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Aggiornato: 1 ora 21 min fa

L’epidemiologo Vespignani spiega come agire contro il covid-19

Mar, 05/05/2020 - 13:30

Come si muove il virus nel mondo, come si possono prevedere i suoi sviluppi nella popolazione, in pratica: come si sviluppa un’epidemia?

Per rispondere a queste domande ci vuole un epidemiologo e Alessandro Vespignani è esattamente questo. 55 anni, italiano, lavora Boston alla Northeastern University. Fisico di formazione ha iniziato la sua carriera studiando i virus informatici per poi passare a quelli biologici e afferma in una lunga intervista a TPI che in fondo non sono così diversi tra loro nella modalità di diffusione e noi gli crediamo sulla parola.

Se il compito di un virologo è studiare il virus e trovare un rimedio alla malattia che ne deriva, magari un vaccino, quello dell’epidemiologo è capire come si diffonde per riuscire a frenare la pandemia.

Testing, tracing and treating

E Vespignani spiega come si può fare in modo semplice, quello che lui chiama le tre T: “testing, tracing and treating”.
Testare: «Tamponi e test» afferma: «Purché omologati. Serve un esercito. Serve una determinazione ossessiva e spietata. Io in Italia oggi questo esercito non lo vedo». Un buon esempio è il comportamento della Regione Veneto.

Tracciare: «Che poi significa poter “Isolare”. Appena sei positivo c’è qualcuno che ti chiama e ti chiede: “Quante persone hai visto? E chi sono?”. E poi si chiamano, si isolano e si seguono anche quelli». In pratica quello che stanno facendo in Cina, Corea e Hong Kong e in Europa la Germania.

Vespignani poi spiega che non è necessario che l’isolamento duri 15 giorni per tutti ma va calcolato tenendo conto dei giorni che sono passati dal contatto con la persona positiva: «Siccome non va dimenticato che tutto questo ha un costo sociale enorme, se il contatto è avvenuto dieci giorni fa e sei negativo devi essere isolato solo cinque giorni». Poi altri tamponi e se risultano negativi si può uscire. Al giornalista che si diceva scettico che questo modello si potesse applicare all’Italia Vespignani risponde: «Ma queste cose sono state fatte in Congo, quando abbiamo combattuto contro Ebola! Abbiamo costruito i modelli per il Congo e, le autorità congolesi li hanno implementati anche in zone di guerra! Si può fare in Congo e non si può fare a Milano

Trattare. E qui la questione si fa pelosa. Perché noi per isolamento intendiamo che la persona positiva al virus deve rimanere a casa e Vespignani non è per niente d’accordo: «Ma prendete un albergo! Aprite una caserma. Fate quello che volete, ma non chiudete gli infetti nelle loro case, ad infettare i loro familiari». E non è un problema economico ma di mentalità: «Perdiamo un miliardo di euro al giorno. Ma prendiamo tutte le stanze che servono, e facciamo trascorrere il miglior periodo di quarantena immaginabile».

Vespignani è anche un po’ scettico sulla validità delle app per tracciare il virus: «Le persone vanno se-gui-te. Lei se lo immagina uno che si alza la mattina e tutto tranquillo si autoisola perché lo schermo del telefonino gli diventa rosso? Quell’infetto è un uomo che non può essere lasciato da solo. Magari sono un padre e ho una famiglia da far campare. Magari sono un precario e devo uscire. Magari non ho lo spazio domestico per tutelare i miei… Le app vanno benissimo, possono essere un grande supporto, ma serve un servizio umano. Serve una tutela a distanza che non si può realizzare solo con un algoritmo o con le faccine sul telefonino.»

Insomma, Vespignani è convinto che per aprire veramente alla Fase 2-3-4-5 bisogna passare da queste 3 T altrimenti si rischia che sia solo un «esercizio di stile».

E a noi di Esercizi di Stile ci piacciono solo quelli di Queneau.

Leggi tutta l’intervista qui

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Fonte Foto: Calcionapoli1926.it

Dalla Cina la vespa killer dell’uomo

Mar, 05/05/2020 - 12:56

Ha le dimensioni di un calabrone la “vespa velutina”, nota anche come “calabrone asiatico” o “calabrone dalle zampe gialle” ed è originaria del sud-est asiatico. Il New York Times ha parlato dell’invasione dello Stato di Washington e ha sottolineato come il calabrone asiatico sia capace di uccidere circa 50 persone l’anno, come successo in Giappone, scatenando uno shock anafilattico in chi è predisposto. È già accaduto anche in Italia, vittima uno sfortunato giardiniere di Imperia, che è stato punto da tre vespe velutine mentre era al lavoro. Per fortuna è stato assistito in tempo.

Università a sostegno

Ma l’insetto minaccia soprattutto gli alveari, è capace di distruggerli decapitando letteralmente le api, ed è giunta prima in Liguria e ora in Toscana. Le Università di Firenze e Pisa sono già allertate nel tentativo di far fronte a quella che già si prospetta come un’emergenza.

Una minaccia per l’economia e la biodiversità

Come noto, il ruolo delle api e degli insetti impollinatori è ampio e riguarda un anello fondamentale della biodiversità e quindi anche dell’economia. La diffusione di questo insetto alieno potrebbe quindi essere devastante. Gli apicoltori hanno già posizionato delle trappole nelle loro arnie e nelle ultime settimane 5 vespe asiatiche “regina”, pronte a formare pare nuovi eserciti, sono state catturate e uccise. L’ultima a Massa qualche giorno fa, mentre l’ultimo avvistamento è stato nella vicina Carrara.
Rita Cervo, etologa del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e professoressa associata di Zoologia, è il punto di riferimento della rete Stop Velutina. Un sito dove si possono segnalare gli avvistamenti (un altro molto ben fatto è questo) ma anche capire come combattere questo nemico alieno e quindi particolarmente insidioso, perché le api non hanno avuto modo di sviluppare un metodo di difesa. Si pensa che l’animale sia giunto in Occidente – in Francia per la precisione – nel 2004, con un carico aereo dall’Asia, probabilmente dalla Cina.

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Tumori: studio italiano scopre composto che ne blocca la crescita

Mar, 05/05/2020 - 11:41

Individuato un nuovo composto sperimentale in grado di frenare la crescita tumorale: la scoperta è stata effettuata da un gruppo di ricercatori tutto italiano dell’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM) e dell’Università di Padova, che hanno pubblicato i risultati dei loro studi sulla rivista Cell metabolism e hanno già depositato la richiesta internazionale di brevetto della terapia.

Affamare il tumore

Guidati da Luca Scorrano, professore ordinario del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova e Direttore Scientifico del VIMM, i ricercatori hanno scoperto che l’angiogenesi – il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni essenziale alla riparazione e rigenerazione dei tessuti ma anche alla crescita dei tumori e lo sviluppo delle metastasi – dipende dalla proteina Opa1 presente nei mitocondri, le centrali energetiche della cellula. Usando un innovativo farmaco scoperto nel loro laboratorio in grado di inibire l’attività della proteina Opa1, i ricercatori sono riusciti a bloccare la crescita tumorale.

L’inibizione dell’angiogenesi è un meccanismo già noto per il trattamento dei tumori: esistono infatti diversi farmaci già in uso clinico che bloccano il processo di angiogenesi e tolgono nutrienti al tumore impedendogli di crescere. Uno di questi è il bevacizumab, che viene usato nella cura del cancro del colon metastatico e di altri cancri con metastasi o a stadi avanzati. Purtroppo, però, questi farmaci non sempre riescono a impedire la progressione della malattia perché nonostante la loro efficacia diversi tumori diventano resistenti a questo e altri farmaci simili, che non riescono quindi più a bloccare l’espansione del tumore.

Il coinvolgimento delle “centrali energetiche delle cellule”

“Partendo da questi presupposti – spiega Scorrano – ci siamo chiesti se i mitocondri, le centrali energetiche della cellula implicate in molti dei processi alla base dei tumori, fossero coinvolti anche nell’angiogenesi. Abbiamo così scoperto che i mitocondri cambiano rapidamente la propria forma quando l’angiogenesi si attiva, come a dare un’indicazione della loro partecipazione al processo di formazione di nuovi vasi sanguigni”. Studi bioinformatici ed esperimenti condotti in laboratorio hanno quindi permesso ai ricercatori di comprendere che la proteina mitocondriale Opa1 è implicata nell’angiogenesi, e di capire che se Opa1 non viene attivata l’angiogenesi non può procedere.

Remissione tumorale

Usando un composto sperimentale che blocca Opa1, per il quale i ricercatori hanno già depositato la domanda di brevetto internazionale, i ricercatori hanno notato una riduzione della crescita dei tumori a livello sperimentale che oscilla tra il 70 e l’80%. “Confidiamo che i farmaci che potranno essere derivati da questo primo composto da noi scoperto possano trovare un’utilità clinica nei tumori che sviluppano resistenza al bevacizumab e per altri tumori che sviluppano resistenza alle terapie. Naturalmente tutto ciò sarà possibile solo se l’efficacia e la sicurezza di tali composti saranno confermate in studi clinici con i pazienti: nuove ricerche ci attendono per migliorare questa nuova categoria di composti e per capire quali siano le loro indicazioni terapeutiche in ambito oncologico”.

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Le bugie dell’Europa sui morti per coronavirus

Mar, 05/05/2020 - 10:22

In base alle statistiche ufficiali, oggi l’Italia è il Paese europeo più colpito dal covid-19 dopo la Spagna con il maggior numero di vittime ma probabilmente il dato non è quello reale.

La Protezione Civile quando comunica i dati sulle morti da Covid-19 si riferisce solo ai pazienti di cui è stata accertata a diagnosi tramite tampone. Quindi, spiega Milena Gabanelli, sono inferiori alla realtà e la stessa cosa avviene anche per gli altri Paesi europei.

La giornalista quindi ha messo a confronto Paese per Paese i numeri dei morti di quest’anno con quelli degli anni precedenti e qui si scoprono un po’ di contraddizioni.

“La Spagna conta 68.056 decessi contro i 39.981 dello stesso periodo negli anni precedenti. È il Paese dove la crescita è maggiore: più 70%. I Paesi Bassi fanno registrare un più 50% (22.352 contro 14.895). Segue l’Italia con 78.757 decessi al 4 aprile contro 57.882. Gli ormai noti dati Istat ci dicono che a livello italiano l’aumento in media è del 36% (ben sappiamo, però, che la più colpita è la Lombardia con incrementi che arrivano a decuplicarsi nei comuni della Bergamasca). Anche il Regno Unito registra un più 36% (63.842 contro 46.877). Poi Svizzera più 25%, Francia e Svezia più 20%.

Insomma, i numeri dicono ben altro rispetto alle comunicazioni ufficiali.

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Foto di Mabel Amber da Pixabay

Da vecchi jeans a gonna. Il Riuso che fa bene all’ambiente

Mar, 05/05/2020 - 10:00

L’industria della moda è tra le più inquinanti al mondo. La nostra cultura usa e getta fa perdere valore ai nostri abiti, le mode frenetiche ci impongono sempre stili diversi. Oggi proviamo a rallentare un po’ e a rendere migliore ciò che già abbiamo.

Dal canale YouTube di Francesca Boni ecco come riusare vecchi abiti che non ci piacciono più. Un modo creativo per ridurre gli sprechi, limitare i consumi e far bene all’ambiente.

Francesca Boni

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Come parte la fase 2 in Europa

Mar, 05/05/2020 - 08:00
In alcuni paesi fase 2 era già iniziata

L’Europa, il continente più colpito finora dalla pandemia di Covid-19, avvia con cautela la c.d. “fase 2”. Alcuni paesi, come l’Austria, la Danimarca, la Repubblica Ceca l’hanno già avviata da metà aprile, altri sono partiti o sono prossimi a farlo.

Italia: “Poche ragioni per rallegrarsi”

Secondo il corrispondente dall’Italia del Guardian, chiusi a casa dal 9 marzo gli italiani godranno solo di una timida ripresa. Una fase 2 con l’aria di una“falsa riapertura” che offre “poche ragioni per rallegrarsi”, secondo il corrispondente del giornale inglese.

Riepiloga il Guardian, potranno “spostarsi all’interno della loro regione per visitare i familiari – se indossano una mascherina – ma scuole, parrucchieri, palestre e molte altre attività rimarranno chiuse “,”I caffè e i ristoranti possono offrire solo take-away e sarà proibito viaggiare tra le regioni, tranne che per motivi professionali o di salute o per una situazione di emergenza”. Il tutto complicato da direttive delle diverse regioni (l’articolo è del 3 maggio) a volte molto diverse tra loro e apparentemente poco collegate allo sviluppo del virus nelle varie realtà territoriali.

Francia: “Province verdi e province rosse”

Secondo quanto riporta il giornale francese L’Obs in Francia la fase 2 partirà l’11 maggio se i nuovi casi resteranno al di sotto di 3.000 al giorno. Giorno per giorno alcune province saranno classificate come “verdi” e altre come “rosse”, a seconda del numero di nuovi casi, della capacità di test nella provincia e della pressione sugli ospedali locali. Le verdi potranno iniziare e proseguire la fase 2 mentre le rosse avranno uno stop.

Negozi e mercati anche di generi non essenziali riapriranno ma non bar e ristoranti. I francesi potranno uscire di nuovo senza autocertificazione. Saranno ammessi incontri pubblici fino a 10 persone. Anche gli asili nido e le elementari riapriranno ma con un massimo di 15 bambini in ciascuna classe.

Belgio: “Restituiteci i nostri genitori!”

In Belgio, la fase 2 non riguarda ancora le visite ai parenti, che è ancora proibita. Il quotidiano belga Le Soir ha scritto la scorsa settimana: “Restituiteci i nostri genitori!”  Con le misure adottate in Belgio, scrive il giornale, “possiamo andare in una libreria ma non vedere i nostri genitori, possiamo andare in kayak ma non ricevere i nostri nipoti. Altrimenti dovremo incontrarli al supermercato o in una merceria, a 1 metro e 50 di distanza e con una mascherina.”

Spagna: “Negozi solo su appuntamento”

El Pais racconta che gli spagnoli potranno di nuovo fare sport e brevi passeggiate, mentre le porte di alcune aziende si riapriranno ma secondo regole molto rigide

Solo i negozi “con meno di 400 metri quadrati di superficie” possono essere aperti al pubblico,” ma solo su appuntamento, tramite e-mail o telefono. E un programma prioritario è riservato alle persone con più di 65 anni”.

Germania: “Le regioni orientali riaprono”

La Süddeutsche Zeitung riferisce che in Germania, dove è già iniziata una attenta fase 2, diversificata a seconda delle zone, le regioni orientali (Sassonia, Sassonia, Turingia…) sono quelle dove la riapertura viaggia più veloce, incoraggiate da un basso tasso di contaminazione e mortalità

In Sassonia, ad esempio, non è più necessario avere “una buona ragione”, come lo sport o lo shopping, per uscire di casa. D’altra parte, “i negozi al dettaglio possono aprire indipendentemente dalle dimensioni e i campi da gioco possono essere utilizzati a determinate condizioni. I residenti delle case di riposo e delle case di cura presto potranno ricevere visite”.

Svizzera: “Rischio di divisioni nella società”

Il giornale Le Temps scrive che la fase 2, iniziata in Svizzera, potrebbe creare una nuova frattura all’interno della popolazione. “Quando la crisi del coronavirus ha colpito duramente la Svizzera, l’intero paese si è compattato” e “i critici erano quasi inesistenti”, osserva il quotidiano.

Ma la convivenza civile oggi è “minacciata da una polarizzazione che potrebbe danneggiarla …. Possiamo sentire i toni in che si alzano tra quanti mettono al primo posto la sicurezza della salute e coloro che desiderano tornare alla normale vita sociale ed economica il più rapidamente possibile”.

Una polarizzazione che non riguarda solo la Svizzera.

La pala eolica a cui piace il windsurf (Video)

Mar, 05/05/2020 - 07:47

Portatile, 400 W di potenza, leggera, facile da montare e smontare. Sono alcune delle caratteristiche di Bentu, una turbina eolica realizzata riciclando alcune vecchie vele da windsurf. Geniale!
La pala eolica Bentu nasce per chi vive in zone remote, in zone colpite da calamità naturali o in Paesi in via sviluppo e ha la necessità di avere energia elettrica rinnovabile subito e a basso costo.
Intervista a Daniele Valentini, l’ideatore di Bentu (che vuol dire “vento” in sardo).

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Ecoansia, il male del millennio

Mar, 05/05/2020 - 07:00

Ghiacciai che si sciolgono e sprofondano nell’oceano, specie animali e vegetali scomparse per sempre, città soffocate dallo smog, allagamenti, siccità, invasioni di insetti, sovrappopolazione, migrazioni, raccolti a rischio, incertezza e buio totale se si pensa al futuro. Il tutto aggravato dalla consapevolezza di avere a disposizione un tempo limitatissimo – una decina di anni – per provare ad arrestare il surriscaldamento globale, ammesso che sia possibile. Ma questo richiede uno sforzo di tutti; e quei tutti sembrano spesso immobili. È un chiodo fisso, un pensiero che non si riesce a scacciare dalla mente. La chiamano “ecoansia”. Deriva dal continuo riflettere sulla drammaticità del futuro che ci attende. È un senso di angoscia e di impotenza perenne, che può sfociare in attacchi di panico e persino depressione. Il male del millennio è l’ansia per il Pianeta che soffre.

I giovani sono più ecoansiosi

“I cambiamenti climatici mettono a rischio la salute mentale”, titolava nel 2016 un articolo dell’American Psychological Association, che riprendeva i risultati di un report federale sul tema, uno dei primi nei quali si analizzava la correlazione tra crisi climatica e ansia. Uno studio più recente mostra che sono soprattutto i giovani-adulti a provare ecoansia: il 47% di chi ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni afferma che lo stress provocato dai cambiamenti climatici in atto influenza la sua vita quotidiana, mentre due terzi della fascia più adulta afferma di provare comunque un minimo di ecoansia.

Spesso ci si concentra su come le città debbano diventare resilienti, sulle strategie di mitigazione e adattamento migliori da adottare, ci si focalizza cioè su ciò che accade all’esterno dell’essere umano; ma anche la mente umana va aiutata. Abbiamo trovato un termine per indicare questo stato di preoccupazione costante, che può portare alla frustrazione, alla convinzione che tutto sia perduto per sempre; ma la soluzione per non farsi schiacciare dalle preoccupazioni è del tutto personale.

Negare per salvarsi

Alcuni individui affermano di non voler mettere al mondo figli in un Pianeta destinato alla fine, o in cui la sovrappopolazione e la mancanza di risorse uccideranno la specie umana, insieme ai mutamenti climatici. In altri soggetti prevalgono meccanismi di difesa non intenzionali, tipici dell’essere umano, che li portano ad ignorare la crisi climatica e ogni notizia che possa turbarli: in questi casi si può sfociare nel negazionismo, nel rifiuto di accettare la realtà, nella scelta di non interessarsene, nella distorsione delle informazioni ricevute, nell’attribuzione di responsabilità ad altri, nella non azione.

Agire per salvarsi

In altri soggetti invece scattano meccanismi opposti. L’ecoansia porta a concentrarsi proprio sulle informazioni che la generano e a volerne raccogliere una quantità sempre maggiore. È un tipo di reazione diversa, in generale positiva di fronte alla gravità della situazione, che porta a prenderne consapevolezza e a voler tornare in connessione con la natura, con il Pianeta e anche con le proprie emozioni. Il passo successivo è agire, pur sentendosi impotenti e di fronte ad una sfida che dovrebbe essere non del singolo ma dell’umanità intera. L’antidoto è l’attivismo, quello dei Fridays for Future lo testimonia.

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Fase 2: riparte con le tasse | Virus in laboratorio? Zero prove | Conte: “Più donne tra gli esperti”

Mar, 05/05/2020 - 06:25

Il Sole 24 Ore: A marzo in Italia il 49,4% di decessi in più. Record a Bergamo: +568%, a Roma -9,4% – La Val Seriana riapre le fabbriche e si conta per vedere chi è rimasto vivo;

Il Messaggero: In Sardegna zero contagi. Solinas: ipotesi test saliva per turisti Niente vacanze per il 57% degli italiani;

La Repubblica: Accuse a Wuhan, la propaganda cinese risponde a colpi di cartoons;

Il Fatto Quotidiano: Oms: “Virus in laboratorio? Da Usa zero prove. Le tesi di Pompeo? La scienza sia al centro”. Trump: “Forse negli Usa 100mila morti”;

Tgcom24: Per la prima volta un vaccino anti-Covid funziona sulle cellule umane: è stato messo a punto in Italia | Lo Spallanzani frena: “Presto per trarre conclusioni“;

Il Mattino: Miniprestiti, solo un’impresa su cento ha fatto richiesta alle banche;

Il Manifesto: Tra streaming e sala, Hollywood alla ricerca di un nuovo futuro;

Leggo: Coronavirus, i cani consegnano la birra a domicilio: «Così manteniamo il distanziamento dai clienti»;

Corriere della Sera: Conte: «Più donne nei comitati di esperti e nelle task force, faremo integrazioni» L’appello delle 16 senatrici;

Il Giornale: La Fase 2 riparte con le tasse.

Istat: morti a marzo, al Nord una strage, in alcune zone del Centro-Sud diminuiscono

Lun, 05/04/2020 - 18:00
A marzo in Italia 25.000 morti in più rispetto alla media degli anni precedenti

Il Rapporto Istat sull’impatto del covid-19 sulla mortalità, redatto insieme all’Istituto Superiore di Sanità, su un campione di 6.866 comuni (87% dei 7.904 complessivi), riferito al periodo che va dal primo decesso “ufficiale” per Covid-19 (20 febbraio) fino al 31 marzo, rileva che i decessi sono passati da 65.592 (media periodo 2015-2019) a 90.946 nel 2020. L’eccesso dei decessi è di 25.354 unità, di questi il 54% sono stati morti diagnosticati ufficialmente come da Covid-19 (13.710).

A marzo 11.600 morti forse provocati dal  coronavirus “non ufficiali”

Oltre ai decessi attribuiti ufficialmente al coronavirus, nel periodo 20 febbraio-31 marzo si osservano altre 11.600 morti che, scrive il rapporto, potrebbero essere correlabili al virus, sia direttamente (morti effettivamente a causa del coronavirus ma non diagnosticati come tali) che indirettamente (morti causate “dalla crisi del sistema ospedaliero e dal timore di recarsi in ospedale nelle aree maggiormente affette”).

Le “tre Italie”

Secondo l’Istat per leggere correttamente i dati sui decessi bisognerebbe parlare di “tre Italie”, in base alla diffusione del virus. Si legge nel report: “Nelle Regioni del Sud e nelle isole, la diffusione delle infezioni è stata molto contenuta, in quelle del Centro, è stata mediamente più elevata rispetto al Mezzogiorno mentre in quelle del Nord la circolazione del virus è stata molto elevata.”

La strage del Nord

Il coronavirus ha colpito e ucciso in particolare in 38 province, 37 del Nord più Pesaro-Urbino. Nell’insieme di queste province i decessi per il complesso delle cause sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-2019 del mese di marzo. All’interno di questo raggruppamento le province più colpite sono state Bergamo (+568%), Cremona (+391%), Lodi (+371%), Brescia (+291%), Piacenza (+264%), Parma (+208%), Lecco (+174%), Pavia (+133%), Mantova (+122%), Pesaro e Urbino (+120%).

A Roma e Napoli diminuiscono i morti rispetto agli anni passati

Nel Centro-Sud in alcune province si sono avuti addirittura meno morti nel marzo 2020 rispetto alla media degli anni scorsi: nel complesso, si legge nel report Istat/Iss sull’impatto del Covid-19 sulla mortalità, nelle aree a bassa diffusione (34 province per lo più del Centro e del Mezzogiorno) i decessi del mese di marzo 2020 sono mediamente inferiori dell’1,8% alla media del quinquennio precedente. A spiccare è il dato di Roma, che a marzo fa segnare meno 9,4% rispetto alla mortalità media degli ultimi 5 anni. Anche Napoli registra meno 0,9% di mortalità.

Immagine di Scott Graham

Vivere a “rifiuti zero” con eleganza

Lun, 05/04/2020 - 17:00

Si può conciliare una vita cittadina e “alla moda” con una vita a spreco zero? C’è una terza via tra l’essere visti come i soliti “ambientalisti freak” e il seguire le mode e il consumismo? Sicuramente sì, ma non tutti riescono a focalizzarlo. Abbiamo trovato la storia di una giovane ragazza australiana che può essere d’ispirazione, anche per i più giovani.

Una bella casa, in ordine e moderna, vestiti eleganti, trucco perfetto. Quando vedi Anita Vandyke nelle foto sui suoi social non diresti mai che sta vivendo una vita “minimal” a spreco zero. È questo che colpisce subito di lei, immaginare che stia vivendo una vita in cui gli sprechi sono minimi e gli acquisti nettamente ridotti, pur conservando lo stile e l’immagine di una giovane – passatemi il termine – “donna in carriera”.

La storia di Anita

In effetti Anita una manager lo è stata, ed è anche ingegnere. Ed è proprio la combinazione di queste due caratteristiche che le ha permesso un approccio nuovo al tema dello spreco zero, all’ambientalismo e a un nuovo tipo di vita che lei definisce “eco lussuoso”.

“I miei genitori in qualche modo mi hanno cresciuto facendomi pensare che i soldi fossero fondamentali per la felicità. Migranti cinesi in Australia che non hanno mai avuto un soldo, credevano che i soldi fossero la soluzione ad ogni problema. Così io mi sono sempre comportata da brava figlia, ho studiato tantissimo, mi sono laureata in ingegneria aerospaziale con ottimi voti, e a 26 anni ero già nella dirigenza di una società di ingegneria, e guadagnavo più soldi di quanti i miei genitori avessero mai visto. Mi sono ritrovata in una ennesima riunione, guardando il mio capo e il capo del mio capo e ho pensato che se la mia carriera fosse andata bene avrei potuto arrivare al loro posto. Ma avrei voluto farlo? Sarebbe stata davvero la mia vita?”.

Anita racconta che lavorava tantissimo, usciva di casa che il Sole non era sorto, percorreva in macchina la breve distanza per arrivare al lavoro e usciva alla sera. La domenica sfogava quello che definiva un vuoto continuo con lunghe sessioni di shopping e tv. A un certo punto è arrivata la crisi, un crollo psicologico in cui si è chiesta davvero come volesse che fosse la sua vita e, sostenuta dal marito, decise di lasciare il lavoro.

“La scelta di cominciare a sprecare meno e comprare meno inizialmente è stata dettata da un mero problema economico”, ammette Anita: “dovevo ripensare i miei consumi e risparmiare perché in quel momento avevamo un solo stipendio in casa”. Il primo “no” lo ha detto in un negozio quando le hanno chiesto se voleva una borsa di plastica per la spesa, pensando di risparmiare anche quei 15 centesimi. Questo è stato un primo passo che l’ha portata a informarsi, a cercare di mettere in moto un pensiero creativo e alternativo, che le permettesse di selezionare bene quali fossero le cose a cui teneva della sua vita, quali cose invece fossero futili, quali altre fossero necessariamente da avere, e quali di queste dovessero necessariamente essere comprate. Ha bandito l’usa e getta e ha cominciato a rendersi conto di quale grande problema fosse la plastica per l’inquinamento mondiale.

Zero waste life Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Anita Vandyke (@rocket_science) in data: 29 Mar 2019 alle ore 2:02 PDT

Anita ha raccontato il suo cambio di vita in un libro, e grazie alla sua mentalità da ingegnere lo ha trasformato in un manuale con consigli per passare a una nuova vita con nuovi consumi in 30 giorni, il tempo che, secondo diversi studi, ci vuole mediamente all’uomo per assumere nuove abitudini. Il libro si chiama “Zero Waste Life” (Penguin Random House), si trova sul sito di Anita e anche su Amazon.

È un libro semplice e schematico, anche se al momento è solo in inglese. Se non avete voglia di buttarvi in questa lettura potete sempre seguire Anita sui suoi social, in special modo su Instagram (è stata eletta giovane influencer dell’anno dalla città di Sidney) dove dà consigli quotidiani su come vivere senza sprechi con semplici foto e spiegazioni.

“Non consiglio a tutti di lasciare il proprio lavoro, questo ha funzionato per me… perché io mi rendevo conto che stavo sprecando la mia vita. E iniziare una vita con meno sprechi, con una casa di dimensioni più ridotte e che dia più soddisfazioni. Io ho lasciato il mio lavoro e mi sono rimessa a studiare, stavolta medicina, perché volevo fare qualcosa utile alla comunità”.

Il metodo di Anita vero una vita senza sprechi: un mese senza spendere

Anita nel suo libro propone un metodo da seguire passo dopo passo. Il primo motore è bloccare i propri consumi per rivederli. Quindi suggerisce di fare una cosa che in questi mesi di emergenza e blocchi per il Coronavirus è anche più facile fare: imporsi di non spendere nulla per un mese. O meglio: spendere solo per comprare beni di prima necessità. Per qualsiasi altro acquisto chiedersi bene se è una cosa davvero necessaria, e se lo è se non ci sono possibilità alternative all’acquisto. Secondo la sua esperienza, questo embargo forzato ci obbligherà a pensare seriamente ai nostri consumi e rivederli in un modo che, anche una volta finito il mese in cui abbiamo bandito gli acquisti, ci rimarrà dentro.

Anita propone di trasformarci in un nuovo tipo di ambientalista, quello che in italiano si potrebbe definire un “attivista quotidiano”: quotidianamente, ogni piccola scelta, ci porta ad avere una “impronta più leggera sulla Terra”.

Il percorso che suggerisce prevede i primi 15 giorni di “pensiero e azione”: riflettere e cercare di ragionare su alcuni piccoli cambiamenti, mentre i restanti 15 giorni sono di “riflessione e revisione” delle proprie abitudini, per consolidarle.

Si parte da uno studio serio della propria spazzatura (cosa che abbiamo fatto anche noi in questo articolo) per renderci seriamente conto di cosa buttiamo, a una valutazione del cibo sprecato, a una revisione degli oggetti in casa e dei propri vestiti. “Vivere a zero waste non significa vivere di privazioni e sacrifici, si tratta di alcuni cambiamenti creativi, che porteranno verso una eco-luxe life”. Anita indica 3 gradi di possibilità: “ridurre i rifiuti, diminuirli, arrivare a zero rifiuti”.

Consigli pratici

Cambiare consumi deve essere comodo e, secondo il pensiero di questa giovane ingegnere, si è comodi quando si è organizzati e preparati. Se non ci pensiamo prima incapperemo in acquisti impulsivi e, oltre a sprecare soldi, compreremo probabilmente cose che butteremo.

Per questo consiglia di essere pronti, per esempio facendosi uno “zero waste kit”: una piccola borsa da avere sempre con sé, spostandola dallo zaino del lavoro alla borsa per uscire, con un kit minimo di oggetti che normalmente altrimenti dovremmo comprare mentre siamo in giro, nella loro versione usa e getta. Lei suggerisce di mettere nel kit una bottiglia/borraccia riutilizzabile, una borsa di stoffa, una tazza da caffè riutilizzabile e richiudibile che possa diventare anche un porta–snack e una cannuccia riutilizzabile.

Un altro consiglio furbo è quello di trasformare un cassetto del frigorifero in un cassetto delle cose “da mangiare prima”, dove mettere la frutta che sta diventando troppo matura o i cibi vicini alla scadenza, e averli sottomano subito.

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#ActivistApril – TIP 10: Say no to food waste. • The easiest way to fight the war against food waste is to start in the home. This is one of my favourite ideas – create an “eat me first box” on the top shelf of your fridge. • This is such a simple idea but it WORKS! It’s a great reminder for everyone in the household to use what you have before you buy anything more. • I love making my one pot curries from the leftover veggies and also smoothies with the orphan fruits. It’s time to wage a war against food waste!

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Per ridurre gli imballaggi, oltre al consiglio di rivolgersi ai negozi che vendono prodotti sfusi, ai mercatini dei produttori e degli agricoltori, Anita suggerisce di parlare con i negozianti per trovare le soluzioni migliori per evitare plastica e imballaggi in eccesso. Dice di aver trovato sempre molto interesse nel voler trovare delle soluzioni alternative e intanto ha sensibilizzato una persona in più. Anche al bar, ordinare un cocktail e dire subito “senza cannuccia, grazie”, è secondo lei un piccolo gesto veloce e fattibile che nel suo piccolo può cambiare le cose.

Vestiti, trucchi e prodotti per pulire

Anita racconta nel suo libro che da quando si veste soprattutto con vestiti di seconda mano le hanno fatto molti complimenti per il suo stile. Questa scelta in Italia è più difficile da portare avanti, perché i negozi di vestiti usati sono molto meno comuni che in Australia o in Usa, anche se si stanno diffondendo sempre di più. L’alternativa è il mercatino oppure internet. Ovviamente prima di acquistare anche qui il suggerimento è di fare una bella scelta dei vestiti, chiedersi se davvero se ne ha bisogno e in che occasione, e sbizzarrirsi sugli abbinamenti. Meno vestiti di materie plastiche che producono microfibre inquinanti a ogni lavaggio (People for planet ci ha fatto un dossier e una raccolta firme su questo) e più vestiti di fibre naturali. Un modo di uscire anche dal ‘fast fashion’: dalla enorme mole di vestiti che ci viene proposta (e che probabilmente possediamo) con stagioni e modelli che cambiano in continuazione e che ha un impatto enorme sia sulla creazione di rifiuti sia per le politiche che gran parte di questi colossi hanno nei confronti dei lavoratori.

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Stessa “dieta” per il trucco, i prodotti di bellezza e quelli per la casa

Prima di tutto Anita suggerisce di imporsi di non comprarne più finché non si saranno finiti tutti i prodotti in casa (lei ci ha messo 2 anni). Quelli che non si riescono ad usare vanno riciclati (dà alcuni consigli su come fare) o trovati degli usi alternativi. Una buona parte dei prodotti per la pulizia del corpo e della casa possono essere fatti anche da noi, o sostituiti con varianti naturali composte da semplici ingredienti, senza additivi e senza microplastiche che, come sappiamo, si nascondono persino negli ombretti. Internet è pieno di ricette da sperimentare.

Consumare meno

Per ognuna delle nuove scelte di consumo Anita suggerisce una variabile “zero waste” ed alcune a spreco ridotto, perché la strada verso la riduzione degli sprechi e dei consumi non deve essere proibitiva.

I consigli che dà Anita possono essere una buona base di partenza per tanti che vogliono approcciarsi a uno stile di vita a spreco zero e ripensare la propria vita non da consumatori ma da cittadini attivi. Rispetto alle grandi città australiane e americane e allo stile di vita anglosassone in Italia abbiamo già alcuni approcci che sono più vicini ad uno stile di vita sostenibile, per esempio per quanto riguarda la dieta mediterranea, ma certamente chi vive in città si è trovato spesso a vivere alcune situazioni in cui si è sentito solo un ‘consumatore’, e questo piccolo manualetto e i social di questa “influencer green” possono essere una base di partenza positiva e allegra per alcuni piccoli cambiamenti importanti.

Foto dai social di Anita

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Copertina: disegno di Armando Tondo

Giovanna Botteri: una giornalista

Lun, 05/04/2020 - 15:30

La storia è risaputa: in un servizio di Striscia la Notizia con la voce narrante di Michelle Hunziker si prendeva in giro Giovanna Botteri perché si presenta in video da Pechino sempre con lo stesso maglione nero e con i capelli non sempre in ordine.

Alla fine, per stemperare quella che probabilmente anche agli autori di Striscia una scorrettezza il buon Gerry Scotti dice: “Brava Giovanna! Avanti così!”

E su questa frase è basata la difesa della Hunziker, che afferma che tutto è un’enorme fake news.

Mah, certo è che se l’ammirazione per la giornalista è sconfinata, come affermano, perché fare un servizio in cui si mette in ridicolo il suo look? Non si poteva semplicemente non farlo? Avevano un buco di programmazione a Striscia?

Antonio Ricci & C. affermano che il servizio serviva proprio per combattere i detrattori della Botteri, per rispondere alle critiche degli hater che la accusano di non curare il look. Avrà peccato di ingenuità la redazione di Striscia non immaginando che un conto sono pochi cretini sul Web e un altro milioni di persone che guardano la trasmissione di Canale 5? Possiamo concedere il beneficio del dubbio?

Forse non ci ha creduto nemmeno la giornalista Rai, tanto che questa volta ha deciso di rispondere con una lettera aperta pubblicata nel sito del Sindacato Giornalisti Rai che riportiamo integralmente.

Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettimi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste , quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi…

Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo.

Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere.
Belle e
brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi.

Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio.

E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono.

Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista.

A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo.

Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere.

Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano.

Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne.”

Sì, signora Botteri, parliamone e quando smetteremo di parlarne perché il body shaming non sarà più un problema sarà un gran bel giorno.

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Foto: Il Tempo

Covid-19, pediatri insistono: “Mascherina sopra i 2 anni”

Lun, 05/04/2020 - 14:48

Un conto è la legge: un bambino sotto i sei anni fermato in strada senza mascherina non è passibile di multa. Ma resta inteso che è molto meglio indossarla sopra i 2 anni. Il limite – notevolmente più stringente – ribadito oggi da diverse associazioni, tra cui ACP, proviene da un libretto curato da Isabella Continisio insieme a colleghe e colleghi psicologi clinici dell’Università Federico II di Napoli e poi sottoposto e condiviso con i pediatri che già avevano sottoscritto e diffuso a marzo l’opuscolo “I consigli dei pediatri”. Si tratta di una raccolta di raccomandazioni estremamente utile in questa fase, che vanno dall’uso corretto delle mascherine all’alimentazione alle norme igieniche all’attività fisica. Nelle slide sotto, tutti i dettagli.

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Covid-19, quando serve l’autocertificazione?

Lun, 05/04/2020 - 14:11

Per andare al lavoro e non temere controlli da oggi basta esibire il tesserino o la lettera dell’azienda. Niente autocertificazione per andare a passeggio o fare sport all’aria aperta. L’autocertificazione invece (scaricala qui) serve per andare a fare visite mediche o a trovare congiunti (parenti fino al quarto grado, i partner delle unioni civili e fidanzati/e) indicando il grado di parentela (non si chiede l’identità, a tutela della privacy).

Spesa, orti, sigarette

Resta valida l’autocertificazione che trovate nel link sopra (è sempre possibile copiarla a mano su un foglio) per gli spostamenti legati alle piccole commissioni quotidiane, per sistemare (nelle regioni ove è ammesso) la propria seconda casa o la barca. Se andare a fare la spesa fuori comune non è consentito, perché non ha carattere di necessità, ci si può tuttavia fermare in un supermercato fuori comune mentre si torna ad esempio dal parentando (muniti di autocertificazione come specificato sopra) o dal lavoro.

Tanta coscienza

Siamo insomma nella fase della responsabilità individuale: briglia più sciolte, e vediamo di sfruttare la cosa al meglio. Il rischio di tornare al punto di partenza è alto, e sono tanti gli appelli – specie da parte del personale sanitario – a non azzardare comportamenti incauti, ma anzi: a stare a casa sempre il più possibile.

Il Viminale tende a responsabilizzarci, anche suggerendo alle forze dell’ordine, incaricate di fare i controlli, di “valutare i casi con un prudente ed equilibrato apprezzamento”, in altre parole: non siate fiscali. L’importante è evitare gli assembramenti e rispettare le regole basilari per evitare il contagio da Covid-19, ormai note: distanza di sicurezza, mascherine, magari guanti. Aggiungiamo noi: i dispositivi usa e getta (anche i guanti possono non esserlo) non vanno dispersi nell’ambiente.

Quando sono obbligatorie guanti e mascherine

La giornata di oggi si stima abbia richiamato al lavoro oltre 4 milioni di persone. Ma quando è necessario l’uso della mascherina? Adulti e minori sopra i sei anni (ma i pediatri raccomandano di metterla sopra i due anni) sono obbligati all’uso delle mascherine, in generale in tutto il Paese:

  • sui mezzi pubblici
  • nei negozi
  • quando si incontrano i congiunti
  • durante i funerali

In alcune regioni poi, come la Lombardia, indossare la mascherina è necessario anche quando si sta all’aperto.

I dispenser per l’erogazione del gel disinfettante sono obbligatori all’ingresso di uffici e aziende, oltre che negozi, dove devono trovarsi anche vicino alle casse.

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L’universitario italiano rimasto solo nel campus USA

Lun, 05/04/2020 - 14:00

Dall’ University of Wisconsin-Whitewater , la quarantena raccontata da Luca Petrogalli sul social Tik Tok, attraverso contenuti spesso ironici, l’unico studente rimasto nel campus USA, ci racconta la sua quotidianità.

I video di Luca, originario della provincia di Monza, stanno facendo il giro del web diventando così virali da meritare anche una citazione sulla rivista Forbes.

La Repubblica

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Il saluto nella Fase 2 come in “Frankenstein Junior”: si fa con il gomito

Lun, 05/04/2020 - 12:59

Oggi è il primo giorno della fase 2, tutti avranno voglia di ritornare a casa, di rivedere i propri congiunti, gli affetti stabili… Ma niente, abbracci, baci o strette di mano! Da oggi in poi ci saluteremo a colpi di gomito!

La fase2 secondo i Doppiaggio a Livello:

Doppiaggio a Livello

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Studio Uk: “Vitamina D protegge da Covid-19”

Lun, 05/04/2020 - 12:29

È intuitivo e naturale, è piacevole e ancora di più adesso che è cosa rara: stare al sole, quindi aumentare le nostre riserve di vitamina D, ci fa bene. Al punto da proteggerci anche dalle peggiori complicazioni da coronavirus, o covid-19. Lo ha sottolineato uno studio scientifico preliminare.

Un’alleata preziosa

Era già noto che la vitamina D ha innumerevoli benefici per la salute, incluso il potenziamento del sistema immunitario, e che influenza la suscettibilità del corpo alle malattie autoimmuni, come la sclerosi multipla ma anche all’influenza stagionale.

A tutto sole

La vitamina D è un composto liposolubile raro negli alimenti, ma che può essere assorbito dagli integratori (anche se non è la stessa cosa). La principale e più sicura fonte naturale di vitamina D proviene tuttavia dai raggi del sole, quando colpiscono la pelle innescando la sintesi di vitamina D.

Lo studio, condotto dai ricercatori del Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust dell’Università dell’East Anglia in Inghilterra, ha trovato un collegamento tra bassi livelli di mortalità per COVID-19 e buone riserve di vitamina D. “Riteniamo – hanno detto gli studiosi – di poter consigliare l’integrazione di vitamina D per proteggere dall’infezione da SARS-CoV2“. Ancora meglio, ove possibile, sfruttare il più possibile finestre e balconi, cortili e, ora che si può uscire, parchi e piazze. Tra i pochissimi alimenti ricchi di vitamina D, ricordiamo l’uovo e i funghi.

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Yoga demenziale con Jacopo Fo: COME DIMINUIRE I LITIGI D’AMORE

Lun, 05/04/2020 - 12:00

E’ una disciplina che ha scelto, come maestri spirituali, la gioia e il piacere. Via i sensi di colpa che ci bloccano, via le paure che ci paralizzano e ci avvelenano la vita: dentro di noi abbiamo tante energie belle, lucide e sane. Impariamo a liberarle per poi poter godere a fondo dei piaceri spirituali come di quelli fisici.

Lo Yoga demenziale, messo a punto da Jacopo Fo, accoppia il meglio della civiltà occidentale (un sano laicismo, il rigore della sperimentazione, il training autogeno) con quello delle civiltà orientali (la meditazione trascendentale, le arti marziali, le tecniche yoga). Perché tutta la saggezza dei due mondi può essere riassunta in una gigantesca risata.

L’obiettivo? Raccontare cose semplici in modo semplice per risultati semplici. Come ci racconta Jacopo Fo “l’idea è che, se io sperimento e ascolto quello che succede, poi posso trarre le mie conclusione ed ottenere con questi esercizi dei vantaggi elementari”.

Lezione n°14 – Come diminuire i litigi d’amore

Pillole di Yoga Demenziale N.14: COME DIMINUIRE I LITIGI D'AMORE

Pubblicato da Jacopo Fo su Lunedì 30 marzo 2020

Yoga Demenziale – Guarda tutti i video!

Visita la pagina Facebook di Yoga demenziale

Si è rotto l’ombrello? Facciamo una shopping bag!

Lun, 05/04/2020 - 10:00

Impariamo a buttare via il meno possibile! Riusiamo e ricicliamo tutto quello che si può. Dal canale YouTube CREARE FACILE un’idea utile per riusare un ombrello rotto. Cosa serve:

  • Ombrello rotto;
  • Forbici;
  • Spilli;
  • Gessetto o matita;
  • Una shopping bag / borsa / sacchetto che già abbiamo (uno dei tre per prendere la forma);
  • Macchina da cucire o ago e filo:
Fonte: CREARE FACILE

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Basta con l’intuito, l’imprenditore oggi più che mai deve saper ascoltare

Lun, 05/04/2020 - 08:00

Come stiamo decidendo, in questo periodo di quarantena, dove acquistare una pizza?

È una domanda fondamentale per qualsiasi imprenditore che deve gestire la fase adattiva alla crisi di lunga durata post emergenza, quella fase in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani.

Trustpilot (www.trustpilot.it) una delle principali piattaforme di recensioni al mondo, ha voluto indagare – con un sondaggio aperto attraverso il proprio portale – su come l’attenzione dei consumatori si sia modificata a seguito dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in tutto il mondo.

L’epidemia di coronavirus sta mettendo in discussione tutte le aree della vita quotidiana, compresa quella dei consumi; motivo per cui sta sensibilmente crescendo l’attenzione del consumatore nella fase che precede un acquisto, come forma ulteriore di tutela personale.

Lo evidenzia il dato legato a quanto vengano consultate le recensioni: oltre un terzo del campione (il 34,2%) le legge maggiormente in questo periodo rispetto a quello pre-Covid. Si tratta del dato più alto rispetto al resto d’Europa.

In altri termini, prima di acquistare una pizza durante la fase 2 della quarantena, il consumatore, ancor più di prima, sceglie la pizzeria dopo aver verificato le recensioni sulle diverse piattaforme

La crescente necessità di ricevere un’informazione adeguata deriva anche da una maggiore sfiducia nei confronti delle imprese cui era stata evidenziata “insoddisfazione” già prima dell’inizio dell’emergenza. Infatti il livello di fiducia nelle aziende è rimasto invariato per circa il 60% degli intervistati ma è ulteriormente diminuito per il 16,5% del campione.

Traducendo: se quella pizzeria era già recensita male prima del Covid19, il consumatore non la sceglierà mai, a maggior ragione oggi che deve utilizzare la modalità di acquisto on-line.

Nel bene e nel male, dunque, è più alto l’interesse legato all’operato delle aziende e uno dei nuovi parametri che determina se dare o meno fiducia a un’azienda è capire come questa stia gestendo l’emergenza (ad esempio le frodi): è importante o molto importante valutare questo parametro per l’80,3% degli intervistati italiani e risulta ininfluente solo per l’8,5% degli stessi.

Cari imprenditori, poiché nel processo di costruzione dell’adattabilità di un’organizzazione non si sa mai esattamente dove si andrà a finire, conviene “ascoltare” continuamente il vostro cliente (anche potenziale) che, nel frattempo, ha modificato le sue abitudini acquisto.

Avete mai fatto una indagine di soddisfazione della clientela?

È un piccolo investimento (non un costo) che può e deve fare anche il piccolo imprenditore.

Utilizzare ancora solo il metodo del naso, il famoso e ormai logoro “intuito” dell’italico imprenditore, porta al fallimento.

E non è colpa delle banche e del coronavirus.