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Aggiornato: 14 min 53 sec fa

L’insostenibile leggerezza del Decreto Sicurezza

Lun, 11/11/2019 - 15:00

Il decreto legge chiamato Sicurezza e immigrazione (d.l. 4 ottobre 2018 n. 113, approvato dal Senato il 7 novembre 2018 e convertito in legge 20 giorni dopo) è legge dello Stato da più di 12 mesi.
Fu fortemente voluto dall’allora Ministro degli Interni, che, bontà sua, definì il provvedimento un regalo al Paese fatto di «un po’ di regole e un po’ di ordine».

E malgrado il bon ton imponga che «a caval donato non si guardi in bocca», il «regalo» è stato dettagliatamente esaminato, e sono di questi giorni i dati, resi disponibili dallo stesso Viminale, che ne descrivono la ricaduta i termini di efficacia e risultati. Li hanno raccolti in un rapporto reso pubblico qualche giorno fa Openpolis e ActionAid. Il quadro che ne emerge è a dir poco desolante.

I dubbi, da subito, sull’effettività del decreto

Ci stupiamo? Ma da subito dalla nuova disciplina emergeva una serie di interrogativi e dubbi sull’applicabilità in concreto delle misure adottate.

In particolare, a decreto convertito, su queste pagine Stela Xhunga poneva 4 domande che a suo avviso avrebbe dovuto farsi chi ne era sostenitore. Partiamo da quelle, e vediamo se, a un anno di distanza, quei dubbi erano legittimi.

Con quali soldi il Governo intende rimpatriare gli irregolari?

Non vi è dubbio, la politica dei rimpatri è stata fallimentare; in campagna elettorale Matteo Salvini aveva promesso 600mila rimpatri ma i dati del Viminale danno cifre diverse: 3.299 rimpatri portati a termine a luglio 2019, a oggi ne sono stati disposti 27mila ed eseguiti 5.600. Si tratta di cifre più basse rispetto (non solo alle promesse ma anche) a quanto eseguito nei due anni di governo precedenti (7.383 nell’anno 2017 e 7.981 nel 2018).

Come sottolinea Openpolis, di questo passo, «anche nell’ipotesi impossibile di zero arrivi nei prossimi decenni, occorrerà oltre un secolo e oltre 3,5 miliardi di euro (5.800 euro a rimpatrio) per rimpatriarli tutti». 

Tre miliardi e mezzo di euro! Per rimpatriarli tutti… Già, tutti. Ma quanti sono?

Immigrati irregolari: la «sicurezza» è il loro numero in aumento

Come emerge dallo studio sopra citato – che, sia detto tra parentesi, risulta una fonte straordinaria di dati – le nuove norme, nate per l’espressa volontà di contrastare la cosiddetta “emergenza migranti”, concorreranno «paradossalmente a crearne un’altra, quella degli irregolari presenti sul nostro territorio».  Si stima infatti che il numero degli irregolari potrà arrivare a 680mila entro il 2019 e superare i 750mila a gennaio del 2021.

È questa la conseguenza più immediata ed evidente dell’abolizione della protezione umanitaria, che diventa così una vera e propria emergenza di cui occorrerà farsi carico da subito. L’abrogazione dell’istituto del permesso di soggiorno per motivi umanitari (art. 1 del decreto) si è tradotta infatti nell’aumento immediato della percentuale dei “diniegati” (coloro ai quali viene negato il riconoscimento di una forma di protezione internazionale), che passano dal 67% nel 2018 all’80% nel 2019: in numeri assoluti 80mila persone che rischieranno di essere estromesse dal sistema e destinate ad aggiungersi alla popolazione degli irregolari.

Il permesso per motivi umanitari, che durava fino a 2 anni, portava con sé importanti effetti: consentiva l’accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza sociale e all’edilizia residenziale. Che ora vengono meno. E si arriva così a rispondere a un’altra delle domande da noi poste un anno fa.

Che fine faranno gli operatori che lavorano regolarmente nell’accoglienza?

Verranno licenziati.

Il 31 dicembre scadranno infatti i finanziamenti destinati ai progetti di accoglienza del Sistema “diffuso” di protezione per richiedenti asilo e rifugiati in Italia (gli Sprar, gestiti con i Comuni). Questi sono stati fortemente ridimensionati, e oggi i richiedenti asilo sono affidati ai nuovi Cas (gestiti dalle prefetture) che garantiscono di fatto solo vitto e alloggio, senza alcuna previsione di servizi per l’inserimento economico e sociale (a cominciare, per esempio, dall’insegnamento della lingua italiana).

Cancellati i centri di accoglienza, viene meno anche una lunga lista di figure professionali: si stima che resteranno senza lavoro circa 18 mila persone tra infermieri, assistenti sociali, psicologi, mediatori culturali e insegnanti, quasi tutti giovani e laureati.

Come è stato scritto: «Una bomba sociale, che supererebbe anche il buco occupazionale che potrebbe crearsi con la chiusura dell’ex Ilva» di cui tanto si parla in questi giorni.

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Photo by WillSpirit SBLN 

Bronchioliti nei bambini: il rischio aumenta se l’aria è inquinata

Lun, 11/11/2019 - 13:27

Lo sviluppo delle bronchioliti nei bambini è anche colpa dell’inquinamento atmosferico che, oltre a provocare un peggioramento dei sintomi, accresce il rischio di sviluppare questa malattia virale infantile. A sostenerlo è uno studio dell’Università di Padova condotto da Elisa Gallo, dottoranda di ricerca in Medicina sperimentale e traslazionale.

I più piccoli rischiano di più

Dopo aver confrontato nell’ultimo decennio oltre 200 mila accessi al pronto soccorso pediatrico con i dati di inquinamento da polveri sottili (PM10 e PM2,5), gli studiosi hanno identificato un incremento del rischio di sviluppare la bronchiolite in funzione dell’esposizione all’aria inquinata. La bronchiolite è un’infezione virale dei bronchioli che porta i più piccoli ad avere grosse difficoltà respiratorie: «Negli ultimi anni – spiega Gallo – il legame tra inquinamento atmosferico e patologie respiratorie nei bambini è diventato sempre più evidente: in particolare nei lattanti, il cui sistema immunitario è ancora in via di sviluppo e il rischio di contrarre infezioni risulta elevato».

Cos’è la bronchiolite

Come si legge sul sito dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, la bronchiolite è un’infezione virale acuta che colpisce il sistema respiratorio dei bambini di età inferiore a un anno con maggiore prevalenza nei primi 6 mesi di vita. L’agente infettivo più coinvolto (nel 75% circa dei casi) è il virus respiratorio sinciziale (VRS) ma anche altri virus possono esserne la causa (metapneumovirus, coronavirus, rinovirus, adenovirus, virus influenzali e parainfluenzali). La trasmissione dell’infezione avviene primariamente per contatto diretto con le secrezioni infette. La fase di contagio dura tipicamente da 6 a 10 giorni. L’infezione interessa bronchi e bronchioli innescando un processo infiammatorio, aumento della produzione di muco e ostruzione delle vie aeree con possibile comparsa di difficoltà respiratoria. Fattori che aumentano il rischio di maggiore gravità di questa infezione virale sono la prematurità, l’età del bambino inferiore alle 12 settimane di vita, la compresenza di altre patologie come cardiopatie congenite, fibrosi cistica, anomalie congenite delle vie aeree e immunodeficienze.

Leggi anche: Se l’inquinamento aumenta, la memoria invecchia

Le polveri sottili

Le polveri sottili sono delle particelle inquinanti presenti nell’aria che respiriamo. Vengono classificate secondo la loro dimensione che ne può determinare il diverso livello di nocività: infatti più queste particelle sono piccole, più hanno la capacità di penetrare nell’apparato respiratorio. Se le PM10 (diametro inferiore a 10 µm) possono essere inalate e penetrare nel tratto superiore dell’apparato respiratorio, dal naso alla laringe, le PM2,5 (diametro inferiore a 2,5 µm) possono spingersi nella parte più profonda del sistema respiratorio, fino a raggiungere i bronchi. «L’associazione con PM10 e PM2,5 si è vista in particolare nelle giornate associate alla comparsa dei primi sintomi, indicando pertanto che l’esposizione dei lattanti alle polveri sottili nel momento in cui questi manifestano già i primi sintomi quali tosse e fatica a respirare, potrebbe aggravare la loro condizione con un peggioramento dei sintomi, comportando nei casi più gravi anche il ricovero ospedaliero».

Lo studio verrà presentato il prossimo dicembre al convegno annuale della Risk Analysis Society ed è frutto della collaborazione tra l’Unità di Biostatistica, Epidemiologia e Sanità Pubblica, l’Unità  Operativa Complessa Pronto Soccorso Pediatrico, il Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino e l’ Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto (ARPAV).

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Il compleanno è un diritto!

Lun, 11/11/2019 - 11:40

La torta, le candeline, qualche addobbo, per le famiglie povere anche le feste di compleanno per i figli possono rappresentare un lusso che non ci si può permettere e allora ecco una bella iniziativa: il compleanno sospeso.

Energie Sociali Jesurum e assessorato alle Politiche sociali del Comune di Milano da cinque anni portano avanti il progetto “Diritto al Compleanno

In particolare quest’anno sono state organizzate 150 feste.

«Ci siamo resi conto che molte famiglie, sempre di più, non possono organizzare i compleanni. Ci abbiamo ragionato con l’assessorato alle Politiche Sociali e abbiamo pensato che per un bambino il compleanno è uno dei momenti fondamentali di gioia. Per questo abbiamo voluto regalare a tutti i bambini che lo hanno chiesto e lo chiederanno la felicità di sentirsi speciale nel giorno in cui diventano più grandi. Il concetto di dignità dei genitori e di dignità delle persone è il volano che ci ha mossi, un diritto primario e fondamentale a cui nessuno deve rinunciare», spiega Michela Jesurum, fondatrice di Energie Sociali Jesurum a Antonietta Nembri per Vita.it

Il compleanno sospeso ormai è diventato una tradizione a Milano a cui collaborano anche la Fondazione Cariplo la Coop Lombardia oltre ad anonimi benefattori e famiglie.
Energie Sociali Jesurum pensa e provvede a tutto: dalla sala alle candeline, dal dolce alla musica, dagli animatori allo stesso regalo per i festeggiati se arrivano più richieste per le stesse giornate e se i bambini sono nella stessa fascia di età organizza festeggiamenti comuni.

Quest’anno i compleanni sono stati organizzati nelle case popolari del Municipio 8 mettendo insieme bimbi e anziani: «Le politiche sociali non possono e non devono fermarsi al soddisfacimento dei bisogni essenziali dei cittadini in difficoltà, ma anche occuparsi di portare socialità nei quartieri e garantire il diritto di tutti ad avere una vita dignitosa» ribadisce Michela.

Gli obiettivi per il 2020 sono da un lato di coinvolgere al progetto tutte le Case Popolari dei Municipi di Milano e, dall’altro, di estendere l’iniziativa ad altri Comuni di Italia.

Se volete regalare un intero compleanno potete contattare Energie Sociali Jesurum (info@jesurumenergiesociali.org oppure tel. 02 58309628).

Auguri a tutti!

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Foto di Steffen Zimmermann da Pixabay

Zen Occidentale con Jacopo Fo

Lun, 11/11/2019 - 09:21

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Regola n. 1: investire nell’economia globale

Lun, 11/11/2019 - 07:03

Oggi vediamo la prima delle tre buone abitudini finanziarie per affrontare il processo di investimento dei risparmi

Riprendiamo il discorso avviato due settimane fa sul tema delle 3 regole basiche da seguire per avere un giusto comportamento nei confronti dei processi di investimento dei propri risparmi.

La prima regola si basa su un assioma, spesso confutato da pregiudizi o ignoranza: investire nell’economia globale.

Investire nell’economia globale e non in settori, singoli titoli o mode del momento, è il primo passo per un investimento efficiente. Provo a spiegarmi meglio.

La costante e continua crescita economico-sociale e tecnologica della civiltà umana è l’unica cosa di cui siamo certi da cinquemila anni a questa parte. Le condizioni economiche globali sono in costante miglioramento, e non si prevedono rallentamenti. E la crescita della ricchezza globale nei prossimi decenni sarà accompagnata dallo sviluppo di tecnologie che miglioreranno di gran lunga la qualità delle nostre vite.

Dal 1990 al 2015 la popolazione in condizioni di povertà estrema nei Paesi in via di sviluppo si è molto ridotta, passando dal 47% al 14%.

Anche il numero di persone che ha accesso all’acqua potabile è quasi raddoppiato, da 2,3 a 4,2 miliardi, chiaro segno di un’economia in forte crescita e di un benessere mondiale sempre più diffuso.

La dispersione scolastica si è ridotta a 57 milioni di bambini, confermando le migliorate condizioni di vita. (Spesso la dispersione è dovuta alla necessità per le famiglie povere di far lavorare i bambini fin da piccolissimi, sottraendoli così alla scuola.)

Questi dati mostrano due cose

1. La percezione che abbiamo del mondo spesso è condizionata dal nostro microcosmo: quanti in Italia sarebbero disposti a scommettere che negli ultimi decenni a livello globale si è avuta una crescita economica importante?

2. Le buone notizie non fanno mai notizia. In questi decenni pochissimi organi di informazione hanno posto l’accento sull’enorme crescita di ricchezza che si è registrata nel globo, trainata soprattutto dai Paesi in via di sviluppo.

La spinta all’evoluzione e alla crescita economica nei secoli, però, non è dipesa sempre dalla stessa area geografica, ma si è spostata costantemente in funzione di moltissimi fattori, non ultimo quello demografico.

Se oggi vi chiedessi qual è l’area del mondo a maggiore crescita e sviluppo tecnologico, sicuramente pensereste a India, Cina eccetera, cioè Paesi che vent’anni fa erano considerati poco affidabili sia economicamente sia in termini di stabilità politica e sociale, e che oggi invece rappresentano il motore economico del pianeta. Basti pensare che, secondo le previsioni, nel 2030 l’86% della forza lavoro sarà concentrata in queste aree.

Ecco allora che investire nell’economia globale diventa un modo per agganciarsi a questa crescita e produrre valore nei vostri investimenti. L’Italia o l’Europa sono solo province del riferimento geografico di un investitore. Per far rendere i vostri investimenti dovete chiedere al vostro consulente: «Mi fa vedere qualche prodotto che investe nel mercato globale?»

Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… scusa, è più forte di me”

Dom, 11/10/2019 - 08:00

Oggi ho voglia «de fà ‘na cazzata».

Che so: aprire una mail con allegato dal titolo «Non credevo fosse possibile», mandare un messaggio a un ex fidanzato con scritto «ti ho sognato», definire «maschio» un gioco ricco di agonismo…

Sono tanti i comportamenti che oggi vengono messi in atto apparentemente senza pensare. E che proprio dietro questa mancanza di premeditazione credono di trovare una attenuante. Comportamenti individuali e sociali dalle ricadute importanti e che, spesso, vengono invece minimizzati.

Vediamone alcuni, più o meno seri:

Lui e lei sono in macchina

Uno/a dei due guida, l’altro/a è a fianco.
«Perché passi di qua? Non avremmo fatto prima di là? Attento/a a questo. Accelera, frena. Perché non hai parcheggiato qui? Vai lì».
Ci sarà un motivo per cui le bambine giocano a “mamma e figlia” o perfino al dottore (quale bambino ama andare dal dottore?!?) ma mai a “mamma e papà”!
#NonProvateArifarloAcasa
#TieniLaDestra
#PoiDiceCheUnoSiButtaAsinistra

«Io non sono razzista ma…»

«…ma quando vedo che al Pronto Soccorso devo aspettare 4 ore perché è pieno di immigrati…»
Notizia: sì, sei razzista. Perché il problema non sono gli immigrati, ma il malfunzionamento del Sistema Sanitario. Quindi la colpa è della Politica e dell’Amministrazione. Cerchi qualcuno con cui prendertela? #PrimaGliItaliani #CèUnMedicoInSala #DalRazzismoSiGuarisce

«Scusi, ma ci ho messo un attimo!»

Questa è solo la prima delle innumerevoli frasi sbrigative da evitare se avete parcheggiato in doppia fila e qualcuno sta suonando il clacson per tentare di uscire dal suo legittimo parcheggio. Anche perché, con tale gesto, state dichiarando che il vostro tempo valga più di quello dell’altro. Si sconsiglia anche:
– «e che sarà mai»
– «non c’è bisogno di fare tutto questo rumore»
– «guardi che con un po’ di fatica sarebbe uscito»
#UnPoDiFaticaMiaMicaTua
#AquantoPareCeraBisogno #IlRumoreDiUnaChiaveSulloSportelloFaPiùMale

«So che non dovrei dire questa cosa ma…»

Affermazione tipica genitoriale, ma non solo: So che questa cosa ti fa arrabbiare ma… So che questa cosa ti fa soffrire ma… L’errore sta nel “ma”. Ripetiamo insieme: «So che questa cosa non dovrei dirla.. e infatti non te la dirò»
#Amen
#RipetiamoInsieme
#AscoltaciOSignore

«Lavali col fuoco!»

Signore e signori… la discriminazione territoriale! Argomento di stretta attualità.
Per anni abbiamo cantato “Un solo grido, un solo allarme, Milano in fiamme” e nessuno ha mai creduto che, in cambio di un solo, economico cerino, avremmo acquistato a nostre spese un biglietto del treno, raggiungendo anche Torino. Però c’è un però.
Col passare del tempo, abbiamo capito che la lingua – oltre a raccontare la realtà – la disegna anche. Ne struttura forme e valori.
Non si tratta di tifare per il Vesuvio in un derby tutto napoletano tra uomo e natura, è ovvio, ma “solo” di essere chiamati a essere migliori.
#OBbuonoèBbuonoMaOmeglèMegl
#AlèOoAlèOo

«Ti ho picchiato/a ma…»

… non l’ho fatto apposta.
Ti ho insultato/a, ferito/a ma ero solo arrabbiato/a.
Comportamento messo in atto da uomini e da donne. Si sottovaluta spesso il maltrattamento agli uomini, in casa. La manipolazione e le offese femminili nei confronti degli uomini, pari a quelle a generi inversi.
E spesso i maschi non raccontano né denunciano le forme di violenza perché vittime degli stereotipi culturali che li imprigionano.
Chi ti ama non ti insulta, non ti umilia, non ti ferisce. In nessuna forma, men che meno reiterata. Mai.
#PariOpportunitàAnchePerGliUomini
#AmateEAmatevi
#LasciateChiNonViAmaEAmereteVoiStessiDiPiù #ScusaSeTiChiamoAmòEPoiMeNeVo

Oggi ho voglia non solo di evitare «’na cazzata», ma anche di fare una cosa allegra e positiva, figlia dell’istinto e del pensiero: binomio che ci rende esseri meravigliosi. E quindi, che so, scardinare una mia pigrizia figlia del «ho sempre fatto così» e provare a essere migliore di ieri, per esempio…
Ok, ok, e parcheggerò anche meglio, lo giuro.

La magia esiste: la caduta del Muro di Berlino

Sab, 11/09/2019 - 11:00

In certi momenti ti viene da credere che la magia esiste
Me lo sono sempre chiesto: come mai nessuno ha sparato al primo matto che si è arrampicato sul Muro di Berlino?
Un alto papavero del regime della Germania Est aveva risposto in modo confuso alla domanda di un giornalista televisivo e dalle sue parole era sembrato che i cittadini potessero andare a Berlino Ovest. Così migliaia di persone si erano recate ai varchi di frontiera del Muro per vedere se era vero che si poteva passare liberamente. La frontiera era chiusa.
Però in città continuava a girare la voce che in realtà era aperta e arrivava altra gente.
A un certo punto lungo il Muro si era radunata una folla imponente: erano decine di migliaia.
Un ragazzo si arrampica sul Muro. La polizia di frontiera non reagisce. Com’è che non gli hanno sparato?
I soldati erano lì armati, con i mitragliatori spianati. Per quarant’anni tutti quelli che si erano anche solo avvicinati al Muro li avevano crivellati di proiettili senza problemi. Ma quella sera c’era tanta folla, e voci sulle dichiarazioni del ministro…
E quel pazzo si è arrampicato e si è messo a gridare. E il soldato più vicino non gli ha sparato, e l’altro soldato ha detto tra sé : «Se non gli spara lui non gli sparo nemmeno io.» E l’ufficiale che doveva tirare in testa al soldato insubordinato ha pensato: «Io non gli sparo
E allora tutti i duemila soldati appostati sulle torrette hanno pensato «Io non sparo». E il colonnello è uscito dalla guardiola, ha visto dieci ragazzi sul Muro e ha pensato: «Faccio finta di niente ». E quando sono arrivati con i picconi e hanno iniziato a tirare giù il Muro del dolore quelli dell’aviazione hanno detto: «Dobbiamo andare a bombardare la folla e le caserme dei soldati che non hanno sparato sulla folla». Ma nessun aereo si è alzato in volo.

Facciamola finita con la dittatura!

E della gente a Praga, a Bucarest, a Leningrado ha detto: «È crollato il Muro di Berlino: l’hanno abbattuto a mani nude e nessuno ha avuto il coraggio di sparare! Andiamo a tirar giù le statue di Stalin e di Lenin e facciamola finita con questa dittatura di merda!».
E il giorno dopo l’impero sovietico non c’era più: milioni di soldati armati di bombe atomiche sono stati sconfitti da un ragazzo che è salito su un muro. E magari quello lì era pure un pirla ciclopico che non aveva neanche capito cosa stava facendo per via che era ubriaco fradicio di birra di pessima qualità. Ma non importa.
La magia non va tanto per il sottile. La situazione era matura e allora è stato sufficiente un gesto perfetto per rovesciare il mondo e buttare via mille miliardi di tonnellate di immondizia morale in un solo secondo.
Dio è così. Esagerato. E a volte i miracoli succedono veramente.

Questo brano è tratto dal libro Superman si è schiantato di Jacopo Fo edito da Guanda, 2017

Attenzione alle bevande zuccherate: berne troppe potrebbe aumentare il rischio di morte

Sab, 11/09/2019 - 07:00

Che le bevande zuccherate non facciano bene alla salute è ormai noto. I medici di base per quanto concerne gli adulti, e i pediatri per quanto riguarda bambini e ragazzi, lo ripetono ogni giorno ai loro assistiti: come fonte di idratazione l’acqua è insostituibile, e le bevande che contengono zuccheri aggiunti rappresentano un rischio per la salute. Un pericolo anche molto alto, secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che in un recente studio ha esaminato l’associazione tra il consumo totale di soft drink (bevande analcoliche con aggiunta di zucchero o di dolcificanti ipocalorici) e la mortalità per varie cause, rilevando che bere due bicchieri al giorno di bevande dolcificate aumenta il rischio di mortalità dell’8% (per le bibite zuccherate) e del 26% (per quelle con dolcificanti artificiali) rispetto a consumare queste bibite in modo molto più moderato (meno di un bicchiere al mese).

Due bicchieri al giorno

La ricerca, pubblicata sulla rivista JAMA Internal Medicine, ha visto coinvolte quasi 452 mila persone di 10 Paesi europei con 51 anni di età media che sono state seguite mediamente per più di 16 anni grazie allo studio European Prospective Investigation in Cancer and Nutrition (EPIC). Nel corso dello studio si sono verificati oltre 41 mila decessi: dall’analisi dei dati è emerso che rispetto ai partecipanti che negli anni avevano bevuto meno di un bicchiere di bibite zuccherate o dolcificate artificialmente al mese, i partecipanti che avevano consumato due o più bicchieri al giorno di queste bevande correvano un maggiore rischio di morte per tutte le cause.

Malattie cardiovascolari e digestive

Sono state in particolare rilevate associazioni tra l’assunzione di due o più bicchieri al giorno di bevande analcoliche addolcite artificialmente e decessi per malattie cardio-vascolari, e tra il consumo quotidiano di un bicchiere o più di bevande analcoliche con zuccheri aggiunti e morti per patologie legate all’apparato digerente, in entrambi i casi sempre rispetto al consumo di un solo bicchiere al mese.

In un’intervista all’Ansa Neil Murphy della Iarc con sede a Lione, uno degli autori dello studio, ha spiegato che «l’osservazione che impressiona della nostra ricerca è che abbiamo riscontrato associazioni col rischio di morte per varie cause sia per quanto concerne le bibite zuccherate, sia per quelle dolcificate artificialmente». I possibili meccanismi in grado di spiegare tali associazioni sono diversi per i due tipi di bibite, spiega lo studioso: nel caso di quelle zuccherate è soprattutto l’eccesso di calorie che contribuisce all’attivazione di meccanismi nocivi per la salute, tra cui l’aumento della glicemia che porta a lungo andare a insulino-resistenza, infiammazione, aumento di peso e obesità. Per quanto riguarda le bibite con dolcificanti artificiali i meccanismi sono invece meno chiari, e necessitano di ulteriori studi. In ogni caso, conclude l’autore, per quanto si tratti di uno studio osservazionale (in cui cioè il ricercatore si limita a registrare – osservare – quello che avviene nella realtà, ndr), «i risultati danno sostegno alla validità di iniziative di salute pubblica volte a ridurre il consumo di queste bibite».

Cosa dicono i produttori?

Secondo Assobibe, l’associazione che in Confindustria rappresenta le imprese che producono e vendono bevande analcoliche in Italia, «trattandosi di studio osservazionale non è possibile stabilire un nesso causale tra consumo di soft drink e mortalità» e che a causa di questa metodologia «le osservazioni possono essere distorte». Assobibe ricorda che i soft drink «sono considerati sicuri dalle principali autorità sanitarie del mondo, compresa l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, così come gli edulcoranti ipocalorici e non calorici». In ogni caso, precisa l’associazione, «l’industria riconosce di avere un ruolo nel combattere l’obesità e l’aumento di peso, ed è il motivo per cui ha intrapreso la via della riduzione di calorie e zucchero». 

Immagine di Armando Tondo

Aerei, studio: “Più che il clima, danneggiano le persone: costano 16mila vite l’anno”

Ven, 11/08/2019 - 17:09

Le emissioni degli aerei in volo costituiscono il 5% dell’inquinamento totale alla base dei cambiamenti climatici in corso. Ma, a parte questo, il danno che creano direttamente inquinando l’aria si stima intorno alle 16mila morti precoci ogni anno. Gli scienziati dell’Istituto di tecnologia del Massachussets, guidati da Sebastian Eastham, hanno pubblicato uno studio volto a isolare le sostanze più tossiche prodotte dal trasporto aereo al fine di elaborare soluzioni per ridurne la portata.

Lo studio ha identificato nell’ossido di azoto (NOx) l’agente chimico maggiormente inquinante. Successivamente ha sviluppato tutta una serie di parametri per confrontare gli impatti sul clima e sulla qualità dell’aria delle emissioni del trasporto aereo in tutte le fasi del volo, stimando i costi sociali per unità di inquinante emesso, scoprendo che l’impatto sul clima è circa la metà rispetto ai danni diretti sulla salute delle persone. Le metriche dei costi sono state suddivise per fase di volo – crociera, atterraggio e decollo – a seconda della regione geografica di emissione, dei chilogrammi di emissione e di carburante bruciato.

Hanno valutato i livelli di qualità dell’aria applicando la desolforazione del carburante per i jet. I risultati mostrano che tre componenti sono responsabili del 97% dei danni del trasporto aereo all’ambiente e alla qualità dell’aria. Infatti l’ossido di azoto incide per il 58%, la CO2 per il 25% e le scie di condensazione per il 14%. Hanno notato in particolare che la fase della crociera in volo incide con l’86% di emissioni di NOx sull’ambiente, rispetto ai cicli di atterraggio e decollo. È chiaro quindi che la valutazione delle emissioni di queste componenti è cruciale per studiare soluzioni per ridurne la portata inquinante.

Viaggiare in aereo è dunque la scelta meno green che si possa fare, molti stati hanno provveduto ad applicare ecotasse sugli aerei così come per i treni.

Il treno al momento si conferma il mezzo meno inquinante di tutti e può seriamente sostituire l’aereo in molte occasioni. Ieri Italo ha annunciato di aver firmato un prestito bancario per la riconversione green di €1.1 miliardi. È una buona notizia, considerato che già il 98% dei materiali utilizzati nella produzione dei treni Italo è riciclabile e viaggiando ad esempio da Roma a Milano, si risparmia il 79% di emissioni di CO2 rispetto all’utilizzo dell’automobile e l’85% rispetto all’aereo

Leggi anche:
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https://www.peopleforplanet.it/ecotassa-sugli-aerei-cosa-cambia-tra-gli-stati-europei/
https://www.peopleforplanet.it/ministro-fioramonti-tassa-su-bibite-gassate-merendine-e-aerei-buona-idea-in-molti-paesi-e-legge/
https://www.peopleforplanet.it/si-puo-volare-con-aerei-100-elettrici/

Photo by tangi bertin on Unsplash

Prescrizione di antibiotici: Italia al secondo posto tra i Paesi Ocse

Ven, 11/08/2019 - 15:43

Per l’Italia un (quasi) primato di cui non andare fieri: il nostro Paese si piazza in seconda posizione per prescrizione di antibiotici tra i Paesi dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. La notizia arriva dall’ultimo rapporto “Health at a glance” edizione 2019, che fornisce e compara i dati più recenti e le varie tendenze su diversi aspetti delle prestazioni dei sistemi sanitari nell’area Ocse, mettendo in evidenza le differenze in termini di indicatori dello stato di salute e dei rischi per la salute. Nel rapporto si legge che nel nostro Paese la prescrizione di antibiotici attraverso i servizi territoriali è la seconda più alta fra i paesi Ocse, contribuendo potenzialmente a tassi più elevati di antibiotico-resistenza.

Altre due note dolenti

L’Ocse lancia dunque un appello all’Italia affinché riduca la prescrizione eccessiva di antibiotici, per cercare di non accrescere ulteriormente il rischio di sviluppo dell’antibiotico-resistenza. Altre due note dolenti che emergono sono connesse al vizio del fumo – in Italia secondo il rapporto fuma giornalmente un adulto su cinque – e alla percentuale di bambini in sovrappeso, che è la seconda più alta nei paesi Ocse.

Il rapporto, però, riporta anche alcune buone notizie.    

Italia quarta per aspettativa di vita

Quanto alle buone notizie, dal rapporto emerge che nell’area Ocse l’Italia ha la quarta più alta aspettativa di vita (83 anni), per di più a fronte di una spesa sanitaria inferiore alla media. Le morti premature nel nostro Paese sono poche, 143 decessi per cause prevenibili ogni 1000 persone rispetto a una media Ocse di 208.

Stile di vita sano

Per quanto riguarda lo stile di vita gli italiani non vanno male, con un consumo di alcol piuttosto contenuto e una più bassa percentuale di ‘bevitori dipendenti’ rispetto agli altri Paesi Ocse, e una relativamente bassa percentuale di adulti in sovrappeso o obesi (46%, rispetto alla media del 56%). Anche per quanto concerne la personale percezione dello stato di salute meno del 6% degli italiani valuta la propria salute ‘non buona’ rispetto a una media Ocse dell’8,7%.

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Milano: «Scusaci, Giacomo, per non aver fatto abbastanza per te»

Ven, 11/08/2019 - 14:53

8 anni fa in via Solari a causa di un’auto in divieto di sosta moriva sulla sua bicicletta investito da un tram Giacomo Scalmani, di 12 anni. Oggi Giacomo avrebbe 20 anni.

Cosa è stato fatto da allora per migliorare la sicurezza stradale a Milano, soprattutto per pedoni e ciclisti? NIENTE.

E lo dicono i numeri. Nel 2018 a Milano 26 pedoni sono morti sulle nostre strade, 7 vite spezzate in più rispetto al 2017. E questo è inaccettabile per una città che nel suo Piano Urbano della Mobilità proclama la “visione zero”, cioè zero morti sulle strade.
D’altronde in via Solari parcheggiare pericolosamente in divieto era una prassi tollerata (e i vigili lo ammisero a loro difesa: “Il Comune ci diceva di non fare multe alle auto in sosta vietata per non irritare i residenti
, ndr), con le auto così invasive da parcheggiare persino sui fiori messi per Giacomo.
Almeno la corsia protetta del tram, promessa dall’amministrazione comunale ma mai realizzata, avrebbe impedito fisicamente la sosta vietata, ma la paura per le “proteste” ha fatto
accantonare il progetto.

Scusaci Giacomo. Scusaci per non aver fatto abbastanza per te prima, e poi per tutti gli altri dopo”.

La rabbia sui social

Questo sopra è il post Facebook, di quelli capaci di gelare il sangue, pensato dall’associazione Genitori Anti Smog, molto attiva nella capitale europea delle morti da polveri sottili, per ricordare in questi giorni il ragazzino che morì nel tentativo di usare le strade della sua città. Via Solari, a Milano, allora come ora, come moltissime strade milanesi, è resa pericolosa dalle (troppe) auto, spesso parcheggiate in seconda fila. Per superarle si è costretti a portarsi nel centro della carreggiata, e se si è molto giovani, o distratti, può succedere, allora come ora, di restare schiacciati dal tram che sopraggiunge alle tue spalle.

Tram, sottolineano gli utenti nei commenti, che nelle città sono “assolutamente transennati! Un tram non può frenare all’improvviso e tanto meno sterzare! Qui sempre solo parole parole parole”.

La mobilità ciclabile è la grossa delusione di questa amministrazione, ottima per molte altre cose. Manca il coraggio di fare le scelte, nonostante i proclami del Comune di Milano”, è il commento di un altro utente che inutilmente tagga il Comune per una risposta.

Altri cercano di richiamare l’attenzione su altre zone pericolose. La zona Giambellino/Bellini, via Paolo Sarpi, resa pedonale ma piena di taxi che sfrecciano tra pedoni e ciclisti. “Questa giunta su questi temi sta facendo poco e male!” è il coro degli utenti. “È veramente terribile, girare in bicicletta a Milano è sempre più pericoloso. Ed è scandaloso che nemmeno hanno fatto una pista ciclabile in via Solari, se non fosse altro per il rispetto della memoria di questo povero ragazzino. Mi ricordo come ieri questo incidente, tutta la città ne era scioccata!!! E cos’è cambiato? NIENTE!
Comune di Milano: FATE QUALCOSA!!!!”

“Quando chiedi per 12 anni una ciclabile in una via e dopo mille tira e molla nel PUMS scrivono di fare dei “dehors” cosa dobbiamo pensare noi della politica medioevale del PD a Milano sul tema biciclette?”.

“Ci dicevano di non fare multe in via Solari” – ricorda nuovamente un altro utente Facebook la giustificazione dei vigili per la prassi tollerata dal Comune di parcheggiare in seconda fila –.

“Grida scandalo la decisione del Comune di rinunciare alla realizzazione della progettata corsia protetta per il tram in via Solari, esattamente a due anni dalla morte di Giacomo Scalmani, un ragazzino di 12 anni che in bici, per evitare la portiera di un’auto parcheggiata in sosta vietata, fu travolto e ucciso da un tram. Se ci fosse stata la corsia protetta quell’auto non avrebbe avuto lo spazio fisico per essere lì, neanche in divieto…” Ma la corsia non c’era, e in otto anni la sua progettazione si è persa nel mare dei buoni propositi.

Una città senza controlli per le auto

A confermare che nella città più europea d’Italia, quella dove tutto funziona e spostarsi è facile (rispetto ad esempio a Torino o Roma), le cose non vadano affatto bene, arrivano anche i dati di Ciclobby, che vedono un deciso -8% nel numero di ciclisti in circolazione. Come già accennato da GenitoriAntismog, nel 2018 sono stati ben 26 i pedoni investiti e uccisi sulle strade milanesi e 1.400 feriti, a cui si aggiungono i ciclisti di cui ancora non è dato conoscere il numero.

Per capire come mai questo succede, basti considerare i dati della società di ingegneria TRT trasporti, che ha stimato che solo il 3% del totale dei 2,8 milioni di auto/mese in divieto di sosta viene sanzionato, ma finché questa situazione continuerà a essere tollerata, difficilmente ci potranno essere miglioramenti. Nell’ultima classifica di Cantar, Milano se la spassa, quando si parla di mezzi pubblici. Siamo ottavi al mondo. “ma scende drasticamente dietro ai vicini d’oltralpe da Parigi ad Amsterdam a Londra, quando si valuta il sistema dei trasporti integrati dal punto di vista ambientale, a causa dell’alta percentuale di viaggiatori che scelgono di viaggiare in auto, soli (24.4%)”. Sono i mezzi privati, tanti, indisciplinati e impuniti, il grosso problema di Milano.

Una strada di Milano aggiunta a commento del post di Genitori Antismog sulla morte del piccolo Giacomo

Questo per parlare delle basi di una convivenza civile. Poi, nel caso il Comune di Milano dovesse decidere di farsi competente in materia, potrebbe informarsi su come sia facile, ed economicamente vantaggioso, rendere le strade migliori per tutti, salvaguardando la nostra sopravvivenza.

In memoria di Giacomo, e per una Milano migliore, l’Associazione Genitori Antrismog invita tutti alla marcia non competitiva “Stracarloporta” il 10 novembre, domenica.  

I 10 migliori film di Totò

Ven, 11/08/2019 - 11:00

Il principe De Curtis in arte Totò ha interpretato come protagonista ben 97 film, rari quelli come “partecipazione straordinaria”. In nove partecipa ad episodi, ma alcuni sono stratosferici, infatti due li ho messi in top ten, in una scelta difficile e che forse da tutti non sarà condivisa perché ognuno ha il suo totoismo. Massacrato dalla critica (con poche eccezioni) al massimo del successo, rivalutato dopo la sua morte, amatissimo dal pubblico di ieri, di oggi e sicuramente di domani. La sua icona adorna caffè, barbieri, ristoranti, pizzerie, salotti a dimostrazione di essere una figura nazionale di riferimento con il suo eversivo linguaggio e una mimica rimasta insuperabile. Quando non c’era YouTube ripetevamo a memoria dialoghi e macchiette. Oggi lo vediamo e lo rivediamo continuando ad esorcizzare i mali della vita con le sue sane risate. Questi i suoi migliori dieci film. A prescindere dalle pinzillacchere.

TOTO’, PEPPINO E LA MALAFEMMINA di Camillo Mastrocinque,1956

Capolavoro assoluto di comicità in sodalizio con Peppino De Filippo una delle sue migliori spalle di sempre, non a caso citato nel titolo (il successo dede vita ad un serie di Toto, Peppino e…). Nato attorno alla celebre canzone di Totò, si sviluppa come viaggio dei due fratelli Caponi stralunati meridionali e campagnoli che vanno con la sorella a redimere Teddy Reno nella Milano del boom. La dettatura della lettera è probabilmente la scena più comica del cinema italiano. Indimenticabile anche l’arrivo a Milano vestiti da cosacchi. Ma il film è un divertimento continuo sia che si metta alla berlina un ghisa milanese di piazza Duomo o che si lancino pietre al vicino. Una sorta di rivincita della questione meridionale.

TOTO’ A COLORI di Steno, 1952

Primo film italiano a colori che il papà dei Vanzina magnifica con una strepitosa antologia di sketch che Totò aveva reso popolare negli spettacoli di rivista che avevano attraversato in lungo e in largo la penisola. Battute epocali che ancora si citano, sberleffi alla politica (l’onorevole nel treno), ma anche agli esistenzialisti d’epoca con il celebre sputo nell’occhio. Totò è anche un Pinocchio snodato e metafisico che avrà dato da pensare a quello di Garrone prossimo venturo. Strepitoso finale funambolico con Totò nei panni da direttore d’orchestra. Ha tramandato il regista: “Non era il caso di stare a fare della regia. Fu come se avessi dato la macchina da presa in mano a Totò. I suoi tempi erano perfetti”.

UCCELLACCI E UCCELLINI di Pier Paolo Pasolini, 1966

Totò, salvo l’eccezione non riuscita da Rossellini con “Dov’è la libertà”, era sempre stato schivato dagli autori ma in questo film ottiene un protagonismo da cineteca trovandosi ad essere il papà di Ninetto Davoli in uno dei film più intensi nella riflessione pasoliniana. Totò il comico, una sorta di Charlot napoletano cammina con il ragazzo di vita conosciuto per caso da Pier Paolo sul set della “Ricotta” di cui è mentore innamorato. Sono i due eroi , che di cognome fanno simbolico “Innocenti”, in un film saggio che resta a futura memoria . Li segue un corvo che ha la voce del poeta Leonetti che racconta loro la storie di fraticelli francescani che trovano narrazione filmica negli stessi attori. Il volatile ammonisce i due viandanti in un on the road di metaforico impatto.

GUARDIE E LADRI di Steno e Monicelli, 1951

Due grandi registi e un pugno di strepitosi sceneggiatori (Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Ruggero Maccari) plasmano il miglior Totò neorealista in coppia con Aldo Fabrizi (anche sceneggiatore) maresciallo panzone che insegue il ladro Ferdinando Esposito. Le loro famiglie diventano amiche come poteva essere al tempo con grande umanità. Carlo Delle Piane figlio di Totò, Ave Ninchi la moglie di Fabrizi in una girandola di gag e battute molto divertenti con un retrogusto sociale perfettamente riuscito. Vertice del neorealismo comico. Totò non ride mai come Buster Keaton. Unico film apprezzato dalla critica d’epoca. Nastro D’argento per Totò e Palma d’oro a Cannes come migliore sceneggiatura.

MISERIA E NOBILTA’ di Mario Mattoli, 1954

La regia artigiana di Mattoli mette in scena magnificamente l’omonima farsa di Eduardo Scarpetta e Marchesi sceneggia il tema della fame dei poveri che devono arrangiarsi contro lor signori. Illuminato da un colore sfavillante il personaggio di Felice Sciosciammocca è un Pulcinella senza epoca dotato dalla capacità di essere scrivano (anche qui c’è una lettera molto divertente). Epica danza degli spaghetti, dialoghi comici intramontabili, commedia degli equivoci con i poveri travestiti da nobili. Spesso rasenta il vaudeville. Con Totò anche Carlo Croccolo, Dolores Palumbo e una procacissima Sophia Loren in un classico del teatro napoletano che diventa classico del cinema partenopeo.

LASCIA O RADDOPPIA di Camillo Mastrocinque, 1956

Anno mirabile per Mastrocinque che con Totò ne gira 5 di gran levatura. Di gran successo catapultare Totò nelle vicende della maggiore trasmissione di successo televisivo degli albori, quasi fosse uno dei veri concorrenti del quiz alle prese con Mike Bongiorno e la valletta Edy Campagnoli. Totò a proprio agio nei panni del nobile “povero” Gagliardo della Forcoletta esperto di ippica. Numeri da capogiro con Carlo Croccolo maggiordomo. Attorno si aggiunge un’improbabile vicenda di gangster e belle dive. Ma a distanza di mezzo secolo si ride come allora.

LA BANDA DEGLI ONESTI di Camillo Mastrocinque, 1956

Qui sceneggiano Age e Scarpelli inventando per Totò il personaggio del portinaio Antonio Bonocore (nome omen) che con il tipografo Giovanni (il solito Peppino De Filippo) e il pittore d’insegne Felice (uno strepitoso Giacomo Furia) incarnano l’italico sogno di far quattrini facili falsandoli magari per andare in pellegrinaggio a Lourdes. Intreccio perfetto per una vicenda molto comica e tutelatrice dei buoni sentimenti. I furbi che non mancano mai sono ben tratteggiati. Totò giganteggia da par suo in buona sintonia dei suoi due compagni. Peccato non aver riproposto il trio in altri film.

GLI ONOREVOLI di Sergio Corbucci, 1963

Film che ha preso fama e mito nel corso del tempo. Diviso in episodi per protagonisti che si candidano alle elezioni in diversi partiti. Su tutti giganteggia Totò nella parte riuscitissima di Antonio La Trippa, uomo della società civile si direbbe oggi candidato con un partito che oggi definiremmo sovranista. Il claim ossessivo “votantonio votantonio” è ancora presente nell’immaginario collettivo come gli appelli notturni al caseggiato con megafono artigianale. Come il mister Smith di Frank Capra, Totò La Trippa manderà a carte 48 il complotto dei farabutti. Consegnando alla storia la sua effige di eroe anticasta.

L’ORO DI NAPOLI di Vittorio De Sica, 1954

Film ad episodi tratto dai racconti di Giuseppe Marotta. Accusato di bozzettismo incarna il ventre della Napoli dell’epoca. A partire dall’episodio con Totò “Il guappo”: ma Totò non può mai essere guappo. Totò è un povero diavolo con numerosi figli, tiranneggiato da Don Carmine che da dieci anni abita, di prepotenza in casa sua. Un giorno Don Carmine si ammala e finalmente Saverio trova il coraggio di buttarlo fuori di casa. Totò di mestiere fa il pazzariello. Ruolo che lo consegna alla santificata memoria dei napoletani.

TOTO LE MOKO di Carlo Ludovico Bragaglia, 1949

Parodia napoletana riuscitissima del film di Jean Gabin “Il bandito della Casbah” di Duvivier. Commedia degli equivoci del suonatore di banda Totò e che invece di suonare ad Algeri diventa capo dei banditi. Una girandola di gag e balletti mimici ne fanno un film molto divertente in tutto il suo indovinato trattamento. Totò canta, balla, fa il finto duro. Apprezzato anche in Francia e in Belgio. Da vedere e rivedere.

Chi vuol fare la scorta alla Senatrice Liliana Segre?

Ven, 11/08/2019 - 09:53

L’annuncio che alla senatrice Liliana Segre è stata assegnata una scorta ha provocato l’indignazione di molti.

Inaudito che una signora con un passato così faticoso, e malgrado questo così serena e gentile, sia costretta ad andare in giro accompagnata dai carabinieri perché minacciata.

Perfetto ieri sera Il Punto di Paolo Pagliaro a Otto e Mezzo

Su Twitter Enrico Bertolino, comico milanese, ieri mattina lancia una proposta:

Nonostante sia davvero deprimente il fatto che una Persona mite ed Educata debba essere difesa da vili attacchi di Trogloditi da tastiera come scorta,se mi accettassero ,un turno lo farei volentieri per Lei.#iomialzo pic.twitter.com/evDgNIjWzU

— Enrico Bertolino (@enricobertolino) November 7, 2019

Il tweet viene ripreso ieri sera dalla trasmissione radiofonica Caterpillar su Radio Due e i conduttori Massimo Cirri e Sara Zambotti chiedono agli ascoltatori chi sia disponibile a fare un turno di scorta, con che auto e dove.

Viste le risposte sia al tweet di Bertolino che in trasmissione, la Senatrice Segre ha a disposizione auto e scorta gratis in tutta Italia, addirittura il titolare di un autolavaggio si è reso disponibile a lavare gratis le macchine di chi vuole fare un turno di scorta così che la signora abbia la certezza di entrare in auto pulite.

E se non bastasse, grande attenzione è stata data anche all’aspetto ecologico della questione: Bertolino ha un’auto elettrica e molti si sono dichiarati in possesso di auto a metano o a gas. Salvo anche l’ambiente.

Senatrice, qui ci sono varie opzioni e la redazione di People For Planet  sta un po’ sparsa in tutta Italia. Se vuole, a disposizione: #iomialzo.

Leggi anche: L’astensionismo contro il razzismo

Chi sono i 14 street artist più famosi al mondo?

Ven, 11/08/2019 - 07:00

In questa infografica abbiamo selezionato i migliori street artist del mondo, da Banksy a Miss Van, Borondo e Roa.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

L’importanza della «tradizione idrica»

Ven, 11/08/2019 - 07:00

Cambiamenti climatici. Due parole che possono rappresentare una mutazione negli stili di vita ai quali siamo abituati. Anche quelli più elementari come l’uso delle risorse idriche.

In un prossimo futuro, infatti, con il maggiore calore, la desertificazione potrebbe riguardare anche l’Italia. Secondo le analisi del Cnr, infatti, è a rischio desertificazione ben il 21% del territorio italiano, il 41% del quale è localizzato nel Sud del Paese. «Sono numeri impressionanti che raccontano di un problema drammatico di cui si parla pochissimo», dice Mauro Centritto, direttore dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche. E l’analisi delle regioni interessate al fenomeno è netta. Sarà interessato dalla desertificazione, durante questo secolo, il 70% del suolo siciliano, il 57% di quello pugliese, il 58% del Molise e il 55% della Basilicata, mentre Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania hanno una percentuale che oscilla “solo” tra il 30 e il 50%. In questa chiave appare chiaro che la corretta gestione delle risorse idriche sarà un punto di volta per preservare le risorse agricole dei nostri territori e che la soluzione non potrà essere l’utilizzo di risorse fossili per la gestione agricola, come spesso si fa oggi, ma un insieme di tecnologie: da quelle rinnovabili a quelle tradizionali. E proprio queste ultime potrebbero essere una delle carte vincenti, specialmente per quanto riguarda l’area del Mar Mediterraneo, che in passato ha fatto un grande uso di tecniche tradizionali per la gestione idrica.

Foggare per l’acqua

Un sistema tradizionale ma efficace è quello usato per secoli sulle sponde del Mar Mediterraneo per avere acque nelle zone aride: le foggare. Si tratta di sistemi drenanti sotterranei che creano un flusso idrico sotterraneo in grado di convogliare sia l’acqua delle piogge, sia l’umidità della notte. A Gourara, una regione sahariana del Touat, i tunnel sotterranei sono migliaia e consentono il rifornimento idrico a quasi 300mila persone; lo stesso sistema è usato in Iran sugli altopiani dove l’80% dell’acqua disponibile si ottiene con questi sistemi. La foggara di Gravina in Puglia, lunga tre chilometri, è stata messa a punto più volte durante i secoli ed era in “produzione” fino alla fine del ‘700. Si tratta di un sistema, quello delle foggare, alternativo ai pozzi e che al contrario di questi ultimi non danneggia le falde acquifere forandole.

L’utilizzo di tecniche tradizionali non è una semplificazione della complessità ma al contrario si tratta di una presa d’atto della complessità e della sua gestione. Reticoli di sentieri su zone aride altro non sono che canalizzazioni in grado di captare il massimo dell’acqua durante le rare piogge convogliando l’acqua verso cisterne sotterranee, mentre i terrazzamenti, usati per la risicoltura in Asia, altro non sono che sistemi per ottimizzare la gestione dell’acqua senza doverla risollevare.

Oasi: non solo per l’acqua

Il modello più efficiente è quello dell’oasi, nella quale si formano dinamiche favorevoli alla creazione di un micro sistema biologico nel quale l’acqua, ma spesso anche solo l’umidità, sono l’innesco per la creazione di un ambiente accogliente grazie a un ciclo virtuoso. Basta una singola palma piantata in una depressione con pochi rami alla base per innescare un processo biologico nel quale si condensa il vapore acqueo, si attirano insetti e si produce materiale biologico. Da qui si può determinare un effetto moltiplicatore che aumenta l’estensione dell’oasi. Ed è un processo che può essere anche innescato dagli esseri umani, realizzando “effetti oasi” anche in aree non desertiche e creando isole di migliore vivibilità. «L’oasi è un insediamento umano in situazioni geografiche inclementi che utilizza risorse rare, disponibili localmente, per innescare un’amplificazione crescente di interazioni positive e realizzare una nicchia ambientale fertile e auto sostenibile le cui caratteristiche contrastano l’intorno sfavorevole»: sono parole di Pietro Laureano, uno dei massimi studiosi in materia di tecniche idriche tradizionali, pronunciate ancora nel 1988.

La scelta di Matera

Le scelte devono essere integrate e un esempio di ciò è rappresentato dai Sassi di Matera, dove da un lato si è lavorato per rimuovere la patina di negatività che li ricopriva, specialmente per chi conservava la memoria storica dell’abitarci nel secolo scorso, dall’altro per ottimizzare le risorse e recuperarne gli utilizzi tradizionali. Il lavoro sulla negatività è iniziato presentando la candidatura dei Sassi, poi accettata, come Patrimonio dell’Umanità Unesco, mentre sull’altro fronte si è lavorato sulla ristrutturazione del patrimonio edilizio in sintonia con il passato.

«Ho presentato i Sassi di Matera come un paesaggio culturale organizzato in base alla scarsità di risorse, alla necessità di un uso appropriato e collettivo e al costante riciclo di esse, al risparmio di terra e acqua, al controllo del calore e dell’energia solare. Essi rappresentano la persistenza di un paesaggio preistorico ancora presente nei labirinti cavernosi sottostanti le strutture costruite. Si tratta di un brillante sistema di gestione delle risorse idriche ed energetiche, dell’organizzazione sociale della comunità, dello spazio abitativo e del modello urbano: un modo di vivere lento, verde e salutare, un modello di sostenibilità – afferma Piero Laureano. – Così Matera, basando il suo futuro sulla cultura e le tradizioni, è diventata un’attrazione nazionale e internazionale e con questa strategia ha vinto la competizione, a livello di tutte le città d’Italia, per divenire Capitale Europea della Cultura per il 2019. È la dimostrazione della resilienza degli insediamenti storici e che l’architettura popolare e le tecniche tradizionali non sono qualcosa di superato, ma un sistema di conoscenza geniale che dal lontano passato indica le soluzioni future».

L’adattamento al clima che cambia – perché è certo che dovremo adattarci – non passerà solo attraverso tecnologie innovative ma anche usando tecniche tradizionali e antiche, a bassa intensità energetica, sulle quali innestare anche sistemi di controllo digitali, magari da satellite.

Immagine: Armando Tondo

La bufala mondiale delle piante da interni che purificano l’aria

Gio, 11/07/2019 - 15:41

Le piante da interni migliorano la qualità dell’aria in casa? Una bufala. La ricerca appena conclusa alla Drexel University ha scandagliato 30 anni di studi sull’argomento e sfatato del tutto il mito, nato nel 1989 con uno studio della NASA. All’epoca gli scienziati scoprirono che un certo numero di comuni piante da interno era in grado di rimuovere efficacemente i composti organici volatili (COV) dall’aria. L’esperimento, condotto per capire se le piante avrebbero potuto contribuire a purificare l’aria nelle stazioni spaziali, ha dato vita al mito delle piante che puliscono l’aria negli ambienti domestici e d’ufficio.

Da allora, sono stati condotti una serie di studi sperimentali che avallavano i risultati della NASA. Il professore di ingegneria architettonica e ambientale Michael Waring e uno dei suoi studenti di dottorato, Bryan Cummings, hanno condotto nuovi studi sull’argomento, non convinti dalle ricerche e dai test precedenti perchè condotti in ambienti non realistici. Spesso questi studi venivano realizzati collocando una pianta in vaso in una camera sigillata (spesso con volume di un metro cubo o inferiore), in cui veniva iniettato un singolo COV, di cui gli scienziati monitoravano il decadimento per molte ore e addirittura giorni. Per capire meglio come le piante in vaso possano rimuovere i COV dagli ambienti interni, i ricercatori hanno esaminato i dati di una dozzina di esperimenti pubblicati. Hanno poi valutato l’efficacia della capacità di un impianto di rimuovere i COV dall’aria utilizzando una metrica chiamata CADR o tasso di erogazione di aria pulita.

Calcolando la velocità con cui le piante dissipano i COV, hanno scoperto che l’effetto delle piante sulla qualità dell’aria negli scenari del mondo reale è sostanzialmente irrilevante. I sistemi di trattamento dell’aria nei grandi edifici sono risultati significativamente più efficaci nel dissipare i COV negli ambienti interni. Hanno misurato che occorrerebbero centinaia di piante in una singola stanza per eguagliare la capacità di purificazione dell’aria di una singola macchina per purificare l’aria. I ricercatori suggeriscono persino che l’effetto dell’apertura di due finestre in una casa influisce molto di più sulla purificazione dell’aria dalle tossine rispetto all’azione prodotta da centinaia di piante nello stesso ambiente.

Questo è certamente un esempio di come i risultati scientifici possano essere fuorvianti o male interpretati nel tempo“, afferma Waring concludendo la presentazione della ricerca. “Ma è anche un ottimo esempio di come la ricerca scientifica dovrebbe continuamente riesaminare e mettere in discussione i propri risultati per avvicinarsi alla verità fondamentale della comprensione di ciò che realmente accade intorno a noi“.

La ricerca sottolinea dunque ancora una volta come, per respirare un’aria che non danneggi la nostra salute siano indispensabili e sempre più urgenti politiche ambientali rivolte a ridurre le emissioni derivanti dalla mobilità e dall’industria, ma anche dall’arredamento e dalle pitture domestiche, come pure ai sistemi di raffreddamento e riscaldamento, tra i principali responsabili dell’inquinamento dell’aria, interna o esterna, assieme a una maggiore sensibilità delle persone verso stili di vita sostenibili. Anche pensare di pulire l’aria interna agli ambienti con i purificatori, si è mostrato infatti al momento una non-soluzione.

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Photo by Julia Stepper on Unsplash

Bimbo con malattia incurabile abbandonato in ospedale: scatta gara all’adozione

Gio, 11/07/2019 - 13:37

E’ stato abbandonato in ospedale alla nascita perché affetto da una malattia rarissima e ora per lui è scattata una gara di solidarietà per dargli una famiglia.

Abbandonato dai genitori alla nascita al Sant’Anna di Torino, ha ora preso il via per lui una gara di solidarietà per trovargli una famiglia: la Casa dell’Affido del Comune, insieme al Tribunale dei minori, valuterà le richieste di affido e adozione che stanno arrivando in queste ore da ogni parte d’Italia.

Affetto da Ittiosi Arlecchino

Il bimbo si chiama Giovannino, ha circa 5 mesi di vita ed è affetto da Ittiosi Arlecchino, una malattia così rara da non essere neanche compresa nell’elenco delle malattie rare, al momento incurabile. Questa malattia comporta una particolarissima condizione della pelle che al momento della nascita si presenta secca e spaccata su tutto il corpo sotto forma di grandi e spesse squame, simili a placche che ricordano la nota maschera, che poi evolvono in una grave e cronica desquamazione della pelle.

Questa malattia causa elevati livelli di mortalità dopo la nascita perché comporta gravi problemi di regolazione della temperatura corporea, oltre a problemi alimentari, infezioni e disturbi respiratori. I bambini che sopravvivono, sebbene abbiano un’attesa di vita normale, possono sviluppare una grave malattia della pelle (eritrodermia con desquamazione), problemi agli occhi e ritardo nello sviluppo motorio e sociale.

“Figlio di tutto il reparto”

Daniele Farina, direttore della Neonatologia dell’Ospedale Sant’Anna di Torino dove il bimbo è nato, concepito con un trattamento di fecondazione eterologa, racconta che il piccolo – “che è un po’ il figlio di tutto il reparto, con 40 mamme e 10 papà” – ha superato indenne le prime e insidiose settimane di vita “quando era altissimo il rischio di infezioni e sepsi. E ora, dopo che la sua storia è stata resa nota dalla stampa, abbiamo ricevuto già una decina di chiamate da parte di famiglie in tutta Italia che vorrebbero adottarlo“, si legge in un articolo di Rainews. Per i bambini con questa malattia “il pericolo è di fissurazioni, infezioni e sepsi. Nelle prime settimane di vita la mortalità è molto elevata”, ha spiegato il medico. Ma a Giovannino non è accaduto, “e anzi il piccolo è in condizioni discrete. Siamo stati fortunati”.

Leggi anche: Il dermatologo spiega i casi in cui la nostra pelle ci segnala la presenza di una malattia autoimmune

Seggiolini antiabbandono: l’obbligo scatta oggi

Gio, 11/07/2019 - 11:35

L’obbligo di installare nelle automobili i sistemi di allarme antiabbandono per i seggiolini adibiti al trasporto di bambini fino ai 4 anni di età entra in vigore oggi, 7 novembre, anziché a partire dal 6 marzo 2020 come precedentemente previsto. La notizia arriva da una circolare esplicativa del ministero dell’Interno diramata nel pomeriggio di ieri.

Secondo la legge 117/2018Introduzione dell’obbligo di installazione di dispositivi per prevenire l’abbandono di bambini nei veicoli chiusi“, l’obbligo di installazione dei sistemi di allarme antiabbandono avrebbe dovuto avere effetto a partire dal 6 marzo 2020, ovvero 120 giorni dopo l’entrata in vigore del decreto ministeriale attuativo del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, “Regolamento di attuazione dell’articolo 172 del Nuovo codice della strada in materia di dispositivi antiabbandono di bambini di età inferiore a quattro anni” che ha fissato le caratteristiche tecniche dei dispositivi che è stato pubblicato il 23 ottobre sulla Gazzetta Ufficiale, prevedendo l’entrata in vigore 15 giorni dopo, e quindi il 7 novembre 2019.

Leggi anche: Il primo airbag per i seggiolini auto dei bambini

Cosa si rischia se non ci si mette in regola

La circolare esplicativa del ministero dell’Interno diramata nel pomeriggio di ieri spiega invece che l’obbligo parte da oggi, e che chi non si doterà di questi dispositivi incorrerà, sempre a partire da oggi, nelle violazioni previste dal nuovo articolo 172 del Codice della Strada, con sanzioni amministrative da 81 a 326 euro, la decurtazione di 5 punti dalla patente e la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi se si viene colti a commettere la stessa infrazione più di una volta nel giro di due anni.

Che caratteristiche devono avere i dispositivi antiabbandono

Come spiega l’Asaps (Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale) il decreto ministeriale attuativo del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti prevede che i dispositivi dovranno attivarsi automaticamente e dovranno essere dotati di un allarme in grado di avvisare il conducente della presenza del bambino nel veicolo attraverso appositi segnali visivi e acustici o visivi e aptici, percepibili all’interno o all’esterno del veicolo, e potranno essere dotati anche di un sistema di comunicazione automatico per l’invio di messaggi o chiamate. Il decreto stabilisce anche le caratteristiche tecniche di questi dispositivi, che potranno essere integrati all’origine nel seggiolino, oppure come dotazione di base o come accessorio del veicolo, ricompreso nel fascicolo di omologazione dello stesso veicolo, oppure come sistema indipendente dal seggiolino e dal veicolo.

Per agevolare l’acquisto di questi dispositivi è stato istituito un fondo per un incentivo di 30 euro per ciascun dispositivo acquistato.

Allarme all’aeroporto di Amsterdam!

Gio, 11/07/2019 - 10:02

Sono circa le 20.30 di un mercoledì 6 novembre qualsiasi quando la faccia di Mentana al Tg7 non promette nulla di buono: «Allarme all’aeroporto di Amsterdam Schipol» dichiara «Non si sa ancora nulla tranne che un aereo che doveva andare a Madrid è bloccato in pista con 25 passeggeri a bordo e stanno arrivando molte ambulanze».

Si vede chiaramente  che il conduttore se potesse farebbe partire una maratona di sei ore ma non può: Lilli Gruber incalza e le notizie che la giustificherebbero sono ancora troppo poche.

60 secondi di pubblicità e gli aggiornamenti a fine telegiornale sono ancora scarsi: «Si sa solo che il pilota ha schiacciato il pulsante di allarme dirottamento mentre si stavano imbarcando i passeggeri, alcuni sono già a bordo e la zona è stata sgomberata» poi Mentana dà gli indici di Borsa e lo spread e saluta ma con la faccia di chi pensa che ci rivedremo prestissimo.

Da quel momento in poi il nulla, stamattina le maggiori testate giornalistiche aprivano su altre notizie, e dell’allarme di Amsterdam? Niente, a una ricerca più accurata ecco un breve trafiletto che spiega: “Un pilota su un aereo per un volo Amsterdam-Madrid ha lanciato accidentalmente un allarme di dirottamento che ha scatenato un importante allarme di sicurezza e conseguente dispiegamento di forze dell’ordine sulla pista dello scalo per l’attivazione dei protocolli sui dirottamenti. Circa un’ora dopo, la compagnia spagnola Air Europa ha annunciato che un pilota aveva attivato accidentalmente l’allarme”.

E la storia finisce qui, se volete farvi due risate andate su Twitter e cercate #Amsterdam.
Qui di seguito il video di un passeggero che ha registrato le scuse del pilota.

Il lago di Bolsena sta morendo

Gio, 11/07/2019 - 07:00

Un’intera area a rischio ambientale, stretta tra sversamenti fognari inquinanti, un progetto geotermico anch’esso inquinante e in zona sismica, e i noccioleti, che succhiano acqua e sputano veleni, minando un’aerea archeologica

«Il principale problema del lago di Bolsena è la disinformazione, per questo la nostra Associazione è fortemente impegnata in attività didattiche e in conferenze pubbliche per diffondere la conoscenza del suo ecosistema». Piero Bruni, ingegnere presidente dell’Associazione Lago di Bolsena è un signore sorridente, molto determinato a difendere il suo territorio, benché abbia raggiunto i 92 anni. «Il nostro obiettivo è che tutto il bacino diventi un’area biologica, senza colture intensive, senza geotermia e senza scarichi di liquami fognari nel lago, ma la strada da seguire è tutta in salita».

Il lago di Bolsena si trova tra le Terme di Saturnia e gli ultimi 11 abitanti di Civita di Bagnoregio, il più bel borgo morente d’Italia, nella parte alta del Lazio, a Nord di Roma. «Ma contro il nostro sogno di vivere in un ambiente ecocompatibile – aggiunge Bruni – ci sono diversi problemi, fra i quali, il più pressante è l’impianto geotermico di Castel Giorgio, previsto nella confinante regione Umbria, per produrre energia elettrica con pozzi profondi oltre 2000 metri. Il progetto, in via di imminente autorizzazione, prevede di estrarre 1000 tonnellate all’ora di fluidi geotermici da sotto il bacino del Tevere e di reimmetterli sotto il bacino del lago di Bolsena. Il rischio è che i fluidi geotermici, che contengono alte percentuali di arsenico e altre sostanze cancerogene, risalgano lungo le numerose faglie presenti nella caldera vulcanica, inquinando l’unica falda acquifera superficiale, della quale fa parte il lago di Bolsena e dalla quale viene prelevata l’acqua per la nostra rete potabile».

«È possibile che altrove le centrali geotermiche siano compatibili con l’ambiente – aggiunge Giancarlo Breccola, vicepresidente della stessa Associazione -, ma qui, oltre che contaminare la falda acquifera, possono provocare un aumento del rischio sismico, già abbastanza alto».

«Non vogliamo che la falda del lago venga inquinata dai fluidi cancerogeni della centrale – aggiunge Rosella Di Stefano, insegnante -. La gran parte dei cittadini sostiene i sindaci e le associazioni che tutelano il territorio; per questo si è attivato un grande movimento che sta raccogliendo contributi spontanei con il crowdfunding. Grazie all’aiuto di tutti, alla fine del mese sarà presentato un ricorso al TAR».

«Altro grave problema è che il collettore fognario, a causa di frequenti guasti, riversa nel lago i liquami di otto Comuni che si affacciano sullo specchio lacustre, anziché avviarli interamente al depuratore, situato più lontano, lungo il fiume emissario Marta», aggiunge Breccola.

Attualmente il lago è minacciato anche dalla proliferazione di centinaia di ettari di nuovi noccioleti, che richiedono molta acqua irrigua e numerose quantità di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti, come chiarisce la stessa Arpa (lo si può leggere a pag. 83 del pdf “Piano di Caratterizzazione Lago di Vico – ARPA Lazio“). “Inoltre la falda acquifera ha già dato quello che poteva dare e non c’è più acqua disponibile per colture irrigue aggiuntive”, spiega Breccola. Come ha riconosciuto il sindaco del Comune di Bolsena, «il lago oggi è letteralmente sotto attacco». Insieme alle associazioni, protestano docenti dell’Università di Viterbo, ingegneri, geologi e tecnici, esperti conoscitori della zona, come pure studiosi dell’Istituto Superiore di Sanità.

«Io collaboro facendo educazione nelle scuole – mi dice Rosella Di Stefano – con un progetto didattico che fa conoscere il lago di Bolsena a tutti gli oltre 800 ragazzi delle scuole medie del bacino lacustre. Oltre a studiare dispense preparate da studiosi del territorio, i ragazzi vanno con il battello pubblico sul lago a pescare il plancton con appositi retini e, una volta tornati a terra, lo esaminiamo con il microscopio; noi insegnanti li portiamo a visitare aziende agricole biologiche e a fare campionamenti di microplastiche sulle spiagge. I nostri studenti sanno bene che l’anello che raccoglie i reflui urbani è incompleto; infatti, spesso accade che i vari campeggi, bar e ristoranti che si trovano lungo la costa occidentale, non coperta dal collettore, scaricano abusivamente i loro reflui nel lago».

Riguardo alla coltivazione del nocciolo, che sta aumentando attorno al lago di Bolsena, «il nostro timore è che accada quello che è successo al vicino lago di Vico – continua Di Stefano -. Lì, negli ultimi decenni, si è sviluppata una mono-coltura i cui trattamenti con fitofarmaci e fertilizzanti hanno determinato un grave stato di degrado. Il lago di Vico ha un volume d’acqua che è la trentesima parte di quello del lago di Bolsena. Essendo piccolo il suo degrado è stato rapido, ma per lo stesso motivo il suo stato ecologico potrebbe essere ripristinato in pochi decenni con opportuni drastici provvedimenti, avendo un tempo di ricambio dell’acqua di circa 20 anni. Il lago di Bolsena si inquina più lentamente, ma il suo degrado rischia di essere irreversibile perché il suo tempo di ricambio è stimato in 300 anni! Se lo perdiamo, non possiamo più salvarlo», specifica l’insegnante.

«Bisogna anche riflettere sulle conseguenze che l’agricoltura intensiva può avere sulla salute umana. Secondo autorevoli studi, alcune sostanze tossiche usate in agricoltura sono entrate nella catena alimentare umana aumentando tumori, leucemie, disturbi della tiroide e addirittura danni neurologici, specialmente nei bambini – prosegue Di Stefano -. Gli agricoltori oggi beneficiano di incentivi economici per coltivare noccioli in modo biologico per i primi 5 anni, ma quando la pianta è diventata produttiva i coltivatori abbandonano il biologico e iniziano a usare fitofarmaci, anche perché la Ferrero non comprerebbe nocciole che non hanno un adeguato calibro e certe caratteristiche. Tra l’altro, in alcuni campi attorno al lago, sono stati piantumati noccioleti in area con vincolo archeologico, dove le radici delle piante possono gravemente danneggiare i depositi esistenti a poca profondità, determinando una perdita di patrimonio storico-artistico».