è passata su Riace come uno tsunami trascinando tutto e tutti”.

Resistere!

E Riace resiste, non è bastato a intimidirla neanche il nuovo sindaco che ha sostituito i cartelli di benvenuto che recitavano “Paese solidale e accogliente” con l’effige dei santi Cosma e Damiano e ha fatto sparire un cartello che raffigurava Peppino Impastato che parlava di bellezza.
Ora si aspetta il neo sindaco perché quello precedente non poteva essere eletto in quanto dipendente del Comune (vigile urbano con un contratto a tempo determinato).

È stato il vento

A sostenere la resistenza anche la raccolta fondi della Fondazione “È stato il Vento” che riprende nel nome una frase di Mimmo Lucano: «È stato il vento che ha spinto un veliero carico di curdi sulla spiaggia di Riace».
La Fondazione, che ha come Presidente la stessa Chiara Sasso, vede tra i garanti anche padre Alex Zanotelli.

Asilo e frantoio

E così si ricomincia con l’asilo parentale, alcuni laboratori aperti. E stanno proseguendo i lavori a Palazzo Pinnaro, la sede storica della Associazione Città Futura e che sarà la sede della Fondazione con l’apertura di un centro di Documentazione in collaborazione con alcune Università.

E, soprattutto si stanno dando gli ultimi ritocchi al Frantoio di Comunità dove i coltivatori potranno portare le loro olive per realizzare un olio buono.

In tutti i sensi.

Leggi anche:
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Parla Mimmo Lucano, Sindaco di Riace

Ho pochi euro di risparmi, come e dove posso investirli?

Lun, 10/28/2019 - 11:00

Faccio uno sforzo e cerco di darvi una risposta coerente con quanto, anche su queste colonne, tento di far passare in termini di consapevolezza finanziaria.
Ho pochi euro di risparmi, come e dove posso investirli?”, ecco la legittima e, per certi aspetti gratificante, domanda che mi viene posta sistematicamente.
Premesso che tutti quelli che si e mi pongono il quesito hanno “solo pochi euro di risparmio”, locuzione che conferma ironicamente l’italica paura del fisco (manco fossi un agente della guardia di finanza), il risparmiatore italiano, non ancora un investitore, è ancora legato ad un modello di comportamento datato e superato.

Allora ricapitoliamo

Negli ultimi dieci anni il mondo della finanza si è modificato radicalmente. Le certezze si sono trasformate in rischi enormi. Strumenti come i Titoli di Stato (BOT, BTP, CCT), considerati da sempre sicuri e affidabili, si sono rivelati rischiosi e/o privi di rendimento.
Come abbiamo visto, in questo «nuovo mondo» è indispensabile cambiare approccio agli investimenti adeguandosi continuamente e rendendosi conto che non esistono più investimenti privi di rischio (i cosiddetti «pasti gratis»).

E allora, come fare per proteggere i vostri soldi? Quali strumenti usare?

Fermi tutti! Ci risiamo con l’errore di concentrarci subito sugli strumenti. Il problema non è tanto di strumenti, quanto di comportamenti.
Proteggere i vostri risparmi, ormai, non dipende più da questo o da quel prodotto, cioè dal titolo cosiddetto «sicuro», ma da un comportamento che sia corretto e consapevole.
Il prossimo istogramma mette a confronto i rendimenti delle differenti classi di investimento offerte dal mercato (le cosiddette «asset class», quindi azioni, obbligazioni, immobili, oro, eccetera) nei vent’anni che vanno dal 1994 al 2014.
Il rendimento medio dell’investitore fai da te in questo ventennio è stato disastroso: 2,5%, di gran lunga inferiore a tutte le altre asset class.
Il mancato guadagno è dovuto al cosiddetto «gap comportamentale», cioè a quel comportamento emotivo secondo cui il risparmiatore entra ed esce continuamente dal mercato e dai vari asset.

Ma cosa si intende per «comportamento corretto» quando si investe?
Significa munirsi di una bussola in grado di fornirvi precise coordinate operative, per evitare errori generati da scelte emotive, improvvise e poco ragionate.

Facciamo un esempio sul mercato delle azioni

Il pensiero comune di molti investitori è che il mercato azionario sia molto rischioso e poco affidabile, e pertanto acquistare azioni dev’essere fatto con spirito speculativo: compra, cerca di guadagnare in fretta e poi vendi subito.
Niente di più falso! Il mercato azionario è un asset rischioso solo per chi non ne conosce la natura e le regole.
Ma siccome le battute a disposizione sono poche, se devo essere sintetico, vi dico che avere un comportamento corretto ed evitare brutte sorprese, quindi, significa acquisire buone abitudini finanziarie rispettando tre semplici regole:

  • Prima regola: investire nell’economia globale e non in settori, singoli titoli o mode del momento. La costante e continua crescita economico-sociale e tecnologica della civiltà umana è l’unica cosa di cui siamo certi da cinquemila anni a questa parte. Dovete puntare sulla crescita economica del pianeta.
  • Seconda regola: investire con strumenti efficienti; non singoli titoli, ma strumenti di risparmio gestito. Un indice, un mercato o uno strumento finanziario è efficiente quando è in grado di incorporare appieno l’economia reale che rappresenta. Tecnicamente, gli economisti parlano di capacità di incorporare tutte le informazioni che derivano dal mercato
  • Terza regola: investire per un tempo adeguato, in questo caso non inferiore ai dieci anni.

Seguitemi perché dalla prossima settimana affronteremo singolarmente le tre regole.

Elezioni in Umbria: i commenti italiani ed esteri

Lun, 10/28/2019 - 10:30
Massimo Franco dal Corriere della Sera

“Il messaggio di elettori e elettrici è inequivocabile. Le ricadute nazionali molto meno. Dopo alcune città umbre, una destra nel segno di Matteo Salvini si prende anche la regione, per quasi mezzo secolo in mano alla sinistra: una rivoluzione anche simbolica, col definitivo spostamento di voti e blocchi sociali.

L’alleanza tra M5S e Pd riemerge invece sgualcita. Il partito di Nicola Zingaretti perde la «sua» Umbria, e voti rispetto alle Europee di maggio. Ma è soprattutto il grillismo, motore del cambiamento nazionale appena un anno e mezzo fa, a ridursi a percentuali da declino, lasciando per strada due voti su tre rispetto al 2018: segno di un elettorato arrabbiato e volatile. Il problema è che alternative a breve se ne vedono poche”. 

Francesca Schianchi su La Stampa

“Così hanno scelto gli umbri, chiamati al voto anticipato dopo le dimissioni della governatrice dem Catiuscia Marini, travolta da un’inchiesta sulla sanità regionale, e accorsi in massa alle urne: l’affluenza si è assestata al 64,7 per cento, quasi dieci punti più del 2015.

«L’esperimento non ha funzionato», ammettono i Cinque stelle in una nota nella notte, «questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti». Ammette la sconfitta «netta» anche il leader dem Nicola Zingaretti: «Rifletteremo molto su questo voto e le scelte da fare», dichiara”.

Alberto Gentili su Il Masseggero e il commento di Matteo Renzi

“Non è di certo soddisfatto, Matteo Renzi, della batosta in Umbria. Ma neppure si strappa i capelli. Secondo il leader di Italia Viva … ciò che è accaduto era ampiamente previsto. Perché la coalizione che ha sostenuto Vincenzo Bianconi, come annunciavano i sondaggi, era molto sotto rispetto al centrodestra. E perché l’alleanza organica e strutturata tra 5Stelle, Pd e Leu a giudizio di Renzi non funziona”.

Alessandro Campi sempre sul Il Messaggero:

“Coloro che hanno immaginato un referendum pro o contro Salvini o un pronunciamento sulla maggioranza che sostiene l’attuale governo rosso-giallo, hanno trascurato il peso dei fattori interni (i timori degli umbri per la crescente marginalizzazione del loro territorio, così come certificata da tutti gli indicatori statistici) e soprattutto l’impatto emotivo che sull’opinione pubblica locale aveva avuto quella vicenda scoppiata appena pochi mesi fa”. 

The Guardian

Il capo della Lega aveva attraversato l’Umbria per settimane, promuovendo il suo impegno nazionale per introdurre una flat-tax che molti economisti sostengono che l’Italia non può permettersi, ma che la Lega insiste sul fatto che è necessaria per rilanciare l’economia lenta.

Il suo messaggio ha trovato terreno fertile in Umbria, dove la produzione è crollata del 15% nel decennio successivo alla crisi finanziaria del 2007, rispetto a un calo del 5% in tutta Italia, secondo i dati della Banca d’Italia.

Integratori alimentari, il ministero della Salute: “Non hanno finalità di cura”

Lun, 10/28/2019 - 10:10

Sono prodotti presentati in piccole unità di consumo come capsule, compresse, fiale e simili, a base di nutrienti o altre sostanze a effetto nutritivo o fisiologico, “ideati e proposti per favorire il regolare svolgimento delle funzioni dell’organismo senza alcuna finalità di cura”: è questa secondo il ministero della Salute la definizione di “integratori alimentari”, prodotti il cui impiego “deve avvenire in modo consapevole e informato sulla loro funzione e le loro proprietà per risultare sicuro e utile sul piano fisiologico, senza entrare in contrasto con la salvaguardia di abitudini alimentari e comportamenti corretti nell’ambito di un sano stile di vita”.

L’uso di questi prodotti è crescente e sembra non conoscere crisi, anzi: la richiesta di benessere da parte dei consumatori spinge verso un incremento dell’utilizzo degli integratori alimentari, che oggi coinvolge circa la metà della popolazione italiana. Ecco perché il ministero della Salute ha stilato un decalogo con 10 consigli per una loro corretta assunzione.

Fondamentale una dieta varia ed equilibrata

1. Ricorda che una dieta varia ed equilibrata fornisce, in genere, tutte le sostanze nutritive di cui l’organismo ha bisogno e che è fondamentale per tutelare e promuovere la tua salute e il tuo benessere nel contesto di uno stile di vita sano e attivo. Di conseguenza, per poterne ricavare complessivamente un vantaggio, l’uso di un integratore alimentare per i suoi effetti nutritivi o fisiologici deve avvenire nel contesto sopra descritto e non deve mai essere dettato dalla convinzione, erronea, di poter “compensare” gli effetti negativi di comportamenti scorretti. 

Occhio all’etichetta

2. Se intendi far uso di un integratore, accertati che gli effetti indicati in etichetta rispondano effettivamente alle tue specifiche esigenze di ottimizzazione della salute e del benessere e non superare le quantità di assunzione indicate. Gli integratori alimentari possono rivendicare in etichetta solo gli effetti benefici sulla salute preventivamente autorizzati dalla Commissione europea per i loro costituenti, dopo l’accertamento del fondamento scientifico da parte dell’European Food Safety Authority (EFSA).

3. Leggi sempre per intero l’etichetta e presta particolare attenzione alle modalità d’uso, alle modalità di conservazione e agli ingredienti presenti, anche in considerazione di eventuali allergie o intolleranze, e a tutte le avvertenze. Diversi integratori, per la presenza di specifici costituenti, possono riportare avvertenze supplementari per un uso sicuro. Nel caso in cui un integratore richieda un uso continuativo, ad esempio per favorire la normalità del livello di colesterolo nel sangue o della pressione arteriosa, consulta periodicamente il tuo medico per valutare l’andamento della situazione e lo stato delle tue condizioni generali.

Chiedi sempre consiglio al medico (e al pediatra) 

4. Chiedi consiglio al tuo medico per l’uso di un integratore se non sei in buona salute o sei in trattamento con farmaci per accertarti che non ci siano controindicazioni nella tua condizione. In ogni caso informa il medico se fai uso di integratori, soprattutto in occasione della prescrizione di farmaci.
 
5. Per la somministrazione di integratori ai bambini senti il consiglio del pediatra; se sei in stato di gravidanza o stai allattando è comunque bene sentire il consiglio del medico.
 
Leggi anche: Vita lunga e cuore in salute? Gli integratori alimentari non servono a nulla

“Naturale” non significa “sicuro”. Occhio agli eccessi

6. Ricorda che un prodotto non è sicuro solo perché è “naturale” ma che, anzi, proprio per il suo profilo di attività “fisiologica”, potrebbe determinare effetti inattesi e indesiderati in determinate condizioni. Pertanto, se in concomitanza con l’assunzione di un integratore rilevi qualcosa che non va, di diverso dagli effetti attesi, sospendine l’assunzione e informa tempestivamente il medico o il farmacista (possibilmente portandogli la confezione impiegata), che potranno segnalare l’evento al sistema di fitovigilanza dell’Istituto superiore di sanità (Vigierbe).
 
7. Ricorda che gli integratori sono concepiti per contribuire al benessere e non per la cura di condizioni patologiche, che vanno trattate con i farmaci. L’uso di integratori in quantità superiori a quelle indicate in etichetta ne snatura il ruolo senza offrire risultati fisiologicamente migliori. Può anzi diventare svantaggioso, soprattutto se si prolunga nel tempo.

Se vuoi dimagrire parla con uno specialista

8. Ricorda che per ridurre il sovrappeso e smaltire il grasso in eccesso devi ridurre l’apporto calorico con una dieta nutrizionalmente adeguata e, nel contempo, aumentare la spesa energetica dell’organismo con un buon livello di attività fisica. L’uso di qualunque integratore alimentare, ai fini della riduzione del peso, può avere solo un effetto secondario e accessorio per le specifiche indicazioni riportate in etichetta. Non seguire diete ipocaloriche per periodi prolungati senza sentire il parere del medico per valutarne l’adeguatezza in funzione delle tue specifiche esigenze. Ricorda che per mantenere il risultato raggiunto in termini di calo ponderale devi modificare stabilmente le tue abitudini alimentari e seguire uno stile di vita attivo, rimuovendo comportamenti sedentari.  

…e se fai sport?

9. Anche se fai sport, con una dieta varia ed equilibrata puoi soddisfare le esigenze nutrizionali dell’organismo. L’eventuale impiego di integratori alimentari per le indicazioni riportate in etichetta che ne giustificano l’uso in ambito sportivo deve tenere comunque conto del tipo di sport praticato, della sua intensità e durata, nonché delle specifiche condizioni individuali.
 
Leggi anche: Gli integratori alimentari: la grande illusione

Diffida di quelli che promettono effetti miracolosi

10. Gli integratori, come tanti altri prodotti, oggi sono reperibili anche al di fuori dei comuni canali commerciali, quali ad esempio la rete internet. Diffida di integratori e prodotti propagandati per proprietà ed effetti mirabolanti o come soluzioni “miracolose” dei tuoi problemi. Sul portale del ministero della Salute (www.salute.gov.it) trovi utili informazioni sui costituenti ammessi all’impiego negli degli integratori e il Registro, che puoi consultare, in cui vengono riportati i prodotti regolarmente notificati per l’immissione sul mercato italiano.

L’allarme dei Pediatri: ridurre la tossicità di cibo e aria

Lun, 10/28/2019 - 06:00

Ci sono più di 142 milioni di sostanze chimiche di sintesi, di cui più di 40mila commercializzate. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, circa il 62% sono pericolose per la salute umana e, trattandosi quasi sempre di sostanze non biodegradabili o a lentissima biodegradazione, si disperdono nell’ambiente concentrandosi in aria, acqua e terreno, da dove, naturalmente, tornano a noi tramite la catena alimentare. “Ma badiamo bene: il 62% sono sostanzialmente le molecole studiate, le restanti non sono menzionate perché non sono state studiate. Le nuove molecole immesse dall’industria nella nostra vita quotidiana sono tantissime, sempre nuove, e non vengono controllate se non per la tossicità acuta. La maggior parte delle volte non ci sono studi sugli effetti nel lungo periodo”, ci dice Giacomo Toffol, pediatra di Acp (Associazione Culturale Pediatri) esperto di Inquinamento e salute del bambino, parte del team che per l’Acp ha stilato un vademecum – Sostanze chimiche e rischi per la salute: contaminazione di acqua, suolo e cibo – per ridurre il rischio di esposizione da sostanze tossiche in relazione ai dati diffusi dall’Onu. Per questo motivo, quando si parla di plastiche, additivi per il bucato, smalti, tinture, ecc. il principio precauzionale è che tutto ciò che è indispensabile ok, altrimenti meglio evitare: specialmente in gravidanza o nella prima infanzia. Ecco allora che preferire un giocattolo di legno a uno in plastica, oppure un tappeto, una coperta o un indumento in cotone o lana piuttosto che in derivati della plastica, ha un’importanza crescente, in un mondo sempre più inquinato, sempre più tossico. “Meglio spiegare a un bambino che lo smalto è roba da adulti, dato che i bimbi si mettono spesso le mani in bocca, e sempre meglio mangiare e bere in recipienti sicuri come la ceramica e il vetro, piuttosto che lasciare – proprio ai piccoli – piatti e bicchieri in plastica, semplicemente perché infrangibili”, aggiunge Toffol.

Il programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite ha infatti pubblicato di recente il suo secondo rapporto globale sulla chimica, confermando ancora una volta come “il numero elevatissimo di molecole artificiali prodotte a partire soprattutto dagli anni ‘40 del secolo scorso, se da una parte ha contribuito a migliorare la salute dell’uomo, la sicurezza alimentare, la produttività e la qualità della vita in tutto il mondo, dall’altra ha determinato importanti effetti negativi sulla salute umana e sull’ambiente”. Secondo gli ultimi dati della World Health Organization, 1,6 milioni di morti premature e 45 milioni di malati ogni anno nel mondo è il prezzo che paghiamo. La categoria più a rischio è naturalmente quella dei bambini e per questo, partendo dai soggetti più sensibili, l’Acp ha elaborato le soluzioni possibili per arginare il problema. Soluzioni che poi, certamente, si applicano anche agli adulti.

Nel 2018 l’OMS ha stimato il carico di malattie causato dall’esposizione a sostanze chimiche nell’ambiente in 1,6 milioni di vite e 45 milioni di DALY (disability-adjusted life years). I bambini sono più a rischio per varie ragioni, tra le quali: il maggior assorbimento gastrointestinale e la ridotta capacità di metabolizzare le sostanze tossiche, in grado tra l’altro di attraversare la placenta e di essere trasmesse anche attraverso il latte materno.

Le problematiche maggiori sono determinate dagli interferenti endocrini, estremamente dannosi per l’uomo ma anche per la sua futura progenie, essendo in grado di provocare effetti transgenerazionali ereditabili. Gli interferenti endocrini sono ad esempio diossine e pesticidi, bisfenolo A o BPA (presente in molte plastiche, si può trovare tranquillamente nei giocattoli in plastica, ma fino a qualche anno fa anche nei biberon), gli ftalati (presenti nei profumi e nei pesticidi,  sono spesso utilizzati anche nella preparazione di smalti per unghie, vernici – e quindi mobili o pareti – e adesivi, compresi i cerotti) e acido perfluorottanico o PFOA, che fino a pochi anni fa veniva usato come rivestimento impermeabilizzante per tessuti, pellame, carta e nella cera per pavimenti, nell’incisione del vetro e per l’impermeabilizzazione dell’abbigliamento sportivo (nomex, gore-tex). Ciascuno di questi inquinanti, presente appunto in numerosi oggetti di uso comune, può provocare, se sommiamo le numerosi fonti in cui si trova, tumori ormono-sensibili, come quelli di seno, ovaie o utero. Sono anche associati a problemi alla salute riproduttiva femminile (ovaio policistico, fibromi ed endometriosi) e a quella maschile (criptorchidismo e ipospadia). Sono correlati a disordini della tiroide e a disturbi nello sviluppo neurologico. Infine, c’è una correlazione tra interferenti endocrini e obesità e diabete.

Per quanto riguarda lo sviluppo neurologico del bimbo, la presenza di sostanze tossiche in vestiti, mobili e giocattoli in plastica è legata a danni neuropsichici e comportamentali. La somma di queste fonti inquinanti, ancora una volta, può comportare un ritardo mentale con diminuzione del QI, ritardi motori, disturbi specifici dell’apprendimento, dell’attenzione, del linguaggio, dislessia, iperattività, ADHD, autismo. Gli studi a riguardo affermano che in Usa il problema coinvolge un bambino su sei, dati considerati sovrapponibili alla realtà europea

Per ridurre l’assunzione di possibili contaminanti con la dieta si potranno suggerire le seguenti indicazioni, particolarmente per le donne in età fertile, in gravidanza o che allattano, e per i bambini piccoli:

  • limitare il consumo delle carni e soprattutto di quelle trattate (salumi, insaccati) o affumicate;
  • preferire i pesci piccoli e meno grassi rispetto a quelli grandi e molto grassi, per limitare la concentrazione di mercurio e altre sostanze chimiche tossiche (mentre è buona norma, per tutti gli animali, evitare la pelle e le aree grasse, dove si accumulano i contaminanti PCBs – DDT; mentre il metilmercurio si accumula nei muscoli)
  • lavare accuratamente frutta e verdura e possibilmente preferire prodotti da agricoltura biologica di stagione, preferibilmente locali
  • ridurre il consumo di patatine fritte, notoriamente un concentrato di sostanze chimiche dannose derivate dal tipo di cottura, ma anche in generale tutti gli alimenti fritti, industriali e confezionati
  • usare le padelle antiaderenti solo se in buone condizioni: se danneggiate potrebbero contaminare maggiormente con il teflon i cibi durante la cottura. Non utilizzarle come bistecchiere o per friggere: quando si arriva a temperature molto alte (superiori a 250-260°C) il teflon può legarsi agli alimenti
  • evitare l’uso dei pesticidi se non strettamente necessario come unica possibilità di intervento, e non usarli mai durante la gravidanza;
  • se sono necessari, conservare i pesticidi nei contenitori originari, con guarnizioni a prova di bambino, in armadietto chiuso a chiave; seguire le istruzioni indicate rispettando i tempi e le modalità di rientro nell’ambiente;
  • non utilizzare insetticidi nelle pediculosi

E rispetto all’utilità di scegliere materiali – tessuti, giochi, stoviglie – il più possibili “puliti”, “naturali”, atossici?

“Il 100% dei bambini italiani sottoposti a controllo, e di età compresa tra i 4 e i 14 anni, avevano ftalati (DEHP) nelle urine e ben il 76% aveva il Bisfenolo A (BpA)”. “Quando invece la quantità accettabile sarebbe zero: secondo le raccomandazioni, queste sostanze non dovrebbero trovarsi in nessuna concentrazione nelle urine di un essere umano”, precisa Toffol. I dati sono emersi dall’ampio studio Life Persuaded, coordinato da Cinzia La Rocca dell’Istituto superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Associazione Culturale Pediatri, ancora in corso. “La presenza di ftalati nelle donne madri è risultato pari al 99,3% mentre il BpA è stato riscontrato nel 77,3% del campione. I livelli più alti della somma dei metaboliti di ftalati si sono osservati in bambini che giocano più di 4 ore al giorno con giocattoli di plastica, inclusi quelli elettronici, o che usano piatti e bicchieri di plastica”, spesso preferiti per commensali inesperti quali sono i bambini, per via dell’infrangibilità: tuttavia l’uso di strumenti in ceramica o vetro è invece raccomandabile per i bambini non solo per motivi di salute, ma anche per l’utilità pedagogica che ne deriva (vedi Metodo Montessori). Molto a rischio poi l’utilizzo di contenitori in plastica nel microonde, o i cibi pronti confezionati o semplicemente avvolti nella plastica”, mentre dagli Usa si raccomanda da tempo anche di non lavare mai oggetti in plastica nella lavastoviglie, perché sono ancora parzialmente sconosciute le reazioni di molti tipi di plastica al calore.

Fonte immagine di copertina: https://www.unenvironment.org/global-environment-outlook

Le Ferrovie dello Stato investono all’estero e intanto in Italia non funzionano

Dom, 10/27/2019 - 11:45

Milena Gabanelli (santa subito!) ci dice che un treno su 2 in Italia è in ritardo di almeno 5 minuti. 2 su 10 hanno un ritardo tra i 30 e i 50 minuti.
Questo massacro temporale colpisce anche le classi medie e i benestanti: i treni veloci italiani nel 2018 hanno totalizzato 18 mila ore di ritardo.
Ma ultimamente c’è stata un’epidemia di ritardi di massa dei treni ad alta velocità. Gli altoparlanti segnalano guasti sulla linea, guasti dei treni, i tabelloni luminosi ti dicono che col cazzo che arriverai con un ritardo inferiore a 60, 90, 120 minuti! Le stazioni diventano gironi infernali con i giapponesi che ti guardano attoniti con lo sguardo che dice: “In che merda di paese sono capitato?”

A settembre c’è stata l’ecatombe ferroviaria

Ritardi per i treni ad alta velocità tanto gravi da essere segnalati dai giornali: il 2 settembre e poi il 5, il 7, il 10, il 16, il 23 e il 24. Il 27 settembre l’ennesimo suicidio, a Canegrate nei pressi di Milano: ritardi fino a 100 minuti.
Ottobre va un po’ meglio.
Il 2 ottobre di nuovo ritardi fino ad un’ora sulla Firenze-Roma.
Il 3 ottobre l’ennesimo suicidio alla stazione di Vasto e conseguenti ritardi da e per Lecce.
Il 16 ottobre giornata nera: il comunicato delle ferrovie parla di ritardi sulla Napoli-Roma per “investimento animali” presso Afragola (ma non dovrebbero esserci recinzioni lungo la ferrovia? Basta una capra per mandare in tilt i trasporti italiani?); contemporaneamente sulla tratta Bologna-Milano altri ritardi dovuti a non precisati guasti sulla linea.
Il 24 un’auto resta intrappolata in un passaggio a livello (!?!) causa di nuovo ritardi sulla Bari Lecce.
Ottobre ovviamente non è andato bene per le linee secondarie con un’ondata di ritardi sui regionali per una serie di guasti a treni e linee.

Insomma le FS hanno un po’ di problemi, i viaggiatori pure

Casini per i quali in Francia, Germania o in Svizzera fucilano gli amministratori delegati.
In Svizzera hanno pianto perché solo il 90% dei viaggiatori arriva in orario (puntuali o con un ritardo di meno di 3 minuti) (Orrore!!!).
L’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, non ha reputato fosse suo dovere esternare qualche cosa in proposito, scusarsi, genuflettersi o altro. Da quando si è insediato abbiamo chiesto un incontro per sapere se vuole portare le Ferrovie su una linea di rispetto e di amore verso i passeggeri. L’ufficio stampa ci ha detto che lui non parla con i media. Noi abbiamo chiesto di essere avvisati quando fosse disposto a concedere udienze. Ma evidentemente ancora non si degna.

Da anni stiamo conducendo una campagna di informazione che riguarda i seguenti punti:

1- Sicurezza: vogliamo più prevenzione e manutenzione.

2 – Sadismo del sistema di multe e biglietti (se hai un biglietto di un treno ad alta velocità e sali su un regionale che fa lo stesso percorso paghi 50 euro di multa, come se non avessi il biglietto perché alta velocità e regionali sono gestiti da società diverse!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!) e questo nonostante ad un cretino di italiano qualsiasi possa sembrare che sono sempre biglietti delle Ferrovie dello Stato…

3 – Assurda scomodità delle poltrone dei treni (quelle disegnate da Giugiaro negli anni novanta erano perfette e in linea con il design internazionale. Poi la progettazione fu affidata a Pininfarina che inventò le poltrone modello scoliosi

4 – Sadismo dell’aver deciso di togliere le panchine lungo i treni delle maggiori città (alcuni sostengono per favorire lo shopping).

5 – Demenzialità nell’organizzazione delle (non) coincidenze tra treni della linea tra Milano e Napoli e le linee regionali, con inutili attese anche di 45 minuti.

6 – E percheccazzo da Perugia a Firenze han fatto l’alta velocità con l’autobus che poi ci sono gli ingorghi e col cifolo che becchi la coincidenza?

Abbiamo sostenuto questa campagna con pezzi teatrali e due flash mob Infermiere sexy alla stazione di Bologna
e I Pink Block contro le Ferrovie dello Stato

Abbiamo anche intervistato l’amministratrice delegata di Grandi Stazioni che si è esibita nell’arte di arrampicarsi sui vetri.

Ovviamente continueremo a rompere i coglioni.
Mi incatenerò personalmente di fronte alla sede Romana di Ferrovie dello Stato.
Con me ci sarà Greta
Poi vediamo se Battisti rifiuta ancora di ascoltarci.

Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… attenzione ai complimenti!”

Dom, 10/27/2019 - 09:00

C’è una vecchia barzelletta che recita:
«Sai, sei davvero la donna più bella che abbia mai visto»
«Lo dici solo perché mi vuoi portare a letto»
«Anche intelligente!!!»

Fanno piacere, i complimenti. Gli apprezzamenti, le manifestazioni di stima. E spesso, per carità, sono onesti e sinceri. A volte, però, possono nascondere richieste implicite o addirittura una affermazione di ruoli ben precisa.

Vediamone alcuni esempi:

“La donna ha una marcia in più, è superiore all’uomo”

Affermazione spesso attribuibile a uomini che si ritengono particolarmente illuminati. Peccato che, a seguito di tale affermazione, si tenda poi a dare per scontato che certe rogne terrificanti siano proprio appannaggio di “quella con la marcia in più”.
#LazzaroAlzatiDalQuelDivanoEcammina

“Di solito i tuoi articoli non mi piacciono, ma in questo caso sono d’accordo con te: bravo!” 

L’interlocutore ti sta usando per ricordare a te, se stesso e a tre quarti della vostra palazzina, che la misura del valore è sempre data da sé medesimo. Di fatto, mentre ti dice che sei bravo, ti ricorda che lui è quello che dà il voto.
#AbbiamoMisterSimpatiaAbbiamo

“Tesoro, questa lasagna è buona quasi quanto quella di mia madre”

Si preferisce non commentare ulteriormente questo passaggio.
#MaPorcMaggiaggAccidentiAllaPutt

“Sto con te perché mi fai ridere”

A me personalmente viene detto, solitamente, sotto le coperte, abbracciati, dopo una attività che – al di là della sempre ben accetta allegria – non dovrebbe far ridere.
#CeDiPeggioSoloOraNonMiVieneInMente

“I complimenti sull’età”

Quelli che te ne devono dare 25 anche se ne hai 40. Allora tanto vale che ci mettiate in mano la chiave di una camera al motel: si capisce che ci state provando. 
#MancoLeBasiDelMestiere

Attenzione!

I complimenti sono stra-bene accetti. Soprattutto quelli spontanei, ma anche quelli “fatti per far piacere”.
Se una persona a te cara ti riempiva di osservazioni lusinghiere e ad un certo momento smette, magari c’è qualcosa che non va:

a) Siete dannatamente peggiorati voi
b) Si è un po’ abituato lui
c) Ma non è che avete smesso di fargliene anche voi? 

Ecco.

#FateviLeCoccole
#AttenzioniAllAltroSenzaDoppiFini #ComunqueSeMiDiteCheFaccioRidereSonoContentaEh

Foto di Gerhard Gellinger da Pixabay

Gli Angeli dei Navigli (Video)

Dom, 10/27/2019 - 06:31

Torniamo a Milano, dalla Canottieri San Cristoforo, per scoprire una delle loro “attività collaterali”: raccogliere la plastica che galleggia sui Navigli.

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Il ping pong ministeriale del Turismo in Italia

Dom, 10/27/2019 - 06:00

Lo Stato italiano torna a considerare un bene culturale il Turismo, che torna a casa dopo un breve giro. Tra le novità introdotte dal Governo Conte bis c’è infatti la trasmigrazione della “t” di turismo, tornato a essere competenza del Ministero dei Beni Culturali dopo la breve parentesi al Ministero delle Politiche Agricole sotto l’ex ministro leghista Gian Marco Centinaio. Addio Mipaaft, bentornato Mibact.

Il passaggio operativo con relativo trasferimento del personale e delle risorse strumentali tra i due dicasteri avverrà il 1° gennaio 2020 ed è stato deciso dal Consiglio dei Ministri lo scorso 18 settembre. Un ritorno al passato solo apparente, viste le tante novità introdotte anche grazie ai crescenti introiti derivanti dal turismo nelle casse dello Stato. Nonostante l’avvio burrascoso di maggio, con un clima tra i peggiori degli ultimi decenni, la stagione estiva 2019 si è conclusa con cifre più che positive: il turismo estivo ha segnato un ulteriore incremento, tra il 5 e il 15%, risultato decisamente incoraggiante per il futuro, considerato che già il 2018 si era chiuso con 429 milioni di pernottamenti complessivi. Intanto, in dote al Mibac, che fino alla data del 31 dicembre 2019 potrà ancora avvalersi per lo svolgimento delle proprie funzioni delle competenti strutture e dotazioni organiche del Mipaaft, arriveranno due nuovi dirigenti di livello generale e quattro di livello generale.

In Italia il turismo ha un’incidenza diretta del 10% sul Pil, attira una spesa degli stranieri pari a 42 miliardi di euro, e assicura un saldo della bilancia turistica attivo di 16 miliardi, il tutto spesso frutto dall’iniziativa degli operatori privati (specie del settore dell’agriturismo, che registra +3%) e non dello Stato, ancora in forte difficoltà nel gestire gli aspetti più burocratici, uno su tutti le concessioni delle spiagge (più del 50% sono private, alcuni lidi pagano meno di 2 euro a metro quadro).

Periodicamente a un passo dalla chiusura, l’Enit (Ente nazionale per l’incremento dell’industria turistica) in passato è stato addirittura commissariato, oggi invece è pronto al rilancio sotto la guida di Giorgio Palmucci, visti i suoi trent’anni anni nel settore, dal Club Mediterranée a TH Hotels, passando dalla presidenza di Confindustria Alberghi e la vicepresidenza di Federturismo. Tutti incarichi lasciati per dedicarsi esclusivamente all’Enit e al coordinamento con il nuovo Ministro del Turismo, Dario Franceschini.

«Secondo l’Omt (ndr. Organizzazione Mondiale del Turismo) le persone che si muovono per vacanza crescono di 100 milioni all’anno, e a fine 2019 saranno 1,4 miliardi. Dobbiamo catturare i flussi e far crescere le presenze in Italia, che è in cima alle aspirazioni di viaggio degli stranieri e offre i luoghi più belli del mondo» dice Palmucci. Senza un piano strategico adeguato l’Italia, per quanto “Belpaese”, rischia di perdere le ultime opportunità createsi con il costante aumento del numero dei viaggiatori mondiali. Quanto a voglia di viaggiare all’estero e restringendo il campo alla sola Europa, gli italiani guadagnano un ex aequo con i polacchi: il 52% degli italiani non ha mai calpestato un altro Paese europeo. Come dire, l’Unione europea è fatta, ora bisogna (ri)fare gli europei.

Enit: Cento anni e non sentirli

Quest’anno l’Enit compie 100 anni. A partire da novembre e nei mesi seguenti si alterneranno eventi celebrativi che promettono il rilancio turistico italiano nonostante la struttura dell’ente conti solo 40 dipendenti in Italia (operanti soprattutto nel marketing digitale) e 70 all’estero («con contratti locali, a un costo coerente»). Archiviato il passato da “carrozzone” da commissariare, l’Enit, nella figura del suo presidente, sembra intenzionato a perfezionare la gestione dei 30 milioni di finanziamenti pubblici, a cui si aggiungono le entrate provenienti da Regioni ed enti locali con cui vengono organizzate promozioni comuni. «Abbiamo appena inaugurato un ufficio a Bangkok, e le prossime aperture saranno a Shanghai, Canton, Abu Dhabi e, negli Stati Uniti, a Miami o Chicago. Vogliamo conquistare la gente che si muove di più, e che spende di più», fa sapere Palmucci. Cosa farà per evitare le ripercussioni del fallimento dell’inglese Thomas Cook, primo tour operator al mondo, praticamente un’istituzione, è invece tutto da vedere. 

Ti ricordi “La vita segreta delle piante”?

Sab, 10/26/2019 - 11:35

È quel libro, di Cleve Backster, che più di 40 anni fa raccontò esperimenti condotti sulle piante con attrezzature simili alla macchina della verità: sensori elettrici attaccati alle foglie… Tramite questi test si dimostrava la telepatia vegetale, svenimenti vegetali di fronte alla violenza e addirittura la capacità della verdura di ricordare una persona che aveva ucciso dei gamberetti di fronte a loro.

Ne uscì anche uno sceneggiato televisivo: Andromeda, che fece furore. Grazie alla testimonianza di un ficus benjamin veniva smascherato un assassino!

Le piante non sono telepatiche

La cattiva notizia è che da allora nessuno scienziato è riuscito a ottenere risultati simili. Quindi possiamo supporre che le piante non siano telepatiche e non siano validi testimoni nei processi per omicidio. La buona notizia è che le piante sono capaci di fare parecchie cose che ce le fanno apparire quasi senzienti.

Curioso notare incidentalmente che nonostante in 40 anni nessuno sia riuscito a replicare gli esperimenti di Backster, il web è pieno di articoli che parlano di questi esperimenti come se fosse scontato che funzionano veramente. E alcuni arrivano a citare questi esperimenti come se fossero novità dell’ultima settimana…
Ma torniamo alle cose straordinarie che fanno le piante.

La mimosa è veramente pudica?

Se fai cadere per un metro e mezzo una pianta di mimosa pudica, questa sviene afflosciandosi istantaneamente per ammortizzare la caduta. Se però la prendi al volo, evitandole l’impatto col terreno, dopo un po’ che ripeti questa pratica la pianta capisce che non c’è pericolo e smette di afflosciarsi. E a distanza di 28 giorni è ancora capace di ricordarsi che le cadute che provochi non la mettono in pericolo e continua a non afflosciarsi. Il che è interessante perché molti insetti hanno una memoria che non va oltre le 48 ore.

Il meccanismo a rete

Le piante compiono parecchie azioni affascinanti e gli scienziati si stanno dedicando a risse selvagge sull’interpretazione di queste capacità. Alcuni sostengono che da qualche parte devono avere qualche cosa di simile a un cervello al momento che ricordano e sono capaci di prendere decisioni… Non proprio un cervello nel senso classico del termine, una specie di “meccanismo a rete”…
Se fai sentire a una pianta la registrazione del suono che fa un bruco quando mangia una foglia, quella inizia a produrre tossine per rendersi indigeribile.
Il mais e il fagiolo di Spagna, quando vengono attaccati dai bruchi, emettono un odore che attira alcune vespe che si mangiano i bruchi.
Le piante sentono se le proprie radici si stanno avvicinando a sostanze tossiche o ad altre piante e cambiano direzione.
Le piante producono segnali elettrici e chimici, serotonina e dopamina (DOPAMINA, quella sostanza che ci rende … Sulle piante fa lo stesso effetto?).
E se vengono colpite emettono anche una sostanza che sugli animali ha un effetto anestetico, l’etilene. Quindi c’è da sospettare che sentano il dolore.
E se le piante individuano un pericolo emettono odori capaci di mettere in allarme altre piante… Sono in grado di emettere fino a tremila sostanze diverse… Diversi odori… Se queste sostanze fossero un vocabolario avrebbero più parole dell’italiano medio.
Le piante sanno dove sono, sentono l’acqua, sentono il sole, i rumori, hanno il senso dell’alto e del basso e percepiscono la vicinanza di altre piante e riconoscono le loro simili.

Anche i vegetariani sono cattivi?

Questo fatto che le piante sono meno stupide di quel che si pensava, pone una serie di domande filosofiche molto profonde.
Tanto per cominciare c’è da domandarsi: i vegetariani sono cattivi? Sinceramente da tempo mi pongo il problema. Non saprei dire se dal punto di vista etico esista una grande differenza tra un carnivoro e un vegano. Personalmente ho individuato una mia particolare dieta per quando sto male e ho bisogno di riconciliarmi con l’universo: rinuncio a cibarmi di qualsiasi creatura senziente, sia essa vegetale o animale. Quindi mangio solo semi, miele, latte e uova non fecondate. Questa dieta l’ho chiamata RUBISMO, mangi quel che puoi rubare senza uccidere. Cioè, le piante lo sanno che se fanno i semi così buoni poi arriva qualcuno che se li ruba. La loro strategia riproduttiva anzi si basa proprio su questo tipo di comportamento. Quindi non dovrebbero incavolarsi troppo. Con il latte, le uova e il miele la questione è eticamente un po’ bastarda, ma comunque non ammazzi nessuno.
Ovviamente in casi estremi potrei scegliere di alimentarmi solo di semi e di frutti (ciliegie, cereali eccetera). Ovviamente una visione restrittiva potrebbe sostenere che mangiare un chicco di grano è un’azione simile a un infanticidio. Quindi resterebbe eticamente valido solo alimentarsi della polpa non fruttifera dei frutti: cioè posso mangiare ciliegie, albicocche, prugne, cocco e pomodori, fragole e mele, a patto di non masticare i semini (anzi mangiare pomodori sarebbe molto etico visto che il nostro processo digestivo non danneggia i semi, a patto di farla poi in mezzo ai prati, infatti se i semini finiscono nelle fogne poi marciscono a causa della lunga permanenza a mollo).

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Foto di Jeon Sang-O da Pixabay

Com’è fatta l’auto elettrica di Toyota che non ha bisogno di ricarica

Sab, 10/26/2019 - 10:00

La Toyota tenta di aggirare l’ostacolo con una proposta alternativa: mettiamo insieme i pannelli solari migliori che possiamo permetterci, le batterie più efficienti sul mercato e diamo vita a un’auto che possa viaggiare per sempre. Così ha iniziato, insieme alla Sharp e alla New Energy and Industrial Technology Development Organization giapponese (NEDO) di testare quest’idea su una Prius allestita ad hoc.

Le auto elettriche ci permettono di superare il problema della dipendenza dai combustibili fossili, ma hanno bisogno di elettricità e soprattutto di una vera rete di ricarica che oggi in molti Paesi del mondo fatica a sorgere in maniera capillare. Il sole invece resta sempre acceso per tutti ed è gratis, l’importante è avere a disposizione batterie con una capacità adeguata per immagazzinare l’energia solare e alimentare le auto anche quando il sole non c’è. Un altro vantaggio è che un’auto simile permetterebbe di oltrepassare in fretta la fase delle ibride (su cui comunque la Toyota punta in questi anni), una fase obbligata per via, appunto, anche della mancanza di un’infrastruttura di ricarica per le elettriche già al momento disponibile.

Ma c’è un problema. Questo tipo di tecnologia non potrà essere realtà nel breve periodo. Toyota e Hyundai hanno già introdotto modelli con pannelli solari sul tetto, ma a mala pena riescono ad alimentare il sistema audio della vettura. Esiste già un modello di Prius, ad esempio, ma la batteria si ricarica soltanto quando l’auto è parcheggiata. E con l’energia fornita dal pannello si va avanti al massimo per 6 km. Nonostante tutto, però, dallo scorso luglio la Toyota è al lavoro sulla sua Prius di prova, pur sapendo che l’epoca in cui un’auto sfreccerà soltanto grazie a un pannello solare e senza dover essere ricaricata attraverso la rete elettrica è molto lontana.

Ci sono invece buone notizie dalla Sharp, che ha realizzato il prototipo di un pannello in grado di convertire energia con un’efficienza del 34% (rispetto al 20% dei pannelli sul mercato). Va considerato che i pannelli utilizzati da Toyota, Sharp e NEDO sono spessi soltanto 0,03 mm, quindi si possono apporre anche su superfici curve. Su tutta la superficie dell’auto, quindi, o quasi. Inoltre, anche in movimento la ricarica può procedere. Dalla NEDO assicurano che, se l’auto venisse guidata per 4 giorni alla settimana per un massimo di 50 km al giorno non occorrerebbe mai ricaricarla. Uno dei prossimi test, in agenda per marzo 2020, sarà condotto a Tokyo. Il motivo è semplice: un’auto del genere potrebbe funzionare benissimo in climi soleggiati, ma cosa accade dove invece il sole splende di meno? La risposta sarà preziosa per decidere se, come e quando tentare di produrre il veicolo su larga scala.

Carta “bloccata”: il paradosso dell’eccessivo riciclo

Sab, 10/26/2019 - 07:00

La materia “prima seconda” (la materia ottenuta al termine del processo di recupero dei rifiuti che può essere riutilizzata) che si recupera con la raccolta differenziata, infatti, spesso prende la strada dell’estero per essere avviata al riciclo, molte volte in Cina.

Ed è proprio il gigante asiatico, alcuni mesi fa, ad aver messo in crisi il settore del riciclo europeo, alzando, per motivi ambientali, gli standard delle materie prime seconde dall’estero, bloccando di fatto l’importazione. Già, perché la qualità della differenziata e quindi della materia prima seconda prodotta in Europa lascia troppo spesso a desiderare: la filiera della raccolta, per alcuni materiali come la plastica, presenta deficit non indifferenti, che per anni sono stati ignorati anche perché la destinazione di questo materiale era oltreconfine.

Una situazione che sta mettendo in crisi il settore, benché la responsabilità di ciò non stia tutta in questo fenomeno ma vada ricondotta anche alla politica, che per molti anni non ha dato seguito a un apparato legislativo che dia la possibilità di effettuare il passaggio dallo stato di rifiuto a quello di materia prima.

Parliamo dei decreti end of waste (EoW) che devono essere ancora varati dal ministero dell’Ambiente per ogni rifiuto/materiale e che l’attuale ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha avviato, dopo una fase di stallo durata diverse legislature.

«Sulla materia stiamo facendo due cose in parallelo – ci ha detto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. – La prima è quella di aver messo in piedi un gruppo di lavoro di esperti per i decreti end of waste che ho letteralmente tirato fuori dai cassetti della vecchia legislatura. In questa maniera abbiamo avviato un processo che per alcuni materiali è già in fase avanzata. Si tratta di un processo per il quale ci vuole tempo. Oltre a ciò stiamo proponendo emendamenti per poter costruire un percorso giuridico per lo sviluppo dell’end of waste».

In tutto ciò il settore più virtuoso di tutti, quello della carta, che ha un tasso di circolarità del 57%, vede all’orizzonte uno stop preoccupante, anche perché nell’attesa dei decreti si è profilato il blocco delle autorizzazioni per nuovi impianti.

«Non è accettabile che per una paralizzante interpretazione giuridica in materia di EoW non sia possibile richiedere le autorizzazioni per riciclare e recuperare rifiuti. Se le norme non tengono in considerazione la continua evoluzione tecnologica in materia, si compromette il ruolo del settore cartario nell’Economia Circolare, ad esempio nel riciclo di materiali compositi e complessi.

Per questo va recepito l’art. 6 della direttiva rifiuti 851/2018, che prevede un serie di criteri per l’autorizzazione caso per caso a livello regionale – ha detto il Presidente di Assocarta Girolamo Marchi al termine dell’audizione per l’indagine conoscitiva in materia di EoW di fronte alla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. – E senza un sistema di end of waste è difficile pensare a un “Green New Deal”. Molte iniziative imprenditoriali sono bloccate e questo impedisce di aumentare il riciclo della carta e di essere più efficaci in termini di Economia Circolare, bloccando proprio l’innovazione della quale abbiamo una straordinaria necessità. Inoltre, occorre accelerare i tempi per le autorizzazioni ordinarie. È inconcepibile che, nel momento in cui ci si lamenta di carenza di impianti per il riciclo della carta, l’autorizzazione della cartiera di Mantova sia ancora relegata nelle pagine della cronaca dei quotidiani e non sia già nelle statistiche ISTAT con le 500 mila tonnellate di riciclo in più che potrebbe garantire, pari ad 1/11 della capacità attualmente installata in Italia».

L’impianto di Mantova è la cartina di tornasole dello stallo.

La riconversione della ex cartiera per carte grafiche di Mantova – settore in crisi – in una azienda per la produzione di cartoni ondulati per l’imballaggio – settore in crescita che fa un grande utilizzo di fibra di cellulosa da riciclo – è bloccata per l’opposizione a livello locale, contraria sia all’impianto di riciclo, sia all’inceneritore che dovrebbe smaltire, con recupero energetico, le fibre a fine vita.

Già, perché anche la fibra di cellulosa ha un fine vita.

Dopo essere stata riciclata per sette volte, infatti, la nostra fibra non ha più la lunghezza necessaria per realizzare carta o cartone di qualità e deve essere smaltita. Le strade sono due. L’incenerimento con recupero energetico, che se svolto presso una cartiera consente un utilizzo molto efficiente dell’energia (sia elettricità, sia calore), aumentando in tal modo la competitività delle imprese nazionali, che pagano l’energia il 25% in più rispetto alle loro concorrenti europee; oppure la discarica.

E anche il bilancio della CO2, nel caso dell’incenerimento, è positivo perché si emette quella che è stata sequestrata all’origine negli alberi utilizzati per ottenere la fibra di cellulosa.

«Avendo un intero sistema coordinato di produzione, riciclo e smaltimento, potremmo dare più stabilità al settore ed essere meno dipendenti dalle importazioni asiatiche», ci dice Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta. Il problema della carta, infatti, non risiede nella raccolta di bassa qualità ma nel fatto che se ne raccoglie più di quella che si ricicla. Ossia siamo troppo virtuosi nella raccolta differenziata di questo materiale e mancano gli impianti.

«Servono semplificazioni e sono anni che le chiediamo, adottando a livello nazionale i decreti per l’end of waste su molte filiere dei rifiuti che sarebbero in grado di semplificare la vita del riciclo a oltre 55 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e urbani. – ci dice il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – Si tratta di un terzo della produzione complessiva di queste tipologie di rifiuti. E oltre a ciò abbiamo altre due barriere. La prima è quella rappresentata dal fatto che i prodotti realizzati secondo la circolarità hanno un mercato in salita dovuto alla non applicazione di norme come i criteri minimi ambientali nelle gare d’appalto da parte dei due terzi delle stazioni appaltanti pubbliche, che in sostanza non rispettano la legge. La seconda è quella dell’impiantistica. In Italia servono mille nuovi impianti di riciclo. Perché è necessario dirlo con chiarezza: rifiuti zero, non significa impianti zero».

Appare chiaro, quindi, che al di la dei proclami in Italia abbiamo le tecnologie per un riciclo a 360 gradi ma bisogna applicarle nel concreto realizzando tutti gli impianti necessari, compresi gli inceneritori per quell’ultimo 5-10% di rifiuto che non sarà possibile riciclare e che non dovrà andare in discarica.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Le ragazze di Porta Venezia cercano sorelle (anche con mascherina)

Ven, 10/25/2019 - 15:00

Da 6 semisconosciute a 40 celebrità in 4 anni. Crescono in numero e in fama le Ragazze di Porta Venezia: né giovani, né belle, né magre, né grasse… né per forza nulla, a parte provocanti. E cercano nuove sorelle: perché non fondare le Ragazze di Porta Nuova a Torino, o Le Ragazze del Pilastro a Bologna, o le Ragazze del Corvo a Catanzaro? In fondo, invadere l’Italia pacificamente è la loro energia fondante, dall’inizio, cioè da quando, nell’ottobre del 2015, un gruppo di donne portò colore e scompiglio a Milano, nel dinamico e multietnico quartiere di Porta Venezia, distinguendosi proprio per l’assenza di un filo conduttore. Ognuna diversa dall’altra, ma tutte sfacciate, si fecero chiamare “Le ragazze di Porta Venezia”. Oggi alcune indossano una mascherina anti-smog, tra cui La Pina. Un modo per celarsi, mutarsi, ma anche un modo per esternare angosce molto milanesi, ovviamente con sfumature sul rosa bambolina. Siamo cattive, ma siamo anche tanto fragili, nel Paese con più morti da particolato sottile.

La storia

La storia inizia ancora prima, ovvero quando Myss Keta debutta nel 2013. Solo due anni dopo però arriva il successo, con il video del brano “Le ragazze di Porta Venezia”, appunto. La canzone racconta la vita di una generazione combattuta tra voglia di farcela e situazioni sentimentali difficili da catalogare, diventando in breve un inno del girl power e della comunità LGBTQ+. La crudezza del testo avvicina in poco tempo Myss Keta all’icona di uno stato d’animo generazionale.

Esattamente 4 anni dopo, qualche giorno fa, esce la nuova versione del brano, allargando il collettivo di ragazze con la presenza di grandi volti, tra questi Elodie, La Pina e Victoria Cabello, a cui si associano le ormai storiche La Cha Cha, La Iban, Miuccia Panda e La Prada.

Il filmato parte con la descrizione a parole del progetto: «Il 19 ottobre 2015 un gruppo spregiudicato di ragazze portò disordine e scompiglio a Milano, nel tranquillo e colorato quartiere di Porta Venezia. Le ragazze, tutte diverse tra loro ma egualmente provocanti, diffusero la loro libertà nella città meneghina (e non solo) facendosi conoscere come “Le ragazze di Porta Venezia”». In questi anni le ragazze sono state tutt’altro che buone: sono cresciute in forza, numero e favole.

Myss Keta: la musica

Myss Keta è considerata oggi una realtà innovativa in grado di raccontare come pochi prima di lei una delle zone più creative e vibranti della città, lungo corso Buenos Aires. Tra le sue uscite ricordiamo “Una vita in Capslock”, “Paprika” che vanta la presenza di grandi nomi della discografia italiana, tra cui appunto Elodie, Gué Pequeno e Mahmood; che danno il meglio di loro per partecipare alla chiamata della Ragazza per raccontare la quotidianità milanese.

Il futuro

Il video dell’ultimo brano “Le ragazze di Porta Venezia – The Manifesto”, è quindi molto più di una semplice canzone. Non solo un ode alla libertà d’espressione a qualsiasi livello, e in qualsiasi luogo, ma anche il simbolo della sorellanza che rispetta e accetta, senza giudizio, che tu indossi un velo, una mascherina anti-smog o un boa verde. Piacerebbe, se davvero il fenomeno riuscisse a dilatarsi in altre città italiane, che l’immagine femminile del gruppo fosse rispettata a tutti i livelli, con il massimo rispetto per l’ottimo lavoro svolto finora dal regista Simone Rovellini.

I 10 migliori Film girati a Matera, Città del Cinema

Ven, 10/25/2019 - 12:00

Oltre 80 film girati nei Sassi e dintorni (senza contare documentari di valore e serie televisive di successo) fanno di Matera una delle città cinematografiche più conosciute al mondo. Una sorta di set a cielo aperto che ha stimolato la creatività di grandi maestri del cinema e dell’industria internazionale che nel corso del tempo hanno scelto ambientazioni di epoche diverse tra chiese rupestri, paesaggi ancestrali e architetture disuguali. È stato anche il cinema ad imporla come Capitale europea della cultura nel 2019 (#matera2019). Ho scelto i migliori 10 film secondo il mio gusto critico valutandone il valore artistico. Aspettando l’anno prossimo l’uscita del nuovo episodio di James Bond, per il momento resta saldamente in testa Pier Paolo Pasolini.

IL VANGELO SECONDO MATTEO di Pier Paolo Pasolini, 1964

 ll film che consegna una dimensione internazionale a Pasolini come regista di grande talento.  La terra cinematografica di Gesù posta nel Meridione d’Italia adoperando 13 località di diversi regioni con il ruolo capitale di Matera che con i suoi antichi Sassi e la Gravina da quel momento diventa una sorta di Gerusalemme cinematografica nell’immaginario globale. Pasolini continua a prendere attori dalla strada e a unirli ai suoi amici intellettuali che sono chiamati a interpretare gli apostoli. La madre è la Madonna anziana. Gesù ha lo splendido volto di uno studente antifranchista basco incontrato per caso da Pasolini e che lo doppierà con la possente voce di Enrico Maria Salerno. La sceneggiatura, tratta integralmente dal testo evangelico, è resa cinematografica con scene indimenticabili e di grande valore. A 50 anni dell’uscita secondo l’Osservatore Romano “Il più bel film sulla storia di Cristo”.

LA LUPA di Alberto Lattuada, 1953 

Il film  è una trasposizione dell’omonima novella di Giovanni Verga che trasferisce l’azione in tempi moderni dalla Sicilia a Matera offrendo al regista “una scenografia di indiscutibile risalto” come ebbe a scrivere in una sua recensione l’autorevole rivista “Cinema nuovo”. Distribuito dalla Paramount, sceneggiato da Alberto Moravia che risiedendo a Matera ebbe l’intuizione di sostituire i contadini verghiani con le lavoratrici della fabbrica di tabacco, il film si avvale dell’interpretazione della sensuale attrice algerina Kerima che circondata da Ettore Manni, Giovanna Ralli e May Britt, con il suo splendido corpo segna una pellicola straordinaria. Le grotte, gli antri, le vedute dei Sassi, le osterie prese dal reale, la Festa della Bruna sono magnificamente illuminate dal direttore della fotografia Aldo Tonti che valorizzò molto le potenzialità espressive e figurative di Matera con la sua particolare tipologia urbana.

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI di Francesco Rosi, 1979 

Riuscita messa in scena filmica dell’omonimo libro di Carlo Levi in cui Francesco Rosi fotografa in forma compiuta il mondo contadino scoperto al confino dall’intellettuale antifascista. Se il protagonista è magnificato da un monumentale Gian Maria Volonté, il regista si serve di Matera per ricostruire le scene collettive del libro che si riferiscono alla mentalità e ai costumi popolari. I paesaggi naturali sono quelli di Aliano e Craco. Una riflessione politica e sociologica sul meridionalismo che sarà apprezzata in tutto il mondo. 

THE PASSION OF THE CHRIST di Mel Gibson, 2003 

Una delle pellicole più celebri della storia del recente cinema. Grazie al film Matera nella carta del mondo diventa punto cardinale del cineturismo globale. Un blockbuster mistico religioso sugli ultimi giorni di Cristo, benedetto da Papa Wojtyla, riattualizza Matera come Gerusalemme indicando a masse considerevoli di turisti una nuova meta internazionale. Film controverso per le scene di violenza e realismo crudo, accusato anche di antisemitismo. La critica si è divisa non risparmiando feroci stroncature. Realizzato con uno budget di 30 milioni di dollari ne ha incassato oltre 600. Ancora oggi quando viene trasmesso in tv fa ascolti da record. 

GLI ANNI RUGGENTI di Luigi Zampa,1962 

Uno tra i più graffianti registi italiani due anni prima di Pasolini porta in trasferta un bel cast (Nino Manfredi, Salvo Randone, Gastone Moschin, Angela Luce) tra Ostuni e Matera. I personaggi umiliati e offesi si muovono nei Sassi di Matera appena sgomberati dai residenti. L’assicuratore scambiato per gerarca in missione ispettiva offre momenti di grande comicità. Un’amara satira sociale in una riuscita commedia tratta da un racconto di Gogol

L’ALBERO DI GUERNICA di Fernando Arrabal, 1975 

Una delle pagine più celebri e drammatiche della guerra civile spagnola in un film dai toni surrealisti viene girato a Matera per il consiglio di Pasolini dato all’eretico regista. Spicca l’interpretazione di Mariangela Melato in un film che ha sfrenate fantasie che s’ispirano in maniera dichiarata ai quadri di Goya e Picasso. La tenerezza e il furore corale accendono ancora entusiasmo per una vicenda terribile del Secolo breve. 

IL DEMONIO di Brunello Rondi, 1963 

Il regista, fratello del più celebre critico Gian Luigi, cineasta d’ispirazione pasoliniana, gira un film fascinato dai riti contadini legati al malocchio e alle streghe. Conturbante l’israeliana Dalia Lahvi nella parte dell’indemoniata. Ma sul film dominano le pratiche magiche e superstiziose della Basilicata. Alcune scene de “L’esorcista” di Friedkin hanno una similitudine impressionante con la posseduta materana al punto da immaginare un’ispirazione diretta del film italiano. Splendido bianco e nero che ben valorizza luci e ombre dei Sassi, la natura murgiana, l’abbazia di Montescaglioso, luoghi sparsi di Miglionico.

MARY MAGDALENE di Garth Davis, 2018

 Il regista del film, Garth Davis, ha scritto alla fine delle riprese: “Matera è la sede spirituale di Gerusalemme al cinema. Ho pensato spesso a Pasolini nel corso della lavorazione e ho compreso perché egli aveva amato così tanto Matera per il suo film, sembra proprio l’antica Gerusalemme.
Il luogo è magico, antico e ultraterreno, con rovine  drammaticamente incontaminate”. Il film racconta in chiave femminista la storia di Maria Maddalena, seguace di Cristo interpretato da Joaquin Phoenix ancora non Joker. Mistico, civile e possente nella riuscita. 

WONDER WOMAN di Patty Jenkins, 2017 

Campione d’incassi che ha rivoluzionato l’immaginario dell’eroina DC Comics, girato negli esterni nello splendore di Matera, Ravello e Palinuro. Una straordinaria metafora del postmoderno contemporaneo. La mitologia e la fantascienza che si prendono per mano in alcuni dei luoghi più amati e riconosciuti del villaggio globalizzato culturale. L’eroina-amazzone più amata di sempre decide di combattere insieme agli umani per fermare un conflitto mondiale. Trionfo per la protagonista Gal Gadot

VELOCE COME IL VENTO di Matteo Rovere, 2016 

Vincitore di sei David. Cinque tecnici (fotografia, trucco, montaggio, suono ed effetti speciali) oltre a quella di miglior attore protagonista a un grande Stefano Accorsi, che nelle sue interviste ha spesso ricordato che il pomeriggio delle riprese a Matera della corsa clandestina, il 17 ottobre del 2014, sentì il boato della città diventata capitale europea della cultura. Ispirato alla vera storia di un pilota maledetto. Ha rilanciato il cinema di genere e rivelato il grande talento del regista Matteo Rovere

Foto: M.C.Dalbosco

Maltempo e dolori: confermato legame

Ven, 10/25/2019 - 11:44

“Il dolore alla schiena diventa insopportabile quando l’umidità nell’aria aumenta”. “Il ginocchio duole di più quando fuori piove”. “Il mal di testa si scatena con la bassa pressione”. Quante volte abbiamo sentito fare queste affermazioni? E quante volte abbiamo pensato che fosse frutto della suggestione? E invece non è solo “l’impressione” dei diretti interessati: i  dolori si intensificano davvero quando l’umidità aumenta, e se c’è vento forte si acuiscono ulteriormente.

Emicrania, artrite, fibromialgia

O, almeno, così sembra essere secondo uno studio realizzato dall’Università di Manchester (Regno Unito), da cui emerge che le persone che soffrono di condizioni di salute croniche (emicrania, dolore neuropatico, artrite, fibromialgia) hanno il 20% in più di probabilità di soffrire di dolore proprio nei giorni caratterizzati da elevati livelli di umidità e vento. I ricercatori sono giunti alle loro conclusioni esaminando i dati inseriti in una app per smartphone da più di 2600 persone che dovevano registrare i sintomi quotidiani, e incrociandoli con quelli delle condizioni climatiche del luogo rilevate dallo stesso smartphone.

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Umidità e vento peggiorano il dolore

Lo studio  ha mostrato che “nei giorni umidi e ventosi e con bassa pressione le probabilità di provare più dolore, rispetto a un giorno medio, sono circa del 20%”, spiega Will Dixon, del Centro di epidemiologia contro l’artrite dell’università. In particolare il fattore che fa la differenza nell’intensificarsi del dolore è l’umidità, soprattutto in presenza di bassa pressione e vento forte. Nessuna associazione è stata invece osservata con la temperatura. Lo studioso precisa però che, “nonostante molte ricerche abbiano esaminato l’esistenza e la natura di questa relazione, non vi è alcun consenso scientifico”.

Perché la salvaguardia dell’ambiente non è un “hobby per benestanti”

Ven, 10/25/2019 - 10:00

Dal doppio filo (stretto) che lega crisi ambientali e sociali, come emerge dai più autorevoli rapporti in merito, si capisce che la tutela dell’ambiente riguarderà sempre più persone, e che non saranno quelli che “hanno la pancia piena” i primi a doversene occupare o a patirne le conseguenze.

Anche se dopo la grande partecipazione alle proteste per il clima di fine settembre la sensazione è più positiva, c’è sempre chi rimane scettico sulla volontà dei giovani, degli attivisti in genere, di modificare qualcosa del loro modo di vivere, e ritiene dunque tutto vano, e c’è anche (ancora) chi pensa che i cambiamenti climatici non siano un problema per tutti, ma solo un hobby per agiati.

Attraverso ciò che dice la scienza vogliamo mostrare loro che non è così, e che saranno proprio gli agiati a pagarne meno le conseguenze.

I cambiamenti climatici riguarderanno territori vasti e risorse importanti

Durante l’ultimo uragano Dorian abbattutosi nei primi giorni di settembre sulle Isole Bahamas, è accaduto che Trump non abbia concesso ai cittadini residenti lo status temporaneo di soggiorno negli Stati Uniti.

Questi fenomeni climatici sono e saranno sempre più frequenti e questo episodio, preso ad esempio perché più recente, apre a riflessioni più vaste: secondo i più autorevoli esperti e scienziati le migrazioni di massa, infatti, con l’aggravarsi della crisi climatica riguarderanno progressivamente tutti e lo faranno senza bisogno di aspettare a lungo.

Ghiacciai, maree e acidificazione oceani

Secondo l’ultimo Ipcc Special Report “Ocean and Cryosphere in a Changing Climate” (il comitato scientifico sul clima dell’Onu, dedicato a oceani e ghiacciai)  diffuso nel mese di settembre, l’innalzamento del livello del mare aumenterà la frequenza di eventi estremi a livello del mare, che occorrono ad esempio durante l’alta marea e le tempeste intense. Eventi che si sono verificati una volta al secolo in passato accadranno ogni anno, entro la metà del secolo. Ma non solo.

In queste aree vivono quasi due miliardi di abitanti del pianeta. 670 milioni di persone nelle regioni di alta montagna e 680 milioni nelle zone costiere basse dipendono direttamente da questi sistemi. Quattro milioni di persone vivono permanentemente nella regione artica mentre le piccole isole ospitano 65 milioni di persone. Detto ciò, se stiamo perdendo i ghiacciai e il mare salirà in modo preoccupante, come asseriscono nel report, i numeri di coloro che dovranno spostarsi appare già molto significativo.

È probabile che alcune nazioni insulari diventino inabitabili a causa del cambiamento climatico e della criosfera legato al clima, anche se, precisano, è complesso determinare un numero effettivo di migranti, giacché le soglie di abitabilità rimangono estremamente difficili da valutare.

In Italia anche il tema dei ghiacciai è centrale, poiché dalle loro acque dipende una parte dell’agricoltura delle regioni settentrionali, centinaia di migliaia di lavoratori nel settore turistico e la produzione di energia idroelettrica, che pesa il 16,5% del totale nazionale. Secondo il report, questi ghiacciai, insieme a quelli dell’Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell’Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l’80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici.

Il riscaldamento degli oceani e la conseguente acidificazione impatteranno inevitabilmente la pesca e ciò interesserà anche il Mediterraneo.

Il report citato (link documento) è scienza, ovvero contiene 7000 lavori scientifici di 104 studiosi, provenienti da oltre 30 Paesi, che sono stati consultati. Si tratta di fatto del primo documento approfondito sulla scomparsa dei ghiacciai e sulle mutazioni del mare.

I numeri attesi delle migrazioni

Siamo quindi dentro una crisi sistemica che riguarda tutti. Un altro documento meno recente (ottobre 2018) ma sempre Panel internazionale IPPC, stimava già – in relazione a questo “tutti” – che da qui al 2050 sia attesa la migrazione di almeno 200 milioni di persone a causa del surriscaldamento climatico. 

Secondo il rapporto di Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani il cambiamento climatico quale minaccia di ridurre in povertà 120 milioni di persone entro il 2030. E specifica un altro aspetto importante: è molto probabile che gli impatti del riscaldamento globale non solo comprometteranno i diritti basilari alla vita, all’acqua, al cibo e alla casa per centinaia di milioni di persone, ma metteranno a rischio anche la democrazia e lo stato di diritto.

Perché, se le nazioni ricche riusciranno ad operare gli aggiustamenti necessari ad affrontare temperature sempre più estreme, quelle più povere non ci riusciranno. Generando così un evidente paradosso: il Sud geopolitico del planisfero, responsabile del 10 per cento delle emissioni, dovrà subirne il 75 per cento delle ricadute, precipitando in una situazione di “apartheid” di fatto.

Leggi anche: Nel 2030 si perderanno 80 milioni di posti di lavoro a causa dello stress termico

Le estinzioni

Alcuni effetti diretti provocati dell’aumento della CO2 nell’atmosfera, attraverso il ben noto effetto serra e il conseguente aumento della temperatura del pianeta, sono più facilmente riconoscibili ed evidenti: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare e aumento dell’acidità marina, siccità, ondate di calore, incendi, desertificazione; sono evidenti anche alcune conseguenze indirette come le carestie, le migrazioni e le carestie, perché già accadono; ma molte altre si presenteranno in maniera del tutto imprevedibile.

Per esempio le estinzioni, che, oltre alle cause dirette già esposte  sono provocate anche dal bracconaggio e dalla caccia incontrollata, stanno aumentano in maniera esponenziale; specie animali e vegetali che non esistono più in nessun luogo della terra, e che – nella loro catena – avevano una specifica funzione e ruolo.

Caro amico che hai problemi più importanti a cui pensare

Alcuni tutt’oggi pensano che se molte specie verranno spazzate via è triste, ma l’uomo è specializzato in estinzioni, ha estinto intere civiltà umane: a confronto cosa saranno piante o animali! Questi  problemi se li pongono solo i ricchi agiati e anche un po’ snob, che non hanno il problema di arrivare a fine mese.

Invece purtroppo saranno le fasce più deboli ad esserne interessate per prime, quelli che davvero non arrivano a fine mese, e prima di loro quelli che nemmeno arrivano ad inizio mese.

Quelli più ricchi e “con la pancia piena” non saranno i primi almeno a soffrire il caldo, le carestie, la mancanza di acqua e i disordini che accompagneranno queste sciagure.

Per questo pensare che l’ambiente sia un hobby per chi sta bene è proprio sbagliato: la questione ambientale è la più importante delle questioni sociali (ed economiche, di conseguenza).

Leggi anche: Le aree più povere d’Europa sono quelle più colpite dall’inquinamento atmosferico

Altre Fonti:

https://www.huffingtonpost.it/entry/il-mondo-rischia-un-apartheid-climatico_it_5d1223d3e4b0aa375f539667

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/09/26/news/rapporto-ipcc-stiamo-perdendo-i-ghiacciai-il-mare-salira-in-modo-preoccupante-1.37509302?fbclid=IwAR3BZCeGJmXH6D9YzoOHrbEWc4GXR3NyHhEAHU4NxFf-sJ_p2BRrsnVeDrM

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/09/11/news/l_ambiente_non_e_un_hobby_ma_la_vera_questione_sociale-235781890/?ref=fbpa&fbclid=IwAR0gITIkvIAH9J4GY_p5Rsey-vAynKVYoqlWhb-z8U5vZFr4m5wzEjAZRRo

Foto di Iván Tamás da Pixabay

25 ottobre: giornata mondiale della pasta e della dieta mediterranea

Ven, 10/25/2019 - 09:51

Che si fa a pranzo oggi? Un piatto di pasta

È una frase che si sente dire verso mezzogiorno o l’una o le due, dipende dalle latitudini, in migliaia di case italiane.

Un piatto di pasta risolve velocemente un pasto e apre furiosi dibattiti  che in confronto quello sulla finanziaria è una gentile discussione tra aristocratici.

L’amatriciana con la cipolla? Sia mai! La carbonara con l’aglio? Vade retro satana!
E guardate che gli spaghetti aglio olio e peperoncino sono difficilissimi!
Pasta corta o lunga? Apriamo il dibattito!
E quella al farro, al kamut, integrale, si può chiamare pasta?
Su una cosa siamo tutti d’accordo: dev’essere al dente!

Buon World Pasta Day!

E se volete delle idee per il pranzo di oggi ecco qui di seguito alcune ricette buonissime!!!

La ricette di Angela Labellarte: spaghetti alla Carbonara
Le ricette di Angela Labellarte: spaghetti con rucola e pomodorini
Spaghetti con crema di peperoni e semi di papavero
Le ricette di Angela Labellarte: calamarata spigola e limone
Le ricette di Angela Labellarte: Caramelle con Ricotta e Pere
Speciale ricette da Gela: pasta cu’ l’agghia, l’ogghiu e ‘u peperoncino
Pasta ‘ncasciata

Foto di RitaE da Pixabay

Mobilità: perché le formiche non si incolonnano nel traffico?

Ven, 10/25/2019 - 09:00

Un gruppo di ricercatori ha osservato come le formiche siano in grado di mantenere un flusso regolare anche quando il loro numero aumenta vertiginosamente su uno stesso percorso. Che vuol dire? Che alle colonie di formiche non capita mai di esasperarsi mentre sono bloccate nel traffico, nonostante il loro pendolarismo senza fine, perché si muovono senza intoppi, molto meglio di noi, indipendentemente dalla lunghezza del tratto di strada da fare e indipendentemente dal fatto che, notoriamente, viaggiano sempre in colonna, ma non si fermano mai. Com’è possibile? E cosa possono imparare da loro le nostre strade e autostrade, i nostri automobilisti?

Un trasporto efficiente è fondamentale per la mobilità, ma anche per la funzione cellulare e la sopravvivenza di gruppi di animali“, scrivono gli scienziati del Research Center on Animal Cognition (CNRS) e dell’Università dell’Arizona, che hanno pubblicato il loro studio, pubblicato su eLife. Guardando al “traffico animale”, il team ha puntato gli occhi sulle formiche, perché, “nonostante la loro semplicità comportamentale, sanno gestirsi perfettamente per evitare la formazione di ingorghi ad alta densità“, hanno aggiunto.

Il team ha condotto 170 esperimenti per osservare come si spostano le formiche tra il loro nido e una fonte di cibo, scoprendo che quando la densità del traffico aumenta, i flussi di formiche prima si gonfiano e poi si stabilizzano, a differenza del traffico umano che, al di sopra di una certa densità, rallenta fino a fermarsi.

Questo succede quando il livello di densità (di veicoli o corpi) supera il 40% per gli esseri umani, mentre nelle colonie di formiche il flusso di traffico non ha mostrato segni di declino, mai, neppure quando la densità ha raggiunto l’80%.  Scrivono i ricercatori che “gli esperimenti hanno rivelato che le formiche adattano il loro comportamento alle circostanze, accelerano a densità intermedie, evitano collisioni a densità elevate ed evitando di entrare in piste sovraffollate”. In poche parole, le formiche, a differenza nostra, rispetto sempre quel che noi chiamiamo distanza di sicurezza.

Inoltre, a differenza degli umani, le formiche evitano la “trappola del traffico” grazie a un insieme di regole molto fluide, che adattano il loro comportamento al flusso. In definitiva, mentre le persone pensano al traffico come a un ostacolo per la propria personale traiettoria, e reagiscono pensando solo al proprio obiettivo, la formica pensa a se stessa come parte del traffico, come una parte del tutto, e si applica perché i suoi movimenti restino fluidi con il resto del gruppo.

Con le “elettriche” le auto cambiano il modo di fare pubblicità

Ven, 10/25/2019 - 07:00

I big dell’automotive, negli ultimi anni, si sono ritrovati a dover realizzare campagne per convincere ad acquistare veicoli nuovi – ibride, elettriche – con caratteristiche per lo più ignote alla maggior parte dei consumatori. I messaggi pubblicitari stanno cambiando, ma forse non lasciano il segno come vorrebbero.

Cambiano le auto, cambia la pubblicità

Negli Stati Uniti è stato realizzato un esperimento interessante. Sono stati mandati 308 volontari nelle concessionarie di 10 Stati e questi hanno riferito che quasi nella metà dei casi le auto elettriche non erano pubblicizzate in maniera adeguata, che le plug-in non erano ben visibili nei parcheggi dei rivenditori, che spesso i test-drive non si potevano fare perché le auto non erano state ricaricate. Un certo numero di analisti sostiene poi che i produttori non investano ancora somme adeguate per pubblicizzare le auto elettriche, al punto che Fiat Chrysler Automobiles non avrebbe speso nulla per reclamizzare la Fiat 500e negli Usa, e Nissan, Toyota e Ford hanno investito soltanto una frazione esigua del budget per far conoscere ai consumatori potenziali le caratteristiche di Leaf, Prius Prime, Fusion e C-Max Energi. Non ne vale forse la pena? O forse per qualcuno la pubblicità non serve più ad aumentare le vendite? Di sicuro resta utilissima per costruire l’immagine di un brand e la sua reputation.

Fino a poco tempo fa i messaggi pubblicitari mostravano auto simili a robot, mostri tecnologici, aggressivi, pronti a sfidare la strada. Oggi il registro è in parte cambiato, ci si scontra con consumatori a cui non importa nulla di possedere un’auto perché vivono in un mondo in cui la sharing economy ha cambiato il volto della mobilità nei grandi centri urbani. L’auto è tra i nemici numero uno dell’ambiente, non è più simbolo di libertà e spensieratezza ma responsabile della cattiva qualità dell’aria che respiriamo. L’auto non è più uno status symbol per moltissime fasce di consumatori. Tocca allora alla comunicazione dare all’auto un’identità nuova, tessendo una narrazione che vede protagonista uno stile di guida eco-friendly, il rispetto del Pianeta e l’abbandono dei carburanti tradizionali. Peccato però che questi modelli inquinino lo stesso, seppur molto meno, che costino ancora molto, che i consumatori restino perplessi sulle performance e che con i messaggi pseudo-ambientalisti si rischi di scadere nel greenwashing (un neologismo per intendere le operazioni di marketing ecologico con poca realtà davvero attenta all’ambiente). Oltre tutto, dati alla mano, il trend ambientalista si è tradotto nella ricerca di altre soluzioni per spostarsi più che nell’acquisto in massa di veicoli più green.

Fare pubblicità a un’auto oggi è tutt’altro che semplice, ma ha ragione Ford: non è il caso di risparmiare. E alla fine tutti investono ugualmente, se non altro per questioni di immagine. E alcune strategie di comunicazione si rivelano molto interessanti.

Volkswagen riparte dal Dieselgate… e non lo nasconde!

Decisione coraggiosa, quella di inserire in uno spot un errore così clamoroso, lo scandalo Dieselgate del 2015. Volkswagen ha deciso di sottolineare l’ammissione di colpevolezza e di renderlo un nuovo “punto zero” della propria storia. Si riparte da lì, con tante scuse, cercando di contrapporre a quella fase critica e allo sbaglio una nuova epoca e nuove auto. “In the darkness, we found the light”, recita il playoff di uno spot perfetto dal punto di vista narrativo, che parla alla pancia del consumatore. Uno spot proiettato peraltro in un’occasione di spicco, le NBA Finals. La fenice rinasce dalle proprie ceneri, in un nuovo contesto fatto di nuove tecnologie e di nuove opportunità. La svolta è incarnata da Buzz, il furgone elettrico, erede del mitico T2.

Audi sfida Tesla al Super Bowl

Altra occasione di visibilità estrema, quella scelta da Audi per mostrare e-tron, il suo primo modello elettrico, dato come rivale delle auto Tesla e in vendita dal 2021. Da notare che uno spazio pubblicitario al Super Bowl costa 5 milioni di dollari, molto denaro anche per uno storico produttore di auto che ha un budget massiccio a disposizione; basti pensare ai competitor citati in precedenza che invece non investono molto – ed è un eufemismo – sulla sponsorizzazione di modelli elettrici. Anche in questo caso, lo storytelling tenta di far colpo sui sentimenti più profondi dello spettatore: nello spot, un giovane attraversa un campo fino alla casa del nonno, che lo attende sulla soglia e lo conduce in garage, dove gli mostra il nuovo e-tron, l’auto del futuro. È solo un sogno purtroppo, un sogno in cui però è chiaro che il passato apre simbolicamente le porte al futuro. L’intento è altrettanto chiaro: Audi ci tiene a mostrarsi protagonista della transizione.

Le polemiche sullo spot anti-elettrico della Toyota

A far discutere più di tutti è stata però la Toyota, che decide di prendere in giro le auto elettriche. In questo, con protagonista la Corolla Hybrid, l’auto attraversa temporalmente tutti gli step del mondo della mobilità partendo dalle corse a cavallo, finché non supera anche un’auto elettrica in sosta per la ricarica. E qui scatta la polemica, perché Toyota etichetta la sua auto come “self charging”, mostrando ancora una volta di voler scommettere non sull’elettrico ma, appunto, sull’ibrido, che secondo la casa produttrice presenta meno problemi di affidabilità e non presenta la seccatura della ricarica.

Quanto è sincero uno spot?

La risposta ironica a questa domanda cruciale è racchiusa in un altro spot realizzato per Toyota, in questo caso per la Auris ibrida qualche anno fa: “Guidare per credere”. A dirlo è l’attore/guidatore che al volante riceve scosse quando la macchina della verità appesa al suo collo segnala una bugia riguardo le prestazioni del veicolo.

I sacchetti di plastica dovevano salvare l’ambiente

Gio, 10/24/2019 - 15:36

In un’intervista alla BBC il figlio di Sten Gustaf Thulin, l’inventore dei sacchetti di plastica, ha affermato che suo padre rimarrebbe sconvolto se vedesse in che modo la sua invenzione ha accelerato l’inquinamento ambientale. Cinquant’anni fa, l’ingegnere svedese aveva infatti progettato il sacchetto di plastica pensandolo come sostituto di quello di carta e soprattutto come contenitore da utilizzare all’infinito. La ragione che l’aveva spinto a ideare un’alternativa ai sacchetti di carta era proprio la possibilità che un domani l’uomo avrebbe potuto ridurre la produzione di carta prodotta dall’abbattimento degli alberi.  

Il fatto che le persone, invece, dopo il primo utilizzo cestinino i sacchetti di plastica per Sten Gustaf Thulin non era nemmeno concepibile. L’idea di sacchi di polietilene in un pezzo solo è stata brevettata dall’azienda di imballaggi dove lavorava l’ingegnere svedese, la Celloplast. L’obiettivo era di creare un prodotto accessibile a tutti e con un impatto ambientale sostanzialmente positivo.
Purtroppo non è andata affatto così. Le Nazioni Unite stimano che ogni anno vengono prodotti circa un trilione di sacchetti di plastica l’anno, una quantità esorbitante di plastica che soffoca gli ecosistemi marini e naturali, considerato anche che i sacchetti si decompongono dopo centinaia di anni.

Cosa ci insegna questa storia? Forse che tutto ha un costo, e che il vero successo ambientale è evitare il consumo, quando possibile, piuttosto che sostituire un prodotto.

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Foglie di banano al posto dei sacchetti di plastica
Il boomerang dei sacchetti bio a pagamento