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Più di un milione di contagi: il vaccino è un cerotto | Carceri: “Subito 10mila ai domiciliari”

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 06:30

Tgcom24: Nel mondo superato il milione di contagi | Gb: record di decessi nelle ultime 24 ore | La Germania supera la Cina per numero di casi | New York, arrivano gli obitori mobili;

Leggo:  [Italia] Coronavirus, 760 morti e 1.431 guariti. Trend in calo: meno contagi di ieri con cinquemila tamponi in più MAPPA;

Il Giornale: Per l’Europa non c’era rischio. Un documento inchioda la Ue;

Repubblica: Coronavirus, il vaccino è un cerotto;

Il Mattino: Coronavirus, l’infermiera della foto simbolo è guarita: «Non vedo l’ora di tornare»;

Il Fatto Quotidiano: Carceri – La morte del primo detenuto riapre il dibattito: “Subito 10mila ai domiciliari”. “Così segnale di cedimento dopo le rivolte”;

Corriere della Sera: Scuola, tutti promossi con recupero a settembre Maturità, 18 maggio data ‘x’;

Il Sole 24 Ore: L’appello dell’Italia per salvare insieme l’Europa scuote la Germania – Ue, piano da 100 mld – Conte parla all’opinione pubblica europea – Regling: Ue usi tutti gli strumenti a disposizione;

Il Manifesto: Commissione Ue: in arrivo 100 miliardi di euro per la cassa integrazione in Europa;

Il Messaggero:Nella capitale cinese Shenzhen è vietato mangiare cani e gatti dal 1 maggio.

I 10 migliori film di Hollywood anni Settanta

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 06:00

Quando nel 1969 apparve a sorpresa Easy Rider (in verità c’era già stato il successo de Il Laureato ma viene rubricato a una fase precedente) le major in crisi per i numerosi colossi dai piedi d’argilla crollati al box office in nome del dollaro comprendono che un pubblico giovane ha completamente cambiato gusti e tendenze e che la maggiore industria d’intrattenimento del mondo deve rivolgersi a nuovi autori e nuovi modi di produzione stravolgendo tematiche e realizzazioni. Gli anni Settanta a Hollywood sono quelli di un decennio che ha visto la macchina dei sogni trasformarsi più volte senza più tornare a essere quella di prima. 

In estrema sintesi e secondo un penetrante e approfondito studio di Callisto Cosulich (Hollywood Settanta, Vallecchi, 1979) le innovazioni sono molteplici e riguardano: l’abolizione del lieto fine programmatico e dell’eroe positivo, la liberazione sessuale come convenzione sociale riconosciuta, l’accettazione delle droghe prima bandita dalla vecchia Hollywood, l’atteggiamento favorevole alla contestazione studentesca e ai temi del pacifismo, la revisione critica della storia americana e del mito del vecchio West, l’ispirarsi a fatti realmente accaduti, il superamento del vecchio star system con un profondo cambiamento di nuovi divi di riferimento. 

Fu un’ondata enorme che contempla le parodie di Mel Brooks, i cartoni animati di Fritz il gatto, il recupero del comico Lenny Bruce, lo stravolgimento del musical, dell’horror e il western dalla parte degli indiani.

Nulla sarà più come prima e tutto sarà utile per i grandi successi commerciali come Lo squalo e Guerre Stellari, film che non ho messo nella magnifica decina perché conseguenza di film più innovativi per la New Hollywood.
Questi i miei migliori 10 secondo un punto di vista molto fazioso. 

IL PADRINO di Francis Ford Coppola, 1972

L’inizio di una saga, quella della famiglia mafiosa italoamericano dei Corleone, che ha cambiato il corso del cinema moderno e che involontariamente ha dato anche un modello di riferimento alle mafie che hanno preso a loro uso e consumo frasi e comportamento del proprio modo di agire e pensare. Spesso i boss fanno accompagnare le esequie con il tema del film, circostanza che fa indignare il regista.
Il film è tratto da un bestseller di successo che aveva venduto mezzo milione di copie negli Stati Uniti. Complessa la scelta del protagonista Marlon Brando, vincente quella di dare spazio a nuovi attori emergenti quali Al Pacino, James Caan, Diane Keaton, Robert Duvall e la sorella del regista Thalia Shire. Il padre, don Carmine dirige le musiche di una tarantella e del folk siciliano che affiancano la geniale partitura di Nino Rota.
Girato in larga parte a New York e con degli esterni in Sicilia
Tre Oscar ma soprattutto 200 milioni di dollari d’incasso (6 per cento di royalties per il regista) e le azioni della Paramount che da 9 dollari rimbalzano a 34.
Hollywood dopo i 5 film giovanili incorona Coppola come il padrino del nuovo cinema americano. Il film è uno dei campioni assoluti della qualità cinematografica di tutti i tempi.  Il secondo episodio che esce nel 1974 ha un intreccio ancora più avvincente e molti lo preferiscono al primo. Il terzo è assolutamente lontano dai vertici precedenti. Il Padrino più che un film è un’immensa leggenda

TAXI DRIVER di Martin Scorsese, 1976

Scorsese sembrava essere un regista italiano alla Coppola che racconta criminali e invece diventa con questo capolavoro l’autore maiuscolo americano mettendo in scena l’Odissea metropolitana di un tassista che scava nelle memorie del sottosuolo con le sue peregrinazioni nei meandri più oscuri della solitudine contemporanea.
Un reduce del Vietnam, Travis Bickle, è l’antierore interpretato da uno strepitoso Robert De Niro che reinterpreta la storia del Noir ammantandolo di donchisciottismo delirante e di violenza cruda e spietata.
Il film risulta essere lo specchio oggettivo della quotidianità notturna della New York dell’epoca. Lo sceneggiatore Paul Shrader si disse ispirato da Lo Straniero di Camus.
La fotografia del film è di enorme valenza narrativa con originale valorizzazione dei dettagli in campo. Palma d’oro a Cannes e poster del film nelle camerette di giovani di tutto il mondo.
Uno di essi, John Hinckley, ossessionato dalla passione per la protagonista Jodie Foster, la giovane prostituta diventata l’emblema di un’epoca inquietante, per conquistarla emula un episodio del film e tenta di uccidere il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan

EASY RIDER di Peter Fonda e Dennis Hopper, 1969

Un film epocale e fondamentale che ha reso indimenticabili i due protagonisti Peter Fonda e Dennis Hopper. Sono loro che sceneggiano e producono un film indipendente che nessuno aveva previsto potesse seppellire la vecchia Hollywood generandone una tutta nuova che aveva vitale bisogno di portare al cinema chi si riconosceva nei valori di pace, amore e libertà o che era solo curioso di capire come stesse cambiando il mondo.
Costato niente, incassò milioni trionfando a Cannes come opera prima. Road movie per antonomasia, lisergico e alternativo, è il primo film che mette in scena la droga con realismo staccandosi delle narrazioni precedenti dove chi si drogava era spesso un assassino o un farabutto. I due cowboy hippy sono eroi positivi che contestano il sogno americano diventando vittime sacrificali dei fascisti dell’epoca appostati a un ciglio di strada.
Non c’è lieto fine in Easy Rider. Dopo una lunga cavalcata nel sogno e nel piacere ritrovi quella dura realtà che milioni di giovani in tutto il mondo volevano sovvertire.

MANHATTAN di Woody Allen, 1979

Gli anni Settanta della New Hollywood trovano un grande comico in servizio permanente che inanella sei film di fila molto divertenti. Già in Io e Annie si scopre la stoffa dell’autore cinematografico adulto e geniale.
Quello che diventerà Manhattan, come titolo di lavoro si chiamava Woody Allen film e simbolicamente chiude il fantastico decennio dei cambiamenti. Un inno al suo luogo ideale che dona ai cinefili di tutto il mondo un abito mentale per poter amare il posto dove vivi e aggrapparti alle “cinque cose per cui vale la pena vivere”.
Lo scrittore Isaac Davis è una straordinaria maschera del contemporaneo che fa ridere e pensare in “una commedia nevrotico crepuscolare campione d’incassi in tutto il mondo”.
Fotografia in bianco e nero strepitosa che sostiene gag esilaranti e momenti di grande cinema che esaltano New York commentata con musica di Gershwin e in particolare la Rapsodia in blu.  Il cast annovera nei fondamentali ruoli femminili: Diane Keaton, Mariel Hemingway, Meryl Streep. Un film che non è mai invecchiato. 

SUGARLAND EXPRESS di Steven Spielberg, 1973

Tra l’innovativo esordio televisivo di Duel e il successo planetario de Lo squalo si colloca il miglior film anni Settanta del geniale Steven Spielberg destinato a diventare uno dei massimi autori del cinema mondiale.
Tipico on the road  presenta un perdente che deve finire di scontare gli ultimi quattro mesi di carcere, ma la moglie non vuole aspettare poiché vuole riprendersi suo figlio, in affidamento temporaneo presso una famiglia di Sugarland.  Fa evadere il marito e insieme iniziano un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, inseguiti dalle forze dell’ordine.
Tratto da una storia vera ma non coincidente fu ispirato da Asso nella manica di Billy Wilder da cui Spielberg  trasse la cornice del riuscito circo mediatico solidale che si crea attorno alla fuga. 
Il film contiene uno dei topos del cinema di Spielberg, come certifica un suo biografo: “Quello relativo all’impossibilità di rimettere insieme i pezzi di una famiglia distrutta”. Secondo la critica del New Yorker, Pauline Kael: “Uno dei film d’esordio più fenomenali nella storia del cinema”. Ma il regista a distanza di anni dice: «Ottenne buone recensioni, ma avrei dato via tutte quelle recensioni per un pubblico più numeroso». 

LA RABBIA GIOVANE di Terrence Malick, 1973

Un giovane sceneggiatore firma una clamorosa opera prima.
Uno spazzino uccide il padre della fidanzata perché le ha ammazzato il cane e fugge con lei attraverso il Sud Dakota e il Montana uccidendo chi incontrano per strada.
Un noir ambientato in spazi sconfinati narrato dalla voce fuori campo della tredicenne protagonista che rievoca i fatti a distanza di anni attraverso il suo diario
Ispirato a fatti realmente accaduti per un film povero realizzato con fondi raccolti tra medici e dentisti che esplode alla sua uscita e diventa un cult che ha molto influenzato anche Quentin Tarantino.
Il titolo italiano inganna perché il protagonista Martin Sheen, se nelle sembianze ricorda James Dean, non è un ribelle senza causa ma “un uomo d’ordine che accetta il sistema e in cui il sistema si riflette, mettendo in luce quello che esso ha di sinistro”.
Dopo il film Malick scompare. Il secondo film lo realizza dopo 5 anni, ne passeranno venti per vedere La sottile linea rossa. Esistono poche sue foto. Un suo film dura anni. Ne ha realizzati solo dieci nella sua lunga vita. Il celebre critico Roger Ebert ha detto: «Uno dei pochi registi i cui film non sono mai meno che capolavori». Il primo nel titolo originale era Badlands.

AMERICAN GRAFFITI di George Lucas, 1973

L’ultima notte gaia e ribalda di quattro teenagers nell’estate del 1962 prima di affrontare l’età adulta sintetizzata dall’ultimo fotogramma del film che accanto alle loro foto ne rileva i diversi destini.
Una straordinaria operazione di successo della memoria rivolta al passato che Hollywood  capitalizza al meglio con incassi stratosferici.
Divertente e scanzonato il film è il fratello adulto delle serie televisiva Happy Days ma il potente talento di uno dei migliori registi della nuova onda ne fa anche un documentario sociologico; anche se la sua ricerca del tempo perduto ha una cura  maniacale dell’immagine e delle scenografie soddisfacendo pienamente il voyeurismo dello spettatore.
Il film è anche una sorta di straordinaria compilation d’hit d’epoca che ne fanno un tappeto sonoro avvolto ai personaggi che ascoltano alla radio il misterioso dj Lupo Solitario. Tutto è propedeutico per poi realizzare Guerre Stellari anche se la Universal che aveva prodotto American Graffiti rinunciò alla saga spaziale ritenendo Lucas non capace di gestire un alto budget. E di conseguenza perdendo il massimo successo commerciale mai ottenuto da un film che andrà a beneficiare la neonata Lucasfilm.

IL MUCCHIO SELVAGGIO di Sam Peckinpah, 1969

Sempre nell’anno di svolta della New Hollywood il western che consacra Peckinpah come grande regista e diventa “un equivalente cinematografico di Celine”.
Ambientato all’epoca della rivoluzione di Pancho Villa si incentra su una fallita rapina in banca che provoca molti morti innocenti, la fuga verso il Messico inseguiti da ferocissimi cacciatori di taglie, un assalto a un treno per prendere un carico d’armi e un cambio di scacchiere che mette il mucchio dalla parte giusta dei peones in una delle migliori carneficine mai viste su uno schermo e che diedero corso a polemiche violentissime sull’inedita estetica della violenza.
Secondo Morandini “Un inno epico alla morte, che fa piazza pulita di tutti i miti della frontiera, lasciando intatto solo quello dell’amicizia”. È anche un saggio di tecniche innovative che tra rallenty, colore splatter e montaggio frenetico di 3643 inquadrature ne fa una summa del cinema moderno e cult idolatrato tanto che ha anche dato il nome a una delle più celebri riviste di rock in Italia. 

NON SI UCCIDONO COSÌ ANCHE I CAVALLI di Sidney Pollack, 1969

Anche questo film è dello stesso anno di Easy Rider.
Durante la Grande Depressione, si svolge una maratona di danza a cui partecipano cento coppie per poter vincere il montepremi in palio: 1500 dollari.
Le fatiche di questa maratona vengono trasmesse in senso fisico a ogni spettatore che vide allora il film, effetto che non si è perso nel corso del tempo per un film purtroppo dimenticato.
Tratto da un romanzo breve scritto negli anni Trenta ma ribaltato dall’ottima sceneggiatura che punta sulla sala da ballo e non sull’aula di giustizia che domina nel libro. È una metafora sociale perfetta su come gli umani si sbranano in tempo di crisi. Film che condensa le 1000 ore dell’azione in un solo ambiente in modo straordinario. Finale amarissimo. Un Oscar per il migliore attore non protagonista ma tutti ricordiamo Jane Fonda.

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI di Sydney Lumet, 1975

Quanto di meglio si possa chiedere di un film spettacolar-sociale per dirla alla Cosulich.
Una rapina di due sbandati reduci del Vietnam diventa il pretesto del dramma in un ambiente chiuso che si confronta con il mondo di fuori per rendere attuale il vecchio adagio di Brecht: «Chi è più criminale chi fonda la banca o chi la sfonda?» molto in voga a quel tempo. Ci sono gli ostaggi, la folla che fa il tifo per i rapinatori, i media che propongono spettacolo, il cattivo dell’Fbi.
Al Pacino-Sonny è supersonico nei panni del leader nevrotico ma la spalla John Cazale non è da meno. La mamma del protagonista è affidata a Judith Malina del Living Theatre.
Accurata e precisa ricostruzione di un fatto realmente accaduto per conquistare i soldi necessari a un trapianto di sesso per l’amante del rapinatore. Oscar alla migliore sceneggiatura. 

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Gli intellettuali tedeschi lanciano un appello perché la Germania sostenga i coronabond

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 21:30

Di Mes o coronabond ci siamo già occupati su People for Planet spiegando la differenza e raccontando le reazioni del primo ministro Conte alle resistenze di paesi del nord-europa (tra cui la Germania) a forme di sostegno economico solidale tra i paesi UE.
Ora dalla Germania, il cui governo è stato finora contrario ai coronabond, arriva un appello sottoscritto da molti intellettuali perché anche il governo tedesco sostenga questa soluzione. Di seguito il testo dell’appello e l’elenco dei firmatari

Una lettera aperta al governo federale: i coronabond ora!

La tremenda crisi che stiamo vivendo a livello globale riguarda, ora e prima di tutto, salvare vite umane, evitando un altro crollo nelle economie nazionali e internazionali che porterebbe a conseguenze catastrofiche materiali e sociali. 
E si tratta anche di preservare il nostro ordine sociale umano, liberale e democratico, la conditio sine qua non in cui è incorporata anche la nostra “economia libera”.
Possiamo solo affrontare adeguatamente la crisi come cittadini liberi. Ciò richiede il massimo della cooperazione e della solidarietà organicamente organizzate, individuali, regionali, nazionali e internazionali. 
I paesi dell’Unione europea – anche nell’interesse della Germania – devono comportarsi il più possibile in solidarietà e proteggersi a vicenda. Con tutti i mezzi disponibili, usando le forze di tutte le singole economie nazionali per creare una stabilità comune. 
La situazione richiede una solidarietà concreta e immediata, ovvero: la creazione di obbligazioni “corona”, obbligazioni comuni emesse dai paesi dell’euro. E questo prima che la spirale discendente sviluppi uno slancio ancora maggiore. Gli strumenti economici e finanziari nazionali adottati come pacchetti di incentivi, prestiti di emergenza, acquisti di obbligazioni, iniezioni finanziarie non saranno sufficienti, né ci saranno varianti aggiornate del MES, del Fondo europeo di salvataggio e nessuna “linea di credito precauzionale” per i bilanci nazionali. La forza dell’azione è troppo grande. Chi può davvero essere responsabile di non utilizzare il più potente di tutti gli strumenti europei nella situazione attuale?

La richiesta ora deve essere il più forte possibile: massima solidarietà. Per motivi etici, anche per motivi culturali, sociali ed economici. La grande responsabilità deriva da una grande forza e la Germania ha una forza enorme. L’Europa ci ha dato tutto ciò che siamo – ora tocca a noi restituire

Esortiamo il governo tedesco a concordare al prossimo vertice dell’UE la proposta del primo ministro italiano Giuseppe Conte e del presidente francese Emmanuel Macron di istituire “Corona Bonds”. Una richiesta che la Spagna e altri sei paesi dell’UE già supportano.

31 marzo 2020

Promotori:

Jörg Bong, autore, pubblicista
Helge Malchow, caporedattore Kiepenheuer e Witsch
Regina Schilling, curatrice del festival letterario internazionale lit.COLOGNE, regista

Firmatari:

Johanna Adorján, autore
Adriana Altaras, autore
Prof. Dr. Aleida Assmann, autore, pubblicista
Prof. Dr. Jan Assmann, autore, pubblicista
Sibylle Berg, autore, drammaturgo
Prof. Dr. Manuela Bojadžijev, Leuphana University of Lüneburg, Humboldt University Berlin
Nora Bossong, autrice
Emma Braslavsky, autrice
Sonja vom Brocke, autrice
Prof. Dr. Heinrich Detering, Georg August University Göttingen
Prof. Dr. Heinz Drügh, Goethe University di Francoforte sul Meno
Carolin Emcke, autore, pubblicista
Yannic Han Biao Federer, autore
Gunther Geltinger, autore
Prof. Dr. Dietrich Grönemeyer, autore, pubblicista, medico
Prof. Dr. Sabine Hark, Università tecnica di Berlino
Josef Haslinger, autore
Jakob Hein, autore
Prof. Dr. Wilhelm Heitmeyer, Università di Bielefeld
Julia Holbe, autore
Prof. Dr. Rahel Jaeggi, Università Humboldt di Berlino
Hilary Jeffery
Prof. Dr. Dirk Jörke, Technical University Darmstadt
Prof. Dr. Wolfgang Kaschuba, Università Humboldt di Berlino
Esther Kinsky, autore
Jörn Klare, autore
Prof. Dr. Albrecht Koschorke, Università di Costanza
Prof. Dr. Claus Leggewie, pubblicista, Justus Liebig University Gießen
Svenja Leiber, autore
Prof. Dr. Stephan Lessenich, Ludwig Maximilians University Munich
Sibylle Lewitscharoff, autore
Prof. Dr. Steffen Mau, Università Humboldt di Berlino
Kristof Magnusson, autore
Prof. Dr. Ethel Matala de Mazza, Università Humboldt di Berlino
Thomas Meinecke, autore
Eva Menasse, autore
Robert Menasse, autore
Prof. Dr. Christoph Menke, Goethe University Frankfurt
Robert Misik, autore
Prof. Dr. Oliver Nachtwey, Università di Basilea
Falk Nordmann, autore
Christoph Nußbaumeder, autore
Professore Dr. Claus Offe, Hertie School of Governance
Christoph Ransmayr, autore
Moritz Rinke, autore
Prof. Dr. Hartmut Rosa, Università Friedrich Schiller, Jena
Sasha Marianna Salzmann, autrice
Frank Schätzing, autore
Peter Stamm, autore
Prof. Dr. Wilhelm Schmid, autore
Dorian Steinhoff, autore
Mark Terkessidis, autore
Prof. Dr. Philipp Ther, Università di Vienna
Stephan Thome, autore
Uwe Timm, autore
Prof. Dr. Joseph Vogl, Humboldt University Berlin
Prof. Dr. Michael Wildt, Università Humboldt di Berlino
Hubert Winkels, autore, critico letterario
Roger de Weck, autore, pubblicista
Thomas Winkler, autore
Prof. Dr. Michael Zürn, Centro scientifico per la ricerca sociale di Berlin

Covid-19: muore detenuto. Il diritto alla salute è di tutti

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 20:45

Oggi è morto un detenuto per Covid-19. Un uomo in attesa di giudizio e di condanna, arrestato in Sicilia nel dicembre 2018 per accuse di associazione mafiosa. Aveva 76 anni, soffriva di altre patologie, ed era recluso nel carcere la Dozza di Bologna, trasformatosi in un focolaio: positivi al Covid-19 anche altri due detenuti (ora in isolamento) e un agente della polizia penitenziaria dello stesso istituto. Quattro detenuti entrati in contatto con quelli ora in isolamento, sono invece in “domiciliazione fiduciaria“, ovvero in quarantena, e così anche altri tre poliziotti penitenziari.

Centocinquanta i tamponi finora effettuati, di cui 92 sui detenuti e 58 sulle guardie, a riferirlo il Garante delle persone private della libertà Mauro Palma. Ricoverato in ospedale il 26 marzo per plurime patologie e difficoltà respiratorie, è risultato positivo al tampone. L’autorità di sorveglianza competente gli ha quindi concesso gli arresti domiciliari all’ospedale, dove poi è deceduto. 

Nessuna propaganda, né pietismi, vale la pena sottolineare che sulla gestione delle carceri in emergenza sanitaria i sindacati della polizia e i garanti dei detenuti concordano nel denunciare gravi mancanze e protocolli non sempre chiari. Qualcuno parla di colpe:

Purtroppo, questo nemico invisibile sta facendo stragi ovunque e il carcere altro non è che una parte della società” ha detto Gennarino De Fazio, esponente del sindacato UILPA Polizia Penitenziaria nazionale, “non vogliamo e non potremmo strumentalizzare l’accaduto. Il Ministro Bonafede e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno tante colpe e responsabilità nell’assolutamente inadeguata gestione delle carceri, prima e durante l’emergenza sanitaria, che sarebbe inutile, inelegante e finirebbe col depotenziare le nostre continue denunce”. 

Il virus ha probabilmente poche probabilità di entrare in carcere, ma, una volta dentro, le probabilità di proliferare sono altissime. “Era in cella con un altro detenuto, asintomatico, che è in isolamento in carcere, così come le altre persone che avevano avuto contatti con lui”, riferisce Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. 

Intanto, si aggiunge un altro grave problema. Come scrive Damiano Aliprandi su Il Dubbio, a preoccupare sono i trasferimenti ancora attivi dei detenuti da un carcere all’altro. Una pratica che sarebbe da sospendere, perché “rischia non solo di vanificare il lavoro di alcuni istituti dove ancora è possibile applicare il protocollo, ma anche di veicolare potenziali infettati dal virus Covid 19”.  

Covid-19, petizione contro la D’Urso sfiora le 400mila firme

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 19:41

Ecco il testo integrale della petizione, sottoscrivibile qui.

“Purtroppo, sappiamo la caratura culturale dei suoi programmi, 

ma questa volta ha superato il limite invitando in diretta Salvini e PREGANDO in diretta insieme a lui. 

Ricordiamoci che l’Italia è un paese laico e che abbiamo i nostri luoghi di culto e sacerdoti. Questa operazione ha sfruttato ancora una volta il potere della religione sugli anziani, così da rafforzare la sua personalità e il suo programma, indegno culturalmente.

Questa volta però facendo anche politica e dando un ottimo strumento di propaganda a Salvini, che aveva dimostrato due giorni prima, quanto politicamente fosse “preparato” in un altro programma tv dedicato, quello si, alla politica del paese.

Chiedo quindi che venga cancellato il suo programma definitivamente! Dopo che per anni ha sfruttato lo spazio per avere sempre più potere fino a creare una ridicola esperienza religiosa in diretta, con un politico.

Un insieme di cose non accettabili…e che sia il suo punto finale in tv.

ITALIA PAESE LAICO, rispetto per tutte le religioni, via la D’Urso dalla televisione! Non ha l’autorità né religiosa né di altro tipo, per esercitare una funzione religiosa in diretta tv.

Attendiamo risposta da Mediaset e dai suoi vertici”.

Questo il testo della petizione attiva da due giorni su Change e che stasera conta quasi 400mila firme. 500mila l’obiettivo da raggiungere per tentare di cancellare dal già triste pomeriggio televisivo il programma – già più volte contestato – Live – Non è la d’Urso.

Covid-19: Medici, da eroi a nemici da denunciare

Lettera dalla Svezia

Perché i cani mangiano l’erba?

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 18:00

È deliziosa: è questo il primo motivo per cui i cani si impuntano di tanto in tanto, durante la passeggiata, e si fanno fuori interi ciuffi d’erba. A loro piace proprio come a noi piace la verdura, con alcune eccezioni per entrambe le specie. Ci sono poi cani che sviluppano preferenze: proprio come noi. C’è chi preferisce le foglie fresche, chi le erbe più secche o una particolare specie di erba. Quel che non possono di sicuro riconoscere, proprio come noi, è se quell’erba è stata trattata chimicamente: come sovente accade, ad esempio a fine inverno e poi fino all’autunno, con i trattamenti anti zanzara. Anche per questo, sarebbe essenziale utilizzare sempre prodotti non tossici. Oltre ai cani, anche i bimbi piccoli mettono in bocca tutto ciò che trovano, tra l’altro.

Causa di vomito

In generale, se il cane vomita dopo aver mangiato erba, è probabile che abbia ingerito sostanze tossiche. Alcuni cani tuttavia mangiano erba proprio perché devono vomitare, e se l’erba non è un’abitudine per loro, il padrone saprà riconoscere subito il motivo di questa strana scelta, che va certamente assecondata e non deve destare particolari preoccupazioni: un mal di stomaco. Se invece il cane ripete l’operazione più di due volte a settimana, allora una visita dal veterinario potrebbe chiarire un altro problema di salute. Se vomitano fino a due volte a settimana non occorre allarmarsi: il vomito non è nei cani direttamente correlato a un grave malessere. Alcuni rimettono il cibo solo perché l’erba solletica la gola e il rivestimento dello stomaco.

Carenza nutrizionale

La maggior parte degli alimenti in commercio offre ai cani una dieta equilibrata, quindi è improbabile che il tuo cane non riceva la nutrizione di cui ha bisogno dalla sua ciotola. Ci sono però cani con determinate malattie intestinali che non digeriscono correttamente il cibo, e hanno difficoltà ad assorbire i minerali, il che li può portare a cercarli nell’erba. La possibilità è però abbastanza rara, e si concretizza a problematica reale solo se associata a sanguinamento nelle feci.

Istinto?

Questa è solo una teoria, che non ha finora avuto alcun riscontro scientifico. I cani mangerebbero erba per istinto: allo stato brado sono infatti onnivori e mangiano carne e piante, proprio come noi, e quindi i vegetali li attirano come la carne, più per “ricordo” che per necessità o voluttà.

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4 domande di 7 sindaci alla Regione Lombardia: tamponi, test, protezioni…

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 16:40
I sette sindaci

I sindaci di 7 città capoluogo della Lombardia (Bergamo, Brescia, Lecco, Mantova, Milano, Varese) hanno rivolto una serie di domande in una lettera aperta alla Regione Lombardia in merito all’emergenza coronavirus. Tra di loro anche i sindaci, lo sottolineiamo, delle città capoluogo delle province più colpite dal virus: Bergamo, Brescia, Milano.

Le domande

Ecco di seguito il testo delle 4 domande poste dai sindaci al presidente della Regione

  • Quando saranno disponibili i dispositivi di protezione – a partire dalle mascherine – il cui arrivo è stato promesso da tempo?
  • Che cosa sta facendo la Regione per proteggere il personale sanitario e gli ospiti delle RSA, in molte delle quali sappiamo purtroppo di numerosi decessi? In una recente conferenza stampa il Presidente Fontana ha detto che la situazione “è sicuramente sotto controllo” e che “tanto i plurisintomatici che i monosintomatici verranno sottoposti a tamponamento”. È ciò che si sta realmente facendo?
  • Perché la Regione Lombardia non segue le direttive del Ministero e dell’Istituto Superiore di Sanità che prescrivono di sottoporre a tampone i sintomatici e, qualora questi siano positivi, i loro familiari e i contatti recenti?
  • Perché la Regione Lombardia non ha ancora autorizzato l’avvio della sperimentazione dei test sierologici che altre regioni, come il Veneto e l’Emilia-Romagna, hanno invece attivato? L’esito di tali test – in abbinamento a un’indagine continua attraverso tamponi su un campione statisticamente rappresentativo per età, sesso, luogo di residenza… – è ritenuto decisivo per certificare l’evoluzione dell’epidemia e l’immunità di chi abbia contratto il virus anche in forma asintomatica.
La regione risponde: bieca speculazione politica, sindaci irresponsabili

Il presidente della Regione Lombardia non ha ritenuto di rispondere nel merito.

Ha preferito invece dichiarare polemicamente: “Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare. Se poi la ‘lezioncina’ arriva da chi non ha competenze scientifiche dirette, la cosa diventa  per pura e bieca speculazione politica-ancora più inopportuna e per certi versi triste”.
“Un modo di comportarsi-irresponsabile e poco consono per chi ricopre un ruolo istituzionale.”
“È evidente, che c’è una strategia politica e che quindi l’obiettivo è tenere alta la polemica contro la Regione, impegnata invece 24 ore su 24 a contrastare concretamente il virus. Non mancheremo comunque di recapitare ai sindaci in maniera specifica e puntuale tutta la documentazione che darà loro anche risposte scientifiche”. 

Le questioni poste dai sindaci sono all’ordine del giorno

Le domande poste dai sindaci toccano parte dei temi che People For Planet sta ponendo all’ordine del giorno del dibattito per contrastare il coronavirus ormai da tempo: test mirati; protezione di medici e ospiti di case di riposo;…

Troviamo sorprendente che la Regione Lombardia, l’area più colpita al mondo dal covid-19, non abbia risposte a domande di merito che ci riguardano tutti.

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Immagine di Francesca Pedringa

Covid-19, positivi 40 donatori di sangue su 60: quasi il 70% del totale

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 16:00

Castiglione d’Adda, pochi chilometri da Codogno, Comune della prima “zona rossa”: Su 60 donatori di sangue, 40 sono risultati positivi e asintomatici.

Quasi il 70% del totale dei donatori si è scoperto positivo al Covid-19 senza sapere di esserlo. Un numero altissimo, emerso dall’ultimo screening e reso noto il 31 marzo, che disorienta il sollievo degli scorsi giorni, quando proprio a Castiglione si era registrato un progressivo calo dei contagi ufficiali, stando ai numeri ufficiali. A oggi il Comune ha 4.500 abitanti, 190 casi e 80 decessi. 

Al di là degli allarmismi, la scoperta pone in questione i seguenti punti.

1. Donare il sangue è essenziale

Ora che gli ospedali sono particolarmente in carenza di plasma per le trasfusioni e le operazioni di routine non da Covid19, donare il sangue continua a rimanere un’azione utile per la collettività. E oggi lo diventa anche per se stessi, per scoprire la propria (eventuale) positività alla carica anticorpale. 

2. Essere portatori sani (e non saperlo)

Al di là degli allarmismi, lo screening di Castiglione è utile per rendere i cittadini più consapevoli del rischio di essere portatori sani e spingerli ad assumere precauzioni anche quando sentono di “stare bene”.

L’altra sera, ospite da Lilli Gruber, Walter Ricciardi (OMS), ha ribadito più volte che sarebbe utile, un vero e proprio gesto altruistico, che tutti portassero le mascherine chirurgiche e non solo quelli che hanno i sintomi del Covid-19: a differenza di quelle con valvola esalatrice, le mascherine chirurgiche infatti servono a proteggere gli altri da sé stessi, specie se si è asintomatici, e perciò più portati a sottovalutare le precauzioni da adottare. 

Covid-19 arriva in Amazzonia: rischio strage delle comunità indigene

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 15:40

La forte preoccupazione si è tramutata in realtà: come confermato anche dal Sesai, il servizio sanitario indigeno del ministero della Sanità, il governo brasiliano ha annunciato il primo caso di contagio da Coronavirus in una delle comunità indigene dell’Amazzonia.

Oggi, 2 aprile 2020 ore 13.00, secondo i calcoli della John Hopkins University, si registrano nel mondo più di 900mila i casi di Coronavirus con 47.208 decessi totali e 193.700 persone guarite (gli Usa sono il Paese più colpito con più di 200mila casi, seguito da Italia 110.574 e Spagna  104.118. Nel Brasile sono 6.931 i casi di contagio con 244 i morti). E così, insieme ai contagi, cresce anche la paura che le popolazioni indigene brasiliane possano essere decimate dalla pandemia.

Il primo caso tra gli indigeni dell’Amazzonia sembrerebbe essere una giovane operatrice sanitaria di 20 anni appartenente al gruppo indigeno di Kokama che vive un villaggio del distretto di Santo Antônio do Içá, non lontano dal confine con la Colombia. La donna è entrata in contatto con un medico risultato positivo a Covid-19, impegnato sul territorio a trattare altri casi di Coronavirus precedentemente accertati. Nello stesso distretto erano già stati accertati quattro casi e, secondo le previsioni degli esperti, il virus potrebbe decimare la popolazione indigena del Brasile, che attualmente conta 850mila persone.

Dopo una prima fase in cui il Presidente Jair Bolsonaro cercava di sminuire l’emergenza affermando che la pandemia fosse una “fantasia dei media (per approfondire Bolsonaro: «la stampa sul coronavirus è isterica») si è ricreduto, dichiarando che il Coronavirus è«la più grande sfida della nostra generazione» e ha detto che per affrontarla sono necessari «unione e collaborazione» per «salvare vite, senza perdere posti di lavoro». Rimane però un’innegabile difficoltà di collaborazione tra le comunità indigene e il governo brasiliano, un difficile rapporto iniziato appena dopo l’elezione dell’attuale Presidente, nel 2019, quando lo stesso acconsentì all’apertura dei territori indigeni per l’esplorazione di minerali e/o petrolio. (per approfondire Jair Bolsonaro vince in Brasile: i polmoni del pianeta rischiano )

Si rafforza quindi il timore per queste popolazioni che vivono in zone remote con limitata  possibilità di accesso alle cure fornite dal sistema sanitario nazionale, disponendo di scarsissime risorse per fronteggiare e prevenire i contagi. Inoltre, come ha evidenziato Sofia Mendonça, ricercatrice dell’Università Federale di San Paolo (Unifesp) e coordinatrice del progetto Xingu a promozione della salute delle popolazioni indigene nel bacino del fiume Xingu, gli effetti dell’epidemia potrebbero essere paragonabili a quelli di altre malattie infettive (come il morbillo), introdotte in passato nelle zone della foresta pluviale, che ebbero conseguenze devastanti su una grande fetta della popolazione locale.

E pensare che, solo pochi giorni fa,  i gruppi indigeni in tutto il Sud America avevano iniziato a ritirarsi nella loro foresta pluviale, nel tentativo di sfuggire alla minaccia Coronavirus.

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#iorestoacasa e mi fa compagnia Stefano Benni

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 15:00

Tra i tanti artisti che stanno registrando canzoni, brani di libri, monologhi teatrali anche Stefano Benni aiuta chi sta in quarantena raccontando le favole ai bambini e agli adulti.

Beh… non sono esattamente le favole classiche, diciamo che sono rivisitate dal noto scrittore bolognese.

Per esempio Cappuccetto Rosso non è per niente impaurita dal Lupo, anzi, lo infama proprio, e che dire di Raperonzolo che schifa il principe? E i 7 nani come se la cavano con il divieto di spostarsi?

Potete guardare i video e leggere le favole a finale aperto di Stefano Benni nella sua pagina Facebook.

Qui sotto vi riportiamo la storia di Raperonzolo pubblicata da Repubblica.

Buon divertimento e grazie Lupo!

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La spesa durante la quarantena: alcuni consigli per evitare lo stress e sentirsi al sicuro

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 11:53

Siamo bravi e andiamo a fare la spesa una volta a settimana, ci premuniamo di mascherine, guanti e quando non ci sono di sciarpe, occhialini da piscina e qualsiasi cosa ci possa isolare dagli altri e farci sentire più sicuri. Cerchiamo di mantenere le distanze di sicurezza.

In fila fuori dal supermercato nessuno parla, tutti in fila e distanti, come se solo aprir bocca fosse passabile di sanzioni o anche solo occhiatacce.
Cerchiamo di mantenere le distanze di sicurezza evitando anche di guardare la persona che prima i noi sta prendendo le uova.

Cerchiamo di rilassarci e seguiamo poche e semplici regole per non stressarci troppo nell’unica occasione che abbiamo per uscire di casa.

Prima di uscire
  • Facciamo una lista, bella dettagliata magari seguendo mentalmente il percorso all’interno del supermercato: prima frutta e verdura e poi man mano le corsie che incontreremo. Così non dimenticheremo niente e soprattutto faremo in fretta, rispettando le persone che devono entrare dopo di noi.
  • Se viviamo in città ed è possibile fare la spesa online è meglio: molti supermercati e soprattutto molte piccole botteghe offrono la consegna a domicilio; vale la pena informarsi nella propria città.
  • Se poi vivete a Milano non perdetevi le informazioni di questo servizio:

Ecco come fare la spesa a domicilio a Milano

Nel parcheggio del supermercato
  • Mettiamo guanti e mascherina.
    Le mascherine di tipo chirurgico proteggono gli altri e non vanno indossate durante il tragitto in auto, in macchina non servono. Se non le avete, pazienza, magari mettete un foulard o una sciarpa che serve a pochissimo ma dimostra agli altri clienti la vostra buona volontà.
  • Molti supermercati hanno all’ingresso il gel antibatterico per disinfettare le mani: usiamolo e poi compriamo o indossiamo i guanti monouso (se non li abbiamo vanno bene anche quelli che si usano per lavare i piatti: in questo caso ricordate che dovete lavarli e/o disinfettarli esattamente come fossero le vostre mani).
Dentro il supermercato
  • Abbiamo infilato mascherina e guanti, abbiamo fatto la fila distanziata con il nostro carrello e finalmente siamo entrati. Cerchiamo ora di mantenere le distanze di sicurezza dagli altri clienti e non tocchiamoci con i guanti bocca, naso o occhi.
  • Non c’è la carne che volevamo comperare? È terminata e arriva domani? Fa niente, cambiamo il tipo di proteina. Cerchiamo di essere flessibili così da non tornare al negozio il giorno dopo solo per due fettine di petto di pollo.
  • Al banco della macelleria o del fresco sorridiamo: anche se indossiamo la mascherina, se si sorride si vede; e siamo gentilissimi con chi ci sta affettando il prosciutto, lui o lei quella cosa così fastidiosa davanti a naso e bocca, che noi non vediamo l’ora di togliere, la indossa per minimo otto ore al giorno. Chiedere «Come va?», avere pazienza, dire una gentilezza fa bene a lui/lei e a noi.
  • Siamo arrivati alla cassa: appoggiamo la spesa sul nastro trasportatore e passiamo velocemente davanti al cassiere per metterla nelle buste. Per pagare, meglio se abbiamo una carta contactless o lo smartphone abilitato al pagamento – basta avvicinarli al Pos senza neanche toccarlo.
Appena usciti
  • Togliamo i guanti e buttiamoli via, se non li abbiamo usati disinfettiamo le mani, specie se per pagare abbiamo digitato il Pin. Se durante la spesa abbiamo ricevuto o fatto una telefonata o inviato o risposto a un messaggio, disinfettiamo anche lo smartphone. Togliamo la mascherina.
A casa
  • Togliamoci le scarpe, lasciandole fuori o sul balcone, appoggiamo le buste (a terra non sui ripiani di cucina!), laviamoci le mani per 20 secondi con sapone o detergente
  • Laviamo la frutta e la verdura prima di consumarla, magari lasciandola a bagno con un cucchiaino di bicarbonato.
  • Non disinfettiamo bottiglie o confezioni di detersivi o altro, non ci sono prove che il coronavirus si contagi attraverso gli oggetti.

Siamo stati bravissimi!

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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Ricetta per la pasta di sale fai da te

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 10:00

Nuovo appuntamento con la nostra selezione di video tutorial dal web! Consigli utili per trascorrere questo nostro tempo con creatività, mettendosi alla prova ed imparando ogni giorni una nuova arte!

Oggi diamo il via libera alla fantasia con la pasta di sale! Un gioco semplice e divertente per il quale ci servono pochi ingredienti: acqua, sale e farina!

Dal canale Youtube Vivi con Letizia ecco la ricetta completa di tutti i segreti, dalla A alla Z! Nel tutorial infatti scoprirai:

  • Come fare la pasta di sale: ingredienti, ricetta e procedimento;
  • Come colorare la pasta di sale;
  • Tempi di essiccazioni della pasta di sale, quanto e come cuocere in forno le tue creazioni;
  • Come conservare la pasta di sale sia durante la lavorazione che dopo l’essiccazione;
  • In più ben 7 consigli utili!
Fonte: Vivi con Letizia

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Scooter e miniscooter elettrici più venduti in Italia nel 2019

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 08:00

Gli scooter elettrici stanno aumentando le vendite segnando, nel 2019, un incremento del 2,31% rispetto all’anno precedente.
Secondo quando dichiarato dall’Ancma (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori) il settore dove l’elettrico primeggia è sugli scooter con velocità inferiore ai 45 km/h.

Vediamo quali sono i modelli più venduti.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Covid-19: Diario di 24 ore al Pronto Soccorso del Policlinico di Milano

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 08:00

Questo racconto è ben poca cosa rispetto a quello che potrebbe scrivere chi ha lottato tra la vita e la morte, o chi ha visto un suo caro non farcela. È la modesta testimonianza di 24 ore di ricovero al  Policlinico di Milano. Per sospetto Coronavirus.

Come tutto è iniziato

Premessa. Il 21 febbraio, mentre a Codogno il primo paziente si ammalava, ero partito per una breve vacanza in Alto Adige, prenotata da un pezzo. Sulle piste si andava da -14 a + 8. Ho sudato e preso freddo. Tornato a Milano, ho avuto per alcuni giorni qualche linea di febbre (37.4) e tosse (grassa), supervisionata dalla mia dottoressa di base e curata con tachipirina.

Tutto normale… o forse no

Poi sono stato bene per parecchi giorni, prima di una ricaduta con febbre più alta: 38.3. A quel punto la dottoressa mi convoca per una visita e poi mi manda a fare una radiografia del torace, che è anche il primo passo per vedere se ho il Coronavirus. L’ambulatorio è ancora aperto: chiuderà il giorno dopo. Il risultato non è bello, nei polmoni c’è casino. Meglio fare altri accertamenti. Così, sempre seguendo le indicazioni del mio medico, vado al Pronto Soccorso del Policlinico, che è a pochi passi.

Al Pronto Soccorso

L’infermiera all’accettazione, vista la mia rx, mi dà un codice verde, e una mascherina chirurgica. Quella che avevo io era una di quelle fornite dalla Protezione Civile, che l’assessore al Welfare lombardo, Gallera, aveva definito “carta igienica”. Nella sala d’attesa su una sedia ogni quattro è stata messa una striscia rossa. Sono le uniche sulle quali ci si può sedere, per tenere la distanza.
Ci sono altre quattro persone, che si guardano male l’un l’altro: ognuno ha paura che siano gli altri a contagiarlo.
Mi fanno gli esami del sangue, che poi risulteranno tutti sballati. L’infermiera mi fa una serie di domande, e un altro infermiere, piuttosto alto, scrive al computer le mie risposte.

Ma, sentito che sono stato in Alto Adige, l’infermiera devia il discorso: anche lei ci va sempre. Sì, anche lei in Val Pusteria. Sì, è bellissimo. Le montagne più belle del mondo. Istintivamente le sono grato, è un attimo di distrazione, di normalità, che spezza per un po’ l’ansia per quegli esami dai quali dipende il mio futuro.

Poi tocca all’ossimetria, che controlla la percentuale di ossigeno nel sangue. Devo camminare sei minuti con una specie di molletta al dito, collegata a una macchinetta che fa bip bip. Dopo due minuti la macchinetta impazzisce e inizia a urlare. “Adesso le facciamo il tampone. Non lo facciamo a tutti” mi dice l’infermiere, quello alto.

Tampone: sembra un privilegio raro

Il tampone non è altro che un grosso e lungo cotton fioc, che ti infilano su per il naso, fino a farti lacrimare. Un po’ fastidioso, ma niente di che.

“Quanto tempo ci vorrà per i risultati?”. “Quattro – cinque ore”. Caspita, mi tocca tutto il pomeriggio in sala d’aspetto. Torno di là, circondato da sguardi d’odio degli altri in attesa.

Io ho fatto il tampone: sono io il monatto che li infetterà.

Dopo un paio d’ore torna l’infermiere alto: “Abbiamo visto gli esami del sangue. Non sono bellissimi. Per stanotte la ricoveriamo”.

 Mi indica la strada, l’ascensore, il piano. Salgo da solo.

Ricoverato

Sulla porta del reparto c’è un infermiere vestito da palombaro (tuta, copri scarpe, mascherina, schermi di plastica per proteggere il volto) che mi accompagna in una stanza con sulla porta un grosso cartello: “I pazienti ricoverati in queste stanze NON POSSONO ASSOLUTAMENTE USCIRE”.

È una camera a due letti, con bagno e tv. Tiro un respiro di sollevo. Già mi ero immaginato una camerata piena di sospetti contagiati, o, peggio, un corridoio. Per fortuna sono l’unico ospite, anche se al triage mi avevano avvisato che l’ospedale è pieno.

Guardo fuori dalla finestra. In cortile c’è un albero pieno di fiori bianchi. Dopotutto è primavera. Mi viene in mente l’ultima volta che sono uscito, prima di stamattina.
Era qualche giorno fa, prima che tornasse la febbre. Ero andato a prendere il pane da un egiziano che lo fa sottile e croccante. Entro e non vedo nessuno. All’improvviso da sotto il bancone compare una ragazza sui vent’anni, che sfodera un sorriso da bimba, piena di gioia come una che ha fatto uno scherzo ben riuscito.  Non posso fare a meno di sorriderle di rimando. Per un attimo restiamo così, due sconosciuti che in una Milano deserta e impaurita si sorridono. Poi lei dice “scusi…”. “E di che? Volevo del pane…”. Siamo rientrati nei nostri ruoli. Esco dal negozio provando un senso di gratitudine verso quella ragazza. Mi ha regalato un attimo bellissimo. Prezioso.

Ora, qui in ospedale, mi domando quando capiterà di nuovo qualcosa del genere, quanto tempo dovrò stare qui dentro.

Il pomeriggio passa guardando in tv un programma sulla vita di Giosuè Carducci, poi uno sulla guerra in Africa Orientale, e rassicurando al telefono parenti e amici che in fondo andava tutto bene.

Sì, tutto bene, a parte la spossatezza infinita che ho da giorni e la preoccupazione sull’esito del tampone. Che succederà se mi trovano positivo? Che succederà se la mia situazione all’improvviso si aggrava? Le storie su quelli intubati che rischiano, o muoiono, senza neanche il conforto di un parente sono terribili.

Mi tengo su recitando il mio mantra personale: “Combatteremo sulle spiagge. Combatteremo nei luoghi di sbarco. Combatteremo nei campi e nelle strade. Combatteremo sulle colline. Non ci arrenderemo mai”. C’è chi prega la Madonna, il suo santo preferito, Buddha, Vishnu, Wakan Tanka o Manitù. Il mio “santo” di riferimento nelle situazioni difficili è sir Winston Churchill, e questo è un brano del suo celebre discorso dopo la ritirata di Dunkerque, quando l’invasione dell’Inghilterra da parte dei nazisti sembrava inevitabile.
Sono retorico? Vi paio buffo? Vi faccio ridere? Non me ne frega niente. Trovo che in situazioni di bisogno qualunque cosa faccia stare un po’ meglio va bene e ha pari dignità. Anche il mago Otelma, se a qualcuno serve il mago Otelma.

Provo a chiedere se posso farmi portare pigiama e spazzolino, ma mi dicono che, essendo un reparto di isolamento, è piuttosto complicato far arrivare qualcosa da fuori. Se domani mi trattengono, si troverà il modo, ma per stanotte mi devo arrangiare così.
Vabbé, poco male.

È quasi mezzanotte quando spengo la luce.

Un ospite inaspettato

Un attimo dopo si spalanca la porta ed entra una lettiga.
Tutta la notte da solo: era troppo bello.
In un attimo passo dall’Hotel Policlinico, un posto non dico gradevole ma ok, se dimentichi perché sei lì, all’Overlook Hotel, quello di “Shining”.

Il nuovo ospite parla un italiano stentato, capisco che è cinese. E questo non mi rassicura affatto.
Il suo letto è a meno di un metro dal mio. Lo faccio notare all’infermiere, sottolineando che al Pronto Soccorso c’era una distanza ben maggiore tra una sedia e l’altra, e gli chiedo di spostare il mio letto il più lontano possibile.

Fa un’aria comprensiva. Dice che provvederà. Ma poi scompare.
Dopo avere atteso per un tempo che mi pare infinito, almeno mezz’ora, opto per il fai da te.
Individuo la levetta che sbocca il mio letto e, mentre parte un tenue segnale di allarme che avvisa che un letto non è più fisso, lo sposto contro la finestra, al lato opposto della camera. Ora ci saranno due metri ,due metri e mezzo di distanza. Va un po’ meglio.

Bardato con mascherina e sciarpa avvolta sugli occhi, mi giro dall’altra parte e tento di dormire.

Dormire? Impresa impossibile

Il cinese è perennemente al telefono, e quando non è al telefono parla da solo o si lamenta.

Gli chiedo cortesemente se, essendo ormai le due di notte, potrebbe perlomeno smettere di parlare ad alta voce.

Lui si profonde in scuse e mi spiega che sta chiamando una ambulanza privata con la quale è d’accordo per andare a fare una dialisi la mattina presto.

Dialisi? Mi tolgo la sciarpa dagli occhi e per la prima volta lo guardo bene. Lui si è tolto il lenzuolo. Ha una gamba tagliata all’altezza del ginocchio, l’altro piede completamente fasciato, e il ventre coperto di piaghe. Deve essere un diabetico grave.

Mi taccio, sentendomi un verme per essermi lamentato.

Ma perché c’è un diabetico in questo reparto? Non può essere perché non c’è posto: i diabetici muoiono come mosche per il Coronavirus, metterlo in questo reparto se non ce l’ha significa rischiare di condannarlo a morte.

Ma allora l’hanno messo qui perché il Coronavirus ce l’ha già?

E quindi, con una notte con lui, rischio di prendermelo, se per caso non ce l‘avevo quando sono entrato?

Ogni ipotesi di prendere sonno ormai è cancellata.

Non ho più sonno. Ho soltanto paura

Verso le 3 arriva un’infermiera con un apparato portatile per le radiografie e gli fa una rx del torace. Allora non sono ancora certi che abbia il coronavirus… Ma torna la domanda precedente: perché mettere in diabetico qua dentro?

Passa un’altra ora, e gli fanno gli esami del sangue.

Ma qualcosa va storto. Devono avergli rotto una vena, perché poco dopo che l’infermiera è andata via, inizia a zampillare sangue come una fontanella.

Mi alzo e timidamente infrango il divieto di aprire la porta: “Scusi, questo signore perde sangue…”.

L’infermiere arriva e risolve il problema. Intanto il lenzuolo è zuppo, e anche parte del pavimento.

Ma i lenzuoli sono finiti. Bisogna tenersi quello insanguinato.

Da ore ho una sete tremenda e approfitto del momento per chiedere una bottiglia d’acqua. Anche il signore cinese ne vuole una.
Anche le bottigliette sono finite: “Se vuoi ti riempio la tua dal rubinetto” propone l’infermiere. Perfetto, meglio che niente.

Qui il “lei” non esiste. Il “tu” domina dal primo istante. Appena entri qui, non conta più chi sei, la tua posizione sociale, la tua cultura, il tuo denaro. Qui dentro tutti sono uguali.
Giustamente, ci mancherebbe altro. Ma fa pensare alla famosa “livella” di Totò, la morte, che rende uguali l’aristocratico e il netturbino. In ospedale funziona anche se non sei morto. O non ancora.

L’impressione è che il reparto sia davvero allo stremo. Mancano persino le cose basiche.

Resiste una cosa più importante: la gentilezza

Il signore cinese chiama l’infermiere decine di volte nel corso della notte. E ogni volta lui viene, gentile, premuroso. Una sola volta gli dice: “Non puoi chiamare ogni cinque minuti, ho molti altri pazienti a cui pensare, non posso stare solo dietro a te”. Ma non lo dice in modo aggressivo o spazientito. Il tono è calmo, tranquillo. Quasi affettuoso.

E l’altra infermiera quando viene in camera non manca mai di mettere un “caro” nella frase. È una parola che qui dentro – dove non c’è ancora il dolore, ma la preoccupazione, quella sì, domina – fa piacere. Rassicura.

Verso le 8 il mio compagno di stanza viene finalmente caricato sull’ambulanza che lo porterà a fare la dialisi, al Sacco. Forse è una coincidenza, ma è l’ospedale numero uno di Milano per il Coronavirus.

Provo a chiedere a un infermiere cosa aveva quel signore cinese, ma mi risponde che non lo sa, qui arriva ogni giorno tanta gente…

Le hanno detto che lei è negativo?

Verso mezzogiorno passa il medico di turno: “Le hanno detto che lei è negativo?”.

“No…”.

“Il risultato del tampone è arrivato stanotte. Lei ha una polmonite batterica. Può tornare a casa. Prenda questo antibiotico…”.

Quasi non lo sento più. Sono troppo felice. Certo, se qualcuno me lo diceva stanotte mi evitavo ore di angoscia, ma adesso non importa. È strano essere felici di avere la polmonite, ma è così. Mi sembra una cosa meravigliosa. Negativo! Non è una parola bellissima?  Mi dimentico pure di chiedergli informazioni sul perché il cinese stava qui.

“Naturalmente deve stare attento, perché potrebbe essere un falso negativo. Ce ne sono più di quanti lei pensa. Se i sintomi peggiorano ci contatti subito. Buon giorno”.

Pare il gioco dell’oca: credi di essere vicino al traguardo, e magari invece torni alla casella di partenza.

Al diavolo il falso negativo, sono NEGATIVO e basta. Appena a casa stappo una bottiglia di champagne per festeggiare la mia “banale” polmonite.

Poi mi tornano in mente la sala d’attesa del Pronto Soccorso, gli altri “sospetti” seduti poco lontano da me, le notizie sulle migliaia di medici e infermieri che si sono infettati in ospedale, il signore cinese…

Devo pazientare almeno 14 giorni da quando esco da qui, così sarò sicuro di non essere entrato sano e uscito malato.

Il brindisi lo rimando. Lo farò tra due settimane. Lo champagne può aspettare ancora un po’.

Intanto lo metto in frigo.

Foto di ds_30 da Pixabay

Ritaglia gli animilli!

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 06:30
Aprile, dolce dormire

Aprile, dolce dormire,
è bello sognare, è bello poltrire,
è bello osservare la mosca ronzare,
mentre si è lì, un po’ a sonnecchiare.

La rondine torna, è indaffarata,
invece io son qui, addormentata
e sogno e poltrisco,
nessun testo finisco.

E’ dolce poltrire
ma poi… chi mi aiuta a finire?
Aprile, sei un bel monellaccio,
ci provo, ma non ce la faccio:

sei più forte di me…
La biro dov’è?
Boh? Non la trovo!
Ora dormo di nuovo.

Cantiamo insieme

Mamma Maria

Per vedere i post dei giorni precedenti clicca qui

Inps, cassa integrazione e misure Coronavirus. UE: da modello Svezia ai nudi della Francia

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 06:15

Il Messaggero: Conte: «Misure prorogate al 13 aprile. Non possiamo allentare la stretta. Fase 2 sarà convivenza con il virus»;

Il Giornale: Coronavirus, quasi 3mila nuovi positivi. ​727 morti in un giorno;

Il Mattino: Virus, l’esperto di pandemie: «La malattia continuerà a circolare per tutta l’estate»;

Il Manifesto: Gli imprenditori vedono nero. Pressing per ripartire in fretta;

Leggo: Sito Inps di nuovo accessibile ma rallentato. Avrà orari diversi: «Dalle 8 alle 16 i patronati, poi i cittadini» 100 domande al secondo;

Corriere della Sera: Come ottenere 1.400 euro di anticipo della cassa integrazione – Attenti agli intoppi;

Il Fatto Quotidiano: Cia: “Da Pechino dati falsi su casi e vittime”. Cina teme ondata di contagi: 600mila isolati. Germania proroga le misure fino al 19 aprile;

Repubblica: Perché la Svezia ha scelto di lasciare tutto aperto;

Il Sole 24 Ore: Perché il virus in Africa è una bomba a orologeria per Apple, Samsung, Microsoft e Bmw;

Tgcom24: Gli infermieri francesi nudi per protesta Foto;

Fonte immagine: Tgcom24

Covid-19: il governo cambi strategia. Tamponi mirati e isolamento selettivo!

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 06:00
Modello italiano, modello coreano

60 milioni di italiani agli arresti domiciliari sono una sofferenza e un disagio enormi e un costo economico spaventoso. Un prezzo che stiamo pagando mentre la situazione coreana è totalmente diversa.

All’inizio della pandemia in effetti il governo non aveva altre possibilità vista la situazione della Sanità dopo decenni di mal governo e spreco organizzato e il ritardo della rivoluzione digitale.

Ma ora, non adottare misure di contrasto intelligente alla diffusione del virus sarebbe autolesionismo. E restiamo basiti apprendendo che la regione Lombardia il 30 marzo ha effettuato solo 3659mila test virali per il coronavirus, il 29 erano stati circa il doppio! Invece di aumentare i tamponi si diminuiscono! Una decisione che non siamo proprio in grado di comprendere.

Già diversi giorni fa abbiamo raccontato come hanno fronteggiato i contagi in Corea. Invece di mettere in quarantena 50 milioni di cittadini hanno fatto tamponi a tappeto a tutte le persone a rischio, hanno individuato gli infetti, anche asintomatici. Poi, grazie ai tracciati degli spostamenti forniti dai tabulati dei cellulari, hanno individuato i luoghi dove sono stati e le persone con le quali sono entrati in contatto, hanno fatto i tamponi anche a loro e poi hanno messo in quarantena solo le persone positive. Infine hanno monitorato chi aveva l’obbligo di restare a casa grazie all’impiego di una task force, seguendo i loro cellulari e chiamandoli al telefono. Quindi hanno messo in quarantena solo le persone che potevano diffondere il contagio e non TUTTI i coreani! E i risultati si sono visti: il diffondersi della pandemia è stato drasticamente ridotto con costi umani ed economici enormemente inferiori a quelli che stiamo pagando in Italia.

L’anailisi del premio Nobel Paul Romer

Il premio Nobel per l’economia Paul Romer ha realizzato uno studio che fornisce una proiezione del diffondersi dell’epidemia con tamponi mirati, individuazione delle persone a rischio e quarantena selettiva e una proiezione in caso di quarantena generalizzata, il tutto corredato da grafici animati e di facile comprensione (qui la traduzione!).

Stefano Feltri ha pubblicato sul Fatto Quotidiano un’analisi dettagliata della questione sottolineando che oltretutto l’approccio dei test generalizzati e della quarantena selettiva offra anche immensi risparmi in termini economici. (Coronavirus, per me va cambiato approccio. La pandemia si può fermare con meno di 1 miliardo e più test)

Cambiare strategia

Tutti questi elementi ci convincono che sia necessario e urgente che il governo e le regioni cambino strategia! Subito! Attrezzare laboratori in grado di aumentare la capacità di analizzare i tamponi è urgente perché può salvare moltissime vite umane! Si è riusciti a raddoppiare a tempo di record il numero di respiratori e di posti nelle terapie intensive, quindi possiamo affrontare la sfida di aumentare drasticamente il numero dei test e creare un task force che lavori per ricostruire i contatti che hanno avuto le persone contagiate.

Cambiare il paradigma è essenziale e urgente. Sarà possibile? Sì, se saremo in tanti a sostenere questa necessità. Facciamo quindi appello a tutti perché si crei una mobilitazione a favore di questa svolta. In questo momento molto probabilmente anche tu sei in detenzione domestica, innocente, il tempo non ti manca, usa la rete per farti sentire!

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Foto di Stefan Dawson per Unsplash

Testare le persone e isolamento mirato: come salvare più vite (e l’economia)

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 06:00

Paul Romer, Premio Nobel dell’economia 2018, ha pubblicato questa analisi sul blog dello Stigler Center presso la Booth School of Business dell’Università di Chicago. Di seguito la traduzione di ampi stralci, la versione integrale in inglese completa di grafici è consultabile a questo indirizzo.

Test mirati o isolamento di massa?

Scrive Romer:

Per comprendere gli effetti che una strategia di test mirati potrebbe avere sul corso della pandemia, ho costruito un modello semplice per simulare e visualizzare gli effetti di diverse politiche per affrontare il virus.

Se contrapponiamo una politica non specifica di distanza sociale (isolamento di massa) con una politica di frequenti test mirati per contenere il virus, quanto più dirompente è la politica non specifica? 
Risposta: molto più dirompente. 

Ciò che mostrano le simulazioni è che se usiamo un sistema di test mirati per determinare chi va messo in isolamento, la frazione della popolazione che deve essere confinata e isolata è enormemente più piccola.

Sono necessari test frequenti e a ogni persona coinvolta nei test questo viene ripetuto dopo due settimane circa.

L’isolamento basato sui risultati dei test richiede un’interruzione molto minore dei normali schemi di blocco di massa dell’interazione sociale.

Un’economia può sopravvivere con il 10 percento della popolazione in isolamento. Non può sopravvivere quando il 50 percento della popolazione è isolata.

Non è difficile capire perché il targeting dell’isolamento in base ai risultati dei test riduca il numero totale di persone isolate. Ciò che conta per il controllo dell’infezione è il numero di persone infette che isola.

Se le persone sono isolate a caso, devi isolare molto più persone per ottenere lo stesso risultato.

Strategie asiatiche ed europee

I risultati dell’analisi di Paul Romer sembrano confortare la strategia adottata in alcuni Paesi asiatici (Cina, Corea del Sud, Giappone, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi) rispetto a quelle adottate da molti paesi europei tra cui l’Italia.

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Islanda, il paese dove si fanno più test anti-coronavirus al mondo

People For Planet - Mer, 04/01/2020 - 19:00
Un approccio integrato

Secondo quanto si ricava dai reportage dei media internazionali e dalle informazioni fornite dal governo islandese sul proprio sito, le autorità islandesi stanno adottando misure rigorose per limitare la diffusione della malattia Covid-19 nel paese. L’attenzione maggiore è stata rivolta ai test, alla tracciabilità dei contatti e alla quarantena di individui considerati probabili portatori. Inoltre, sono state messe in atto misure molto rigide per diverse settimane per proteggere i gruppi considerati più vulnerabili dalle infezioni, nonché misure per ridurre al minimo il rischio di infezione negli istituti medici.

La più alta percentuale di test al mondo

Secondo i numeri pubblicati dal governo mercoledì 25 marzo, un totale di 11.727 individui sono stati testati per il virus che causa Covid-19; data la numerosità della popolazione islandese è la percentuale più alta al mondo rispetto al numero dei residenti, come se in Italia fossero stati fatti 2 milioni di tamponi anziché cinquecentomila come è attualmente

I target dei test

I test sono stati eseguiti su due diversi gruppi.

Un totale di 5.564 test sono stati eseguiti dall’ospedale dell’Università Nazionale d’Islanda a Reykjavík, principalmente su soggetti sintomatici o che si ritiene abbiano contratto il virus a causa della vicinanza di individui infetti o di altri motivi. Di questi 5.564 test, 4.879 sono stati negativi e 685 positivi.

Sono stati effettuati in totale 6.163 test sulla popolazione generale, individui a cui non era stato ordinato di mettersi in quarantena e generalmente asintomatici o che presentavano sintomi lievi. Di questi 6.163 test, 6.111 sono stati negativi e 52 positivi.

I test capillari hanno consentito di limitare le morti a 2

La campagna di test capillari e mirati sta dando i suoi effetti. Ad oggi, in Islanda, un totale di 737 sono stati diagnosticati con Covid-19; 68 persone sono guarite. Sono morte due persone a cui era stato diagnosticato il Covid-19, uno è un turista, l’altro un islandese. 15 sono attualmente ricoverati in ospedale e 2 in terapia intensiva. Di quelli attualmente identificati come infetti, 23 hanno più di 70 anni, la fascia di età più a rischio.

Restrizioni alle riunioni ma niente “state a casa”

A partire da mezzanotte di lunedì 23 marzo, in Islanda è entrato in vigore un divieto di raduno di 20 o più persone. Queste misure sono state messe in atto in seguito alle raccomandazioni dell’epidemiologo capo al ministero della sanità retto dalla ministra Svandís Svavarsdóttir. Il divieto resterà in vigore fino al 12 aprile 2020. Dal 16 marzo era in vigore un precedente limite di 100 persone.

Inoltre, le persone devono assicurarsi di mantenere una distanza di almeno due metri tra loro. Gli istituti universitari e di istruzione secondaria, dove è prassi la formazione a distanza, sono chiusi dal 16 marzo ma le scuole elementari e gli asili rimangono aperti con misure specifiche istituite per limitare il rischio di infezione.

La comunicazione ai cittadini già dall’inizio di febbraio

Le autorità islandesi sono intervenute sin dall’inizio di febbraio con una campagna pubblica molto visibile che enfatizza la consapevolezza delle abitudini personali che riducono il rischio di trasmissione, come il lavaggio delle mani e il distanziamento nelle interazioni sociali. Ogni giorno dal 27 febbraio alle 14 si svolge una conferenza stampa che illustra ai media le evoluzioni della situazione.

Photo by Michael Held