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Il Regno Unito vieta camini e stufe a carbone o legna umida

People For Planet - 3 ore 7 min fa

Dal prossimo anno la legna umida e il carbone saranno fuori legge nel Regno Unito. Caminetti e barbecue saranno ancora concessi, ma solo con le alternative combustibili meno inquinanti. Il governo britannico ha dichiarato che la vendita dei combustibili più inquinanti – da sempre tipicamente bruciati nelle stufe domestiche e nei fuochi aperti – verrà gradualmente ritirata, a partire dal 2021.

Un piano per l’aria

La decisione fa parte di una serie di sforzi messi in atto dalla Gran Bretagna – mediamente indietro su questo fronte rispetto ad altri Paesi europei – per contrastare il particolato sottile (PM10 e PM2.5) che può penetrare in profondità nei polmoni e nel sangue e causare gravi problemi di salute, a partire dal tumore al polmone: tra le prime cause di morte in tutti i Paesi sviluppati.

Camini e stufe: un alto rischio

“Le stufe a legna umida e a carbone sono ormai notoriamente la più grande fonte unica di PM2.5, contribuendo tre volte tanto all’inquinamento rispetto al trasporto stradale”, ha fatto sapere il Dipartimento per l’ambiente, l’alimentazione e gli affari rurali (Defra) anglossassone, nel spiegare la scelta alla popolazione. Campagne per ridurre l’impatto di questa fonte di inquinamento stanno dando risultati, anche se lentamente, un po’ in tutto il mondo. Ma ancora non da noi, sebbene almeno se ne stia iniziando a parlare.

La vendita di legno e carbone domestico in Uk sarà gradualmente eliminata nel periodo che va dal 2021 al 2023, per dare ai proprietari di casa e ai fornitori il tempo di passare ad alternative più pulite come il normale riscaldamento domestico a gas o elettrico, che produce meno fumo e inquinamento e sono più economici e più efficienti da bruciare. Oppure se legna deve essere, che sia almeno legna da ardere secca. Soluzione peggiore di tutte, come già abbiamo avuto modo di spiegare, quelle delle stufe a bioetanolo, un grave azzardo alla salute.

Il segretario all’ambiente britannico, George Eustice, ha specificato: “Gli accoglienti caminetti e stufe a legna a cui siamo abituati sono in molte case in tutto il paese, ma con determinati combustibili sono la più grande fonte d’inquinante per le persone del Regno Unito”.  L’obiettivo – ha poi specificato – è dimezzare i danni alla salute umana da inquinamento atmosferico entro il 2030.

Un danno diretto, dentro casa

Importante infatti notare che accendere stufe e camini non significa solo inquinare l’aria fuori casa, ma anche direttamente l’aria domestica, concentrando piccole quantità che – specie d’inverno, a finestre chiuse – finiscono per concentrarsi proprio dove passiamo gran parte del giorno e della notte. Il riscaldamento attraverso i termosifoni o a pompa di calore rappresentano a oggi la strategia migliore per noi e per gli altri, permettendoci anche di risparmiare se si rispettano alcune facili regole.

I 10 migliori film sul Vietnam

People For Planet - 6 ore 6 min fa

Il conflitto che vide il gigante americano aggredire sul terreno militare e ideologico il Vietnam – che aveva una capacità di resistenza grazie alle precedenti guerre con Giappone e Francia – nel corso del secondo Novecento divenne un terreno di lotta globale, anche considerato che avveniva nel bel mezzo del Sessantotto.

La guerra abbe un fronte interno in America con milioni di persone che si opposero alle decisioni dei governi che non potevano consentire la presenza di un stato comunista nello scacchiere asiatico. In tutto il mondo globale progressista i vietnamiti erano considerati i nuovi pellerossa da sostenere. I conservatori invece mitizzarono i berretti verdi impegnati in operazioni militari in un territorio ostile e con un Paese diviso in due e schierato in fronti opposti. Migliaia di morti americani e reduci devastati nella mente per esperienze al limite dell’umano. Gli americani furono sconfitti abbandonando il Vietnam. Fu un trauma per tutta l’America. Chi tornò dal fronte era avversato da tutti. Poco dopo nacque una consapevolezza su molte efferatezze compiute anche dagli eroici Vietcong e ancor di più del terribile genocidio perpetrato dai Khmer rossi in Cambogia. Se gli americani erano responsabili di devastazioni con napalm e bombardamenti a tappeto dall’altra parte i rossi non erano esenti da colpe. Elementi storici che hanno dato materia viva per molti film  dedicati al Vietnam. Alcuni sono capolavori assoluti. Ho scelto i miei migliori dieci. 

APOCALYPSE NOW di Francis Ford Coppola, 1979

Un film che resta nel tempo e non tramonta mai. “Non è un film sulla guerra nel Vietnam – ha detto il regista Coppola – è il Vietnam”. Film con gestazione e lavorazione epica durata tre anni. Un tifone e morti durante le riprese nelle Filippine. Un documentario a futura memoria sul dietro le quinte. Ambientazioni perfette e recitazioni impeccabili. Durava 153 di minuti la prima versione originale massacrata dalle prime recensioni e portata incompleta a Cannes dove a sorpresa trionfa vincendo la Palma d’oro e salvando una produzione titanica e un montaggio durato anni. Sarà consenso di critica e di pubblico universale con sequenze memorabili e dialoghi celebri entrati nell’immaginario collettivo e una colonna sonora capace di mettere nella stessa compilation “La cavalcata delle Valchirie” di Wagner e “The end” dei Doors.
Nel 2001 Coppola tornerà a Cannes per presentare la versione Redux di ben 202 minuti che viene distribuita di nuovo nelle sale per poter far ammirare gli episodi che erano stati tagliati nella travagliata vicenda produttiva di un film monumento. A distanza di anni e per il quarantennale Coppola sentenziò che quella di Redux era una durata troppo lunga ed elaborò la versione definitiva del film: 183 minuti di “Final Cut” che dovrebbe dare un assetto definitivo al film summa sul Vietnam, metafora dell’esistenza umana e della follia della guerra desunto dalla letteratura di Conrad rielaborata da John Milius.  Il suono di Walter Murch e le immagini di Vittorio Storaro – premiati all’epoca con l’Oscar – sono stati rimasterizzati e digitalizzati in 4 K ricavati dal negativo originale, con il lavoro di un maestro del cinema che rielabora sempre ossessionato dalla perfezione. Indimenticabili  il viaggio sul fiume, i deliri psichedelici,  l’odore del napalm a fianco del surf affidati a un cast stellare che declina Marlon Brando, Martin Sheene, Robert Duvall, Denis Hopper, Harrison Ford, quest’ultimo nella parte del colonnello Lucas (dichiarato omaggio all’omonimo regista che si occupò della sceneggiatura e che doveva essere l’autore del film).
Ha scritto il poeta Davide Rondoni nella sua bellissima ode L’angelo delle ombre. Visione di Marlo Brando in Apocalypse Now di F.F Coppola: “Era Vietnam o casa / nostra dove padre e madre si rubavano l’ombra / della bocca, era in qualunque luogo ci tocca / vedere Marlo Brando a sedere / che sgranocchiava qualcosa come noi / nelle sere ai tavolini sparsi dei bar, e lui, diceva che conosceva l’orrore e diceva d’esserne-amico.”

FULL METAL JACKET di Stanley Kubrick, 1987

Il Vietnam ricostruito in studio e in Gran Bretagna, raccontato da un maestro del cinema che aveva paura di prendere l’aereo. La parte bellica è preceduta dall’addestramento delle reclute con la personale tragedia e caduta all’inferno di una recluta apostrofata come “Palla di lardo” per un attore che ingrassò di 35 chili per poter avere il ruolo. Il contraltare è il sergente istruttore Hartman, non sbatte mai le palpebre, ex marine che conosceva molto bene quel ruolo e che impegnò non poco il doppiatore italiano per il recitare scandito da comandi, insulti e bestemmie.  Pochi sanno che aveva partecipato alla scena degli elicotteri in “Apocalypse Now”. Dapprima incaricato da Kubrick come consulente militare, fu scritturato come interprete per le sue notevoli capacità oratorie.
Tratto dal romanzo di Gustav Hashford, che era stato in Vietnam, è il primo film di Kubrick che affronta la contemporaneità e secondo Morandini “andando al di là del Vietnam per prendere a bersaglio l’atrocità del secolo, il tempo sporco della Storia”. 
La prima parte vede diciotto giovani reclute trasformarsi in macchine di guerra. Nella seconda il protagonista Joker (ma guarda un po’) parte come corrispondente di un giornale di guerra e finisce nell’offensiva del Tet del 1968, con riprese effettuate nel Sussex, nella centrale del gas in demolizione del quartiere di Beckton, a Londra e tra le palme importate dalla Spagna. I vietnamiti non si vedono mai. 
Celebre il dialogo del protagonista che mette a confronto la scritta sul suo casco “nato per uccidere” e il simbolo dei pacifisti a dimostrare l’impossibilità dell’umanità in certi contesti.
Riuscitissimo il finale con i soldati che cantano la canzone di Topolino, eterno tentativo di consolarsi con la gioia dell’infanzia per poter preservare la loro umanità devastata dalla guerra.
Secondo Carlo Affatigato Full Metal Jacket “si dissocia dall’idea hollywoodiana di film bellico e diventa più una analisi sull’individuo e sul rapporto che si instaura tra realtà ed essere umano, di fronte alle esperienze estreme raccontate nel contesto della guerra”.

IL CACCIATORE di Michael Cimino, 1978

L’8 dicembre del 1978 usciva nelle sale americane un capolavoro assoluto della storia del cinema firmato da Micheal Cimino. Tre amici operai alle prese con la tragedia del Vietnam. In Italia esce l’anno successivo e molto pubblico di sinistra s’indignò per la rappresentazione feroce dei Vietcong nelle torture ai prigionieri americani. Ma era quasi tutto vero. Inventata solo la roulette russa che diventa intreccio sostanziale con la celebre sequenza che vede Robert De Niro tornare a Saigon e mettersi al tavolo per sfidare e salvare il suo amico e commilitone.
Dramma intimo e crepuscolare che si svolge in tre atti assumendo movenze indimenticabili. La scena del ballo fu provata per cinque giorni e i due attori che cadono sfiniti lo sono veramente, veri gli schiaffi dei vietnamiti durante la roulette russa. Cast memorabile. Primo grande successo di Meryl Streep. Per De Niro “la mia esperienza più difficile sul piano fisico e psicologico”. A John Cazale, al tempo compagno di Meryl Streep, e uno degli amici protagonisti del film, fu diagnosticato un tumore. La produzione lo licenziò in quanto non si sapeva se ce l’avrebbe fatta. Tutto il cast si rivoltò, Robert De Niro pagò di tasca sua l’assicurazione dell’amico John, che completò le riprese, ma non vide mai la prima del film.
Tante le scene memorabili.  Tra queste la caccia al cervo e il funerale di Nick che si conclude con tutti i protagonisti che cantano Good Bless America “Dove la commozione del lutto si trasfigura nel bisogno di speranza, perfetta e commovente rappresentazione del vitalismo assolutamente non ideologico di una nazione e di una cultura”.
In Italia fu proiettata la versione di 150’. Oggi è facilmente reperibile quella completa di 180’ in tecnologia 4 k. 

PLATOON di Oliver Stone, 1986

Oliver Stone era stato volontario in Vietnam tra il 1968 e il 1969. Aveva molto visto e vissuto quella tragica esperienza per raccontarla in un film da lui scritto e diretto. Infatti, il protagonista del film, Chris Taylor, è partito volontario “perché non trovavo giusto che a combattere fossero solo i poveri o gli uomini di colore”. Secondo Stefano Reggiani: “Forse la novità più rilevante di Platoon è l’accoglienza ricevuta in patria. E stato probabilmente come un deflusso liberatore, la guerra-guerra, il Vietnam finalmente visto da chi c’è stato, la consapevolezza che una generazione di ragazzi non poteva non dannarsi, non corrompersi, non odiarsi in quella giungla dello smarrimento senza giustificazione”. Le atrocità americane sono descritte con cruda realtà, l’uso delle droghe come antidoto alla quotidianità dell’orrore mostrano un cuore di tenebra collettivo e generazionale. Alla guerra contro i Vietcong si sovrappone il conflitto interno che spacca in due il plotone: da una parte il tenente Barnes , veterano sopravvissuto a numerose ferite con l’attitudine del killer più spietato, dall’altra il tenente Elias, che comincia a nutrire seri dubbi sul vero senso della guerra e usa la marijuana per sfuggire alla realtà.
Chris, spinto dal precipitare degli eventi, dovrà decidere da quale parte schierarsi e scegliere l’eredità del “padre buono” o di quello “cattivo”. Rivelazione per William Dafoe. Quattro Oscar: (miglior film, regia, montaggio e suono); bella la colonna sonora d’epoca. 

BIRDY LE ALI DELLA LIBERTÀ di Alan Parker, 1984

Il tema è di quelli che sono tornati a casa ma il Vietnam non possono dimenticarlo. Birdy è un giovane reduce del Vietnam rinchiuso in una clinica psichiatrica a causa di un grave trauma cerebrale. Un suo amico d’infanzia, anch’egli sopravvissuto alla guerra, fa di tutto per salvarlo. Tratto da un romanzo che però racconta i reduci della Seconda guerra mondiale. Il protagonista, senza nome, ha sempre voluto volare ed è attratto dagli uccelli: evidente metafora di libertà. L’epoca giovanile in un quartiere povero di Filadelfia ne fa anche un film sull’amicizia che si poggia su due grandi interpreti e contribuì a lanciare come star Nicholas Cage. Quell’amicizia e libertà che la guerra aveva mandato in crisi negli Stati Uniti. Vi si coglie, rivedendolo, la stessa sensibilità poetica della prima visione. Musiche di Peter Gabriel. Premio speciale della Giuria a Cannes

TORNANDO A CASA di Al Ashby, 1978

La moglie di un marine in Vietnam, Sally Hyde, decide di fare volontariato in un ospedale per veterani e si occupa di Luke Martin, un uomo sulla sedia a rotelle. Tra i due si sviluppa un’amicizia che si trasforma ben presto in una storia d’amore. Il progressismo liberal che affronta i reduci con i buoni sentimenti e i due attori protagonisti, Jane Fonda, attivista militante contro la guerra, e John Voight prendono l’Oscar assieme a quello della migliore sceneggiatura originale. Palma d’oro anche a Cannes da un film non amato dalla critica ma ben accolto dal pubblico. L’idea originaria è di Jane Fonda. Il reduce paralitico aveva protestato contro la guerra ed è pedinato dal Fbi che aggiunge non poco pepe alla storia. Anche il marito torna a casa ma è depresso e devastato dal prima e dal dopo. Film orientato sulla sensibilità femminile assente nei maggiori film sul Vietnam. Restano impresse le scene dei mutilati e quella di sesso tra Sally e Luke. 

RAMBO di Ted Kotcheff, 1982

Il reduce torna a casa e tutti lo maltrattano. John Rambo è un antieroe springsteiniano che nel cuore della provincia americana si ribella e con una forza bruta e spettacolare sfida tutti come fossero i Vietcong nella giungla, tenendo in scacco Fbi e Guardia Nazionale. Dovrà arrivare il suo ex comandante in Vietnam per convincerlo ad arrendersi con l’onore di tutte le armi. Piacque molto alla destra repubblicana e i loro alleati nel mondo per la centralità che assume l’ex eroe in divisa che ha combattuto al servizio degli Usa. Ma fu amato anche dalla sinistra liberal perché Rambo è lo sconfitto che si ribella all’ordine costituito e che critica in modo diretto il Potere. Resta sicuramente un grande film spettacolare che non perde impatto emozionale e che ha dato vita a una lunga serie di sequel, con Stallone assoluto protagonista, che si sviluppa in un arco di tempo di 37 anni, dal 1982 al 2019. Nessuno degno del capostipite.

URLA DAL SILENZIO di  Roland Joffe, 1984

Vincitore di tre Oscar. Sidney Schanberg, giornalista del “New York Times”, viene mandato nel 1972 in Cambogia, per seguire la guerra tra i Kmer rossi e il governo di Lan Nol e là si avvale del dottor Dith Pran (un laureato in chirurgia) come guida ed interprete. Una storia vera eroica e commovente realizzata dallo storico produttore dei film di Woody Allen. La barbarie della guerra e dei campi di rieducazione attorno all’amicizia professionale. Il film che ha meglio raccontato l’epica dura dei grandi inviati di guerra. Ma anche il più duro attacco critico alla convenzione politica di Pol Pot tesa all’annientamento di intere generazioni e che poggia sulla rigenerazione ideologica degli adolescenti. Film bello e devastante. 

BULLET IN THE HEAD di John Woo, 1990

Il Vietnam raccontato con occhio asiatico in una produzione di Honk Kong e firmato da un regista cinese molto bravo nei film d’azione. Tre giovani amici scappano da Hong Kong a Saigon, dove cercano di sopravvivere tra criminalità e mercato nero. Ma la guerra li coinvolge e vengono arrestati perché sospettati di aiutare i Vietcong; dopo essere stati rilasciati vengono rapiti dai Vietcong stessi. Il film racconta della guerra e di un gruppo di amici che cercano di viverci dentro e la conseguente perdita d’innocenza come in quelli occidentali. Molte le sequenze violente che impressionano lo spettatore. Secondo Morandini: “La sostanza sta in un commovente e pessimista melodramma sull’amicizia e la morte come presa di coscienza della tragicità dell’esistenza”: 

GOOD MORNING VIETNAM di Barry Levinson, 1988  

La commedia per raccontare la guerra sporca. Ispirato alla storia del presentatore radiofonico Adrian Cronauer (un ottimo Robin Williams vince il Golden Globe) che viene inviato in Vietnam allo scopo di trasmettere allegria nella vita dei soldati coinvolti nella guerra. L’uomo riesce nell’intento ma è in grado anche di irritare il sergente Dickerson a causa del proprio punto di vista sul conflitto. Immediatamente il programma viene censurato per le critiche a Nixon. Il film è nato dalla bontà dell’attore protagonista che ha spesso  improvvisato i suoi straordinari “pezzi” radiofonici superando l’estro di Cronauer. Degno epigono di “Mash” mescola il dramma della guerra con la riuscita satira comica che mette alla berlina l’ottusità della censura e della guerra. 

In cover: La Città imperiale di Huế, antica capitale imperiale del Vietnam.
Foto by CEphoto, Uwe Aranas

Dimagrire facile: contro il sovrappeso cena leggera e colazione abbondante

People For Planet - 6 ore 15 min fa

Per fermare l’ago della bilancia che sale il segreto potrebbe essere racchiuso nelle porzioni di colazione e cena. Un pasto di fine giornata leggero abbinato il giorno dopo a una colazione lauta potrebbe essere la chiave per sconfiggere i chili di troppo e prevenire condizioni come il sovrappeso: a sostenerlo è uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Università di Lubecca (Germania) sulla rivista Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Perdere peso o mantenersi in forma

Gli studiosi spiegano che se si consuma una colazione abbondante, non solo le calorie introdotte vengono bruciate nel corso delle varie attività che si svolgono durante la giornata, ma che addirittura il metabolismo accelera fino a bruciare più del doppio delle calorie. Secondo i ricercatori, quindi, fare una colazione abbondante e una cena leggera può essere una via contro i chili di troppo che potrebbe funzionare sia per chi deve perdere peso, sia per chi vuole semplicemente mantenersi in forma.

Cena leggera, colazione lauta

Gli autori dello studio hanno invitato un piccolo gruppo di volontari a consumare per tre giorni una colazione leggera e una cena abbondante, e poi per i successivi tre giorni a fare il contrario, ovvero una colazione lauta e una cena leggera. Per valutare lo stato del metabolismo dei partecipanti allo studio i ricercatori hanno utilizzato la misura detta termogenesi: hanno così rilevato che consumando un pasto abbondante al mattino il metabolismo dell’individuo diviene più attivo e quindi brucia più calorie durante l’intera giornata. Non solo: gli studiosi hanno anche rilevato che mangiando poco a colazione, oltre ad avere più appetito durante il resto del giorno, si ha soprattutto un desiderio intenso di dolci, a tutto scapito della linea e del benessere.

Fai il test: Sei “zucchero-dipendente”? Leggi anche: Poca frutta secca ogni giorno previene l’aumento di peso

Coronavirus: cane e gatto possono davvero prenderlo?

People For Planet - 7 ore 10 min fa

Non ci sono prove che cane e gatto possano contrarre il Coronavirus. Al contrario di quel che diversi media hanno scritto nei giorni scorsi, non abbiamo nessuna prova per affermarlo.

Per l’Oms non sono un rischio

L’Organizzazione mondiale della sanità ha precisato, al contrario, che non c’è motivo di evitare il contatto con cane e gatto, anche se – come lo è sempre stato – resta una buona norma pulirsi le mani dopo averli accarezzati, perché potrebbero contaminarci con batteri quali la salmonella o la escherichia coli.

Vero che il coronavirus si è sviluppato in un mercato di animali vivi a Wuhan, in Cina, probabilmente dal corpo di un animale selvatico. Può darsi che il virus sia passato da altri animali prima di giungere all’uomo, come era già successo per l’influenza aviaria, l’Ebola o la Sars. Ma questo non significa che gli animali in generale, specialmente cane e gatto domestici, siano pericolosi o possano trasmettere il virus.

Dai social arrivano immagini di gatti e cani cinesi a spasso con la mascherina Il panico fa fare cose strane

Come detto, in tutto il mondo si sta diffondendo invece l’idea che cane e gatto possano ammalarsi e contagiare le persone, cosa che nel migliore dei casi sta portando a imporre inutili mascherine anche a loro, o peggio sta facendo dilagare gli abbandoni di animali domestici lasciati morire di fame.

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Il Presidente Usa contesta l’Oscar a Parasite

People For Planet - 7 ore 14 min fa

Non gli è proprio andata giù, all’aranciocrinuto presidente Usa, che l’Oscar per il migliore film sia andato a un film straniero.

Durante un comizio in Colorado ha dichiarato: «Quanto ha fatto male l’Academy Awards quest’anno. Abbiamo avuto tanti problemi con la Corea del Sud per il commercio, e loro l’hanno premiata con il miglior film dell’anno».

Stentiamo a capire cosa c’entrino i problemi commerciali della Corea con il fatto che Parasite abbia vinto l’Oscar, ma tant’è, il Tycon ci ha abituati a questi salti mortali logici.

Non pago, Trump ha continuato: «Che diavolo! Era il miglior film straniero, ma che vuol dire il miglior film, non era mai successo… c’erano tanti grandi film. È tempo di tornare ai classici dell’epoca d’oro di Hollywood. Possiamo tornare per favore a Via col Vento

Sì, Presidente, ma facciamo un patto: voi tornate a Via Col Vento, alla Capanna dello Zio Tom e a tutti gli altri capolavori americani però in compenso ci ridate Kennedy e Obama. D’accordo?

Nessuno tocchi Brad Pitt

Poi, già che c’era, Trump se l’è presa pure con Brad Pitt – che ha sostenuto l’impeachment – definendolo «Un piccolo saputello
Beh… mica tanto piccolo, 180 centimetri di biondo stratosferico e neanche piccolo di età visto che di anni ne ha 56 – meravigliosamente portati, tra l’altro.

Presidente, come ha detto qualche malalingua democratica, forse il problema è che «Il film Parasite è un film straniero su come gli ultraricchi siano ignari dei sacrifici della classe lavoratrice, e richiede due ore di lettura dei sottotitoli. Ecco perchè Trump lo odia!».

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Carceri, picco suicidi nel 2019. Italia prima per detenuti non condannati in via definitiva

People For Planet - 11 ore 6 min fa

Mentre la popolazione carceraria europea diminuisce del 6,6% (come segnala un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa nel 2018) quella italiana aumenta del 7,5%. Preoccupante lo stato delle carceri italiane: suicidi (anche tra le guardie penitenziarie), sovraffollamento, aggressioni, scarsa assistenza sanitaria, carenza di personale nelle strutture. A fornire un primo quadro è Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, che in anticipo sul consueto gazzettino annuale del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria italiana parla di «uno stato di abbandono che si respira nelle carceri».

Il rapporto di metà 2019 di Antigone aggiornato al 30 giugno registrava che nei 190 istituti di pena italiani erano reclusi 60.522 detenuti. In 6 mesi, rispetto a inizio 2019, sono cresciuti di 867 unità; 1.763 nell’ultimo anno. 60.522 detenuti a fronte di una capienza complessiva di 50.692 posti.

Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale, l’unico partito sensibile sul tema delle carceri al di là delle elezioni politiche, ha elaborato i dati tenendo anche presenti i posti non disponibili carcere per carcere. Proprio l’Emilia Romagna, dove si sono da poco svolte le elezioni amministrative, ha 10 istituti penitenziari e registra il 144% di sovraffollamento, ben al di sopra della media nazionale, con picchi massimi a Ravenna (173%), Bologna (170%) e a Ferrara con il 152%.

Le Regioni più virtuose risultano essere la Calabria, che con 12 istituti si pone al di sotto della media nazionale di sovraffollamento (109%) e il Piemonte, la cui media di sovraffollamento tra le sue 13 carceri si attesta al 123%, con, tuttavia, ben 8 istituti che superano abbondantemente la media nazionale, come ad Asti (142%), Biella (144%), Vercelli (145%) e Alessandria, dove nella casa di reclusione si arriva addirittura al 150%.

Il Molise, dove sono presenti appena 3 istituti penitenziari, registra il più alto tasso di sovraffollamento d’Italia: 182% e proprio in questa Regione si trova la prigione più sovraffollata, quella di Larino, con il 214% di detenuti rispetto alla capienza.

Ci sono Regioni poi con più posti per detenuti che detenuti. È il caso della Sardegna, dove nei decenni scorsi furono costruite molte carceri (oggi in tutto 10) per lo più destinate ai detenuti per reati di criminalità mafiosa o terroristica provenienti dalla penisola. La struttura di Onani- Mamone, a fronte di una disponibilità di 386 posti, ospita attualmente 175 detenuti.

Un problema, quello del sovraffollamento, che colpisce chiunque stia all’interno delle carceri, anche chi ci lavora: da inizio 2020 nelle carceri si sono registrate 41 aggressioni ai danni di agenti penitenziari e 5 contro il personale amministrativo.

Come risolvere il problema del sovraffollamento in Italia?

Le soluzioni ci sono. Una sarebbe aumentare il ricorso alle misure alternative. Tanto più che l’Italia gode di un altro primato: tra i grandi Paesi europei, siamo i primi per percentuale di detenuti non condannati in via definitiva, il 34,5% rispetto a una media europea del 22,4%. I dati, sempre ufficiali e pubblicati dal Consiglio d’Europa nel rapporto ‘Space’, parlano in numeri assoluti di 20mila persone, di cui quasi la metà è in attesa di un primo giudizio, mentre gli altri hanno fatto appello contro la condanna o sono entro i limiti temporali per farlo. Senza considerare che, come sottolinea da Mauro Palma «circa 23 mila detenuti (23.024) stanno scontando una pena o un residuo di pena inferiore a 3 anni» e tra questi c’è sicuramente chi potrebbe accedere a misure alternative senza causare pericoli per la sicurezza dello Stato. Anzi, a beneficio delle sue casse: sono stati di quasi 2,9 miliardi di euro i fondi destinati all’Amministrazione Penitenziaria nel 2019.

Da anni, oltre al Garante dei detenuti, il partito del Radicali italiani e le tante associazioni al fianco dei diritti dei detenuti, come “Il Detenuto Ignoto”, “Antigone” e “Buon Diritto”, insistono perché l’Italia allarghi le misure alternative. Sul tema sono intervenuti anche la Federazione Nazionale Italiana dell’Informazione dal e sul carcere, il gazzettino “Ristretti Orizzonti” e “Radiocarcere”. Osservatori permanenti, che tengono gli occhi ben piantati nelle carceri, lì, dove l’opinione pubblica e i cittadini sempre più giustizialisti preferiscono sorvolare. L’augurio di “marcire in carcere” funziona meglio se non si ha una pallida idea di cosa siano le carceri.

In carcere ci finiscono soprattutto i poveri, quelli che non possono sostenere le spese processuali per fare appello o ricorso, quelli difesi dagli avvocati d’ufficio. I ricchi, fatta eccezioni per delitti, reati in flagranza, circostanze aggravanti e prove inoppugnabili, difficilmente finiscono in carcere. Sembra il solito lacrimevole patetismo tanto in voga, invece è banalissimo dato di realtà. I tassi di suicidi in carcere rimangono alti. Nel 2019 sono stati accertati 53 casi di suicidio, tra gli ultimi 8, avvenuti lo scorso dicembre, 4 sono di persone senza fissa dimora, 3 di detenuti in attesa di primo giudizio. I poveri, appunto.

Infine, altro dato interessante è quello che riguarda le strutture sanitarie, come le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) e le articolazioni per la salute mentale dei detenuti. In queste strutture ci finiscono in netta maggioranza i detenuti di nazionalità italiana (67%), seguono gli extracomunitari (28%) e i comunitari (5%). Del resto, già in fase processuale, per gli imputati extracomunitari che provengono da villaggi a minoranza linguistica non ci sono nemmeno gli interpreti. Basti pensare al caso di Adam Kabobo, il ghanese di 34 anni che nel maggio 2013 ammazzò tre passanti a colpi di piccone seminando il terrore nel quartiere Niguarda di Milano, condannato a 20 anni di reclusione con il riconoscimento del vizio parziale di mente e a tre anni di casa di cura e custodia (una misura di sicurezza e pena espiata che si applica agli individui che presentano “pericolosità sociale”). La perizia psichiatrica avvenne tra difficoltà linguistiche, perché gran parte del risicato vocabolario di Kobobo, semi analfabeta, parlava solo il dialetto del proprio linguaggio, era sconosciuto agli interpreti.

Fonti:
https://www.camerepenali.it/cat/9819/consiglio_deuropa_litalia_al_di_sopra_della_media_per_sovraffollamento_e_suicidi_in_carcere.html
https://www.coe.int/it/web/portal/-/europe-s-rate-of-imprisonment-falls-according-to-council-of-europe-survey
https://www.antigone.it/news/antigone-news/3238-numeri-e-criticita-delle-carceri-italiane-nell-estate-2019

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A Roma la casa dei libri senza prezzo (Video)

People For Planet - 11 ore 7 min fa

Un progetto bellissimo: una libreria dove il prezzo di copertina dei volumi lo decide il cliente. Si possono prendere fino a tre libri usati alla volta e lasciare un’offerta libera. Il tutto gestito da volontari che vogliono portare i libri laddove non arrivano.
Intervista ad Angela Processione di Book Cycle.

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Per info e orari della libreria consulta il sito https://book-cycle.it/

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People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 21:00

Tutto parte dalla passione. Quando ci dedichiamo a qualche cosa che risveglia il nostro interesse abbiamo più possibilità di raggiungere risultati positivi.
E i risultati positivi ci danno forza e determinazione.
Ma, come per tutte le attività, è fondamentale scegliere il metodo adatto.
Quel che è perfetto per la coltivazione delle ciliegie non funziona se vuoi piantare le fragole.
Per orientarsi nelle mille opportunità che oggi ci offre la vita e il mondo del lavoro è importante darsi un metodo che sia efficiente. Per “metodo” intendiamo un concetto semplice: se vuoi telefonare a tua cugina è essenziale che per prima cosa componi il numero e poi lo invii, aspetti che lei ti risponda e poi inizi a parlare. Iniziare a parlare prima che lei ti abbia risposto non facilita le tue relazioni umane.

Dopo gli studi è normale sentirsi disorientati, non si sa come iniziare a tracciare il proprio percorso, prima di tutto è importante chiedersi cosa voglio fare? Quali sono le mie capacità? Dove vorrei arrivare? Non importa che tipo di professione vuoi fare, qualsiasi strada è valida purché sia quella per te.
E anche se ami le professioni creative è importante che tu proceda in modo organizzato e vincente.
Nelle relazioni come nelle professioni la fantasia e la sensibilità sono essenziali ma rischi di disperderti se non strutturi il tuo modo di operare. Potresti sprecare molte energie e accumulare delusioni se navighi senza una bussola che ti permetta di procedere in modo organizzato e vincente.

Dal 27 al 29 marzo ti proponiamo un fine settimana di allenamento durante il quale potrai mettere a punto la tua tecnica per arrivare a compiere il tuo personale bersaglio.‬
Saper individuare il tuo progetto, organizzare il tuo piano di lavoro, migliorare la capacita di presentare le tue idee per trovare il sostegno e l’attenzione che ti servono, sono gli attrezzi che ti permetteranno di scoprire qual è il tuo vero potenziale.
Per affrontare la complessità del mondo del lavoro in continua evoluzione devi partire da una solida conoscenza di quel che realmente vuoi realizzare stabilendo un percorso per raggiungere il tuo scopo.
L’ottimismo e la motivazione ti fanno avanzare solo se riesci ad accenderli e partire con il piede giusto sperimentando la strada migliore.

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5 regole per usare al meglio la lavastoviglie

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 20:52

Diverse ricerche avevano calcolato che l’impatto ambientale della lavastoviglie è minore del lavaggio a mano dei piatti, una ad esempio qui, che risale al 2005. Certo, nessuno prende mai in considerazione l’impatto relativo alla produzione e allo smaltimento della macchina, e c’è anche da dire che più o meno tutte queste ricerche sono finanziate dall’industria (che le produce). L‘ultimo studio in merito, ad esempio, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Communications, è stato finanziato da una di queste.

Come posso impattare meno (e risparmiare)?

Ma lasciamola così, e consideriamo l’utilità di questo studio per migliorare l’efficienza (energetica e ambientale) di un’operazione che facciamo ogni giorno e che comunque appare ormai per molti versi irrinunciabile. Infatti, l’analisi che ha studiato le abitudini dell’utilizzatore medio di lavastoviglie, ha sì valutato la lavastoviglie come una scelta ammissibile dal punto di vista ambientale, ma solo se rispettiamo queste regole:

  • Non pre-lavare a mano. Con una forchetta, o con la spugna, eliminiamo i residui senza consumare acqua
  • Sempre e comunque, usiamo acqua fredda
  • usare un detersivo di alta qualità, a basso impatto ambientale
  • riempire completamente la macchina: con l’uso, si impara a massimizzare enormemente gli spazi e a fare quindi meno lavaggi

Aggiungo che se non facciamo partire la lavastoviglie di notte, perché ad esempio non abbiamo un vantaggio economico in bolletta da questa possibilità, o perché laviamo in un giorno festivo, è utile interrompere il ciclo quando inizia il programma di asciugatura: aprire il portellone sarà sufficiente ad asciugare i piatti, risparmiando quasi un’ora di lavoro aggiuntivo per la macchina.

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Perché i farmaci da banco ci costano di più che in altri Paesi europei?

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 15:00

In merito alla questione sollevata nel nostro articolo “I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Perché?”, all’inizio di ottobre scorso abbiamo scritto al ministro della Salute, onorevole Roberto Speranza, per sottoporre questo argomento alla sua attenzione.

Leggi il nostro articolo: I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Perché?

Venti giorni – e diverse sollecitazioni – dopo, l’ufficio stampa del ministero della Salute ci ha risposto: “Gent.mi, la richiesta da voi effettuata il 3 ottobre u.s. è stata inviata a AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che ha la competenza in materia. Siamo in attesa che l’agenzia elabori una risposta in merito, sarà nostra cura, pertanto, inoltrare la risposta di AIFA al vostro indirizzo di posta elettronica. Per il prosieguo della vostra inchiesta sui farmaci, per la quale auguriamo buon lavoro, suggeriamo di indirizzare le vostre richiesta all’Agenzia Italiana del Farmaco. Nel rimanere a disposizione per ogni ulteriore chiarimento, si coglie l’occasione per porgere cordiali saluti”.

Il ministro Speranza intende fare qualcosa?

Abbiamo quindi scritto di nuovo al ministero della Salute, l’ultima volta ieri, 19 febbraio, ribadendo che, in attesa di quanto l’Agenzia Italiana del Farmaco vorrà comunicare, la nostra domanda è rivolta al ministro Speranza, per conoscere il suo punto di vista sulla questione.

Leggi il nostro articolo: In Italia i farmaci da banco costano di più. E il ministero della Salute non spiega perché

Secondo i lettori la colpa è delle case farmaceutiche

Nel frattempo, mentre il ministro Speranza non risponde, a rispondere sono i nostri lettori: secondo buona parte di loro la colpa dei prezzi maggiorati è delle case farmaceutiche.

Leggi il nostro articolo: Farmaci da banco troppo cari in Italia? “Quando vado all’estero ne faccio scorta”

Abbiamo fatto acquisti in Olanda, Germania, Regno Unito e Francia

In attesa che dal ministero della Salute ci arrivi una risposta sul se e sul come intenda affrontare la questione, siamo andati a fare acquisti in farmacia in Olanda, Germania, Regno Unito e Francia per toccare con mano la differenza nei prezzi di queste tipologie di medicinali, scoprendo che in Italia per acquistare farmaci da banco in alcuni casi arriviamo a pagare fino a 16 volte di più che in altri Paesi Ue.

Guarda il nostro video: I farmaci da banco in Italia costano fino a 16 volte di più che negli altri Paesi UE

Anoressia, in corso epidemia sociale senza precedenti. Ma si può guarire

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 11:31

Siamo davanti a un’epidemia sociale senza precedenti, con un’alta percentuale di pazienti con anoressia registrata in tutte le Regioni italiane e un elevato numero di morti: 3200 solo nell’ultimo anno. «Ma le terapie sono altamente specializzate e si può guarire: non è reale la notizia che si rimane ammalati di anoressia per tutta la vita». A parlare è la psichiatra e psicoterapeuta Laura Dalla Ragione, referente scientifico del ministero della Salute per i Disturbi del comportamento alimentare e direttore della Rete Disturbi comportamento alimentare Usl 1 dell’Umbria, uno degli esempi più virtuosi in Italia di assistenza sanitaria mirata ai disturbi alimentari.

Leggi anche Ortoressia: quando il cibo sano diventa un’ossessione Disturbi alimentari: al pronto soccorso arriva il codice lilla Guarda l’infografica: I moderni disturbi alimentari

Epidemia sociale

L’età di esordio dell’anoressia si sta abbassando: è infatti in aumento il numero di bambini (8-9 anni) che sviluppa questa patologia. Così come è in crescita il numero di persone adulte che sviluppa questo disturbo alimentare. L’esperta parla di «un’epidemia sociale senza precedenti», e spiega che la sorveglianza del ministero della Salute coordinata dalla Regione Umbria conferma un’alta percentuale di pazienti con anoressia in tutte le Regioni italiane e un elevato tasso di mortalità. «Dai dati emerge che si muore di più dove non ci sono servizi – precisa Dalla Ragione -. Lo stato dell’assistenza è molto diverso da regione a regione: alcune hanno un’intera rete di assistenza (Veneto, Umbria, Toscana , Lombardia , Basilicata), altre nessuna». Divari che, forse, andrebbero colmati per garantire a tutti i cittadini, indipendentemente da dove vivono, la giusta assistenza.

Lavoro di prevenzione nel web

Un importante lavoro di prevenzione, spiega l’esperta, va fatto nel web: tra siti internet (ad esempio i siti “pro ana” e “pro mia”), blog e chat whatsapp, online vengono veicolati molti messaggi che, oltre a inneggiare all’anoressia e alla bulimia, mirano ad attirare nuovi “seguaci”.

Non solo anoressia

Il cibo è diventato un nemico in molti modi: oltre ai disordini alimentari più conosciuti – come l’anoressia (rifiuto di mangiare), la bulimia (alternanza di abbuffate fuori controllo e restrizione alimentare) e il binge eating disorder (disturbo da alimentazione incontrollata) – stanno sempre più prendendo piede nuove patologie: la diabulimia (pazienti diabetiche che usano l’insulina come metodo per dimagrire), la pregoressia (donne in gravidanza che combattono fortemente l’aumento di peso), la drunkoressia (consumo di alcool a digiuno), l’ortoressia (ossessione di mangiare sano) e i disturbi selettivi Arfid (Avoidant restrictive food intake disorder, ovvero disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo) nell’adulto (mangiare solo cose bianche, o solo tre cose, ecc).

Mal di scuola, cos’è e come si può risolvere

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 10:37

Daniela Lucangeli professoressa di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova ed esperta di psicologia dell’apprendimento autrice del libro Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere (Erickson, 2019) ha rilasciato una lunga intervista a Vita.it in cui spiega il problema del “mal di scuola”.

Del malessere dei ragazzi a scuola se ne parla molto in questi giorni dopo che due studenti del liceo Frisi di Monza si sono suicidati a distanza di 15 giorni l’uno dall’altro.

Un’indagine ministeriale che studiava il livello di benessere e malessere nella scuole italiane ha evidenziato che il 27% del campione sta «così così» (non «bene»); il 73% sta male e, all’interno di quest’ultimo gruppo, il 60% non ha ricordo di essere mai stato bene in classe.

Perché?

«Sembra che una delle cause di questo malessere sia il carico richiesto ai ragazzi – spiega Daniela Lucangeli –  I dati rilevano che allo studente viene chiesto di imparare troppo, in poco tempo, senza passione, con l’ansia di doverne rendere conto, la frustrazione di non riuscire, la sensazione di perdere tempo per cose più utili e piacevoli. Di fronte a tutto ciò il cervello è costretto a spendere energie per qualcosa che non provoca benessere, bensì allerta. Il problema, perciò, è duplice: il carico cognitivo è inadeguato per quantità (i nostri ragazzi vengono ingozzati) e per qualità (a loro chiediamo continue prestazioni)».

La soluzione non è cancellare voti e pagelle e rendere la scuola più “facile”. Semplicemente – davvero semplicemente – «Ci vuole una maggiore consapevolezza professionale e coscienza di come si insegna… non ci si sofferma mai a sufficienza sugli stati d’animo degli studenti mentre apprendono».

I cavalli sì e i ragazzi no

Lo abbiamo imparato da un film: L’uomo che sussurrava ai cavalli, ed è risaputo nell’addestramento degli animali: la doma dolce, la gratificazione per ogni traguardo anche minimo raggiunto, la comprensione e l’attenzione permettono di crescere animali sani e forti e soprattutto equilibrati.
Sembra che la stessa cosa non sia applicabile agli esseri umani, o meglio che la regola non valga per gli studenti.

«Negli ultimi anni si è sviluppato un nuovo filone di ricerca scientifica» continua la psicologa padovana «a cui è stato dato il nome di warm cognition, letteralmente “cognizione calda“. Abbiamo imparato che le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni e quest’ultima, a loro volta, influiscono concretamente sui processi cognitivi, come attenzione, memoria, comprensione.»

Elementare, prof

«Colpa e paura sono le emozioni alla base del nostro sistema educativo. Ma tutto ciò tiene i ragazzi in costante allerta e produce un cortocircuito emozionale che genera malessere e inceppa l’apprendimento.
Se un bambino impara con gioia, nella sua memoria resterà traccia dell’emozione positiva che gli dirà: “Ti fa bene, continua a cercare”. Se un bambino impara con gioia, impara di più e meglio. Il bravo maestro, ergo, è colui che aiuta, che dà fiducia e coraggio, non che ingozza e giudica, somministra e verifica».

«Basta una scintilla di emozione positiva su una stanchezza sostanziale — un sorriso, una barzelletta, una storia appassionante, una carezza — ed ecco che si avvia un meccanismo emotivo che riattiva il circuito dell’apprendimento e lasciano libera la funzione cognitiva di continuare a imparare. Molti studi dimostrano che già dopo 20 secondi che abbracciamo qualcuno, nel nostro corpo inizia ad aumentare il livello dell’ossitocina».

Abbracciamo i bimbi e anche i prof

Una vecchia barzelletta racconta di una madre che va a svegliare il figlio la mattina perché deve andare a scuola e il figlio è recalcitrante, dopo un po’ la madre sbotta: «Insomma, alzati! Devi andare a scuola, sei il preside!»

Sarebbe facile dare la colpa di questo diffuso malessere tra gli studenti solo ai professori, la questione è decisamente più complessa e semplificarla è sbagliato oltre che ingiusto.

Fare l’insegnante è una professione difficile, stressante, mal retribuita, e in questi ultimi anni anche pericolosa.  

Forse sarebbero utili momenti di riflessione, di aiuto, attenzione allo stress, in pratica gli stessi consigli che si danno per aiutare i ragazzi ad apprendere con gioia sarebbero da applicare anche agli insegnanti che potrebbero così insegnare con la stessa gioia.

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Foto di Jan Vašek da Pixabay 

Quando le rinnovabili cambiano il destino dei popoli

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 07:00

Immaginate gli abitanti di tutta l’Europa, anzi di più, senza energia elettrica. Sembreremmo, visti di notte dallo spazio, un grande buco nero, senza luce, dove si percorrono centinaia di chilometri senza alcuna illuminazione, nelle strade come nelle case. Avete immaginato? Bene: sappiate che questo enorme buco nero non è nella vostra immaginazione ma è solo un poco più a Sud. E si chiama Africa.

Già, perché in Africa sono ben 650 milioni le persone che vivono senza elettricità. Sono più del 50% degli oltre 1,2 miliardi di abitanti di questo continente. Potrebbe sembrare che queste centinaia di milioni di persone siano senza un futuro energetico, ma non è così. In realtà il futuro energetico del continente africano ha un nome e un cognome: fonti rinnovabili. Le rinnovabili, infatti, hanno una peculiarità che fonti fossili non possiedono: non hanno bisogno di reti elettriche. Si tratta di un “dettaglio” che spesso viene ignorato nei Paesi come il nostro, dove le reti hanno una storia ormai “secolare” e sono date per scontate, cosa che non è in Africa. Stendere reti in un territorio così vasto e con una densità demografica così basse può risultare difficoltoso sia sul fronte ingegneristico, sia sotto il profilo del ritorno economico.

Povertà fossile, ricchezza di sole

Bisogna considerare il fatto che la propensione alla spesa della media della popolazione africana è molto inferiore a quella dei paesi sviluppati, per cui la sentenza tracciata dalle grandi tecnologie fossili fino a ora è stata chiara: zero elettricità. Per 650 milioni di persone. Per dare un parametro circa le dimensioni, basti pensare che il progetto Desertec di una ventina d’anni fa aveva simulato che un’area quadrata di 500 per 500 chilometri coperta di pannelli fotovoltaici nel deserto del Sahara sarebbe stata sufficiente a soddisfare i bisogni elettrici di tutti gli abitanti del pianeta. Il deserto del Sahara, per rendere l’idea, misura 4.800 per 1.800 chilometri. Ora anche senza Desertec, che è in una fase di stallo per le difficoltà di trasporto dell’elettricità per distanze così lunghe e a causa delle difficoltà geopolitiche di molti stati del Sud del Mar Mediterraneo, le rinnovabili si stanno diffondendo nella società, anche rurale, africana. Ma l’Africa non è tutta uguale. «Sotto al profilo dell’energia bisogna distinguere tra Africa del Nord, subshariana e Sud Africa. – ci dice Roberto Vigotti, segretario generale di Res4Africa – Nord e Sud sono quasi assimilabili all’Europa. Il grande problema è quello dell’Africa centrale che ha molte risorse da fonti rinnovabili, come solare, eolico e idroelettrico, ma ha il problema di come sfruttarle».

Tre soluzioni rinnovabili

Sono tre le soluzioni che si utilizzano in assenza delle reti. Prima di tutto si utilizzano dei piccolissimi sistemi che sono composti da un pannello fotovoltaico da 30 Watt, da una batteria e da una o più lampadine a Led. Con questo sistema, si ottiene luce da utilizzare nelle ore notturne, la ricarica delle batterie e l’elettricità per la radio. Salendo di scala si trovano i piccoli sistemi domestici da 300-500 Watt che fanno funzionare anche piccoli elettrodomestici, mentre poi troviamo le microreti locali che forniscono elettricità in quantità sufficiente per una comunità e spesso per l’irrigazione. E per finire si arriva ai grandi impianti che sorgono dove ci sono le reti elettriche. «I grandi impianti sono essenziali per innescare nuove economie su scala regionale grazie alle interconnessioni delle reti, quando ci sono, o è possibile realizzarle. – prosegue Vigotti – Per gli altri 650 milioni che sono senza elettricità servono soluzioni più piccole». Soluzioni piccole ma d’impatto enorme visto che in un’area come quella subsahariana il 65% delle scuole, con oltre 90 milioni i bambini, non ha accesso all’elettricità.

Luce sul futuro

Ed è la lampadina accesa la notte a essere fondamentale. La luce a Led permette ai giovani di studiare e ai grandi, specialmente le donne, di lavorare a casa la sera, mentre poter ricaricare lo smartphone significa aver accesso, specialmente per gli agricoltori, all’informazione meteo e ai nuovi mercati. «In Kenia abbiamo più cellulari che abitanti (50 milioni di contratti, contro 48 d’abitanti. N.d.R.) e 6 milioni di persone senza elettricità. – ci dice il professor Izael Pereira Da Silva, della Strathmore University di Nairobi – Qui da noi l’incentivazione di grandi impianti è complicata, mentre funziona bene il microcredito alle famiglie». I conti sono presto fatti. Sono sei milioni gli abitanti del Kenia che spendono 30 centesimi di dollaro al giorno per ricaricare lo smartphone presso terzi, con sistemi di generazione spesso diesel con 675 milioni ogni anno di CO2 emessa. Ed ecco che in questo quadro diventano protagonisti i piccoli sistemi che ricaricano anche i cellulari. Con l’elettricità si paga un piccolo leasing con il quale si paga l’impianto nel giro di un anno.

Un vantaggio immenso

Tradotto: pagando la stessa cifra della ricarica fossile si hanno sia l’elettricità per il cellulare, a cui si aggiunge anche la luce e la radio, e alla fine dell’anno ci si paga anche l’impianto. Il tutto non emettendo CO2. Una scelta che hanno fatto circa un milione di kenioti producendo un giro d’affari di 100 milioni di dollari per chi i sistemi li produce, ma soprattutto un risparmio per i cittadini di 100 milioni l’anno a partire dal secondo, che possono essere reinvestiti in attività artigianali di sviluppo come quelle legate al lavoro tessile svolto dalle donne nelle ore serali. Capita spesso che le donne si attivano con questi fondi per lavori che danno loro una rendita economica fissa e che è indipendente dagli uomini. E in questa maniera attraverso l’energia rinnovabile che consente di risparmiare denaro e d’illuminare le case arriva l’emancipazione delle donne. Ma non solo. La luce consente lo studio serale a casa anche alle studentesse che così hanno più possibilità, grazie a una migliore istruzione, di svolgere in futuro lavori più remunerati e quindi di emanciparsi maggiormente. Il risparmio di questi 100 euro l’anno, assieme alla migliore redditività del lavoro in casa, inoltre, consente alle famiglie nel giro di poco tempo d’investire le cifre guadagnate in impianti fotovoltaici più grandi che possono alimentare elettrodomestici di dimensioni maggiori, tra i quali quello fondamentale è il frigorifero. Questo elettrodomestico, infatti, quando arriva nelle case consente di liberare il tempo delle donne dalla spesa quotidiana, permettendo loro di sviluppare ulteriormente attività economiche autonome. Inoltre il frigo riduce le malattie legate alle intossicazioni alimentari che spesso in quelle zone mietono vittime e che comunque, anche quando non lo fanno, possono mettere in crisi l’economia di intere famiglie.

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Quali sono i migliori paesi del mondo dove crescere un figlio?

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 07:00

Per redigere l’annuale classifica dei migliori paesi del mondo dove crescere un figlio si valutano parametri come i congedi maternità e paternità, la sicurezza, il sistema sanitario.

In testa c’è… scopritelo nell’infografica! E l’Italia?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Massimo Troisi oggi avrebbe 67 anni

People For Planet - Mer, 02/19/2020 - 15:05

Ironia sottile, critiche  pungenti e allo stesso tempo leggere nei confronti dei paradossi della nostra società, sempre capace di sottolineare l’assurdità di ogni forma di discriminazione. Un antieroe che si è fatto amare e che è molto amato ancora. 

Massimo, grazie di tutto, ci manchi.

Ecco alcuni dialoghi tratti dai suoi film

Marta: Quando c’è l’amore c’è tutto.
Troisi: No, chell’ è ‘a salute!

Dal film “Ricomincio da tre”

Frate: Ricordati che devi morire.
Troisi: Come?
Frate: Ricordati che devi morire.
Troisi: Va bene…
Frate: Ricordati che devi morire.
Troisi: Sì, sì, mò me lo segno proprio.

Dal film: “Non ci resta che piangere”

Anita: Infatti da quando c’è Mussolini i treni sono in orario. Tutto in ordine.
Troisi: Per far arrivare i treni in orario, se vogliamo, mica c’era bisogno di nominarlo capo del governo, bastava farlo capostazione.

Dal film: “Le vie del Signore sono finite”

Troisi: Lasciatemi soffrire tranquillo. Chi vi chiede niente a voi? Vi ho chiesto qualcosa? No. Voglio solo soffrire bene. Mi distraete. Non mi riesco a concentra’. Con voi qua non riesco… Soffro male, soffro poco, non mi diverto. Non c’è quella bella sofferenza…

Dal film “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”

Aria, Italia denunciata per lo sversamento dei liquami in Pianura Padana

People For Planet - Mer, 02/19/2020 - 14:51

Per venire incontro alle richieste degli allevatori, il Ministero delle Politiche Agricole ha autorizzato lo sversamento nei campi di liquami anche nei mesi di dicembre e gennaio, mesi in cui – per rispettare la direttiva europea – vige il divieto di spandimento. Il risultato secondo Legambiente – che ha denunciato la circolare del ministero alla Ue – sono “estese paludi maleodoranti e colature schiumose nei corsi d’acqua della ‘bassa’ padana ed in particolare nelle province della Lombardia, la regione più solerte nell’attuazione della circolare ministeriale”.

Cosa comporta lo sversamento

“Tra gli effetti immediati – continua l’associazione – oltre alle proteste di residenti e comitati, anche un repentino aumento dei valori atmosferici del PM10 nei giorni centrali di gennaio, uno dei periodi di aria più inquinata del decennio. Questa circolare, che Legambiente aveva invano chiesto di ritirare, è al centro della denuncia fatta dalla stessa associazione ambientalista e trasmessa oggi agli uffici della Commissione Europea, contestandone la violazione di ben quattro direttive, in materia di acque, aria, rifiuti e inquinamento da nitrati”.

“Gli spandimenti selvaggi che abbiamo descritto nella denuncia alla UE – dichiara Damiano Di Simine coordinatore della presidenza del comitato scientifico nazionale di Legambiente – non possono in nessun caso essere spacciati per pratiche agricole: si è trattato di attività di smaltimento di rifiuti pericolosi su vasta scala, avvenuta con il benevolo assenso del MIPAAF, ma con effetti deleteri per la salute e per gli ambienti acquatici. Non siamo più disposti a tollerare pratiche nocive da parte di una zootecnia che, in Pianura Padana, ha passato il limite. Invece di autorizzare sversamenti di liquami, il MIPAAF – continua Di Simine – dovrebbe predisporre con le regioni un programma nazionale di riduzione dell’intensità di allevamento in Pianura Padana, trasferendo le risorse comunitarie a beneficio della zootecnia sostenibile e delle aree interne”.

La zona è una eccezione europea per il concentramento di animali

Legambiente ricorda che nelle 4 regioni della pianura Padano-Veneta si concentra oltre l’85% di tutti i suini allevati in Italia, e oltre i 2/3 di tutti i bovini nazionali. Una densità di animali allevati che ha pochi eguali in Europa e che rappresenta, in termini di massa biologica, l’equivalente in peso di 50 milioni di esseri umani, come dire oltre il doppio della popolazione residente. Ma mentre le umane deiezioni vengono intercettate dalle fognature e trattate dai depuratori, per gli animali allevati non c’è alternativa allo spandimento sui campi: una pratica che funziona, quando le quantità sono appropriate e le colture richiedono fertilizzanti. È d’inverno che i liquami diventano un incubo, per gli allevatori che vedono riempirsi le cisterne, ma soprattutto per le popolazioni residenti, che devono sopportare miasmi e inquinamenti, gravi e dannosi per la salute: le deiezioni zootecniche sono all’origine delle emissioni di ammoniaca, gas che si combina con i micidiali NOx per formare sali d’ammonio, che compongono fino al 50% del particolato sottile per cui l’Italia è sotto procedura d’infrazione europea, ‘per avere omesso di prendere misure appropriate per ridurre i periodi di superamento’. E se rendono l’aria irrespirabile, non va meglio per l’acqua: i composti azotati in eccesso infatti sono all’origine dell’inquinamento da nitrati di fiumi, canali e falde acquifere da cui attingono pozzi e acquedotti, un problema grave al punto da spingere l’Europa, già nel 1991, a promulgare una direttiva per la protezione delle acque da questo specifico inquinamento.

Basta sovvenzionare una delle industrie più inquinanti

“Nella prossima programmazione dei fondi europei per l’agricoltura, se davvero si vorranno perseguire le sfide climatiche ambientali della riforma PAC, occorrerà un deciso taglio ai sussidi dannosi destinati agli allevamenti intensivi”, spiega Di Simine. Legambiente ricorda infine che sul fronte degli allevamenti intensivi occorre favorire con decisione la riconversione degli allevamenti intensivi verso progetti che riducano significativamente le densità degli animali per superficie e rispettino il benessere animale, comprese le esigenze etologico/ambientali delle diverse specie allevate.

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Chirurgia d’avanguardia: a Bologna prima operazione al mondo in realtà aumentata

People For Planet - Mer, 02/19/2020 - 14:20

È stata eseguita al Policlinico Sant’Orsola di Bologna la prima operazione chirurgica al mondo guidata dalla realtà aumentata. Grazie a un visore visore speciale, il chirurgo che ha eseguito l’intervento ha potuto visualizzare informazioni, relative al paziente, virtuali ma essenziali senza dover ricorrere a un monitor esterno. La notizia arriva dall’Università di Pisa, coordinatrice del progetto europeo che ha creato Vostars, il visore di nuova generazione impiegato nell’intervento.

Maggiore precisione e minori tempi di intervento

L’intervento consisteva nel resecare e riposizionare mascella e mandibola di un paziente per ripristinare la funzionalità del morso. “Grazie al visore Vostars – ha spiegato Giovanni Badiali, responsabile del progetto presso il Policlinico di S. Orsola di Bologna, che ha eseguito l’operazione – prima dell’intervento abbiamo visualizzato nella realtà aumentata l’anatomia dello scheletro facciale e delle linee di taglio. Nel passo successivo, durante l’operazione il dispositivo ha consentito di visualizzare una linea tratteggiata in 3D direttamente sull’osso del paziente, mostrando il percorso da seguire con lo strumento chirurgico. Con l’aiuto del visore siamo riusciti a eseguire il taglio della mascella con la precisione richiesta“. Lo studioso precisa che ulteriori sperimentazioni che comprendono l’uso del visore sono già in calendario al Policlinico, e che una volta a regime, il sistema permetterà una riduzione dei tempi degli interventi e un aumento della precisione.

Come funziona Vostars

Grazie a una videocamera Vostars combina le immagini di fronte al chirurgo con le immagini radiologiche del paziente, e fa in modo che le due restino perfettamente coerenti e a fuoco. Inoltre durante le fasi dell’intervento dove la guida virtuale non è richiesta il visore può diventare trasparente, permettendo al chirurgo di avere una vista naturale del campo operatorio. La possibilità di passare tra la vista mediata dalla videocamera – “video see -through” – a quella naturale in cui il visore diventa trasparente – “optical see-through”- è la caratteristica distintiva di Vostars (il cui acronimo sta per “Video-optical see-through augmented reality system”).

Per la prima volta il visore guida l’intervento

“Fino a questo momento – spiega Vincenzo Ferrari, ingegnere biomedico al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e coordinatore del team europeo che ha progettato ‘Vostars’ – la realtà aumentata non è stata sfruttata appieno in sala operatoria. I visori attualmente in commercio rendono disponibili direttamente nel campo visivo alcuni contenuti digitali, come per esempio l’immagine tridimensionale dell’organo da operare. Queste immagini virtuali, ottenute dagli scanner radiologici (come tac e risonanza magnetica) vengono di solito visualizzate dal medico prima dell’operazione, per aiutarlo nella preparazione dell’intervento. Non era mai accaduto finora, però, che un visore fosse usato per guidare il vero e proprio atto chirurgico, a causa della difficoltà per il nostro occhio nel mettere a fuoco gli oggetti reali e virtuali contemporaneamente”.

Guarda i nostri video: Parliamo di Realtà Virtuale A Bologna un tuffo nella realtà virtuale!

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Le bombe fanno ridere!

People For Planet - Mer, 02/19/2020 - 09:58

Si chiama Al-Mohammad il papà di Selva, 4 anni, ed entrambi vivono in Siria vicino a Idlib. E lì le bombe cadono, eccome, sia quelle dei caccia che arrivano da Mosca che quelle dei cannoni del regime di Damasco. E Selva ne è terrorizzata, come è naturale che sia.

E allora il suo papà ci pensa e alla fine decide di trasformare l’orrore, la paura in un gioco.

Pistole di carta

«Le faccio credere che sono armi finte, e che chi spara lo fa solo per divertirci» racconta Abdullah: «Non capisce cosa sia la guerra e io le faccio credere che i rumori provengano da armi-giocattolo. Ho deciso di insegnare a Selva questo gioco per prevenire il collasso del suo stato psicologico. Cerco di evitare che venga colpita da malattie legate alla paura.»

E funziona, nel video Selva ha il visino teso mentre aspetta il botto e poi scoppia in una fragorosa risata. Il gioco è riuscito ancora una volta.

Intervistato da Pietro Del Re per Repubblica Abdullah ha raccontato:

«In questi ultimi anni, ho visto troppi bambini traumatizzati da quello che accade in Siria. Sto parlando di bimbi che hanno assistito a scene così atroci, che neanche un adulto dovrebbe mai vedere.
Faccio in modo che mia figlia trascorra gran parte del tempo dentro casa, ma neanche qui siamo al sicuro. Un mese fa, un razzo ha centrato una casa a non più di duecento metri dalla nostra.
L’esplosione è stata potentissima e sotto le macerie sono rimaste due famiglie. Selva è subito scoppiata a piangere. Ho prima cercato di consolarla, stringendola tra le mie braccia, ma lei non si placava. Era spaventatissima perché non riusciva a capire che fosse successo. Finalmente m’è venuta in mente l’idea d’inventarmi un gioco per distrarla. E poiché di bombe ne esplodono in continuazione, sia pure non tutte così vicine, ho pensato di farle credere che conoscevo benissimo la persona che aveva fatto tutto quel rumore. E che l’aveva fatto per noi, soltanto per farci ridere.
Le ho detto che tutte le pistole di quel signore sono di carta. Sono così riuscito a esorcizzare la sua paura delle bombe evitando che le crei dei problemi psicologici».

Un gioco con le sue regole

«Appena sentiamo il sibilo di un razzo o l’esplosione di una bomba dobbiamo subito dire: “Ma questo è il rumore di un aereo o di un missile?”. Al primo che risponde, e può pronunciare la parola che vuole, l’altro dice: “Hai ragione, e rideremo quando ci colpirà”. Spesso non facciamo in tempo a dire “aereo” o “missile” che Selva è già piegata in due dalle risate. In quel momento so di avere raggiunto il mio obiettivo, soprattutto quando la sua risata coincide con la deflagrazione di una bomba».

Un film che diventa realtà

A noi italiani tutto questo ricorda il film di Benigni: La vita è bella, quando l’attore fa credere a suo figlio che le regole del campo di sterminio sono quelle di un grande gioco che coinvolge tutti.

Al-Mohammad non ha visto il film e questa, malgrado la genialità della trovata e la risata di Selva è una storia triste.

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Poco e spesso: la cultura in formato snack

People For Planet - Mer, 02/19/2020 - 07:00

Come frequenti spuntini, durante la giornata tutti ci concediamo brevi pause individuali per esplorare le diverse app dello smartphone, fruendo così di tantissimi contenuti culturali attraverso un semplicissimo gesto. Prima parola chiave: scrolling. L’abitudine di scrollare appunto, fa parte del quotidiano, soprattutto grazie alla vasta offerta degli editori numero uno al mondo: Facebook, Twitter, TikTok e così via, che se da un lato sono criticabili per molti aspetti, dall’altro consentono di leggere e scoprire sempre più cose affini a gusti e preferenze degli utenti online. Il processo in questione è ampiamente discusso e sotto gli occhi di tutti ormai da qualche anno. La rivoluzione digitale però ha cambiato, in pochissimo tempo, il nostro modo di approcciarci alla cultura.

Cos’è la snack culture

La definizione snack culture viene introdotta dal Korean Times nel 2014, per descrivere il comportamento delle persone che sui mezzi pubblici iniziavano a prendere l’abitudine di guardare film e serie tv sul proprio smartphone. Cambio repentino di preferenze e attenzione media di pochi minuti è quello che sottolineava il Korean Times.

Oggi effettivamente è il modo di descrivere il comportamento con cui ci “nutriamo” di articoli, video e foto per pochi minuti. Un tutorial in attesa della metro, un video di YouTube sul treno, un articolo nella pausa caffè e una gallery sul divano davanti alla tv. Prendiamo il telefono per rispondere a un messaggio o a una mail, ma poi capita a tutti di farsi un giro anche su Facebook o su Instagram. Tanto, per poco e spesso. Adulti e ultime generazioni consumano snack culturali allo stesso modo: è la rivoluzione dello smartphone. Anzi è la rivoluzione dei social network che hanno creato uno spazio di intrattenimento che di fatto prima non c’era.

Intrattenimento individuale

Secondo i dati 2019 del Global Digital Report, realizzato da Similarweb e We are Social su scala mondiale, le pagine web più visitate dopo Google sono YouTube, Facebook, Wikipedia. Il tempo di permanenza medio, calcolato su 4,4 miliardi di utenti, su Facebook e Twitter è di circa 9 minuti a visita, esattamente come Netflix. Su Instagram invece in media un visitatore resta per 6 minuti e 25 secondi, mentre su YouTube parliamo di 21 minuti per visita. In totale passiamo in media 2 ore e 16 minuti al giorno sulle piattaforme social. Tuttavia, più del quanto è interessante il come passiamo il nostro tempo sui social. Altra parola chiave: frammentazione. Cultura è quindi sinonimo di intrattenimento: non a caso, come registrano i dati Comscore, questa è la categoria di contenuti più visitati e con la crescita più significativa in termini di tempo speso dagli italiani.

Lo storytelling al centro

Ma così come nella dieta gli spuntini non possono sostituire i pasti veri e propri, anche la fame di cultura e intrattenimento non viene saziata dalla semplice snack culture. Ciò che, anche se più distratti e scostanti, ricerchiamo sono sempre le storie. Qualsiasi sia la durata per raggiungere la soddisfazione vera avremo sempre bisogno di vivere e immedesimarci nelle esperienze anche quando siamo online. Questo è in fin dei conti il motivo per cui nonostante il proliferare degli spuntini culturali, non viene mai abbandonato il cosiddetto long-format, ovvero la narrazione lunga. La previsione di Cisco per il 2021 è che il 78% del totale dei dati consumati via smartphone sarà imputabile ai video. Quindi velocità e immediatezza al momento dello scrolling, ma narrazione e approfondimento nelle piattaforme dedicate. Un esempio è IGTV, il canale video di Instagram, dove gli utenti possono caricare video della durata massima di 10 minuti. Un tempo considerato anche troppo lungo: le anteprime durano infatti al massimo 1 minuto.

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Il papa accoglie Lula, schiaffo a Bolsonaro

People For Planet - Mar, 02/18/2020 - 15:00

«In un momento in cui l’economia è sempre più al servizio della finanza, le disparità globali aumentano, le grandi conquiste ottenute dai lavoratori nel secolo appena trascorso sono minacciate dagli interessi di minoranze forti e potenti, la scelta di papa Francesco di riunire ad Assisi, il mese prossimo, migliaia di giovani economisti per immaginare insieme una nuova economia più giusta, è un esempio». Così Luis Inácio Lula da Silva, ex presidente del Brasile, uscito di cella a novembre dopo 19 mesi dopo che una sentenza del Tribunale supremo ha giudicato illegittima la detenzione prima del terzo grado.

Dopo la condanna nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato, la “Mani Pulite” brasiliana, Lula ha sempre sostenuto di essere vittima di una caccia alle streghe: «Sono innocente e uscirò di carcere da innocente». Il giorno della scarcerazione, accolto da migliaia di persone in festa, è uscito con il pugno alzato. «Volevano imprigionare le idee, ma le idee non si fanno imprigionare», ha detto. Sul capo di Lula pendono tuttora cinque processi. Da ormai nove anni non fa in tempo a uscire illeso da un processo che ne spunta magicamente un altro. Una fatalità del caso che impedisce a Lula ogni candidatura ma che non ha impedito Papa Francesco di accoglierlo il 13 febbraio a casa sua. Il Papa vive in un bilocale a Santa Maria, lì riceve gli amici. «Chi sono io per giudicare» ha detto, abbracciando e accompagnando Lula all’uscio dopo un incontro durato più di un’ora. In tutto questo, dall’altro capo del mondo, Bolsonaro, già infastidito da quelle che reputa intromissioni del Papa sull’affare Amazzonia, sorride sornione e sentenzia «il papa è argentino ma dio è brasiliano». 

E mentre Lula, l’ex leader dei sindacalisti metallurgici di São Bernardo do Campo, cintura operaia di San Paolo, prosegue il suo viaggio lampo in Italia incontrando gli amici sindacalisti («da loro ho imparato tanto. Il sindacalismo italiano è stata una grande scuola»), Bolsonaro continua la sua crociata contro gli ambientalisti

«Chi è Greenpeace?»

«Questa merda chiamata Greenpeace. Questa è spazzatura, spazzatura! Un’altra domanda». Così, alla domanda di un giornalista, il presidente brasiliano durante una conferenza stampa lo scorso 13 febbraio. Argomento: la recente istituzione del nuovo Consejo Nacional da Amazônia Legal introdotta dal decreto Bolsonaro, che di fatto sottrae il controllo dell’Amazzonia al ministero dell’ambiente e lo dà al negazionista climatico, nonché vice presidente brasilia, Hamilton Mourão. L’incauto giornalista aveva chiesto a Bolsonaro di commentare il comunicato di Greenpeace Brasil, uscito l’11 febbraio, in cui si legge che «tra agosto 2018 e luglio 2019, la deforestazione in Amazzonia è cresciuta del 30%, pari a 1,4 milioni di campi da calcio» e che «il Consejo non ha piani, obiettivi o budget. Non annullerà la politica anti-ambientale del governo e non intende combattere la deforestazione o la criminalità ambientale. Governatori, popolazioni indigene e società civile non fanno parte della sua composizione. E nel tentativo di ridurre al minimo l’impatto negativo dell’amministrazione del Ministro Ricardo Salles, Bolsonaro ha rimosso il ministro dell’ambiente dal comando delle politiche ambientali per l’Amazzonia e spera che questo sia già abbastanza per ingannare l’opinione pubblica e gli investitori internazionali. Ma i risultati continueranno a essere misurati quotidianamente dai satelliti che misurano la deforestazione».

All’apostrofo di «spazzatura», Greenpeace Brasil ha reagito con ironia via Twitter: 

«Siamo gente che di spazzatura se ne intende! Negli ultimi 3 anni i nostri volontari hanno raccolto oltre 90 tonnellate di rifiuti che stavano inquinando il nostro pianeta» e poi ha pubblicato l’immagine di un cassonetto con le scritte: flessibilità delle autorizzazioni ambientali; aumento della deforestazione; riduzione delle aree protette; apertura di miniere nelle terre indigene; liberalizzazione dei pesticidi e il commento: «Anche questa spazzatura qui è preoccupante».

A Bolsonaro del resto non era andato giù nemmeno il documento «Cara Amazzonia», pubblicato lo scorso ottobre da Papa Francesco, che sogna un futuro ecologico al fianco dei poveri. Difficile stabilire se dio sia brasiliano, come dichiarato da Bolsonaro («il Papa è argentino, ma dio resta brasiliano»). Certo è che quella mano del papa posta sul capo di Lula sembra indicare con certezza chi sia il leader morale del Brasile. E no, non è Bolsonaro.