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Aggiornato: 1 ora 17 min fa

Rinnovabili: ecco la prima mappa mondiale

Mer, 05/06/2020 - 17:34

Realizzata per la prima volta una mappa mondiale dell’energia solare ed eolica. Lo studio è stato condotto dall’Università di Southampton, nel Regno Unito, e colma un grave gap in tema di rinnovabili: la localizzazione delle infrastrutture. Come salta all’occhio nell’immagine, tanta strada da fare resta soprattutto in Africa e in Sud America, ma anche in Russia e buona parte dell’Australia. Ma l’indagine va molto più nel dettaglio.

Un aiuto per capire l’impatto delle rinnovabili

“La mancanza di dati era problematica per diversi motivi. Ad esempio, gli impatti degli impianti eolici e solari sulla biodiversità sono tutt’altro che noti, anche a livello locale”. L’ampia ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Scientific Data, e mostra sia la densità infrastrutturale a livello regionale che la potenza approssimativa

Il team ha utilizzato per il proprio lavoro OpenStreetMap (OSM), un progetto di mappatura globale collaborativo e open source generato da milioni di utenti. I ricercatori hanno estratto dati relativi a “energia solare” o “eolico” e li hanno poi incrociati con quelli elaborati dalle nazioni e riguardanti la capacità.

Un modo per capire dove e come implementare

Il risultato potrà essere utilizzato per supportare una vasta tipologia di applicazioni, tra cui l’analisi dell’impatto ambientale sul suolo delle infrastrutture e la misurazione dei progressi – e la loro distribuzione – rispetto agli obiettivi energetici mondiali. Inoltre può fornire informazioni per le pianificazioni delle future centrali verdi, in modo da renderle più armoniche e ben distribuite, oltreché funzionali dal punto di vista economico.

“Si tratta di una vera pietra miliare nella nostra comprensione di dove si sta attuando la rivoluzione globale dell’energia pulita”, ha commentato Felix Eigenbrod supervisore dello studio. “Sarà una risorsa preziosa per i ricercatori negli anni a venire: l’abbiamo progettata in modo che possa essere aggiornato con le ultime informazioni in qualsiasi momento per consentire cambiamenti in quello che resta un settore in rapida espansione”.

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Arrivano i detective anti coronavirus. Il racconto di uno di loro.

Mer, 05/06/2020 - 17:00
Il progetto del Regno Unito

Il Regno Unito ha annunciato un ambizioso programma di tracciamento dei contatti per aiutare il paese a uscire dal lockdown e migliaia di persone sono in procinto di essere assunte per svolgere la missione di “detective anti Covid19”.

I precedenti della Corea del Sud e dell’Irlanda

Altri paesi hanno già avviato iniziative simili, in forme diverse. La Corea del Sud, ad esempio, oltre che intervistare le persone consente anche agli investigatori di visualizzare le transazioni bancarie, i dati di geolocalizzazione degli smartphone e le registrazioni delle telecamere di sorveglianza, con l’obiettivo di trovare chiunque possa aver incontrato una persona infetta.

Nella Repubblica d’Irlanda invece il lavoro del detective anti Covid-19 si limita ad interviste alle persone infette e ad avvisare i loro contatti. Il Regno Unito va in questa direzione.

Per saperne di più dell’esperienza irlandese Adam Vaughan, per il settimanale scientifico britannico New Scientist, ha parlato con una persona che ha ricoperto questa posizione per un mese in Irlanda, dove ogni giorno vengono effettuate migliaia di chiamate da nove centri di ricerca dei contatti. Di seguito la traduzione di ampi stralci dell’articolo della rivista.

Il lavoro del detective anti covid19

È stato un lavoro molto gratificante. Ho avuto l’impressione di contribuire allo sforzo nazionale “, spiega questo “detective anti Covid19” irlandese che desidera rimanere anonimo.

La missione dei detective anti Covid19 è fuori dal comune. Combina le competenze di un assistente sociale, di un investigatore e di un operatore di call center.

Le tre chiamate ai portatori di virus e ai loro contatti

Esistono tre categorie di chiamate, racconta.

In primo luogo, gli operatori sanitari comunicano il risultato del test a coloro che hanno contratto il Covid-19. Quindi entra in gioco il detective che richiama la persona affetta dal virus al fine di identificare con lui i suoi contatti stretti da quarantotto ore prima dell’insorgenza dei sintomi. Un contatto è qualificato come stretto se è stato entro due metri dalla persona per almeno quindici minuti o in uno spazio chiuso per più di due ore.

Trovare tutti i contatti non è un compito facile. “Quando viene chiesto alle persone di elencare tutti i loro contatti stretti negli ultimi 14 giorni – o anche per un periodo più lungo – non forniscono un elenco molto completo”, osserva.

Per ricevere il massimo di informazioni, i detective anti Covid-19 utilizzano un questionario molto accurato che guida le persone passo dopo passo nell’identificazione dei loro contatti quotidiani. Un medico, ad esempio, aveva già redatto di sua iniziativa un elenco di nomi e numeri da fornire, ma chiedendogli di raccontare le sue giornate lui e il detective si resero conto che aveva dimenticato alcuni nomi.

La terza categoria di chiamate è rivolta a persone potenzialmente esposte al virus, consigliandole in tal modo di isolarsi.

Solo informazioni volontarie

Il numero di contatti per persona con le caratteristiche indicate prima (entro due metri per almeno quindici minuti o in uno spazio chiuso per più di due ore) raramente è molto alto. Secondo il detective, questa cifra potrebbe essere spiegata perché molti degli intervistati da lui erano personale sanitario che si erano messi in quarantena al primo sintomo e perché l’Irlanda ha incoraggiato il distanziamento sociale relativamente presto.

Alle persone che vengono informate di essere state esposte al virus viene detto il giorno in cui ha avuto luogo il contatto, ma non la persona o il luogo del contatto. Nonostante questo, spesso individuano chi è la persona portatrice del virus. “E’ spesso ovvio, quando riguarda una persona che vive sotto lo stesso tetto o un parente che è stato testato positivo”, dice il detective intervistato

Il detective anti Covid19 non ha accesso a nessun dato delle persone infette, a parte la data di nascita, e non può costringere nessuno a comunicare informazioni. Tutti i dati raccolti sono forniti volontariamente e annotati come tali, senza nessuna verifica parallela.

Anche quando chiama qualcuno per consigliargli di isolarsi, non ha modo di imporre questa misura. “Siamo autorizzati solo a dare consigli”. Fortunatamente, dice, non ha dovuto affrontare alcun atteggiamento recalcitrante. “Nella mia esperienza ho visto che tutti si fidano di noi e vogliono essere d’aiuto.

Il senso di colpa di chi ha il Covid19

Questo lavoro richiede tatto e attenzione, perché molte persone che hanno contratto il Covid-19 sono preoccupate di averlo trasmesso, come nel caso di una donna che viveva con una nonna molto anziana.

Altri sono assaliti da sensi di colpa, come una ragazza che aveva visto il suo fidanzato regolarmente anche dopo aver avvertito i primi sintomi senza sapere che fosse il covid19. Nei colloqui si mira a disinnescare il senso di colpa delle persone contattate. “Vogliamo che non esitino a comunicare, questo è ciò che è essenziale”, insiste il detective anti Covid19.

I limiti del sistema

Come per qualsiasi lavoro, dice il nostro detective irlandese, non mancano gli intoppi. Il detective si rammarica in particolare di non essere stato in grado, durante la sua esperienza, di effettuare molte chiamate ogni giorno – circa cinque – perché non c’erano abbastanza operatori sanitari per gestire la prima chiamata che annuncia la diagnosi.

Deplora inoltre i ritardi nel ricevere i risultati del test necessari per poter chiamare poi i potenziali contatti che spesso sono avvertiti più di dieci giorni dopo l’esposizione al virus. “Così non penso che possa effettivamente fermare il contagio” conclude.

Rispetto alla questione tempi, un portavoce dell’esecutivo del servizio sanitario (HSE, sistema sanitario pubblico irlandese) ha affermato che i tempi sono stati ridotti. “A marzo e all’inizio di aprile, l’HSE stava elaborando una notevole quantità di test Covid-19. A causa del volume di persone che sono entrate per i test a marzo, ci sono stati ritardi nell’implementazione dei test, nella loro elaborazione e nella traccia dei contatti. Grazie al lavoro e agli investimenti significativi, l’Irlanda è ora in grado di assorbire un volume molto ampio di test utilizzando laboratori altamente qualificati.”

Covid-19, Iss: “Mai la mascherina per la corsa o in bici”

Mer, 05/06/2020 - 14:41

Al supermercato, sui mezzi pubblici e in ospedale – e laddove volete sentirvi più sicuri – la mascherina preferibile è la “chirurgica”. Più propriamente dette mascherine facciali certificate: sono quelle di tipo 1, 2 e 2R (codice indicato sulla confezione). Sono certificate perché hanno superato determinati standard (quelle che costano adesso 50 centesimi più Iva) e garantiscono una efficace barriera che protegge gli altri e se stessi. Sono le stesse mascherine che dovrebbero indossare i malati”, spiega Paolo D’Ancona esperto di prevenzione e controllo delle malattie infettive, comprese le mascherine, all’Istituto Superiore di Sanità (Iss). “Tra queste, le più protettive sono quelle che è appropriato definire chirurgiche, cioè il tipo 2 e 2R“. Quasi tutte le certificate sono monouso. Quindi indossarle ha un costo ripetuto e determinate modalità di utilizzo che poi dettaglieremo.

All’aperto, le lavabili

“All’aria aperta o per le altre situazioni in spazi chiusi dove vi è meno affollamento vanno benissimo le mascherine lavabili”, continua D’Ancona.

Per questo motivo, in totale sicurezza, per fare una passeggiata, o incontrare i congiunti, sono adeguate “le cosiddette mascherine di comunità: offrono una barriera sufficiente, anche senza alcun dato reale sulla capacità di filtrare. Vanno benissimo per uso in comunità, perché si presuppone che si mantenga sempre la distanza di sicurezza (minimo un metro)”, prosegue D’Ancona. Anche qui, chiariremo anche quali caratteristiche rendono migliori le mascherine lavabili.

Ricordiamo che in alcune regioni anche per uscire all’aperto le mascherine non sono obbligatorie se è possibile rispettare il distanziamento fisico.

Per lo sport niente mascherina

Per fare sport, invece, quindi per correre o andare in bici, mai indossare la mascherina: a meno che lo sforzo sia molto modesto. “Correre con una mascherina sul volto significa andare in affanno ed esporsi a un certo pericolo. L’attività fisica con la mascherina non garantisce la respirabilità che mi serve perché tutte le mascherine non sono fatte per correre o respirare in affanno, ma per i medici, che lavorano da fermi. Il rischio è l’ipossia: non arriva abbastanza ossigeno e si possono avere giramenti di testa e sensazione di capogiro. Anche per la bici. Uno sforzo con la mascherina è come fare sforzo ad alta quota dove c’è meno ossigeno. Io non farei mai sport con la mascherina, non premette la normale respirazione: cosa ancora più pericolosa soprattutto se si dovessero avere problemi cardiaci o respiratori”, precisa D’Ancona. Ricordiamo tuttavia che alcune regioni, come la Lombardia, consentono lo sport senza mascherina ma è d’obbligo averla con sé se poi, per esempio, dopo l’attività, si cammina su marciapiedi affollati per tornare a casa.

Come gestire le monouso

Perché le monouso vanno gettate dopo 4/6 ore di utilizzo? “Perché l’umidità del respiro ne altera la trama, che diventa meno fitta e quindi non più protettiva”, continua D’Ancona. Anche spruzzarle di disinfettante (che le inumidirebbe con lo stesso risultato) e farle asciugare all’aria non va assolutamente bene”. Però posso riporle, dopo aver fatto la spesa, e riutilizzarle un altro paio di volte, se resto nel totale di 4 ore? “No, perché se al supermercato sono entrato a contatto con il virus e si è depositato sull’esterno della mia mascherina, è un rischio: quindi meglio buttarla“. In alternativa, se proprio, si può sanificarla in questo modo, esponendola solo al vapore dell’alcol, e senza mai bagnarla (“anche se non ci sono prove scientifiche che funzioni o che sia sicuro”, commenta D’Ancona).

Come gestire le lavabili

Anche per le lavabili: non spruzziamole di amuchina o alcol, “andremmo poi a respirare quei vapori e non sarebbe salutare. Scegliamo una lavabile che sia adatta al lavaggio a 60 gradi con il detersivo normale: senza bisogno di particolari additivi. Il coronavirus è un virus labile: facile da lavare via. Non servono particolare disinfettanti se non acqua e sapone”. “L’Amuchina può rovinare i tessuti, anche quelli in cotone – aggiunge Ettore Guerriero, del Cnr – perché contiene candeggina e poi respirarla non va bene”.

I respiratori Ffp2 e Ffp3

I respiratori Ffp2 e Ffp3 sono – come ormai sappiamo – a solo uso professionale. Hanno senso per un medico – o per chi assiste un parente malato – a distanza ravvicinata e per molto tempo. “In comunità no, proteggono è vero: ma è un investimento esagerato per quello che serve, e se il respiratore ha la valvola diffonderemmo il virus nel caso fossimo malati, magari asintomatici”, spiega ancora Paolo D’Ancona. Anche perché un respiratore costa circa 10 euro.

Perché i respiratori vanno buttati dopo 6 ore? “I respiratori si intasano dopo 6 ore. Secondo gli studi condotti finora, i respiratori in teoria si potrebbero sanificare, ma servono apparecchi particolari e costosi che in casa non abbiamo. Anche col calore e microonde si deforma la valvola.

Due mascherine? Una follia

Per ovviare “all’egoismo” del respiratore con valvola, alcuni mettono la mascherina con il respiratore con sopra la chirurgica: “E’ sbagliato. Non sono stati progettati per essere usati così. Respirare diventa troppo faticoso e si accumula la condensa all’interno”.

L’INTERVISTA CONTINUA QUI: Covid-19, Iss: “I guanti sono inutili”

Covid-19, Iss: “I guanti sono inutili”

Mer, 05/06/2020 - 14:40

Abbiamo visto quali mascherine sono raccomandate dall’Istituto Superiore di Sanità a seconda delle occasioni nelle prima parte di questa intervista dedicata ai dpi, i dispositivi di sicurezza individuale: le chirurgiche per le situazioni a rischio, le lavabili per tutto il resto. Mentre per lo sport non si deve indossare la mascherina. Ma i guanti? Questi ordigni malefici, che stanno inondando città e campagne, mari e fiumi, servono veramente?

Guanti solo al supermercato

“I guanti non servono a nulla, se non al supermercato: infatti all’ingresso si trovano offerti dal punto vendita, spiega Paolo D’Ancona esperto di prevenzione e controllo delle malattie infettive, comprese le mascherine, all’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Qui ha senso perché si evita che una persona con le mani contaminate possa toccare e infettare oggetti in vendita che poi arrivano nelle nostre case. Ma il guanto è inutile altrimenti: basta che io non mi tocchi il volto finché non torno a casa e mi lavo le mani o uso il gel idroalcolico dopo che penso di potermi essere contaminato le mani. Se ho il guanto e toccando qualcosa lo contamino, il guanto si comporta esattamente come la pelle e può diffondere il virus o farmi contagiare se con il guanto mi tocco la bocca o gli occhi: in altre parole, sfilarsi il guanto o lavarsi le mani è esattamente la stessa cosa”. 

Quale mascherina lavabile scegliere?

Abbiamo visto le differenze tra chirurgiche e lavabili nella prima parte di questa intervista. Tra le seconde, che useremo di più, sono più economiche e sostenibili, quali scegliere? Ci sono quelle in cotone, quelle in cotone con la tasca per inserire magari carta forno, ci sono quelle in propilene o altri tessuti “tecnici”. Come orientarsi? “Quelle in cotone – spiega D’Ancona – devono avere un tessuto fitto, diciamo un cotone pesante, multistrato, che permetta di respirare senza difficoltà e che aderisca bene.

Come farle in casa

Il CDC di Atlanta ha diffuso queste istruzioni per farle anche da soli in casa (qui sotto il relativo tutorial facilissimo da ripetere).

In sostanza, “si prende un tessuto in cotone piuttosto pesante, si piega due, tre volte, per ottenere una dimensione che copra bene il naso fino al mento: questo è importante, e che sia abbastanza aderente attorno alla bocca”. Inserire la carta forno? “Renderebbe troppo difficoltosa la respirazione, ed è quindi un accorgimento dannoso”, spiega D’Ancona. Altra caratteristica che una lavabile deve avere: sopportare lavaggi di 60 gradi.

Come fare con i bambini

Perché si è posto l’obbligo per l’utilizzo nei bambini dai 6 anni e non dai 2, come suggerivano i pediatri? “Nel decreto è stato tenuto conto di bambini e disabilità, considerando tutti i casi dove la mascherina non può essere utilizzata: i bimbi sotto i 6 anni sia perché potrebbero mal sopportarla e per un possibile rischio di soffocamento se ingestita, ma anche chi soffre di autismo o le persone anziane che non sopportano le mascherine o chi ha broncopatie. Per i bambini tecnicamente non c’è alcun problema, ma a parte il rischio soffocamento, sotto i 6 anni diventa difficile ad esempio anche gestire la mascherina nel modo corretto: cioè ad esempio evitare di toccarla dopo averla indossata. “Un dettaglio importante che anche gli adulti devono tenere a mente anche quando usano la propria”, spiega D’Ancona.

L’INTERVISTA INIZIA QUI: Covid-19, Iss: “Mai la mascherina per la corsa o in bici”

Momenti imbarazzanti in video-call capitati a tutti i questi mesi

Mer, 05/06/2020 - 14:00

Quest’anno abbiamo iniziato a lavorare così e grazie alla tecnologia, anche in questi momenti di difficoltà abbiamo trovato nuovi modi DI FARE SCHIFO!

Il video dei the JackaL per non dimenticare il bello, il brutto e il divertente delle videochiamate durante questi mesi!

the JackaL

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Yoga demenziale con Jacopo Fo: QUEL CHE TI RICORDI È FALSO

Mer, 05/06/2020 - 12:00

E’ una disciplina che ha scelto, come maestri spirituali, la gioia e il piacere. Via i sensi di colpa che ci bloccano, via le paure che ci paralizzano e ci avvelenano la vita: dentro di noi abbiamo tante energie belle, lucide e sane. Impariamo a liberarle per poi poter godere a fondo dei piaceri spirituali come di quelli fisici.

Lo Yoga demenziale, messo a punto da Jacopo Fo, accoppia il meglio della civiltà occidentale (un sano laicismo, il rigore della sperimentazione, il training autogeno) con quello delle civiltà orientali (la meditazione trascendentale, le arti marziali, le tecniche yoga). Perché tutta la saggezza dei due mondi può essere riassunta in una gigantesca risata.

L’obiettivo? Raccontare cose semplici in modo semplice per risultati semplici. Come ci racconta Jacopo Fo “l’idea è che, se io sperimento e ascolto quello che succede, poi posso trarre le mie conclusione ed ottenere con questi esercizi dei vantaggi elementari”.

Lezione n°15 – Quel che ti ricordi è falso

Pillole di Yoga Demenziale N.15: QUELLO CHE TI RICORDI È FALSO

Come evitare delle risse inutili.

Pubblicato da Jacopo Fo su Martedì 31 marzo 2020

Lezione n°15 – Discussione su Quel che ti ricordi è falso

Discussioni sulle Pillole di Yoga demenziale N.15: Quello che ti ricordi è falso

Pubblicato da Jacopo Fo su Martedì 31 marzo 2020

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Decreto “aprile”: detrazioni fino al 110% per chi ristruttura casa

Mer, 05/06/2020 - 11:22

“Imprimere una svolta epocale nelle politiche pubbliche, per far compiere all’Italia un passo da gigante nella crescita sostenibile rendendo la tutela ambientale il volano dell’economia“, così ha dichiarato il sottosegretario di Stato Riccardo Fraccaro.

E l’iniziativa è senz’altro interessante: per rilanciare l’edilizia il governo non solo permette delle detrazioni fiscali totali ma “aggiunge” il 10%. In pratica chi spende 10mila euro per ristrutturare la propria casa avrà una detrazione fiscale di 11mila dilazionata in cinque anni (2200 euro l’anno).

La detrazione riguarda gli interventi di riqualificazione energetica e messa in sicurezza degli edifici già introdotti nel 2013.

Il Dipartimento Dinanze del Tesoro ha valutato l’impatto sui conti pubblici: le minori entrate fiscali nel quinquennio su cui varrà la misura dovrebbero attestarsi su 16 miliardi di euro totali, come differenza tra le attuali aliquote di sgravio e il prossimo 110%.

Ma “l’aumento del gettito legato agli effetti moltiplicativi dell’investimento iniziale consente alla misura di ripagarsi praticamente da sola” ha dichiarato Fraccaro. Lo Stato non ci rimette, quindi, lo sviluppo dell’edilizia e il risparmio energetico conseguente alle ristrutturazioni ripagano il surplus di detrazione fiscale.

Riassumendo

Da luglio, e per 18 mesi, le aliquote detraibili per gli interventi di efficientamento energetico (il cosiddetto “ecobonus“) e antisismico (“sismabonus“), rispettivamente del 65% e del 50% dei lavori, saliranno al 110%. E la detrazione al 110% varrà anche per altri lavori di riqualificazione energetica, restauro facciate o installazione di impianti fotovoltaici per produrre elettricità.

I nuovi incentivi si applicano “agli interventi effettuati dai condomini, dalle persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arti e professioni, e dagli Istituti autonomi case popolari (Iacp)”, si legge nell’ultima bozza.

Le soglie massime

Fino a 60mila euro “per numero di unità immobiliari” (nel caso di abitazioni in condominio) per interventi di isolamento termico; fino a 30 mila euro per numero di unità immobiliari per quelli sulle parti comuni e sulla climatizzazione; fino a 10 mila euro per numero di unità immobiliari per quelli sulle caldaie a gasolio (almeno di classe A); fino a 48 mila euro, o 2.400 euro per Kwh di potenza nominale, per gli impianti fotovoltaici.  

Credito cedibile

Il credito sarà cedibile a terzi di ogni tipo senza limiti. E si può cedere anche all’impresa che fa i lavori in questo modo ripagandosi per intero l’intervento.

Scrive Andrea Greco su Repubblica:

“Nel caso il committente lo giri all’impresa che fa i lavori, li otterrà senza versare un euro: lo sconto applicato sarà identico alla fattura (100%), poi l’impresa recupererà il credito d’imposta in cinque anni dalle sue tasse. Se invece chi fa i lavori cederà il credito fiscale a una compagnia assicurativa, potrà beneficiare del 90% della somma per stipulare una contestuale polizza su rischi di calamità (finora quella detrazione è del 19%)”.

“Il meccanismo genererà un aumento del volume di lavoro per le imprese, che a loro volta potranno riscuotere un credito di imposta al 110% cedibile senza limiti anche alle banche – aggiunge Fraccaro -. La salvaguardia di ambiente e territorio contribuirà così in maniera decisiva alla ripresa economica, del lavoro e del Pil: la sostenibilità diventa la chiave per contrastare sia i cambiamenti climatici sia la crisi da coronavirus“.

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Foto di Klaus-Uwe Gerhardt da Pixabay

Contro la violenza domestica chiedi in farmacia la mascherina 1522

Mer, 05/06/2020 - 10:05

La quarantena ha avuto anche questo triste risvolto: come denuncia Amnesty International Italia si “registra un generale e preoccupante incremento di episodi di violenza domestica nei confronti delle donne.”

L’isolamento, continua Amnesty International: sta “intrappolando diverse donne nella situazione di subire le violenze dei propri partner che, in alcuni casi, diventano efferati omicidi”.

«Voglio una mascherina 1522»

1522 è il numero gratuito da chiamare in caso di violenza domestica, se non si può parlare il numero permette anche una chat. Ma chiuse in casa con i mariti violenti è anche difficile poter telefonare o chattare, quindi seguendo l’esempio della Spagna anche nel nostro paese si è pensato  una soluzione alternativa.

La frase «Voglio una mascherina 1522» mette in allarme il farmacista che potrà così aiutare la persona dando informazioni utili e attivando gli aiuti.

In alternativa si possono contattare i centri antiviolenza Differenza Donna e Di.Re, a quest’ultima durante il lockdown si sono rivolte 2867 donne, il 74,5 per cento in più rispetto alla media mensile.

Inoltre,  in questo periodo la polizia ha esteso YouPol, l’app realizzata per segnalare episodi di spaccio e bullismo, anche ai reati di violenza domestica.

Manteniamo alto il livello di attenzione: #nessunoescluso

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Come fare girandole (che girano!) di carta

Mer, 05/06/2020 - 10:00

Belle da vedere sui nostri balconi o tra le piante del giardino, e anche facilissime da realizzare! Dal canale YouTube Laboratorio 45 ecco come fare delle belle girandole di carta

Laboratorio 45

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Covid-19 Lombardia, al via i test sierologici nei laboratori privati e a pagamento

Mer, 05/06/2020 - 08:58

Il nullaosta da parte della Regione Lombardia per l’esecuzione dei test sierologici da parte dei laboratori privati dovrebbe arrivare oggi a conclusione della riunione della Giunta regionale con una delibera che, se verrà approvata, sarà immediatamente esecutiva. Secondo anticipazioni riportate dal Giornale di Brescia, la delibera prevede che le strutture sanitarie private lombarde potranno effettuare test sierologici a pagamento seguendo le regole del libero mercato, senza cioè che siano stabiliti prezzi minimi o massimi predeterminati.

Prelievi di sangue e test rapidi

I laboratori privati, ai quali potranno rivolgersi anche i singoli cittadini, dovranno essere accreditati e autorizzati (l’elenco sarà riportato all’interno della delibera che dovrebbe arrivare oggi). Sarà possibile accedere non solo ai test sierologici che si effettuano tramite prelievi di sangue (come quelli che vengono già eseguiti nelle strutture sanitarie sulla scorta dei kit forniti gratuitamente dalla Regione stessa), ma anche i test rapidi (le cosiddette “saponette”). L’unica condizione che la Regione Lombardia porrà, secondo indiscrezioni, sarà l’utilizzo di test certificati.

Standard l’iter da seguire

L’iter da seguire sarà standard: chi riceverà una risposta del test positiva, ovvero risulterà di avere sviluppato gli anticorpi al virus, dovrà auto-isolarsi in casa e limitare al massimo i contatti sociali – perché per escludere di essere ancora contagiosi, anche se in assenza di sintomi, è necessario sottoporsi al tampone diagnostico – e contattare il medico di base che segnalerà la situazione all’Agenzia di tutela della salute (Ats), che a sua volta provvederà a inserire il soggetto nella lista delle persone che devono essere sottoposte al tampone nasofaringeo per la ricerca dell’Rna virale del virus Sars-Cov-2. Dando vita a un’attesa che, però, non si sa quando durerà, dal momento che l’elenco è già molto lungo.

Settimane di tensioni

La notizia arriva dopo settimane di tensioni tra alcuni sindaci lombardi che avevano avviato campagne sierologiche sui propri cittadini e i vertici regionali che avevano dimostrato di non gradire queste iniziative locali, come messo in evidenza da un’inchiesta del programma “Piazzapulita”, e dopo le molte richieste effettuate da tanti datori di lavoro che hanno riaperto i battenti il 4 maggio con l’inizio della “fase 2“.

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Parliamo di foreste e ambiente con Giorgio Vacchiano

Mer, 05/06/2020 - 08:01

Ha un punto di vista sul patrimonio forestale fortemente orientato all’ambiente, ma che è fuori dai luoghi comuni sulla questione. Ci siano fatti dire quali sono le questioni aperte circa le foreste. Nel mondo e in Italia.

Lo scorso anno abbiamo avuto incendi come quelli in Siberia e in Australia. Ora che questi fenomeni si sono fermati è possibile tracciare un bilancio?

«Il biennio 2017-2019 è stato senz’altro un biennio fuori dall’ordinario per quanto riguarda i fenomeno degli incendi boschivi nel mondo. Abbiamo cominciato in Italia con una delle annate più gravi, è bruciato il 60% in più rispetto alla media. Poi è stato il turno del Portogallo e della Grecia, con una serie di grandi incendi che hanno fatto, purtroppo, molte vittime. A seguire abbiamo avuto la California e nel 2019 l’Amazzonia, la Siberia, l’Indonesia e l’Australia. Una sequenza tale che ora si sta utilizzando il termine “Pirocene” come un’evoluzione dell’Antropocene, ossia di una società caratterizzata dalla combustione, sia di boschi e foreste, che di combustibili fossili. Tutti gli episodi che ho citato hanno una genesi abbastanza omogenea, tranne gli incendi amazzonici per i quali, attraverso dati satellitari e ricerche sul campo, si è verificato che sono dovuti quasi esclusivamente alla deforestazione per fare posto ai campi coltivati o ai pascoli. Il fenomeno dell’Amazzonia, quindi, c’entra poco con i cambiamenti climatici, se non per l’aumento di concentrazione di CO2 nell’atmosfera dovuto alla combustione degli alberi. Per tutti gli altri fenomeni, invece, i cambiamenti climatici c’entrano eccome, visto che inducono un aumento della siccità sia in frequenza sia in intensità, ossia la vegetazione secca più facilmente su territori più ampi e ciò la rende più combustibile, quindi più disponibile a bruciare nel momento in cui una scintilla viene innescata. Nel nostro settore diciamo che ci importa relativamente poco di ciò che innesca le fiamme. Quello che causa i maggiori danni, sia agli ecosistemi, sia agli esseri umani non è l’innesco ma è la propagazione delle fiamme. Se una fiamma viene innescata ma la vegetazione non è disponibile a bruciare l’incendio finisce subito e causa pochi danni. I cambiamenti climatici modificano in peggio questo equilibrio. E l’indice di ciò sono gli incendi australiani. È stato calcolato che nel 2019 è stato interessato al fenomeno quasi il 20 per cento delle foreste di quel continente che è un numero senza precedenti in Australia. Sicuramente dall’arrivo degli inglesi non si sono mai verificate annate di fuoco così intense e in nessun continente è mai stata raggiunta una cifra così alta, almeno a memoria d’uomo. Con i dati che abbiamo a disposizione possiamo dire che tutto ciò è il risultato della siccità estrema degli ultimi due anni, per la quale i cambiamenti climatici causati dall’uomo hanno una grande responsabilità. E la vegetazione che pur si è adattata al passaggio periodico del fuoco potrebbe essere non più adatta a incendi dalle nuove caratteristiche come estensioni più grandi del solito, velocità più rapide, intensità e temperature superiori a quelle che vengono raggiunte normalmente.»

Esistono altri motivi di origine antropica che possono favorire questo fenomeno?

«Se parliamo dell’Australia in realtà c’è stata abbastanza confusione, anche in alcuni mezzi di informazione. Prima si è parlato di accensioni volontarie, poi no. Certo è difficile avere subito queste informazioni perché ci sono anche delle indagini che devono essere svolte e quindi bisogna aspettare. L’Australia ha avuto incendi in zone molto remote dove è più probabile che si siano innescati per cause naturali come i fulmini secchi. Discorso diverso per le aree dell’Europa mediterranea e la California dove il 90-95% delle accensioni è opera dell’uomo, non sempre volontaria come nel caso degli incendiari, ma pur sempre opera dell’uomo. In California, per esempio, un ruolo importante lo hanno i guasti alle linee elettriche e le scintille che ne derivano. Detto ciò è necessario concentrasi sulla prevenzione, ossia limitare la possibile diffusione delle fiamme. Uso spesso la metafora degli incidenti stradali. Cerchiamo di evitare che gli incidenti avvengano con una serie di leggi, norme e la sorveglianza ma dobbiamo prepararci anche a mitigarne le conseguenze e quindi abbiamo i guard-rail, gli air bag, l’Abs, i caschi obbligatori e i crash test, tutte cose che ci servono per mitigare i danni. Lo stesso atteggiamento dobbiamo avere con gli incendi.»

Di recente in Italia ci sono state polemiche circa il patrimonio boschivo che negli ultimi decenni è aumentato, ma che secondo alcuni non può essere valutato solo sul fronte quantitativo. Qual è la sua opinione?

«È necessario, per affrontare ciò, fissare dei punti di partenza e dei termini di paragone. Prima di tutto diciamo che si considera una superficie coperta da boschi se possiede più del 20% di copertura da chiome. Rispetto al 1936, anno nel quale è stata redatta la carta forestale d’Italia, la superficie forestata è aumentata di circa il 75% e aumenta al ritmo di 50mila ettari all’anno. Sono 70mila campi da calcio di nuove foreste ogni anno. Questo fenomeno è dovuto soprattutto al ritorno spontaneo della foresta nelle aree che vengono abbandonate dall’attività umana. E oltre a ciò notiamo che, per gli stessi fenomeni, anche il volume della biomassa è in aumento. Aumentano quindi di conseguenza sia lo stoccaggio di carbonio, sia l’habitat disponibile per le specie animali. Certo il livello di partenza di 150 anni fa era quello di un paese deforestato nel giro di molti secoli, però bisogna dire che lo scorso anno, per la prima volta dal medioevo, la superficie coperta dalle foreste ha superato quella agricola.»

Quindi come dobbiamo agire?

«Direi con competenza ed equilibrio. Da un lato dobbiamo evitare assolutamente ciò che sta accadendo ai tropici dove per pascoli, agricoltura o attività minerarie si disboscano oltre 13 milioni di ettari l’anno, mentre non si deve gridare alla deforestazione se si vede abbattere un albero dalle nostre parti, specialmente quando si fa una gestione di una foresta ragionata e sostenibile, assicurandosi, come facciamo in Italia, che dopo il taglio delle piante scelte, i semi o i ricacci abbiano le condizioni migliori per potersi sviluppare e diventare la nuova generazione della foresta. Esiste poi, anche una gestione finalizzata all’adattamento delle foreste. Noi chiediamo alle foreste molti servizi, come la protezione del suolo, la fornitura di acqua, la fornitura di materie prime, habitat per la ricreazione e l’assorbimento di carbonio e se tutto ciò deve continuare nel tempo nonostante fattori esterni come la crisi climatica dobbiamo agire per aiutare le foreste a superarla questa crisi».

Quindi come considera il modello di gestione forestale dei paesi del Nord Europa dove si abbatte un albero e se ne piantano altri tre?

«I paesi del Nord Europa sono facilitati dalla biodiversità estremamente bassa delle loro foreste. La biodiversità aumenta andando verso l’equatore e diminuisce verso i poli. Le foreste dei grandi paesi del Nord Europa come la Finlandia, per esempio, sono formate da due o tre specie, come il pino silvestre e la betulla. Si tratta di una gestione forestale estremamente semplificata che insiste su grandi superfici e che non può essere un modello per l’Italia che ha la più grande varietà di biodiversità arborea d’Europa, quasi 150 specie di alberi ognuna con le proprie esigenze. Oltre a ciò in Italia se scopriamo un’ampia superficie possiamo avere enormi problemi sul fronte del dissesto idrogeologico, cosa che non succede in paesi come la Finlandia. Per questi motivi in Italia è necessario che si vada verso una selvicoltura che chiamiamo naturalistica ossia che assecondi il più possibile i meccanismi naturali, anche perché lavorare in una direzione opposta a quella in cui va la natura, diventa controproducente. Per esempio se si prendono piante da altri luoghi anziché seminare quelle locali, cambiamo il patrimonio genetico della foresta, mutandone la resilienza ad avversità come i cambiamenti climatici».

In Italia a causa dei cambiamenti climatici abbiamo una temperatura media sopra i 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale con previsioni catastrofiche da parte del Cnr: 23% del territorio a rischio desertificazione entro il 2100. Che effetti avrà ciò sul patrimonio forestale?

«Si tratta dei fenomeni che stanno stressando di più le foreste e stiamo giù registrando fenomeni come la moria o il deperimento acuto, mentre quando ci sono le ondate di siccità più forti si ha invece la predisposizione per l’attacco di insetti visto che ci sono molti insetti che si nutrono di tessuti vegetali e sono favoriti dall’indebolimento degli alberi. E ciò ci preoccupa specialmente per le foreste alpine e montane visto che il riscaldamento in quelle zone è oltre i 2°C. Si tratta di fenomeni nuovi ai quali stiamo tentando di dare nuove risposte. Per esempio stiamo indagando per capire se la diminuzione della densità degli alberi possa essere d’aiuto perché quando l’acqua non è più sufficiente per tutti gli individui una delle strategie può essere quella di giocare d’anticipo e invece di lasciar morire una serie di alberi li si potrebbe eliminare dal bosco prima riequilibrandolo per la poca acqua disponibile e il vantaggio di questa strategia rispetto alla mortalità naturale e che il legno che si preleva può essere utilizzato per sostituire dei materiali più climalteranti, come nel settore dell’edilizia. E il diradamento può essere una buona strategia anche per limitare i danni del fuoco, visto che prevediamo un aumento degli incendi, nell’area mediterranea, del 40% nei prossimi anni».

Un’ultima domanda quasi obbligata visto il periodo dominato dalla crisi del virus Covid-19. Nel suo libro “Spillover” David Quammen rileva che i salti di specie dagli animali all’uomo dei virus avvengono in zone dove gli animali che fanno da vettore risiedono in foreste e che il passaggio all’uomo è dovuto nella maggior parte dei casi alla intrusione della specie umana in questi habitat. Cosa dovemmo fare?

«La biodiversità è la protagonista della seconda grande crisi del nostro tempo dopo quella climatica e purtroppo se ne parla poco. E forse è più grave di quella del clima perché il funzionamento degli ecosistemi e il loro ruolo di supporto alla vita umana dipende in modo critico dalla loro biodiversità, dalle specie che contengono. La diffusione del virus Ebola, per esempio, sembrerebbe dipendere anche dall’eccessivo sfruttamento della foresta non necessariamente dovuto alla deforestazione ma al fenomeno che noi chiamiamo di frammentazione, dovuto anche solo alla costruzione di strade allo spezzettamento in piccole porzioni di quella che prima era una foresta primaria tropicale molto estesa. Ciò fa si che una serie di animali si trovino spiazzati per la perdita del loro habitat naturale e inizino a frequentare villaggi e città sul bordo delle foreste aumentando le probabilità di contatto con gli umani e quindi anche di contagio, soprattutto nella fascia tropicale della Terra, ossia dove esistono ancora foresta intatte e di cui non conosciamo i meccanismi di equilibrio. Le foreste sono la frontiera dove dobbiamo imparare ad agire con responsabilità: ogni azione ha una conseguenza, anche se a lunga distanza nello spazio e nel tempo. È ora di imparare dagli alberi che ogni cosa è connessa, e di farsi guidare nelle nostre azioni non dal tornaconto immediato di pochi, ma dal bene comune di tutti».

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Copertina: disegno di Armando Tondo

A Fiumicino arriva «Smart Helmet» | Torna il traffico a Milano | Rubate le ceneri di Elena Aubry

Mer, 05/06/2020 - 06:25

Il Mattino: Coronavirus, studio britannico: «Con la fase 2 Italia rischia 23mila morti in più»;

Tgcom24: Cura col plasma, De Donno a Tgcom24: “Salvati tutti i 48 pazienti gravi, mezzo mondo ci chiama | Finiamo il report e poi confronto con la comunità scientifica”;

Corriere della Sera: Fase 2, Fiumicino primo scalo in Europa a usare lo «Smart Helmet»;

Il Sole 24 Ore: Corte tedesca, ultimatum alla Bce: 3 mesi per giustificare il Qe. Francoforte: «Restiamo impegnati a fare ciò che è necessario» – Così la Bce sta monetizzando il debito europeo;

Il Giornale: I veri numeri degli assegni. Il report che sbugiarda l’Inps;

Il Messaggero: Parrucchieri ed estetisti, ipotesi riaperture anticipate: flash-mob di protesta in tutta Italia;

Il Manifesto: Torna il traffico a Milano, ripartenza a due velocità;

La Repubblica: Gli invisibili del calcio: 80 mila dimenticati nella crisi del pallone;

Il Fatto Quotidiano: Napoli, esplosione della fabbrica Adler Plastic di Ottaviano: le immagini dall’alto dopo l’incidente;

Leggo: Elena Aubry, la rabbia della mamma a due anni dalla morte: «Hanno rubato le sue ceneri dal sepolcro».

L’Università di Oxford: “Investire in tecnologie verdi per uscire dalla crisi economica post covid-19”

Mar, 05/05/2020 - 18:00
Gli investimenti “verdi” rendono di più e danno maggiore occupazione

Secondo uno studio realizzato dall’Università di Oxford scritto dal Nobel per l’economia Joseph Stiglitz e da Nicholas Stern, nuovi progetti di sviluppo dell’economia verde potranno servire per un rilancio efficace dell’economia globale messa in crisi dal coronavirus e metteranno il mondo sulla buona strada per affrontare la crisi climatica; il tempo a disposizione per farlo però non è molto.

Secondo questa analisi, gli investimenti in progetti che riducono le emissioni di gas a effetto serra e stimolano la crescita economica “verde” offrono rendimenti più elevati della spesa pubblica utilizzata, a breve e lungo termine, rispetto alla spesa per investimenti convenzionali.

Lo studio di Oxford ha confrontato i progetti di investimento verde con quelli tradizionali, come le misure adottate dopo la crisi finanziaria globale del 2008, e ha scoperto che i progetti verdi creano più posti di lavoro, producono rendimenti a breve termine più elevati sui soldi spesi dallo stato e portano ad un aumento a lungo termine dei risparmi.

Progetti che si possono avviare rapidamente e rispettosi del distanziamento sociale

Cameron Hepburn, direttore della Smith School of Enterprise and Environment dell’Università di Oxford, ha affermato che molti progetti potrebbero essere avviati rapidamente, potrebbero creare nuovi posti di lavoro e sarebbero conformi ai requisiti di distanza sociale.

Ha citato programmi di efficienza energetica per gli immobili, la costruzione di reti di ricarica per veicoli elettrici, la riprogettazione delle strade per offrire più piste ciclabili, le opere per la protezione dalle inondazioni e la piantagione di alberi.

“Tutti progetti che hanno bisogno di una diffusione su larga scala, offrono un lavoro qualificato e daranno benefici in termini di cambiamenti climatici e di rilancio dell’economia”, ha affermato.

Infrastrutture per l’energia pulita, posti di lavoro doppi rispetto ai combustibili fossili

La costruzione di infrastrutture per l’energia pulita è un altro esempio, generando il doppio di posti di lavoro a parità di spesa pubblica rispetto ai progetti per combustibili fossili in tutto il mondo. Altro esempio di investimento produttivo è l’espansione della banda larga in modo che più persone possano lavorare da casa.

“La lotta al cambiamento climatico risposta anche alla crisi economica”

“La lotta ai cambiamenti climatici è anche la risposta ai nostri problemi economici”, ha detto il prof. Hepburn in una intervista rilasciata al Guardian. “Nei loro pacchetti di stimolo all’economia dopo la crisi finanziaria del 2008, i governi non sono riusciti a sfruttare il potenziale di riduzione delle emissioni di carbonio attraverso i loro investimenti, in parte a causa della mancanza di iniziative pronte allora per essere avviate.”

Questa volta, i paesi hanno già impegni per ridurre le emissioni nell’ambito dell’accordo di Parigi, quindi esiste un quadro che impone loro di tenere conto dell’inquinamento, nonché una migliore consapevolezza dei benefici economici delle energie rinnovabili, dei veicoli elettrici e di altre tecnologie pulite. “Penso che ci sia una migliore possibilità questa volta di una ripresa verde”, ha detto.

Aiuto alle imprese che inquinano se riducono il loro impatto sul clima

I risultati dello studio, pubblicati sull’Oxford Review of Economic Policy, forniscono un sostegno accademico alle richieste di una “ripresa verde” che sono state fatte da esperti di spicco durante la crisi di Covid-19.

Lo studio analizza anche le richieste di sostegno economico per le società di combustibili fossili o per i settori delle emissioni pesanti, come le compagnie aeree e la produzione di automobili, indicando che andrebbero previste condizioni che impongano alle aziende di ridurre il loro impatto climatico.

Lasciare la strada degli investimenti tradizionali

Brian O’Callaghan, anche lui della Smith School e coautore dello studio, ha affermato che i governi dovrebbero agire rapidamente. “L’inclinazione naturale potrebbe essere quella di prendere la strada più facile, quella degli investimenti di sostegno all’economia tradizionali. Ma questa che abbiamo ora è l’unica grande opportunità per i governi di plasmare il prossimo decennio e potrebbe dare una spinta economica significativa.”

Ogni impresa deve avere un piano verso emissioni zero

Mark Carney, ex governatore della Bank of England e ora consigliere finanziario di Boris Johnson per Cop26, ha invitato tutte le società a rivelare i loro piani per raggiungere emissioni zero. “Ogni società in ogni settore, ogni banca e ogni assicuratore, ogni fondo pensione, dovrebbero sviluppare e divulgare un piano di transizione verso l’impatto zero”, ha detto.

Un mondo più equo e sostenibile darà vantaggi a tutti

Il vertice di Cop26 è stato rinviato all’inizio del prossimo anno, questo può dare il tempo ai governi di elaborare un pacchetto di iniziative che possa portare i paesi sulla strada verso emissioni zero.

Emily Shuckburgh, dell’Università di Cambridge ha dichiarato: “Modellare la ripresa nazionale e globale a partire dalla pandemia di coronavirus in un modo che supporti la risposta ai cambiamenti climatici e ad altre minacce ambientali ha semplicemente senso. L’analisi suggerisce non solo che i piani di investimento verde offrono maggiori vantaggi economici, ma investire in modo adeguato in ricerca, innovazione, infrastrutture e formazione delle competenze e abbinare questi investimenti a strutture istituzionali solide contribuirà a creare un mondo più equo, più resistente e sostenibile con vantaggi per tutti.”

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L’appello di Salgado per proteggere gli indigeni dell’Amazzonia

Mar, 05/05/2020 - 16:13

Occhi profondi che parlano da soli e narrano la storia delle tribù indigene dell’Amazzonia. Occhi neri da cui traspare il dolore di abusi e soprusi subiti durante i secoli, da parte di colonizzatori che hanno occupato le terre dei nativi e stuprato i corpi.
Una geocorpografia che il potere dominante ha tentato di stravolgere ma che è stata protetta con rituali e azioni per preservare la storia e la vita delle popolazioni locali. Popoli autoctoni che oggi, a causa dell’emergenza coronavirus, sono ancora più a rischio. Infatti, se il covid-19 dovesse insinuarsi in Amazzonia, l’impatto sulle tribù indigene locali sarebbe devastante.

Per questo motivo, il fotografo brasiliano Sebastião Salgado, che ha lavorato negli ultimi dieci anni tra le tribù amazzoniche, e sua moglie Lélia Wanick Salgado, che disegna i suoi libri e mostre, lanciano un appello al governo, al congresso e alla corte suprema del Brasile e alle autorità per agire immediatamente per evitare il contagio di queste comunità, già vittime negli ultimi 5000 anni di epidemie portate all’interno della foresta pluviale da illeciti invasori.

Stiamo per assistere a un genocidio, 5 secoli fa i popoli indigeni furono decimati da malattie portate dagli occidentali. Morbillo e influenza uccisero più delle armi dei colonizzatori. Sta per accadere di nuovo.

CORONAVIRUS: l’appello di Sebastião Salgado per salvare gli indigeni dell’Amazzonia

La situazione è preoccupante in quanto questi popoli non posseggono difese immunitarie né servizi sanitari adeguati per far fronte ad eventuali contagi esterni. Se il coronavirus dovesse penetrare il loro tessuto sociale ci sarebbe il secondo, terribile sterminio di una popolazione già decimata e ancora minacciata da minatori, taglialegna e allevatori di bestiame che tentano incessantemente di stuprare, con incendi e veleni, un territorio incontaminato e abitato dagli ultimi autoctoni dell’Amazzonia.

Di qui l’appello, già firmato da migliaia di persone, per salvare questo prezioso tesoro dell’umanità:

Queste popolazioni indigene fanno parte della straordinaria storia della nostra specie. La loro scomparsa sarebbe una tragedia estrema per il Brasile e un’immensa perdita per l’umanità. Non c’è tempo da perdere. Hanno bisogno del nostro aiuto. Bisogna agire adesso.”

E Bolsonaro?

Il Presidente del Brasile Bolsonaro cosa intende fare di fronte a questa situazione? Accoglierà le richieste di Salgado e degli altri attivisti internazionali? Probabilmente no. L’ultimo negazionista continua a comparire in pubblico non curante della pericolosità del coronavirus: due giorni fa si è esibito senza mascherina di fronte a un bagno di folla di sostenitori che non condividono la scelta della chiusura delle attività imposta dai governatori locali, abbracciando bambini e stringendo mani senza alcuna protezione.

Eppure il virus in Brasile ha già causato la morte di 7000 persone, tra cui un ragazzo di 15 anni appartenente a uno delle tribù indigene locali.

Non c’è più tempo da perdere.

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Isolati in Paraguay tra gli indigeni (a rischio Covid), scoprono la pandemia e rimangono bloccati

Mar, 05/05/2020 - 15:30

Partiti per il Paraguay per documentare la vita dei popoli indigeni della regione del Chaco, Giuliano ed Edoardo hanno vissuto isolati dal resto del mondo senza sapere degli sviluppi del Coronavirus fino a metà marzo. Rientrati nella capitale Asunción, scoprono la pandemia. Da lì, il lungo calvario per rientrare in Italia. L’allarme che lanciano è però un altro: come faranno gli indigeni a fronteggiare la pandemia?

Appena ventenni, curiosi del mondo, delle sue diversità e dei suoi popoli, Edoardo Ferri (Lodi) e Giuliano Franco Occhipinti (Bologna) sono due giovani reporter, che, in questo momento, mentre scriviamo, stanno rientrando in Italia. Forse. Ad aiutarli? Non la Farnesina, ma l’ambasciata francese. 

La doppia marcia della Farnesina: rimpatri veloci dai paesi ricchi e influenti, rimpatri lenti dai paesi poveri come il Paraguay

“Roma finora ha riportato indietro più cittadini di tutta la Ue, 72 mila” dicono dalla Farnesina, ma sono circa 7mila gli italiani bloccati ancora all’estero dall’inizio della pandemia a causa dei voli bloccati, oppure, quando disponibili, inaccessibili perché a prezzi triplicati. Il ministero guidato da Luigi Di Maio ha compiuto 500 diverse operazioni per riportare con aerei di linea e aerei commerciali i nostri concittadini da 105 Paesi, sforzo lodevole, che però non è bastato. 

“La Farnesina ha messo a disposizione dei voli per rimpatriare gli italiani, ma dai Paesi più ricchi e con più peso politico, come il Brasile e l’Argentina – spiega Edoardo – Paesi come Paraguay, Uruguay e Ecuador non sono stati presi granché in considerazione”. Perciò, nonostante le comunicazioni costanti con il numero verde della Farnesina, alla fine, per tornare, si sono “intrufolati” tra i francesi rimpatriati dall’ambasciata fracese: il loro volo, infatti, prevede scalo a Parigi. Se tutto è andato bene, in questo momento dovrebbero essere in viaggio, e, forse, domani saranno rientrati in Italia, dove li attende la quarantena obbligatoria di 14 giorni, come da prassi. La loro preoccupazione è però rivolta agli indigeni del Chaco.

Il Chaco, il “museo verde” e il rischio dell’epidemia

La regione del Gran Chaco, dal Paraguay si estende in Argentina, Bolivia e Brasile: una pianura grande quattro volte l’Italia e abitata da 25 popoli indigeni. Vivono in piccole comunità disperse in un territorio immenso, il “museo verde lo chiamano”, caratterizzato da un clima inospitale e anche perciò inaccessibile. Ogni popolazione conserva tenacemente un patrimonio di tradizioni, riti, capacità artigianali e idiomi, per un totale di almeno 10 lingue diverse. Le comunità indigene, già in condizioni normali dimenticate dallo Stato, sono oggi più a rischio che mai. Oltre all’isolamento dal punto di vista della comunicazione, l’area del Chaco si raggiunge solo via terra: le strade, a causa delle frequenti piogge, sono spesso inagibili e quindi ci si arriva solo via fiume. Lo abbiamo visto, il Coronavirus viaggia più velocemente delle persone, degli studi e delle comunicazioni, se dovesse arrivare lì, le popolazioni indigene, con quali aiuti e supporti potrebbero affrontare la pandemia?

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Festival dei Diritti Umani: “da vicino nessuno è disabile”

Mar, 05/05/2020 - 14:00
Festival dei Diritti Umani – Milano

Dal 5 al 7 maggio 2020 la quinta edizione del www.festivaldirittiumani.it dedicato alla disabilità.

Tutto on line e in streaming per l’emergenza Covid 19. Il programma QUI

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L’epidemiologo Vespignani spiega come agire contro il covid-19

Mar, 05/05/2020 - 13:30

Come si muove il virus nel mondo, come si possono prevedere i suoi sviluppi nella popolazione, in pratica: come si sviluppa un’epidemia?

Per rispondere a queste domande ci vuole un epidemiologo e Alessandro Vespignani è esattamente questo. 55 anni, italiano, lavora Boston alla Northeastern University. Fisico di formazione ha iniziato la sua carriera studiando i virus informatici per poi passare a quelli biologici e afferma in una lunga intervista a TPI che in fondo non sono così diversi tra loro nella modalità di diffusione e noi gli crediamo sulla parola.

Se il compito di un virologo è studiare il virus e trovare un rimedio alla malattia che ne deriva, magari un vaccino, quello dell’epidemiologo è capire come si diffonde per riuscire a frenare la pandemia.

Testing, tracing and treating

E Vespignani spiega come si può fare in modo semplice, quello che lui chiama le tre T: “testing, tracing and treating”.
Testare: «Tamponi e test» afferma: «Purché omologati. Serve un esercito. Serve una determinazione ossessiva e spietata. Io in Italia oggi questo esercito non lo vedo». Un buon esempio è il comportamento della Regione Veneto.

Tracciare: «Che poi significa poter “Isolare”. Appena sei positivo c’è qualcuno che ti chiama e ti chiede: “Quante persone hai visto? E chi sono?”. E poi si chiamano, si isolano e si seguono anche quelli». In pratica quello che stanno facendo in Cina, Corea e Hong Kong e in Europa la Germania.

Vespignani poi spiega che non è necessario che l’isolamento duri 15 giorni per tutti ma va calcolato tenendo conto dei giorni che sono passati dal contatto con la persona positiva: «Siccome non va dimenticato che tutto questo ha un costo sociale enorme, se il contatto è avvenuto dieci giorni fa e sei negativo devi essere isolato solo cinque giorni». Poi altri tamponi e se risultano negativi si può uscire. Al giornalista che si diceva scettico che questo modello si potesse applicare all’Italia Vespignani risponde: «Ma queste cose sono state fatte in Congo, quando abbiamo combattuto contro Ebola! Abbiamo costruito i modelli per il Congo e, le autorità congolesi li hanno implementati anche in zone di guerra! Si può fare in Congo e non si può fare a Milano

Trattare. E qui la questione si fa pelosa. Perché noi per isolamento intendiamo che la persona positiva al virus deve rimanere a casa e Vespignani non è per niente d’accordo: «Ma prendete un albergo! Aprite una caserma. Fate quello che volete, ma non chiudete gli infetti nelle loro case, ad infettare i loro familiari». E non è un problema economico ma di mentalità: «Perdiamo un miliardo di euro al giorno. Ma prendiamo tutte le stanze che servono, e facciamo trascorrere il miglior periodo di quarantena immaginabile».

Vespignani è anche un po’ scettico sulla validità delle app per tracciare il virus: «Le persone vanno se-gui-te. Lei se lo immagina uno che si alza la mattina e tutto tranquillo si autoisola perché lo schermo del telefonino gli diventa rosso? Quell’infetto è un uomo che non può essere lasciato da solo. Magari sono un padre e ho una famiglia da far campare. Magari sono un precario e devo uscire. Magari non ho lo spazio domestico per tutelare i miei… Le app vanno benissimo, possono essere un grande supporto, ma serve un servizio umano. Serve una tutela a distanza che non si può realizzare solo con un algoritmo o con le faccine sul telefonino.»

Insomma, Vespignani è convinto che per aprire veramente alla Fase 2-3-4-5 bisogna passare da queste 3 T altrimenti si rischia che sia solo un «esercizio di stile».

E a noi di Esercizi di Stile ci piacciono solo quelli di Queneau.

Leggi tutta l’intervista qui

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Fonte Foto: Calcionapoli1926.it

Dalla Cina la vespa killer dell’uomo

Mar, 05/05/2020 - 12:56

Ha le dimensioni di un calabrone la “vespa velutina”, nota anche come “calabrone asiatico” o “calabrone dalle zampe gialle” ed è originaria del sud-est asiatico. Il New York Times ha parlato dell’invasione dello Stato di Washington e ha sottolineato come il calabrone asiatico sia capace di uccidere circa 50 persone l’anno, come successo in Giappone, scatenando uno shock anafilattico in chi è predisposto. È già accaduto anche in Italia, vittima uno sfortunato giardiniere di Imperia, che è stato punto da tre vespe velutine mentre era al lavoro. Per fortuna è stato assistito in tempo.

Università a sostegno

Ma l’insetto minaccia soprattutto gli alveari, è capace di distruggerli decapitando letteralmente le api, ed è giunta prima in Liguria e ora in Toscana. Le Università di Firenze e Pisa sono già allertate nel tentativo di far fronte a quella che già si prospetta come un’emergenza.

Una minaccia per l’economia e la biodiversità

Come noto, il ruolo delle api e degli insetti impollinatori è ampio e riguarda un anello fondamentale della biodiversità e quindi anche dell’economia. La diffusione di questo insetto alieno potrebbe quindi essere devastante. Gli apicoltori hanno già posizionato delle trappole nelle loro arnie e nelle ultime settimane 5 vespe asiatiche “regina”, pronte a formare pare nuovi eserciti, sono state catturate e uccise. L’ultima a Massa qualche giorno fa, mentre l’ultimo avvistamento è stato nella vicina Carrara.
Rita Cervo, etologa del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e professoressa associata di Zoologia, è il punto di riferimento della rete Stop Velutina. Un sito dove si possono segnalare gli avvistamenti (un altro molto ben fatto è questo) ma anche capire come combattere questo nemico alieno e quindi particolarmente insidioso, perché le api non hanno avuto modo di sviluppare un metodo di difesa. Si pensa che l’animale sia giunto in Occidente – in Francia per la precisione – nel 2004, con un carico aereo dall’Asia, probabilmente dalla Cina.

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Tumori: studio italiano scopre composto che ne blocca la crescita

Mar, 05/05/2020 - 11:41

Individuato un nuovo composto sperimentale in grado di frenare la crescita tumorale: la scoperta è stata effettuata da un gruppo di ricercatori tutto italiano dell’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM) e dell’Università di Padova, che hanno pubblicato i risultati dei loro studi sulla rivista Cell metabolism e hanno già depositato la richiesta internazionale di brevetto della terapia.

Affamare il tumore

Guidati da Luca Scorrano, professore ordinario del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova e Direttore Scientifico del VIMM, i ricercatori hanno scoperto che l’angiogenesi – il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni essenziale alla riparazione e rigenerazione dei tessuti ma anche alla crescita dei tumori e lo sviluppo delle metastasi – dipende dalla proteina Opa1 presente nei mitocondri, le centrali energetiche della cellula. Usando un innovativo farmaco scoperto nel loro laboratorio in grado di inibire l’attività della proteina Opa1, i ricercatori sono riusciti a bloccare la crescita tumorale.

L’inibizione dell’angiogenesi è un meccanismo già noto per il trattamento dei tumori: esistono infatti diversi farmaci già in uso clinico che bloccano il processo di angiogenesi e tolgono nutrienti al tumore impedendogli di crescere. Uno di questi è il bevacizumab, che viene usato nella cura del cancro del colon metastatico e di altri cancri con metastasi o a stadi avanzati. Purtroppo, però, questi farmaci non sempre riescono a impedire la progressione della malattia perché nonostante la loro efficacia diversi tumori diventano resistenti a questo e altri farmaci simili, che non riescono quindi più a bloccare l’espansione del tumore.

Il coinvolgimento delle “centrali energetiche delle cellule”

“Partendo da questi presupposti – spiega Scorrano – ci siamo chiesti se i mitocondri, le centrali energetiche della cellula implicate in molti dei processi alla base dei tumori, fossero coinvolti anche nell’angiogenesi. Abbiamo così scoperto che i mitocondri cambiano rapidamente la propria forma quando l’angiogenesi si attiva, come a dare un’indicazione della loro partecipazione al processo di formazione di nuovi vasi sanguigni”. Studi bioinformatici ed esperimenti condotti in laboratorio hanno quindi permesso ai ricercatori di comprendere che la proteina mitocondriale Opa1 è implicata nell’angiogenesi, e di capire che se Opa1 non viene attivata l’angiogenesi non può procedere.

Remissione tumorale

Usando un composto sperimentale che blocca Opa1, per il quale i ricercatori hanno già depositato la domanda di brevetto internazionale, i ricercatori hanno notato una riduzione della crescita dei tumori a livello sperimentale che oscilla tra il 70 e l’80%. “Confidiamo che i farmaci che potranno essere derivati da questo primo composto da noi scoperto possano trovare un’utilità clinica nei tumori che sviluppano resistenza al bevacizumab e per altri tumori che sviluppano resistenza alle terapie. Naturalmente tutto ciò sarà possibile solo se l’efficacia e la sicurezza di tali composti saranno confermate in studi clinici con i pazienti: nuove ricerche ci attendono per migliorare questa nuova categoria di composti e per capire quali siano le loro indicazioni terapeutiche in ambito oncologico”.

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Le bugie dell’Europa sui morti per coronavirus

Mar, 05/05/2020 - 10:22

In base alle statistiche ufficiali, oggi l’Italia è il Paese europeo più colpito dal covid-19 dopo la Spagna con il maggior numero di vittime ma probabilmente il dato non è quello reale.

La Protezione Civile quando comunica i dati sulle morti da Covid-19 si riferisce solo ai pazienti di cui è stata accertata a diagnosi tramite tampone. Quindi, spiega Milena Gabanelli, sono inferiori alla realtà e la stessa cosa avviene anche per gli altri Paesi europei.

La giornalista quindi ha messo a confronto Paese per Paese i numeri dei morti di quest’anno con quelli degli anni precedenti e qui si scoprono un po’ di contraddizioni.

“La Spagna conta 68.056 decessi contro i 39.981 dello stesso periodo negli anni precedenti. È il Paese dove la crescita è maggiore: più 70%. I Paesi Bassi fanno registrare un più 50% (22.352 contro 14.895). Segue l’Italia con 78.757 decessi al 4 aprile contro 57.882. Gli ormai noti dati Istat ci dicono che a livello italiano l’aumento in media è del 36% (ben sappiamo, però, che la più colpita è la Lombardia con incrementi che arrivano a decuplicarsi nei comuni della Bergamasca). Anche il Regno Unito registra un più 36% (63.842 contro 46.877). Poi Svizzera più 25%, Francia e Svezia più 20%.

Insomma, i numeri dicono ben altro rispetto alle comunicazioni ufficiali.

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Foto di Mabel Amber da Pixabay