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Aggiornato: 1 ora 41 min fa

Dario Fo e Camilleri

Sab, 10/05/2019 - 08:00

Ho iniziato a mangiare bio nel 1974. Che onestamente era dura riuscirci. Per 10 anni quasi non ho toccato carne (alla carbonara non resisto)… E certamente mangiare sano, poco e con poca carne, mi ha fatto bene.
Però poi guardavo Camilleri che fumava un treno di sigarette al giorno e mangiava come un puma estremista e mio padre, che fino ai 60 si sparava minimo 40 sigarette al dì e per un suo principio religioso non aerava mai le stanze… A Milano, che già di base c’era lo smog da carbone… Che se poi ti fumi l’ultima sigaretta a letto e non arieggi te la rifumi 20 volte durante la notte….

Mio padre è pure famoso nel teatro italiano per essere riuscito a mangiarsi un piatto spaventoso di cassoeûla giusto prima di andare in scena. Una roba che, fisiologicamente, non si può fare…

Tutti gli attori prima di uno spettacolo si fanno un cappuccino, una brioscina, un’insalatina al massimo… Perché se mangi di più poi rutti da bestia e il piloro ti impazzisce. Mio papà una cassoeûla!!! Che è lì che poi ha inventato il Gramelot
Li guardo e mi chiedo: ma com’è che sono arrivati a più di 90 anni e in più sono stati i due autori italiani più prolifici in assoluto?

Mio padre lavorava 9 ore al giorno minimo, dormiva 11 ore e aveva una vitalità enorme.
E per 70 anni ha cambiato città ogni giorno per 4 mesi all’anno e mangiato nei ristoranti (a volte assassini nati) per almeno 180 giorni…
La questione credo sia semplice. Senza voler togliere nulla alla dieta sana e al fatto che non fumare fa bene, bisognerebbe riscrivere la scala delle priorità.

Cibo sano e non fumare valgono 100 punti. Ma avere la passione per l’arte e una vita sociale intensa vale almeno 500 punti.
Bisognerebbe che i medici iniziassero a prescrivere sulla ricetta medica, a fianco delle medicine: tutti i giorni dopo i pasti svolgere attività appassionanti, chiacchierare con gli amici, giocare e fare arte.

Le statistiche dell’OMS peraltro confermano questa elementare verità: chi campa di più non sono i miliardari ma gli artisti e gli scienziati.
E sarebbe bene ricordare anche che regalare qualche cosa agli altri è molto più salubre di una settimana di dieta macrobiotica.
Che se lo sapessero gli avari e gli egoisti

Leggi anche: Sei ottimista? La tua vita sarà molto lunga

Il dubbio dell’ambientalista: volare o non volare?

Sab, 10/05/2019 - 07:00

Viaggiare è uno dei piaceri della vita. Come leggere, studiare e dialogare, è una di quelle attività che non solo regala piacere ma migliora noi stessi, ci rende più aperti, più pronti, più intelligenti. Eppure oggi cresce, e con ragione, la “vergogna di viaggiare in aereo” (neologismo svedese: flygskam) a causa della crescente consapevolezza dell’impatto degli aerei sulle emissioni inquinanti che tanto preoccupano gli scienziati e, oramai, anche i governi, soprattutto in relazione al paventato impatto economico di stagioni non più prevedibili.

I dati dei viaggi aerei

Si calcola che i viaggi in aereo contribuiscano per un 2% alle emissioni globali. Più preoccupante è il fatto che i passeggeri siano raddoppiati dal 2008 al 2018, quando hanno superato i 4,3 miliardi. Si stima che saranno 8,2 nel 2037 (dati International Air Transport Association).

La controtendenza del Nord Europa

La Svezia, patria di Greta Thunberg, era tra i paesi più attivi per numero di viaggi aerei per abitante: tuttavia a seguito dell’ondata di consensi stimolata dalla giovane attivista il numero è sceso solo l’anno scorso di ben il 3,6%. Secondo un sondaggio condotto dal WWF, addirittura il 23% dei cittadini svedesi nel 2018 ha rinunciato a volare per ridurre l’impatto climatico del proprio viaggio, contro il 6% di due anni fa, mentre circa il 18% degli intervistati ha optato per il treno invece dell’aereo. Tra l’altro, l’impegno di Greta non è certamente isolato: Maja Rosén, svedese, ha creato una campagna – Flight-free 2020 – a cui hanno aderito 15mila svedesi solo nel 2018, ed è già nata la risposta gemella nel Regno Unito.

Come far propri questi splendidi esempi, e rinunciare a viaggiare in posti remoti, dove è più bello confrontarsi e conoscere, dove la realtà che ci aspetta è così diversa – così meravigliosamente lontana – dal posto in cui siamo nati?

Rinunciare a volare?

La risposta si chiama compromesso e prende in considerazioni alcuni dati. Prima di tutto, in Svezia, dove il fenomeno è già così ampio, le compagnie stanno correndo ai ripari: aerei di nuova generazione, meno impattanti, o compensazione delle emissioni con progetti in tutto il mondo, pur di frenare l’emorragia di passeggeri. Solo una spinta economica forte può infatti dare la svolta a progetti per ora sperimentali di aerei che viaggiano a emissioni zero o quasi. Quindi il nostro sacrificio – il nostro carissimo sacrificio – sarebbe solo temporaneo: qualche anno senza aerei, o con un viaggio aereo all’anno, per poi godersi solo le risposte delle compagnie costrette a rimediare, e riprendere a viaggiare lontano.

Un po’ come quando nasce un figlio, e per qualche anno – magari 5-6 – metti da parte l’idea dell’Asia o del Sud America, dell’Africa e dell’Australia per assecondare le sue (e le tue nuove) esigenze. Ed ecco che pensi piuttosto alla Francia, alla Basilicata, all’Abruzzo o alla Toscana, ai quei luoghi dove magari non eri neppure mai stato. Un po’ come quando la lentezza delle giornate di un bambino ti fa scoprire che il viaggio può essere già vacanza: il susseguirsi di paesaggi che cambiano graduali, i tempi morti per rivedere le foto nel telefonino o fare un disegno assieme.

Ecco, alla fine ti accorgi che, per un po’, figli o non figli, rallentare e abbassare il tiro piace un sacco, e rilassa già di per sé.

Immagine di copertina: Armando Tondo

In ricordo di Padre Fantuzzi

Ven, 10/04/2019 - 15:00

Marco Bellocchio, nel giorno della designazione del suo film “Il traditore” a rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar, ha voluto ricordare con affetto l’appena dipartita dal mondo terreno di padre Virgilio Fantuzzi, parlando di “un acutissimo interprete, che usava per le sue scoperte un linguaggio semplice, diretto, che è molto raro per un critico

Padre Fantuzzi, scomparso a 82 anni, padre gesuita aperto, è stato un critico cinematografico di chiara fama che dal 1973, sul quindicinale del suo ordine, la Civiltà Cattolica, ha vergato con puntualità analisi di film studiati e radiografati utili a lettori di ogni orientamento. Ultimo erede di una tradizione che ha sempre visto i gesuiti attenti monitoratori del cinema e dei suoi influssi.

Fonte immagine: https://www.avvenire.it/agora/pagine/fantuzzi-gesuita-cinema-vangelo Chi era Padre Virgilio Fantuzzi

Saggista non accademico, capace di instaurare un rapporto intimo e diretto con i migliori registi italiani che da Ermanno Olmi a Paolo Benvenuti risale ai Taviani, Bertolucci, Sergio Citti per giungere alle vette di Pasolini, Rossellini, Fellini, ma ha avuto anche rapporti diretti con Martin Scorsese. Il grande critico Adriano Aprà, amico laico di padre Fantuzzi, chiamato a redigere la prefazione del suo ultimo libro “Luce in sala. La ricerca del divino nel cinema” non a caso l’ha intitolata “Virgilio e i suoi Dante”.

Un punto cardinale della critica cinematografica novecentesca che merita di essere ricordato attraverso la sua eccezionale biografia. Negli anni Sessanta Virgilio Fantuzzi è uno studente religioso che frequenta i corsi di Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Vorrebbe studiare cinema ma non può accedere al Centro Sperimentale. Sceglie la via diretta. Va a cercare con lo spirito del discepolo i grandi maestri. Pasolini, Rossellini, Fellini lo accolgono e ne diventano amici sodali. Nelle sue memorie padre Fantuzzi ha lasciato scritto: “Avevo il vantaggio dell’ignoranza, perché come studente potevo presentarmi per chiedere qualcosa a qualcuno che sapeva”.

In effetti il rapporto con Roberto Rossellini fu anche favorito da un illustre confratello di Fantuzzi, il futuro cardinale Carlo Maria Martini che gli permette di partecipare ai lavori di rifacimento dei testi dello sceneggiato della Rai Atti degli Apostoli nel 1969, di cui l’allora gesuita era assieme al padre Stanislas Lyonnet, uno dei consulenti biblici. Nasce un’amicizia intellettuale molto intensa tra Fantuzzi e Rossellini. Per il gesuita il cinema di Rossellini sarà un centrale punto di riferimento. Dalla scomparsa del grande maestro del cinema italiano, la famiglia molto allargata dei Rossellini ha fatto celebrare ogni anno alla Civiltà Cattolica una messa di suffragio con padre Fantuzzi sul pulpito a coniugare memoria, spiritualità e settima arte.

Vibrante il rapporto di Fantuzzi con i molti registi agnostici e non credenti

In certe immagini di Bellocchio riscontrava “un’autentica religiosità” che porterà il regista piacentino a seguire Fantuzzi nel dialogo sulla fede “per affetto, per amicizia, ma non per intima convinzione”. Capace di dare per sua stessa ammissione una lettura di “Ultimo tango a Parigi” «larga e non troppo censoria quasi da “confessore” di un’opera complessa e controversa».

Pier Paolo Pasolini

Memorabile il rapporto e l’incontro umano e cinematografico con Pier Paolo Pasolini, regista – ricordiamo – condannato per vilipendio alla religione per l’episodio de “La ricotta” del film “Rogopag”. L’anno successivo, Fantuzzi ancora novizio studente di teologia, vede “Il Vangelo secondo Matteo” e ne coglie una coerenza con il testo evangelico di grande portata. Ricorderà nelle sue note: «Mi sembrò di scoprire, come una no­vità per me sensazionale, la forza del testo evangelico. Fin dall’infanzia avevo sentito leggere e commentare il Vangelo nella messa domenicale. A scuola i professori di esegesi biblica ne smontavano e rimontavano i meccanismi strutturali: la teoria delle forme . Ma solo vedendo quel film mi è sembrato di cogliere, con un so­prassalto, la forza intrinseca del testo, la sua coinvolgente dinamica». Su queste premesse mezzo secolo dopo l’Osservatore Romano di Bergoglio affermerà che è quello il più bel film sulla storia di Cristo.

Fantuzzi diventa amico complice di Pasolini. Il regista invita il gesuita a partecipare alle discussioni della redazione marxista di “Cinema e film”. Il non credente Pasolini si appassiona a scrutare la scelta di farsi prete di Fantuzzi che invece diventerà uno dei più acuti esegeti della ricerca pedagogica e linguistica del regista di Casarsa.

Federico Fellini

Notevole anche il rapporto con Federico Fellini, intenso e costante. Il grande maestro lo vorrà come presenza gradita sul set dei suoi film ( “Andare a trovare Fellini a Cinecittà era come partecipare a una festa piena di colore”) e intrattiene con il gesuita un fervido rapporto. Civiltà Cattolica nel 1960 all’uscita de “La dolce vita” aveva ospitata una feroce stroncatura del film affidata alla penna del gesuita Enrico Baragli. Anni dopo, con un’intervista a Fellini, padre Fantuzzi sulla stessa rivista volle ristabilire la stato delle cose «che rappresentava in un certo senso un omaggio e un atto di riconoscenza verso questo maestro del cinema».

Padre Fantuzzi fu allievo di Metz alla Sorbona apprendendo semiotica, insegnò alla Gregoriana Analisi del linguaggio cinematografico, fu anche buon amico di Gianluigi Rondi, Suso Cecchi D’Amico, Peppino Rotunno. Il direttore dell’Osservatore Romano Monda lo ha definito “Una sorta di rabdomante di Dio nell’insidioso campo dell’arte cinematografica”.

Virgilio Fantuzzi resterà a futura memoria per il suo saper scrivere e per il profondo amore libero che nutriva per il cinema.

Foto copertina: Free-Photos da Pixabay

Musei, tornano le domeniche gratuite: la prima il 6 ottobre

Ven, 10/04/2019 - 15:00

Dopo le limitazioni volute da Bonisoli, viene ripristinata la formula lanciata da Franceschini nel 2014: ingresso libero ogni prima domenica del mese

Dal 6 ottobre tornano le domeniche gratuite nei musei e nei siti archeologici statali. Dopo la rimodulazione e le limitazioni imposte dall’ex ministro Alberto Bonisoli, viene ripristinata la formula per cui nella prima domenica di ogni mese l’ingresso sarà libero in tantissimi luoghi della cultura, dagli scavi di Pompei al castello di Miramare, dalla Reggia di Caserta al Colosseo.

Continua a leggere su REPUBBLICA.IT

Di Maio sui migranti: rimpatri entro 4 mesi

Ven, 10/04/2019 - 11:29

“Domani (ndr venerdì 4 ottobre) firmerò un decreto che ci permetterà in 4 mesi di capire se le persone che arrivano possono stare qui o devono essere rimpatriate“. Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Dritto e Rovescio su Rete4 ha annunciato la presentazione di un provvedimento che dovrebbe accelerare le decisioni delle commissioni territoriali che valutano le richieste di protezione internazionale. “E’ una cosa che nasce dal concerto con il premier, con il ministro dell’Interno, è un lavoro di squadra che non voglio assolutamente improvvisare, e fa parte del programma di governo dove parliamo di politiche di accoglienza per chi può stare qui e di riammissione per chi non può”, ha spiegato.

“Non credo”, ha aggiunto il leader M5s, “che la soluzione sia dire ‘accogliamoli tutti‘ e per questo mi sono preso pesanti critiche. La soluzione è dire: chi può stare qui deve essere redistribuito negli altri Paesi, ma per chi non può non possiamo aspettare due anni per sapere se possono stare qui o se possono essere rimpatriati. Sui rimpatri siamo fermi all’anno zero” Continua a leggere (ILFATTOQUOTIDIANO.IT)

Dalla stampa nazionale:

(…) Oggi la presentazione alla Farnesina alla presenza del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Della lista che potrebbe fare parte la Tunisia. Ma rimane in sospeso, per esempio, il ruolo dell’Egitto visto che il caso Regeni ancora non è stato sciolto né affrontato da Di Maio. In generale, il «gancio» giuridico alla misura dovrebbe essere la direttiva europea 2013/32, che dà ai Paesi membri una certa discrezionalità sull’individuazione dei Paesi sicuri e alla quale ha fatto riferimento anche il decreto sicurezza. Prevedibile, inoltre, che nel provvedimento sia prevista anche un’accelerazione delle procedure per la definizione dei Paesi d’origine da parte delle commissioni territoriali. Insieme agli atti il titolare della Farnesina continuerà a spingere sugli accordi bilaterali con i singoli Paesi africani da cui si verifica la maggior parte delle partenze. «È inutile che venite, se non avete i requisiti per la domanda di asilo, perché in maniera democratica vi mandiamo indietro», dice il ministro degli Esteri. Dunque stretta sui rimpatri e cooperazione. Nessun provvedimento adottato dal consiglio dei ministri, ma un atto amministrativo. Seppur con il via libera informale del Viminale. «È lavoro di squadra», specifica Di Maio. Quanto basta però al M5S per piazzare (mediaticamente) un punto nel governo, complice la presenza di un tema che nel Pd, ma anche in Italia Viva, è ancora al centro di un dibattito interno di autocoscienza collettiva sulle politiche adottate nel quinquennio 2013-2018.

«Una bandierina», come la chiama Zingaretti. Che assiste in maniera sempre più perplessa a questa escalation «di corsa al provvedimento da rivendicare». Con una consapevolezza di fondo: se il buongiorno si vede dal mattino, c’è il rischio reale che la luna di miele dell’esecutivo finisca subito per lasciare il posto a un «pantano». Il motivo opposto per il quale (domani sarà un mese preciso) è nato l’esecutivo. Continua a leggere (Fonte: ILMESSAGGERO.IT di Simone Canettieri)

Al 22 settembre, i rimpatri effettuati dal nostro Paese sono stati 5.244, di cui 5.044 forzati e 200 volontari assistiti“. Lo ha reso noto il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, riferendo alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Politiche europee in vista del Consiglio Ue Giustizia e Affari Interni in programma il 7 e 8 ottobre. “Nel 2017 – ha ricordato il ministro – i rimpatri forzati erano stati 6.514 e quelli volontari assistiti 869, per un totale di 7.383; nel 2018 i rimpatri forzati erano stati 6.820 e quelli volontari assistiti 1.161, per un totale di 7.981”.

“Il tasso dei rimpatri di chi non ha titolo a restare in Europa – ha ammesso il ministro – resta basso in tutta l’Unione europea, è necessario farlo crescere nel rispetto dei diritti fondamentali. Bisogna promuovere ogni iniziativa a livello europeo per favorire nuovi accordi di riammissione con i Paesi di origine dei flussi e implementare quelli già in vigore”.

Tra il 2018 e il 2019, “su 855 migranti sbarcati in Italia e da ricollocare in diversi Paesi europei, le offerte di accoglienza hanno riguardato solo 673 persone. Di queste, e il dato è particolarmente significativo, solo 241 sono state effettivamente trasferite”. La volontarietà, ha chiarito il ministro, riguarda solo la rotazione degli sbarchi, non la ripartizione dei migranti tra i Paesi aderenti, che è obbligatoria. Continua a leggere (Fonte: AGI.IT)            

A Roma c’è la pasticceria per chi è a dieta

Ven, 10/04/2019 - 10:00

(…) Chi l’ha detto che dolci e bilancia non vanno d’accordo? E se vi dicessimo che c’è un posto dove golosità e sana alimentazione vanno a braccetto? Si chiama Con e Senza Zucchero, si trova a Roma ed è una pasticceria adatta per chi è a dieta. Senza strafare, è possibile concedersi qualche tentazione di gola pur seguendo un regime alimentare ipocalorico.

A Roma la pasticceria per chi è a dieta – L’essenza del locale sta tutto nel nome: qui è possibile gustare prodotti da pasticceria Con e Senza Zucchero, appunto. Dolci tradizionali adatti a tutti e dolci pensati per chi segue particolari regimi alimentari, realizzati senza zuccheri aggiunti.

Proprio per questo, questa pasticceria di Roma  è il luogo ideale non solo per chi è a dieta per perdere peso e non vuole rinunciare al dolce. Anche si soffre di diabete, ad esempio, qui può dunque mangiare ogni sorta di leccornia senza rischi per la propria salute.

Continua a leggere FUNWEEK.IT di Francesca Caiazzo

Incendi devastanti e aumento della CO2: perché l’umanità tende a sottovalutare il problema

Ven, 10/04/2019 - 07:05

In pochi mesi l’opinione pubblica che si interessa dell’Amazzonia che brucia (e non solo di quella parte del mondo andata in fiamme) ne ha in parte negato o sminuito le problematiche che ne derivano – e ne deriveranno, se si proseguirà con questi ritmi – dividendosi in più categorie: la più diffusa è stata quella di coloro che minimizzano, ritenendo che gli incendi illegali ci sono sempre stati, che non c’è alcun picco nei roghi, e che, soprattutto, non ci sono né ci saranno significativi impatti.

I dati reali

Il primo dato invece è che sì, quest’anno c’è stato un aumento degli incendi che tipicamente caratterizzano questa stagione. Le immagini satellitari hanno mostrato che dall’inizio del 2019 in Amazzonia il numero degli incendi è l’83% in più rispetto ai 39.759 del 2018. Rispetto alla media del 2013 (anno in cui si è iniziato a tenere conto dei roghi nel bacino amazzonico) si tratta di circa il 40% in più. Il New York Times ha pubblicato alcune infografiche che mostrano la diffusione degli incendi e l’evoluzione del fenomeno a partire dal 2000.

Il problema quindi è reale, e non si tratta di “una ricorrenza stagionale in linea con il trend degli ultimi anni“, come sostengono i negazionisti. Costoro si sono riferiti anche alla produzione di ossigeno per la quale, dicono, la foresta Amazzonica non è elemento sostanziale nel produrne quanto  serve alla nostra atmosfera. Ovvero l’Amazzonia ne produrrebbe solo una quota parziale e molto scarsa.

C’è un rapporto tra incendi e anidride carbonica

Il vero e fondamentale nodo del problema è un altro, ovvero la deforestazione che si produce anche localmente e la quantità di anidride carbonica emessa: gli incendi producono una grande quantità di anidride carbonica, ed è questo l’aspetto di cui tenere conto.

Fino ad oggi gli incendi hanno prodotto 230 milioni di tonnellate di CO2, principale responsabile dell’effetto serra e di conseguenza dell’aumento delle temperature.

Paradossalmente possiamo “permetterci” di perdere ancora porzioni della foresta pluviale amazzonica (non molto, il punto di non ritorno per la savanizzazione è calcolato quando si raggiungerà il 25% di porzione disboscata, e siamo intorno al 15%) ma non possiamo invece permetterci di aggravare il bilancio della presenza di CO2 nell’atmosfera. Certo, non ci sono solo gli incendi tra le cause, tutte le attività umane (dagli allevamenti alla produzione industriale, alle automobili e così via), producono CO2 nell’atmosfera ma a causa degli incendi in pochi anni abbiamo quasi raddoppiato la CO2 presente causando danni irreparabili agli ecosistemi.

E non si tratta solo delle foreste Amazzoniche, il danno è dato da la sommatoria di tutti gli eventi, dolosi e non dolosi, anche per tutti quelli avvenuti in Siberia, e ora in Africa e in altre parti del mondo.

Perché se la CO2 nell’atmosfera aumenta, si crea un innalzamento della temperatura, gli alberi progressivamente si riducono e assorbono sempre meno anidride carbonica, l’acqua scarseggia perchè evapora e la traspirazione delle piante non funziona come dovrebbe. Perché è grazie a quest’ultima funzione, che si studia fin dalla terza elementare, che funziona tutto il ciclo vitale dell’acqua.

Senza le piante la Terra sarebbe come Marte

Non distruggere il patrimonio che abbiamo, ma manutenerlo affinché persista, e piantare alberi, tanti, soprattutto nei luoghi in cui non ci sono mai: nelle città. Questa, secondo gli esperti, se non è l’unica soluzione è di certo una delle migliori contro il cambiamento climatico, i matematici direbbero condizione necessaria ma non sufficiente. Le aree urbane rappresentano soltanto il 2 per cento delle terre emerse e producono oltre il 70% della CO2. È quindi lampante la soluzione per invertire questo andamento del riscaldamento globale: le piante sono migliaia di volte più efficienti nell’assorbire CO2 inquinanti quanto più sono vicini alla sorgente che le produce.

E se il concetto espresso ci sembra piuttosto noto e banale, come si può spiegare dunque l’indifferenza, la poca rilevanza data a questi accadimenti e addirittura l’accanimento dimostrato da alcuni di negare tutto ciò; ovvero perché l’importanza delle piante, del verde non è sentita, viene ignorata se non proprio negata? Una cecità degli uomini verso le piante, verso la natura tutta.

Plant Blindness: la spiegazione di Stefano Mancuso

Esiste una spiegazione scientifica anche per questo e ce la fornisce il prof. Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze.

Mancuso parla di Plant Blindness ovvero di “cecità alle piante” che non è altro che un malfunzionamento cognitivo studiato dalla neurologia legato alla bassa capacità di calcolo del nostro cervello nel processare tanti dati. Le informazioni che ci arrivano attraverso i nostri sensi sono difatti tantissime, un numero sorprendente; in pratica si processa non più di un centinaio di byte al secondo mentre nel nostro cervello, attraverso gli occhi, entrano un miliardo e mezzo di byte al secondo.

E c’è di mezzo molto di più, l’intero processo evolutivo. Come animali capiamo infatti cosa ci è simile e non cosa ci è difforme. Le piante sono così diverse da noi, la loro evoluzione, il loro adattamento ha seguito processi totalmente diversi. Le piante per esempio non hanno organi vitali come tendiamo a immaginarli noi uomini, ma li hanno delocalizzati in tutto il loro volume, per adattamento. Se si taglia un ramo, l’albero può sopravvivere. Noi senza un organo vitale no.

All’inizio della storia umana l’uomo ha trovato tanto verde, ha sovraccaricato i suoi sensi che si sono rivolti subito all’arrivo di animali, come prede, o di altri esseri umani. Questo meccanismo celebrale, questa condizione di adattamento sembrano essere alla base dunque di questa nostra “ignoranza”, questo disinteresse,  verso la natura. Verso il vero motore della vita sulla Terra.

Le piante per di più sono intelligenti e sensibili, il mondo vegetale si caratterizza anche per una sensibilità molto maggiore di quella degli esseri umani e degli animali, perché il fatto di non potersi muovere lo ha “costretto” a sviluppare altre “facoltà” per svolgere al meglio le normali attività quotidiane (difendersi, riprodursi, comunicare…) e quindi a sopravvivere.

Tanto per avere un’idea, una singola radice di mais lunga meno di due centimetri è in grado di percepire in un metro cubo di terreno pochi nanogrammi di una qualunque sostanza chimica.  «Una sensibilità che a noi umani è del tutto sconosciuta»: parola di scienziato, Stefano Mancuso.

Fonti:

https://www.focus.it/focus-live/news/perche-le-piante-sono-creature-intelligenti-anche-piu-degli-esseri-umani
https://www.nextquotidiano.it/bufale-amazzonia-in-fiamme-e-cosa-possiamo-fare-nel-nostro-piccolo/
https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/22/stefano-mancuso-intervista-alberi/41520/

Immagine di Armando Tondo

Let it Bees, così Fidenza diventa amica delle api

Gio, 10/03/2019 - 19:00

Sono le api, proprio quelle cui pensiamo distrattamente mentre prendiamo un vasetto di miele oppure un po’ preoccupati se le vediamo volare vicino a noi mentre passano di fiore in fiore. Eppure dalla salvezza delle api e degli insetti impollinatori, sterminati dall’uso massiccio di pesticidi e dal cambiamento climatico, dipende la salvezza di un terzo del cibo che consumiamo e della maggior parte delle piante esistenti.

Ed è proprio per dare un segnale forte, che combini la speranza e la possibilità di un deciso cambio di rotta, che il Comune di Fidenza e la cooperativa Emc2 Onlus hanno dato vita all’enorme progetto “Let it Bees”, dedicato alla sensibilizzazione, alla scoperta e all’incontro con questi straordinari insetti, che culminerà con l’apertura alle porte della Città del primo bosco regionale per favorire l’impollinazione.

5 GIORNI DI EVENTI DURANTE #BORGOFOOD – Le finalità del Bosco di Maia e l’incontro con il mondo favoloso delle api saranno raccontate nel cuore di Fidenza – lungo via Berenini fino alla zona delle Orsoline – dai ragazzi di Emc2 e da un team di esperti durante la Gran Fiera di San Donnino e #BorgoFood, dal 5 al 9 ottobre. Oltre venti gli appuntamenti in programma, tra i quali il magnifico alveare sensoriale, tantissimi laboratori per i bimbi su temi che spaziano dal recupero al riciclo di materiali per un riutilizzo creativo, passando per la conoscenza delle piante, dei loro frutti e, ovviamente, delle api. E poi corsi di yoga per i più piccoli, di meditazione, di mindful eating e tanto altro.

Lanceremo da qui un forte messaggio che parla della sostenibilità ed eleva la difesa delle api a impegno simbolo, necessario, collettivo e possibile. Lo faremo con allestimenti di percorsi urbani incentrati sul tema della diffusione della cultura ambientale, con criteri rigorosamente plastic free e con materiali provenienti dal riuso, dal riciclo e dal recupero.

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A Verona c’è il Festival Irregolare

Gio, 10/03/2019 - 18:14

I medici dovrebbero prescrivere per tutti, insieme alle medicine, anche una buona dose di arte. Infatti è ormai scientificamente provato che l’arte migliora la salute e verticalizza l’effetto positivo delle cure.
Al di là delle numerose ricerche che dimostrano che lo stato d’animo che si sperimenta inventando arte fa bene allo spirito e al corpo, io ho un’esperienza personale piuttosto ricca in proposito.
Prima di morire mia madre tenne un ultimo corso di teatro al villaggio Alcatraz. Non aveva nessuna malattia mortale ma era stanca di vivere per i molti acciacchi.
A pranzo se ne stava rincantucciata al ristorante, avvolta in uno scialle rosso e dimostrava tutti i suoi anni. Poi quando saliva sul palcoscenico e iniziava a recitare aveva una metamorfosi. Si raddrizzava, lo sguardo diventava vivace e pareva addirittura che la pelle del viso si tendesse facendo diminuire parecchio le rughe.
Era un fenomeno che stupiva tutti gli allievi.

E mio padre dopo il suo novantesimo compleanno era messo male. A giugno i medici mi dissero che aveva pochi giorni di vita. Ciononostante continuava a dipingere e a dettare testi… E si incaponì che voleva recitare ancora una volta. E ci riuscì. Tenne il palcoscenico per quasi due ore, all’Auditorium di Roma, di fronte a 3mila persone e finì lo spettacolo cantando. Il che, per lo stato dei suoi polmoni era teoricamente impossibile.
Telefonai al professor Poletti e gli dissi che Dario ce l’aveva fatta. Mi rispose che era ateo ma ora credeva ai miracoli.

L’arte è proprio miracolosa. Scatena emozioni curative, rintraccia energie sconosciute.

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Cancro: nuova analisi del sangue scova oltre 20 tipi di tumore

Gio, 10/03/2019 - 15:26

È ancora in fase di sviluppo, ma un nuovo esame del sangue è in grado di individuare diversi tipi di tumore con un alto grado di precisione. A metterlo a punto un gruppo di ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute di Boston (Stati Uniti), secondo cui l’innovativo test potrebbe quindi essere utilizzato per la diagnosi precoce di alcune neoplasie.

Gruppi metilici e metilazione

Il nuovo test – che è stato presentato nel corso di Esmo 2019, il Congresso della Società europea di oncologia medica, a Barcellona (Spagna) – è in grado di rilevare il DNA che le cellule tumorali riversano nel flusso sanguigno quando muoiono. Contrariamente alle biopsie liquide che rilevano mutazioni genetiche o altre alterazioni del DNA connesse al cancro, questa tecnologia si concentra su specifiche modifiche al DNA note come gruppi metilici, ovvero unità chimiche che, attraverso un processo chiamato metilazione, sono in grado di controllare quali geni sono “accesi” e quali “spenti“. Come spiegano gli esperti, in molti casi un andamento anomalo del processo di metilazione è più indicativo della presenza di un tumore rispetto alle mutazioni genetiche.

Test di alta precisione

Nello studio i ricercatori hanno analizzato quasi 3600 campioni di sangue (3583 per l’esattezza, di cui 1530 di pazienti con diagnosi di cancro e 2053 di persone senza tumore). I campioni comprendevano oltre 20 tipi di tumore (tra cui quello alla mammella, al colon retto, all’esofago, alla cistifellea, allo stomaco, al polmone, al pancreas e all’ovaio). Dall’analisi dei dati è emerso che la specificità complessiva del test era del 99,4% e che quindi solo lo 0,6% dei risultati indicava erroneamente la presenza di una neoplasia. Il test è stato inoltre in grado di identificare correttamente anche il tessuto di  origine del cancro: in particolare, per il 97% dei campioni di sangue da cui è stato possibile individuare il tessuto di origine, il test ha identificato correttamente l’organo o il tessuto di origine nell’89% dei casi.

Nuova strada per diagnosi precoci

L’autore principale dello studio Geoffrey Oxnard precisa che un precedente lavoro condotto dal suo gruppo di ricerca aveva già dimostrato che per rilevare diverse forme di cancro a partire dall’analisi di campioni di sangue, i test basati sulla metilazione superano gli approcci tradizionali di sequenziamento del DNA.

I risultati del nuovo studio dimostrano ora che questo nuovo test «rappresenta un modo fattibile di effettuare screening per l’individuazione precoce delle neoplasie. Individuare con anticipo anche una piccola percentuale di tumori comuni potrebbe significare per molti pazienti ricevere un trattamento più efficace», spiega Oxnard. Risultato che si potrebbe ottenere «se questo test venisse utilizzato su larga scala».

India vieta sacrifici animali nei templi

Gio, 10/03/2019 - 15:00

L’Alta Corte di Agartala, la capitale indiana del Tripura, ha vietato ogni tipo di di sacrificio di animali nei templi induisti.
Anche se le antiche scritture indù la proibiscono, questa pratica è molto seguita nei templi di tutto il paese: ogni anno migliaia di piccoli animali vengono sacrificati in tutta l’India durante le più importanti celebrazioni.

Il Tripura, che si trova nel nord est del paese, ed è il più piccolo stato indiano, con appena 3 milioni e mezzo di abitanti, è il primo stato ad applicare la decisione filo animalista, sostenuta da Subhash Bhattacharjee, un ex magistrato. Il divieto, tuttavia è già stato molto contestato da gruppi di induisti fedeli alle tradizioni.

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3 ottobre 2013: ricordiamo la strage senza precedenti nel Canale di Sicilia

Gio, 10/03/2019 - 11:34
 (Fonte: TG2000)

Dalla stampa nazionale:

All’alba di quel giorno, il 3 ottobre del 2013, la strage di Lampedusa non era ancora una strage. Un barcone libico carico di migranti era affondato nel Canale di Sicilia. Eppure, all’alba di quel giorno, sembrava ancora qualcosa che il mondo aveva già visto.

Via via che i corpi senza vita, imbustati in anonimi sacchi di plastica, si accumulavano sul molo Favaloro, la situazione però diventava sempre più chiara: Lampedusa, l’Italia, l’Unione europea, il mondo, tutti erano davanti a una strage senza precedenti. Una delle peggiori mai accadute nel Mediterraneo dall’inizio dell’epoca contemporanea.

I cadaveri erano già un centinaio sulla banchina, quando uno dei primi sommozzatori che si era immerso nel luogo del naufragio, al suo ritorno sulla terraferma, tra le lacrime, disse: “Sono centinaia là sotto, sono intrappolati nel barcone. Non so come riusciremo a tirarli fuori”. Il barcone intanto era colato a picco.

I corpi delle vittime ritrovati in mare furono 368, di cui 41 erano bambini. Solo 155 persone si salvarono. Venti sono rimasti dispersi. Continua a leggere (TPI.IT di Maria Teresa Camarda)

Fonti ufficiali del Ministero degli Interni riportano i seguenti dati a proposito dei migranti sbarcati in Italia: 85.207 sbarchi nel 2017, 16.935 nel 2018, e 3.073 nel 2019. A scanso di equivoci, al di là delle strumentalizzazioni politiche e della distanza, legittima, tra la realtà dei fatti e la percezione dei cittadini, il calo degli sbarchi in Italia è incontestabile. In particolare a Lampedusa, si è passati dagli 11000 del 2017 ai 3900 del 2018 ma oggi, a inizio estate, nel 2019 sono già 1084, segno evidente che “i porti chiusi” pubblicizzati dall’attuale governo non sono affatto chiusi.

(…) Persone che sbarcano senza che si sappia chi sono, cosa portano con sé e dove sono dirette, perché i riflettori sono tutti puntati sulle Ong, responsabili di trarre in salvo e accompagnare soltanto il 10% dei migranti che giungono in Italia. Il 90% di loro rimane in mano ai trafficanti, a quelli veri, che come giustamente fa notare il giornalista Antonello Caporale durante la trasmissione di L’aria che tira su La7, non vengono arrestati. E aggiunge: “I confini dell’Italia sono i confini europei. Un governo e una missione europea e militare debba sorvegliare e servire a provare una linea di investimento politico, economico e organizzativo con gli hotspot che si devono fare nel Sud Sudan e in Nigeria. È come se non esistessero. Adesso che la prossima emergenza sarà quella dei migranti climatici, che facciamo?”. Continua a leggere (Fonte: PEOPLE FOR PLANET di Stela Xhunga)

L’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) tenta di registrare il numero di morti sulle varie rotte migratorie di tutto il mondo tramite un progetto denominato Missing Migrants Project. E l’ultimo rapporto ha indicato 17.919 persone morte o scomparse nel Mediterraneo. I ricercatori spiegano poi che dal 2014 non sono stati mai recuperati i corpi di quasi 12mila migranti.

Le stime risultano particolarmente complesse perché le uniche informazioni disponibili spesso provengono dai soli sopravvissuti e i numeri sulla mortalità possono variare o essere difficili da verificare.

(…) Per quanto riguarda il 2019, in questi giorni l’organizzazione ha indicato che quasi 1000 persone sono morte nel tentativo di arrivare nel Vecchio Continente via mare e che il numero delle morti raggiungerà quota 1000 per sei anni consecutivi. La cifra elevata sarebbe dovuta, viene spiegato, “in parte all’atteggiamento duro e alla totale ostilità nei confronti dei migranti che fuggono dalla violenza e dalla povertà”. “Questa carneficina in mare ci fa soffrire tutti. È una vergogna per tutti”, è stato commentato. Continua a leggere (Fonte: TPI.IT di Donato De Sena)        

Binge drinking: ubriacarsi alla velocità della luce fa male

Gio, 10/03/2019 - 10:40

Sebbene tra i ragazzi sia in diminuzione il consumo giornaliero di alcol, l’assunzione di bevande alcoliche fuori dai pasti risulta in crescita e sale la percentuale di giovani che beve alcol in modo smodato fino a ubriacarsi, fenomeno noto come binge drinking.

Diminuisce il consumo giornaliero di alcol, ma aumenta quello fuori dai pasti e il ricorso al binge drinking, pratica pericolosa per la salute che consiste nell’assunzione di dosi elevate di alcolici in un breve lasso di tempo finalizzata al rapido raggiungimento dell’ubriachezza. Il tema “alcol e giovani” nel nostro Paese può attualmente essere visto come una medaglia con due facce molto diverse tra loro che, se da un lato mostra un dato positivo grazie alla diminuzione del consumo giornaliero di bevande alcoliche, dall’altro mette invece in risalto due dati negativi: l’aumento dell’ingestione di alcol al di fuori dei pasti e la crescita del fenomeno del binge drinking, l’ubriacatura veloce. I dati arrivano dal Report 2016 sul Consumo di alcol in Italia dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica.

Giovani e adolescenti: eccessi frequenti

In particolare, dal Report emerge che il consumo di alcolici tra gli adolescenti – sia quello giornaliero (peraltro molto contenuto), sia quello occasionale (seppure con un andamento oscillante negli ultimi anni) – è diminuito sensibilmente, passando dal 29% al 20,4%, sebbene nel consumo di alcol le fasce d’età a eccedere più frequentemente sia proprio quella degli adolescenti di 11-17 anni (22,9% maschi e 17,9% femmine) seguita da quella dei giovani di 18-24 anni (22,8% maschi e 12,2% femmine), preceduta solo dagli ultrasessantacinquenni (36,2% uomini e 8,3% donne).

Alcolici fuori pasto: consumo massimo intorno ai 29 anni

L’abitudine di assumere bevande alcoliche fuori pasto frequentemente (ovvero almeno una volta a settimana) riguarda soprattutto i giovani di 18-34 anni, con un’incidenza fra i ragazzi più che doppia rispetto alle ragazze. In particolare considerando l’andamento per età, la quota di consumo almeno settimanale di alcol fuori pasto sale fino al raggiungimento della fascia di età 25-29 anni, per poi scendere progressivamente nelle classi di età immediatamente successive.

Il binge drinking

Secondo i nuovi Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti (LARN), si parla di binge drinking quando si assumono oltre 6 unità alcoliche (UA) in un’unica occasione. Una unità alcolica corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, che sono contenuti in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino a media gradazione, in una lattina o bottiglia di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. La popolazione giovane di 18-24 anni, rileva l’Istat, è quella più a rischio per il binge drinking, frequente soprattutto durante momenti di socializzazione, come dichiara il 17% dei ragazzi (21,8% dei maschi e 11,7% delle femmine), e in particolare tra i 16 e 17 anni questa pratica raggiunge livelli superiori a quelli medi della popolazione.

Il luoghi del binge drinking

Il Rapporto 2016 dell’Istat ha anche indagato quali sono i luoghi in cui più spesso i giovani si lasciano andare al binge drinking: per adolescenti e giovani fino a 24 anni i posti preferiti risultano essere le discoteche e, in generale, i locali “night”, mentre le persone un po’ più grandi (24-44 anni) mostrano di preferire i bar, i pub o le birrerie. Per quanto riguarda il luogo in cui è avvenuto più frequentemente l’ultimo episodio di binge drinking, nell’ordine si trovano: casa di amici o parenti (39,3%); bar, pub o birreria (29,4%); ristorante, pizzeria, osteria (27,5%); casa propria (25,1%); discoteca/night (13,0%); all’aperto o in strada (5,3%) e altri luoghi (2,7%), come ad esempio posti di degustazione o vinoforum .

Chi va in discoteca consuma più alcol

Alcuni comportamenti non moderati nel consumo di alcolici risultano più diffusi tra chi frequenta abitualmente (più di 12 volte nell’anno) discoteche e luoghi in cui si balla. “Pur non potendo affermare che il consumo di bevande alcoliche avviene necessariamente nel momento in cui ci si trova in discoteca o in altri luoghi in cui si balla – si legge nel Rapporto Istat – si osserva che alla frequentazione assidua di questi luoghi nel tempo libero (12 o più volte all’anno) si associa un’abitudine maggiore al bere in modo non moderato”. E il fenomeno riguarda soprattutto i giovani e gli adulti fino a 44 anni. In particolare, poi, “tra i giovani di 18-24 anni di sesso maschile che vanno abitualmente in discoteca, il 38,4% ha l’abitudine al binge drinking (contro il 10% di quelli che non ci vanno) e il 24,4% delle donne (contro il 3,2%). Anche la quota dei giovanissimi di 11-17 anni con l’abitudine al binge drinking (3,5%) sale tra chi frequenta le discoteche e raggiunge il 18,9% tra chi le frequenta maggiormente”.

Le bevande alcoliche preferite

Tra gli adolescenti di 11-17 anni e i giovani (fino a 44 anni) ai primi posti si trovano birra e aperitivi, amari e superalcolici, e all’ultimo posto il vino. Ma sono forti le differenze di genere: gli uomini scelgono soprattutto la birra, le giovani fino a 24 anni invece aperitivi, amari e super alcolici.

L’esempio dei genitori conta

Il consumo non moderato di alcol dei genitori influenza il comportamento dei figli: ha infatti abitudini alcoliche non moderate il 30,5% degli 11- 24enni che vivono in famiglie dove almeno un genitore ha un consumo di alcol eccedente, mentre la percentuale scende al 16,2% tra i giovani con genitori che non bevono o bevono in maniera moderata.

Indispensabili monitoraggio e prevenzione

Nonostante alcuni segnali positivi come la diminuzione del consumo giornaliero di alcol tra i giovani, “si osservano ormai da tempo modalità di consumo rischiose per la salute che vanno monitorate – si legge nel documento elaborato dall’istituto superiore di sanità in base ai dati Istat in occasione dell’Alcohol prevention day 2017. “L’attenzione va posta specialmente su consumo di alcol in età precoce, consumo occasionale e al di fuori dai pasti e consumo quotidiano non moderato e binge drinking”. Tra le strategie che dovranno essere poste in atto nel futuro per ridurre il consumo di alcolici, conclude il documento, “è necessario monitorare il comportamento di gruppi specifici di popolazione più a rischio, come i giovani”, e “informarli ed educarli a un consumo moderato non legato alle mode, superando l’ignoranza e i falsi miti legati alla socializzazione e al successo. Senza dimenticare di puntare sulla prevenzione a partire dalla famiglia, “perché molti comportamenti scorretti vengono appresi anche tra le mura domestiche”.

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

Leggi anche: Alcol e giovani, gli esperti avvertono: il binge drinking può portare alla dipendenza

Facebook prepara la svolta: via i «Like» dai post

Gio, 10/03/2019 - 10:00

La scelta, analogamente a quanto fatto già con Instagram, rivela le intenzioni della piattaforma: salvaguardare il benessere degli utenti, liberandoli dall’ossessione dei «Mi piace»

Facebook come Instagram: like nascosti

Prima Instagram e adesso anche Facebook: le due aziende, che fanno capo a Mark Zuckerberg, infatti, stanno entrambe testando uno strumento che nasconde il numero dei like ricevuti. Da venerdì 27 settembre, anche la piattaforma più anziana ha scelto questa via, ma per il momento solo in Australia. Questo il commento di un portavoce a TechCrunch: «Like, reazioni, visualizzazioni dei video saranno rese private. Durante questa fase raccoglieremo dei feedback per capire se questi cambiamenti possano rendere migliore l’esperienza degli utenti».

Se questo strumento, infatti, consentisse un maggior benessere agli utilizzatori australiani della piattaforma, senza compromettere le loro interazioni, Facebook potrebbe valutare l’espansione del test in altri Paesi. La scelta del social network nello specifico impedisce, a chi naviga nella home page, di vedere quanti mi piace abbia ricevuto un post, anche se in realtà, come rivelato da TechCrunch, un utente potrebbe cliccare all’interno del contenuto postato e vedere comunque chi abbia lasciato un like o una reazione.

In caso di post popolare, sarebbe difficile contarli tutti, ma diversamente sarebbe semplice individuare chi abbia interagito con quanto è stato postato. Il proprietario del profilo, invece, continuerebbe a visualizzare le informazioni e il conteggio come se nulla fosse cambiato.

Continua a leggere su CORRIERE.IT di di Davide Urietti

Piante e habitat in pericolo di estinzione (Infografica)

Gio, 10/03/2019 - 08:01

Negli ultimi 250 anni si sono estinte 571 specie di piante, il doppio delle specie animali scomparse. Un problema che riguarda anche l’Italia, patrimonio di specie che non si trovano in nessuna altra parte del mondo.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Fare gli attori in teatro: intervista a Mario Pirovano

Gio, 10/03/2019 - 07:05

Gli inizi, Dario Fo e Franca Rame, fino a oggi, dove in occasione del 50.mo di Mistero Buffo, Mario Pirovano debutterà al Piccolo Teatro Grassi di Milano, dall’8 al 20 ottobre.

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Leggi anche:
Il teatro e la lotta

L’autoironia di Greta Thunberg: condivide la parodia death metal del suo discorso all’Onu

Mer, 10/02/2019 - 19:00

“Ho chiuso con questa storia del clima, d’ora in avanti farò solo death metal”. Ci scherza su Greta Thunberg, condividendo una parodia virale sul web: il suo recente discorso tenuto all’Onu, segnato da lacrime di rabbia, trasformato in un pezzo death metal svedese. Il video è opera dello YouTuber John Mollusk

Fonte REPUBBLICA.IT

Fonte immagine: EURONEWS

Il modo migliore per arrivare al Convegno Pillole di Ecofuturo? In Sharengo!

Mer, 10/02/2019 - 16:00

Sulle strade delle nostre città si sta sempre più affermando la sharing mobility,  modalità innovativa che consente di spostarsi da un luogo all’altro condividendo con altri utenti mezzi, spazi e percorsi per muoversi in modo più efficiente, rapido e rispettoso dell’ambiente. Una generale trasformazione del comportamento degli individui che, progressivamente, tendono a preferire l’accesso temporaneo ai servizi di mobilità piuttosto che utilizzare il proprio mezzo di trasporto, fino a non possederlo affatto. 

Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility promosso dal Ministero dell’Ambiente al 31 dicembre 2018, sono 5,2 milioni solo in Italia gli utenti della sharing mobility,  di cui iscritti ai servizi di carsharing 1 milione e 860 mila. Rispetto a quest’ultimo servizio si registra tra il 2017 e il 2018  un incremento del 37% nei servizi station-based e un più 27% sul flusso libero. A questo link puoi scaricare il 3° Rapporto sulla Sharing Mobility

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Crocefisso sì, crocefisso no?

Mer, 10/02/2019 - 15:00
(Fonte: FANPAGE.IT)

Dalla stampa nazionale:

Sono sgomento di fronte a questo vespaio mediatico. Il tema non è all’ordine del giorno, non è una priorità, neanche lontanamente”. Così il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, torna a parlare del crocifisso nelle aule scolastiche durante un’intervista a Radio Capital. “Io credo in una scuola laica – spiega -. Invece di parlare del fatto che il Ministero sta lavorando per l’edilizia scolastica o che sta aiutando le amministrazioni, si discute di quello che io ho detto sul crocifisso. Questo Paese ha bisogno di un cambio di mentalità“.

Da una parte l’inevitabile presa di posizione della Chiesa e l’alzata di scudi del centrodestra, dall’altra la difesa del ministro Fioramonti e il tentativo di mettere la parola fine alla bufera da parte del Movimento 5 Stelle. Si chiude, tra un mare di polemiche, una giornata segnata dalla questione del crocifisso nelle scuole, sollevata dopi le parole del titolare del Miur che, in un’intervista radiofonica, aveva detto di essere “per una scuola laica”. Continua a leggere (Fonte: ANSA.IT)

(…) I dubbi della Chiesa – Per Pennisi:Quella di Fioramonti non mi sembra una proposta molto popolare. E non credo che l’istruzione possa migliorare togliendo il crocifisso. Per la gente è un simbolo importante”. L’arcivescovo ricorda la sentenza del 2006 del Consiglio di Stato per la quale il crocifisso deve restare in aula. E spiega che per il Consiglio di Stato, “il crocifisso non è soltanto un simbolo religioso ma anche un simbolo della cultura italiana, un valore di una sofferenza portata per amore e che non può creare fastidio a nessuno”.

Sulle stesse posizioni anche Fratelli d’Italia. “Ricordiamo al ministro che, pur rispettando tutte le religioni, qui – ha sottolineato Paola Frassinetti, deputato di Fdi e vicepresidente della commissione Cultura della Camera – siamo in Italia ed è giusto che nelle aule ci sia il Crocifisso. I fedeli di altre religioni devono per prima cosa rispettare i simboli della nostra fede, altrimenti, se ne sono infastiditi, nessuno li obbliga a rimanere qua”. Lapidario il leader leghista Matteo Salvini su Twitter: “Prima l’idea di tassare merendine e bibite, adesso l’idea di togliere i crocifissi dalle aule: ma questo è un ministro o un comico?“. A Salvini la posizione di Pennisi non va giù: “Ma come, signor vescovo, con tutto il rispetto: un ministro della Pubblica istruzione che dice di togliere i crocifissi dalle scuole sbaglia non perché è un errore culturale, perché è un atto di arroganza e ignoranza; lo attacca perché sarebbe fare un favore a Salvini. Ringrazio le tante suore, i tanti preti che mi hanno detto vai avanti, non mollare. Ma ti pare che debba essere io a difendere la fede, i valori? Io sono un peccatore”.

I cattolici dem – E contro l’idea di Fioramonti si schiera anche l’ex ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, oggi nella direzione nazionale Pd: “So bene la fatica che si affronta a inizio anno scolastico in Viale Trastevere. Il ministro, di questi tempi, è sotto pressione: vive, se posso usare questo termine, un piccolo calvario. L’elenco delle urgenze sarebbe troppo lungo.Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT di Paolo Rodari)

La sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo – Nel 2011 sul tema si era espressa con una sentenza definitiva la Corte europea dei diritti dell’uomo, sancendo che il crocefisso poteva restare nelle aule delle scuole pubbliche italiane. La Corte aveva assolto l’Italia dall’accusa di violazione dei diritti umani perché, secondo i giudici, non esistono elementi che provino l’influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso in classe.

La replica dell’Uaar – Le dichiarazioni di Fioramonti sono invece piaciute all’Uaar, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. “È un bel cambio di passo, soprattutto se pensiamo ai rosari cui ci aveva abituato l’ex vicepresidente del Consiglio. Ora speriamo che alle parole seguano i fatti”, ha detto il segretario Roberto Grendene.

“Quella per una scuola pubblica senza simboli religiosi – ha aggiunto Grendene – è una campagna che la nostra associazione porta avanti da decenni, nella convinzione che la presenza del crocifisso costituisca un’inammissibile privilegio per la religione cattolica e soprattutto che le pareti delle aule scolastiche debbano essere interamente dedicate all’istruzione e all’apprendimento, senza condizionamenti. Le dichiarazioni del ministro sono peraltro totalmente in linea con le risultanze di un confronto che abbiamo aperto sui nostri social giusto un anno fa, quando abbiamo chiesto quali immagini, frasi e simboli si vorrebbero vedere esposti al posto del crocifisso sulle pareti delle aule scolastiche: a spuntarla era stata proprio la Costituzione e in particolare l’articolo 34 della nostra carta fondamentale, quello che recita che ‘La scuola è aperta a tutti’. Continua a leggere (Fonte: TODAY.IT )

Foto di Pete Linforth da Pixabay

“Lilt for women campagna nastro rosa 2019”

Mer, 10/02/2019 - 10:01

Ha preso il via ufficialmente ieri, martedì primo ottobre, la campagna nazionale “LILT For Women Campagna Nastro Rosa 2019”, giunta alla ventisettesima edizione, promossa dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori e patrocinata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero della Salute, che pone al centro dell’intero mese di ottobre la prevenzione del cancro al seno, mediante visite senologiche e iniziative di sensibilizzazione. Testimonial di questa edizione 2019 è Belen Rodriguez, lo slogan scelto è “La prevenzione non ha età”, mentre l’hashtag ufficiale rimane #vivilrosa.

Per le visite senologiche gratuite, la LILT di Catania mette a disposizione i propri ambulatori nei quali i medici specialisti volontari dell’associazione eseguiranno le visite, daranno consigli, distribuiranno opuscoli informativi e insegneranno alle donne più giovani l’autopalpazione. All’edizione 2019 collabora la Breast unit dell’ospedale “Cannizzaro” di Catania. Le modalità di prenotazione delle visite sono specificate sul sito della Lilt etnea www.legatumoricatania.it. Con uno sforzo eccezionale, l’associazione ha previsto un numero massimo di 250 visite, raggiunte le quali non sarà più possibile prenotarsi; per motivi organizzativi il termine ultimo di prenotazione è fissato in sabato 5 ottobre.

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