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Aggiornato: 18 min 21 sec fa

La biblioteca di Helsinki è la migliore al mondo

32 min 35 sec fa

Che i Paesi del Nord Europa siano più avanti quanto a politiche green e sociali è cosa nota. Quando però lo si tocca concretamente con mano, semplicemente andando a visitare una biblioteca, si rimane comunque sempre stupiti.

Andiamo per esempio in Finlandia, un Paese che si è posto l’obiettivo di emanciparsi dai combustibili fossili entro il 2035 e una capitale, Helsinki, che punta a diventare un esempio per le politiche green anche per il turismo. Lo si vede subito arrivando in città: le auto ci sono, ma la scelta di mezzi pubblici è ampia, dai tram ai bus, ed è pieno di mezzi alternativi in condivisione, dalle bici ai monopattini elettrici, letteralmente una miriade, usati giorno e notte dagli abitanti. Si tratta di una città piccola e con un centro molto ridotto, percorribile anche a piedi, ma quando arrivi in una città che ha una “filosofia” diversa te ne accorgi. E non solo per lo stile di vita green, ma anche per il concetto di condivisione, alla base di alcuni dei progetti più moderni della città.

Oodi, una biblioteca futuristica

Non si può non notarla: anche se Helsinki è una capitale del design, che ha dato i natali ad esempio ad Alvar Aalto, ed è ricca di palazzi moderni dal disegno particolare, la biblioteca svetta per il suo tetto dall’andamento sinuoso.

Anche se non si conosce la storia di questa biblioteca, inaugurata a dicembre 2018, già meta di più di due milioni di visitatori e premiata in agosto come “miglior biblioteca pubblica al mondo” dalla federazione Internazionale della Associazioni e Istituzioni Librarie per l’anno 2019, si è incuriositi ed invitati ad entrare.

Il progetto è dello studio finlandese ALA Architects, che ha lavorato con materiali e con un disegno che permettessero di rendere l’edificio energeticamente efficiente. La progettazione si è svolta in maniera partecipata con gli abitanti e il risultato sono 17 mila metri quadri di biblioteca, accessibile a tutti.

Il piano terra è una zona di accoglienza, con un cafè, uno shop, spazi per eventi, un punto dove chiedere informazioni e riconsegnare i libri. Il libro riconsegnato entra in un sistema automatizzato che ne scansiona i dati e lo convoglia nel giusto cestello. Dopodiché arriva un simpatico bibliotecario-robot, che sposta i libri e li riporta nei propri spazi.

Mentre al piano interrato c’è addirittura un cinema/teatro, al primo piano c’è una grossa sala comune, con una scalinata coperta di tessuto dove ci si può sdraiare per riposarsi, leggere i propri libri o studiare, così come si può fare nei divanetti e nelle poltroncine sparse per il piano.

La condivisione

Quello che stupisce però di questo piano sono gli spazi in condivisione, prenotabili gran parte delle volte gratuitamente. Da una parte si vede una lunga tavolata di computer dallo schermo enorme, di ultima generazione e molto potenti, ai quali si possono vedere ragazzi che stanno tagliando filmati, o che disegnano con tavolette grafiche.

Dall’altro lato un tavolo dedicato al lavoro manuale e tecnico: una macchina da cucire, un ferro da stiro, oggetti per plastificare o tagliare carta e altri materiali, stampanti laser 3D e plotter sono a disposizione di chiunque voglia usarli con rispetto. “Affittare è meglio che comprare” è uno degli slogan sui cartelloni della biblioteca, che ha voluto dar valore anche ai lavori artigianali, immaginando che alcuni strumenti siano usati solo una parte del tempo che occorre per realizzare un oggetto, e che quindi possono essere tranquillamente noleggiati. Le stampe si pagano, ma gran parte degli oggetti può essere utilizzata gratis, a patto di prenotarli e non danneggiarli. Bibliotecari solerti sono pronti ad aiutare chiunque abbia bisogno di informazioni.

Intorno a questi grandi tavoli si aprono le stanze che si possono prenotare per studiare o lavorare da soli, in coppia o in gruppo, le sale conferenze, ma anche stanze con videogiochi e consolle per divertirsi senza doversi comprare una X – Box. Ci sono degli studi di registrazione, per suonare, per girare video, addirittura una cucina, gran parte dei quali sono gratuiti.

Per affittare gli spazi più grandi come il cinema e la zona eventi si paga, con questo concetto: se si tratta di un evento che la biblioteca ritiene possa essere culturalmente rilevante (secondo criteri disposti dal Ministero dell’Educazione e della Cultura) allora il prezzo sarà scontato. Per capirci: affittare il cinema da 250 posti per 4 ore con il “Cultural price” costa 386 euro, Iva e pulizie comprese.

Il Paradiso dei libri

L’ultimo piano è il Paradiso dei libri (si chiama proprio così). Uno spazio pieno di luce con ampie vetrate che permettono di sfruttare al meglio la luce naturale e il pavimento di legno di abete finlandese, ondulato, che si apre davanti agli ospiti con un’offerta di 100 mila libri, in diverse lingue, 7 oasi lettura, punti dove prenotare dischi e film, un caffè e una balconata che danno sulle vie della città e un angolo bambini.

Nella punta estrema di questa grande “nave” c’è infatti un corner dove mamme con bambini di tutte le età vengono a passare le loro giornate, bimbi a piedi scalzi girano per lo spazio che è aperto sulla biblioteca ma studiato in modo da non disturbare gli altri lettori. Tanto silenzioso e riposante che c’è pure un punto-nanna per i neonati.

Investire nella cultura e nella condivisione

Quello che stupisce di questo progetto è la fiducia nella condivisione e l’investimento nella cultura. La Finlandia è un Paese piccolo, Helsinki ha 630 mila abitanti, il Pil pro-capite dei finlandesi è superiore alla media europea, ma l’idea di investire in una biblioteca non è scontata. Invece Oodi, “Ode” in finlandese, questo è il suo nome, scelto anch’esso attraverso la condivisione con i cittadini, è il regalo che i finlandesi si sono voluti fare per i 101 anni di indipendenza della nazione, a dicembre del 2018. È costato 98 milioni di euro, 30 dei quali pagati dallo stato Finlandese, il resto investito dalla città.

Un Paese nato povero e contadino, che ha scelto di investire nella cultura dei suoi cittadini: «Fin dall’inizio della nostra storia abbiamo capito che l’unica risorsa che avevamo era il capitale umano – ha spiegato il sindaco di Helsinki Jan Vapaavuori  a pochi giorni dall’inaugurazione, come riporta Il Sole24Ore -. Niente meglio di una biblioteca poteva simboleggiare il nostro modo di intendere la nazione, una società aperta, trasparente e egualitaria che ha come valori l’istruzione continua, la cittadinanza attiva, la libertà di espressione. La democrazia si fonda infatti su un popolo istruito e critico, la dobbiamo difendere!»

Non sarà un caso che gli studenti finlandesi sono spesso tra i primi posti dei test Pisa (Il Programma per la valutazione internazionale dello studente), e che la Finlandia nel 2016 sia stata definita da una ricerca della Central Connecticut State University il paese più “alfabetizzato” al mondo.

Gli anni del Male

1 ora 33 min fa

Solo 4 anni di pubblicazioni, dal 1978 a metà del 1982 sono bastati a un gruppo di autori per rivoluzionare il panorama satirico italiano e rimanere nella memoria dei più a oltre 40 anni di distanza.

La mostra curata da Angelo Pasquini, Mario Canale, Giovanna Caronia Carlo Zaccagnini, con i suggerimenti dall’aldilà di Vincino Gallo si apre venerdì 25 ottobre e chiuderà il 7 gennaio 2020 al We Gil di Roma.

L’invenzione delle fake news

Il Male è rimasto famoso soprattutto per i suoi falsi, perfette copie di giornali nazionali che riportavano notizie assolutamente false ma verosimili.

Come racconta Jacopo Fo (uno dei fondatori della rivista) nel suo libro Com’è essere figlio di Dario Fo e Franca Rame edito da Guanda: “Ad esempio, quando l’Italia fu eliminata dai mondiali di calcio del 1978, in semifinale, dall’Olanda, realizzammo un falso del Corriere dello Sport con un titolo a caratteri cubitali: ’Annullati i mondiali!’ Una cazzata epocale, ma il falso era tecnicamente perfetto. Centosessantamila italiani comprarono una copia del nostro giornale e fecero lo scherzo a milioni di connazionali. A Napoli ci furono addirittura caroselli di auto con bandiere tricolori, clacson, mortaretti e il falso del Corriere dello Sport agitato dai finestrini. Un bordello nazionale.»

Un parterre eccezionale

La redazione de Il Male era composta dai disegnatori: Vincino (direttore del giornale), Perini, Angese, Sferra, Jacopo Fo, Carlo Cagni, Cinzia Leone, Alain Denis, Pino Zac, Vauro e Mannelli (questi ultimi tre usciti dal giornale dopo i primi tre numeri).
C’erano i disegnatori di Cannibale, poi diventati collaboratori organici del Male: Pazienza, Tamburini, Scozzari, Liberatore, Mattioli. Collaboratori abituali del Male erano anche Topor, Wolinskj, Reiser, Wilhelm (questi ultimi di Charlie Hebdo’). E diversi disegnatori del Canard Enchainé. Gli scrittori: Saviane, Pasquini, Lo Sardo, Jiga Melik (Alessandro Schwed), Canale, Sparagna. I grafici: Marcello Borsetti, Giovanna Caronia, Cinzia Leone, Francesca Costantini. Lo specialista dei collage fotografici, Francesco Cascioli. Collaboratori saltuari sono stati alcuni grandi scrittori  come Umberto Eco, Italo Calvino, Leonardo Sciascia, Stefano Benni.

La mostra contiene una ricca documentazione fotografica e talvolta filmata. Iniziative che in alcuni casi hanno causato denunce e processi a carico dei redattori: il Male è stato il settimanale più denunciato e sequestrato dal Dopoguerra.

Gran belle bestie

Scrive ancora Jacopo Fo: “Un successo colossale, sesso, vaffanculo a tutti, 186 denunce per oltraggio alla religione, al capo dello Stato italiano e a capi di Stato stranieri, alla pubblica morale. 83 denunce le avevo prese io personalmente. Ma mi firmavo con uno pseudonimo. Una volta arrivò l’ufficiale giudiziario con una denuncia per Giovanni Karen, che era il mio alias. E io gli dissi che non sapevamo chi fosse e che ci mandava i disegni per posta anonimamente. Avere un nome falso a volte serve. Avevamo anche un direttore responsabile che pagavamo solo perché si facesse processare al nostro posto. Se fossimo finiti tutti in galera, nessuno avrebbe mandato avanti il giornale, così era venuta l’idea di assumere un capro espiatorio. I nostri direttori responsabili sì che avevano fegato. Perché lo sapevano che si sarebbero immolati. Nessuno venne mai condannato, e questo fu veramente strano. In effetti eravamo delle bestie.”

Come scegliere il Consulente Finanziario

3 ore 33 min fa

Abbiamo trovato la banca migliore, il conto corrente più adatto alle nostre esigenze, abbiamo compilato il Profilo di Rischio
Ora è il momento di affidarci a un consulente finanziario per investire i nostri risparmi. Ce ne sono di 2 tipi…

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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 29 OTTOBRE 2019!

Rifò prende il tuo vecchio vestito e lo trasforma

3 ore 33 min fa

Niccolò Cipriani era in Vietnam quando ha realizzato con i suoi occhi il problema della sovrapproduzione che grava sul settore dell’abbigliamento. «Le strade di Hanoi sono piene di negozi dal nome “Made in Vietnam” che vendono tutti capi di abbigliamento prodotti in Vietnam, esportati in Occidente, non venduti in Europa e rispediti in Vietnam per non abbassare i prezzi del mercato occidentale. Una volta non venduti, questi indumenti vengono direttamente gettati in discarica o in un inceneritore. Nell’industria tessile si produce molto di più di quanto venga consumato», racconta Niccolò. Preso atto del sistema che sta dietro all’industria, a Niccolò tornò in mente l’antica tradizione pratese del rigenerare tessuti, e pensò di iniziare a utilizzare tutti i vestiti che vengono buttati per rifarci un nuovo filato (Rifò, in toscano, è non a caso il nome scelto per la sua nuova azienda). La società è stata costituita nel luglio 2018 mentre il progetto era partito con un crowdfunding nel novembre 2017.

La crescita è a razzo. «Siamo passati da 2 dipendenti a 5 in questo momento, e per quest’anno prevediamo di allargare ulteriormente il team. Vendiamo molto sia online che con negozi che rivendono i nostri prodotti, e quest’anno dovremmo superare i 250.000 euro di fatturato, che è triplicato rispetto allo scorso anno. Mentre scriviamo, sul sito sono sold out buona parte dei prodotti.»

Assieme a Niccolò, l’azienda è stata fondata nel 2017 da Clarissa Cecchi. Obiettivo: produrre capi e accessori realizzati interamente con fibre tessili rigenerate al 100%. A renderli speciali, come e più di altre aziende attive nel campo della sostenibilità, la nuova tecnologia che ha permesso loro di riciclare anche gli onnipresenti jeans – molto, troppo resistenti, e finora impossibili da riutilizzare -, con i quali Rifò produce morbidi maglioncini in cotone dal colore complesso e indefinibile, derivato dalla scelta di non tingere nuovamente il capo eliminando quindi l’uso di coloranti e prodotti chimici. Un successo. La stoffa è derivata al 100% da tessuto denim riciclato e rigenerato, al 97% in cotone. Il restante 3% è composto da altre fibre non specificate: quelle di cui sono fatte le cuciture dei jeans. Il maglione di cashmere è una novità di questo autunno, prodotto a partire da vecchi maglioni che vengono sfilacciati, trinciati fino a riportarli allo stato di fibra per poi produrre un nuovo maglione, che non viene tinto. Così teli, magliette, berretti, sciarpe.

Le imprese basate sulla sostenibilità e il riciclo sono il futuro? «Sì, però non ci deve essere solo la sostenibilità, ci deve essere anche il prezzo, la qualità e il design. Non basta da sola la sostenibilità per essere competitivi nel mercato, quella è un valore aggiunto una volta che siamo competitivi con prezzo e design. All’inizio abbiamo dovuto dare credibilità al nostro progetto, e non è stato facile. Abbiamo dovuto dimostrare che un capo rigenerato è di qualità, ed è adatto per essere indossato tutti i giorni». Tra le difficoltà che un giovane imprenditore del verde, come Niccolò, ha dovuto affrontare, anche il fatto che «siamo indietro sul lato legislativo, perché non si può ancora considerare un vecchio indumento come rifiuto e non come bene economico» (qui ne avevamo già parlato in merito alla lana).

Le idee buone di Rifò non finiscono qui. Il “Servizio Forever” permette, dopo 2 anni dall’acquisto, di rendere il prodotto per poterlo rigenerare di nuovo. In cambio, si ha diritto a un buono acquisto di 10 euro.

Ma se l’idea piace e si vuole aiutare Rifò, si può diventare un punto di raccolta vero e proprio inviando un carico superiore ai 10kg: si avrà diritto al 20% di buoni in più su ogni spedizione effettuata.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Continuiamo a occuparci dello scandalo dei farmaci da banco

Lun, 10/21/2019 - 16:24

Abbiamo scritto al Ministro Speranza, ma fino ad ora non abbiamo avuto risposta. La domanda era “I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Cosa intende fare il ministero?
Nel frattempo, mentre il Ministro non risponde, a rispondere sono i nostri lettori. Potete leggere i commenti in fondo all’articolo di Miriam Cesta che linkiamo qui sotto.

People For Planet sta lanciando una video inchiesta in Europa, per far vedere qual è la reale differenza di costi di certi farmaci da banco in Inghilterra, Olanda, Francia e Germania.

I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Perché?

Sophie Power la maratoneta che ha corso 170 km allattando suo figlio di tre mesi. La foto virale (oggetto di insulti)

Lun, 10/21/2019 - 15:29

Fa Power di cognome ed è un’ultrarunner. Ultra ancor più di runner. Sophie Power è un’ultramamma. Ha completato l’Ultra-Trail du Mont Blanc (UTMB), un’ultramaratona da 170 chilometri in montagna, in 43 ore e 33 minuti allattando suo figlio di 3 mesi durante la gara. La sua foto in una sosta a Courmayeur col piccolo Cormac attaccato al seno ha immediatamente fatto il giro del mondo, beccandosi anche un’immancabile selva di sgradevoli commenti online, dal “che schifo” al “non puoi farlo in un posto più privato?”.

“Gli atleti durante la gara fanno continuamente pipì a bordo strada, quindi non ero preoccupata di cacciare le tette”, scrive lei stessa sul Telegraph. Di più: consapevole che la sua storia riassuma in un colpo solo la bellezza dello sport estremo e la delicatezza del triplo ruolo mamma-lavoratrice-sportiva, l’atleta 37enne inglese ha deciso di utilizzare questa fragorosa notorietà per promuovere sulle sue piattaforme social i benefici dello sport in gravidanza.

Intanto il racconto di questa ultra-maternità è da capogiro: “L’UTMB – spiega con una tranquillità disarmante – è un’ultra-maratona, ma si cammina molto e si sale ogni 10.000 metri. Durante la gara ero costretta a tirar su la maglietta e il reggiseno sportivo per tirare a mano il latte dietro gli alberi, praticamente ovunque potevo, perché i miei seni erano gonfi e dolorosi. La prima volta che ho potuto allattare al seno è stata dopo 16 ore di gara ed ero in agonia. Mio marito non ha potuto raggiungermi prima con mio figlio Cormac di tre mesi perché durante la gara non ti è permesso incontrare il tuo team. Ci sono solo circa sei o sette punti in cui puoi fermarti con il tuo supporto. Se li incontri al di fuori di questi, sei squalificata. A nessuno importava che stavo allattando, ma un fotografo ha chiesto a mio marito se poteva fare una foto…”.

La foto però ferma un momento, e può nascondere un contesto. “Se avessi potuto ampliare lo scatto, avreste visto che il mio amico Matt stava contemporaneamente cambiando le batterie nella mia torcia per la testa e rifornendo la mia borsa con più cibo, mentre mio marito stava cercando di darmi da mangiare un sandwich all’avocado”. E poi, chi l’ha detto che essere mamma per un’atleta deve per forza essere uno svantaggio? “So di poter superare una notte di ultra-maratona senza bisogno di dormire, anche se la seconda notte dell’UTMB vedevo i demoni e le mie allucinazioni erano orrende: vedevo piumoni attaccati agli alberi. La cosa grandiosa di essere una neomamma è che sei abituata a non dormire: la partenza della gara è alle 6 di sera, che è un momento terribile per iniziare una gara. La maggior parte delle persone si sarebbe alzata in tarda mattinata, ma io avevo due bambini piccoli, quindi siamo saliti sul ghiacciaio e abbiamo fatto delle escursioni lì intorno durante il giorno. Il secondo giorno di gara stavo salendo un sentiero molto ripido per Champex-lac, e mio marito mi aspettava lì con un tiralatte. Ho fatto un pisolino di 20 minuti e mi sono sentita una persona diversa”.

Una situazione “normale” se non fosse già estrema di per sé. Il punto però è che una volta pubblicata sul profilo Twitter della rivista americana Runners World, la foto ha scatenato una sequela di reazioni negative. “Ho pensato – continua Power – che fosse davvero triste. Ma accettando di condividere la foto abbiamo visto quale impatto straordinariamente positivo potrebbe avere sulle donne di tutto il mondo. Si tratta di promuovere il lato della salute della gravidanza, e anche dopo il parto. La storia non parla di me, non si tratta dell’allattamento al seno durante una gara, ma di quanto sia incredibile il corpo femminile. Si tratta di come le donne incredibilmente forti possano essere dopo il parto e come, in realtà, dovremmo essere in grado di tornare in forma. Abbiamo solo bisogno di supporto”.

Articolo di Mario Piccirillo – Su gentile concessione de ilnapolista © – Riproduzione riservata

Pellicce, anche la Slovacchia vieta le pellicce. L’Italia tace

Lun, 10/21/2019 - 15:16

Anche in Slovacchia è finita l’era degli allevamenti di animali per la produzione di pellicce, il divieto approvato dal parlamento sarà effettivo dal 1° gennaio 2021, con possibilità di arrivare al 2025 per dismettere l’attività degli allevamenti esistenti. Il risultato è stato raggiunto grazie all’attività di mobilitazione della ONG slovacca Humànny Pokrok (“Progresso umano”) che in 7 mesi ha raccolto 80mila firme ed è riuscita a far depositare una specifica proposta di Legge e ad avviarne l’iter legislativo.

Sale così a 13 il numero di paesi UE che hanno vietato gli allevamenti per la produzione di pellicce. L’Italia non è tra questi. Da noi sono ancora attivi 16 allevamenti di visoni, che ogni anno causano la morte di circa 180.000 animali, nonostante il lavoro della Lav (Lega anti vivisezione), che ha presentato tre distinte proposte di legge (C99, C177, S211), in attesa da anni sia alla Camera che al Senato.

Intanto, pochi giorni fa, in California è stata approvata la legge più restrittiva al mondo per la messa al bando delle pellicce: non solo si vietano gli allevamenti, ma è bandita la commercializzazione stessa del prodotto, vietando quindi anche l’import. La legge fissa sanzioni di 500 dollari per ogni singolo articolo di pellicceria commercializzato o prodotto, seguita da una seconda sanzione di 750 dollari per singolo articolo in caso di reiterazione entro l’anno, e da un’ulteriore sanzione di 1.000 dollari in caso di recidiva. Anche New York sta valutando. 

Non c’è dubbio che si tratta di notevoli passi in avanti, ma dal punto di vista della sostenibilità ambientale va ricordato che le cosiddette eco-pellicce andrebbero comunque ripensate. Le pellicce sintetiche sono infatti costituite da fibre polimeriche sintetiche come acrilicomodacrilico e poliestere, ovvero da plastica. Queste fibre sono prodotte da sostanze chimiche derivate da carbone, aria, acqua, petrolio e calcare. Immettere nel mercato una grande quantità di questi capi in sostituzione delle pellicce “vere” non aiuta comunque in nessun modo l’ambiente, soprattutto se non vengono riciclate come tutti gli altri rifiuti plastici (cosa al momento impossibile visto il mix di cui sono composte). Tra l’altro, i finti “peli” si staccano molto facilmente dal capo d’abbigliamento, disperdendosi nell’ambiente.

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Cosa sta succedendo in Catalogna?

Lun, 10/21/2019 - 15:00

Tutto è cominciato con il referendum del 2017, quando il movimento indipendentista catalano ha indetto un referendum non riconosciuta dal tribunale costituzionale spagnolo che chiedeva al popolo catalano di esprimersi per l’indipendenza della regione.

Già in quell’occasione iniziarono gli scontri: la polizia spagnola cercò di impedire l’entrata ai seggi provocando una forte indignazione anche da parte di chi non era d’accordo sul referendum: il diritto di voto non si tocca, dicevano.

Al referendum partecipò meno del 40% della popolazione e ovviamente vinsero i Sì. Il risultato non venne riconosciuto dal governo spagnolo, al tempo guidato da Mariano Rajoy, e questo acuì la tensione nelle piazze.

Le condanne ai separatisti

Lunedì 14 ottobre la Corte Suprema spagnola ha condannato 12 leader separatisti con l’accusa di sedizione, disobbedienza e abuso di fondi pubblici, infliggendo pene detentive fino a 13 anni.

Lasciata cadere invece l’accusa più grave: quella di ribellione.

E queste condanne hanno scatenato il caos con manifestazioni nell’intera Catalogna.

Il tutto complicato dalle prossime elezioni spagnole che si terranno il 10 novembre (le quarte in quattro anni).

Finora si contano un centinaio di feriti e una trentina di arresti ma i numeri son destinati a salire. È stata sospesa a data da destinarsi la partita di calcio Barcellona-Real Madrid.

La protesta non accenna a placarsi malgrado il socialista Pedro Sanchez, Primo Ministro ad interim sia molto più accomodante del predecessore Rajoy, conservatore.

Cosa accadrà?

Pedro Sanchez cerca di non esacerbare il clima alternando dichiarazioni concilianti e toni severi nel condannare le manifestazioni violente e all’interno del suo partito non tutti sono d’accordo nel negare decisamente l’indipendenza catalana.

Questo atteggiamento potrebbe favorire l’estrema destra Vox e il partito liberale Ciudadanos che sostengono l’unità nazionale e bollano Sanchez come traditore.

Presidente o attivista?

Pedro Sánchez oggi si recherà a Barcellona per visitare gli agenti di polizia feriti durante i disordini ma non intende incontrare Quim Torra, capo della Generalitat – ufficialmente il più alto rappresentante dello stato in Catalogna – in quanto lo accusa di aver alimentato le proteste violente invece che aver cercato una soluzione diplomatica. Le proteste in tal senso arrivano anche dal sindaco di Barcellona Ada Colau che ha dichiarato: «Stiamo vedendo un presidente che sembra più attivista che un presidente. Non abbiamo bisogno di un presidente che partecipi alle dimostrazioni invece di spiegare la situazione e come pensa che dobbiamo affrontarla».

Torra infatti ha affermato di sostenere «Tutte le manifestazioni che si stanno facendo in Catalogna» e ha ringraziato «Tutti i manifestanti, le migliaia di persone che sono oggi in tutte le strade, autostrade e autostrade della Catalogna, il suo spirito civile e pacifico ». 

A questa dichiarazione Pedro Sanchez ha ribattuto: «Il primo dovere di qualsiasi funzionario pubblico è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, nonché la sicurezza di qualsiasi spazio pubblico o privato contro comportamenti violenti. Il secondo è preservare la convivenza tra tutti i membri della società civile ed evitare la frattura della loro comunità. Il suo comportamento si è spostato nei giorni scorsi esattamente nel modo opposto».

La situazione è complicata e probabilmente a definirla saranno le elezioni del 10 novembre.

Foto di lecreusois da Pixabay 

Ideato cioccolato buono per i diabetici, è “made in Italy”

Lun, 10/21/2019 - 12:48

E’ “made in Italy” un nuovo tipo di cioccolato che può essere consumato anche da chi soffre di diabete perché non causa l’aumento della glicemia. Messo a punto da un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma, l’ingrediente segreto che rende il nuovo cioccolato adatto anche ai diabetici è l’oleouropeina, una sostanza contenuta nelle olive e nelle foglie dell’olivo, già nota per essere responsabile dell’effetto protettivo dell’olio extravergine sul metabolismo.

Il nuovo cioccolato è stato sperimentato su 25 pazienti con diabete di tipo 2 e su 20 soggetti sani utilizzati come gruppo di controllo che sono stati invitati a consumare 40 grammi di crema al cacao e nocciole normale oppure arricchita con il 4% di oleuropeina. Dallo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Clinical Nutrition, è emerso che mangiare 40 grammi di questo cioccolato non modifica in alcun modo la glicemia come accadrebbe con altri tipologie di cioccolato: in questo modo, spiegano i ricercatori, anche i diabetici potranno sfruttare le proprietà antiossidanti del cioccolato, che consumato in dosi moderate ha potenziali effetti protettivi sul sistema cardiovascolare.

Leggi anche: Niente sensi di colpa sul cioccolato, specie se è fondente

«I risultati – spiega Francesco Violi, professore ordinario di Medicina Interna dell’Università e presidente del Collegio dei Docenti Universitari di Medicina Interna (COLMED), che ha coordinato lo studio – mostrano che nei diabetici il consumo di cioccolato all’olio d’oliva riduce il picco glicemico che si ha due ore dopo l’ingestione del cioccolato normale: la glicemia media dopo il consumo di 40g di cioccolata è di 140 mg/dl, dopo aver mangiato quella arricchita con oleuropeina scende a 125 mg/dl».

Leggi anche: A Roma c’è la pasticceria per chi è a dieta

Imprenditoria italiana in crisi: i fuffa-coach non sono la soluzione

Lun, 10/21/2019 - 11:00

Lavoro da oltre 30 anni per i piccoli imprenditori che, ricordiamo, rappresentano l’80% del tessuto produttivo del nostro paese. Se dovessi individuare un parametro che evidenzi il livello della sua lenta evoluzione, sicuramente la massiccia partecipazione ai corsi-seminari motivazionali dei fuffa-guru rappresenta un indicatore molto significativo.

Ma là dove c’è un business di successo, c’è un’offerta che incontra una domanda. Semplice e banale. Pagano migliaia di euro poche ore di auto-esaltazione e poi considerano un costo (non un investimento) l’implementazione di fondamentali strumenti di gestione aziendale.

E quindi mi sono chiesto: perché i micro-piccoli imprenditori, con profondi gap in termini di competenze gestionali, accorrono poi in massa a quei momenti di esaltazione collettiva che insegnano ad aumentare l’autostima, a incanalare al meglio le proprie risorse ed energie interiori per ottenere il successo nella vita professionale e privata?

Provate a guardare qualche evento del genere cercando gli appositi link sul web.

Si tratta di veri e propri show dove più bravo sarà il protagonista sul palco, più forte sarà la musica, più vivaci e splendenti saranno i colori e più si esce da un corso del genere carico a pallettoni, a mille, pieno di energie e di bellissime sensazioni.

Non è una cosa strana. È perfettamente normale e sarebbe un problema il caso contrario!

Si tratta però sempre e comunque di spettacoli, dopo i quali vai a dormire come Rambo e l’effetto dura qualche giorno. Ma dopo… non ti resta nulla, hai solo ricevuto un po’ di temporaneo sollievo. Una vera e propria droga.

Dopodiché, quando finisce l’effetto elettrizzante, inizia la cosiddetta fase calante dopo la quale stai pure peggio di prima. Perché non ti ha lasciato nulla. Eppure in quel momento non ci pensavi, volevi solo star bene, volevi farti caricare.

Il successo di questi corsi si basa sulla efficienza della macchina organizzativa, su una imponente campagna di marketing e soprattutto sulla capacità e bravura dei fuffa-coach che hanno ben capito il meccanismo chimico e psicologico, assolutamente naturale, su cui agire.

A questo punto è chiaro perché questi corsi sono perfettamente inutili e anzi dannosi. Perché contribuiscono a distrarre ancor di più il piccolo imprenditore dalla analisi delle sue esigenze.

Ciò che manca, infatti, alla classe dei nostri piccoli imprenditori, che dovrebbero passare da un modello dinastico a un sistema manageriale, sono le competenze basiche di una gestione manageriale dell’impresa.

Introduzione di sistemi di controllo di gestione, implementazione di indagini di customer satisfaction, gestione della identità visiva, gestione delle risorse umane e attivazione di un modello di marketing tailor-made.

Senza questi modelli-strumenti, non bastano passeggiate sui carboni ardenti per scongiurare la crisi.

Ma perché poi il piccolo imprenditore si blocca nel momento in cui deve decidere di azionare il cambiamento e riorganizzare la propria azienda?

Perché hanno alcuni punti di vista, universali e sbagliati, rappresentati ormai da frasi divenute idiomatiche. Quali sono?

“Non è colpa mia”

Il più facile e anche il più diffuso idiotismo nelle aziende a conduzione familiare. La stragrande maggioranza dei piccoli imprenditori si incarta già a questo primissimo livello, affidando la responsabilità a degli ostacoli esterni, attribuibili ad altri componenti familiari della compagine aziendale 

“E se poi il controllo di gestione evidenzia miei limiti?”

Questo concetto ha a che fare con una cosa che ci inculcano fin da bambini: il terrore di sbagliare e di sentirsi un “fallito” perché non sei riuscito nell’intento. E quindi meglio evitare di controllarsi

“Lo faccio solo se i miei collaboratori mi seguono…”

Non c’è alcuna speranza di avere successo con una strategia del genere, si fallisce ancora prima di cominciare, perché il proprio impegno deve essere rivolto al 100% al cambiamento. Bisogna essere disposti in prima persona a pagare il prezzo in termini di tempo, denaro ed energia da metterci.

“Se la maggior parte non lo vuole fare, un motivo ci sarà…”

Ma il motivo non è quello che tutti pensano. E cioè che è “la cosa giusta o la più intelligente da fare”. Al contrario, raramente “tutti” fanno la cosa più intelligente. Il motivo per cui “(non) lo fanno tutti” è che la scelta più facile è non uscire dalla propria “zona di comfort”.

Ricordatevi che se la “massa” è pigra, il mercato è veloce.

Arte e chimica della schiuma del cappuccino

Lun, 10/21/2019 - 10:00

Se siete amanti del cappuccino al bar converrete che un buon cappuccio è fatto da due cose: un buon caffè e una buona schiuma. Soffermiamoci su quest’ultima: a volte è più cremosa, altre così schiumosa che si possono vedere grandi bolle al suo interno, altre volte dopo pochi secondi si scioglie.

Vi siete mai chiesti da cosa dipende? È l’abilità del barista? È la qualità del latte? È la “macchina” che lo produce? Abbiamo provato a chiederlo al professor Pellegrino Conte, docente ordinario di Chimica Agraria presso l’Università degli studi di Palermo e che ha dedicato un articolo molto specifico alla chimica del cappuccino, un tema che usa per aprire le prime lezioni e interessare gli studenti. Abbiamo scoperto che un fattore determinante è una cosa a cui non avevamo pensato: la temperatura.

Professor Conte, cosa rende la schiuma del cappuccino “buona”?

«Prima di tutto dobbiamo premettere che la cremosità della schiuma del cappuccino è una cosa abbastanza soggettiva in termini di gradevolezza. Io personalmente preferisco quando la schiuma è un po’ consistente, quasi solida. Quando sono in un bar dove posso scherzare con il barista gli spiego: ‘questo è il principio di Stokes-Einstein: se lo zucchero rimane sulla schiuma del cappuccino per un tempo indefinito il cappuccino è “buono”, se scende subito allora non mi piace’. Se la schiuma del cappuccino è in grado di ‘reggere’ lo zucchero vuol dire infatti che è abbastanza consistente».

Ma come si ottiene quindi una schiuma cremosa e consistente?

«Dal punto di vista chimico la schiuma è una emulsione, e la sua consistenza dipende da quanta aria si riesce a incorporare nel latte.
Da questo punto di vista non è diversa dalla maionese: quando facciamo la maionese mescoliamo uova, olio e altri ingredienti il più possibile, in modo da creare un’emulsione. Non solo ‘rompiamo’ le goccioline di olio in modo che siano sempre più piccole, ma cerchiamo anche di far entrare aria. Anche il gelato funziona così: ci piace quando è bello soffice, e questo si ottiene quando le bolle di aria incorporata nel gelato sono tante e molto piccole. Quando a volte lo riprendiamo dal freezer dopo averlo già aperto una volta, notiamo che è più duro: questo perché si è un po’ sciolto in precedenza e le microbollicine di aria se ne sono andate.
La stessa cosa vale quindi per la schiuma del cappuccino: è tanto più soffice quante più sono numerose e piccole le bollicine di aria che si riescono ad incorporare».

E concretamente come si fa a far entrare queste piccole bolle nel latte?

«Al bar il barista ha a disposizione nella macchina del caffè un getto di vapore da immettere nel latte. Quando il barista immette vapore nel latte, di fatto introduce del gas e quindi monta il latte con quel gas.
Il latte deve però essere freddo: perché dal punto di vista fisico-chimico, più freddo è un liquido, più è alta la quantità di gas che riesce a scogliere nel liquido.
Se viene usato latte caldo, o che non viene messo in frigorifero, il latte caldo scioglie meno gas rispetto allo stesso latte messo in frigorifero. Anche il bricco utilizzato deve essere freddo: basterebbe ad esempio metterlo nel frigorifero tra un cappuccino e l’altro.
A volte viene fatto, altre volte alcuni bar hanno una vaschetta di acqua fredda o ghiaccio dove appoggiare il bricco, altre volte non c’è il tempo di farlo: in questo caso il primo cliente avrà una schiuma consistente, gli altri sempre meno man mano che il latte si scalda.»

La qualità del latte c’entra qualcosa?

«Anche la qualità del latte è importante: per ottenere una schiuma consistente e quindi sciogliere per bene il gas nell’emulsione, è necessario avere un latte che contenga un buon numero di proteine del latte, e meno grassi. Questo perché i grassi del latte impediscono lo scioglimento del gas, mentre le proteine lo favoriscono, influendo soprattutto sulla permanenza delle bollicine di aria, e quindi sulla durata della schiuma. Non vuol dire che il latte intero non sia adatto, anzi: con il latte intero la schiuma viene bene e di buona consistenza, semplicemente si dissolve più velocemente. Il latte scremato fa una schiuma più duratura, ma può risultare meno soddisfacente al palato, anche se si tratta sempre di gusti. In più generalmente il cappuccino viene consumato abbastanza velocemente per cui anche la schiuma di latte intero non fa in tempo a dissolversi».

Quindi abbiamo detto: temperatura e tipo di latte influiscono sulla schiuma del cappuccino. Il gesto che fa il barista nel versare la schiuma nella tazza ha una qualche incidenza?

«Sì e no. Dipende anche dalle abitudini e in generale dalle zone in cui prendiamo il nostro caffè. Io sono campano, lavoro in Sicilia e vivo a Bassano del Grappa, quindi negli anni ho conosciuto quasi tutti i modi di fare il cappuccino in Italia… Nella mia esperienza solitamente al Nord viene versata solo la schiuma, mentre al Sud viene versata la parte liquida e poi la schiuma, che rende il cappuccino un po’ più simile al caffelatte come sapore, ma anche qui dipende dai gusti».

Una buona schiuma si può fare anche a casa?

«Sì, a casa si possono usare quei ‘cappuccinatori’ a freddo, per lo più formati da un pistone che salendo e scendendo fa entrare aria nel latte. Nei bar si usa l’aria ad alta pressione della macchinetta perché è più veloce e la pressione aiuta a creare le piccole bolle in emulsione».

La qualità del latte c’entra qualcosa?

«Anche la qualità del latte è importante: per ottenere una schiuma consistente e quindi sciogliere per bene il gas nell’emulsione, è necessario avere un latte che contenga un buon numero di proteine del latte, e meno grassi. Questo perché i grassi del latte impediscono lo scioglimento del gas, mentre le proteine lo favoriscono, influendo soprattutto sulla permanenza delle bollicine di aria, e quindi sulla durata della schiuma. Non vuol dire che il latte intero non sia adatto, anzi: con il latte intero la schiuma viene bene e di buona consistenza, semplicemente si dissolve più velocemente. Il latte scremato fa una schiuma più duratura, ma può risultare meno soddisfacente al palato, anche se si tratta sempre di gusti. In più generalmente il cappuccino viene consumato abbastanza velocemente per cui anche la schiuma di latte intero non fa in tempo a dissolversi».

Quindi abbiamo detto: temperatura e tipo di latte influiscono sulla schiuma del cappuccino. Il gesto che fa il barista nel versare la schiuma nella tazza ha una qualche incidenza?

«Sì e no. Dipende anche dalle abitudini e in generale dalle zone in cui prendiamo il nostro caffè. Io sono campano, lavoro in Sicilia e vivo a Bassano del Grappa, quindi negli anni ho conosciuto quasi tutti i modi di fare il cappuccino in Italia… Nella mia esperienza solitamente al Nord viene versata solo la schiuma, mentre al Sud viene versata la parte liquida e poi la schiuma, che rende il cappuccino un po’ più simile al caffelatte come sapore, ma anche qui dipende dai gusti».

Una buona schiuma si può fare anche a casa?

«Sì, a casa si possono usare quei ‘cappuccinatori’ a freddo, per lo più formati da un pistone che salendo e scendendo fa entrare aria nel latte. Nei bar si usa l’aria ad alta pressione della macchinetta perché è più veloce e la pressione aiuta a creare le piccole bolle in emulsione».

Immagine di copertina: Armando Tondo

Con un abbraccio ha fermato lo studente armato di fucile

Lun, 10/21/2019 - 09:00

I ragazzi fuggono dall’aula dopo che vi entra un loro compagno di classe, il 19enne Angel Granados-Diaz, che la mattina del 17 maggio scorso è arrivato a scuola imbracciando un fucile. Le immagini sono state divulgate solo due giorni fa e il video in poche ore è diventato virale: non per il fatto in sé ma per la straordinaria prontezza dell’insegnante di sport, Keanon Lowe, che lo ha dapprima disarmato e poi ne ha contenuto rabbia e disperazione con un lungo abbraccio.

C’è voluto qualche secondo perché la diffidenza e la paura del ragazzo si sciogliessero in quella stretta affettuosa e nelle parole di conforto che immaginiamo siano state sussurrate. Un gesto che per il 19enne forse è servito più di mille parole. E che hanno fatto di Keanon Lowe un eroe.

I giudici hanno stabilito successivamente che il giovane non aveva intenzione di commettere una strage e che aveva portato con sé il fucile perché intendeva suicidarsi: è stato condannato a tre anni in libertà vigilata per possesso di arma da fuoco in luogo pubblico durante i quali deve seguire un percorso terapeutico.

Le cifre delle stragi nelle scuole americane

Sono passati 20 dalla strage di Colombine, che scioccò l’America e il mondo intero: 15 studenti morti per mano di due coetanei armati di mitra.

L’anno scorso il Washington Post ha pubblicato un’inchiesta secondo la quale dal 1999 – anno della strage di Columbine, in Colorado – oltre 200 mila studenti hanno vissuto in prima persona una sparatoria nella loro scuola. Negli ultimi 20 anni ne sono avvenute più di 200 con più di 150 vittime, con un picco di 23 massacri nel 2018.

In realtà sembra che le varie statistiche americane sulle sparatorie nelle scuole differiscano le une dalle altre, a seconda dei criteri usati per definirle e di quelli usati per contare i feriti.  Secondo la ong Gun Violence Archive dal 2012 (anno della strage alla scuola elementare di Sandy Hook) sono state 273 le sparatorie in ambito scolastico, con 318 persone ferite e 121 uccise.

Video shock per sensibilizzare la popolazione alla riapertura dell’anno scolastico

Secondo la Sandy Hook Promise, un’organizzazione no profit fondata dai genitori delle vittime della sparatoria alla scuola elementare Sandy Hook ricordata sopra, la prevenzione passa anche attraverso sensibilizzazione e conoscenza; per questo motivo è stato realizzato il video “Back-To-School Essentials”, dove l’essenziale per il ritorno a scuola sembra essere ciò che serve a qualsiasi studente, salvo poi scoprirne l’utilizzo nel corso di una sparatoria.

Dal 19 settembre di quest’anno – quando il video è stato pubblicato su YouTube – è stato visto da 4 milioni e mezzo di utenti: un cifra importante, soprattutto se è vero quanto afferma il giornalista Giampiero Gramaglia, secondo il quale saranno i cittadini e le mobilitazioni che partono dal basso a spingere perché vengano presi quei provvedimenti legislativi sui controlli della vendita delle armi che sotto Obama non passarono per la contrarietà del congresso.

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Nel 2030 si perderanno 80 milioni di posti di lavoro a causa dello stress termico

Lun, 10/21/2019 - 07:00

Entro il 2030 lo stress termico (cioè una situazione di lavoro in condizioni climatiche dannose per la salute) causerà perdite di produttività a livello globale pari a 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, per un danno economico di 2.400 miliardi di dollari.

A lanciare l’allarme è l’ultimo rapporto di OIL, l’organismo internazionale voluto dalle Nazioni Unite responsabile dell’adozione e dell’attuazione delle norme internazionali del lavoro. Attraverso i suoi 158 Stati membri l’OIL si prefigge di tutelare e promuovere «il lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana per uomini e donne».

Sulla base delle previsioni climatiche più ottimiste (che danno un innalzamento di 1,5°C della temperatura globale entro la fine del 2000, altre parlano di +2°C) si stima che nel mondo, entro il 2030, andrà perso circa il 2,2% del totale delle ore di lavoro a causa di temperature più elevate.

Si tratta di un rapporto basato su dati climatici, fisiologici e occupazionali, che rispetto alla perdita di produttività attuali e future previste su scala nazionale, regionale e globale ha applicato stime a dir poco conservative, perché oltre a postulare un aumento stabile delle temperature, presuppongono che i lavori più colpiti dallo stress termico – quelli in ambito edile e agricolo – verranno svolti all’ombra. Un postulato che in Italia sembra piuttosto un auspicio, considerato che pochi, pochissimi operai, agricoli e non, godono di condizioni che li preservano dall’esposizione prolungata al sole e agli agenti esterni. Per prenderne coscienza basta farsi un giro in autostrada, nelle città e nelle campagne, da nord a sud, soprattutto d’estate.

Più stress termico per tutti ma distribuito in maniera ineguale. A subire maggiormente i danni dello stress termico sarà il settore dell’agricoltura, dove attualmente lavorano circa 940 milioni di persone in tutto il mondo. Nel 2030 è possibile che il 60% delle ore di lavoro nei campi andrà perso, soprattutto nelle zone più povere e fra le lavoratrici. Lo ha sottolineato Catherine Saget, Capo Unità del Dipartimento di Ricerca dell’OIL nonché principale autrice del rapporto:

«L’impatto dello stress termico sarà distribuito in modo ineguale in tutto il mondo. Si prevede che le regioni che perderanno il maggior numero di ore di lavoro saranno l’Asia meridionale e l’Africa occidentale, dove circa il 5 per cento delle ore lavorative andranno perse nel 2030, corrispondenti rispettivamente a circa 43 milioni e 9 milioni di posti di lavoro».

Sarà nelle zone rurali – soggette ai tassi di povertà lavorativa più elevati, occupazione particolarmente vulnerabile e legata all’agricoltura di sussistenza a manovalanza femminile – che i divari sociali ed economici potranno assumere dimensioni tali da aumentare i flussi migratori di lavoratori economici che abbandonano la terra per cercare prospettive migliori nelle città, dove, comunque, il settore edile subirà una diminuzione di circa il 19% delle ore di lavoro.

Altri settori particolarmente a rischio sono beni e servizi ambientali, raccolta rifiuti, emergenza, lavori di riparazione, trasporti, turismo, sport e alcuni segmenti del settore industriale. I problemi legati dallo stress termico richiedono misure tempestive da inserire in un programma di tutela che tenga conto a livello globale anche delle altre conseguenze legate al surriscaldamento globale: «Lo stress termico è una conseguenza seria dei cambiamenti climatici, che si aggiunge ad altri impatti negativi come il cambiamento dei modelli di pioggia, l’innalzamento del livello del mare e la perdita di biodiversità» ha aggiunto Catherine Saget, che ha ribadito l’impegno delle Nazioni Unite, che hanno posto il tema al centro della Agenda 2030.

Dopo la globalizzazione, il neoliberismo sfrenato e il riscaldamento globale, il problema dello stress termico potrebbe fornire ulteriori motivi per disuguaglianze sociali e flussi migratori. Come scongiurare le previsioni di qui a 10 anni se addirittura in Italia al sud i braccianti muoiono letteralmente di fatica senza che il caporale fornisca loro talvolta nemmeno l’acqua e al nord gli operai si infortunano perché le imprese non adottano misure di sicurezza?

Immagine di copertina: Armando Tondo

Afro-Napoli United, la seconda squadra di calcio di Napoli

Dom, 10/20/2019 - 11:41

Ndiaye Maissa Codou, senegalese, senza documenti fino a qualche mese fa, giunto in Italia su un barcone nel 2018, è diventato ufficialmente un calciatore della A.S. Roma, per ora nella squadra Primavera.
E’ il quinto giocatore, il primo in Serie A, accolto e cresciuto nel vivaio della Afro Napoli United, Associazione Sportiva Dilettantistica che promuove l’integrazione sociale dei migranti arrivati in Italia attraverso lo sport, il calcio.
Siamo andati a intervistarli.

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Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… io li conosco quelli come te”

Dom, 10/20/2019 - 10:00

Eppure, oggi si è particolarmente portati a ragionare per categorie e per stereotipi; atteggiamento che fa risparmiare tempo, “fatica” ma che impedisce anche di vedere il singolo; perdendosi la realtà e – spesso – rinunciando anche a molto in termini di umanità.

In alcuni casi il rischio non è così grave, in altri l’errore potrebbe andare ben oltre il luogo comune, rivelandosi più che fastidioso.

Vediamo una serie di generalizzazioni accompagnate – perché no? – da allegri assurdi logici:

“Gli uomini sono tutti uguali”

Ragazze, possiamo fare di meglio! Per fortuna non è così: altrimenti, nella nostra vita avremmo avuto un unico fidanzato, solo con fattezze diverse, ma da smemorate: ricominciando ogni volta e soffrendo il distacco altrettante volte. O altrettante meno una. 
(In effetti c’è chi lo fa, ma ci sono gli analisti per questo). 
In ogni caso, non sono tutti uguali i Puffi, figuriamoci gli uomini.
#IneccepibiliArgomentazioni

“Gli immigrati sono tutti criminali”

Gli immigrati – come categoria umana – non esistono. Non possono essere tutti qualcosa. Non assumiamo un determinato sistema di valori, una pericolosità sociale, una qualsiasi altra caratteristica in base ai km che facciamo o al numero di confini che varchiamo. 
Altrimenti, potremmo dire che gli agorafobici – che non escono di casa e sono “a km zero” – sono tutti Madre Teresa.
Sono altre le condizioni esistenziali che trasformano l’uomo in stato di necessità: la povertà, la violenza subita, la mancanza d’accoglienza. Cominciamo a generalizzare su questo, nell’ottica della comprensione e dell’aiuto. 
#BastaLuoghiComuniCheUccidonoLaGente

“Le donne senza figli sono donne a metà”

No: quelle con i figli sono le mamme, non le donne. Infatti esistono due parole differenti per esprimere i due concetti. Donne e mamme.
Come mai gli uomini senza figli non sono uomini a metà?
Siamo nel 2020, basta mascherare i vecchi ruoli sociali dentro pseudo teorie sulla natura di genere.
#PerL’UomoÈdiverso
#OraSìCheÈchiaro
#MaPiantatela

“I bambini sono tutti belli”, “i nonni sono tutti belli”, “le spose sono tutte belle”

No. I cuccioli sono teneri, ai nonni vogliamo bene, le spose sono raggianti. E con 4 ore di parrucchiere alle spalle e sei tonnellate di fondotinta vorrei pure vedere!
La bellezza è un’altra cosa, ma dovrebbe cominciare a contare un po’ meno di tutte le altre caratteristiche: la tenerezza, l’affetto, e la raggianza… raggeria… raggità… l’essere molto molto felici.
#MannaggiaAme
#ComunqueCiSiamoCapiti

“Gli Italiani sono gente di cuore”

Fino a che non ci libereremo delle generalizzazioni precedenti, non renderemo credibile questa. Che, forse, è la più importante.
Guardiamo le persone una a una. Perché sono – ognuna – un universo unico e meraviglioso.
#Solidarietà
#Umanità
#CuraPerL’altro
#Crediamoci
#Avveriamola

Bank of America taglia i fondi alle carceri private negli USA

Dom, 10/20/2019 - 07:00

Ha del clamoroso la notizia che Bank of America taglierà i fondi alle società di carcerazione privata degli Stati Uniti. Ad annunciarlo ai microfoni della CNN è stato un portavoce ufficiale: «Per via delle opacità giuridiche e politiche, che hanno creato preoccupazione tra i nostri dipendenti e azionisti, è nostra intenzione interrompere i rapporti».

Le carceri private in America sono nate negli Anni ’80 e sono tra i business più redditizi, anche a causa della stretta sulle politiche migratorie da parte del Presidente americano Donald Trump. Come spiegato in uno studio del Progressive Labor Party, i «contratti privati per il lavoro dei carcerati sono un incentivo per imprigionare sempre più gente» perché gli azionisti corporativi guadagnano grazie al lavoro dei carcerati e «fanno lobbying a favore di pene più lunghe, per espandere la loro mano d’opera. Così il sistema si autoalimenta».

Il caso del carcere privato di Clint (Texas) dove è emerso che 250 bambini erano ospitati in pessime condizioni (qui un servizio della BBC), ha inasprito il dibattito e spinto il senatore democratico candidato alle presidenziali del 2020 Bernie Sanders a intervenire: «Bisogna cancellare tutto ciò che Trump ha fatto per demonizzare e danneggiare gli immigrati».

Ufficialmente la svolta etica di Bank of America è frutto di un’indagine condotta dal comitato ESG (Enviroment Social Governance) incaricato di valutare la gestione di impresa della banca e il suo impatto in campo ambientale e sociale, ma è chiaro a tutti il segnale politico dietro la scelta. I dati diffusi nel 2018 dal Dipartimento della Giustizia e dall’International Center of Prison Studies parlano di 2,3 milioni di persone (quasi la metà sono afroamericani, nonostante rappresentino appena un settimo della popolazione). Un numero destinato a crescere per via dei migranti che finiscono in carcere perché resi ‘illegali’ dalle nuove leggi introdotte da Donald Trump. Illegali e redditizi: i due principali gruppi (quotati in borsa) responsabili della gestione carceraria, la Corrections Corporation of America (CCA) e The Geo Group nel 2016 ricevevano 70 dollari al giorno per ognuno dei 195mila detenuti ma ne spendevano 12 per la loro cura. Durante le elezioni presidenziali entrambi i gruppi hanno finanziato i candidati alla Casa Bianca, Donald Trump e Hillary Clinton. 

Foto di Barbara Rosner da Pixabay

Un massaggio ti cambia la vita!

Sab, 10/19/2019 - 13:00

Una delle migliori scoperte che ho fatto in vita mia è stata quella del massaggio.
Tu ti sdrai comodamente, una persona gentile inizia a manipolarti i muscoli, muoverti le articolazioni, accarezzare la pelle e le tue percezioni cambiano rapidamente. La sensazione del massaggio ti inonda e il tuo cervello inizia a lavorare in un altro modo, senti il mondo diversamente e il tuo umore cambia.

Magico!

Sogno un movimento politico dove durante i comizi gli spettatori si massaggiano le spalle formando un trenino, tutti seduti per terra su morbidi materassini.
Ma ancora pochi hanno colto appieno la potenzialità del massaggio come strumento di critica sociale, lotta economica, protesta, ribellione.
Eppure è evidente che il massaggio è potente nel far cambiare umore e tonificare il corpo.

Perché così tante persone rinunciano a questa esperienza?

Paura del corpo, paura delle emozioni, paura del contatto fisico, delle sensazioni…
Volendo esagerare potrei dire che esiste un rapporto tra il numero medio di massaggi ricevuti da un italiano e il livello di corruzione, di cultura e di felicità.
Reich diceva che la presa del potere nazista in Germania era un effetto collaterale della frigidità sessuale maschile… Quindi esiste un Indice Nazionale Orgasmico che ci permetterebbe di individuare le cause profonde del dissesto sociale e dei sommovimenti politici.
Parimenti potremmo parlare di un Indice dei Massaggi Ricevuti. Che poi è parecchio collegato all’Indice Orgasmico.
Non nel senso che dal massaggio si passi al sesso ma nel senso che più le persone ricevono e regalano massaggi più si sveglia la loro sensibilità emotiva e la loro capacità di abbandono. E quindi la probabilità di innamoramento con conseguente dialogo amoroso.
(Lo dico perché aver scritto tre libri sul sesso mi ha bollato a vita come maniaco sessuale…)

Un pediluvio per la pace

In effetti sono anni che ci impegniamo sul fronte del massaggio.
Una delle azioni di maggior successo è stata quella di andare alla Marcia della Pace Perugia-Assisi, in una ventina, a offrire pediluvi profumati e massaggi ai piedi stanchi dei marciatori.
Una forma di lotta che ha dato risultati difficili da valutare in termini numerici… Ma ci chiediamo: Quanto questa iniziativa ha interagito con la fine dell’Impero Berlusconi? In che misura ha evitato una guerra tra la Svizzera e l’Austria? E se ha contribuito ad evitare una guerra tra Svizzera e Austria potrebbe anche aver dissuaso gli alieni che volevano distruggere la Terra?
(Prego notare che le ultime frasi seguono pedissequamente lo schema illogico che permea parecchie trasmissioni televisive, Le ho scritte apposta perché non vorrei essere preso troppo sul serio, solo un po’…)
Detto questo penso che non desti stupore il fatto che abbiamo deciso di lanciare una campagna mondiale di massaggizzazione.

Un movimento mondiale?

Invitiamo tutti a scendere in piazza e inseguire le persone che tornano a casa con i sacchetti della spesa, invitandole a fermarsi e farsi massaggiare le stanche braccia.
Contemporaneamente noi potremmo sferrare un attacco strategico via web e via “esseri umani in carne ed ossa”. Il massaggio via web è leggermente restrittivo

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Foto di Mariolh da Pixabay 

Autolavaggio, soluzioni a confronto: qual è migliore per il Pianeta?

Sab, 10/19/2019 - 07:00

Sfatiamo subito un mito: lavare l’auto non è un’attività da patiti per l’estetica, è utile a mantenere il veicolo in condizioni ottimali. Negli ultimi anni però, con l’aumento della sensibilità per le questioni ambientali, ci si è interrogati su quale sia la maniera migliore per minimizzare l’impatto del lavaggio della propria auto.

Perché lavare l’auto

Ultimamente qualcuno ha evidenziato che si potrebbero evitare consumi inutili scegliendo, ad esempio, di non stirare i vestiti. Nel caso del lavaggio dell’auto non vale la stessa regola. Lavare il proprio veicolo serve ad evitare conseguenze negative legate all’esposizione o al deposito di materiali corrosivi o comunque dannosi. Lavare l’auto l’inverno, quando piove di più e potrebbe sembrare uno sforzo inutile, è utile a rimuovere sostanze come il sale antighiaccio sparso sull’asfalto, che è meglio non lasciare troppo a contatto con la vettura per via dell’effetto corrosivo a lungo andare. Insomma, se vogliamo che la nostra auto duri più a lungo dobbiamo ricordarci di lavarla, sebbene non in maniera ossessiva e per una pura questione estetica. E dobbiamo ricordare anche che troppi lavaggi possono fare altrettanto male alla nostra auto, soprattutto se le facciamo subire trattamenti con spazzole di gomma, spugne di ogni genere e detergenti chimici. Come sempre, la regola d’oro è la moderazione.

Autolavaggio e impatto ambientale

Appurato che lavare l’auto è utile, possiamo capire quale sia l’impatto ambientale di questa attività. Per chi non si sposta senza che la propria auto sia perfettamente pulita e luccicante, ridurre il numero di lavaggi inutili resta il passo avanti più incisivo.

Per lavare un’auto si consumano in media 150-200 litri d’acqua, 600 litri per lavare un camion. Purtroppo i dati disponibili risalgono al 2010 ma a cambiare è soltanto il numero di auto che circolano nel nostro Paese e che potrebbe essere utile a determinare lo spreco di acqua destinata al lavaggio di veicoli. A calcolare le stime è stato l’Osservatorio Autopromotec, che parla anche di una media di 3 lavaggi auto all’anno ed evidenzia il secondo aspetto che determina l’impatto ambientale: l’utilizzo di prodotti più o meno eco-friendly. Di solito si usano detergenti organici e siliconici, in media 100 grammi per lavare un’auto e 500 grammi per lavare un camion. Vanno aggiunte le cere e le sostanze schiumogene, in media 50 grammi per un’auto e 250 grammi per un camion. Tutto finisce nella rete fognaria, insieme all’acqua sprecata. Là dove non esistono depuratori, è chiaro che si riversa tutto nell’ambiente.

Illeciti e ambiente

C’è poi un’altra questione da considerare. Molti impianti spesso sono vecchi, soprattutto i classici fai-da-te aperti una decina di anni fa che non sono mai stati soggetti ad un restyling in chiave sostenibile. Ma c’è di peggio. Oltre agli autolavaggi aperti nel perfetto rispetto delle normative vigenti, ce ne sono altri che ogni giorno vengono scoperti, sanzionati, chiusi temporaneamente o per sempre perché abusivi o aperti senza le dovute autorizzazioni amministrative. L’abusività e il non rispetto delle regole si traducono spesso in danni ambientali, dovuti al mancato trattamento dei liquidi residui del lavaggio, che appunto finiscono dritti nelle reti fognarie o nel sottosuolo senza passare per sistemi appositi di filtraggio.

Autolavaggio o lavaggio in giardino?

Può sembrare strano, eppure l’autolavaggio è sicuramente la scelta migliore se vogliamo limitare l’impatto ambientale e lo spreco di acqua, in primis. Riportiamo alcuni calcoli utili presi dal New York Times, a riprova dell’interesse per la questione un po’ ovunque nel mondo.

Per lavare un’auto in giardino utilizzeremmo con molta probabilità la classica canna dell’acqua, immaginiamone una dal diametro standard e lunga una quindicina di metri, con una pressione dell’acqua tale da fornire circa 40 litri al minuto. In 10 minuti avremmo fatto fuori circa 400 litri di acqua. 10 minuti però non sono sufficienti a lavare l’intera vettura in maniera minuziosa.

Uno studio più aggiornato di quelli finora citati, quello dell’International Carwash Association, ci rivela che un autolavaggio self-service limita l’erogazione di acqua a circa 65 litri, mentre gli autolavaggi automatici la limitano a 150 circa in media. E quell’acqua spesso finisce in sistemi che la riciclano e la riutilizzano dopo un trattamento, il che aiuta anche i proprietari a ottimizzare i costi.

Ma l’autolavaggio permette soprattutto di evitare la dispersione di sostanze nocive nell’ambiente. Quando laviamo l’auto a casa tutto lo sporco, gli olii, le sostanze provenienti dal motore e quelle contenute nei detergenti – se non usiamo prodotti green – finiscono nelle fogne, proprio come in quegli autolavaggi abusivi. Al contrario, gli autolavaggi a norma, quando non possono più riutilizzare l’acqua, la deviano verso sistemi di trattamento, dove gli agenti inquinanti vengono filtrati prima di essere immessi nella rete fognaria.

Se proprio decidiamo di lavare l’auto a casa, quindi, meglio se usiamo un secchio al posto della canna dell’acqua e ci muniamo di detergenti privi di sostanze inquinanti.

Lavaggio a secco o a vapore

È possibile lavare la propria auto anche a secco o a vapore, due soluzioni molto gettonate negli ultimi anni. Il lavaggio a secco implica l’utilizzo di prodotti appositi che non necessitano di alcun risciacquo e che, appunto, vanno sotto il nome di “savewater”. Si asciugano in fretta, attirano lo sporco in superficie, lucidano mentre puliscono e sono biodegradabili, vale a dire che basta sciacquare poi i panni utilizzati. Inutile dire che il risparmio di acqua è il vantaggio principale, ma consideriamo anche che un lavaggio a secco può essere effettuato ovunque. Stesso discorso per il lavaggio a vapore: si risparmia acqua, non si utilizzano detergenti chimici e si effettua senza spostare necessariamente l’auto.

L’evoluzione dell’auto lavaggio: i washer a domicilio

Abbiamo parlato di impianti obsoleti e inquinanti, ma esiste un altro lato della medaglia. Anche il settore dell’autolavaggio si è evoluto, al punto che alcune aziende offrono un servizio di lavaggio a domicilio. Ormai ordiniamo tutto tramite app, perché non dovrebbe essere possibile ordinare la pulizia della propria auto? MisterLavaggio è una delle realtà che offrono questo servizio e, tra i vantaggi che elenca, oltre alla innegabile comodità, figurano proprio il rispetto per l’ambiente e il risparmio di acqua. L’acqua infatti non viene utilizzata affatto, non vengono prodotti residui durante il lavaggio e i prodotti utilizzati sono sostenibili. Il lavaggio si effettua a mano, grazie alla presenza di washer, professionisti che per svolgere il proprio lavoro seguono corsi di formazione e sono obbligati a rispettare standard aziendali. Per prenotare il lavaggio (a casa ma, ad esempio, anche quando l’auto è parcheggiata sotto l’ufficio) si scarica un’app, si decide la data e l’orario, si inseriscono alcuni dati sul tipo di vettura e il luogo del lavaggio. L’auto non sarà spostata, il pagamento avverrà direttamente tramite la stessa app.

Funziona in maniera simile anche il servizio di lavaggio e sanificazione a vapore della Ecoline Wash, che nel 2017 si è contraddistinta per aver coinvolto i Neet della Cooperativa Rinascere nella zona di Padova: dopo un periodo di formazione, alcuni giovani inoccupati sono stati inseriti attraverso tirocini e poi contratti stabili tra i lavoratori che svolgono il servizio di lavaggio a domicilio.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Brexit, il nuovo accordo è uno schiaffo all’ambiente

Ven, 10/18/2019 - 15:00

L’intesa raggiunta tra Boris Johnson e l’Ue non è solo un attacco alla stabilità politica ed economica dell’Europa, mentre si inizia a parlare di recessione. Non si tratta solo del rischio di rinfocolare la mai sopita lotta tra inglesi e irlandesi, con piccoli e grandi attentati che si sono susseguiti nel nord del Regno Unito dall’inizio dell’estate. L’accordo sulla Brexit – complesso e articolato come solo un’agonia durata due anni e mezzo poteva essere – è considerata oggi la peggiore minaccia ambientale nel vecchio continente.

Cosa prevede l’accordo

Le principali modifiche del nuovo accordo sulla Brexit derivano dal protocollo sull’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Il nodo della Brexit era legato al fatto che si volesse evitare un confine fisico tra Irlanda (Stato indipendente), l’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e il Regno Unito stesso. Questo anche per non riaccendere gli animi del conflitto che dagli anni 70 ai ’90 ha fatto 3mila morti nei due Paesi.

Così, l’accordo firmato ieri si sostanzia in quattro parti. La prima prevede che le norme Ue si applicheranno a tutti i beni in Irlanda del nord, il che implica controlli al confine. La seconda stabilisce che l’Irlanda del nord rimarrà all’interno del territorio doganale del Regno Unito, ma resterà in qualche modo anche nel mercato unico attraverso un procedimento molto complicato (in sintesi: le autorità del Regno Unito applicheranno le loro tariffe a beni provenienti da paesi terzi purché i beni in ingresso in Irlanda del nord non siano a rischio di ingresso nel mercato unico. Nel caso contrario, si applicheranno le tariffe Ue). La terza riguarda l’Iva: in Irlanda del Nord si applicherà quella europea, spesso dunque diversa da quella del Regno Unito, ma solo sui beni materiali e non sui servizi. La quarta riguarda il meccanismo del consenso: quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo, l’assemblea dell’Irlanda del nord deciderà con maggioranza semplice se confermare l’accordo.

I timori dei ricercatori

Un quinto punto molto importante è stato quello sul “level playing field”, e cioè il Regno Unito si è impegnato ad allineare gli standard su ambiente e diritti dei lavoratori anche a dopo la Brexit, evitando così una concorrenza sleale nei confronti dell’Europa. “Ma la paura per l’ambiente – e dunque l’economia, e la salute – resta la principale paura riguardante Brexit” scrive Brendan Moore del Tyndall Centre for Climate Change Research sul Brexit&Environment Network, sito creato da un gruppo di ricercatori delle più prestigiose università britanniche per tentare di alzare la voce su questo punto: il danno incalcolabile che Brexit causerà all’ambiente. Rispetto all’accordo di Theresa May, che conteneva diversi punti di garanzia rispetto a inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’accordo di ieri firmato da Boris Johnson le ha cancellate tutte.

Cancellate le norme di salvaguardia

Nel nuovo accordo, la Gran Bretagna non è inclusa nelle regole dell’unione doganale e quindi le disposizioni intese a garantire l’allineamento della protezione ambientale in quello scenario sono state rimosse. In parallelo con la volontà di trovare nuovi interlocutori economici – gli Usa – il regno di Johnson sarà più probabilmente allineato al modo di vedere la questione ambientale in stile Trump, piuttosto che in stile Parigi.

Il nuovo accordo rimuove addirittura i requisiti relativi all’organismo di controllo del Regno Unito (Office for Environmental Protection), ed elimina la supervisione del comitato misto su questioni politiche quali gli standard di qualità dell’aria.

“Nella dichiarazione politica (leggi formalmente), restano i pur ampi impegni a parità di condizioni nelle norme ambientali. Tuttavia – spiega Moore – qui è importante fare riferimento alla lettera di Johnson al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk del 19 agosto, in cui affermava:

Sebbene continuiamo a impegnarci per standard ambientali, di prodotto e di lavoro di livello mondiale, le leggi e i regolamenti per garantirli divergeranno potenzialmente da quelli dell’UE. Questo è il punto della nostra uscita e la nostra capacità di consentire ciò è fondamentale per la nostra futura democrazia.

Peggio di prima

In base a questo accordo, i rischi per l’ambiente sono ridotti rispetto a una Brexit senza accordo, ma sono maggiori rispetto all’accordo saltato a maggio.

“Questo accordo allenta i vincoli del diritto ambientale dell’UE che il Regno Unito era tenuto a rispettare. Inoltre, la creazione di un confine di fatto regolamentato tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna ha importanti implicazioni per la governance ambientale”, che sarà di fatto più ardua da far rispettare. Ad oggi, resta a consolazione di un accordo suicida solo la resistenza britannica, pur molto diffusa, e condita dal celebre senso per l’ironia.

Dazi Usa: cosa sono e perché ci colpiscono?

Ven, 10/18/2019 - 13:40

Continuano le notizie e le proteste per l’inasprimento dei dazi che l’amministrazione Trump ha deciso di istituire nei confronti di diversi prodotti europei. Ma di cosa si tratta in concreto?

Ricostruiamo la vicenda con l’aiuto dell’Avvocato Dario Dongo, esperto di Diritto Alimentare Internazionale, fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare – che offrono informazione indipendente su politiche e regole nella filiera alimentare – oltreché dell’associazione Egalitè (https://www.egalite.org)

Avvocato Dongo, partiamo dall’inizio: cosa sono i dazi e da quanto tempo esistono?

«I dazi doganali sono imposte sulle importazioni di beni in arrivo da altri Paesi. Sono strumenti di politica economica, tecnicamente definiti barriere tariffarie, volti a proteggere le filiere produttive locali rispetto alla concorrenza estera. L’applicazione di tributi sulle merci in ingresso rappresenta anche una fonte di entrate fiscali per il Paese importatore.

 Gli import duties, i dazi all’importazione, sono solitamente applicati sulla quasi totalità delle merci importate da ogni Paese, compresi gli Stati Uniti. Non si applicano in aree doganali comuni, come il mercato interno europeo, e in alcune aree duty-free.  Altri tipi di concessioni o riduzioni particolari si applicano anche in base ad accordi di libero scambio, come il recente trattato tra UE e Giappone (JEFTA).

Ai dazi sulle importazioni – che appunto variano da Paese a Paese, anche in relazione alle diverse categorie di prodotti – si aggiungono poi alcune imposte sui consumi. Come l’imposta sul valore aggiunto (IVA, in Italia) e le “sugar tax” applicate in alcuni Paesi su bevande gassate e zuccherate e/o su alimenti ultraprocessati che contengano zucchero. E le imposte sulla produzione e importazione di categorie particolari di prodotti, come le accise su bevande alcoliche e tabacchi. 

In pratica, quasi tutti i Paesi fuori dall’Unione Europea impongono dazi nei confronti dei prodotti europei, e viceversa. E anche nei casi di accordi in vista di un miglioramento del libero scambio i dazi non vengono del tutto eliminati. Si tende piuttosto alla loro progressiva riduzione, cercando una reciprocità».

Che differenza c’è quindi ora con i nuovi dazi proposti da Trump?

«L’amministrazione Trump ha ricevuto il via libera dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO) a riscuotere dazi supplementari, sulle merci importate dall’Unione Europea, fino all’ammontare di 7,5 miliardi di dollari. A titolo di ritorsione nei confronti dell’Europa, colpevole di avere concesso finanziamenti illeciti al Consorzio Airbus. Una corporation partecipata da Francia e Germania, Spagna e Inghilterra, la quale ha appunto ricevuto dall’Europa aiuti di Stato non compatibili con le regole concordate presso il WTO».

Ma come si è arrivati a mettere il dazio sul formaggio per una contesa sugli aerei?

«Tutto comincia nel 2004, quando gli Stati Uniti denunciano all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) i finanziamenti erogati dalla Commissione Europea al gruppo Airbus. Finanziamenti pubblici cospicui che hanno alterato le condizioni di concorrenza internazionale nel settore aerospaziale, a discapito del gruppo Boeing (USA). Il quale poi a sua volta, sempre nel 2004, ha ricevuto aiuti di Stato da parte degli USA. I quali a loro volta sono stati contestati dall’Unione Europea presso il WTO e per cui si attende una decisione. 

Pochi giorni fa, il 2 ottobre 2019, dopo 15 anni, il WTO ha riconosciuto l’illegittimità degli aiuti europei a favore di Airbus. Riconoscendo il diritto degli USA di applicare dazi supplementari sulle importazioni di merci dall’Europa, per compensare i torti subiti».

Da esperto di diritto alimentare internazionale può dirci se sia legittimo tutto ciò? Perché viene punito l’agroalimentare che è tutt’altro settore?

«Dal punto di vista delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio è una procedura legittima. Vi sono diversi precedenti, tra i quali si ricordano i contenziosi ventennali attivati dagli USA contro l’UE per denunciare le nostre regole in tema di OGM e divieto d’impiego degli ormoni di sintesi nella zootecnia bovina. Anche in quei casi l’Europa ebbe la peggio e i dazi ritorsivi vennero applicati anche nei confronti dell’Italia.

In questo caso l’industria agroalimentare non è la sola colpita, perché i dazi supplementari verranno applicati anche ad altri prodotti, come i prodotti tessili e di abbigliamento che provengano dal regno Unito e alcuni veicoli. L’agroalimentare rimane un target favorito perché è una delle prime voci per le esportazioni europee, con selezioni diverse da paese a paese: da noi sono colpiti i formaggi, in Francia i vini».

Ma secondo lei gli italiani fanno bene ad indignarsi?

«L’Italia subisce una doppia ingiustizia, in questo caso, da parte dell’Europa. La Commissione europea ha utilizzato fondi europei – quindi anche italiani – per il finanziamento illegale di un’impresa, Airbus, partecipata da Francia e Germania, Inghilterra e Spagna. Un consorzio nel quali gli italiani non sono presenti. Nonostante questo siamo soggetti anche noi alle ritorsioni americane. L’Italia dovrebbe chiedere un risarcimento all’Unione Europea per questo».

Cosa potrà accadere alle nostre esportazioni?

«È difficile calcolare l’esito di queste misure», spiega l’Avvocato Dario Dongo. «L’incremento dei dazi del 25% interviene sul valore delle merci nella fase di importazione. È possibile che gli operatori coinvolti nella filiera decidano di rinunciare a parte delle loro marginalità per mitigare l’impatto sul prezzo finale dei prodotti».

Oltre al danno diretto con l’aumento dei costi si aggiunge il danno indiretto della potenziale perdita di quote mercato dei nostri prodotti in favore di produzioni locali. Il Parmigiano Reggiano DOP rischia di perdere spazio a scaffale rispetto al Parmesan, sua volgare imitazione realizzata con ingredienti, additivi e processi di lavorazione per noi inconcepibili. Vi si trova addirittura la cellulosa, che in Italia si usa per produrre la carta!»

Avvocato Dongo, nella sua esperienza cosa consiglia, cosa si può fare per difendere le nostre produzioni?

«Oltre a chiedere il conto alla Commissione europea bisogna investire su efficaci campagne di informazione in tutti i mercati dove esportiamo, USA inclusi. È utile anche avvalersi di moderne tecnologie come la Blockchain pubblica per la valutazione della qualità dei prodotti, per mettere in evidenza il vero valore dei prodotti alimentari autentici, di tradizione millenaria, poco trasformati e realizzati con ingredienti di qualità.  

Può essere un’occasione per la nostra filiera produttiva per integrarsi ulteriormente sui territori, ad esempio a partire dalla fase di produzione delle materie prime per mangimi, chiudendo la filiera in Italia ed evitando per esempio di fornirsi di soia proveniente dall’estero e specialmente dal Sud America dove sono permesse coltivazioni non sostenibili, spesso anche Ogm».

Lei e la sua associazione Egalitè avete un appello in questo senso

«Noi vorremmo che si escludesse dal nostro mercato e dalla filiera produttiva quelle merci – come soia OGM, olio di palma e carni americane – che derivano da filiere sanguinarie e incendiarie, per le quali si disbosca e non si presta attenzione fino in fondo alla salute dei consumatori. Ed è perciò che riaffermiamo la nostra campagna #Buycott, invitando tutti a sottoscrivere la nostra petizione su https://www.egalite.org/buycott-petizione/».

Immagine di Gage Skidmore