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Aggiornato: 1 ora 41 min fa

Come costruire il proprio fondo pensione

Mar, 11/05/2019 - 07:00

Pensioni pubbliche e complementari: tutti ne parlano, molti sono interessati, pochi ci capiscono qualcosa. Facciamo chiarezza!

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Vincenzo Imperatore è il redattore della rubrica settimanale di People For Planet Bancomatto.

PROSSIMA PUNTATA MARTEDI’ 12 NOVEMBRE 2019!

L’arte riscatta le metropolitane

Mar, 11/05/2019 - 07:00

Stoccolma e Napoli hanno una cosa in comune: l’arte da metropolitana, miscuglio di capolavori di architettura e creatività, capace non soltanto di vincere la noia dei pendolari, ma anche di superare la banalità di rotaie e pensiline per diventare meta turistica assimilabile, e assimilata, a un vero e proprio museo vivente.

Napoli è la regina nostrana, per non dire assoluta, di questa voglia di colorare il cemento che segue anche un’utilità di buon senso e pragmatismo da parte delle amministrazioni, visto che gli atti vandalici e la sporcizia si allontanano dal bello e dal condiviso. Da Toledo (ideata dall’architetto Óscar Tusquets) a Materdei, passando per Scampia, sono tanti e avvolgenti i mosaici e gli altorilievi d’autore.

Stoccolma, dal canto suo, ha iniziato questo percorso negli anni cinquanta, con sculture, graffiti, mosaici, dipinti e opere di diverso genere, con l’obiettivo dichiarato di diffondere il gusto per l’arte fra le persone. Oggi il 90% delle (numerose) stazioni merita una visita. Tra le altre città dalla metro artistica, ricordiamo Lisbona, Mosca e Taiwan.

Immagine: Stazione metro di Solna Centrum, Stoccolma – Foto di Angela Prati

Affamati di spreco

Lun, 11/04/2019 - 15:00

Fatevi un regalo di consapevolezza, guardate il lungometraggio “Affamati di spreco” prodotto da Rai Storia. Non lo trovate su RaiPlay ovviamente, noi non siamo riusciti a trovarlo, ma per fortuna c’è Youtube, anche se non è in un canale ufficiale.

E’ un documentario tosto, a tratti angosciante… la regista spagnola Maite Carpio traccia due mondi: uno “sviluppato” che produce cibo in abbondanza per tutti ma lo getta nella spazzatura e uno sottosviluppato, scusate, “in via di sviluppo”, dove le persone muoiono di fame.

Il tutto intervallato da un’intervista a Tristram Stuart, storico inglese, divenuto famoso per il “freeganism”. Da anni Tristram, vegetariano, si nutre esclusivamente di avanzi recuperati dalla spazzatura: prodotti appena scaduti gettati, l’invenduto dei supermercati, tutti alimenti sani e perfettamente commestibili.

Sì, perché noi, gente del mondo “sviluppato”, buttiamo via enormi quantità di cibo. Non solo a casa nostra.
Avete mai visto una carota bitorzoluta in vendita al supermercato? E l’insalata? Nasce così, sempre perfetta fino alla punta della foglia?
No. Gli agricoltori scartano e gettano tra il 20% e il 40% del raccolto perché, esteticamente, non è adatto alla vendita al pubblico.
E in effetti chi di noi prenderebbe dal banco del supermercato una carota tutta storta?
Moltiplicate il nostro comportamento per milioni, miliardi di persone e il risultato è che oggi produciamo cibo sufficiente a sfamare tutti ma in 800 milioni soffrono la fame per via degli sprechi alimentari.

Secondo le stime nel 2050 nel mondo ci saranno 9 miliardi di persone. Come faremo a dar da mangiare a tutti?

Ebbene, già oggi produciamo cibo per 9 miliardi di persone ma lo gettiamo nei rifiuti. Perché noi siamo il mondo “sviluppato”.
Nel documentario, del 2015 non 100 anni fa, si vede cosa mangia invece una famiglia del Ciad, Stato dell’Africa centrale.
Ne consigliamo la visione a stomaco vuoto.

Leggi anche:
Spreco di cibo: gli italiani buttano quasi l’1% di Pil nella spazzatura
La legge Gadda contro lo spreco alimentare (e non solo)
Come ridurre lo spreco di cibo: i consigli di Andrea Segrè

Borracce, d’alluminio non sono una buona scelta

Lun, 11/04/2019 - 14:35

La conversione al green sta attraversando tutti i settori dei consumi, più di tutti quello alimentare, a causa del massiccio impiego di plastica monouso. Il primo grande passo che aziende e consumatori attenti all’ambiente stanno cercando di realizzare è di abituarsi all’utilizzo della borraccia, in sostituzione alla bottiglia di plastica. In particolare tra i materiali più utilizzati per rimpiazzare la plastica c’è l’alluminio.

Alcuni giornalisti di Bloomberg hanno realizzato un’inchiesta per stabilire se negli Stati Uniti la scelta dell’alluminio sia effettivamente ecologica, ma hanno scoperto che solo la metà degli imballaggi in alluminio viene riciclata. Inoltre in questo periodo di forte richiesta, la domanda di alluminio aumenta ma non è sostenuta da sufficienti quantità di alluminio riciclato, quindi aumenta la produzione di alluminio vergine. Questa ha un impatto ambientale molto negativo per via delle grandi quantità di Co2 rilasciate nell’aria: dall’estrazione della bauxite alla separazione dell’allumina, all’elettricità necessaria per fonderlo. Aumentano le importazioni, in particolare se l’alluminio proviene dalla Scandinavia o dal Canada, dove l’elettricità proviene dall’energia idroelettrica, l’impatto non risulta essere così devastante, anche se in ogni caso le emissioni di Co2 sono inevitabili. La maggior parte di queste importazioni, tuttavia, proviene dalla Cina e dall’Arabia Saudita, che alimentano le produzioni a energia elettrica e carbone. Provengono dalla Cina, ad esempio, le borracce d’alluminio recentemente donate dal Comune di Milano agli studenti: una mossa per molti in odore di green washing, per una area, quella della Pianura Padana, affetta da ben più gravi questioni ambientali.

Carl A. Zimrig nel suo libro Aluminium Upcycled, riflette su questo punto: “Mentre i designer creano prodotti attraenti in alluminio, le miniere di bauxite in tutto il pianeta intensificano la loro estrazione di minerali a costi duraturi per le persone, le piante, gli animali, l’aria, la terra e l’acqua delle aree locali. Il riciclo, in assenza di un limite all’estrazione del materiale primario, non chiude i circuiti e alimenta lo sfruttamento ambientale.”

Il modo migliore per rendere l’alluminio un materiale ecologico ed ecosostenibile sarebbe dunque quello di utilizzare solo alluminio riciclato. Ma rispetto alla scelta delle borracce, non è l’alluminio il materiale migliore per la conservazione delle bevande. Dalla sua l’alluminio ha la leggerezza, ma non è inossidabile, perciò solitamente viene rivestito in ceramica. Ne consegue che non sempre la superficie rimane intatta: urti e usura ne provocano increspature in cui proliferano muffe e batteri.

Plastica no, alluminio no, cosa rimane? L’acciaio. È il materiale più sicuro per contenere liquidi e bevande, perché è inossidabile e meno soggetto alla proliferazione di muffe e batteri. 

Photo by Shrey Gupta on Unsplash

Leggi anche:
Cibo: i contenitori in alluminio sono un rischio
L’alluminio è eterno
Quanto vale l’economia circolare in Italia

Finanza nel ciclone? È anche questione di clima

Lun, 11/04/2019 - 11:00

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mondo della finanza è molto meno metaforico di quel che si pensa. 

Secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change da quattro ricercatori italiani che lavorano presso il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), l’RFF-CMCC European Institute on Economics, la Scuola Superiore Sant’Anna, l’Università Bocconi e il Politecnico di Milano, il rischio climatico influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie e, pertanto, può essere rilevante per la stabilità finanziaria, in particolare se il mondo della finanza non calcola correttamente i rischi correlati.

In altri termini i cambiamenti climatici rischiano di minare la stabilità del sistema finanziario su scala globale. 

Vi starete chiedendo: ma in che modo i rischi fisici come l’impatto di catastrofi ambientali da economici, sociali e poi geopolitici possono diventare finanziari?

Partiamo dalla base: le imprese devono ripensare il loro modo di fare business e orientare le loro azioni verso un’economia a basse emissioni di gas (in particolare il carbonio) che sono estremamente  dannosi per l’intero ecosistema.

Ma ciò risulta una sfida tutt’altro che semplice perché richiede investimenti che il sistema finanziario, per la crisi strutturale che attraversa e per la cecità del proprio management, non è in grado di sostenere.

Di conseguenza i danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche (da +26% fino a +248%), mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi circa il 5-15% del Pil all’anno, con un’esplosione del debito pubblico che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

Ma cosa stanno facendo le banche, soprattutto del nostro paese, per salvaguardarsi da un rischio di perdite che tra qualche decennio possono diventare non assicurabili? 

Quali strategie (!!!) stanno producendo per ridurre lesposizione nei confronti delle imprese ad alta intensità di carbonio? 

Nulla o quasi

In base alla mia esperienza diretta sul mercato italiano, al momento nel nostro paese una sola banca, tralaltro di piccole dimensioni (Banca Popolare Etica), sta investendo in tal senso concretamente e non con protocolli ed elaborazioni di mission che servono solo a garantire una reputazione di facciata. 

In questa banca, ad esempio, la valutazione del rischio creditizio nei confronti delle imprese e dei privati è effettuata anche da “valutatori sociali”, che verificano tralaltro l’impatto ambientale del processo produttivo o commerciale dell’impresa nonche’ il rischio collegato ad esempio alla erogazione di un mutuo per l’acquisto di un immobile in aree vulnerabili a inondazioni, incendi o uragani.

Per il resto, visioni strategiche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del «vediamo di tirare avanti ancora un po’».

E i regolatori finanziari, oltre alle necessarie analisi e studi effettuati al riguardo, che ruolo stanno avendo per sollecitare, se non imporre, strategie di mitigazione di tali rischi  e adattamento veloce ad un contesto davvero preoccupante ? 

Perché non obbligare (non suggerire) le banche ad adottare sistemi di credit rating che tengano conto di una valutazione ambientale del richiedente il finanziamento

Forse solo perché, in tal modo, quella fine sarebbe solo anticipata.

Leggi anche:
Disinvestimento dalle fonti fossili, già 11.000 miliardi di dollari raggiunti dalla campagna Fossil Free
Cambiare la finanza: ecco come si può salvare davvero il Pianeta (prima che sia troppo tardi)

Foto di Jonny Lindner da Pixabay

Cosa possiamo imparare dalla vittoria del Sudafrica alla Coppa del Mondo di Rugby?

Lun, 11/04/2019 - 09:57

Per chi non lo sapesse sabato è terminata la Coppa del Mondo di Rugby, giocata in Giappone. L’Italia ha portato a casa quello che si era prefissata anche se non ha proprio brillato.
I campioni del mondo sono, a sorpresa, gli Springboks sudafricani che con una finale giocata tutta sull’impatto fisico hanno “demolito” il gioco della nazionale inglese, che era data per favorita dopo la meravigliosa vittoria contro gli All Blacks in semifinale.
Invece il Sudafrica ha giocato ogni pallone come se fosse il più importante della partita, dal primo secondo all’80.mo minuto, una battaglia continua, estenuante solo a vederla sul divano.
Ma alla fine hanno vinto.

Siya Kolisi, il capitano

Siya Kolisi è diventato così il primo capitano nero del Sudafrica a sollevare la William Webb Ellis Cup. Vi sembrerà una frase paradossale ma fino a l’altro ieri (1991) in Sudafrica c’era l’apartheid e il rugby era uno sport solo per i bianchi.
Poi arrivò Nelson Mandela (guardate il film Invictus) e oggi Siya Kolisi. Nel suo discorso a fine partita lancia un appello: “Il mio Paese ha molti problemi ma se collaboriamo possiamo fare grandi cose”.

Fonte immagine: OaSport

Movember: il cancro alla prostata ci fa un baffo!

Lun, 11/04/2019 - 09:56

Un’indagine condotta dall’Associazione europea di urologia che ha coinvolto 2.500 uomini di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito ha evidenziato un dato allarmante: il 54% degli intervistati pensa che la prostata sia un organo femminile, il 22% non sa dov’è e il 27% pensa che non esista una forma di cancro che colpisce la ghiandola.

Inoltre, per finire con gli orrori dell’inchiesta: il 4% dei maschi non sa chi sia l’urologo mentre, per contro, il 13% ritiene di occupi di ossa.

Controllati. La campagna di prevenzione del tumore alla prostata

Per migliorare – e pare ce ne sia proprio bisogno – la conoscenza sulla propria salute intima c’è la campagna #controllati. Si può andare al sito www.controllati.it  per ricevere le prime informazioni sulle varie patologie e chiamare un numero verde per prenotare una visita urologica.

Afferma Walter Artibani, segretario generale della Siu (Società Italiana  di Urologia) e direttore del Dipartimento di Urologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona: “Avere coscienza dei sintomi di un problema urologico è il fattore chiave per la diagnosi precoce.”

E per far conoscere meglio il problema i maschi posso anche fare una cosa che alle femmine è preclusa: farsi crescere un bel paio di baffi.

Movember (da Moustache – baffi – e November) e è una fondazione mondiale che in 15 anni ha finanziato 1200 progetti di salute maschile.

Ci si può iscrivere qui https://ex.movember.com/?home e il primo passo per aiutare questa lodevole iniziativa è farsi crescere i “Mo” così da mostrare a tutti che si è solidali e ispirare conversazioni, donazioni alla fondazione e cambiamenti reali.

Come si legge sul sito: “La crisi della salute maschile richiede grandi menti e grandi soluzioni. Ma c’è una soluzione più piccola e più pelosa per la crisi della salute maschile. Una soluzione che puoi farti crescere. È seduto sotto il tuo naso”.

Oggi grazie ai progressi della ricerca molte patologie maschili come il cancro alla prostata si curano anche senza far ricorso alla chemioterapia o all’ormonoterapia ma la diagnosi precoce è importantissima.

Uomini, fate i controlli e per il mese di novembre non tagliatevi i baffi!

Altre Fonti:

https://ex.movember.com/it/
http://www.qds.it/29658-negli-uomini-disinformazione-allarmante-piu-del-50-non-sa-di-avere-una-prostata.htm
http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/lei_lui/medicina/2018/10/23/uomini-italiani-disinformati-sul-tumore-della-prostata_12cf82e7-0611-4d3d-a22c-53e675dafeff.html

A Torino barriere sul Po per fermare la corsa dei rifiuti verso il mare

Lun, 11/04/2019 - 07:00

Gran parte dei rifiuti marini – circa l’80% – proviene infatti dalla terraferma e raggiunge il mare prevalentemente attraverso scarichi urbani e corsi d’acqua. A Torino è stata avviata, con il progetto “Il Po d’aMare”, la prima sperimentazione di prevenzione del river litter (rifiuti fluviali) in un grande centro urbano: alcune barriere galleggianti raccoglieranno nei prossimi mesi plastiche e rifiuti trasportati dal fiume, che diventeranno poi arredi urbani destinati alla città.

Il Po, con i suoi 652 km e 4 Regioni attraversate, si presta meglio di qualsiasi altro fiume italiano a un’opera massiccia di intercettazione dei rifiuti. Fondamentale il gioco di squadra, che ha visto partecipare al progetto Iren, Amiat, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Consorzi Castalia e Corepla con il Coordinamento dell’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po, il tutto con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, dell’AIPO e con la collaborazione della Città di Torino.

In realtà, il primo step di questo progetto è già stato messo in atto. Nel 2018 erano già stati intercettati, raccolti e riciclati i rifiuti nella zona del delta del Po, con un risultato di 8 “big bags” piene di rifiuti, compresi circa 92 kg di plastica avviata a riciclo. La differenza è che Torino è un grande nucleo urbano.

Le barriere che intercetteranno i rifiuti sono state posizionate in zona Murazzi, a ridosso del centro storico, fra i ponti Vittorio Emanuele I e Umberto I. Della fase di raccolta si occupa la società Castalia Operations, con i due moduli progettati per restare posizionati fino al mese di dicembre, operativi anche durante i periodi di pioggia ordinaria e realizzati in modo da non interferire con la flora e la fauna del fiume. La raccolta viene eseguita solo nella parte superficiale della colonna d’acqua senza conseguenze o danni per la fauna ittica. I due moduli sono stati installati sui lati opposti del fiume per poter garantire una maggiore area di intercettazione e – a seconda delle dinamiche fluviali e dei conseguenti movimenti di massa dei materiali – una maggiore probabilità di captazione. L’area occupata dai moduli completi è di circa 2.400 mq ciascuno, vale a dire rispettivamente di circa 40 m dalla sponda e di circa 60 m di lunghezza. Per la navigazione è stato previsto un canale centrale di circa 30 metri di larghezza, opportunamente segnalato da 4 boe rosse catarifrangenti.

Tramite un’imbarcazione, la “Sea hunter”, e con l’aiuto degli operatori a terra, i rifiuti vengono raccolti in appositi cassoni gestiti da Amiat, che poi conferisce le plastiche presso un impianto Corepla, dove avverrà la valorizzazione. Il materiale riciclato verrà quindi utilizzato per la realizzazione di arredi urbani donati dai partner del progetto alla Città di Torino.

I risultati di questa seconda sperimentazione verranno confrontati con la precedente attività di intercettazione, raccolta e riciclo dei rifiuti plastici del fiume Po nella zona di Ferrara, con l’obiettivo di valutare la fattibilità di un sistema nazionale di prevenzione dei rifiuti marini tramite sistemi di raccolta nei principali fiumi italiani e la possibilità di creare una filiera virtuosa di riciclo e recupero delle plastiche raccolte.

Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… il successo non li ha cambiati”

Dom, 11/03/2019 - 11:00

Una volta era motivo di vanto – per chi diventava famosa – restare “la ragazza della porta accanto”, semplice e alla mano, senza grilli per la testa. Oggi, più di una ragazza si comporta come se fosse chissà chi, con tutte le stranezze e fastidiosità del caso, nonostante sia ancora – con tutto il rispetto – “solo quella della porta accanto”.

Bastano 3.000 follower su Instagram, insomma, per sentirsi arrivate. Dove, poi, è tutto da capire. A candidarsi come corteggiatrice del bietolone tronista di turno? A guadagnare per il solo fatto di indossare delle scarpe orrende e fotografarsi i piedi su un tavolo di cristallo?

Qualche generazione fa avremmo ricevuto uno scappellotto da mamma per molto meno ma – si sa – i tempi sono cambiati, l’immagine è tutto e il mondo del lavoro è in crisi: c’è bisogno di essere smart e puntare sull’appeal. Qualsiasi cosa significhi.

E’ vero che, una volta, con una nostra comparsata a “Forum”, nonna si sarebbe fatta bella con le amiche per un mese buono. Solo, ovviamente, nel caso Santi Licheri ci avesse dato ragione. Dopo poco, comunque, tutto sarebbe rientrato nell’ordinario.

Al di là dei traumi personali (nonna non mi perdonò per mesi di aver perso contro il Meccanico Carmine), questa fissazione della notorietà che possa sdoganare privilegi e vezzi assurdi è una delle cifre stilistiche del mondo contemporaneo.

Oggi, se sei famoso, in effetti puoi:

1) Indossare imbarazzanti camicie a quadri abbottonate fino all’ultimo e “abbinarle” a dei bermuda calati che scoprono chiappe e orrendi boxer azzurrini. Se lo fai nella vita vera, sei un nerd da schiaffeggiare con un asciugamano bagnato, se insulti tua madre a ritmo sincopato con degli esaltati che ti gridano “Yo Yo!” da sotto un palco, sei un fico.

2) Dire la tua su argomenti di cui ignori anche le basi. Due astronaute hanno fatto una camminata nello spazio? Una seguitissima personal shopper dichiara: “chissà che solitudine senza neanche una vetrina Gucci da commentare insieme!”

3) Avere 16 mariti in contemporanea, 43 ex fidanzate, un cambio di sesso e svariati congiuntivi sbagliati alle spalle. Sei un artista, sei vivace, sei così, vieni dalla strada, hai fatto l’università della vita e ti sei fatto da te. Male ma da te. E guarda cosa sei diventato. Già. Guarda.

4) Farti scrivere un libro da un ghost writer senza fare finta di averlo scritto tu. Almeno una volta c’era il buon gusto di mentire. Oggi siamo passati al “viva la sincerità”.

5) Avere un riassunto della tua vita privata senza perdere tempo a tenere un diario, semplicemente andando dal parrucchiere. Svariate riviste patinate saranno liete di ricordarti che il tuo ultimo ex ti tradiva con la nonna del cugino della sorella del cognato della sua tintora. Un bel risparmio di energie.

6) Mangiare a cacchio, brevettare i tuoi disordini alimentari e dichiarare di aver inventato una dieta rivoluzionaria. Se Eleonora Brigliadori si vanta di bere le proprie urine, voi potrete anche dichiarare di mantenervi in forma con la dieta del camembert.

Insomma, ci si fa proprio un grande affare, ad essere famosi (o pseudo tali): non c’è che dire!

Anni fa, durante una manifestazione studentesca, vidi una ragazza che esibiva un cartello fantastico: “Pensavate di averci trasformati tutti in veline e calciatori? Non è così”.

Chissà cosa è diventata, quella ragazza. Chissà se ha figli. Chissà se anche loro pensano che non ci sia nulla di male ad essere persone normali. Chissà se sanno anche loro che è l’unico modo per essere particolari, uniche, speciali.

Immagine: pixabay

Il raccolto dell’autunno: come sta andando l’annata 2019?

Dom, 11/03/2019 - 07:00

L’autunno è il momento dei raccolti per eccellenza: si finisce di raccogliere la frutta estiva, poi cominciano mele e pere, per poi passare ai cachi e ai kiwi. Anche la verdura dà il meglio di sé in questo periodo, con i prodotti estivi ancora in circolazione, come ad esempio le zucchine, e l’arrivo delle prime verdure autunnali, come finocchi e cavoli. Per conoscere la frutta e la verdura di stagione in autunno abbiamo fatto un video con Francesco Beldì, agronomo, che vi consigliamo di vedere.

Proprio a Beldì abbiamo chiesto come sta andando questa annata, cominciando da mele e pere. «Se per le pere quest’anno è uno dei peggiori di sempre (come abbiamo spiegato qui) soprattutto a causa dei danni causati dalla cimice asiatica, le mele per il momento sono meno soggette, anche se questo insetto si sta rapidamente diffondendo anche tra queste piante. Lo scorso anno la produzione di mele è stata eccezionale, addirittura così elevata da determinare problemi di mercato per smaltire tutto il prodotto. Quest’anno si stima un lieve calo, con una produzione che però rimane ottima in termini di qualità e quantità».

Leggi anche: Pere, quest’anno è il più difficile?

Per quanto riguarda l’uva, si sta finendo in questi giorni la vendemmia, e gran parte è stata raccolta prima dell’intenso periodo di piogge che ha caratterizzato il nord a metà ottobre. In generale, per l’Italia, i produttori stimano un calo del 15/16% in media rispetto all’annata precedente, che però era stata un’annata-record per quantità prodotta (si parlava di 55 milioni di ettolitri). Si tratta di un calo fisiologico per via del fatto che le piante hanno prodotto molto lo scorso anno, ma la quantità e la qualità dovrebbero essere perfettamente in linea con la produzione media degli ultimi anni. Inoltre, la vite è uno dei pochi tipi di albero che ha sofferto meno siccità e grande caldo di questa estate. Anche nelle zone colpite dalla grandine ad agosto, come l’astigiano, sembrerebbe che, nonostante la grande paura, la produzione abbia avuto un calo di circa il 20% ma si sia mantenuta su quantità buone e soprattutto abbia mantenuto una buona qualità. Non bisogna dimenticare però che alcune zone, anche nelle Langhe e nel Monferrato, sono state fortemente colpite dalla grandine a pochi giorni dalla vendemmia e per quest’anno avranno un raccolto minimo.

«Per quanto riguarda la verdura» continua Beldì «la stagione sta proseguendo bene, anche se il maltempo della seconda metà di ottobre potrebbero dare qualche problema: pioggia intensa e temperature rimaste alte sono condizioni favorevoli allo sviluppo dei funghi, con il rischio di perdere una parte della produzione dei prossimi mesi, soprattutto su cavoli e finocchi».

«Questo vale anche per la frutta che non è ancora stata raccolta, come ad esempio i kiwi e i cachi, che in gran parte d’Italia sono ancora sulla pianta. La produzione è buona ma queste settimane di brutto tempo potrebbero determinare un peggioramento qualitativo della produzione», spiega l’agronomo. «Il consiglio è sempre quello di privilegiare i prodotti locali e conoscere come arrivano i prodotti nel piatto, sia per sostenere il settore si per essere più sicuri di quello che mangiamo».

Le società matriarcali erano avanti!

Sab, 11/02/2019 - 11:00

Vi vorrei parlare della società matriarcale che è l’origine dalla nostra storia. Parliamo dell’età della pietra, del neolitico.
Abbiamo generalmente un’idea molto primitiva dell’età delle caverne.

Vi mostro questa immagine : è una Venere di circa 8/9000 anni fa ed è incredibile il livello di realismo.

Sono stati ritrovati anche i resti di alcuni insediamenti nella valle del Mississippi: erano costruzioni colossali, delle piramidi tronche che erano diffuse probabilmente in tutte le grandi pianure, servivano per evitare di finire sott’acqua durante le grandi inondazioni.

Queste società sviluppano tutta una serie di scoperte fondamentali. Sono esseri umani che vivono in case con le porte munite di cardini, con i camini. Sono quelli che iniziano una forma primitiva di scrittura simbolica – su questo tema vi consiglio la lettura di un libro fantastico di Marja Gimbutas: Il Linguaggio della Dea che dimostra che prima della scrittura a ideogrammi c’era questa primitiva, anche se non era esattamente una scrittura.

Parità di genere

Questa società ha una caratteristica: ci sono grandissimi insediamenti che non hanno mura difensive, le sepolture sono tutte uguali, non ci sono regge o castelli e in alcune sepolture di maschi si sono trovati oggetti che oggi consideriamo femminili e in alcune sepolture di donna c’erano alcuni oggetti maschili: addirittura delle armi o strumenti per la caccia.

Correttamente si parla di società di partnership, durante il matriarcato le donne non dominavano i maschi, c’era la parità.

Questa società era straordinaria, riesce a compiere delle opere immense, pensate ad esempio alla selezione dei prodotti agricoli: il grano una volta aveva 6/7 semi per spiga, selezionano le piante via via riescono a ottenere piante che hanno 8/10 semi fino ad arrivare a 20/30.

Questi popoli “primitivi” regimentano le acque della pianura del Nilo, così da allargare le aree coltivabili lungo le sponde del fiume.

Il culto della fertilità

La caratteristica fondamentale di questa cultura è il culto della fertilità: è una società gioiosa, che non conosce la guerra, la prostituzione, che non conosce l’omicidio: presso alcune popolazioni dell’Africa quando arrivano gli Europei si accorgono che nel loro vocabolario non esiste la parola omicidio. Questi popoli hanno un senso di libertà straordinario e nel culto della Dea Madre – ovviamente è quello più importante –  per avere la comunione con la Dea Madre ci sono solo due modi: ridere – la risata esplosiva – e il raggiungimento dell’orgasmo. Pensate alla distanza colossale rispetto alla nostra civiltà.

È interessante notare che le tracce dell’esistenza di queste società persistono per millenni e millenni, in Italia ancora nel Medievo, nell’anno 1000, in alcune zone c’era ancora la tradizione del risus pascalis: durante la messa di Pasqua era fondamentale che in Chiesa i fedeli ridessero tutti insieme perché sennò Dio non entrava nell’Ostia. Un’idea fantastica di comunità, di cooperazione e questo è poi il motivo per cui nelle Chiese entravano i giullari che avevano proprio lo scopo religioso di far ridere. Era un momento di grande libertà di espressione.

L’invenzione del turismo di massa

Questa antica cultura aveva addirittura scoperto alcuni meccanismi della genetica: avevano capito che se in un villaggio maschi e femmine continuavano a fare figli solo tra di loro piano piano i figli nascevano meno belli e meno forti, ed ecco che avevano concepito l’ospitalità sessuale: un costume fantastico, ragione per cui all’epoca esisteva già il turismo di massa e chi andava in giro veniva accolto e invitato ad avere rapporti sessuali con tutti gli abitanti del villaggio.

È molto interessante, secondo me, vedere come poi questi costumi si sono evoluti nei secoli perché a un certo punto arrivano i conquistatori dalle steppe euroasiatiche che sono allevatori  e gli allevatori devono proteggere gli armenti, quindi diventano aggressivi, guerrieri.

Verso il 3.000/3500 A.C. arrivano nei villaggi ondate di conquistatori e piano piano questa cultura matriarcale viene anche se non completamente distrutta, integrata e si notano dei cambiamenti progressivi.

Erodoto si scandalizza

Ad esempio Erodoto, un ateniese del terzo secolo a.C. è sconvolto quando arriva a Babilonia e vede davanti al tempio della Dea Madre alcune giovani donne, persino delle principesse, che stanno aspettando che arrivi uno straniero per fare l’amore con lui nel bosco dietro il tempio sacro della Grande Madre.  A Babilonia non ci si poteva sposare se prima non si aveva fatto l’amore con uno straniero.

Il costume è cambiato: non c’è più l’ospitalità sessuale per tutta la vita, la donna deve essere fedele al marito ma per potersi sposare prima deve fare l’amore con uno straniero. La motivazione è che si credeva che il primo rapporto sessuale fosse estremamente pericoloso per l’uomo, quindi i babilonesi avevano pensato bene di farlo fare agli stranieri….

Man mano che gli invasori prendono il potere, il patriarcato cresce sempre di più e quindi non va più bene neanche far l’amore con gli stranieri, ma siccome persiste il pericolo di far l’amore con una vergine, si affida il compito di deflorare la fanciulla a un uomo anziano. Che si sacrifica perché tanto ha già vissuto abbastanza… Quindi il rapporto prematrimoniale con uno straniero viene sostituito con quello con un vecchio che se crepa son poi cavoli suoi.

E la storia continua…. (fine prima parte)

Il sito internet di Donne in Evoluzione

Leggi anche:
La storia di Inanna (Prima parte)
La storia di Inanna (Seconda parte)

Foto di Monica Volpin da Pixabay

Il giorno dei morti raccontato da Andrea Camilleri

Sab, 11/02/2019 - 08:00

“Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire”.

Fonte: Gela Le Radici Del Futuro

Autismo e lavoro: il progetto Scipione

Sab, 11/02/2019 - 07:00

Siamo a Pieve Santo Stefano, frazione del Comune di Lucca, all’interno della meravigliosa Villa Sardini. Francesca Bogazzi, intervistata da Jacopo Fo, racconta del progetto Scipione, studiato per offrire una possibilità formativa e lavorativa nell’agricoltura alle persone con autismo.

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Insonnia, stress, cyberbullismo: i social network danneggiano la salute mentale degli adolescenti

Sab, 11/02/2019 - 07:00

L’uso frequente dei social network nuoce alla salute degli adolescenti, in particolare a quella delle ragazze. Tra gli effetti indesiderati messi in evidenza ci sono l’aumento dei livelli di ansia e stress, problemi di insonnia, riduzione dell’attività fisica, maggior rischio di essere vittime di episodi di cyberbullismo.

I dati arrivano da uno studio pubblicato su The Lancet Child & Adolescent Health ed è stato realizzato da un gruppo di ricercatori del Great Ormond Street Institute of Child Health dell’University College London di Londra. Gli studiosi hanno utilizzato i dati provenienti da Our Futures, uno studio longitudinale rappresentativo a livello nazionale realizzato su 12 866 studenti inglesi di 866 scuole secondarie di età compresa tra 13 e 16 anni. L’esposizione all’uso dei social network è stata esaminata incrociando l’età dei partecipanti allo studio (13-14 anni, 14-15 anni e 15-16 anni) con la frequenza di utilizzo di social network (da una volta a settimana o meno, fino a più volte al giorno) come Facebook, Instagram, WhatsApp, Twitter e Snapchat.

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Effetti maggiori sulle ragazze

Dallo studio è emerso che gli effetti collaterali che derivano dall’uso di Facebook, Instagram e simili riguardano soprattutto le ragazze: il 60% degli effetti negativi sulla loro salute deriva dalla loro maggiore esposizione al cyberbullismo e da livelli inadeguati di sonno e di attività fisica, “fattore, quest’ultimo, che però tra i tre gioca un ruolo minore”, precisano gli autori dello studio. E tanto maggiore è la frequenza d’uso dei social media, tanto più importanti risultano essere gli effetti negativi. Per quanto riguarda i maschi, invece, gli stessi fattori hanno influito sfavorevolmente sulla salute solo nel 12% del totale dei ragazzi coinvolti nello studio.

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Ridurre l’uso dei social network non serve

A differenza di ciò che si potrebbe comunemente dedurre, spiegano i ricercatori, limitare l’accesso ai social media da parte dei ragazzi potrebbe non essere il modo più indicato per migliorare il loro benessere: “I nostri dati suggeriscono che gli interventi per ridurre l’uso dei social media per migliorare la salute mentale nei giovani potrebbero essere fuori luogo. Sarebbe piuttosto più indicato prendere in considerazione interventi di salute pubblica mirati a prevenire episodi di cyberbullismo o ad aumentare la resilienza agli stessi, oltre che provvedimenti atti a garantire adeguati livelli di sonno e attività fisica”.

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Ironia, sono più simpatici gli uomini o le donne?

Ven, 11/01/2019 - 15:00

Lasciate perdere Ali Wong, Tina Fey o Amy Schumer. Gli uomini sono più simpatici delle donne. Mediamente – è chiaro – l’ironia è insomma un terreno maschile. Lo hanno stabilito ricercatori della Aberystwyth University, in Galles, con una review che ha analizzato gli ultimi studi sull’argomento, pubblicata sul Journal of Research in Personality.

I ricercatori – psicologi evoluzionisti – hanno specificato prima di tutto cosa si intende per ironia: “Qualcosa di complesso, che coinvolge tra l’altro aspetti sociali, emotivi, psicologici, cognitivi e culturali“, tutto con un solo obiettivo: far ridere. Avere il senso dell’umorismo è un’abilità in questo caso non correlata alla capacità di apprezzare l’ironia. Si tratta qua della capacità di produrre risate. Per riuscire nella distinzione sul genere (sessuale) dell’ironia, lo studio ha tenuto in considerazioni solo le ricerche in cui i partecipanti non conoscevano il sesso del “comico” da valutare. In altre parole, l’analisi ha riguardato gli studi condotti su persone che dovevano giudicare l’ironia del prossimo, senza conoscerne il genere.

In totale 28 studi e oltre 5mila partecipanti, che hanno sancito la vittoria dei maschi. Sono più divertenti delle femmine, dice la scienza, ma stanno a un passo dal perdere la palma.

Difatti, solo il 63 percento degli uomini ha raggiunto un punteggio superiore alle donne, e questa è considerata dai ricercatori una differenza medio piccola. Per spiegare questo – se pur piccolo – gap, sarebbe interessante un’analisi temporale, o regionale, che potrebbe forse arrivare alla conclusione che l’ironia delle donne è proporzionale al loro grado di emancipazione. Se questo fosse vero, mediamente, una donna occidentale sarebbe più divertente di una donna, mettiamo, saudita. Che non è difficile da ipotizzare.

“È possibile – hanno dichiarato gli stessi studiosi – che le donne soffrano della tendenza generale delle società a scoraggiare la loro ironia”. Da una donna in fondo non ci si è mai aspettato – finora – che fosse divertente, da un uomo sì. Anzi, se per sedurre a una donna serve, da tradizione, soprattutto il fascino; a un uomo serve far ridere la sua principessa. Del resto, secondo uno studio del 2006, quando cerchiamo un* compagn*, le donne cercano segnali di intelligenza, e gli uomini no (tendenzialmente: per la precisione lo fa la metà degli uomini rispetto al numero delle donne).

Se è dunque vero che le donne non sono stimolate a sviluppare l’ironia, notoriamente un forte segnale di intelligenza sociale, ecco un buon motivo per fare delle celebri comiche americane elencate nell’incipit di questo articolo le nostre comiche di riferimento: saranno un modello e un’ispirazione per tutte noi. In fondo, se è vero che ridere fa bene, meglio che si esercitino tutti. Ps. Le trovate su Netflix.

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

I 10 migliori film erotici degli anni ’70 e ’80

Ven, 11/01/2019 - 12:00

L’eros e il cinema hanno un legame molto stretto fin dagli albori della settima arte. Ma i censori e il moralismo ne hanno limitato l’espressione nel corso dei decenni. La creatività dei registi è comunque riuscita a turbare i sensi degli spettatori fosse una Gilda, un angelo azzurro, un giovane Brando che si chiama desiderio. È negli anni Settanta che la rivoluzione dei costumi fa cadere vestiti e tabù a favore del migliore cinema erotico . Tutto diventa esplicito e possibile. Il cinema d’autore non si pone limiti continuando a combattere con la censura. I nuovi consumi aprono sale a luci rosse, il romanzo di formazione degli adolescenti maschi nei cinema è di massa tra commedie scollacciate e film scandalo. L’omosessualità trova cittadinanza. Ho scelto i miei migliori dieci film erotici tra i Settanta e gli Ottanta, il ventennio di maggior godimento di cinema erotico. Dopo, nulla sarà più come prima. Salvo qualche rara eccezione..

ULTIMO TANGO A PARIGI di Bernardo Bertolucci, 1972

Con “Ultimo Tango a Parigi” succede di tutto. Marlon Brando è Marlon Brando. Maria Schneider ne resterà traumatizzata per sempre immergendosi nel clima dell’epoca non sapendo che c’è un oltre Bataille che ti devasta tra Eros e Thanatos. I settimanali dedicano copertine e decine di pagine di approfondimento. L’Italietta bigotta e fascista anima il furore della censura. Bertolucci è il Giordano Bruno del Novecento. La pellicola viene mandata al rogo, il presidente della Repubblica ne salva una copia affidata alla Cineteca nazionale. Bernardo viene privato dei diritti civili. Ma oltre quindici milioni di italiani vedono il film e straparlano del burro adoperato in un amplesso. Il film ritornerà in sala nel 1987 sdoganato all’epoca nuova e già da tempo consegnato alla categoria dei capolavori assoluti.

ECCO L’IMPERO DEI SENSI di Nagisa Oshima, 1976

Titolo originale “Corrida in amore”, ispirato a un fatto realmente accaduto nel Giappone degli anni Trenta e molto conosciuto nel Sol Levante. Sada Abe è un’ex prostituta che presta servizio come cameriera in un hotel. Qui inizia una focosa relazione con Kichizo Ishida, il proprietario. La passione è così forte e intensa che la continua necessità di aversi li porta a sperimentare forme di trasgressione estreme. Anche qui emerge il pensiero di Bataille. Magistrale lezione di regia di Oshima che inquadra tutto su interni modellati su stampe erotiche giapponesi del Settecento. In Italia sforbiciata censoria di 15 minuti rispetto all’originale.

IL DECAMERON di Pier Paolo Pasolini, 1971

Pasolini ha il merito di aver restituito agli italiani la lezione del Decamerone di Boccaccio. Le 7 novelle scelte per la sceneggiature sono  ambientate a Napoli con una precisa scelta di campo meridionalista. Pasolini, grande esperto di pittura, interpreta Giotto con una recitazione fisica molto possente. Divertente, solare, perfettamente compiuto. Ma Pasolini al cinema è ancora una volta scandalo senza fine. I Soloni della sinistra insorgono contro l’avvenuto disimpegno pasoliniano. La destra reazionaria, il centrismo bigotto e i parrucconi della magistratura più retriva perseguono l’arte cinematografica che rende popolare il boccaccesco che sta nei vocabolari. Per la felicità del produttore il film incassa la cifra record di quattro miliardi di lire dell’epoca. Il successo commerciale del film pasoliniano consentirà la nascita di un sottogenere erotico boccaccesco che incontra un gran favore di pubblico.

QUERELLE DE BREST di Reiner Werner Fassbinder, 1982

Ultimo film, quasi un testamento, del grande regista tedesco, tratto dal romanzo di Genet. Querelle è imbarcato sulla nave “Vengeur”, ancorata nel porto di Brest, è bello e forte ed è nascostamente amato dal comandante della nave, il tenente Seblon. Sceso a terra, conosce in un bistrot-bordello il padrone del sordido locale, Nono, sua moglie Lysiane, amante del fratello di Querelle, Robert. Film epico per la comunità omosessuale che santifica i marinai come icone di riferimento, film scandalo per gli spettatori etero. Le luci arancio e blu che illuminano le scene sono bellissime. Sparito nel ricordo e nella visione. Merita di essere recuperato.

LA CHIAVE di Tinto Brass, 1983

Opera del geniale regista veneziano, tratto dal libro dello scrittore giapponese Tanizaki (torna il Sol Levante erotico) e ambientato nella Venezia fascista degli anni Quaranta. Film massacrato dalla critica che non si limita a negargli le stelle ma sostiene che non è un film erotico. Smentito dai larghi favori del pubblico che accorre in massa in sala e ne conserva il vhs per il tinello di casa o per la camera da letto. Trionfo erotico di Stefania Sandrelli. Sequestrato dalla magistratura. Ben presente nell’immaginario erotico italiano per intreccio di trama e forme.

MALIZIA di Salvatore Samperi, 1973

Una commedia erotica riuscita e divertente, ambientata in una Catania ispirata dagli scritti di Brancati, fa ammirare una sconosciuta attrice che interpreta una cameriera corteggiata dall’ex vedovo e dai suoi figli. Ingresso nello star system nazionale per Laura Antonelli diretta da un regista giovane sessantottino e splendidamente llluminata dal direttore della fotografia Vittorio Storaro. La malizia come senso comune italico.

EMMANUELLE di Just Jaeckin, 1973

Tratto da un libro di gran successo scritto probabilmente da un diplomatico e sua moglie che lo firma con lo pseudonimo di Emmanuelle Arsan racconta una giovane donna alla ricerca dell’emancipazione sessuale attraverso una serie di esperienze trasgressive e libertine figlie dell’epoca. Amplessi in aereo con due uomini, atmosfere sadiche, erotismo sfrenato nel film girato da un esordiente ne fanno un successo planetario che genera sette sequel ufficiali e oltre una quindicina di titoli apocrifi.

LA VERA GOLA PROFONDA di Joseph Sarno, 1974

La storia di un prostituta con il clitoride nella gola è il primo film pornografico che ha un trama strutturata e una produzione degna di questa nome. Wikipedia recita: «Alla sua uscita nei cinema Gola Profonda diventò un successo clamoroso e ricevette attenzione anche da un pubblico mainstream che di solito non frequentava le sale a luci rosse, uscendo dalla nicchia riservata al cinema hard per diventare un caso nazionale negli Usa  che diede il via al cosiddetto “porno-chic”». Incassi clamorosi in tutto il mondo. Italia compresa.

LÉGAMI di Pedro Aldomovar, 1989

Il cuore e il furore creativo del funambolico regista spagnolo mescola commedia e melodramma. Banderas psicopatico con problemi emotivi  ossessionato da una porno diva, la sequestra e la lega al letto per darle tempo di innamorarsi di lui. E il carnefice spesso affascina. Il trionfo dell’eros beffardo al cinema.

NOVE SETTIMANE E MEZZO di Adrian Lyne, 1986

Avversato dalla critica all’uscita, in particolare da Tullio Kezich che aprì un serrato dibattito con i lettori che non avevano apprezzato la stroncatura feroce. Il film, adoperando il linguaggio della pubblicità dell’epoca, decreta il grande successo di Kim Basinger e Mickey Rourke e colpisce l’immaginario sessuale degli anni Ottanta ormai condizionato dalla paura dell’Aids. Lo spogliarello sulle note di Joe Cocker è nella memoria di tutti.

Proprio una bella idea, onorevole Marattin!

Ven, 11/01/2019 - 09:42

La denuncia della senatrice Liliana Segre che ha dichiarato di ricevere ogni giorno oltre 200 post di insulti sui social ha suscitato indignazione e qualche idea bislacca,  come quella del renziano Luigi Marattin che su Twitter (ironia della sorte) ha annunciato: «Da oggi al lavoro per una legge che obblighi chiunque apra un profilo social a farlo con un valido documento d’identità. Poi prendi il nickname che vuoi (perché è giusto preservare quella scelta) ma il profilo lo apri solo così».

L’idea a Marattin l’ha data il regista Gabriele Muccino che sempre su Twitter aveva esclamato: «Subito, al più presto, occorre una legge che obblighi chiunque apra un account social a registrarlo solo tramite l’invio di un documento di identità. Sapremo solo così chi si nasconde dietro la rete commettendo reati penali (!) sotto l’impunità dell’anonimato».

Beata ignoranza

E su Twitter le risposte al regista non sono mancate, alcune serie, altre indignate o sarcastiche.

Paolo Attivissimo – giornalista, esperto di web e cacciatore di bufale – risponde pacato «Mi scusi, ma ha considerato che una donna maltrattata sarebbe obbligata a esporsi al suo aguzzino? O che è facilissimo creare e inviare documenti alterati e spacciarsi, per esempio, per Gabriele Muccino?”»

E c’è anche chi ironizza: il professor Stefano Zanero che si occupa di sicurezza informatica cinguetta «Facciamo un patto, io non mi cimento a girare scene di film (anche perché non saprei proprio da che parte cominciare) e in compenso questi argomenti li lasciate a me ;)»

E poi Zanero spiega bene perché la proposta non è attuabile in un lungo articolo con un titolo significativo:  “Oookay. Ricominciamo da capo, e vediamo perché questa proposta e tutte quelle simili da destra e da sinistra siano tutte UGUALMENTE IDIOTE in modo bipartisan. Non sarò breve”.

Il punto a tutta la questione la mette G (anonimo?), che twitta «Ci vuole la mappatura completa del DNA, altro che cazzi».

Una petizione! Una petizione!

Luigi Marattin ha presentato anche una petizione per chiedere il sostegno popolare alla sua idea e, ironia della sorte, può essere firmata anche coi profili fake: hanno già aderito Gesù, Babbo Natale e pure il Grande Puffo.

Perché si tratta di una stupidaggine?

Lo spiegano in tanti: su Repubblica nell’articolo Carta d’identità per andare sui social, una proposta senza senso Riccardo Luna è molto chiaro: «Andiamo con ordine. La proposta non ha senso per due ragioni: la prima è che già oggi non esiste un vero anonimato sui social e in rete; quando navighiamo siamo identificati da un indirizzo IP che indica esattamente dove si trova il computer o il telefonino collegato alla rete quando mandiamo un messaggio. La polizia postale, se pensa che hai commesso un reato, ti trova subito. Va detto che è possibile navigare nascondendo l’IP, ovvero celando la propria identità, ma questo – ed è la seconda ragione – è un diritto umano sancito dalle Nazioni Unite per difendere la libera manifestazione del dissenso».

Mettiamola così: sono le dittature che cancellano l’anonimato. Chiedere a 30 milioni di italiani la carta d’identità per identificare 200 razzisti – che tra l’altro spesso si firmano con nome e cognome – è quanto meno una cretinata, come afferma Massimo Mantellini su Il Post.

Non ci sono soluzioni?

Come no, afferma ancora Riccardo Luna: «Proprio oggi Tim Berners Lee, che 30 anni fa l’ha creato (il web, non Internet!), ha detto che il lavoro avviato un anno fa con esperti e appassionati per salvare il web dagli spacciatori di notizie false e odio, è al traguardo. Fra un mese sarà pubblicata la proposta finale: il contratto per il web. È questa la proposta che conta. Fatta da chi sa di che stiamo parlando. Il resto è fuffa». 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

People For Planet intervista Marco Baliani

Ven, 11/01/2019 - 07:10

“Gabriella, dopo Benni ti va di intervistare Marco Baliani?”
“Quando?!?”
“Adesso!”

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Intervista a Mario Pirovano: fare gli attori in teatro
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Dario Fo e Camilleri

Animali: i maghi del travestimento (Infografica)

Ven, 11/01/2019 - 07:00

Tutti conosciamo il famoso camaleonte ma esiste anche l’insetto stecco, l’insetto foglia e la Mantide fantasma.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Inquinamento: le navi da crociera producono più ossido di zolfo di tutte le auto d’Europa

Ven, 11/01/2019 - 07:00

Il comparto marittimo è sotto accusa per l’inquinamento prodotto dalle grandi navi.

Su 80 navi da crociera censite dall’associazione ambientalista tedesca Nabu, soltanto 2 utilizzano sistemi efficaci per ridurre lo smog. Un altro studio svela che le navi da crociera che viaggiano in acque europee inquinano 10 volte di più di tutti i milioni di automobili che si spostano nei paesi Ue. Per fortuna qualcosa sta cambiando, dalla firma in Francia della carta Sails al decreto che fissa nuove sanzioni per il mancato rispetto degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni.

I giganti del mare sono tutti colpevoli

Non c’è dubbio: le grandi navi da crociera producono troppe emissioni nocive, nessuna esclusa.  Nabu ha pubblicato l’esito del consueto studio sul comparto: su 80 navi, praticamente tutte sono colpevoli per le emissioni “enormi” di gas serra. Soltanto 2 possono essere considerate esempi virtuosi, una nave del gruppo tedesco Aida e una del gruppo italiano Costa, perché si impegnano nella riduzione dei fumi inquinanti, ma in tutti i casi viene utilizzato come combustibile il gas naturale liquefatto, e il processo di estrazione danneggia l’ambiente oltre che rilasciare metano in atmosfera. Le peggiori restano compagnie come MSC e Royal Caribbean, in fondo alla classifica.

Un secondo studio curato da Transport & Environment ci dice che il più grande operatore marittimo nel settore delle crociere di lusso, la Carnival Corporation, emette SOX (sulphur oxide – ossido di zolfo) circa 10 volte di più rispetto alla quantità prodotta nel 2017 dai 260 milioni circa di auto che circolavano in Europa. Il secondo operatore, la Royal Caribbean, emetteva 4 volte la quantità di SOX prodotta dalle auto. Essendo Paesi a spiccata vocazione turistica e mete privilegiate per le grandi navi, Spagna, Italia e Grecia – seguite a stretto giro da Francia e Norvegia – sono le più esposte a questo tipo di inquinamento, con Barcellona, Venezia e Palma de Mallorca a farne le spese maggiori, seguite da Civitavecchia e Southampton.

Firmata la Carta Sails da 9 compagnie francesi e un’italiana

Ogni Paese tenta di arginare il problema e di coinvolgere i grandi armatori. A margine del G7 di Biarritz è stata consegnata al presidente francese Emmanuel Macron la carta Sails (Sustainable Action for Innovative and Low Impact Shipping), firmata a fine luglio da 9 compagnie di navigazione francesi e anche dal gruppo italiano Grimaldi, unico tra gli italiani. La carta resta aperta per qualche mese ad altri sottoscrittori. L’iniziativa è stata lanciata dal ministero per la Transizione Ecologica e Inclusiva francese con il sostegno di Armateurs de France. L’impegno è quello di tutelare maggiormente l’ambiente marino, indipendentemente dagli obblighi di legge, e di condurre azioni volontarie quali la riduzione dell’inquinamento atmosferico e dell’impatto sonoro sottomarino delle grandi navi, nell’ambito di collaborazioni più ferree tra settore privato e attori pubblici francesi al fine di una maggiore protezione dell’ambiente marino e costiero.

Nel mondo, alcune città hanno comunque già preso provvedimenti più drastici autonomamente. A Cannes dal 2020 potranno sbarcare nel porto solo passeggeri provenienti da navi il cui olio carburante non contiene più dello 0,1% di zolfo. Santorini ha fissato invece un massimo di 8 mila passeggeri al giorno per arginare effetti come l’erosione delle coste. Venezia, da sempre, cerca una soluzione alternativa al passaggio e all’attracco delle grandi navi da crociera a ridosso centro storico.

Nuovo sistema di sanzioni per chi sfora i limiti di emissioni

È stato intanto reso noto dal nostro ministero per l’Ambiente che è stato firmato dai ministri per gli Affari europei, della Giustizia e dell’Ambiente il decreto che fissa nuove sanzioni al trasporto marittimo nel caso di sforamento dei limiti di emissioni di Co2. Il decreto è attuazione del Regolamento Ue secondo cui gli Stati membri devono mettere a punto un sistema sanzionatorio per il mancato rispetto degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni. L’obiettivo resta comunque quello di una riduzione di tali emissioni, anche appunto attraverso sanzioni crescenti a seconda dello sforamento crescente dei limiti. Entra in gioco con il decreto il Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, che si occuperà di vigilanza e accertamento; le sanzioni invece saranno erogate dal Comitato nazionale per la gestione della direttiva 2003/87/CE e per il supporto nella gestione delle attività di progetto del Protocollo di Kyoto. Il ricavato andrà nelle casse del ministero dell’Ambiente e sarà reinvestito in misure di riduzione delle emissioni.

Immagine di Armando Tondo