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Aggiornato: 26 min 28 sec fa

Se la sveglia è melodica, il cervello si attiva prima

Lun, 02/10/2020 - 14:12

Il buongiorno si vede dal mattino: tra i tanti proverbi che ci insegna la saggezza popolare, questo è uno di quelli con cui non si può non essere d’accordo. Essere svegliati in modo piacevole – e viceversa in modo sgradevole – influisce direttamente, e in modo piuttosto importante, sul modo con cui ci si accinge ad affrontare la giornata. Ebbene, un gruppo di ricercatori australiani ha messo in paragone diverse suonerie di sveglie, che solitamente sono il primo suono con cui si esce dal mondo dei sogni per tornare – ahi noi – in quello reale, stabilendo che per iniziare al meglio la giornata è meglio affidarsi agli allarmi melodici e delicati come se ne trovano tanti su tablet e smartphone, che non alle vecchie suonerie “trillanti” o “beeppanti” delle sveglie vecchio tipo.

A realizzare lo studio, pubblicato sulla rivista Plos One, i ricercatori del Royal Melbourne Institute of Technology (RMIT) di Melbourne, in Australia. “Se non ti svegli correttamente, le tue prestazioni lavorative possono risultare sottotono per un periodo successivo alla sveglia fino a 4 ore, dando vita a incidenti anche gravi”, osserva l’autore principale Stuart McFarlane, dottore di ricerca all’RMIT.

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Gli allarmi melodici migliorano la vigilanza

I ricercatori hanno lavorato con un gruppo di 50 partecipanti ai quali hanno fatto compilare dei report mirati a indagare durata e caratteristiche dell’inerzia del sonno, ovvero lo stato di transizione tra il sonno e la veglia caratterizzato riduzione della vigilanza, prestazioni compromesse e desiderio di tornare a dormire: più è lungo e intenso lo stato d’inerzia del sonno al risveglio, più intensa è la sensazione di stordimento, confusione e goffaggine che ci si porta dietro nel corso della mattinata.

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“A pensarci, si supporrebbe che il classico allarme ‘beep beep beep’ sia in grado di migliorare lo stato di vigilanza – continua McFarlane -, mentre i dati da noi raccolti hanno rivelato, in modo inaspettato, che gli allarmi melodici potrebbero essere l’elemento chiave per svegliarsi al meglio ed essere più attivi al mattino”.

L’inerzia del sonno percepita

I ricercatori hanno scoperto che mentre non c’erano associazioni significative tra l’inerzia del sonno reale e il suono dell’allarme mattutino, c’era invece un’associazione significativa tra il tipo di allarme e l’inerzia del sonno percepita dai partecipanti allo studio. In particolare, le persone che utilizzavano gli allarmi melodici hanno riferito di sentirsi più attenti di primo mattino, mentre chi utilizzava allarmi dai suoni più duri, come quelli a segnali acustici intermittenti, affermavano di sentirsi meno svegli.

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Siamo davvero certi che il nostro sistema bancario sia solido?

Lun, 02/10/2020 - 12:00

La domanda è chiaramente retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della BCE (per le banche “significant”) e di Bankitalia (per le banche “less significant”), denominato “processo di revisione e valutazione prudenziale” (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni successivi.

Forse è il caso di dire però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore.

Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

Premessa 

In Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8 % !

Cosa significa?

Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento.

In maniera ancora più semplicistica, ogni banca può prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale!

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire).

Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante.

Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con BNP, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi BPER (2%), Credito Cooperativo Italiano, UBI, Banco BPM, e CCB  (2,25%), ICCREA (2,50%) ed infine, fanalini di coda, MPS e Banca Popolare di Sondrio (3%).

Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

Per rendervi più digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo.

E, leggendo il comunicato della lega (BCE) di questo atipico campionato, si rileva che TUTTE le squadre  hanno ricevuto delle penalità.

Dire che CREDEM, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione  potrà essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore.

Come?

In tre modi:
  • chiedendo a soci ed azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste???) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale
  • chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca
  • facendo meno prestiti!

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza.

E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora più capitale .

Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada al di là dei peana delle penne di sistema.

Photo by Annette Fischer 

Sudafrica: diminuiscono le uccisioni di rinoceronti ed elefanti

Lun, 02/10/2020 - 11:40

Nel 2019, per il quinto anno consecutivo, è diminuito ancora il numero di elefanti e rinoceronti uccisi dai bracconieri in Sud Africa. Una vittoria per la ministra dell’ambiente, silvicoltura e pesca Barbara Creecy, che ha condiviso i risultati degli sforzi congiunti di governo, privati, comunità e ONG.

Come ha annunciato il rapporto del Department of environment, forestry and fisheries del Sudafrica, la strategia integrata messa a punto funziona: il numero di rinoceronti uccisi nel 2019 è sceso a 594 rispetto ai 769 del 2018. Il governo sudafricano segnala anche un calo del bracconaggio di elefanti, con 31 uccisioni nel 2019 rispetto alle 71 del 2018.

«Poiché il traffico di specie selvatiche è una forma altamente sofisticata di crimine organizzato transnazionale, che minaccia la sicurezza nazionale, l’obiettivo è stabilire un quadro strategico, supportato da tutto il governo e dalla società» ha detto Creecy.

«L’uccisione dei rinoceronti è un business condotto da organizzazioni criminali transnazionali che cooperano con i paesi consumatori di corno di rinoceronte come Cina, Malesia, Singapore, Vietnam e Giappone», ha spiegato il Wwf, tra le associazioni ambientaliste che hanno seguito il progetto.

Secondo il governo, il traguardo si è raggiunto grazie alle «migliorate capacità di reazione al bracconaggio; una migliore consapevolezza della situazione; la diffusione di tecnologie più avanzate, una migliore raccolta e condivisione delle informazioni tra le autorità; una migliore cooperazione regionale e nazionale e un coinvolgimento più significativo del settore privato, delle ONG e dei donatori».

Una goccia nel mare

Purtroppo, il numero di rinoceronti abbattuti resta alto e la buona notizia è impossibile da contestualizzare. «Per avere un quadro completo dello stato di conservazione dei rinoceronti in Sudafrica – ha infatti detto il Wwf – e prima di considerare positivamente i dati del 2019, è cruciale capire il rapporto tra rinoceronti uccisi e numero di animali vivi. In mancanza di queste informazioni è difficile avere una visione completa sullo stato attuale delle popolazioni di rinoceronti in Sudafrica».

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Sensori olografici e intelligenza artificiale contro le microplastiche

Lun, 02/10/2020 - 09:58

Come è noto l’inquinamento dei mari dovuto alla plastica è una delle maggiori emergenze ambientali che ci troviamo ad affrontare. Ora, grazie a due gruppi di lavoro dell’Istituto di Scienze applicate e sistemi intelligenti del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isasi) di Pozzuoli e Lecce è nato un nuovo sistema di rilevamento delle microplastiche nel mare. Il problema, fino ad oggi, era che si confondevano con il microplancton.

I ricercatori hanno unito sensori olografici digitali e intelligenza artificiale riuscendo a “riconoscere decine di migliaia di oggetti appartenenti a diverse classi con accuratezza superiore al 99%”, ha spiegato uno dei ricercatori, Pierluigi Carcagnì.

I sensori analizzano l’elemento fornendo tutti i dati all’intelligenza artificiale, che li elabora e stabilisce se è plastica o plancton.

Sempre Carcagnì: “Il nuovo metodo di olografia digitale – prosegue – fornisce un riconoscimento oggettivo di un numero statisticamente rilevante di campioni, fino a centinaia di migliaia di oggetti l’ora, con microscopi realizzabili in configurazioni portatili per analisi in situ della qualità delle acque”.

È la prima volta che si può immaginare un sistema di riconoscimento automatico e accurato delle microplastiche marine.

La ricerca è stata pubblicata su Advanced Intelligent Systems (Wiley Online Library).

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Barcellona metterà una piazza pedonale davanti a ogni scuola

Lun, 02/10/2020 - 07:00

La sindaca di BarcellonaAda Colau, a braccetto con vice sindaco e un esercito di consiglieri, ha presentato un progetto ambizioso anche per una nazione che sta seriamente affrontando la questione dell’inquinamento atmosferico e del riscaldamento globale: creare una piazza pedonale di fronte a ognuna delle 200 scuole cittadine, per ridurre inquinamento, rumore e incidenti.

Limiti per le macchine a 20 km/h

Il costo è stimato attorno ai 10 milioni di euro, per togliere spazio pubblico alle auto e darlo alle famiglie. Di corredo, nuovi segnali stradali che sottolineeranno la presenza di una scuola e il divieto di procedere oltre i 20 chilometri all’ora. Tanto per fare un parallelo, Milano ha chiesto – senza risultato – alla sua amministrazione di abbassare da 50 a 30 km/h il limite su una strada cittadina che confina con un parco giochi, su cui affaccia una scuola, e dove lo scorso ottobre due bimbi e una mamma sono stati travolti da uno scooter.

Tutto è nato dalla morte di un ragazzo

L’obiettivo dell’amministrazione di Barcellona è concludere il progetto entro il 2023, partendo con 20 scuole entro quest’anno. Tutto è iniziato da un caso di cronaca che, nel distretto di Sant Martí, ha visto morire uno studente, travolto da un auto. Lì, immediatamente – al contrario di quello che Milano avrebbe potuto fare l’indomani della morte del piccolo Giacomo – sono state eliminate due corsie di circolazione, poi rese uno spazio di sosta con panchine e parco giochi, pista ciclabile con parcheggio per le biciclette.

Barcellona dichiara l’emergenza climatica

La presentazione del progetto coincide con la settimana in cui Barcellona ha dichiarato l’emergenza climatica e ha reso pubblici i dati sull’inquinamento del 2019 e il miglioramento ottenuto negli anni, nonostante la città continui a superare i limiti legali. Colau ha descritto il piano come “un cambio di visuale sulla città, che mette i bambini al centro e li protegge. Intorno alle scuole serve sicurezza, perché i ragazzi sono il presente e il futuro delle nostre città”. Anche per questo, sarà drasticamente ridotta la mobilità delle auto private.

Alla presentazione hanno partecipato Guille López, della piattaforma Eixample Respira, che alcuni mesi fa ha rivelato i livelli di inquinamento delle scuole della città. López ha sottolineato il valore del progetto, anche a fronte delle notevoli difficoltà che comporta, soprattutto per le scuole del centro, vicine a strade ancora molto trafficate. 

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Sanremo e le Donne

Dom, 02/09/2020 - 14:00

Il palcoscenico dell’Ariston è da sempre una cassa di risonanza che probabilmente nel nostro Paese non ha eguali, e dunque ben venga qualunque parola, discorso, occasione che permetta di tenere accesi i riflettori su quella realtà terribile e sconvolgente che è la violenza di genere, e la violenza sulle donne in particolare.

2013: il monologo di Luciana Littizzetto

La prima – ma confesso di andare a memoria e potrei sbagliare – fu nel 2013 Luciana Littizzetto, co-conduttrice del Festival sanremese con Fabio Fazio, che nel suo monologo dedicato all’amore, come è sua abitudine, non usò tanti giri di parole: «… Non vogliamo le palle. Vogliamo solo rispetto. In Italia in media ogni due-tre giorni un uomo uccide una donna, una compagna, una figlia, un’amante, una sorella, una ex, magari in famiglia.
La uccide perché la considera una sua proprietà, perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa e sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro. E noi che siamo ingenue spesso scambiamo tutto per amore.
L’amore con la violenza e le botte non c’entra un tubo, l’amore con gli schiaffi e i pugni c’entra come la libertà e la prigione.
Un uomo che ci mena non ci ama, mettiamocelo in testa… Vogliamo credere che ci ami? Bene, allora ci ama male, non è questo l’amore… Un uomo che ci picchia è uno stronzo, sempre. E dobbiamo capirlo subito, al primo schiaffo, perché tanto arriverà anche un secondo e poi un terzo e un quarto. L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.»

2020: discriminazione e violenza non come occasione “spot”

A sipario chiuso, e disinteressandosi del tutto della parte canora, ripensare ai 5 giorni trascorsi dà l’impressione che mai prima d’ora un avvenimento “nazional-popolare” come questo Festival di Sanremo 2020 abbia tenuto il “focus” così a lungo sul doloroso tema della violenza alle donne.

In realtà un momento canoro importante c’è stato, ed è rappresentato dalla coraggiosa esibizione di Gessica Notaro, sfregiata con l’acido due anni fa dal suo ex e costretta a usare una benda sul volto, che assieme a Antonio Maggio ha cantato la propria storia in una canzone scritta da Ermal Meta. «Un manifesto contro la violenza sulle donne», così l’ha presentata sul palco Amadeus.

Donne, lavoro, carriera

Il tema non è di oggi e non sarà certo una kermesse canora ad avere il merito di averlo affrontato. E tuttavia l’intervento di Levante in conferenza stampa è un bel j’accuse anche per il brillantinato mondo dello spettacolo. «Quando io parlo di merito, parlo di merito per tutti non solo per le donne. Agli uomini non viene detto che hanno un contratto discografico solo perché stanno con quello, e non ricevono battute pesanti e volgari. … Mi rendo conto che è utopico sperare di essere trattati alla pari, ma non ci sto a farsi la lotta». Se avete voglia di approfondire, nell’articolo Sanremo 2020, donne e musica, il divario è ancora enorme trovate una dettagliata analisi di dati relativi a un recente studio sull’impiego delle donne nella musica dal 1947 ad oggi. E sulla discriminazione esistente, ancora molto forte.

Contro la violenza: 1

Non c’è stato solo il monologo di Rula Jebreal (di cui parliamo subito dopo). Sul palco di Sanremo si sono presentate Emma, Giorgia, Fiorella Mannoia, Alessandra Amoroso, Laura Pausini, Elisa e Gianna Nannini: tutte vestite di nero ma ognuna con un segno rosso, simbolo dell’impegno contro la violenza sulle donne – per annunciare “UNA, NESSUNA, CENTOMILA”, il concerto che le vedrà protagoniste il 19 settembre all’Arena di Reggio Emilia (Campovolo). Insieme hanno spiegato il titolo del concerto: UNA, perché ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne; NESSUNA: perché nessuna donna deve più essere una vittima; CENTOMILA: il numero delle voci che si uniranno a loro. E senza tanto giri di parole, la Nannini ha chiuso così la presentazione: «Ci siamo schierate ancora una volta perché non ne possiamo più.» Serve aggiungere qualcosa?

Eh, sì, serve: i fondi raccolti con il concerto sono destinati ai centri antiviolenza. Che è anche una risposta del mondo femminile alle follie della politica e dei suoi dispetti, considerato che è di due giorni fa la notizia che Fratelli d’Italia ha bloccato l’emendamento del decreto Milleproroghe per finanziare la Casa Internazionale delle donne di Roma.

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Contro la violenza: 2

Regala ad Amadeus il pallone celebrativo dei 60 anni di vita della Serie C e poi, dismessi i panni di vicepresidente di Lega Pro, parla con garbo delle difficoltà delle donne a intraprendere il loro viaggio nella vita. E in questo modo Cristiana Capotondi presenta la fiction in 4 puntate “Bella da morire” che andrà in onda prossimamente su Rai1.
Certo, è uno spot che fa pubblicità a mamma Rai, ma rimane il fatto che la finale del Sanremo dei record si apre con un riferimento al femminicidio. Non è scontato.

Contro la violenza: 3

E arriviamo a Rula Jebreal. Cosa aggiungere ancora? Dell’emozionante monologo tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto. E se qualcuno lo avesse perso o avesse desiderio di rivederlo lo ritrova facilmente su YouTube.
Qui vogliamo ricordare un elemento su cui, tra i tanti terribili, poco si concentra l’attenzione. «Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere» non è l’unico appello rivolto agli uomini; Rula aggiunge «Siate i nostri complici, i nostri compagni. Indignatevi insieme a noi quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare quello che le è accaduto?” Perché «non si chieda mai più a una donna che è stata stuprata come era vestita lei quella notte, che non si chieda mai più!

«What Were You Wearing?»

«Come eri vestita?» è anche il titolo di una mostra itinerante, che prende spunto da un’iniziativa nata nel 2013 negli Stati Uniti e che sta facendo il giro del mondo, con installazioni anche in Italia. Un “cazzotto nello stomaco” è stata definita, e le immagini di quegli abiti “da stupro” non possono non colpire la coscienza di chi le vede.
Nel marzo 2019 la mostra è stata portata anche al Palazzo di Giustizia di Milano.

«Bisogna cominciare!»

La conclusione di questo “Sanremo e le Donne” alle parole di Piera Conti, che su Facebook ci ha regalato una sintesi perfetta:

“Che non si chieda mai più a una donna cosa indossava quando è stata stuprata”.
Bastava questa frase, perché non credo affatto che tra le centinaia, migliaia di uomini violenti, ce ne sarà anche solo 1 che si asterrà dall’aggredire una donna dopo il sermone di ieri sera.
Bisogna cominciare da quella frase, dalle aule di tribunale, bisognerebbe sospendere dall’esercizio avvocati, giudici, magistrati che pongono o accettano queste domande.
Bisogna cominciare dalle istituzioni che accolgono le denunce.
Bisogno cominciare dal supporto alle donne che non riescono a denunciare.
Bisogna cominciare dall’educazione che viene data alle generazioni di uomini future.
Bisogna cominciare dalla comprensione e dall’aiuto da dare a chi non è in grado di gestire la propria rabbia.
Bisogna cominciare dall’astenersi dal giudizio per passare alla comprensione.
Bisogna cominciare!

Fonte Immagine: video RaiPlay

Senegal, la protesta delle donne contro lo sbiancamento della pelle

Dom, 02/09/2020 - 07:00

In Senegal il collettivo di donne “Ma noirceur, ma fierté, mon identité” (La mia oscurità, il mio orgoglio, la mia identità ) ha iniziato una nuova protesta pacifica per far sì che la depigmentazione venga ufficialmente vietata dalla legge. È solo la fase più recente della battaglia contro lo “sbiancamento” artificiale della pelle che dura da anni.

Il collettivo ha in programma una serie di manifestazioni che vedranno le donne percorrere le strade del Paese, vestite di nero, al grido di “Non à la dépigmentation”. Dalla loro parte, anche il Consiglio nazionale di regolamentazione del settore audiovisivo, che non ha esitato a bloccare il segnale di un’emittente televisiva che rifiutava di eliminare delle trasmissioni la pubblicità di cosmetici per lo sbiancamento. La legge, in realtà, ne proibisce la diffusione già dal 2017, ma viene costantemente violata.

La depigmentazione coinvolge il 67% delle donne senegalesi (dati AIIDA – Association internationale d’information sur la dépigmentation artificielle) esponendole al rischio di malattie anche molto gravi. In alcune zone del Paese la percentuale supera il 70%. “Khessal”, si chiama in wolof, ed è una pratica in voga già dagli anni Settanta.
All’inizio era utilizzata soprattutto dalle prostitute, ma successivamente si è diffusa in maniera inquietante grazie al calo dei prezzi dei cosmetici che ne ha agevolato la diffusione sul mercato. Oggi in Senegal è un problema di salute pubblica. Si parla di “suicidio collettivo” di un’intera generazione di donne, che utilizzano saponi, creme e detergenti depigmentanti già dall’adolescenza.

Cosa contengono questi prodotti

All’interno di questi prodotti si rintracciano generalmente dermocorticoidi contenenti idrochinone in quantità superiori a quelle consentite dalla normativa, vaselina salicilica in concentrazioni fino al 30%, elementi trattati spesso con procedimenti piuttosto artigianali. I rischi per la salute sono altissimi: macchie, acne, micosi, complicazioni batteriche, ipertensione, disfunzioni renali, diabete, e per le donne incinte anche conseguenze irreversibili per lo sviluppo del feto.

È soprattutto una questione di mentalità e canoni estetici

Anche i maschi incoraggiano spesso la depigmentazione, nella convinzione che una pelle più chiara sia segno di bellezza. Alcune donne tentano di schiarire soltanto il viso, altre tentano di ottenere un risultato omogeneo su tutto il corpo, avvelenandosi quasi inconsapevolmente.

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Che meraviglia i neuroni specchio

Sab, 02/08/2020 - 15:00

La scoperta è stata realizzata dal team del Professor Rizzolatti dell’Università di Parma alla fine degli anni ’90.

Ne avevo sentito parlare ma non avevo minimamente capito l’importanza di questo evento.
Si tratta di una di quelle notizie da apertura di tutti i tg che invece è passata sotto censorio silenzio.
Come molte grandi scoperte è in gran parte dovuta a un colpo di fortuna. I ricercatori stavano monitorando i movimenti di una scimmia, mentre afferrava una banana; impiegavano dei sensori collegati al cervello.
In una pausa dell’esperimento uno sperimentatore prese una banana e la mangiò.
Gli strumenti registrarono l’attivazione delle stesse aree del cervello della scimmia che entravano in funzione quando lei prendeva realmente una banana.

Non era un caso!

All’inizio si credette a un errore degli strumenti ma ripetendo l’esperimento si verificò che la reazione era reale.
Con parecchi test si è poi dimostrato che anche l’essere umano ha meccanismi simili.
Se vediamo una persona compiere un’azione si attivano le stesse aree cerebrali che useremmo se compissimo noi quell’azione. Anzi, l’umano ha una super dotazione di neuroni specchio, presenti in varie aree della nostra materia grigia. Nessun animale ha questa capacità altrettanto sviluppata. E, come vedremo, essa amplifica le nostre capacità di comunicare e di creare collaborazione. Secondo alcuni proprio i neuroni specchio sarebbero tra gli elementi essenziali che ci hanno permesso di realizzare livelli di comunicazione così complessi.

Se mi sorridi, io sono contento

Siamo sensibilissimi da questo punto di vista: se una persona ci sorride o ha il viso triste noi riviviamo quelle espressioni del viso. Questo fatto ci permette di sentire profondamente le emozioni degli altri.
E spiega anche fenomeni curiosi come il fatto che chi dà un regalo ha una scarica emotiva positiva superiore a chi lo riceve. E questo innesca poi un’altra reazione affascinante: chi dà un regalo, infatti, sperimenta un notevole aumento di efficienza del sistema immunitario. Questo accade ogni volta che compiamo un’azione gradevole ed emozionante. Ma l’efficienza del sistema immunitario ha una verticalizzazione molto maggiore in chi dà il regalo rispetto a quella che sperimenta chi il regalo lo riceve.

Questo avviene grazie ai neuroni a specchio che ci permettono di vivere contemporaneamente il piacere di dare il regalo e quello che provochiamo in chi lo riceve.

Essere generosi conviene! Fa bene alla salute!

Siamo sostanzialmente in grado di vibrare emotivamente insieme agli altri. Accade un fenomeno analogo a quello che riscontro mettendo vicine due chitarre e pizzicando una corda di una chitarra. La vibrazione di quella corda provoca la vibrazione per risonanza della corda corrispondente nell’altra chitarra.
Il fenomeno è poi ingigantito dal fatto, ormai appurato, che quando penso a un’azione, entrano in tensione i muscoli che sarebbero coinvolti da quest’azione (se la compissi veramente).
E si è osservato che questa reazione muscolare riguarda non solo le azioni ma anche le emozioni.
La parola BANANA ci dà una sensazione FISICA diversa dalla parola FRAGOLA. È come se tutto il nostro corpo fosse uno schermo sul quale viene proiettato il senso delle parole e dei pensieri.
Infatti le esperienze fisiche relative al sapore della banana e ai momenti nei quali ho mangiato una banana, diventano “memorie” attaccate al concetto di banana che io rivivo “fisicamente”.

L’empatia è fisiologica

Tutto questo discorso significa che l’empatia non è solo un concetto mentale, psicologico, ma un insieme di reazioni fisiologiche.
Noi osserviamo gli altri esseri umani in modo totalmente diverso da quello che usiamo guardando un albero.
Noi viviamo lo stato emotivo globale della persona che abbiamo davanti (le espressioni del viso, la posizione del corpo, i gesti, il tono della voce).
E ovviamente la qualità della nostra vita dipende enormemente dalla nostra capacità di far funzionare questi meccanismi legati ai neuroni specchio.
Quando io amo una persona, le do attenzione, cioè vivo intensamente le reazioni empatiche che il suo agire scatena dentro di me.
Quando io disprezzo una persona chiudo questo canale di condivisione, di risonanza.
In alcuni casi questo diviene patologico: le persone con un disturbo autistico, secondo alcuni ricercatori, soffrirebbero di una disfunzione del sistema dei neuroni specchio. Ascoltano i discorsi razionalmente e li capiscono ma non attivano il meccanismo di risonanza dei neuroni specchio e hanno difficoltà a interpretare il senso di quello che si dice perché colgono solo il significato letterale delle parole senza sentire le sfumature delle espressioni che nel linguaggio corrente sono indispensabili per interpretare il senso del discorso.
Non so se questa ipotesi sia corretta ma è un’ipotesi che può comunque far capire il ruolo enorme della risonanza nella comunicazione umana.

La sindrome dell’insensibilità

La scoperta dell’esistenza di questi meccanismi ha un’importanza colossale perché ci fa comprendere come mai alcune persone abbiano così grande difficoltà a essere sensibili agli altri. Esiste infatti una sindrome dell’insensibilità tanto diffusa quanto sconosciuta.
L’egoismo, il razzismo, la disonestà, la prevaricazione, sono comportamenti impossibili per una persona dotata di un alto livello di immedesimazione con gli altri.
Se i malvagi lo capissero avrebbero uno shock probabilmente positivo.
Infatti queste persone hanno incenerito la propria capacità di vibrare in modo sinergico e questa è certamente una grave menomazione emotiva.
Questa menomazione determina la differenza tra far l’amore con una persona ascoltandola, contemplandola, bevendola potremmo dire, e il semplice usare il suo corpo, dominarla, possederla.
Un vecchiaccio che in una serata mette le mani addosso a 25 giovincelle difficilmente sarà capace di essere presente a quell’ascolto dell’altro che accende le risonanze interiori.
Sta solo usando dei corpi e beandosi della sua potenza.
Ma questo USO degli altri non sarà mai soddisfacente proprio perché non ci permette di vivere l’appagamento del piacere in modo totale.

Il piacere reciproco porta all’estasi

L’estasi che si prova condividendo un’appassionata unione sessuale con una persona che si ama è così potente perché il mio piacere è continuamente accresciuto dal piacere che la persona che io amo prova nel toccarmi e nell’essere toccata. E più lei prova piacere e più io, grazie ai neuroni specchio, sperimento intensamente il godimento che mi da guardarla godere.
E questo mio piacere accresce il suo piacere e così via. E io provo fisicamente, in ogni mia fibra una precisa reazione chimica che è la riproduzione amplificata della memoria di tutte le mie esperienze piacevoli.
Per questo amarsi con amore è così pazzescamente piacevole!!!
E spero tu comprenda che non si riesce a sperimentare lo stesso nirvana con una ragazzetta che hai pagato e che ha altro nella testa che risuonare empaticamente con te perché ti considera non un essere umano ma un bancomat. Se lei sta pensando a come spendere i soldi che le hai dato, il suo linguaggio corporeo ti rimanda le sensazioni dello shopping, che per quanto piacevoli sono ben poca cosa rispetto all’estasi mistica del tripudio delle emozioni e dei corpi.
Se la sinistra avesse un’anima lancerebbe una grande campagna di informazione sui neuroni specchio: se i malvagi capissero finalmente quel che si perdono irrimediabilmente, soffocando la loro sensibilità, magari potrebbero decidere di dimettersi!
Se hai firmato per l’acqua, se hai firmato per il nucleare e la costituzione, ti prego di prendere in considerazione anche la centralità di questa battaglia per il progresso: gli stronzi fanno una vita di merda; farglielo sapere è un obiettivo strategico!

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Milano lancia l’idea di una super-strada ciclabile Milano-Monza

Sab, 02/08/2020 - 07:00

Cambiamenti climatici e inquinamento dell’aria sono le grandi sfide che stanno affrontando le città della Pianura Padana. Per risolvere il problema occorre un modello di città diverso da quello che lo ha causato”. Paolo Pinzuti, CEO di Bikenomist ha presentato così il progetto della prima greenway metropolitana per collegare Milano con Monza. Un corridoio verde di 15 km capace di ridurre il traffico, migliorare la qualità dell’aria e aumentare il valore degli immobili e delle attività commerciali sul percorso

Spazio alla vita

L’idea è di rimuovere asfalto e automobili per lasciare spazio ad alberi e piante in grado di assorbire gli inquinanti e ridurre il fenomeno delle isole di calore. Prati fioriti, piste ciclabili e corsie preferenziali per i mezzi pubblici potrebbero così migliorare sensibilmente la vita degli abitanti, come pure le prospettive economiche della zona.

L’esempio spagnolo

Il modello ispiratore di MIMO è il parco lineare Turia di Valencia, che dopo la deviazione del fiume omonimo è stato trasformato in un’arteria di mobilità attiva e nella principale attrazione della città spagnola. A Milano, la scelta della proposta di Bikenomist, in collaborazione con lo studio Montieri-Macchi, è quella di trasformare Viale Sarca, oggi utilizzato principalmente dagli automobilisti che vogliono evitare gli autovelox su Viale Fulvio Testi. Sotto come si presenta adesso, e a seguire come viene immaginato:

Cosa ci guadagniamo

Sulla base dei primi studi effettuati, la greenway MIMO potrebbe cambiare radicalmente la vita di oltre 75mila residenti e ridurre di almeno 20mila unità il numero di automobili che ogni giorno percorrono l’asse Milano – Sesto S. Giovanni – Monza e Monza – Sesto San Giovanni – Milano, migliorando in questo modo la qualità dell’aria. Oltre a questo i 5mila alberi garantirebbero la riduzione delle temperature di circa 3°C negli edifici lungo il percorso, con una capacità di assorbire circa 1.000 tonnellate di CO2/anno.

Il beneficio della riqualificazione ricadrebbe, quindi, non solo sulla qualità della vita e dell’aria, ma anche sul patrimonio immobiliare che potrebbe aumentare il proprio valore tra il 12% e il 23%. Anche le attività commerciali – naturalmente – beneficerebbero di questo cambio di destinazione d’uso dello spazio pubblico: sulla base di operazioni analoghe svolte in altre città del mondo, a partire da Valencia, si stima che il loro giro di affari aumenterebbe tra il 35% e il 55%.

“MIMO è un progetto open source, aperto al contributo di tutti coloro che sognano di trasformare la città metropolitana di Milano in un luogo con un’alta qualità della vita anche al di fuori del centro storico” ha spiegato Pinzuti, che ha annunciato ulteriori sviluppi del progetto MIMO per la Fiera del Cicloturismo che si terrà il 28 e 29 marzo 2020 da BASE a Milano.

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Come puoi ridurre le microplastiche dalla tua lavatrice

Ven, 02/07/2020 - 16:29

Chi ci segue da tempo ricorderà che il problema delle microfibre plastiche rilasciate dai tessuti sintetici durante il lavaggio in lavatrice è stato uno dei nostri “cavalli di battaglia” e che fin dalla sua nascita People For Planet ha proposto di rendere obbligatorio il montaggio, sulle lavatrici, di un filtro anti microfibre.

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Il perché di questa emergenza è presto detto: l’inquinamento dei mari è quotidianamente alimentato, a ogni lavaggio in lavatrice, dalle microplastiche che vengono rilasciate dai materiali sintetici di cui sono composti i nostri vestiti. Ogni volta che laviamo tessuti sintetici come il poliestere, che è solo un filato di plastica, si staccano pezzi molto piccoli di plastica che scorrono nello scarico giungendo in mare. Come spiega il team del progetto ambientalista Story of Stuff, attivo nella ricerca di soluzioni a questo problema, “una volta che queste fibre si riversano nei corsi d’acqua locali agiscono come spugne, assorbendo altri inquinanti attorno a loro. Sono come piccole bombe tossiche piene di olio motore, pesticidi e sostanze chimiche industriali che finiscono nelle pance dei pesci e infine nelle nostre pance. Si è già stimato che ce ne siano 1,4 milioni di miliardi di miliardi nei nostri oceani, come dire 200 milioni di microfibre per ogni individuo vivente sul pianeta!”.

Purtroppo gli impianti di trattamento dell’acqua non possono catturare tutti i pezzi, vista la loro microscopica dimensione. Inoltre più vecchi sono i tessuti, più fibre perdono nel lavaggio. Quindi che fare? In generale si dovrebbero evitare gli “scossoni” cioè movimenti bruschi e agenti chimici che corrodono o strattonano i tessuti facilitando la perdita delle microfibre.

Con la speranza che l’industria, oltre che la politica, si decidano ad affrontare in modo sistematico questo importante problema, riportiamo alcuni consigli che tutti noi possiamo seguire.

Lavaggi meno frequenti

Lavare meno evita anche di sprecare acqua ed energia, meglio indossare i capi qualche altra volta in più prima del passaggio in lavatrice.

Lavatrici a freddo

Come riportato da Phys.org lavando al di sopra dei 30°C le fibre si rompono più facilmente.

Centrifuga bassa

Secondo Wired.it, la velocità della centrifuga influisce parecchio sulla scomposizione delle fibre: più è veloce più la probabilità di rottura delle fibre di tessuto aumenta.

Detersivi liquidi

La polvere è più abrasiva sui tessuti, aumentando così il distaccamento di microfibre, meglio quindi scegliere un detersivo liquido.

Cestello pieno

Al momento dell’avvio della lavatrice, meno capi ci sono e più questi sbatteranno sulle sue pareti provocando una maggiore dispersione di fibre plastiche.

Programmi brevi

Il principio è lo stesso, più dura il lavaggio e più il capo d’abbigliamento è “stressato” dal movimento e dal calore, contribuendo allo staccarsi delle microfibre.

Fibre naturali

Scegliere solo capi in fibra naturale al 100% come lana, alpaca, cashmere, cotone, lino e seta è un modo per evitare del tutto la dispersione di microplastiche nell’ambiente, poiché quando questi materiali vengono lavati, le fibre che perdono sono biodegradabili.

Utilizzare un dispositivo di raccolta delle fibre nella lavatrice

Su internet se ne vendono diversi, come il Guppyfriend, una sacca dentro cui inserire i vestiti che lascia filtrare acqua e detersivo ma non microplastiche (ne abbiamo parlato qui: Due oggetti per spargere in giro meno microplastiche). C’è anche la Cora Ball, con un sistema ispirato ai coralli, che con le sue protuberanze non cattura cibo ma microplastiche.

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Photo by Dan Gold on Unsplash

È vero che gli idioti scelgono auto potenti?

Ven, 02/07/2020 - 15:00

Anche la scienza si è domandata più volte quel che ci domandiamo tutti: sarà un caso che quando assisti a un comportamento indecente in strada, si tratta spesso di una autovettura di grossa cilindrata, lussuosa o, comunque, costosa? E sapete cosa ha risposto?

Esiste una correlazione tra la scelta di un’auto potente e l’essere “idioti”

Cliccate qui per notare la terminologia esatta utilizzata dai ricercatori, che non è proprio “idioti”. Se non masticate l’inglese vi possiamo aiutare. Lo studio titola: “Non solo gli stronzi guidano le Mercedes: lo fa anche la gente normale”. Che è un modo in fondo carino per difendere la categoria, avvertendola allo stesso tempo del messaggio che lancia al mondo scegliendo quell’auto. Potremmo parafrasare: “Potresti anche non essere stronzo, ma diciamo che se scegli queste auto fai di tutto per sembrarlo”. Lo studio – serissimo – è stato condotto dall’Accademy fo Finland, e guidato dal ricercatore Jan Erik Lönnqvist, docente in Psicologia Sociale all’Università di Helsinki.

Non è la prima volta che la scienza attacca la categoria

Va bene, forse lo sapevamo già. Qualche anno fa ne parlava il New York Times dando seguito a un altro studio prestigioso che spiegava come, nello scalare classi sociali, le persone mediamente si comportino progressivamente sempre più in modo anti-etico. «I ricchi sono diversi da te e da me: soprattutto al volante», avevano spiegato gli studiosi americani, che misurarono il comportamento delle varie tipologie di auto agli incroci e in prossimità delle strisce pedonali. Da studiosi e medici italiani, poi, è arrivato di recente anche uno strale alle pubblicità dell’ultimo SUV della Jeep, accusata di essere “classista” e “individualista”: e come dar loro torto.

Anche secondo il professor Lönnqvist, «i conducenti di Audi e BMW e similari sembrano molto più propensi a ignorare le regole del traffico e guidare in modo sconsiderato e pericoloso. Hanno più probabilità di passare col semaforo rosso, di non dar precedenza ai pedoni e di guidare in modo spericolato o troppo veloce».

Come si è condotto lo studio

Lo studio finlandese ha registrato il comportamento delle macchine per strada, ponendo poi domande a un campione di popolazione sul perché, nel caso lo fossero, si sentissero attratti da queste auto. Il campione ha coinvolto 1.892 proprietari di auto, con domande sulla propria vettura, sulle abitudini di consumo e sul reddito e la ricchezza, assieme ad altre domande volte a scoprire i tratti prevalenti della personalità. Le risposte sono state analizzate con il modello a cinque fattori, il framework più utilizzato per valutare i tratti della personalità in cinque settori chiave (apertura, coscienza, nevrosi, estroversione, gradevolezza).

Nessun dubbio. Sono “stronzi”

Le risposte sono state inequivocabili ed è inutile girarci intorno: gli egocentrici e polemici, testardi, spiacevoli e insensibili hanno molte più probabilità di possedere un’auto di alto livello.

Ma è la ricchezza che rende stupidi o sono gli stupidi che puntano alla ricchezza?

Secondo Lönnqvist, è più vera la seconda. «Abbiamo scoperto un rapporto diretto tra le persone con una personalità particolarmente sgradevole e la passione per le auto potenti e costose. Sono persone che mediamente si considerano superiori agli altri, e pensano di mostrarlo in questo modo». La buona notizia? Con il diffondersi di abitudini più sociali e sostenibili, con l’imporsi di modelli cool come ad esempio gli hypster che girano in bici, l’attenzione all’ambiente e ai diritti di tutti, o il crescente numero di chi vuole un veicolo elettrico, ecco che i SUV e le auto potenti, con le loro elevate emissioni, stanno gradualmente perdendo il loro fascino e anzi si associano sempre più spesso a categorie “sfigate”.

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Bullismo: oggi giornata nazionale. Vittima più di 1 ragazzo su 2

Ven, 02/07/2020 - 11:06

C’è da chiedersi quanto tempo dovrà ancora passare, o quanto dovrà peggiorare la situazione, prima che il bullismo possa essere definito per quello che è: un’emergenza sociale. Secondo i dati diffusi dalla Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyerberbullismo che si celebra oggi e del Safer internet day che ricorre l’11 febbraio, più della metà degli adolescenti di età compresa tra gli 11 e i 17 anni è vittima di bullismo. Mentre il cyberbullismo – ovvero le vessazioni perpetrate tramite dispositivi tecnologici come smartphone, tablet e pc – colpisce il 22% dei ragazzi nella stessa fascia di età. Ed entrambi i fenomeni sono purtroppo in crescita, e non solo nel nostro Paese.

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Fenomeno in crescita

“I risultati evidenziati dall’ultima indagine Istat in merito – spiega Giuseppe Di Mauro, presidente Sipps – dimostrano che più del 50% degli intervistati 11-17enni riferisce di essere rimasto vittima, nei 12 mesi precedenti l’intervista, di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Questo aiuta noi specialisti e le famiglie ad avere una fotografia chiara e netta di una tragica realtà che, purtroppo, è ancora in espansione e necessita di una lotta congiunta di tutti gli attori coinvolti, istituzioni, famiglie e specialisti sanitari”.

Contro il cyberbullismo decisivo ruolo dei genitori

Quanto in particolare al cyberbullismo, gli esperti non hanno dubbi: “Controllo, educazione e dialogo con i propri figli: il cyberbullismo deve essere prevenuto e affrontato tramite queste tre azioni – spiega Luca Bernardo, Responsabile Rapporti con Enti e Istituzioni della Sipps – nelle quali la figura dei genitori conserva un ruolo fondamentale e decisivo”.

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6 femmicidi in una settimana e niente soldi alla Casa delle Donne

Ven, 02/07/2020 - 10:35

La vicenda della Casa delle Donne di Roma è lunga e travagliata, spesso a rischio di chiusura per mancanza di fondi ma tenuta in piedi dal lavoro e dall’impegno di volontarie tenaci e la solidarietà di migliaia di persone.

Da oltre 30 anni la Casa Internazionale delle Donne è la voce di ogni donna.

Hanno accolto oltre 500.000 donne di qualsiasi classe sociale, etnia, posizione politica o credo religioso.

Ciò detto è ancora più incredibile il post che Giorgia Meloni ha postato ieri in tarda mattinata su Twitter:

«Grazie a FDI è stata bloccata l’ultima oscenità del Pd: dare quasi un milione di € del Mef, guidato da Gualtieri, alla Casa delle Donne, associazione di sinistra che si trova nello stesso collegio nel quale il Ministro è candidato. Non si usano Istituzioni per comprare consenso».

Perché è andata proprio così: è stata giudicata inammissibile la richiesta di fondi (900 mila euro) presentata dai relatori di maggioranza per salvare dallo sfratto la storica istituzione romana.

Partito Democratico e Italia Viva hanno annunciato ricorso, la destra ha insinuato che la richiesta era stata presentata per aiutare la campagna elettorale del ministro Gualtieri, è partita la rissa e la seduta è stata sospesa.

Le reazioni su Twitter sono decine, ne riportiamo solo una di Martin:

«Ah… Pensavo che la violenza sulle donne fosse un problema trasversale. Se la loro difesa è roba di sinistra, la violenza è roba di destra?»

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I 10 migliori film del Neorealismo

Ven, 02/07/2020 - 07:00

Secondo il grande regista americano Samuel Fuller: «C’è neorealismo quando c’è qualcosa di reale, quel tocco che solo qualcuno che ha vissuto una certa esperienza può dare».  

La storia del cinema è stata profondamente modificata dalla corrente italiana che dopo la Seconda guerra mondiale cambiò lo stato delle cose per chi girava un film e per chi lo guardava. Il neorealismo italiano si è caratterizzato in nuovi spazi da girare (non solo esterni ma anche nuovi teatri di posa), nuovi soggetti con cui farlo (gli attori presi dalla strada e i bambini), nuovi temi e nuovi generi che faranno da architrave a una rinnovata stagione del cinema italiano. Un cinema dove irrompe la vita quotidiana del dopoguerra con prostitute, sciuscià, partigiani e con ricchi spesso cattivi e poveri buoni.  

Il Neorealismo è un ponte obbligatorio per comprendere l’Italia e gli italiani. Si dice che non abbiamo mai fatto una rivoluzione. Non è vero. Quella tra il 1943 e gli anni Cinquanta fu una rivoluzione estetica, civile e morale che ha una bandiera tricolore riconosciuta e apprezzata dal cinema mondiale ancora oggi.

Ho scelto i miei migliori dieci film di quel fecondo periodo tenendo in conto non solo il valore estetico ma anche la capacità di saper ancora dialogare con il mondo attuale. 

LADRI DI BICICLETTE di Vittorio De Sica, 1949

Una storia semplice. Quasi banale. Che diventa racconto universale ancora modello. Un disoccupato trova lavoro come attacchino. Riscatta la sua bicicletta al banco dei pegni indispensabile per il proprio lavoro. Al primo giorno d’impiego gliela rubano sotto gli occhi. Cerca di recuperarla assieme al figlio (i due protagonisti non sono attori professionisti) in un peregrinare per una Roma ripresa in slarghi e ambienti che restituiscono la città dell’epoca. La macchina da presa pedina padre e figlio, ne ricostruisce i rapporti complessi, l’unità di intenti familiari. Il padre disperato ruba una bicicletta davanti allo stadio, la folla lo blocca ma viene lasciato libero per le lacrime del figlio che commuovono la gente. De Sica ha raccontato che per far piangere in modo realista il piccolo Bruno Stajola gli disse con credibilità che aveva saputo che raccoglieva le cicche da terra per rivendere il tabacco. L’aneddoto è ripreso e raccontato anche in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.
Una sorta di stella polare del Neorealismo. Un senso di pietà pervade tutta la visione. Lo spettatore s’identifica pienamente nel dramma del derubato e nella compagnia del proprio figliolo. Figure femminili molto sullo sfondo che restituiscono anche un clima d’epoca. Un mondo di miseria e di dramma occupa la scena pubblica grazie al film. Solidarietà, indifferenza e aperta ostilità mostrano senza finzione la varia umanità uscita dalla guerra. Zavattini trasse la vicenda da un libro omonimo che non aveva avuto grandi successi. 
Secondo Oscar per De Sica dopo quello ottenuto per “Sciuscià” e pioggia di premi e consensi in tutto il mondo che consacra il regista e il suo sceneggiatore Zavattini ai vertici dell’innovazione cinematografica internazionale. Si racconta che dei produttori americani avessero proposto Cary Grant per il ruolo del protagonista. 

ROMA CITTÀ APERTA di Roberto Rossellini, 1945  

Singoli episodi della Resistenza romana che diventeranno storia cinematografica universale. La Roma occupata dai nazisti aveva lasciato un segno di morte e di male. Una popolana, un sacerdote e un ingegnere comunista diventano gli eroi positivi che sacrificano la vita nel nome del bene comune. A guardare il prete morire ci sono i ragazzini della parrocchia che hanno scelto di stare dalla giusta parte. Anche il figlio della sora Pina che aveva visto ammazzare la madre.
Le ristrettezze del dopoguerra fanno girare il film con pochi soldi e pellicola scaduta comprata a caro prezzo vendendo l’argenteria di famiglia del regista. Tutto il mondo resta incantato dal vero e dal nuovo che s’imponeva come stile di riferimento. Non era un riconoscimento solo dalla critica ma anche dal pubblico di tutto il mondo. 
Quello che era accaduto diventava cinema del reale. Il piano morale prevale su quello politico, pur evidenziando l’incontro delle diverse sensibilità partitiche che fanno fronte comune contro il nazifascismo. Il film giusto al momento giusto. Una pioggia di premi. Dirà il regista Otto Preminger: «La storia del cinema si divide in due parti: il prima e il dopo “Roma città aperta». Tra gli sceneggiatori c’è anche Federico Fellini
Anna Magnani superba, Aldo Fabrizi non è di meno.
Uno stile semplice e diretto, che diverte anche con incredibili soluzioni comiche che si mescolano al clima di grande tragedia, lo rendono un film assoluto.

PAISÀ di Roberto Rossellini, 1946

Viaggio da Sud a Nord dell’Italia per episodi che illustrano le tremende cronache della guerra dallo sbarco degli americani in Sicilia fino alla presa di coscienza della Resistenza come Risorgimento nazionale. Tra slang americano, dialetti italiani e tedeschi nemici, secondo Morandini «uno dei vertici del neorealismo italiano che porta ad un grado di incandescenza espressiva e di autenticità tragica la materia della cronaca». C’è un vero che irrompe in una presa diretta per le masse. Inoltre mostra un’Italia diversa nei suoi confini e nelle sue abitudini. Rossellini attraversa la penisola dalla Sicilia alle Valli di Comacchio raccontando per episodi un cinema regionale che il nazionalismo fascista aveva interrotto. Tutti gli attori non sono professionisti. Contributo di Fellini alla sceneggiatura. Hanno detto i fratelli Taviani: «La guerra e il fascismo avevano azzerato la nostra infanzia. Siamo rinati guardando Paisà. Quando si accese la luce dell’intervallo ci siamo resi conto che avrebbe cambiato la nostra vita.»

RISO AMARO di Giuseppe De Santis, 1949

Sorta di epopea costruita sul lavoro femminile delle mondine che andavano a far lavoro stagionale nelle risaie del Piemonte. Un giovane regista di stretta osservanza comunista a soli 32 anni realizza un capolavoro che troverà il largo consenso del pubblico. Strepitoso il cast a partire dalla protagonista femminile Silvana Mangano che nei panni della mondina scosciata contribuisce a lanciare il mito della maggiorata fisica degli anni Cinquanta. Vittorio Gassman strepitoso veste i panni di un perfetto malamente bello e destinato alla distruzione. Ne è antagonista Raf Vallone, già cronista dell’Unità e calciatore che diventa uno dei migliori attori italiani. La lotta sindacale assieme al boogie-woogie e ai fotoromanzi. Ha spiegato Farassino che: «Spettacolo e coscienza civile sono fusi con rara maestria in un racconto di ampio respiro che può stare alla pari con i grandi affreschi epici americani».

OSSESSIONE di Luchino Visconti, 1943

Film apripista della stagione neorealista realizzato mentre il fascismo è ancora al potere. Luchino Visconti, aristocratico per nascita, incarnava al meglio la possibilità di concepire cinema in modo nuovo e internazionale. Era stato assistente di Renoir in Francia e trasse materia viva senza citarla da “Il postino suona sempre due volte” di James Cain
La tragedia americana viene trasposta in ambientazione realista dell’Italia di provincia. Si tratta di una storia di sesso e sangue, di desideri morbosi mai visti primi. Tra sfondi assoluti della Pianura Padana e porto di Ancona vanno in scena vecchi osti, camionisti aitanti ed ex prostitute che sostituiscono i gagà del cinema dei telefoni bianchi. Tutto il nuovo è visto «con gli occhi privi d’indulgenza di un aristocratico immoralista». Il film diventa una bandiera, un manifesto, quasi un proclama a scoprire il vero.

SCIUSCIÀ di Vittorio De Sica, 1946

Quando gli venne assegnato il primo Oscar al film straniero nelle motivazioni si sottolineò: «L’alta qualità di questo film, mostrata con eloquenza in un paese ferito dalla guerra, è la prova per il mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità.» De Sica e Zavattini avevano rivolto lo sguardo verso i ragazzi, rimasti sulla strada nelle macerie belliche, che per vivere erano lustrascarpe dotati di arte dell’arrangiarsi e che per bisogno finivano anche in riformatori dove il fascismo faceva ancora sentire la sua anima più profonda. Franco Interlenghi giovane protagonista sarà destinato a luminosa carriera. Un realismo sognatore simboleggiato da un cavallo bianco domina la vicenda triste e dal finale drammatico. Una svolta del cinema di De Sica che vira verso la profonda denuncia sociale. 

MIRACOLO A MILANO di Vittorio De Sica, 1951

Epica zavattiniana tratta dal suo romanzo “Totò il buono”, dove un giovane orfano è campione del buonismo povero che si accompagna ai barboni derelitti dalla guerra. Nel loro campo si trova il petrolio e i capitalisti con la polizia mostreranno il loro volto feroce. Apologo fiabesco ancora oggi molto attuale modulato tra Brecht e populismo poco ideologico. Non è un caso che fu avversato da Destra e Sinistra con differenti critiche politiche. I moderati ne vedevano un elogio del comunismo, i progressisti non apprezzarono la mancata politicizzazione dei poveri. Trionfo a Cannes con Palma d’Oro. Bellissimo il surreale finale cui collaborò alla realizzazione anche un giovane Dario Fo

UMBERTO D. di Vittorio De Sica, 1952

I tormenti della vecchiaia di Umberto D., altre lacrime, altre finestre del reale dove la vita non è quella degli altri film tutta rose e fiori. Un modesto impiegato in pensione, espulso dalla propria padrona di casa in quanto non più in grado di pagare l’affitto, medita il suicidio. Per interpretarlo De Sica chiama un professore universitario. Il suo vissuto è un cane di cui cerca di disfarsi e una servetta vessata dalla sua padrona cui Umberto D. consiglia di studiare la grammatica per meglio difendersi. Il film fu apostrofato da Andreotti in un celebre articolo, in cui invitava il cinema a raccontare storie positive, ricordato con la frase “i panni sporchi si lavano in famiglia” mai in effetti pronunciata dal politico che comunque aveva rimproverato De Sica di aver «voluto dipingere una piaga sociale… con valente maestria» ma senza «quel minimo di insegnamento che giovi nella realtà a rendere domani meno freddo l’ambiente di quanti in silenzio si consumano, soffrono e muoiono».

ACHTUNG! BANDITI!  di Carlo Lizzani, 1951

Film nato da una committenza dal basso promossa da un gruppo di operai costituitasi in cooperativa di spettatori che sottoscrivono azioni da 500 lire. Ricorda il regista Carlo Lizzani allora ai suoi esordi: “Genova volle il suo film e i fondatori della cooperativa furono d’accordo a scegliere a tema della prima opera cinematografica finanziata direttamente dagli spettatori la Resistenza, che proprio a Genova aveva avuto momenti e figure indimenticabili”. Con attori Gina Lollobrigida e Andrea Checchi il film narra con un racconto di finzione la lotta partigiana a Genova e in Liguria, vissuta dalle organizzazioni clandestine in città e nelle fabbriche impegnati nella guerriglia sulle montagne e nella battaglia aperta nelle ultime fasi del conflitto. Prima rivalutazione del ruolo dell’esercito italiano che combatte dalla parte giusta. Uno dei primi esempi di cinema militante italiano. 

IN NOME DELLA LEGGE di Pietro Germi, 1949

Quando il neorealismo incrocia il western di John Ford. Un pretore del Nord arriva in Sicilia in un paese vessato dalla mafia; tutti lo avversano tranne Paolino, un giovane e onesto lavoratore. Le ingiustizie e i soprusi sono all’ordine del giorno. Quando, deluso e amareggiato, il pretore decide di andarsene, è l’omicidio di Paolino che lo induce a restare per combattere la mafia con tutti i mezzi. Antesignano del cinema civile antimafia. Un neorealismo dimenticato e da rivalutare che trova ottimi interpreti in Massimo Girotti e Saro Urzì. Su tutto domina la messa in scena e la regia di un grande autore come Pietro Germi. Tra gli sceneggiatori ancora una volta Federico Fellini

Curiosity Killed the Cat (Infografica)

Ven, 02/07/2020 - 07:00

I gatti sono i felini più presenti nel mondo, camminano con le giraffe e i cammelli

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

La vera emergenza italiana? L’odio

Gio, 02/06/2020 - 15:00

Dunque quel disagio che molti italiani lamentano, e che nelle ultime settimane ha portato migliaia di giovani (e meno giovani) nelle piazze a chiedere “Basta odio”, arriva alle istituzioni più alte: niente di meno che al Ministero dell’Interno.

L’intervista a Repubblica

In un’intervista pubblicata oggi, 6 febbraio, su Repubblica.it la titolare del Viminale, ha innanzi tutto espresso la propria solidarietà e vicinanza a Eugenio Scalfari e all’attuale direttore del quotidiano Carlo Verdelli per le minacce e messaggi di odio di cui sono oggetto da un mese a questa parte (per saperne di più si legga qui). E poi è andata oltre: perché ha definito la situazione che si sta venendo a creare nel Paese come «un’emergenza culturale e civile. Che mette in discussione le ragioni stesse del nostro stare insieme.»

Assenza di pensiero e ignoranza

Gli episodi che la sig.a Lamorgese cita come emblematici sono nella nostra memoria recente: dagli insulti a Liliana Segre, alla scritta nazista di Mondovì, alle manifestazioni razziste e xenofobe e più in genere al disprezzo per il “diverso”, diverso per colore di pelle o credo religioso o inclinazioni sessuali o addirittura per il genere.

Secondo la Ministra «è stato superato l’argine» e le ragioni di quest’odio, in cui siamo immersi, vanno ritrovate nella «assenza totale di pensiero. Assoluta ignoranza della storia. Nonché, il più delle volte, [nella] inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi. È come se nel gesto di odio si riassumesse una nuova “normalità”, una declinazione come un’altra della cultura imperante dell’outing. Ebbene, – aggiunge la Lamorgese – io a questo fallimento non voglio rassegnarmi e penso non sia giusto rassegnarsi.»

La responsabilità della politica e l’«igiene delle parole»

Sollecitata da Carlo Bonini, il giornalista autore dell’intervista, a commentare la responsabilità di Matteo Salvini a proposito della diffusione dei comportamenti “portatori d’odio”, la Ministra premette subito che del suo predecessore non intende parlare. Forse timore di vedere strumentalizzato quanto dice? Probabilmente sì, ma il suo pensiero in proposito è molto chiaro e inequivocabile lì dove richiama alle proprie responsabilità tutti gli attori della Politica: «a prescindere dagli schieramenti, dalle legittime convinzioni di ciascuno, la Politica ha urgente bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti. Anche perché la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all’odio ha già prodotto un effetto esiziale».

E questo effetto rovinoso si riassume in una sola, terribile parola: «indifferenza. … E l’indifferenza è imperdonabile».

Scovato (quasi) l’identikit del cancro

Gio, 02/06/2020 - 12:52

Un importante passo verso le terapie personalizzate.

Hanno esaminato il codice genetico di 2658 persone affette da tumore e studiato 38 tipi di neoplasie, dando vita alla più grande banca dati sul Dna del cancro. A mettersi all’opera, tra laboratori e corsie d’ospedale, un team internazionale di più di mille ricercatori che ha lavorato contemporaneamente per più di 10 anni in 37 Paesi, pubblicando i risultati ottenuti dai loro studi in ben 22 articoli su varie riviste scientifiche. Il progetto, che si chiama Pan-Cancer Analysis of Whole Genomes (PCAWG) e di cui si parla nell’articolo pubblicato su Nature, è stato in grado di delineare l’identikit del cancro più accurato fino a oggi, fornendo un quadro quasi completo di tutti i tumori conosciuti.

Un puzzle di cui si conosceva solo l’1%

“Il cancro – spiegano i ricercatori – è come un puzzle da 100 mila pezzi, e fino a oggi mancava alle nostre conoscenze il 99% dei pezzi”. Un’enorme lacuna che, grazie al lavoro dei mille scienziati in 37 Paesi, è stata ora in gran parte colmata.

Universo complesso

Un tumore, spiegano gli studiosi, è una versione corrotta delle nostre cellule sane: le mutazioni che impattano sul nostro patrimonio genetico cambiano le nostre cellule fino a quando, alla fine, queste non iniziano a crescere e a dividersi in modo incontrollato. Il lavoro degli studiosi mostra che l’universo-cancro è enormemente complesso poiché il nostro Dna viene colpito da migliaia di diverse combinazioni di mutazioni, e la sfida è capire quali di queste mutazioni evolverà in neoplasia e quali, invece, possono essere tranquillamente ignorate.

Le mutazioni fondamentali

Il progetto ha scoperto che i tumori delle persone contengono, in media, tra le quattro e le cinque mutazioni fondamentali che guidano la crescita del cancro: potenziali punti deboli che, in futuro, potrebbero essere attaccati con trattamenti personalizzati per inibire lo sviluppo della neoplasia. Tuttavia, il 5% dei tumori si sviluppa pur non presentando queste mutazioni fondamentali: questo significa, spiegano i ricercatori, che nonostante i grandi passi in avanti fatti c’è ancora molta ricerca da fare.

Cure personalizzate e diagnosi precoci

Le nuove conoscenze ottenute potrebbero consentire, oltre che di personalizzare i trattamenti tumorali in base a ciascun paziente, di sviluppare metodi per diagnosticare il cancro molto precocemente: gli scienziati hanno infatti anche dimostrato che più di un quinto dei tumori lascia la propria traccia nell’organismo anni o addirittura decenni prima che inizi a svilupparsi effettivamente.

Arriva dalla Cina la lampada antivirus

Gio, 02/06/2020 - 12:33

«Grazie ai raggi UVC questa lampada disinfetta un’area compresa tra 20 e 30 metri quadrati da tutti i tipi di virus, allergeni o batteri come E.Coli o Staphylococcus. Se ve lo steste chiedendo: no, probabilmente il Coronavirus che gira in queste settimana non lo elimina, poiché fa parte della famiglia della SARS. In ogni caso, il lato smart di questa lampada è anche un altro: grazie a un suono di notifica che arriva sul nostro smartphone possiamo essere avvertiti se nell’aria c’è un agente virale più resistente, che la macchina non riesce a eliminare. L’autonomia della è certificata per 9mila ore e il prodotto è utilizzabile da remoto tramite app» . Lo riporta lo stesso sito dell’azienda cinese.

Un successo enorme

Xiaomi, nota società cinese di elettronica, ha lanciato Xiaoda come risposta al Coronavirus. Il nuovo prodotto è stato lanciato sotto la piattaforma di crowdfunding Youpin e dal 20 febbraio inizieranno le prime spedizioni. Il successo è stato infatti enorme: oltre 84.000 persone hanno aderito finora al crowdfunding. Come nel caso della maggior parte delle lampade di questo tipo, anche la lampada di sterilizzazione Xiaoda è portatile e ha più o meno le dimensioni di una lattina.

Non solo Coronavirus

Naturalmente le sue applicazioni sono numerose, soprattutto in inverno. Può limitare o ridurre la diffusione di virus tra familiari o in ufficio, compresi raffreddori e influenza, ma può anche eliminare gli odori dai vestiti nell’armadio o nel frigorifero. Può anche sterilizzare l’aria di ambienti spesso ricchi di patogeni, come i bagni con scarsa circolazione d’aria.

Come funziona

La lampada UV utilizza diverse gamme di luce per favorire la disinfezione e la sterilizzazione, uccidendo i microrganismi. In più, unisce ultravioletti e ozono per distruggere i 5 batteri più comuni nell’aria. Secondo l’azienda, il tasso di sterilizzazione dell’aria può raggiungere il 99,9%.

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Una legge per aiutare le librerie indipendenti

Gio, 02/06/2020 - 10:13

La novità più importante infatti è l’abbassamento dal 15 al 5% dello sconto massimo applicabile sul prezzo di copertina. Questo limite non riguarderà i testi scolastici, per agevolare le famiglie, e ogni editore avrà sempre la possibilità, per un mese all’anno, di estendere gli sconti al 20%, ma solo su libri usciti sei mesi prima, escludendo così le novità.

La legge inoltre predispone nuovi finanziamenti per la promozione della lettura, prevede una card per i lettori in difficoltà economiche e istituisce ogni anno una città come Capitale del Libro con un investimento di 500mila euro.

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«Un risultato storico per il Paese», ha dichiarato il presidente dell’Ali (Associazione Librai Italiani), Paolo Ambrosini.

Non solo la politica di limitare gli sconti dovrebbe aiutare le librerie indipendenti a competere un po’ di più sia con i grandi editori che con Amazon – il vero e più temibile avversario -, le piccole librerie con fatturato inferiore ai 20mila euro annui potranno usufruire di incentivi fiscali e sarà anche istituito un albo di quelle di maggior prestigio.

Così speriamo di non dover più assistere alla chiusura di librerie storiche come la Paravia a Torino o a Milano la libreria dell’ospedale Niguarda, e a  Roma  La Feltrinelli International, per citare solo quelle chiuse all’inizio di quest’anno.

Le voci critiche

A non essere d’accordo con la nuova legge l’Aie, l’Associazione Italiana degli Editori, il cui presidente Ricky Levi si è dichiarato contrario alla riduzione dello sconto: «Con questa legge, a perdere saranno i lettori. Non è ciò che serve al mondo del libro, la prima industria culturale del Paese, in un momento delicatissimo di consolidamento della crescita».

Secondo Levi le perdite potrebbero arrivare a 75 milioni di euro con la perdita di duemila posti di lavoro.

Il presidente dell’Aie chiede quindi la detrazione fiscale per l’acquisto dei libri dalle tasse e l’aumento della “carta cultura” per i 18enni.

La verifica dell’efficacia della legge l’avremo tra un anno, intanto buona lettura a tutti!

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Foto di Nino Carè da Pixabay

Michele Dotti: la realtà brucia

Gio, 02/06/2020 - 07:00

Facciamo un po’ di chiarezza sui numeri e sulla percezione della realtà

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