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Aggiornato: 9 min 38 sec fa

Scuola, indagine Ocse: un 15enne italiano su 4 ha difficoltà con aspetti base della lettura

Gio, 12/05/2019 - 14:31

I dati arrivano dall’indagine Pisa (Programme for international students assessment) 2018 dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che indicano come l’Italia sia al di sotto del livello medio dei 79 Paesi dell’Organizzazione per italiano e scienze, mentre si attesti nella media degli altri Paesi per quanto riguarda la matematica.

L’indagine Ocse-Pisa, che viene condotta ogni tre anni dal 2000, è stata realizzata per l’edizione 2018 su circa 600 mila quindicenni nel mondo (quasi 12 mila i ragazzi del campione italiano) individuati nei. Il focus di quest’edizione era sulla literacy in lettura, definita come “la capacità degli studenti di comprendere, utilizzare, valutare, riflettere e impegnarsi con i testi per raggiungere i propri obiettivi, sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità e partecipare alla società”. I due focus minori hanno interessato la literacy matematica (capacità di formulare, impiegare e interpretare la matematica in una varietà di contesti per descrivere, spiegare e prevedere i fenomeni) e la literacy scientifica (capacità di impegnarsi in un discorso ragionato sulla scienza e sulla tecnologia, valutare e progettare indagini scientifiche e interpretare i dati e le prove in modo scientifico).

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Scarsi in lettura e scienze, meglio in matematica

In lettura gli studenti italiani hanno ottenuto un punteggio di 476, inferiore di 11 punti rispetto alla media Ocse (487). E mentre un 15enne italiano su quattro ha difficoltà con gli “aspetti di base” della lettura (identificare l’idea principale di un testo di media lunghezza, per esempio) in linea con la media Ocse, le differenze maggiori riguardano invece gli studenti “top performer”: nel nostro Paese infatti solo uno studente su 20 padroneggia compiti di lettura complessi contro una media Ocse di 1 su 10. Passando alla matematica, emerge come i 15enni italiani ottengano un risultato medio in linea con la media Ocse (487 contro 489), mentre per quanto riguarda scienze il risultato medio risulta di molto inferiore (di 21 punti, 468 contro 489).

Divari tra Nord e Sud e tra licei e istituti professionali

Dai dati emergono divari fra Nord e Sud – gli studenti del Nord e del Centro dimostrano di saper risolvere compiti complessi più dei loro coetanei del Mezzogiorno – e tra gli studenti dei licei e quelli degli istituti professionali e dei centri della formazione professionale: se tra i primi solo l’8% non raggiunge i livelli minimi di competenza, negli istituti professionali la percentuale arriva al 50%.

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Clicca qui per leggere l’indagine

Islanda: da gennaio operativa la legge sulla parità di salari

Gio, 12/05/2019 - 09:00

Nel 2018 l’Islanda è diventato il primo Paese del mondo ad assicurare parità di salari tra uomini e donne con una legge e con multe fino a 450 euro per ogni caso di trasgressione che viene denunciato.
La legge prevede che le aziende e le istituzioni possano adeguarsi gradualmente ma il 2020 sarà l’anno limite per chi ha più di 25 dipendenti (2025 per le piccole aziende).

L’Islanda è già all’avanguardia

Bisogna dire che l’Islanda è già da diversi anni in cima alla classifica del Global Gender Gap Report redatto dal World Economic Forum, un rapporto annuale che studia l’equità tra uomini e donne nei rapporti di lavoro, nella politica, nell’accesso alle cure sanitarie fino all’aspettativa di vita.
La prima donna al mondo eletta presidente della Repubblica è stata proprio una islandese, Vigdís Finnbogadóttir, nel 1980.
Le legge islandese serve a azzerare l’ultimo 12% di casi di disparità salariale.

E nel resto del mondo (tipo in Italia)?

Secondo Un Woman, l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere: “Le donne (nel mondo) guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Non c’è un solo paese o un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini”.
In Italia il dato medio è del 24% con punte del 30% nel caso del lavoro autonomo.
Il problema è comunque sentito: solo poche settimane fa è stata presentata alla Camera una proposta di legge sul divario salariale di genere, ampiamente condivisa dalle forze politiche: prima firmataria è infatti Chiara Gribaudo (PD) ma seguono le firme anche di Renata Polverini (Forza Italia) e di Tiziana Ciprini (M5S). Chissà che il 2020 si faccia un passo avanti anche in Italia per superare questo insopportabile e ingiustificato gender pay gap.

Nella foto il Primo Ministro islandese Katrin Jakobsdóttir

Differenziata in panne

Gio, 12/05/2019 - 06:00

Si tratta di un anello intermedio fondamentale nell’economia circolare ma anche del più fragile. Vediamo perché, prendendo come esempio quello degli imballaggi.

Nella prima fase della filiera degli imballaggi tutto è razionale: si parte dalla materia prima, come il petrolio nel caso delle plastiche, o del materiale vergine o da riciclo nel caso di carta, acciaio, alluminio e il processo è fortemente strutturato fino al concepimento degli imballaggi.

In questa fase il processo diventa irrazionale sul fronte delle scelte ambientali, mentre è molto razionale sul fronte industriale. L’imballaggio viene scelto, composto e prodotto in linea di massima secondo le esigenze della produzione e della distribuzione, che hanno come esigenza principale quella di aumentare al massimo la vita di scaffale di un prodotto.

Per la verità anche il consumatore beneficia di queste scelte perché un prodotto imballato con questo criterio ha una vita più lunga anche una volta acquistato, riducendo così lo spreco alimentare, e diminuiscono in maniera esponenziale i problemi sanitari derivati dalle infezioni alimentari. Infatti, la diminuzione verticale delle infezioni alimentari da cibi è dovuta sia all’introduzione degli imballaggi moderni, sia all’utilizzo della refrigerazione e della catena del freddo.

Uno di quei classici casi nei quali “l’inquinamento” – da plastiche nell’ambiente e da CO2 per l’energia usata per la refrigerazione – ha migliorato e non di poco la salute. Per non parlare di quanto sia migliorata la vita delle donne, che grazie alla conservazione degli alimenti oggi hanno più tempo a disposizione e non sono più legate alla quotidianità della spesa.

Detto ciò riprendiamo il nostro viaggio. Una volta realizzato l’imballaggio, magari con materiali poliaccoppiati, come i contenitori del latte a lunga conservazione, o con polimeri diversi – come il caso delle bottiglie delle bevande ,dove il corpo delle bottiglie è realizzato con un polimero diverso da quello del tappo – entra nelle nostre case. E l’irrazionalità ambientale, anche sul fronte dell’utilizzo, diventa sovrana.

Gli imballaggi riusabili e richiudibili sono pochi e comunque dopo qualche mese ci si trova la dispensa piena di barattoli vuoti di marmellata che non si sa come usare. Una soluzione sarebbe il riuso da parte delle imprese con il vuoto a rendere, ma la personalizzazione estrema degli imballaggi dovuta a questioni di marketing – si pensi alle bottiglie di vetro – rende impossibile nella maggior parte dei casi il vuoto a rendere come si faceva qualche decennio addietro.

Risultato di tutto ciò è il trionfo dell’irrazionalità già nella sporta della spesa e poi successivamente nel frigorifero, fino a quando l’imballaggio entra nella fase, per le nostre attività domestiche, di fine vita e diventa un rifiuto da destinare alla raccolta differenziata.

Un’attività che, vista sotto al profilo dell’intera nazione, ha molto d’irrazionale. La raccolta differenziata, infatti, non ha le stesse caratteristiche su tutto il territorio nazionale perché è nata partendo dalle esigenze della filiera locale del riciclo post consumo e non da quelle dei cittadini. Il risultato è che ogni realtà territoriale opera con specifiche diverse e che non è possibile fare della comunicazione efficace di carattere generale verso i cittadini. Cosa che fa incorrere in errori che possono produrre effetti gravi.

No alla ceramica nel vetro!

Un’intera campana di vetro per esempio del peso di vari quintali può essere inquinata da una singola tazzina di ceramica, con effetti devastanti. La ceramica, infatti, ha un punto di fusione molto più alto di quello del vetro e “sopravvive” al riciclo abbassando la qualità del nuovo imballaggio. Alcuni produttori di prosecco del Veneto, per esempio, non utilizzano più bottiglie realizzate con vetro riciclato perché le impurità di ceramica creano delle debolezze strutturali che facevano letteralmente esplodere per la pressione interna le bottiglie durante in trasporto.

Per l’alluminio, materiale riciclabile all’infinito con ottimi risultati sia in termini energetici – con il riciclo si risparmia il 95% dell’energia necessaria rispetto alla realizzazione di alluminio da materiali vergini – sia ambientali, visto che il processo di produzione è altamente inquinante, il prezzo da riciclo varia in una maniera notevole. Il prezzo dell’alluminio da riciclo con impurità massima al 2% è di 500 euro a tonnellata, mentre quello con impurità massima al 15% costa 150 euro a tonnellata.

E potremmo continuare citando la gomma conferita con la plastica, gli specchi e i cristalli messi nella campana del vetro e così via.

Insomma, se nell’entrata a casa nostra l’imballaggio è già irrazionale di suo, quando esce e si avvia verso la differenziata le cose si complicano non poco. Un poco di ordine lo fanno le persone che realizzano con i propri rifiuti la differenziata, ma non si tratta di un ordine preciso sia per una questione di mancanza d’informazioni, sia perché i comuni sono restii a trasferire valore all’utenza, come succederebbe con la raccolta puntuale, più che altro per questioni di cassa.

L’anello debole è l’utente

E così l’utente rimane l’anello debole nella catena del valore che si forma lungo l’economia circolare. Ed è singolare il fatto che all’utente – che è il soggetto che paga di più in tutta la filiera -non sia riconosciuto alcun valore. E vediamo perché.

L’imballaggio di plastica che “riveste” il nostro prosciutto lo paghiamo una prima volta nel prezzo complessivo dell’alimento, somma nella quale c’è anche il contributo ambientale che in teoria dovrebbe pagare il produttore dell’imballaggio ma che di sicuro ci ritroviamo come “spesa” nel prezzo finale del prodotto.

Dopodiché dobbiamo contabilizzare anche il lavoro che fa l’utente per realizzare la differenziata e conferire il rifiuto/materia nei luoghi giusti. E su questa fase è interessante notare che è l’unica nella quale la materia perde di valore e debba essere “lavorata” dall’utente a costo zero, per esclusive motivazioni etiche che invece sono poco o nulla presenti sia a monte sia a valle.
Fatto ciò all’utenza, dopo aver pagato due volte l’imballaggio e lavorato gratis per dargli nuova vita, tocca anche pagare la tariffa sui rifiuti: il quarto esborso, mentre la materia prima seconda (i materiali derivati dal riciclo dei rifiuti) prende la strada degli impianti per produrre profitto “sul mercato”. Una dinamica decisamente iniqua che forse è un pezzo del malfunzionamento della raccolta differenziata.

Leggi anche:
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Emissioni di CO2 rallentano, ma restano in crescita

Mer, 12/04/2019 - 14:57

Aumentano le emissioni di CO2, ma a un ritmo più lento rispetto al passato. È quanto emerso dal rapporto annuale del Global Carbon Project+0,6% di emissioni nel 2019, raggiungendo circa 37 miliardi di tonnellate di CO2, un valore comunque inferiore alla crescita del +2,1% del 2018 e del +1,5% del 2017. Ma non è una bella notizia: dall’anno della stipula degli Accordi di Parigi sul clima, il 2015, le emissioni sono aumentate di ben il 4%, e chissà quanto aumenteranno ancora dopo l’uscita degli Stati Uniti. Tutto questo nonostante il calo del consumo di carbone negli Stati Uniti e nell’Unione Europea (-10%), dovuto soprattutto a una crescita economica più debole a livello mondiale e dunque non certo a un impegno della politica. Nel rapporto emerge anche il minore aumento della domanda di energia elettrica in Cina e in India.

I dati del Global Carbon Project sono stati presentati alla COP25, la conferenza internazionale dell’Onu sul clima, in corso in questi giorni a Madrid, dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia (Uea), in collaborazione con l’Università di Exeter. Secondo Pierre Friedlingstein, dell’Università di Exeter, “la scienza è chiara: le emissioni di CO2 devono ridursi a zero a livello globale per fermare un ulteriore riscaldamento del pianeta”. Le strategie climatiche ed energetiche che si stanno affacciando nei piani industriali delle potenze globali, non sono ancora sufficientemente adeguati all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica che rimane la principale responsabile dell’inquinamento atmosferico.

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Photo by Johannes Plenio on Unsplash

Le bellissime differenze tra cervello maschile e cervello femminile

Mer, 12/04/2019 - 14:49

#Neuroscienze e #Comicità. Le bellissime differenze tra #Cervello maschile e cervello femminile. Buon divertimento e grazie!!

Pubblicato da Neuroscienze e medicina di Mario Rosanova, neurofisiologo su Martedì 29 agosto 2017

Perché la Sirenetta Ariel ha la coda verde?

Mer, 12/04/2019 - 13:00

Giallo, nero, verde, viola, analizziamo cosa significano i colori dei vestiti di alcuni dei principali personaggi Walt Disney.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Ristorante solidale: a Natale si ripropone il “piatto sospeso”

Mer, 12/04/2019 - 10:00

Tutti conosciamo la tradizionale usanza napoletana del “caffè sospeso” per cui si lascia un caffè pagato al bar per uno sconosciuto che non può pagarlo da sé: ebbene, in questi giorni – e fino al 15 dicembre – facendo un ordine tramite l’app di Jast Eat nelle città di Milano, Torino, Roma e Napoli sarà possibile aggiungere un Piatto Sospeso del valore di 3,00€, 4,00€ o 5,00€ scegliendo tra riso, pasta, pollo, hamburger, panini e tante altre specialità.

Come funziona

Al termine dell’operazione i “piatti sospesi” lasciati dai clienti verranno raddoppiati da Just Eat e nei giorni 17, 18 e 19 dicembre, in concomitanza con la Giornata Internazionale della solidarietà Umana che cade il 20 di dicembre, verranno consegnati a comunità, case accoglienza e centri dedicati selezionate dalle Caritas locali.

Ristorante Solidale dal 2016

“Minor spreco di cibo” è un must già da qualche anno, recepito persino in una legge ad hoc, e le buone pratiche nel campo della ristorazione sono sempre più diffuse, come quella per quasi il 60% dei ristoranti di condividere con i dipendenti i cibi prossimi alla scadenza.

Leggi anche:
La legge Gadda contro lo spreco alimentare (e non solo)
Le migliori App contro gli sprechi di cibo (Infografica)

Il Piatto sospeso rappresenta però qualcosa di più: come afferma Daniele Contini, Country Manager di Just Eat in Italia, è “un circolo virtuoso per i ristoranti e per le persone, contribuendo a diffondere una cultura anti-spreco e a supportare i meno fortunati”

Nel 2018 sono stati consegnati 700 pasti e la speranza degli organizzatori per il 2019 è non solo di confermare quella cifra ma di far sì che questo progetto di food delivery solidale possa espandersi ulteriormente.

I Ristoranti aderenti

I piatti sospesi raccolti saranno preparati dai seguenti Ristoranti Solidali aderenti all’iniziativa di Natale:

Milano: Kombu, Chickebot, Mama Burger, This is not a Sushi Bar, Tram Laboratorio Tramezzino veneziano, Let’s Wok, Genuino, Maoji Street Food, e Mao Hunan.
Torino: Kombu, Piadineria Cuslè, Rizzelli,T-Bone Station, Hamburgherie di Eataly, Curry & Co.Taco Bang, La Mangiatoja.
Roma: Sushi in the box, Burger King, Pani e Ripieni, Mi Garba La Pizza, Naturale, T-Bone Station, TBSP-The BBQ & Smoke Project, Tyler, Fello Bistrot, Metro Gourmet Attitude, Miss Pizza Centocelle, Food Delivery Ex Mercato
Napoli: Pollo&Patate,Triclinium Gastronomia, Laura Bistrot, Pizza Loca, D’ausilio Macelleria Pub& Grill, Burger King, Hoop Bagel, Rosticceria Magia, Oca Nera, Kokore, O’ Sushi, I’m Pokè

Per maggiori informazioni: RistoranteSolidale.it

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Bambin Gesù, impiantato primo bronco stampato in 3D su bambino di 5 anni

Mer, 12/04/2019 - 08:00

Una gabbietta cilindrica stampata in tre dimensioni con un materiale bio-riassorbibile per restituire il respiro a un bambino di 5 anni: è stato effettuato all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma l’impianto di un bronco biocompatibile, primo intervento di questo genere in Europa.

Il piccolo paziente che ora, a neanche un mese dall’operazione, può tornare a casa, era affetto da broncomalacia al bronco sinistro, un cedimento della parete bronchiale che impediva il normale flusso di aria nel polmone sinistro. Il dispositivo impiantato, progettato e realizzato al Bambin Gesù grazie a un lavoro d’équipe durato oltre 6 mesi, consente ora al bambino di respirare autonomamente.

Cos’è la broncomalacia

La malacia dei bronchi, ovvero la perdita della funzione di supporto da parte degli anelli di cartilagine che compongono le vie aeree, è una lesione relativamente rara che produce una limitazione del normale flusso d’aria attraverso i bronchi conducendo all’insufficienza respiratoria. Inoltre tende ad impedire l’espettorazione, provocando l’intrappolamento delle secrezioni e favorendo le infezioni polmonari. Può avere origine genetica, ma può anche derivare da alcune forme di prematurità e manifestarsi in seguito a traumi e infiammazioni croniche.

L’intervento è durato 8 ore

Il delicato intervento, durato 8 ore, è stato eseguito il 14 ottobre scorso dal Adriano Carotti, responsabile dell’Unità di Funzione di Cardiochirurgia Complessa con Tecniche Innovative in collaborazione con i chirurghi delle vie aeree del Laryngo-Tracheal Team diretto da Sergio Bottero. Il bronco del bambino era schiacciato tra l’arteria polmonare sinistra e l’aorta toracica discendente: a causa delle difficoltà respiratorie nelle ore notturne il piccolo aveva bisogno del supporto di macchinari per la ventilazione non invasiva. Il dispositivo è stato posizionato all’esterno del bronco malato ancorando il tessuto indebolito alla gabbietta 3D con delle suture.

Il bronco stampato in 3D

Il bronco bio-riassorbibile stampato in tre dimensioni nasce da un progetto del Bambino Gesù basato su uno studio dell’Università del Michigan (Stati Uniti) dove sono stati eseguiti i primi 15 impianti di questo tipo. Il dispositivo personalizzato è stato disegnato sull’anatomia del piccolo paziente partendo dalle immagini bidimensionali (ottenute tramite Tac) poi rielaborate in tre dimensioni con sofisticate tecniche di bioingegneria. Il modello tridimensionale, una “gabbietta” cilindrica che riproduce la struttura del bronco, è stato quindi stampato con policaprolattone e idrossiapatite, composto bio-riassorbibile che verrà progressivamente eliminato dall’organismo dopo aver accompagnato la crescita dell’apparato respiratorio del bambino e restituito al bronco la sua funzionalità.

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In foto: il bronco stampato in 3D impiantato nel bambino di 5 anni

Trans, nessuna info sui bugiardini dei farmaci salvavita: quali rischi?

Mer, 12/04/2019 - 06:00

Gli individui transgender in Terapia Ormonale Sostitutiva devono assumere farmaci per il resto della propria vita. Ma i “bugiardini” di questi farmaci non menzionano affatto l’utilizzo da parte di questi individui. Significa che mancano totalmente le informazioni su effetti collaterali e dosaggi.

Nella vita quotidiana, questa mancanza sfocia nel paradosso: ragazze trans poco più che ventenni acquistano farmaci per la menopausa precoce, mentre ragazzi trans con documenti ancora non rettificati possono vedersi negare l’acquisto di un farmaco salvavita come il Testoviron perché vietato alle donne dalle regole antidoping.

Come se non bastasse, da ottobre il Progynova, assunto da individui transessuali MtoF, è passato in classe C. Non essenziale, non mutuabile. Da 2 euro, occorre ora sborsarne 10 per ogni scatola da 20 compresse, di cui ne vanno assunte 2-3 al giorno.

Invisibilità totale e paradossi

Immaginate una ragazza di 25-26 anni che, munita di regolare ricetta medica, si reca in una farmacia per acquistare un farmaco che dovrà assumere per il resto della sua vita. Un farmaco come il Progynova, ad esempio. Un farmaco prescritto a donne in terapia ormonale sostitutiva perché già in menopausa e che risentono dei disturbi connessi (vampate di calore, risvegli notturni e tutto ciò che influenza negativamente la vita in maniera duratura), o perché entrate in menopausa precoce, o in menopausa chirurgica dopo interventi di asportazione dell’utero e delle ovaie.

La farmacia consegna alla nostra ragazza il farmaco che le occorre, sebbene nessun medico le abbia diagnosticato alcuno dei disturbi sopra citati. Ha la necessità assoluta di assumere proprio quel farmaco, che le ha prescritto uno specialista, ma per un motivo diverso da quelli indicati sul bugiardino: è in terapia ormonale sostitutiva ma non in menopausa precoce, né tanto meno ha subito un intervento chirurgico. Quel farmaco le è stato prescritto perché è una ragazza trans. Deve assumerlo perché, seguita da un endocrinologo, sta affrontando un percorso di cambio sesso (MtoF, da maschio a femmina) e questo prevede l’avvio di una terapia ormonale sostitutiva che comporta l’assunzione di ormoni femminili. È tutto regolare, ma sul bugiardino nulla indica questo tipo di utilizzo. Sembra incredibile, eppure ufficialmente le ragazze e le donne trans in TOS assumono farmaci per la menopausa precoce o devono comunque rientrare in uno dei disturbi elencati sui bugiardini.

La situazione, fin qui già abbastanza surreale, lo diventa ancora di più se consideriamo che qualche mese fa la nostra ragazza trans, all’inizio del suo percorso, quando da pochissimo assumeva il suddetto farmaco, era esteticamente ancora un ragazzo. Gli effetti della TOS e dell’assunzione di ormoni (estrogeni, nel caso che usiamo come esempio) non si manifestano certo in un lampo! Può accadere quindi che a richiedere un farmaco per la menopausa precoce si presenti un ragazzo, magari con un po’ di barba, vestito con abiti tipicamente maschili, che si reca in farmacia con una regolare ricetta medica a suo nome (un nome maschile, almeno per ora) e acquista un farmaco per donne in menopausa precoce.

Non solo. In tutti i casi, quando gli effetti della TOS sono ormai evidenti e l’individuo ha assunto ormai un aspetto del tutto coincidente a quello del genere desiderato, fisicamente può continuare comunque a possedere un apparato riproduttivo del genere di nascita. Una donna trans – anche nel caso decidesse di affrontare un intervento di ricostruzione per avere a tutti gli effetti un corpo femminile – assumerà per tutta la vita farmaci per la menopausa precoce pur non avendo utero e ovaie.

Agli individui trans FtoM – persone di sesso femminile in TOS che affrontano una transizione verso il sesso maschile – non va assolutamente meglio. Il Testoviron, il farmaco a base di testosterone più utilizzato, viene prescritto per l’ipogonadismo, che genera impotenza, infertilità, calo del desiderio sessuale, depressione, senso di stanchezza. Anche in questo caso, il bugiardino non menziona l’utilizzo da parte degli individui transgender. Ma il paradosso è ancora più estremo. Il Testoviron, se assunto da donne, rientra nella categoria dei farmaci dopanti e l’Aifa ne vieta la vendita, così come per il Sustanon e per il Nebid. La conseguenza è che un individuo FtoM in TOS che non ha ancora i documenti rettificati non sempre riesce ad acquistare facilmente in farmacia un farmaco che comunque gli è stato prescritto regolarmente da un medico endocrinologo e per il quale presenta una valida ricetta. O, quanto meno, deve spiegare il motivo dell’utilizzo, un motivo che appunto non esiste sui “bugiardini”. Qualcosa non quadra. E quel qualcosa è il bugiardino.

Sui “bugiardini” le persone trans non esistono

La questione dei bugiardini, che non riportano informazioni sull’utilizzo dei farmaci da parte delle persone trans, non è soltanto una questione di principio legata a questi paradossi o ai conseguenti misunderstanding. Gli attivisti che abbiamo contattato per portare avanti la nostra inchiesta sono concordi nell’affermare che uno dei problemi maggiori è l’assenza di indicazioni sull’assunzione e sugli effetti collaterali. Iniziata la TOS, il ruolo del medico endocrinologo è fondamentale, non soltanto per il rilascio di una ricetta valida per l’acquisto di estrogeni o testosterone, quanto per il supporto, i consigli e le indicazioni sui dosaggi. Nel caso dell’assunzione di estrogeni, si può scegliere tra iniezioni intramuscolari, cerotti e capsule da assumere per via orale; nel caso del testosterone (quindi quando il paziente è un individuo di sesso femminile che intraprende un percorso FtoM) si può scegliere tra le iniezioni, i cerotti o il cosiddetto androgel. In ogni caso, è sempre il medico endocrinologo a decidere quantità e tempistiche di assunzione. Ogni individuo è diverso dagli altri, proprio come accade per qualsiasi altro medicinale.

I farmaci assunti dalle persone trans, appunto, sono ormoni. Non sono farmaci creati ad hoc. Sono farmaci assunti anche per altre ragioni diverse dal voler cambiare sesso. La differenza è proprio che i bugiardini indicano tutte queste ragioni tranne la TOS per il cambio di sesso, cioè l’assunzione che punta a compensare la mancata produzione degli ormoni del sesso opposto rispetto a quello di nascita, cioè quello “di arrivo” in cui la persona trans si identifica. Un individuo trans in TOS per poter assumere i medicinali prescritti deve ricadere in una patologia che nessun medico ha mai diagnosticato. Sulle ricette non è specificato il motivo per il quale il farmaco viene assunto, è sottinteso che chi assume ormoni sia in TOS, ma è sottinteso che se una ragazza assume un farmaco per la menopausa precoce dovrà soffrirne, o dovrà soffrire di un disturbo citato nel bugiardino.

La questione è molto complicata. Per modificare i bugiardini inserendo informazioni su dosaggi, effetti collaterali e tutto quanto viene solitamente riportato ­– ci riferiscono gli attivisti – occorrono studi scientifici che finora nessuno ha condotto né commissionato. I bugiardini non contemplano il mondo trans, forse perché è una nicchia di pazienti, forse per inerzia dei vari soggetti del sistema. Ci viene riferito, in via del tutto informale, che il mondo delle associazioni, i medici e il sistema sanitario italiano si stanno muovendo per trovare una soluzione. È in atto un tentativo di raccolta dati e informazioni utili basato sulle singole esperienze delle persone trans che assumono farmaci e vivono gli effetti – anche collaterali – della TOS giorno dopo giorno. Ma siamo soltanto all’inizio.

Da ottobre i farmaci costano di più

Come se non bastasse, dal 1 ottobre il Progynova è passato dalla Fascia A alla C, quella dei farmaci non essenziali e non rimborsabili. Il rincaro è enorme, tutto a carico di chi ne fa uso. Si tratta di uno dei farmaci più comunemente prescritti alle donne trans, prodotto dalla Bayer, che contiene come principio attivo estradiolo valerato. E’ un farmaco indispensabile. Ma non per il sistema sanitario. L’AIFA l’ha da poco declassato da fascia A a fascia C, rendendolo non più mutuabile. Saranno le donne trans quindi a doversi far carico del costo a prezzo pieno, considerando che il farmaco passa da 2 a 10 euro per una confezione da 20 compresse. Molte donne trans ne assumono 2-3 al giorno. 

Alcune stanno cercando un’alternativa, ripiegando su farmaci meno costosi. Ma non sempre è possibile ed occorre comunque una valutazione accurata da parte del medico specialista che segue la TOS. Ricompare, dunque, il problema dei bugiardini privi di indicazioni e controindicazioni.

Non sempre un farmaco vale l’altro, la sostituzione non è semplice e i rischi per la salute possono essere davvero alti. Inoltre, ogni organismo reagisce a suo modo. Ne avevamo parlato anche in un altro approfondimento dedicato alla carenza di questi farmaci indispensabili che, qualche mese fa, ha gettato nell’incertezza totale le persone trans in TOS e i loro medici.

L’unica certezza, anche stavolta, è che sospendere la terapia è impensabile. Non è soltanto questione di affrontare una rimascolinizzazione dell’aspetto fisico, ma di scompensi ormonali gravi. Mantenere la terapia a base di Progynova sembra, nella maggior parte dei casi, l’unica via percorribile. Ma a caro prezzo. 

Alle persone trans non resta che sperare di conquistare una maggiore attenzione e una maggiore tutela. “Diritti essenziali vengono di fatto negati all’improvviso e nessuno sembra saperne nulla. I medici non vengono informati  delle novità e spesso le apprendono sbigottiti insieme ai loro pazienti. Così è stato anche in questo caso”, ci dicono. Le persone trans chiedono, dunque, ancora una volta di veder riconosciuta la propria condizione dal punto di vista sanitario.

La situazione di emergenza ha spinto diverse associazioni trans a scrivere una lettera aperta indirizzata al Ministro della Salute Roberto Speranza, chiedendo di aprire un dibattito sulla salute trans, al di là del caso specifico. Sono seguite due interrogazioni parlamentari per sollecitare il parere del ministro da parte delle deputate Lisa Noja di Italia Viva e Gilda Sportiello del M5s. Riportiamo un frammento della risposta  a quest’ultima: “Tale riclassificazione, difatti, è stata, esaminata dalla Commissione Tecnico Scientifica dell’Agenzia Italiana del Farmaco, organo consultivo dell’Agenzia, che ha verificato la presenza sul mercato di alternative terapeutiche, di pari efficacia, rimborsate dal Servizio sanitario nazionale.
Va, inoltre, sottolineato che la riclassificazione è stata esaminata e concessa dall’AIFA su richiesta della ditta titolare dell’Autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco Progynova, che, il 4 marzo 2019, ha presentato formale istanza di riclassificazione del farmaco dalla classe A alla classe C
”. Ma è una risposta che non convince. Le alternative non sono vere alternative, secondo i diretti interessati, che continuano ad invocare misure serie a tutela del diritto alla salute e alla continuità delle cure, con particolare riferimento all’accesso alla terapia ormonale sostitutiva.

Leggi gli altri articoli della nostra inchiesta:
Come si fa a cambiare sesso
I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio

Image by kalhh from Pixabay

Clima, Onu: “Agire o capitolare”

Mar, 12/03/2019 - 16:09

È partita la conferenza mondiale sul clima dell’Onu, la COP25, a cui partecipano 196 paesi fino al 13 dicembre. Greta Thunberg è sbarcata questa mattina a Lisbona, di ritorno dagli Stati Uniti, dopo la traversata in barca a vela a emissioni zero. La conferenza si apre sullo scenario mondiale dell’emergenza climatica. Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, l’umanità è di fronte a una scelta per il futuro, che implica necessariamente l’adozione di misure serie per tutelare il pianeta, tenendo a mente che l’alternativa alla “speranza”, di migliorare agendo, è la “capitolazione”.

L’emergenza climatica

Dal 1998 al 2017 ogni anno i paesi del G20 hanno pagato un conto molto alto per via dell’intensificarsi dell’emergenza climatica: 16 mila morti e 142 miliardi di dollari l’anno. Non solo, 860 milioni di persone sono in condizione di insicurezza alimentare in Asia e Africa. 300 milioni di persone vivono in zone esposte a inondazioni e uragani per la perdita di habitat e protezione costiera. Un milione di specie animali e vegetali a rischio di estinzione. Circa il 66% dell’ambiente marino e tre quarti di quello terrestre sono stravolti dall’azione dell’uomo. Le colture globali sono a rischio per via della progressiva diminuzione di impollinatori con conseguente perdita di 577 miliardi di dollari di colture annuali.

Il costo della perdita della biodiversità è molto alto, insieme al restringimento dei ghiacciai. Gli obiettivi di decarbonizzazione delle industrie sono più urgenti di quanto non siano mai stati, dal momento che i gas serra hanno raggiunto livelli record. Guterres ha accentuato questo aspetto sottolineando che non c’è altro tempo da perdere e aggiungendo che se non si debella il carbone “tutti i nostri sforzi per combattere i cambiamenti climatici sono destinati al fallimento“.

Un’occasione per l’Africa

La COP25 arriva in un momento cruciale per il mondo e l’Africa in particolare. I paesi africani conoscono fin troppo bene i rischi posti dai cambiamenti climatici, nonostante le basse emissioni di gas serra dell’Africa, rimane il continente più vulnerabile ai cambiamenti climatici, con temperature superiori a 1,5 gradi Celsius. I danni collaterali ambientali sono molto elevati così come i rischi per le sue economie, a partire dagli investimenti infrastrutturali, ai danni all’agricoltura, facendola ripiombare in una situazione di precarietà e povertà che annullerebbe i progressi raggiunti.

Per l’African Development Bank sono necessari finanziamenti macroscopici per il continente, che richiedono capitali di almeno 3 trilioni di dollari per affrontare i cambiamenti climatici entro il 2030. Un passo è stato fatto con il lancio del progetto, di cui si parla alla COP25, Desert to Power, finanziato dall’African Development Bank e da privati, che grazie all’installazione di pannelli solari nel deserto del Ciad mira a garantire l’accesso universale all’elettricità per 60 milioni di persone (quanto l’Italia per intenderci) che vivono in Burkina Faso, Eritrea, Etiopia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Sudan, Gibuti, Senegal e Ciad.

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Houston, abbiamo (tutti) un problema con le fake news

Mar, 12/03/2019 - 15:08

A Taiwan parlano del caso di Bibbiano, e lo fanno a fini propagandistici in vista delle prossime elezioni, esattamente come accade qui, in Italia.

Solo che lì, a Taiwan, dietro i content farm (i contenuti digitali di bassa qualità con cui viaggiano di solito le fake news, senza fonti, né, spesso, una sola sintassi che regga) c’è la Cina. Pechino non ha mai smesso di volersi riprendere Taiwan, il territorio ribelle da dover rieducare, e sta usando ogni mezzo per impedire la vittoria elettorale dei progressisti del Dpp, gli unici nell’intera Asia ad avere ottenuto importanti vittorie a tutela dei diritti degli omosessuali. Vittorie che non piacciono alla Cina.

Come riportato in un articolo apparso su Wired, la diffusione virale del presunto traffico di minori in Emilia nasce da un articolo pubblicato da un’agenzia multimediale taiwanese specializzata nella produzione di contenuti digitali e attiva anche tramite un proprio canale televisivo. 

ET-Today, questo il nome della società di comunicazione, con un articolo intitolato «Sei stato abusato sessualmente da tuo padre. Lo psichiatra altera la memoria dei bambini e gli fa il lavaggio del cervello per venderli ai pedofili» e firmato sotto lo pseudonimo “Galatina di frutta” fa scoppiare il caso di Bibbiano a Taiwan: quasi 5.000 interazioni sui social network per un pubblico potenziale di 7 milioni di lettori. Una bomba mediatica parzialmente congegnata mediante il rilancio di articoli apparsi sul sito di informazione vicino a CasaPound, Il Primato Nazionale, prontamente disinnescata dal Taiwan FactCheck Center, un’organizzazione che si occupa di risalire alle fake news e di bloccarle. L’organizzazione è attiva a Taiwan ma è riconosciuta a livello internazionale. 

Da noi, in Italia, alcuni giornalisti, editori e piattaforme collaborano con IFCN International Fact-Checking Network ma siamo ancora ben lontani dalla redazione di un piano contro le bufale dentro e fuori dalla rete; per il momento ci si limita a redigere report e a implementare soluzioni di mercato. I soggetti che hanno aderito al progetto sono: AGI – Agenzia Giornalistica Italia; ASSOCOM – Associazione Aziende di Comunicazione; CLASS Edizioni; CODACONS; Confindustria RadioTV; Facebook; FIEG – Federazione Italiana Editori Giornali; GEDI – Gruppo Editoriale; Google; Guardia di Finanza – Nucleo Speciale per la Radiodiffusione e l’Editoria; Il Messaggero; IAP – Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria; La7; Lavoce.info; Mediaset; Mondadori; Pagella Politica; RAI – Radiotelevisione Italiana; RCS Media Group; Reputation Manager; UNICOM – Associazione Imprese e Agenzie di Comunicazione; UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana; USPI – Unione Stampa Periodica Italiana; WRA – Web Radio Associate. Ne mancano ancora molti all’appello.  

In Italia le notizie false sono di casa: eccitano l’opinione pubblica, scatenano la caccia a un colpevole sempre nuovo, spostano voti. Immiseriscono il Paese, senza che nessuno possa dirsi davvero immune alla potenza mistificatrice della cosiddetta post-verità.

A cascarci non sono solo quelli che credono alla storia degli alberghi a 5 stelle con wifi per gli immigrati, lo siamo tutti, anche chi prova a informarsi in maniera più consapevole. Anche i radical chic, anche quelli non ancora disabituati a sfogliare giornali e libri.

Alla fine la mimo Daniela Carrasco diventata simbolo della rivolta cilena pare che si sia suicidata. Non sarebbe stata né uccisa né violentata dai Carabineros cileni. Essendo povera, la famiglia di Daniela non è riuscita a bloccare sul nascere l’onda virale che si è creata attorno alla morte della giovane artista di strada. Ci sta riuscendo soltanto ora, grazie a un’associazione di avvocate femministe cilene. Femministe interessate tanto al principio di verità quanto al principio di parità di genere. Perfino la fotografia circolata in rete non era quella di Daniela Carrasco ma di un’attrice che l’ha voluta omaggiare in questi giorni di protesta. Il fatto che Daniela si sia suicidata assolve i Carabineros che in Cile si stanno macchiando di crimini e le violenze, anche sessuali, contro la popolazione? Certo che no. L’indignazione verso l’abuso di potere che sta andando in scena in Cile è vera, reale, giusta, anche se a contribuire è stata (anche) la notizia falsa notizia della Mimo. 

Esiste una fetta di popolazione “studiata”, intelligente, a modino, superiore agli “webeti”, ai pecoroni del web, a quelli che si danno il “buongiornissimooo” pubblicando sul proprio profilo Facebook fotografie sgranate di rose finte? No. Siamo tutti manipolabili, bambini in cerca di un alfabeto digitale.

Con il riscaldamento globale aumentano i parti prematuri

Mar, 12/03/2019 - 13:17

Con l’aumentare delle temperature aumentano anche i parti prematuri: nei giorni in cui la massima supera i 32 gradi le nascite aumentano del 5% rispetto alle medie degli altri giorni. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change condotto da Alan Barreca dell’Università di California di Los Angeles (Stati Uniti).

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Parti anticipati anche di due settimane

Lo studio è stato realizzato esaminando i dati relativi alle temperature e ai parti effettuati negli Stati Uniti dal 1969 al 1988, mettendo in risalto come l’effetto dell’afa sia immediato – i parti risultano infatti aumentati il giorno stesso dell’esposizione alle alte temperature e il seguente – e non di poco conto, considerando che in alcuni casi la prematurità rilevata sia stata anche di due settimane. A causa dell’esposizione alle alte temperature, spiega lo studio, si stima siano nati in anticipo in media circa 25 mila neonati ogni anno, con una perdita totale di oltre 150 mila giorni gestazionali all’anno (con una perdita media quindi di 6 giorni di gravidanza).

Il riscaldamento globale cui stiamo andando incontro, si legge nello studio, potrebbe comportare un’ulteriore perdita di 250 mila giorni di gestazione all’anno entro la fine del secolo.

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità ai medici in sala parto: andate piano!

Difendiamo Padre Alex Zanotelli

Mar, 12/03/2019 - 11:12

Che tra Padre Zanotelli e Matteo Salvini non corra buon sangue è un gentile eufemismo.

L’ultimo scontro

L’agenzia Adn Kronos ha intervistato il missionario per un commento sulla notizia che l’ex ministro dell’interno è indagato dalla procura di Agrigento per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio sul caso della Open Arms.
Zanotelli, senza girarci troppo attorno ha risposto: «E’ grave che Salvini dica che per lui questa nuova inchiesta è una medaglia. Vuole dire che siamo alla disumanizzazione totale. E’ un uomo al quale non interessa nulla di chi soffre, non ha alcun senso morale. Come potrebbe guidare il Paese?”.

Non si è fatta attendere la risposta su Twitter di Matteo Salvini: “Ma Chef Rubio si è travestito da prete??” con la solita faccina sorridente di contorno. 

Salvini si riferisce a Gabriele Rubini, alias Chef Rubio con cui ha avuto vari scontri a colpi di tweet.

E come è accaduto per Chef Rubio anche Alex Zanotelli è stato preso di mira dai fan di Salvini sui social con valanghe di insulti e minacce di vario genere.

A difendere il prete ora si sono mossi i missionari comboniani in massa con una dichiarazione pubblicata su Nigrizia, perché anche la pazienza dei preti ha un limite. La riportiamo integralmente:

“Noi missionari comboniani sosteniamo con grande affetto e stima, senza se e senza ma, il nostro confratello Alex Zanotelli vittima di attacchi ignobili e ingiurie vergognose sui social e su tutti i mezzi di comunicazione. Attacchi innescati da alcune dichiarazioni che padre Alex ha rilasciato, un paio di settimane fa, all’agenzia AdnKronos.

Da più parti, si contesta il diritto di padre Alex di esprimere un giudizio politico sulla presenza dell’Occidente e dell’Italia in Iraq e si giudica questa posizione in contraddizione con il suo essere prete. E perché mai? Alex ha avuto il coraggio di affermare che i militari italiani in Iraq sono presenti per garantire al nostro paese il petrolio necessario alla nostra economia. E i nostri fratelli uccisi a Nassirya, alle cui famiglie va tutta la nostra solidarietà, non sono dei martiri ma sono morti nell’adempiere quel preciso compito di garantirci uno specifico interesse economico. Parole nette e chiare che sottoscriviamo.

Vogliamo ricordare a chi ha la memoria corta che padre Alex si è sempre speso per il Vangelo che si traduce in vita degna per gli ultimi della terra. Non da oggi, senza ipocrisie, prende posizione in favore della giustizia sociale e della pace, esponendosi in prima persona. Non si stanca di denunciare con passione le contraddizioni del nostro sistema economico e finanziario, che impoveriscono i popoli con cui spendiamo la nostra vita di missionari. E persevera nel testimoniare il ‘sogno di Dio’, cioè quel mondo di giustizia, pace e fratellanza universale che è il nostro orizzonte di impegno e servizio.
Per queste ragioni attaccare padre Alex è attaccare tutti noi. Schierati con lui, non contro qualcuno, sempre dalla parte del Vangelo e della giustizia.

Per chi volesse conosce la vita e il lavoro di Alessandro Zanotelli può trovare qui la sua biografia.

Noi restiamo affezionati a una sua frase nel maggio 1996 e che è sempre di grande attualità e che è diventata la bandiera del commercio equo e solidale: «Voi votate ogni volta che fate la spesa, votate ogni volta che schiacciate il telecomando, ogni volta che andate in banca sono voti che date al sistema». 

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Il Pallone d’oro a Messi (senza sponsor, non sei nessuno)

Mar, 12/03/2019 - 11:00

«Il Pallone d’Oro? È solo un raduno di giornalisti e altre persone che votano per i loro amici». Firmato Johan Cruyff, uno che lo ha vinto tre volte e che quindi non può essere tacciato di essere mosso dall’invidia.

In effetti non è chiaro che cosa sia il Pallone d’Oro. È certamente un premio affascinante e prestigioso. Fa sempre parlare di sé, come gli Oscar o, per restare al giardino di casa nostra, al Festival di Sanremo.

Un tempo, era un premio riservati ai soli calciatori europei. Non avrebbero mai potuto vincerlo né PeléMaradona. Poi, il regolamento è cambiato. Venne istituito nel 1956 dalla rivista France Football e la prima edizione venne vinta dall’inglese Matthews.

Non è mai stato chiaro come considerare il Pallone d’Oro, un premio alla bravura del calciatore in sé oppure un premio all’annata disputata? Fatto sta che negli ultimi dodici anni, il premio si è adeguato all’assenza di concorrenza che sta caratterizzando il calcio ad alti livelli. Vincono sempre gli stessi. E così dal 2008 al 2017 hanno vinto sempre e solo Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Cinque Palloni d’oro a testa. Hanno vinto anche quando hanno le loro annate sono state deludenti dal punto di vista del risultato. L’unico intruso è stato Modric che lo scorso anno, forte della Champions col Real e del secondo posto ai Mondiali con la Croazia, è riuscito a strappare il premio dopo dieci anni di duopolio. Prima, c’era riuscito solo Kakà nel 2007.

Lionel Messi

Quest’anno si è tornati all’antico. Ha vinto di nuovo Lionel Messi nonostante la sua Argentina ha perduto la Coppa America e il suo Barcellona è stato brutalmente eliminato dal Liverpool in Champions League. In Coppa America, Messi è stato addirittura squalificato per tre mesi per le accuse di corruzione rivolte al comitato organizzatore reo, secondo il fuoriclasse, di aver favorito il Brasile. In Champions, il Barcellona è riuscito nell’impresa di farsi buttare fuori in semifinale dal Liverpool dopo aver vinto la partita d’andata per 3-0. Al ritorno Lionel e compagni sono stati battuti per 4-0 dalla squadra di Klopp (che poi ha vinto il trofeo): una delle sconfitte più umilianti della storia catalana. L’unico appiglio è la vittoria in campionato. Decisamente poco.

Che cosa vuole dire tutto ciò? Che lo sport – per fortuna non tutto – sta perdendo la propria caratteristica principale, la caratteristica che da sempre lo ha reso affascinante: la primazia del risultato. È chiaro che un calciatore del Liverpool avrebbe meritato di vincere il Pallone d’Oro. I Reds hanno vinto la Champions e stanno dominando il campionato dopo essere arrivati secondi lo scorso anno dietro il Manchester City. Avrebbe potuto vincere uno tra Van Dijk, Mané e Salah. E invece ha vinto Messi che probabilmente ha più sponsor dalla sua parte.

Cristiano Ronaldo

Un po’ quel che sta accadendo alla Juventus con Cristiano Ronaldo. Il portoghese ha un fatturato degno di una multinazionale e Maurizio Sarri è costretto a farlo giocare anche se non si regge in piedi. A turno, uno tra Dybala e Higuain – che oggi sono decisamente più in forma – sono costretti a rimanere in panchina perché non hanno lo stesso codazzo di sponsor del portoghese. Sono semplicemente – in questo momento – più forti sul campo. Non basta più. Come per la classifica del Pallone d’Oro. È la conferma che probabilmente il calcio è sempre meno uno sport e sempre più un business che prescinde dall’attività agonistica. Un po’ come la musica, il cinema, i videogames. Entertainment.

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Satelliti: cosa vedono e come

Mar, 12/03/2019 - 06:00

Informazione. Anzi: informazioni. Uno degli argomenti all’ordine del giorno è la libertà di circolazione delle informazioni.
In questo periodo sta facendo “notizia” l’abbandono della licenza Creative Commons da parte del quotidiano La Stampa e fino a qualche anno fa i dati ambientali raccolti dai satelliti (per altre informazioni si veda l’articolo pubblicato qui) erano di proprietà esclusiva di chi li raccoglieva, ma le cose stanno cambiando.

Se da un lato alcune risorse naturali, come per esempio l’Amazzonia, sono considerate un bene comune mondiale, non si capisce perché dati e immagini ripresi dall’alto non dovrebbero essere considerate nella stessa maniera. L’utilizzo di questi dati, oltretutto, in stragrande maggioranza è finalizzato da parte della comunità scientifica alla cura del Pianeta, più che all’ulteriore sfruttamento – anche perché chi sfrutta le risorse della Terra in linea di massima è in grado di pagare i dati, il cui costo è ininfluente rispetto alle economie scala possibili – ragione per la quale gli open data spaziali sono più che auspicabili.

La comunità spaziale internazionale sotto a questo punto di vista si sta muovendo. E la capofila è l’Europa. Già, perché se qualche segnale era arrivato dalla Nasa con la messa a disposizione gratuita delle immagini satellitari del programma Landstat, cosa che proseguirà anche con i prossimi passi dell’iniziativa, una svolta è stata data dalla Commissione Europea che ha dato mandato alla propria agenzia spaziale, l’Esa, di rendere accessibili dati e immagini del programma Copernicus che ha al suo interno le missioni Sentinel che possiedono un approccio integrato rispetto alle tematiche ambientali sia sotto al profilo dei fenomeni osservabili, sia dal punto di vista delle tecnologie.

Tradotto: l’Europa tiene sotto controllo il suolo, le aree forestali, le acque, sia marine, sia interne e anche fenomeni dinamici quali alluvioni, frane e altri tipi di dissesto idrogeologico. Un patrimonio di dati e immagini che è a disposizione di chiunque, privato o pubblica amministrazione voglia fare delle analisi ambientali di prima mano, per poi effettuare pianificazioni politiche e di gestione del territorio. Le risorse sono parecchie.

L’Esa infatti rende disponibili agli Stati Membri i Core Services che monitorano i mari, l’aria, il suolo, i cambiamenti climatici e che supportano anche la gestione degli eventi emergenziali. E non solo. Questi dati sono usati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) che si occupa di formare delle mappe tematiche dell’Europa che consentono il controllo di ciò che succede a terra.

Open data per gli utenti

La disponibilità da parte dell’Unione Europea di questi dati in formato Open Data risponde a una sfida più ampia che è quella di sfruttare risorse caratterizzate da un alto valore aggiunto di per sé al fine di sviluppare servizi e applicazioni utili, sostenibili in senso economico, al fine di rispondere alle esigenze degli utenti. «Sono i cosiddetti servizi downstream, tra cui rientrano anche le applicazioni commerciali che costruiscano Valore Aggiunto su dati telerilevati da satellite – commerciali o Open. – afferma Massimo Zotti, uno dei migliori esperti italiani sull’argomento – I servizi downstream seri in realtà sanno sfruttare non solo i dati satellitari, ma anche le informazioni e gli altri dati resi disponibili dai servizi essenziali che vengono offerti dall’Unione Europea, i Core Services di Copernicus».

Sentinelle del cielo

Vediamo cosa fa nel dettaglio una delle missioni dell’Esa, la Sentinel. Ogni missione Sentinel si basa su due satelliti gemelli per assicurare una copertura adeguata e per fornire dati in “doppia copia” al fine d’avere il massimo d’affidabilità. In questa maniera si abbassa molto la possibilità d’errore o malfunzionamento visto che i dati di un satellite sono utilizzati come strumento di controllo verso il suo “collega” e viceversa. Si tratta di missioni che utilizzano tecnologie come il radar, che ha la particolarità di produrre informazioni dal suolo anche in presenza di coperture e di sensori per immagini multispettrali, indispensabili per il monitoraggio del suolo, delle acque e dell’atmosfera.

Sentinel-1 è una missione radar, diurna e in orbita polare per i servizi terrestri e oceanici. Sentinel-1A è stato lanciato il 3 aprile 2014 e Sentinel-1B il 25 aprile 2016. Sono stati lanciati da un razzo Soyuz partito dalla Guiana francese.

Sentinel-2 è una missione di immagini multispettrali ad alta risoluzione in orbita polare per il monitoraggio al fine di fornire, per esempio, immagini di vegetazione, copertura del suolo e dell’acqua, corsi d’acqua interni e aree costiere. La missione può anche fornire informazioni per i servizi di emergenza. Sentinel-2A è stato lanciato il 23 giugno 2015 e Sentinel-2B è stato seguito il 7 marzo 2017. 

Sentinel-3 è una missione multi-strumento per misurare la topografia della superficie del mare, la temperatura della superficie del mare e della superficie terrestre, il colore dell’oceano e il colore della terra. La missione supporta i sistemi di previsione degli oceani, nonché il monitoraggio ambientale e climatico. Sentinel-3A è stato lanciato il 16 febbraio 2016 e Sentinel-3B il 25 aprile 2018.

Sentinel-5P è il precursore di Sentinel-5 per fornire dati tempestivi su una moltitudine di gas in tracce e aerosol che influenzano la qualità dell’aria e il clima ed è stato portato in orbita su un lanciarazzi dal Cosmodrome di Plesetsk in Russia il 13 ottobre 2017.

Sentinel-4 è un payload (ossia è un satellite ospitato su un altro satellite di carattere commerciale) dedicato al monitoraggio atmosferico che verrà imbarcato su un satellite Meteosat di terza generazione (MTG-S) in orbita geostazionaria.

Sentinel-5 è un payload che monitorerà l’atmosfera dall’orbita polare a bordo di un satellite MetOp di seconda generazione.

Sentinel-6 trasporta un altimetro radar per misurare l’altezza globale della superficie del mare, principalmente per l’oceanografia operativa e per gli studi sul clima.

L’esperienza europea dimostra come l’utilizzo dei dati possa non essere solo rivolto verso il mondo scientifico, o governativo per analizzare fenomeni e decidere politiche, ma come sfruttando gli open data si possa sviluppare anche l’economia grazie alla creazione di nuovi servizi, per rispondere a nuove esigenze.

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Campioni del mondo!

Lun, 12/02/2019 - 15:00

La nazionale italiana di basket con sindrome di Down ha battuto in finale i padroni di casa del Portogallo 36 a 22. Terza sul podio la Turchia.
La squadra: Davide Paulis (28 punti solo lui), Antonello Spiga, Emanuele Venuti, Alessandro Ciceri, Andrea Rebichini, Alessandro Greco. 
Allenatori: Giuliano Bufacchi e Mauro Dessì.
L’anno scorso un’altra vittoria al campionato mondiale a Madeira, vinti anche gli europei del 2017.

Decisamente un dream team questi ragazzi.

Una bambola paraolimpica

La Mattel ha prodotto una bambola con le sembianze di Bebe Vio, la campionessa mondiale paraolimpica di scherma.

«Guarda mamma, I’m a Barbie girl» ha commentato Bebe Vio in un video.
«Da piccola mi divertivo ad ‘infilzare’ Ken facendo tirare di scherma la mia Barbie. Era il mio modo per convincermi che l’astuzia e la tecnica potessero annullare le differenze fisiche con il bambolotto maschio. Oggi, il solo pensiero che qualcun altro potrà farlo con il mio personaggio mi riempie il cuore e mi ricorda la responsabilità che ho nei confronti di molti bambini. Spero di non tradirvi mai e di poter essere sempre più una fonte d’ispirazione».

Giornata Internazionale delle persone con disabilità

Si festeggia domani 3 dicembre e Repubblica dedica un lungo articolo a Chiara Coltri, ambasciatrice paraolimpica che dichiara: «Nella società l’uomo pensa che la donna sia più fragile, che abbia bisogno di aiuto, il cosiddetto “sessismo benevolo“, anche perché tutti abbiamo bisogno di cure. Nello sport questa idea scompare: la donna che vince medaglie viene vista dall’uomo come una ragazza forte, che vince, che ce la fa benissimo da sola». Anche quando quella donna è in carrozzina.

Non solo sport

Si chiama Poti Pictures ed è  una casa di produzione cinematografica di Arezzo nata nel 2015 con attori con disabilità intellettive e fisiche.
«Siamo dei pazzi, non ci poniamo limiti. Questi ragazzi erano spesso chiusi in istituti o in case con genitori anziani. Ora invece si ritrovavano protagonisti di avventure horror o di storie epiche», spiega il regista Daniele Bonarini, 41 anni intervistato da Raffaele Nappi per il Fattoquotidiano.it.

La casa di produzione oggi conta 4 dipendenti (tra cui due con disabilità intellettive che hanno dei contratti da attore e una regolare busta paga), nel 2018 si è registrata ufficialmente al Mibact e in appena 4 anni conta oltre 100 riconoscimenti.

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Tampon tax, Iva al 5% solo per gli assorbenti biodegradabili (ma introvabili)

Lun, 12/02/2019 - 13:25

Per gli assorbenti bio, ovvero per quelli compostabili o lavabili, l’Iva si abbassa dal 22 al 5% secondo quanto appena approvato dalla commissione finanze della Camera. Se da un lato la misura vorrebbe incentivare l’acquisto dei tamponi ecofriendly, dall’altra questa categoria di assorbenti è molto meno diffusa, e naturalmente più costosa di tutte le altre, per le quali la tassa sui consumi resta al valore standard del 22%. L’ipotesi di abbassarla era stata bocciata per l’impatto ambientale di questi prodotti, evidentemente ritenuto inferiore dal nostro Parlamento a quello delle lamette usa e getta tassate al 4% esattamente come i beni di primaria importanza.

Da notare che l’Iva al 5% è più alta della tassa sui parcheggi o sul tartufo fresco, mentre quella al 22% per tutti gli altri assorbenti non inquadrati come bio, ma che rimangono un bene di prima necessità in media per 30 anni di vita di ogni donna, vengono tassati tanto quanto sigarettebenzina o automobili.

L’auspicio è quindi quello di favorire una conversione degli acquisti verso assorbenti biodegradabili, come quelli della Bottega della luna realizzati in cotone biologico o in alternativa le coppette mestruali riutilizzabili, come quelle di OrganiCup.

Al contrario dell’Italia, la Germania sta varando per il 2020 la stessa tipologia di taglio sull’Iva dal 19 al 7% senza tuttavia distinguere tra tipologia di prodotto, misura tra l’altro già in vigore in altri paesi europei come CiproRegno Unito e Francia. Unico esempio virtuoso europeo è l’Irlanda, che non applica tasse ai tamponi.

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Foto di PatriciaMoraleda da Pixabay

Venezia e Mestre restano un unico Comune

Lun, 12/02/2019 - 11:25

L’affluenza complessiva al referendum consultivo è stata del 21,7 per cento, più alta a Venezia che a Mestre. Sullo stesso argomento si era votato già nel 1979, nel 1989 e nel 1994 (in questi il quorum era stato ampiamente raggiunto con la vittoria del No) e nel 2003 con l’affluenza al 39 per cento e il mancato raggiungimento del quorum.

Le città di Venezia e Mestre vennero unite nel 1926 in epoca fascista quasi contemporaneamente alla  nascita del polo Petrolchimico di Porto Marghera.

Allora il rapporto di abitanti tra i due poli era rovesciato rispetto a oggi:  Mestre contava poco più di 30mila abitanti mentre a Venezia risiedevano circa 175mila persone.

Oggi gli abitanti di Venezia sono meno di un terzo di quelli di settant’anni fa, mentre Mestre e le frazioni limitrofe ne contano oltre 180mila e i problemi sono molto diversi tra laguna e terraferma. I favorevoli alla separazione sostengono infatti che due amministrazioni distinte potrebbero affrontare meglio questi problemi e risolverli in modo diverso.

I contrari ritengono invece che la creazione dal nulla di un nuovo Comune andrebbe inutilmente contro le esigenze di praticità e controllo dei costi della spesa pubblica.

Nulla di fatto comunque, Venezia e Mestre rimangono un Comune unico, se ne riparlerà in un sesto referendum?

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Foto di Serge WOLFGANG da Pixabay

Care banche, non siete più credibili

Lun, 12/02/2019 - 11:00

Non siete più credibili!
Le banche hanno perso il loro capitale di fiducia ma continuano a immaginare (basta guardare gli spot pubblicitari) “un mondo  che non c’è”  basato sui residui deliri di onnipotenza o, peggio ancora, su incompetenze e scarsa visione strategica.

Secondo il Barometro della fiducia di Edelman, la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche a livello globale, la fiducia negli istituti finanziari è la più bassa registrata se paragonata ai livelli di fiducia di tutti gli altri settori di business.

Tuttavia, secondo una ricerca, fornitaci in anteprima, condotta da Trustpilot, la piattaforma di recensioni più influente al mondo, il settore del fin-tech costituisce un’eccezione. Più del 40% degli intervistati, infatti, ritiene che le aziende di questa branca del settore finanziario siano “altamente affidabili”.

Il motivo è semplice: queste attività nate in tempi più recenti non si portano dietro lo stesso pesante bagaglio delle aziende finanziarie tradizionali.

La sfida per queste giovani aziende è, dunque, quella di mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti.

E per questo la riprova sociale è per loro un fattore essenziale.

Ma esiste un altro fattore determinante per queste start-up e scale-up: ascoltano il cliente!

L’importanza dell’esperienza del cliente è tale da pesare più dell’innovazione agli occhi dei manager di aziende fin tech. Secondo un sondaggio effettuato dalla società di ricerca e consulenza London Research, quasi la metà di esse (il 46%) è, infatti, dell’idea che ciò che realmente fa la differenza per il proprio business sia la qualità dell’esperienza del cliente, rispetto al 38% che ritiene “il prodotto/l’innovazione” il fattore più importante, solitamente visto come la stessa ragion d’essere di una start-up.

L’esperienza del cliente è, inoltre, ritenuta significativamente più importante della notorietà del brand (7%), della reputazione online (5%) e del prezzo (4%).

Per un cliente di una banca sembra quindi che non sia più importante, cosi come avveniva nel secolo scorso, esibire il libretto di assegni di Unicredit o di Deutsche Bank per accreditarsi agli occhi dei propri stakeholders, in primis i fornitori.

Eppure i ragionamenti che fanno i giovani manager delle fin-tech sono di una linearità logica che accentuano ancor di piu l’arretratezza e l’obsolescenza del management delle banche tradizionali.

Non sono sicuramente filantropi ma hanno capito che le start-up e le scale-up necessitano di trarre profitto dalla qualità dell’esperienza del cliente per ragioni di marketing. E da ciò che dice effettivamente il cliente e non ciò che, nelle indagini di customer satisfaction delle banche tradizionali, si fa dire al cliente! La ricerca mostra, infatti, che più di un terzo delle aziende che hanno partecipato al sondaggio (35%) reputa le recensioni positive “fondamentali” perché un cliente potenziale si trasformi in un cliente effettivo e il 47% le ritiene “importanti”.

Non fanno altro che trarre buon uso dell’insoddisfazione del cliente legata ai metodi tradizionali di operare delle banche “classiche”, usandola come opportunità per mettere in buona luce la propria attività.

Nonostante le aziende fin-tech possano sempre evidenziare il fatto di operare in un settore altamente regolato, sembra che la rassicurazione più efficace per i consumatori sia quella data dalle recensioni positive e dai punteggi alti lasciati dai clienti che già si affidano a loro.

Nel frattempo, dopo Facebook con la sua moneta (Libra), dal 2020 Google offrirà anche il suo conto corrente chiamato “Cache”.

I mostri stanno arrivando e, citando simpaticamente Pippo Baudo, “io lo avevo detto 5 anni fa” (Io so e ho le prove – Chiarelettere, ottobre 2014) e qualche illustre professore di finanza (e anche qualche illustre giornalista)  arricciava il naso disgustato da tanto catastrofismo.

Incontri online, nel 2037 più di un neonato su due sarà un “e-bebè”

Lun, 12/02/2019 - 10:27

Entro i prossimi 20 anni al massimo, più di un bambino su due sarà un “e-bebè“, ovvero nascerà da coppie che si sono conosciute online. A sostenerlo è un’indagine condotta dagli studenti dell’Imperial College Business School di Londra per conto del sito di incontri online eHarmony.

Oggi una coppia su tre si conosce online

Dal rapporto, che si chiama “Future of Dating“, emerge che già entro il 2030 quattro bambini nati su 10 saranno e-bebè. Attualmente secondo i dati raccolti il numero di coppie che si conosce online sono in crescita e rappresentano un terzo del totale.

Le proiezioni effettuate indicano il 2037 come l’anno del “cambiamento”, in cui le coppie che si sono  conosciute tramite siti di incontri saranno di più di quelle che hanno avuto il primo approccio alla nella vita reale.