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Magazine Online di Ecologia, Benessere e Solidarietà
Aggiornato: 1 ora 17 min fa

Chef Rubio contro Totti | Recovery, saltano le 350 assunzioni per la governance | Pavia, operai soffocati dal gas

Sab, 05/29/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Benno: «Quando ho ucciso i miei genitori ero fuori dalla realtà». La zia: colpo basso;

Il Giornale: Chef Rubio contro Totti: ”Una carriera da capitano per poi finire camerata…”;

Il Manifesto: Più poveri e senza diritti, le macerie del lavoro in Iraq;

Il Mattino: Manager arrestato per violenza, la moglie denuncia: «Ha narcotizzato pure me»;

Il Messaggero: Måneskin nella top 20 britannica con “Zitti e Buoni”: primo brano italiano 30 anni dopo “Miserere”;

Ilsole24ore: Biden, un budget record da 6mila miliardi per «reinventare» l’economia – Il piano;

Il Fatto Quotidiano: Recovery, saltano le 350 assunzioni per la governance. Sul subappalto una soluzione-ponte: sale al 50% con più tutele per i lavoratori. Da novembre via i limiti;

La Repubblica: Incidente a Pavia, operai soffocati dal gas: “Non avevano la maschera di sicurezza”;

Leggo: Denise Pipitone, la svolta improvvisa a Pomeriggio 5: «Ha fatto nomi e cognomi. Potrebbero scattare gli arresti»;

Tgcom24: Strage Mottarone, il manovratore pronto ad ammettere al gip: “Ho corso il rischio ma non pensavo che il cavo si rompesse;

Gaza: il prezzo della guerra | Piano per i vaccini nelle discoteche | Louvre, la prima direttrice donna

Sab, 05/29/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Piano per i vaccini nelle discoteche, ma resta il no alle seconde dosi in vacanza. Dal 10 giugno prenotazione libera per tutti;

Il Giornale: Morte David Rossi, FdI ai margini dell’inchiesta: “Pronti a lasciare”;

Il Manifesto: Ogni giorno a Gaza il prezzo della guerra;

Il Mattino: Morte Maradona, divieto di espatrio per i 7 indagati: «C’è pericolo di fuga»;

Il Messaggero: Louvre, la prima donna nel tempio dell’arte: ​Laurence des Cars è la nuova direttrice;

Ilsole24ore: Con la flat tax al 15% in fuga dall’Irpef oltre 700mila contribuenti;

Il Fatto Quotidiano: Cassa depositi, cabina di regia e ministeri chiave: Draghi dà ai tecnici il controllo totale sulla gestione dei fondi europei. E i partiti stanno a guardare;

La Repubblica: I pm: “Arrestati in carcere perché pericolo di fuga”. Presto altri indagati | Eitan cosciente e parla con la zia;

Leggo: Cucchi, un carabiniere rivela: «Il comandante di Tor Sapienza conservava gli atti del processo»;

Tgcom24: Alitalia, Giorgetti: “Operatività in estate, poi il decollo di Ita” | Landini replica alle fonti Ue: “Licenziamenti? Inaccettabile”;

Se incontrate un orso, parlategli con calma!

Ven, 05/28/2021 - 17:00

Durante le scampagnate estive può capitare di incontrare un orso. Il Wwf, sulla sua pagina Facebook, pubblica un importante decalogo su come comportarsi. Tra i tanti consigli utili ne spuntano alcuni che…

6. Se vi imbattete casualmente in un orso a distanza ridotta e l’orso si allontana, non seguitelo.
Sempre un ottimo consiglio. Tipo: “Tanto va la gatta al lardo…”

7. Se l’orso vi nota e rimane fermo, allontanatevi parlando con voce calma.
Ma se riuscite a stare zitti è ancora meglio!

8. Se l’orso vi nota e si alza sulle zampe posteriori per studiare la situazione, fermatevi e parlate con calma.

9. Se l’orso dovesse seguirvi o avvicinarsi, mantenete la vostra posizione parlando con calma.

E’ chiaro che al Wwf ci tengono molto al fatto di parlare all’orso con calma. Il rischio, probabilmente, è di essere fraintesi o di dire cose che in realtà non pensi.
Orso… ma io e te, che cazzo se dovemo dì! (Grazie Corrado Guzzanti!)

Anche parlandogli con calma in alcuni casi l’orso attacca:

10. Nel caso in cui l’orso dovesse attaccarvi, stendetevi a terra a faccia in giù coprendovi il collo con le mani. Rialzatevi solo quando l’orso non sarà più nei paraggi.
A questo punto potete anche parlare nervosamente.

Nascono in natura 7 diavoli della Tasmania. Non succedeva da 3mila anni

Ven, 05/28/2021 - 15:38

Dopo oltre 3mila anni il Diavolo della Tasmania (Sarcophilus harrisii Boitard) torna in Australia, dove sono nati 7 cuccioli. Il marsupiale era stato inserito tra gli animali “in pericolo” nella Lista Rossa delle Nazioni Unite nel 2008.

Un progetto iniziato un anno fa

Adesso un progetto conservazionista lo vuole reintrodurre in natura, in Australia, e la nascita di questi nuovi esemplari a Barrington, a nord di Sydney, lascia ben sperare. Solo un anno fa, l’inizio del progetto, con 26 esemplari trasportati in un’area di 400 ettari proprio con la speranza che si riproducessero.

Perché è scomparso

Secondo gli esperti di Aussie Ark, una delle ong che hanno partecipato al progetto, i piccoli sono in buone condizioni e, nelle prossime settimane, saranno monitorati costantemente. In totale sarebbero circa 25mila gli esemplari della specie che vivono in Tasmania. Un tempo, questi marsupiali carnivori erano presenti anche in molte altre aree del continente, ma a cusarne la drastica diminuzione fu l’arrivo degli uomini e dei dingo, oltre a una particolare forma di cancro nota come Devil Facial Tumor Disease (DFTD) che ne avrebbe ucciso circa il 90 per cento della popolazione da quando è stata scoperta nel 1996.La nascita dei cuccioli è stata definitiva un successo storico da Tim Faulkner, presidente di Aussie Ark.

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L’inquinamento secondo nonna

Ven, 05/28/2021 - 15:00

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Scuola: “Alte concentrazioni di fluoro nei piatti della mensa”. Cosa significa?

Ven, 05/28/2021 - 12:45

Come ricorda Foodinsider, la presenza di fluoro in piatti e stoviglie compostabili utilizzate in mensa crea molta preoccupazione, perché è un possibile indicatore della presenza di Pfas. L’indagine de Il Salvagente, pubblicata venerdì 28 maggio, ha rinvenuto una “quantità di fluoro in queste stoviglie che è molto alta e merita attenzione”, ha commentato Alberto Ritieni, docente di Chimica degli Alimenti alla facoltà di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli. Nel frattempo, il Ministero della Salute, insieme al Ministero per le pari opportunità e famiglia, pubblica le Linee guida per i centri estivi imponendone l’impiego: ‘si devono sempre utilizzare posate, bicchieri e stoviglie monouso ‘possibilmente biodegradabili’ anche al di fuori dei pasti’.

Cosa sono i Pfas

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFASs) sono composti chimici utilizzati in campo industriale per la loro capacità di rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. I PFAS vengono impiegati dagli anni ’50 per tessuti (ad esempio i tessuti tecnici come il Gore-Tex), tappeti, insetticidi, schiume antincendio, vernici, rivestimenti dei contenitori per il cibo (ad esempio il teflon), cera per pavimenti e detersivi. Oggi queste sostanze sono conosciute per la contaminazione ambientale che hanno prodotto negli anni proprio a causa della loro stabilità termica e chimica, che le rendono resistenti ai processi di degradazione. Come si accumulano nell’ambiente, i PFAS vengono trattenuti nel corpo umano, dove risultano tossici ad alte concentrazioni. L’esposizione dell’uomo ai PFAS avviene principalmente per via alimentare, per inalazione e ingestione di polveri, una volta che queste sostanze entrano nell’ambiente per contaminazione dell’acqua entrano nella catena alimentare attraverso il suolo, la vegetazione e le coltivazioni, gli animali e quindi gli alimenti.

Causano tumori e diverse malattie

È stato dimostrato, che PFOA e PFOS sono in grado di causare un’ampia gamma di effetti avversi, fatto che desta ancor più preoccupazione considerando la loro proprietà di accumularsi nell’organismo.
Si tratta di interferenti endocrini, in grado quindi di alterare tutti i processi dell’organismo che coinvolgono gli ormoni, responsabili dello sviluppo e dunque pericolosi in particolar modo per i bambini; del comportamento; della fertilità e di altre funzioni cellulari essenziali.
Le patologie maggiormente riscontrate, la cui causa è attribuita all’esposizione prolungata a queste sostanze, sono il tumore ai reni; il cancro ai testicoli; malattie della tiroide; ipertensione in gravidanza; colite ulcerosa; aumento del colesterolo e molte altre.

“Questa non è prevenzione covid”

“La parola su cui si gioca la partita delle stoviglie compostabili, così come dei lunchbox, è ‘sicurezza’”, spiega Claudia Paltrinieri, fondatrice e presidente di Foodinsider, il barometro delle mense scolastiche che ogni anno le valuta e le mette in classifica. Inoltre, non esiste la minima prova che si possa contrarre il nuovo coronavirus da una stoviglia lavata male, né dal cibo (OMS). “Anzi il paradosso è che per un ingiustificato principio di prudenza (evitare la diffusione del covid 19) si espongono i bambini a un potenziale maggior rischio: i Pfas sono classificati dalla Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) come potenziali cancerogeni (Pfoa, Gruppo 2B), e interferenti endocrini (ormonali)”.

Il covid-19 – insomma – non si può trasmettere da un piatto, o dal cibo, o da una forchetta toccata da altri: lo aveva ben spiegato a People for Planet anche Donato Greco, epidemiologo e consulente dell’Oms.

Basta stoviglie usa e getta, ma soprattutto basta compostabile

“Chiediamo al Ministero della Salute e al Ministero delle pari opportunità e famiglia, di intervenire al fine di promuovere l’impiego di stoviglie in ceramica e, in via transitoria, là dove il modello organizzativo non lo consenta ancora, di utilizzare piatti di plastica da riciclare in maniera opportuna, al posto delle stoviglie compostabili”, continua Paltrinieri. Passare a stoviglie e posate tradizionali non significherebbe solo sopperire al rischio Pfas, ma anche eliminare una fonte enorme di rifiuti, la cui produzione e smaltimento ha una forte incidenza sulle emissioni inquinanti.

Infine, l’invito è anche quello di seguire l’esempio della Danimarca che già da luglio 2020 ha vietato l’impiego di sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) in imballaggi e nei materiali a contatto con gli alimenti in carta e cartone. Come dichiara il Ministero dell’Ambiente danese ‘Fortunatamente, la carta può essere resa unta e idrorepellente anche senza l’uso di fluoruri’.

Esiste una normativa, ma non si applica

“In via definitiva basterebbe applicare la normativa che è in vigore dall’agosto dello scorso anno (CAM, Criteri ambientali minimi per il servizio di ristorazione collettiva e fornitura di derrate alimentari [20A01905] GU Serie Generale n.90 del 04-04-2020) che prevede che i pasti siano somministrati e consumati in stoviglie riutilizzabili:  bicchieri in vetro o in plastica dura non colorati, stoviglie, anche nelle scuole di infanzia, in ceramica o porcellana bianca e posate in acciaio inossidabile”, conclude Paltrinieri.

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Caccia, Lipu: “Mai d’accordo, neppure se finanzia la protezione dell’ambiente”

Ven, 05/28/2021 - 08:00

La situazione caccia è complessa, e per questo, per tentare di sbrogliarla, abbiamo ascoltato più voci. Siamo partiti da un dato di fatto, in questa inchiesta a puntate: l’emergenza cinghiali (cresciuti a dismisura soprattutto in alcune regioni d’Italia) ha avuto un’enorme impatto negli ultimi anni, portando novità positive – la consequenziale crescita del loro predatore naturale, il lupo – e negative: gli ingenti danni all’agricoltura, che nella puntata precedente Confagricoltura ha valutato in svariati milioni l’anno, ma anche un non trascurabile problema sicurezza, soprattutto quando, d’estate, la siccità li spinge ovunque. Abbiamo capito che alla base del problema ci sono i cacciatori, che hanno anche illegalmente introdotto e foraggiato specie aliene di cinghiali, per poterli cacciare più agilmente (e con maggior profitto: un cinghiale vale alcune migliaia di euro e l’indotto, e il mercato “nero”, è ghiotto). Ma anche gli stessi agricoltori, che pigiano sull’acceleratore della protesta per chiedere una riduzione rilevante di tutte le specie selvatiche, contribuendo allo scontro. La categoria inoltre fa lobby e ha probabilmente in parte ragione, anche se non danno loro merito i casi di truffe allo Stato per aver gonfiato le pratiche, dichiarando danni inesistenti causati dai cinghiali.

Ma come si è arrivati all’attuale, e pare irrisolvibile, emergenza cinghiali?
Come abbiamo scoperto nel corso della nostra indagine, le cause sembrano diverse. Tutti d’accordo nel dire che la legge sulla caccia è vecchia e inadeguata, e soprattutto che è troppo spesso elusa. Servirebbero nuove regole e soprattutto molti più controlli, e dopo – finalmente – potremmo utilizzare la caccia, come già proficuamente avviene in altri Paesi europei, per raccogliere i soldi delle licenze e usarli a favore della conservazione?

Nel resto del mondo, anche negli Stati Uniti e in Canada, la caccia viene ammessa e regolata in modo che serva a razionalizzare il numero di esemplari di una specie in eccesso, mentre il prezzo delle licenze va a coprire i costi di gestione dei parchi, combatte il bracconaggio, finanzia progetti di reinserimento delle specie a rischio. Perché noi non riusciamo a farlo? Sembrerebbe esserci, nell’ambientalismo italiano, una chiusura ideologica verso questa possibilità: come già ci ha detto Isabella Pratesi del Wwf, non possono essere i cacciatori a risolvere un problema da loro creato (il sovrapopolamento di cinghiali).  Ma nessuno tra gli ambientalisti ascoltati, devo dire, ha proposto soluzione alternative.

Del resto, quale altro mezzo abbiamo per ridurre oggi il numero degli ungulati, dei cinghiali in special modo, che come ha messo in luce un esperto in conservazione nel corso della nostra inchiesta, desertificano il suolo e sono non solo un danno per l’economia, ma anche per la biodiversità?

Lo abbiamo chiesto al direttore generale della Lipu, Danilo Selvaggi.
“E’ bene puntualizzare che il problema ungulati riguarda solo una parte del mondo della caccia, una parte problematica. Noi, della caccia – per storia e tradizione e cultura – non siamo certamente innamorati. Per noi gli uccelli sono una meraviglia, compiono imprese meravigliose, migrano, attraversano i mari e devono combattere con già gravissimi problemi di carenza di habitat e inquinamento. Aggiungere i fucili non è bello. Poteva essere discutibile in passato, oggi no. Noi siamo culturalmente contrari”.

Anche per quanto riguarda il tema ungulati e cinghiali?

“Limiterei prima di tutto il discorso ai cinghiali, che sono il 70-80 % degli ungulati che fanno danni. Il problema è oggettivo e innegabile. Ma è altrettanto chiaro che difficilmente i cinghialai (i cacciatori dediti alla caccia al cinghiale, in contrapposizione con i migratoristi, che cacciano uccelli) abbiano un reale obiettivo di ridurre la densità dei cinghiali: il business che ci gira attorno è troppo florido. Come già ricordato, i cacciatori hanno portato l’attuale emergenza, e sono un parte in gioco troppo coinvolta per ammetterli a sanare il problema”

E quindi?

“Negli ultimi anni, almeno dal 2006, la normativa a favore della caccia al cinghiale e agli ungulati ha seguito un’evoluzione permissiva, sempre più permissiva. In Toscana la caccia al cinghiale è stata potenziata da decenni. Eppure fino a 3, 4 anni fa la caccia non funzionava e i cinghiali aumentavano. Negli ultimissimi anni, con la nuova legge toscana, sono stati probabilmente abbattuti 230mila cinghiali, eppure le denunce da parte degli agricoltori sono costantemente aumentate. Ci sono state evidenze di perizie gonfiate solo per avere rimborsi. Siamo di fronte a una malattia che, curata con l’aiuto dei cacciatori, si aggrava. Ed è logico perché c’è tutto l’interesse a lasciare alto il numero dei cinghiali. E’ un business: cacciano e vendono la carne, che vale anche 20 o 30 euro al chilo”.

Quindi siete in totale disaccordo con l’ipotesi di recuperare i soldi delle licenze di caccia a favore dell’ambiente?

“Sì, e non è una questione ideologica ma culturale. Il prelievo venatorio comporta la riduzione di un bene comune. I cacciatori pagano le licenze perché sfruttano un patrimonio collettivo. Questi soldi devono essere utilizzati per interventi ambientali, come è già previsto. Se questo non accade (come denunciano cacciatori e agricoltori) e le regioni incamerano i soldi per altri scopi, è un problema da risolvere”.

Ma se ci fosse maggiore vigilanza e migliori leggi, dareste l’ok alla caccia al cinghiale?

“No, non cambia la sostanza. L’attività venatoria non è una buona pratica di gestione dell’ambiente. Presenta troppi problemi, ambientali ed etici“.

Anche se significherebbe avere maggiori fondi per proteggere l’ambiente?

“La protezione dell’ambiente è un ambito dello Stato. Se servono fondi per proteggere una specie, ad esempio, lo Stato deve stanziarli senza bisogno di sfruttare gli introiti della caccia”.

Sembra un po’ ingenuo pensare che lo Stato debba stanziare fondi, quando i soldi non ci sono…

“La conservazione della biodiversità spetta allo Stato, che deve trovare i soldi per aiutare le specie in sofferenza”.

Ma lei crede ci sia un problema ideologico? Voglio dire: l’ambientalismo vede il cacciatore come un male peggiore di chi consuma carne comprata dalla grande distribuzione. Eppure, in fondo, cacciare specie in soprannumero è un modo per avere carne molto più sostenibile rispetto a comprare carne proveniente da allevamenti intensivi.

“La carne della grande distribuzione è un grave problema in termini di deforestazione, consumo di acqua e suolo, emissioni di gas serra. Il consumo va ridotto. Ma noi crediamo che ancora oggi chi compra è inconsapevole del problema che alimenta. Le persone dovrebbero porsi il problema e informarsi. Quanto al mondo della caccia, in gran parte i cacciatori non cacciano per mangiare: lo fanno per passione, per amore delle armi e per tradizione”.

Che i cacciatori mangino la carne che cacciano, che la mangi la loro famiglia, o che la vendano, sembra comunque a tutti gli effetti e paradossalmente un modo più “ambientalista” di vivere rispetto a chi compra dai supermercati. D’altra parte, non è affatto detto che chi mangia la carne della grande distribuzione ignori la propria impronta, vista la sensibilità mostrata dalla stampa sul tema negli ultimi anni, ma più probabilmente che semplicemente se ne freghi.

Sembra la solita battaglia che divide l’Italia in fazioni: guelfi e ghibellini, vegani e carnivori, ambientalisti e cacciatori. Nessuna possibilità di dialogo, nessuna risposta ai problemi.

Articolo del 16 Giugno 2018

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

Incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Caccia, agricoltori: “Diventiamo bracconieri per necessità!“

Caccia, Lipu: “Mai d’accordo, neppure se finanzia la protezione dell’ambiente”

LifeGate Plasticless, ecco dove sono tutti i Seabin d’Italia

Gio, 05/27/2021 - 17:30

Seabin è un cestino acquatico, capace di raccogliere i rifiuti che galleggiano in acqua. Ne trattiene circa 1,5 kg al giorno, ovvero oltre 500 Kg di rifiuti all’anno (a seconda del meteo e dei volumi dei detriti), comprese le microplastiche da 5 a 2 mm di diametro e le microfibre da 0,3 mm. Seabin può catturare molti rifiuti comuni che finiscono nei mari come i mozziconi di sigaretta.

A quanti Seabin stiamo?

La loro diffusione nel Mar Mediterraneo procede spedita grazie al progetto LifeGate PlasticLess, attivato nelle aree portuali di Santa Margherita Ligure (GE), nell’Area Marina Protetta di Portofino (GE), nel Porto delle Grazie Roccella Ionica (RC), nel Venezia Certosa Marina (VE) e nel Marina Genova, il polo turistico e nautico situato a Sestri Ponente (GE). A settembre 2018, grazie a Volvo Car Italia, main partner dell’iniziativa, sono stati installati tre nuovi Seabin a Marina di Cattolica (RN), Marina di Varazze (SV) e un secondo dispositivo per il Venezia Certosa Marina (VE).

A maggio 2019 i concessionari della rete Volvo, su esempio della casa madre, hanno posizionato nuovi dispositivi nel  Porto Turistico di Riccione (RN),  nel Porto Turistico di Capri (NA), nel Porto Turistico di Pescara, nel il porto turistico Cala Ponte Marina a Polignano (BA), nel Porto Lotti nel Golfo della Spezia, a Rimini presso il molo di Levante accanto al Rock Island , a Como nei pressi del Centro di didattica ambientale e divulgazione scientifica ProteusLab, nel Circolo nautico Cesenatico, nel Polo Nautico di Viareggio, presso il Ravenna Yacht Club, nel Porto San. Nicolò di Riva del Garda, nel Marina di Cagliari e a Poto Gaio di Gallipoli.

Nei porti di mare, ma anche nei navigli di Milano

Con il sostegno di Whirlpool EMEA, sono stati installati tredici Seabin: dalla Puglia a Sasasari alla Darsena di Milano. Grazie a Coop, in accordo con l’associazione nazionale ANCC Coop, un Seabin è stato installato a Sestri Ponente, presso il Marina Genova.

KLM Italia e Armata di Mare con  la campagna #perunmarepulito installano un dispositivo nel  Porticciolo del Molosiglio, sede della Lega Navale a Napoli, un dispositivo nel Porto Antico di Genova, uno presso il Diporto Velico Veneziano a Venezia e uno in Darsena Milano con l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia.

Grazie a NN Investment Partners, un altro Seabin si aggiunge ai dispositivi già operanti sulle coste italiane: è attivo presso il porto Marina Cala de’ Medici, tra Rosignano e Castiglioncello in provincia di Livorno. Con Werner & Merzt  un altro dispositivo è stato installato nel Porto Turistico di Capri (NA).

Fino al Lago di Lugano e in Uk

Un Seabin è arrivato anche sul Lago di Lugano, uno dei più inquinati di nord Italia e Svizzera, e per la precisione a Porto Ceresio grazie alla collaborazione con il partner tecnico Poralu Marine e F&B Nautica, azienda nel settore nautico del territorio varesino.

Grazie a Winni’s è stato installato un cestino nel Porto turistico di Cervia (RA). Ma LifeGate PlasticLess è arrivato anche nel Regno Unito con il primo cestino installato presso la Portishead Quays Marina grazie a Whirlpool Corporation. Con il supporto di doValue, un Seabin è stato posizionato nel Porto Turistico di Roma. Le Terrazze ha  installato un Seabin a Portovenere.

Grazie all’iniziativa StayPlasticLess, Best Western Italia e i loro clienti riducono la plastica e la rimuovono dai mari installando nuovi dispositivi a Santa Margherita Ligure, nell’area dei Cantieri Sant’Orsola, a Palermo presso l’area del Porticciolo della Cala, nel Porto Turistico di Pescara e a Venezia nel Venezia Certosa Marina.

Anche l’azienda dell’omonimo gioco per bambini, Geomagworld, aderisce al progetto per la tutela dei nostri mari con un nuovo Seabin a Marina degli Aregai (IM). I gelati GROHE consegna al Porto Antico di Genova il secondo Seabin per contribuire alla divulgazione di una cultura plastic free. Procter & Gamble in occasione dell’annuncio degli obiettivi green “Ambition 2030” ha inaugurato l’installazione di un dispositivo a Fiumicino, al Circolo Nautico Tecnomar e adotta il Seabin installato nel porto di Scario a San Giovanni a Piro (SA).

Scarpamondo partecipa adottando il Seabin del Porto di San Marco di Castellabate (SA). Anche l’Ambasciata britannica è orgogliosa di annunciare la partecipazione al progetto per un anno nel Porto di Tropea, in Calabria.

Il fiume Arno ha il suo spazzino

Con Coop, un primo Seabin è anche lungo le rive dell’Arno, presso il Circolo Canottieri sotto il Ponte Vecchio, e nel Porto Turistico di Pescara. Findus nell’ambito del percorso di sostenibilità promosso da Capitan Findus, partecipa a LifeGate PlasticLess® con un Seabin installato nelle acque del porto di Cosimo De’ Medici a Portoferraio (Livorno). Colgate-Palmolive sostiene  LifeGate PlasticLess® nell’ambito dell’operazione mare pulito ed installa un Seabin in Liguria a Sanremo nelle acque di PortoSole.

Nel 2021 Findus, in collaborazione con Coop Italia, permetterà di togliere in un anno fino a 5.000 Kg di rifiuti, incluse le plastiche e microplastiche, grazie al funzionamento di 10 Seabin posizionati in 10 località di mare, dalla Liguria alla Puglia. 

I primi tre Seabin in Emilia Romagna sono posizionati nel Ravenna Yacht Club, Marina di Cattolica, e nel Circolo Nautico Cesenatico. Abaco Group ha aderito al progetto LifeGate Plasticless®, per la salvaguardia dell’ambiente contro l’inquinamento da plastica nei mari, installando un Seabin nelle acque del Cantiere Valdettaro nella baia Le Grazie di Portovenere a La Spezia.

Nivea ne metterà 3

Ultima arrivata, anche l’azienda NIVEA, che installerà, in alcuni porti italiani, dei primi 3 Seabin. Il primo già inaugurato nel porto di Marina del Fezzano a Portovenere. Altre due installazioni sono previste nei porti di Riccione Procida, prossima Capitale italiana della Cultura, con l’obiettivo di raccogliere circa 1 tonnellata e mezza di rifiuti galleggianti, incluse plastiche e microplastiche, in un solo anno.

Tra gli altri progetti dell’azienda tedesca, al via anche BOSCO NIVEA, all’interno del Parco del Ticino e della Riserva Naturale dell’Aniene, con la piantumazione di 6.000 metri quadrati di alberi. Obiettivo, la riduzione delle emissioni della catena del valore del 30% entro il 2025, per arrivare all’ impatto zero entro il 2030

Caccia e Agricoltura: diventare bracconieri per necessità?

Gio, 05/27/2021 - 17:00

Qualche decina di milioni di euro di danni all’agricoltura ogni anno. Questa la denuncia degli agricoltori a fronte dell’emergenza cinghiali. E finora un’unica soluzione: aprire il fuoco da bracconieri.

Cosa c’entrano gli agricoltori con la caccia? Molto: gli agricoltori vengono incolpati dagli ambientalisti e dai cacciatori di fare pressioni politiche per diminuire la fauna selvatica.

E nei fatti è così: sono gli agricoltori a organizzare sit-in e proteste di piazza per chiedere di ridimensionare gli ungulati (cioè gli animali dotati di zoccoli: cinghiali, caprioli e quant’altro) perché danneggiano le colture e tendono a impoverire il suolo.

Non hanno tutti i torti, ed è il punto di partenza di questa inchiesta: la sovrapopolazione di ungulati in certe zone d’Italia, alcune delle quali storicamente libere da questi animali, portano danni e pericoli non indifferenti. La legge prevederebbe un rimborso: che però in molti casi pare non arrivi. Su una cosa gli agricoltori sono d’accordo con tutte le altre parti in causa: i soldi che i cacciatori pagano alle regioni devono essere investiti in questo senso, per rimborsare le perdite ingenti.

Abbiamo chiesto dettagli a Landolfo di Napoli, Responsabile settore Caccia di Confagricoltura, a partire dalla proposta fatta agli agricoltori, nel corso di questa inchiesta, dal Wwf. Isabella Pratesi ha ipotizzato di risolvere il sovrappopolamento degli ungulati dando a voi il compito di catturarli, rinchiuderli, allevarli e macellarli.

“Un discorso totalmente assurdo. Se li devo macellare, piuttosto gli sparo subito – risponde di Napoli -. Evitandomi così i costi aggiuntivi. Si tratta tra l’altro di specie che portano malattie pericolose, sarebbero da vaccinare volendoli allevare, e servirebbe tutta una serie di controlli. Un grosso pericolo legato alla presenza dei cinghiali è la peste suina, di cui non si parla ma è alle porte: in Slovenia, Ungheria, Polonia. Se arriva la peste saltano tutti allevamenti di suini italiani. Salta un’economia. Forse il discorso andrebbe affrontato in modo meno superficiale. Nessuno dice che i cinghiali debbano essere sterminati, ma riportati alla giusta consistenza sì, e in aree vocate. Si deve poi affrontare anche la questione dei parchi, dove i cinghiali e gli altri ungulati vanno a rifugiarsi e non possono più essere toccati. Tornando alla proposta del Wwf: non serve alzare barricate ideologiche contro la categoria dei cacciatori per fare realmente del bene all’ambiente. Si devono sentire tutte le parti in causa e agire nel modo più razionale dal punto di vista pratico ed economico, oltre che ambientalista”.

Parlando allora seriamente di biodiversità: una ricchezza in reale pericolo… gli ambientalisti vi accusano di fare pressioni politiche per eliminare gli animali selvatici e di impoverire il suolo e inquinarlo per via dei metodi intensivi usati per coltivare. “Questo vale per le zone a monocultura e sono d’accordo che sarebbe giusto favorire la rotazione. Il periodo della monocultura spinta è passato, perché tutti abbiamo capito che impoverisce il territorio danneggiando noi prima di tutto. Non abbiamo interesse a impoverire il suolo che ci sfama, e oggi le monoculture sono diminuite, sono molto molto meno di un tempo. Si fa anche maggiore attenzione ai prodotti che si utilizzano, proprio per non impoverire e per non danneggiare gli insetti impollinatori. L’impollinazione serve all’agricoltore: il 90% dei prodotti che vendiamo è il risultato di impollinazione”.

Come si potrebbe favorire la rotazione? “Dando aiuti economici agli agricoltori che lo fanno”.

Dovrebbe essere favorito e incentivato il biologico? “Il vero biologico sì. Purtroppo passa per bio tanta roba che non lo è. Non sempre ci sono controlli”.

Come si può scegliere bene? “E’ difficilissimo: non tutte le certificazioni sono reali. Il ministero dovrebbe controllare contro le frodi, controllare gli enti di controllo: spesso purtroppo – ad esempio – si fa uso di pesticidi non ammessi o si eccede nei limiti. Molto spesso”.

Torniamo all’emergenza cinghiali e ungulati. Siete d’accordo con un intervento dei cacciatori? “Siamo d’accordo che l’emergenza vada affrontata, e che la colpa sia diffusa. Quasi tutte le categorie hanno colpe in questa situazione: l’amministrazione che ignora il problema, i cacciatori che hanno foraggiato e foraggiano gli ungulati. E poi la cattiva gestione degli atc, gli ambiti territoriali di caccia, nei quali gli agricoltori dovrebbero rientrare a pieno titolo e che invece di fatto sono gestiti – contrariamente alla legge – solo dai cacciatori”.

Quale è l’entità dei danni che l’eccesso di ungulati sta causando all’agricoltura? “Qualche decina di milioni all’anno. Le statistiche ufficiali non sono attendibili, e questo dipende dal fatto che i danni della fauna non vengono rimborsati, come invece dovrebbero, agli agricoltori. Di conseguenza gli agricoltori non denunciano neanche più. Se sono fortunatissimo e rientro nei rimborsi, nei regimi de minimis sono previsti in tre anni non più di 15mila euro. Ma le aziende agricole li superano di molto, e in genere appunto non prendono nulla. Sto facendo una statistica: secondo i miei dati, il 90% dei danneggiati non fa denuncia, perché sa che è inutile. Peggio: ci sono dei costi per fare denuncia. Tra i più attivi a protestare contro questo stato delle cose ci sono stati l’anno scorso gli agricoltori del Chianti. È un problema reale. L’anno scorso la grave siccità ha spinto cinghiali e caprioli a entrare nelle vigne per mangiare l’uva come risorsa idrica: la vendemmia l’hanno fatta loro. Servono abbattimenti mirati, serve affrontare la questione”.

Altrimenti va a finire che gli agricoltori “sistemano” le cose da soli… “Ecco, vogliamo evitare il bracconaggio? Allora risolviamo, perché chiaramente va a finire cosi. Si spara senza controllo perché ci sono troppi animali. In più, la legge 842 permette di cacciare nel fondo degli altri: è una legge da cambiare. In Austria, per fare un esempio, nelle grandi aziende si creano delle riserve di caccia, le piccole si consorziano e fanno lo stesso, e quindi si ha la possibilità di gestire la caccia, considerando anche l’interesse dell’agricoltore, per il quale è un’entrata aggiuntiva che in più permette un controllo delle popolazioni di animali. In Italia c’è solo un gran casino che svantaggia tutti, compresi gli animali. Il buonismo è un falso ecologismo: troppa pressione di animali significa prima di tutto un pericolo per le altre specie e per la flora”.

Cosa ne pensa della proposta che Marco Franolich, presidente dell’Ente produttori Selvaggina, ha avanzato sul nostro giornale? Ovvero: convogliare i soldi delle licenze dei cacciatori, o almeno una parte, nelle mani degli agricoltori, al fine di rimborsarli? Sarebbe un’opzione tampone?

“Non si può essere in disaccordo, tenendo presente che i cacciatori pagano nelle licenze una parte di tasse che dovrebbero andare alle Regioni, che a loro volta dovrebbero girali agli atc per pagare i danni all’agricoltura. Le Regioni invece, alle quali sono stati tagliati i fondi, se li incamerano e li usano per fare le rotonde in strada. Sono fondi non destinati, li incamerano nel bilancio e spariscono. La proposta di Franolich sarebbe un grosso aiuto, se applicata: un primo passo”.

Articolo del 3 Giugno 2018

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

Incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Guida pratica per preparare qualsiasi frullato

Gio, 05/27/2021 - 16:00

Un breve video con pochi e semplici consigli per un risultato assicurato! Dal canale YouTube Cucina Botanica ecco una guida per una merenda o colazione sana e sempre di stagione.

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Ambientalista, attivista, contraria alla secessione della Lega Nord: chi era Carla Fracci

Gio, 05/27/2021 - 14:04

Figlia di un tranviere socialista, ambientalista, meneghina in tutto, anche nell’attivismo pragmatico ma discreto, sempre in prima fila quando si trattava di presidiare la democrazia e la Costituzione, come nel lontano 1997, quando partecipò alla manifestazione contro la Lega Nord e il proposito secessionista. Ora tutti la piangono, eppure quante delusioni ha ricevuto dalla politica e dalle istituzioni ogni volta che chiedeva finanziamenti e tutele per i giovani. Nessuno l’ha mai ascoltata. Carla Fracci ha calcato i teatri del mondo, comprese le piazze, incantando tutti.

La sua fama è mondiale, insuperate le interpretazioni di ruoli romantici come Giulietta, Swanilda, Francesca da Rimini e soprattutto Giselle, cui ha dato una moderna impronta personale Celeberrima la Giselle accanto a Erik Bruhn, esibizione da cui nacque poi un film nel 1969.

Particolarmente impegnata sul fronte socio-ambientale, la signora Fracci è stata Ambasciatrice FAO e già dal lontano 1995 ricoprì il ruolo di presidentessa onoraria dell’Associazione Altritalia Ambiente onlus. In un’occasione disse:

“È mia convinzione che occorra operare affinche’ il valore ”ambiente” divenga patrimonio culturale della societa’ civile. E perche’ cio’ si realizzi e’ necessario il coinvolgimento e l’impegno personale di tutti i cittadini. Nessuno, dunque, dovrebbe sottrarsi a questo dovere civile. Personalmente ritengo di poter dare, in tal senso, il mio contributo a questo progetto complessivo anche accettando la designazione a presidente dell’associazione l’altritalia ambiente“.

Il prossimo 20 agosto avrebbe compiuto 85 anni, si è spenta nella sua casa dopo una lunga malattia, vissuta con riserbo. Lascia il compagno di una vita, Beppe Menegatti, sposato nel 1964, e il figlio Francesco.

Lombardia, fanghi contaminati nei terreni agricoli del Nord: “Ogni tanto penso a quei bambini che ne mangiano i frutti”

Gio, 05/27/2021 - 12:30

“Io ogni tanto ci penso. Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta sui fanghi. Sono consapevolmente un delinquente”. È solo una delle tante intercettazioni, riportate dal Corriere della sera di Brescia, nell’ambito dell’inchiesta dello smaltimento abusivo di fanghi contaminati da metalli pesanti, condotta dalla Procura di Brescia, e che secondo gli inquirenti sarebbero finiti in diversi terreni agricoli tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna.

12 milioni di euro il giro d’affari

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, la gravissima truffa è partita da un’azienda bresciana – la Wte srl che ritirava fanghi fortemente inquinati derivati da numerosi impianti – pubblici e privati – di depurazione delle acque delle zone industriali, e prima di sbarazzarsene come fertilizzanti nei campi di aziende agricole compiacenti, aggiungeva ulteriori agenti inquinanti. Un business da circa 12 milioni di euro.

Arresti e materiale sequestrato

Al momento sono 15 gli indagati e 5 gli arresti. Decine i conti correnti sotto sequestro, assieme a fabbricati, terreni, autovetture e mezzi agricoli. Tra le altre cose, gli indagati sono accusati anche di molestie olfattive, discarica abusiva e traffico di sostanze illecite. La forte puzza prodotta è stata alla base delle lamentele dei residenti, che hanno dato impulso all’indagine.

Cosa è successo

L’azienda in questione ritirava i fanghi prodotti da numerosi impianti pubblici e privati di depurazione delle acque reflue, urbane e industriali, e veniva pagata per trattarli mediante un procedimento che ne garantisse la trasformazione in sostanze fertilizzanti. La ditta non solo ometteva il trattamento previsto, ma anzi aggiungeva altri pesanti inquinanti, come l’acido solforico derivante dal recupero di batterie esauste. Infine, li classificava come “gessi di defecazione” e li smaltiva su terreni destinati a coltivazioni agricole nelle provincie di Brescia, Mantova, Cremona, Milano, Pavia, Lodi, Como, Varese, Verona, Novara, Vercelli e Piacenza, retribuendo a questo scopo sei aziende agricole compiacenti.

A mali estremi, estremi rimedi: la soluzione per salvare le vostre case

Basta teli di plastica tra le colture

A mali estremi, estremi rimedi: la soluzione per salvare le vostre case

Gio, 05/27/2021 - 10:00

Premessa: ho non più di seimila battute (mi perdoni la redazione) a disposizione per fornire un consiglio che nel mio ultimo libro “Salviamoci!” e’ spiegato invece in un capitolo di 20 pagine!

Si tratta di un suggerimento atipico che nessun professore di economia o di diritto si curerebbe di fornirvi e di fronte al quale probabilmente arriccerebbe il naso, infastidito dalla semplificazione espositiva.

Un consiglio che, in oltre dieci anni, ha salvato comunque tante famiglie e tante aziende dal rischio di perdere gli immobili posti a garanzia dei mutui ricevuti.

Si tratta di una strategia di difesa che si basa sul combinato disposto “magistratura lenta + calendar provisioning” che fornisce ai tanti debitori uno strumento utile per affrontare una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui, ignari delle vessazioni subite, si sentono come stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro.

Andiamo con ordine

Con delle regole definite in sede europea tra il 2016 e il 2018, ma entrate in vigore solo recentemente, il 1° gennaio 2021, dopo un deciso e lungo ostruzionismo degli istituti di credito, la Banca centrale europea (Bce) ha obbligato le banche a «svalutare completamente» in tre anni i crediti deteriorati non assistiti da garanzia ipotecaria e in sette/nove anni quelli coperti da ipotech. Tutto questo per una sorta di operazione trasparenza rispetto ai bilanci degli istituti. Stiamo parlando del cosiddetto calendar provisioning, le nuove norme della Bce sulle coperture dei crediti deteriorati che hanno fatto scattare l’allarme dell’intero mondo bancario. Ma capiamo di che si tratta. Che cosa significa «svalutare completamente»? Vuol dire essere obbligati a iscrivere in bilancio l’intera cifra del prestito malato come una perdita (che ricordiamo è un costo e riduce gli utili) se dopo n anni il debitore non e’ riuscito a sanare la posizione. Da molti anni, infatti, nei loro bilanci le banche (e l’ultimo esempio di MPS conferma cio’ che ripeto da oltre 8 anni) non valutavano come avrebbero dovuto i cosiddetti crediti deteriorati ma continuavano a iscriverli come poste sane.

La Bce non ha più potuto far finta di non vedere ed ha stabilito un obbligo di accantonamenti annuali cosi come indicati nella tabella sottostante

Ora mettiamoci un momento dalla parte dei soggetti più deboli, cioè coloro che non riescono a restituire i soldi di un prestito, e spostiamo l’attenzione sulla lentezza della giustizia italiana.

Come tutti sanno una causa civile impiega almeno sette anni per arrivare a sentenza definitiva. La banca sa che, in caso di contenzioso su un credito che viene contestato dal debitore, passerà molto tempo prima di raggiungere una risoluzione in tribunale. Ma sa anche che la legge la obbliga a iscrivere in bilancio l’intera cifra come una perdita. Converrà dunque prima di tutto all’istituto di credito tentare una transazione con il debitore.

Diciamolo con estrema schiettezza: mai come in questo caso la tanto vituperata lentezza della nostra giustizia civile per arrivare a una sentenza definitiva è manna caduta dal cielo per chi avvia un’azione giudiziaria contro la banca al fine di vedersi riconosciuto l’indebito percepito e fare una transazione.

Perché alla banca si possono (e in molti casi si devono) contestare diverse irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata l’idea che i loro abusi siano solo l’usura e l’anatocismo, ma, cosi come confermatomi da una statistica fornitami fonte interna ad una banca di sistema, nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità:

Le irregolarità formali messe in atto dalle banche nei contratti di finanziamento sono una grande opportunità per i debitori, che potrebbero utilizzare tali anomalie per trasformare un debito in credito. È uno strumento estremo per difendersi e non perdere tutto.

Ma proviamo a fare maggiore chiarezza con un esempio. Un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100.000 euro da una banca, ne ha restituito una parte (20.000 euro) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (80.000 euro). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento avrà un periodo massimo dai tre ai nove anni per recuperare almeno una parte di quegli 80.000 euro. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore riscontra alcune irregolarità della banca e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito. L’istituto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il«costo dell’accantonamento», cioè della previsione di perdita,che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perchéle percentuali sono quelle indicate in tabella– il15 per cento di 80.000 euro (cioè di quanto deve ancorarestituire): circa 12.000 euro. Ogni anno l’istituto, avendogià spesato quella perdita, si accontenterebbe di arrivare auna transazione: 68.000 dopo il primo anno, 54.000 dopoil secondo, 42.000 dopo il terzo, 30.000 dopo il quarto ecosì via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.

Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca ha la possibilità di offrire il credito a una società di recupero (infatti ormai lo fanno tutte), che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12 per cento della cifra complessiva.

Quest’ultima società potrà poi proporre al debitore una transazione a «saldo e stralcio» tra il 25 e il 40 per cento della debitoria.

In sintesi, se al termine del quarto anno il debitore offrisse 30.000 euro alla banca o alla società di recupero, queste quasi certamente accetterebbero la proposta.

Le armi per difendersi ci sono, basta muoversi.

Inchiesta sulla Caccia: incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Gio, 05/27/2021 - 08:00

Franco Perco – già direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (2010-2016) – ambientalista da una vita, ha cofondato il WWF di Trieste e del Friuli Venezia Giulia. A lui si deve ad esempio la reintroduzione dei caprioli e cervi nel parco nazionale D’Abruzzo. E’ un cacciatore.

“La caccia ha senso nel momento in cui non distrugge tutto – dice – ma conserva le specie cacciate. La legge però non è adeguata a questo scopo. La legge ‘cornice’ 157 è un compromesso del 1992 tra ambientalisti e cacciatori, dove i cacciatori hanno perseguito soprattutto l’obiettivo di avere molte specie da cacciare e poche regole, mentre gli ambientalisti quello di limitare i periodi e le specie di caccia. Risultato: una legge inadeguata che non prevede, come sarebbe d’obbligo, di conoscere l’entità del patrimonio faunistico: non c’è obbligo di censimenti ed è un errore clamoroso. Inoltre, il numero di cacciatori ammessi è troppo alto, e non corrispondente alla fauna prelevabile”. La legge pone un tetto al numero animali uccelli migratori cacciabili, ma non al numero di cacciatori: questo crea un evidente frustrazione, in qualche modo invogliando a infrangere le regole.

Un altro grosso problema sono le zone di caccia, i cosiddetti ATC, o Ambiti Territoriali di Caccia. Sono proprietà private o pubbliche che dovrebbero essere gestite insieme da cacciatori e agricoltori (60%) ambientalisti (20%) e rappresentanti dei Comuni coinvolti (20%). Ma sono nei fatti composti da soli cacciatori (o quasi), che lavorano per l’esclusivo bene della categoria e senza controlli: “Hanno estensioni a volte enormi e questo non consente una loro gestione efficace – continua Perco – I cacciatori dovrebbero essere organizzati in piccoli gruppi, e gestire un piccolo ATC che possano sentir loro e rispettare”.
Oggi in definitiva lo Stato ha lasciato le briglie sciolte alle Regioni, che a loro volta hanno passato la palla agli ATC e la situazione ha tecnicamente milioni di difetti. “Per dirne un altro: secondo l’articolo 842 del codice civile, un proprietario terriero non può impedire a un cacciatore con i documenti in regola di entrare nel suo fondo per cacciare. La proprietà del fondo è insomma svincolata dai diritti di caccia, e questo è contrario a tutto il resto d’Europa”.

Arriviamo al dunque: come si controlla, oggi, il sovrappopolamento, ad esempio l’attuale emergenza di cinghiali? “Come tendenza non si fa nulla per rimediare al problema sovrappopolamento – risponde Perco -. I cacciatori sono felici dell’abbondanza di selvaggina, gli ambientalisti preferiscono invece aspettare che il sistema imploda sperando che porti con sé tutti i cacciatori, mentre lo Stato, o le Regioni, come detto, spesso non controllano neppure che gli ATC siano almeno due per provincia, cosa che nei fatti non sempre succede, e che è contro la legge”.

Perco è un cacciatore, ma non difende affatto la categoria: “Le valli venete sono un caso clamoroso. Sono zone da pesca con un livello dell’acqua ottimale per l’allevamento del pesce. Ma ormai ci si pesca di meno: molto più proficuo affittare ai cacciatori le botti che usano come appostamenti per sparare alle anatre, attirate da anatre domestiche o da ‘stampi’ (finte anatre in plastica)”. Una botte affittata può rendere fino a 50mila euro all’anno e comportare abbattimenti mostruosi di anatre selvatiche, fino a 200 esemplari al giorno per cacciatore. Senza un reale controllo, si possono abbattere anche specie protette, e si continuano a usare munizioni che spargono sostanze tossiche – il piombo – che va a disperdersi nelle acque, entrando nella catena alimentare. Ecco chiarito perché l’ambientalismo preferisce far catturare i cinghiali con trappole e recinti, e tende a favorire addirittura l’agricoltura, e gli allevamenti, piuttosto che ammettere la caccia, anche selettiva.

Tuttavia, alcune Aziende Faunistico Venatorie fanno spesso un lavoro prezioso. “Le parlo di Miemo, in Toscana, una tenuta che conosco bene. Era una zona abbandonata, in cui la zootecnia aveva distrutto tutto il bosco -, racconta Perco – Poi per motivi economici la gente era scappata. La proprietà venne rilevata da un privato (Ugo Baldacci) che partì con l’idea di riqualificare faunisticamente zone marginali producendo selvaggina, ungulati per la precisione. Iniziò a ripiantare il bosco, fece coltivazioni a perdere, aprì la macchia, piantò essenze con frutti e introdusse anche alcune specie: il muflone, il capriolo e il cinghiale. Poi il lupo e il cervo sono arrivati da soli. Oggi il territorio è mantenuto anche paesaggisticamente e contiene felicemente questi ungulati, oltre a molte altre specie, comprese alcune protette”.

Articolo del 14 Maggio 2018

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

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Caccia, agricoltori: “Diventiamo bracconieri per necessità!“

Amazon compra MGM | Alto Adige vaccinazioni aperte a tutti i maggiorenni | Morta Isabella De Bernardi

Gio, 05/27/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Addio alle fasce età, in Alto Adige da domani vaccinazioni aperte a tutti i maggiorenni;

Il Giornale: Pensioni “tagliate” da agosto: chi rischia;

Il Manifesto: Oscar Camps: «Quei morti sono conseguenza degli accordi con le milizie libiche»;

Il Mattino: Superluna in diretta con il Virtual Telescope;

Il Messaggero: Conte saluta l’Inter: c’è l’accordo sulla buonuscita. Anche Simone Inzaghi tra i possibili sostituti;

Ilsole24ore: Amazon compra la major Metro Goldwyn Mayer per 8,45 miliardi – Qual è la strategia di Bezos;

Il Fatto Quotidiano: Vitalizi a condannati, il Senato sceglie la farsa: invece di ripristinare lo stop approva tutte le mozioni. Anche quelle di Lega e Forza Italia, che l’hanno restituito a Formigoni;

La Repubblica: Morta Isabella De Bernardi di ‘Un sacco bello’: era la ragazza hippy fidanzata di Carlo Verdone | Video Le scene cult;

Leggo: Gianluca Pecchini contro Aurora Leone e Ciro dei The Jackal: «Non ho mai detto nulla di sessista, dicano la verità»;

Tgcom24: Aifa: “Non esclusi rari casi di trombosi dopo la seconda dose di AstraZeneca ma il vaccino è sicuro, completare i richiami”;

Milano, una nonna fa 600 marmellate l’anno con la frutta avanzata della mensa

Mer, 05/26/2021 - 18:00

“Io, nonna Mariassunta, quando mi hanno chiesto di produrre marmellate, ho toccato il cielo con un dito, perché avrei potuto sbizzarrirmi in un’attività assolutamente adatta al mio modo di essere dove la fantasia è sovrana. Ho imparato a cercare nuove ricette su Internet, a correggerle, a sperimentare gusti nuovi. Ormai vi dedico molto tempo durante l’anno, e con immenso piacere. Credo che aiutare, in qualsiasi modo lo si faccia e per qualsiasi scopo, sia estremamente appagante sotto numerosi punti di vista. Una soddisfazione particolare? Quando a una vendita di Natale, è arrivato il Preside ormai in pensione. Mi si è avvicinato con un sorriso stupendo, mi ha fatto i complimenti e mi ha chiesto: “Posso abbracciarla?” Ho risposto: “Sicuramente!!! Quando mi ricapiterà una fortuna simile?”

Antispreco: avanti frutta

Una bella iniziativa antispreco promossa dalla Commissione Mensa del Comprensorio scolastico Giusti D’Assisi di Milano ha permesso il riciclo di pressoché tutta la frutta avanzata dai bambini, loro stessi protagonisti perché alla fine di ogni pasto sanno esattamente cosa fare. “La frutta che non vogliamo la portiamo via dalla mensa, e la mettiamo in grandi scatole all’ingresso. La maestra mi ha detto che una nonna ci fa le marmellate!”, mi racconta Caterina, 7 anni, seconda elementare.

L’impegno dei genitori della CM

“Tutto è nato dopo la grande fatica che la Commissione Mensa (CM) ha messo nell’ottenere da Milano Ristorazione (MiRi) frutta di alta qualità: bio, equosolidale e di stagione. A quel punto lo spreco l’abbiamo sentito ancora meno tollerabile – mi spiega Cecilia, mamma di due bambine e ideatrice del progetto, partito nel 2018 -. Non sprecare, certo, ma l’opportunità che abbiamo visto quando abbiamo trovato la disponibilità di una nonna a lavorare la frutta avanzata in marmellate era anche quella di raccogliere fondi per l’istituto per creare un laboratorio di educazione alimentare, un sogno nel cassetto di molte insegnanti e fortemente voluto anche dalla Commissione Mensa ”.

Fondi in beneficenza

Quest’anno le marmellate hanno rifornito anche alcune Brigate Volontarie per l’emergenza covid, nate durante il lockdown del 2020, tra cui la Brigata Lia che supporta 150 nuclei familiari in difficoltà a cui sono stati donati 350 kg di frutta rimasti inutilizzati dopo la chiusura improvvisa della scuola lo scorso marzo. Funziona così. Durante la settimana, bambini, maestre e genitori commissari mensa raccolgono l’eccesso, lo consegnano a Mariassunta, 72 anni, un passato da maestra, e lei con tanta passione sfodera i suoi pentoloni e riesce a creare fino a 600 vasetti di marmellata l’anno, 250 gr l’uno. “Le offriamo a contributo volontario ai genitori della scuola in occasione delle feste di Natale e, al momento, nella sede dell’Associazione Scolastica, la GPP, in una stanzetta della scuola adattata a vendere grembiuli e magliette per finanziare tanti progetti scolastici. Con i soldi delle marmellate, in particolare, abbiamo istituito un laboratorio di educazione alimentare, due anni fa, dove i bambini lavano e tagliano frutta e verdura, imparano l’essicazione e si cimentano a fare la pasta e il burro. Grazie ai fondi raccolti con la vendita delle marmellate abbiamo pagato la formazione agli insegnanti e i tavoli in acciaio da veri cuochi”.

Una volontà condivisa

Tutto è possibile anche grazie alla collaborazione di Milano Ristorazione e delle maestre dell’istituto, che organizzano la raccolta e il recupero della frutta. La maestra Patrizia ci racconta: “I miei allievi di quinta elementare a turno controllano, raccolgono e stoccano la frutta da elargire ai vari enti, e tutto questo rientra in pieno in quella disciplina denominata educazione civica”.

L’avanzo è stato particolarmente alto quest’inverno perché, a causa dell’emergenza sanitaria, è stato interrotto sia il progetto Siticibo sia il progetto frutta a merenda. Per limitare i contatti, cioè, quest’anno i bambini hanno portato da casa la merenda di metà mattina, che prima veniva servita da Miri e consisteva proprio nella frutta che adesso invece è servita dopo pranzo. “Facile che dopo primo e secondo i bambini avanzino la frutta, e tutto quello spreco, proprio, non potevamo sopportarlo”, continua Cecilia.

Mille modi per dire no alla spreco

A parte le marmellate e la collaborazione con le Brigate Covid, altre iniziative che già coinvolgono questa scuola sono il sacchetto “Io non spreco” con cui i bambini portano a casa gli avanzi della frutta della giornata, e il programma Siticibo della Fondazione Banco Alimentare Onlus, che recupera gli alimenti avanzati dalla refezione scolastica, e ancora integri, due volte alla settimana.

Inchiesta sulla Caccia: incontriamo l’esperto in conservazione

Mer, 05/26/2021 - 17:00

“E’ vero che i cacciatori, o almeno alcuni gruppi di cacciatori, partecipano oggi come pochi altri al ripopolamento degli spazi naturali in Italia, attraverso la cura e il recupero degli habitat, e vantano addirittura il merito del ritorno del lupo nel nostro Paese”. Afferma Spartaco Gippoliti è un noto conservazionista internazionale, tra l’altro membro dell’IUCN/SSC Primate Specialist Group.

“La caccia può e deve essere una risorsa come lo è altrove. La Spagna per esempio ha messo insieme un business talmente florido intorno allo stambecco iberico dei Pirenei, altrove addirittura estinto, e lì cacciato entro certi limiti all’interno di vaste riserve di caccia. Quando la Francia ha chiesto degli esemplari per riportarli sui Pirenei e tentare la stessa cosa ci sono state delle resistenze proprio per motivi economici.
Non è un caso se in Spagna esistono ancora relativamente floride popolazioni di avvoltoi, ad esempio, e la lince pardina è in ripresa. Guardiamo altrimenti al sistema americano o tedesco, dove la conservazione si fa di perfetto accordo con i cacciatori: per orsi, lupi e alci, anche in Canada, non c’è nessun conflitto tra ambientalismo e caccia, ma i veri problemi nascono dallo sfruttamento petrolifero, i gasdotti, il taglio del legname. Quello che dovremmo perseguire è un sistema dove non si segue né l’ottica del cacciatore – più ce ne sono, e di poche specie, meglio è – né l’ottica dell’ambientalista – dove la natura si intende come una divinità a priori, dalla quale bisogna escludere l’uomo e le sue esigenze: sicurezza e alimentazione (agricoltura e allevamento) in primis. Mi piacerebbe che a guidarci fossero le ricerche ecologiche – disciplina pressoché ignorata in Italia – e il rispetto per la biodiversità nel suo complesso”.

Ma perché sembra esserci un odio atavico nei confronti dei cacciatori, qualcosa che va oltre i problemi che innegabilmente creano e la mancanza di un coordinamento e una gestione della caccia? “La risposta è molto semplice e sta in un film di Walt Disney, Bambi, e, più in generale, in tutte le favole disneyane che lentamente, ma neanche troppo, hanno sublimato alcune specie animali a discapito di altre: animandole poi, cosa ancor peggiore, di caratteristiche umane”.
“Perché, potremmo chiederci allo stesso modo, il lupo fa paura e il cane no? A contare i morti e i feriti dovrebbe essere vero il contrario. Ma il cane lo conosciamo – è una creatura nostra – e il lupo solo attraverso qualche vecchia fiaba”. Allo stesso modo le idee che l’opinione pubblica si crea degli animali e della loro tutela è troppo spesso basata su vaghi principi etici trasportati nelle nostre menti dall’animazione americana, mentre il “cattivo” è sempre l’uomo con la carabina che spara al cerbiatto e quello buono il vecchio chino a coltivare la terra.

“Per arrivare a risultati concreti per l’ambiente, sarebbe importante trovare un punto di incontro tra ambientalisti e cacciatori – continua Gippoliti – . E’ chiaro che quando le risorse pubbliche sono limitate, la caccia deve essere sfruttata in questo senso: far pagare i cacciatori per eliminare gli animali in eccesso, o già molto adulti, e finanziare così la protezione dell’ambiente. Dobbiamo capire che oggi il vero problema per l’ambiente non è il cacciatore, quanto le trasformazioni su scala regionale degli ecosistemi. In questi tempi difficili per l’ambiente, in cui la Cina sta comprando l’Africa per sfamarsi, non è francamente rilevante se un cacciatore spara a un cinghiale o a un potamocero in Uganda”.

Articolo del 12 Maggio 2018

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Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

Incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Caccia, agricoltori: “Diventiamo bracconieri per necessità!“

Gita, pranzo fuori, pic-nic: ricette facili senza cottura

Mer, 05/26/2021 - 15:00

Come si legge dal canale YouTube di Life & Chiara: “Mille idee per gita, pranzo fuori e pic nic! Tante idee perfette per organizzare gite all’aperto, pranzi fuori e pic nic! “

Un’anticipazione…

Mini plumcake alle olive, cosa serve:

  • 3 uova
  • 100 ml di olio di semi di girasole
  • olive verdi a piacere
  • 250 g di farina
  • 50 g di parmigiano grattugiato
  • sale q.b.
  • 100 ml di latte
  • una bustina di lievito istantaneo per torte salate

Insalata di riso al barattolo , cosa serve:

  • 200 g di riso cotto
  • 80 g di pesto
  • 10 ovoline di mozzarella
  • 10-15 pomodorini
  • mix di verdurine q.b. (carote, pisellini, mais)
  • basilico fresco per decorare

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Caccia, Manifesto di Trieste: gli esperti italiani per una revisione della legge

Mer, 05/26/2021 - 13:00

Un manifesto per chiedere una modifica alla legge sulla caccia, inadeguata ai tempi. Tra i firmatari Franco Perco, zoologo naturalista specializzato in ungulati che si è spesso occupato dell’emergenza cinghiali, sparsi ormai da tempo fino al centro di Roma e ovunque in Italia. “L’attuale legge – ricorda a People for Planet – uscì nel 1992. Il suo apporto gestionale fu ed è tuttora modesto e appare oggi come un semplice compromesso al ribasso fra cacciatori liberisti e ambientalisti proibizionisti”. All’epoca, le indicazioni tecniche di indirizzo dell’Istituto Nazionale di Biologia della Selvaggina furono sistematicamente disattese, benché formalmente richieste dalla stessa legge 157.

La caccia come gestione

Per arrivare a questo manifesto, numerosi esperti hanno prima di tutto portato avanti un’accurata analisi di ciò che manca. “Il primo passo per una gestione venatoria sensata è sapere quanti sono i possibili animali che si vorrebbero cacciare”. Fare un censimento insomma. Il secondo passo è mettere in luce il fatto che la caccia debba, come altrove in Europa, essere considerata una forma di gestione della fauna, “un presupposto che è poi riassunto nella sezione principi del nostro Manifesto”. In questo modo, i cacciatori diventerebbero non solo dei regolatori delle popolazioni in soprannumero, come quella dei cinghiali, ma con i fondi derivati dalla loro attività si potrebbero fare progetti di recupero altrimenti impensabili. Sia chiaro, cacciatori formati al rispetto. Quelli in stile Perco, o Fulco Pratesi, famoso cacciatore fondatore del WWF. Un tipo di cacciatore che conosce bene quest’arte e la vive per quel che potenzialmente è sempre stata: il modo più sostenibile per mangiare carne.

Gli animali selvatici vanno regolati

Così più che di caccia è esatto parlare di gestione venatoria o GV: l’unione di caccia, censimenti, rendicontazioni, interventi sull’ambiente ecc. Una attività insomma che andrebbe completamente ripensata, e ripulita delle influenze ideologiche, per arrivare a concepirla come uno strumento utile, anzi indispensabile, per una buona gestione della fauna selvatica. “Per conservare la fauna è indispensabile poterla gestire: partiamo dal presupposto che le attività umane devono convivere pacificamente con le presenze di animali selvatici”, che dunque non devono provocare continui incidenti automobilistici, come avviene per i cinghiali, non devono azzerare i raccolti degli agricoltori, come può succedere un po’ con tutti gli ungulati, e non devono rappresentare un pericolo per l’uomo, come può avvenire per orsi o lupi.

“Vogliamo una buona gestione della caccia. A vantaggio di tutti, animalisti compresi”.

“Noi vorremmo che questo documento fosse discusso, emendato e anche corretto, ma che costituisca finalmente un apporto serio e non propagandistico a una gestione venatoria che sia basata su tecnica e scienza. Se no, la caccia può anche sparire e noi non la rimpiangeremo, perché se la “caccia” non è gestione è bene che scompaia”, continua Perco.

“Ma se lo è – e da qualche parte anche in Italia qualcosa di positivo si fa – è bene che lo si sappia e che si imitino, migliorandoli, quei pochi esempi che ci sono”.

Le 15 regole d’oro del manifesto

“Le prime tre potrebbero essere tradotte in norme, subito, senza nessun costo sociale o politico. Per questo sono al primo posto. Le successive puntano alla responsabilità, che si costruisce solo con piccole unità territoriali di gestione (comuni) e comunque tali che i cacciatori – gestori si conoscano fra di loro”, precisa Perco.

1. Obbligo di pubblicare annualmente tutti i dati relativi alla fauna oggetto di caccia, in un registro digitale pubblico, a libero accesso.

2. Normazione nazionale sulla filiera della carne di selvaggina cacciata, anche da un punto di vista fiscale e sanitario.

3. Definizione e istituzione della figura professionale del tecnico faunistico.

4. Definizione delle forme di utilizzo della fauna, non solo venatorie, e della relativa disciplina.

5. Abolizione dei ripopolamenti anche di quelli pronta caccia e impulso alle reintroduzioni.

6. Unità Territoriali di Gestione Venatoria (UTGV), sociali o private, su base comunale o sub comunale, federate in un Distretto Venatorio (ex ATC, CA).

7. Obbligo per ogni UTGV di dotarsi di un piano di gestione pluriennale.

8. Numero chiuso degli associati, basato esclusivamente sul massimo prelievo teorico sostenibile.

9. Associazione alle UTGV di cacciatori anche non residenti, ma sulla base di una graduatoria adeguatamente regolamentata.

10. Possibilità di ricevere un numero programmato di cacciatori ospiti.

11. Restituzione dei risultati della gestione mediante conferenze annuali indette dai Distretti Venatori.

12. Danni da fauna oggetto di caccia a carico dei Distretti Venatori.

13. Formazione dei cacciatori, su standard elevati e stabiliti per legge, erogata da soggetti accreditati.

14. Sorveglianza specializzata a cura dell’Ente Pubblico competente.

15. Revoca della gestione venatoria, nel caso di gravi manchevolezze.

Il gruppo che propone il Manifesto è formato dall’associazione RiVA (Rinascita Venatoria e Ambientale) della quale Franco Perco è presidente. Tra gli altri, specialisti ed esperti di gestione faunistica, tra i quali hanno aderito 7 docenti universitari. Tra i proponenti 5 gli esperti di gestione faunistica.

I PROMOTORI

Franco PERCO. Zoologo. Già direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Presidente RiVA

Stefano ASSIRELLI. Docente in politiche di sicurezza urbana e Consigliere RiVA.

Duccio BERZI. Dottore forestale e Tecnico faunistico.

Giulia CORSINI. Medico Veterinario.

Gianferruccio DAL CORNO. Medico Chirurgo e Consigliere RiVA.

Spartaco GIPPOLITI. Conservazionista e sistematico dei Mammiferi. IUCN/SSC Primate Specialist Group.

Pier Alessandro MAGRI. Dirigente d’azienda e Consigliere RiVA.

Giuliano MILANA. Naturalista. Tecnico faunistico.

Luigi SPAGNOLLI. Responsabile per la fauna selvatica della Provincia Autonoma di Bolzano, già direttore del Parco dello Stelvio.

Giovanni STARNONI. Dottore commercialista e Consigliere RiVA.

Paolo TOSI. Docente universitario presso l’Università di Trento e Consigliere RiVA.

Silvano TOSO. Già direttore dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica. Consigliere RiVA.

Ettore ZANON. Formatore e giornalista professionista. Consigliere RiVA.

Rinascita Venatoria e Ambientale (RiVA).

LE ADESIONI (Primo elenco)

Francesco Maria ANGELICI. Zoologo, sistematico, conservazionista. Docente universitario abilitato presso tutte le università nazionali.

Aldo DI BRITA. Dottore Forestale e Tecnico Faunistico.

Renzo BRUSCHI. Dirigente Prov. Federcaccia PR, già presidente ATC PR9.

Ivano CONFORTINI. Funzionario biologo, Regione del Veneto, U.O. Coordinamento gestione ittica e faunistico-venatoria Ambito Prealpino e Alpino-Sede territoriale di Verona.

Luciano CICOGNANI. Istruttore faunistico e presidente ARIF (Ass. Rilevatori Faunistici. Socio fondatore di

STERNA (Studi Ecologici Ricerca Natura e Ambiente).

Gianluca DALL’OLIO. Vicepresidente FACE (Federazione delle associazioni cacciatori Europei Brussels).

Stefano DE VITA. Ornitologo ed esperto in gestione faunistica.

Luca FADDA. Agrotecnico laureato. Tecnico Faunistico.

Mauro FERRI. Veterinario. Esperto faunistico e tecnico faunistico accreditato presso l’INFS.

Francesco LECIS. Naturalista, vicepresidente di AIN (Associazione Italiana Naturalisti), tecnico faunistico.

Raffaele LIACI PESSINA. Dottore agronomo, tecnico faunistico.

Adriano MARTINOLI. Docente universitario di Zoologia e Conservazione della Fauna, presso l’Università degli

Studi dell’Insubria.

Renato MASSA. Già docente universitario di zoologia presso l’Università di Milano.

Stefano MATTIOLI. Zoologo. IUCN Deer Specialist Group.

Pier Giuseppe MENEGUZ. Docente universitario presso l’Università di Torino.

Andrea MUSTONI. Responsabile Area Ricerca scientifica ed Educazione Ambientale. Parco Naturale Adamello Brenta.

Luca PEDROTTI. Coordinatore Scientifico Parco Nazionale delle Stelvio.

Paola PERESIN. Biologa.

Luca ROSSI. Docente universitario presso l’Università di Torino.

Aldo Giorgio SALVATORI. Presidente AIW (Associazione Italiana Wilderness).

SATA. Sorveglianza Ambientale e Tutela Animali. Onlus.

Massimo SCANDURA. Docente universitario associato presso l’università di Sassari dip. di medicina veterinaria.

Fioravante SERRANI. Dottore agronomo.

Renato SEMENZATO. Biologo.

Mario SPAGNESI. Già docente universitario associato, in zoologia, presso l’Università di Bologna e direttore

generale INFS (Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica).

Bankitalia: “Il 60% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese”

Mer, 05/26/2021 - 12:00

Il Covid ha colpito duramente i consumi e potrebbe continuare ad influenzare la domanda dei beni, soprattutto quelli non durevoli. 
Infatti “Oltre il 60 per cento dei nuclei familiari” consultati nell’indagine della Banca d’Italia per misurare gli effetti della crisi Covid dichiara di avere difficoltà economiche ad arrivare alla fine del mese, 10 punti percentuali in più rispetto al periodo precedente la pandemia. “I maggiori problemi sono riferiti laddove il capofamiglia è un lavoratore autonomo (65 per cento degli intervistati in questa categoria ) . Poco meno del 40 per cento delle famiglie riporta che negli ultimi dodici mesi si è verificato che il reddito familiare non fosse sufficiente a coprire le spese”.

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